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MashupDrink, un modello alternativo

by Fabio Lalli on 19 June 2010

Ho letto poco fa un post di Nicola Mattina relativo ai format applicati attualmente negli eventi: un post semplice e sintetico nel quale ha sintetizzato i format di moda, la loro modalità di esecuzione e la tipologia di utenti ai quali si rivolge.

In questi ultimi tempi mi sono occupato degli Indigeni Digitali e nei primi raduni ho testato modalità diverse di conduzione dell’evento. Ritengo che ogni format debba essere contestualizzato e calato sull’evento prendendo in considerazione due tipi di fattori: il primo è il pubblico ed il secondo è il tempo a disposizione.

Nel primo evento degli indigeni abbiamo utilizzato la modalità dell’aperitivo, semplice networking due chiacchiere ed un bicchiere di vino. Questa modalità va bene se l’incontro ha il solo fine di far conoscenza, rompere il ghiaccio e scambiare due chiacchiere in relax, senza troppo impegno, sia organizzativo sia del partecipante. Il contro e’ dato dal fatto che si creino gruppi di persone che già si conoscono lasciando poco spazio ad interazioni con terzi, non essendoci un momento condiviso.

Nel secondo evento abbiamo provato l’ignite, format che a me piace moltissimo, ma che, per la questione del target, genera la curiosità della platea che segue le presentazioni, ma lascia poco spazio alla discussione tra un intervento e l’altro. In questo caso, l’indigeno (che vuole e ricerca il confronto) si è “scaldato” dopo aver sentito alcune affermazioni, ma non riesce ad interagire e si fredda, non dando così seguito alla discussione, vero risultato del confronto.

Ho pensato al barcamp come format di un altro evento, ma il tempo a disposizione, secondo me, per un incontro che fondamentalmente avviene in serata, è troppo poco. Andrebbe bene in un evento, magari un IndigeniCamp, svolto di sabato, all’insegna di discussioni tecniche per argomenti [vi do un anteprima: lo stiamo ipotizzando per novembre2010] .

In alternativa si potrebbe utilizzare l’elevator pitch, tempi rapidi di presentazione e sessione di domande e risposte. Potrebbe andare bene, se non fosse che questo format è tendenzialmente legato al concetto di presentazione di un idea ai venture capitalist, cosa che ne nostro aperitivo invece non avviene. Non si tratta di presentazione ma di discussione.

Il format che vorrei raggiungere io si sviluppa fondamentalmente in tre fasi, non prendendo in considerazione la registrazione, il networking di ingresso, e due chiacchiere di apertura: assegnazione dei gruppi di discussione per argomenti, brain-storming e presentazione del risultato. L’assegnazione dei gruppi potrebbe esser fatta prima dell’evento attraverso il sito e gli argomenti potrebbero esser definiti da un investitore, uno sponsor o una azienda in cerca di un progetto di innovazione. Il brain-storming si svilupperebbe per 2 ore e verrebbe condotto da un facilitatore e dallo stesso “sponsor dell’argomento” e la presentazione verrebbe fatta in chiusura dallo stesso sponsor o da una persona eletta dal gruppo. Dopo di che networking e saluti, e se durante la serata è nata qualche idea, si spera che decollerà!

L’idea che mi son fatto e’ quella del mashup, un evento durante il quale persone con competenze diverse si confrontano a livello tecnico, marketing e processi per innovare e tirar fuori un ipotesi di progetto durante un momento di relax e discussione informale. Un mashup appunto di conoscenze ed esperienze, basato sul confronto, l’ascolto, la condivisione e la passione per l’innovazione. Una sorta di crowdsourcing fatto offline, intorno ad un tavolo.

E’ ovvio che questo tipo di esperienza vada affinata, ma l’idea di far confrontare teste, cervelli, culture e passione, mi coinvolge e mi fa pensare che si possano generare opportunità e innovazione. Tanta innovazione.

Perfetto, è deciso, lo chiamerò mashupdrink e sarà il modello di un tipo di raduno degli indigeni digitali.

  • http://blog.nicolamattina.it Nicola Mattina

    E’ un buon format e mi è già capitato di usarlo in questa variante: a) due o tre persone vengono incaricate di impostare il lavoro del tavolo con una relazione di una decina di minuti (che eventualmente condividono anche in anticipo in forma scritta); b) si fa la discussione dove a giro tutti i partecipanti al tavolo dicono la propria; c) si tirano le somme e una persona diversa dai relatori iniziali coordina la produzione di un paper di sintesi di quello che si è detto.
    Quindi alla fine del tavolo di discussione si hanno i paper iniziali e un paper di sintesi della discussione. La formula funziona, quando quelli seduto al tavolo c’hanno le palle fumanti e qualcosa da dire veramente. Altrimenti, il tutto viene monopolizzato dagli esperti e non c’è alcuna discussione :-)
    Ciao ciao
    Nicola

  • http://www.fabiolalli.it Fabius

    OK, terrò in considerazione la riflessione sugli esperti che potrebbero monipolizzare la discussione. L’idea di mettere un moderatore/facilitatore è anche per gestire situazione come queste. Tnx

  • franzani

    Mi piace il modello di Nicola e come ti accennavo, io comincerei sin da ora a proporre un pò di argomenti per testare se le persone vogliono aggregarsi per costruire insieme delle nuove idee.

