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Instagram, la crescita, le API ed il miele

Che sono un Instagram Addicted lo sapete. E sapete anche che fin dalla prima volta che l’ho utilizzata, ho scritto che avrebbe generato dipendenza negli utenti. Poi l’ho definita una startup perfetta, prima ancora che iniziasse a crescere esponenzialmente.

In soli tre anni dal primo lancio Instagram ha avuto una sviluppo esplosivo, superando, ad oggi, oltre 120 milioni di utenti con una crescita giornaliera impressionante ed un numero di foto condivise ogni secondo che farebbe rabbrividire qualsiasi esperto di architetture software . Se non ci credete guardate l’infrastruttura di Instagram, le tecnologie ed il modo di lavorare o seguite il loro team di ingegneri.

La strategia di sviluppo di Instagram in questi anni è stata a mio avviso perfetta e ha insegnato molto a chi ha seguito da vicino il progetto da più punti di vista:

  1. comunicazione: il progetto è nato solo per iPhone. Questa scelta ha creato inizialmente un senso di esclusività per i possessori, aumentando l’attesa degli utenti Android e la voglia di poter diventare utente Instagram;
  2. scalabilità: la scelta della partenza mono device, seppur apparentemente legata ad una scelta solamente di comunicazione, a mio avviso, era legata in realtà a motivi di crescita e scalabilità. Questa scelta ha permesso infatti ad Instagram di non collassare prima del previsto sotto i costi di infrastruttura (come successo a PicPlz) e gli ha permesso di consolidare il progetto, recuperare capitali da VC e poter continuare lo sviluppo successivamente su Android senza dover ricercare un business model nel breve termine;
  3. design, performance e semplicità: una applicazione dall’interfaccia semplice e performante (sono stati i primi a realizzare il modello di upload asincrono anticipando l’operazione rispetto alla conclusione dello sharing) ed allo stesso tempo affascinante grazie ai filtri che hanno appassionato milioni di utenti e provetti-fotografi. Instagram ha definito nuove linee guida di sviluppo ed interazione che son state riprese successivamente da molte altre applicazioni;
  4. community ed Instagramers: Instagram ha dimostrato come la community, non solo online ma anche fisica, costruita intorno ad una piattaforma, possa muovere interessi, partecipazione e riesca a generare engagement. Ha dimostrato inoltre come una community può far crescere il prodotto stesso grazie alle modalità – completamente diverse alle modalità progettate – di utilizzo degli utenti (eventi, mostre, contest, raccolte, ecommerce, stampe…)
  5. crescita ed exit: Instagram è stata venduta a Facebook per la cifra da capogiro di un 1 miliardo di dollari in soli 2 anni, realizzando la transazione al momento del maggior boost (coincidenza con il lancio della versione Android) e del maggior interesse da parte di Facebook (quotazione in borsa in corso) e Google (lancio di G+ ed esigenza di presidiare il segmento del photo sharing).

Ma non solo. Nel 2011, dopo il caso eclatante di ban di una applicazione non ufficiale che faceva crawling di dati e prima dell’inizio della crescita esplosiva, Instagram ha lanciato le sue API. Grazie anche all’ecosistema che si è sviluppato intorno alle API e alla quantità di applicazioni che son state sviluppate dalla comunità di sviluppatori, Instagram è passata dai 2 milioni di utenti che aveva al momento del lancio delle API, ai numeri di oggi (oltre 120 milioni di utenti) passando rapidamente dall’esser un progetto promettente ad una delle applicazioni più richieste e scaricate in iTunes fino a diventare il primo sistema di Photo sharing e Photo Discovery dando  alla fotografia una nuova vita.

