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I social network in azienda, questione di cultura. Di tutti.

by Fabio Lalli on 29 March 2010

Nei giorni scorsi un’azienda amica ha deciso di chiudere tutti i Social Network (Twitter, Facebook, Linkedin e molti altri), nonché filtrare moltissime parole chiave. Questa scelta, anche se da una parte mi sembra assurda visto che si tratta di una società che ha il web nel dna, non è del tutto contestabile nel momento in cui si osservano i dati di traffico rilevati da un monitoraggio della rete: il 75% del traffico della rete è derivante da Facebook! In effetti qualche riflessione in più credo sia il caso di farla.

Prima di tutto va detto che la modalità di utilizzo di facebook è diversa tra persona e persona, soprattutto tra addicted e non. Per capirci meglio, gli “adetti ai lavori” sono quelli che utilizzano facebook come strumento di comunicazione o per svago (moderato) e, a mio avviso, sono quelli che paradossalmente generano meno traffico poichè effettuano connessioni spot, quando possono rispondono alle notifiche via email, utilizzano iphone o altri device e soprattutto utilizzano altri plugIn o sistemi di cross posting per aggiornare il proprio stato. Di contro ci sono quelli che non sono addetti ai lavori e che utilizzano prevalentemente facebook per socialcazzeggio e sono i più dannosi (dal punto di vista del traffico!): effettuano connessioni frequenti o addirittura lasciano il browser aperto in polling (per i non addetti: facebook effettua continui aggiornamenti dei dati della vostra pagina, anche se non è stato fatto il refresh, grazie a chiamate ajax/jquery), rispondono a tutti i sondaggi e giocano con le mille applicazioni che ogni giorno vengono rilasciate dagli sviluppatori e dalle aziende.

Bisogna però anche dire che il traffico verso facebook non è soltanto generato direttamente dall’utilizzo di facebook stesso, ma anche dalla navigazione su tutti quei siti che hanno embeddato (per i non addetti ai lavori, si intende inserito, incluso) il facebook-connect all’interno del proprio sito per permettere l’autenticazione o per la pubblicazione del widget dei fan. Molti blog e siti istituzionali di aziende ormai infatti hanno questo tipo di informazioni incluse per motivi di visibilità e marketing. Ovviamente non sto dicendo che il traffico è generato principalmente da questo, ma sicuramente dal punto di vista dei dati e delle connessioni verso il social network un numero importante di chiamate viene da qui.

Ora se da una parte c’è un aspetto “tecnico” di valutazione del traffico, dall’altra c’è un aspetto da valutare relativo alla cultura dell’ “informatico iperconnesso“, al tipo di utilizzo della rete e alla modalità di lavoro. I nuovi informatici sono abituati ad usare la rete ed i social network nella loro vita privata e trovano naturale poter usare gli stessi strumenti per gestire le relazioni professionali, la ricerca di informazioni di lavoro e per trovare soluzioni e risolvere problemi. Non avere a disposizione certi strumenti rende frustrante il lavoro e allo stesso tempo, secondo me, diminuisce le performance lavorative.

Infine c’è da tenere in considerazione la visione dell’azienda nei confronti del problema produttività dei propri dipendenti. Un azienda che punta ad avere il massimo dai propri collaboratori e che non principalmente di web o soprattutto che non ha la cultura dell’importanza della rete per gli sviluppatori, vede l’utilizzo di Facebook o sistemi similari come una enorme perdita di tempo e nel caso della band come uno spreco di risorse . Di fronte ad un numero così alto (75% del traffico!) in effetti è difficile non comprendere una politica di chiusura di tutto e soprattutto è difficile non farsi venire in mente la fatidica domanda “Ma gli serve veramente facebook ai programmatori?“. Secondo me, non serve, ma chiudere totalmente comunque è un problema e non è una politica che io personalmente attuerei: il divieto di usare i social network durante il lavoro lo ritengo un boomerang per l’azienda.

In questi giorni ho letto un post, che mi è piaciuto molto, di Josh Bernoff, analista di Forrester Research e co-autore di Groundswell, nel quale viene chiarito il concetto di “lavoratore iperconnesso”, definito in modo specifico nel concetto di HEROHighly Empowered and Resourceful Operative, ossia quel collaboratore che utilizza le risorse della rete e di internet ed è incoraggiato ad usare la rete a vantaggio dell’azienda. Secondo l’idea degli autori di Groundswell, il management di un azienda non deve più controllare, limitare e applicare procedure rigide, ma, al contrario, deve creare un contesto in cui chi lavora è in grado, grazie alla tecnologia, di mantenere un rapporto vivo con clienti e consumatori, anch’essi sempre più empowered, trovando soluzioni innovative e facendo viaggiare l’azienda alla stessa velocità del suo mercato.