    Poi penso a tre ruoli:
    - consulenti (coloro che vogliono mettere a disposizione le loro esperienze e competenze intorno ad un argomento comune)

    - sponsor (chi/cosa vuole proporre o sostenere un argomento)

    - mediatori (validano le proposte di argomento, aggregano virtualmente il gruppo, inviano i format per il pre-brainstorming, eventualmente supportano la fase di MashupDrink e di presentazione)

    che dici?

  • Massimo

    Potresti ispirarti anche all’Open Space Technology
    http://it.wikipedia.org/wiki/Open_Space_Technology

    fa emergere tutto e solo ciò che ha energia e suscita interesse, con una schedulazione che nasce sul momento

  • http://www.fabiolalli.it Fabius

    Ciao Massimo.
    Come sempre i tuoi interventi sono stra-utilissimi. Ho letto il link che mi hai mandato e in effetti mi piace molto come metodologia, anzi la trovo particolarmente vicina a quello che pensavo di aver in qualche modo “ideato”. La cosa che mi ha colpito sono i quattro “principi” e la sola “legge” sulla quale si basa questa metodologia:

    1) Chiunque venga è la persona giusta; le decisioni che vengono prese durante il lavoro sono opera di coloro che sono presenti. Non serve quindi pensare a chi sarebbe potuto intervenire o chi avremmo dovuto invitare, è molto più utile concentrarsi su quelli che ci sono. La partecipazione all’Open Space Technology dovrebbe essere sempre volontaria, infatti solo chi ha davvero a cuore il tema in discussione si impegnerà a fondo, sia nell’affrontarlo che nelle fasi di implementazione del progetto.
    2) Qualsiasi cosa accada è l’unica che possiamo avere; in una particolare situazione, con determinate persone e discutendo di un certo tema, il risultato che si otterrà è l’unico risultato possibile. Le sinergie e gli effetti che possono nascere dall’incontro di quelle persone sono imprevedibili ed irripetibili, per questo chi conduce un Open Space Technology deve rinunciare ad avere il controllo della situazione: tentare di imporre un risultato o un programma di lavoro è controproducente. Chi facilita un convegno Open Space deve avere totale fiducia nelle capacità del gruppo.
    3) Quando comincia è il momento giusto; l’aspetto creativo del metodo. È chiaro che dovranno esserci un inizio ed una fine, ma i processi di apprendimento creativo che avvengono all’interno del gruppo non possono seguire uno schema temporale predefinito. Decidere ad esempio di fare una pausa ad un certo orario può impedire ad un dialogo di avere termine, perdendo così informazioni o idee fondamentali alla realizzazione del progetto.
    4) Quando è finita è finita; se certe volte serve più tempo di quello previsto, altre accade il contrario. Se ad esempio si hanno a disposizione due ore per trattare un certo argomento, ma la discussione si esaurisce più velocemente del previsto, è inutile continuare a ripetersi, molto meglio dedicare il nostro tempo ad altro.

    Mentre l’unica legge che regola l’Open Space Technology è la legge dei due piedi. Un nome tanto curioso si deve al fatto che vuole ricordare che tutti hanno due piedi e devono essere pronti ad usarli. Se una persona si trova a conversare di un argomento e non ritiene di poter essere utile, oppure non è interessata, è molto meglio che si alzi e si sposti (su due piedi, per l’appunto) in un altro gruppo dove può essere più utile. Questo atteggiamento non va interpretato come una mancanza di educazione, ma come un modo per migliorare la qualità del lavoro.

    Eccezionale! :) Tnx

  • Pingback: Il valore della partecipazione dal mondo digitale a quello analogico | Giuliano Iacobelli

  • http://twitter.com/skankster Fulvio

    Ciao Fabio.
    mi sembra molto interessante il tuo modello, anche perchè sono un grande sostenitore dell’educazione non formale e del learning by doing… dal punto di vista metodologico mi sembra un ottima idea quella di preparare i temi di cui discutere prima.. sarebbe ottimo se ogni partecipante si preparasse prima dell’incontro  un percorso (almeno mentale) del modo in cui potrebbe contribuire alla discussione.. 

    Un’altra cosa ci sono due elementi che non possono mancare secondo me: la restituzione in plenaria e aver ben chiaro il deliverable della discussione..

    Ci sarebbe molto da scrivere sull’argomento.. ti consiglio di cercare su Google.. “educazione non formale” e scoprirai un mondo fantastico!

    Per quanto riguarda l’Open Space Technology è fantastico.. ma è indispensabile un facilitatore competente e carismatico.. 

    Io nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere un maestro di queste cose e aver collaborato con lui.. quindi se ti serve una mano nel definire la metodologia chiedi..

    • http://twitter.com/skankster Fulvio

      http://www.youtube.com/watch?v=XwjjDRvECEU 

      Qui puoi vedere un video (non è il massimo lo so) di un’iniziativa fantastica .. di cui ero uno degli organizzatori .. un campus di 10 gg super intensivi con 120 giovani provenienti da 13 paesi del mondo..che si sono incontrati per parlare di scienza, sosteniblità e futuro.. tutto basato sulla metodologia dell’educazione non formale.. Non è pubblicità, è solo che queste cose non si sanno e il fatto che siano organizzate da un’amministrazione pubblica è da valorizzare.. e per farti vedere un esempio delle cose che si possono fare.. ti dico solo che ancora oggi i ragazzi ci ringraziano per quello che abbiamo fatto per loro.. 

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