Riguardo alle politiche e policy attuabili in azienda, la chiusura drastica di tutto, come ho già detto, secondo me non è vincente. Principalmente sensibilizzerei le persone sull’importanza o meno dell’utilizzo dei social in determinati contesti o in determinati momenti della giornata, e se proprio la situazione non cambiasse, applicherei delle restrizioni in termini di banda e/o di tempo a disposizione per utente, garantendo magari quel 20% massimo da dedicare a svago e recupero tra un attività e l’altra.

Personalmente utilizzo Facebook per rimanere prevalentemente in contatto ed essere aggiornato sui rapporti con le persone e con gli amici, sapere cosa fanno e magari avere qualche bella notizia. Utilizzo MeemiTwitter e Friendfeed per approfondimenti di temi specifici e condividere notizie ed informazioni, mentre utilizzo Linkedin per tenermi aggiornato sul percorso professionale di amici ed ex colleghi o trovare altre opportunità e contatti.

Concludendo ritengo che l’utilizzo dei social network in azienda sia un problema di cultura, di tutti: l’azienda deve aprire all’utilizzo dei social e capirne l’importanza, e i dipendenti devono apprenderne le potenzialità ed i limiti e moderarne l’utilizzo.

E voi, come utilizzate i social network? Ops, … magari non riuscite a navigare perchè avete tutto chiuso. ;)

  • http://twitter.com/Crilisha Cristina

    Ciao Fabio!

    Commento il post perché mi è successo di trovarmi in una situazione di monitoraggio continuo in ufficio (non solo di navigazione, ma anche con telecamere puntate 0_0 ).

    Effettivamente questo sistema l’ho trovato frustrante, anche perché ritenevo non mi fosse data fiducia. Anche questo è un messaggio importante e, come dici tu, sarebbe preferibile lavorare sulla responsabilizzazione delle persone.

    Ora il ricordo che ho di quel lavoro è di un’atmosfera ipocrita e di capi megalomani, quindi se dovessi sapere che qualcuno sta andando a lavorare per quell’azienda lo metterei sul chi va là, facendogli presente questi aspetti. Certo questa non sarebbe buona pubblicità e si sa che il passaparola negativo, se innescato, può causare gravi danni a volte.

    Non sapevo si potesse mettere il tempo limite alla navigazione di determinati siti scelti :-O La soluzione che proponi mi sembra quella migliore per mettere d’accordo tutti, responsabilizzare i socialnetwork-dipendenti e far stare tranquilli i capi.

    Bravo Fa!

  • http://www.fabiolalli.it Fabius

    Ciao Cri. Benvenuta prima di tutto.
    Il problema è che questo è un problema che purtroppo è noto a tante persone in aziende diverse. La frustrazione che ci prova in queste situazioni è pesantissima ed il clima che si respira è assolutamente pesante. E poi, in una società di informatica, una cosa del genere è un paradosso… Di soluzioni ce ne sarebbero parecchie: basterebbe avere solo il cervello di fare un pò di ricerca… ;)

  • Pingback: Notizie dai blog su Social network in azienda: si o no?

  • Massimo

    Il problema è di natura organizzativa ed è lo stesso che limita il telelavoro. Potenzialmente anche il telelavoro potrebbe aumentare produttività e soddisfazione delle risorse umane, ma esiste anche qui un problema di controllo.
    Dico che è un problema organizzativo perché dipende da come viene considerato il rapporto di lavoro: uno scambio fra denaro e ore di lavoro, in cui il datore si sente ‘padrone’ di ciò che ha acquistato, ovvero il tempo del dipendente.
    In questo senso il rapporto è un gioco senza fine simile al dilemma dei prigionieri, in cui i massimi risultati globali si hanno con la fiducia: apertura da una parte, e onestà dall’altra.
    Ma in questo caso sarebbe sufficiente un cambiamento culturale: una retribuzione basata sui risultati, magari supportata da strumenti e metodologie di valutazione del valore prodotto, anziché sui minuti contati dal cartellino.

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