In due anni son nate migliaia di applicazioni web e mobile – Instagram based – che hanno dato vita a svariati modelli di Business : dalla nostra Followgram e le sue brand page e account pro, a Statigram e le statistiche per utenti, Nitrogram per le statistiche business, Copygram per il backup delle foto, Instatalks con la chat, Jewelgram per la stampa su anelli, ai sistemi di scrittura su foto come Tweegram, o ancora Pinstagram, Gramfeed, Luxgram fino ad arrivare ai più svariati sistemi di stampa fotografica su formati e supporti diversi.

In comune tutti questi progetti che ho citato hanno due cose:

  1. sono basati sulla API di Instagram
  2. contengono, nella maggior parte dei casi, la parola Insta o la parola Gram nel nome del prodotto

Ma soprattutto tutti questi progetti sono nati su dei termini di servizio che permettevano, oltre all’utilizzo delle API, la possibilità di creare applicazioni in cui non comparisse per esteso “Instagram”, ma solo il prefisso “Insta” o il suffisso “Gram”. 

Ma ieri è cambiato qualcosa.

Instagram ha deciso di segnare un nuovo cambiamento nel suo percorso inibendo l’utilizzo della parola Insta e della parola Gram, a tutti i progetti basati su API Instagram.

Personalmente, alla lettura di una delle prime notizie, son rimasto basito come credo la maggior parte dei developer. Sono convinto e non discuto la decisione, visto che è anche specificato nei TOS relativi alle API, che Instagram possa far quello che vuole e modificare la struttura ed i termini di servizio in qualsiasi momento e senza preavviso. Ho sempre sostenuto infatti che chiunque sviluppi applicazioni API based su piattaforme gratuite debba tenere in considerazione certe possibili dinamiche e una possibile discontinuità di servizio ed è il motivo per cui non ho mai definito Followgram una startup, ma sempre un progetto-esperimento su cui fare esperienza.

Questa volta però il problema non è la continuità del servizio o la chiusura delle API come successo anche con Twitter un anno fa: quello che mi ha lasciato veramente a bocca aperta è la modifica retroattiva delle regole di naming delle app e gli impatti che questa scelta avrà nel medio breve termine.

Instagram grazie alle applicazioni ha imparato e appreso i comportamenti degli utenti, ha studiato numeri, trend, modelli di business e interfacce grazie ai developers e alle community. Grazie al naming dei progetti di terze parti chiamati Insta* o *Gram ha rafforzato il proprio brand. E lo ha fatto anche in modo palese spesso sostenendo i progetti linkandoli e condividendoli, richiamandoli nel proprio blog, nei tweet o nella sezione Help e Supporto. Praticamente riconoscendo ai progetti un ruolo “ufficiale”. Anzi Instagram incoraggiava all’utilizzo proprio nei suoi TOS precedenti.

Con questa modifica di servizio, non stiamo parlando quindi di discontinuità delle API e dei dati, ma di politiche di brand. Io mi domando se sia corretto modificare in modo retroattivo un TOS che può danneggiare progetti dal punto di vista del naming e del brand. Immaginate cosa significa per un progetto (APP mobile o Stampa) dover rivedere tutto il brand e modificare quindi il nome dell’applicazione nello store, rivedere le stampe dei pacchi di spedizione o tutta la comunicazione del progetto.

Io credo che questo sia un precedente importante che caratterizzerà ancora di più il futuro dei servizi di API in rete. Quello che ha fatto Instagram è a mio avviso grave perchè non impatta sulla logica di servizio ma sul brand. Avrei capito le API a pagamento ( che non escludo vanga fatto, anzi ) e lo avrei trovato corretto in termini di business e di relazione con i vari player di sviluppo di APP.

Io credo che il modello di business principale dei grandi sistemi e piattaforme mainstream, nel medio breve termine, sarà principalmente l’erogazione del dato a pagamento a fronte di continuità e SLA. In un ecosistema di servizi API, un approccio di questo tipo sarebbe Win Win per tutti. Ma per adesso non sembra andare così.

Altra lezione da imparare da Instagram: non fidarsi di piattaforme con TOS poco chiari o esclusivamente free perchè probabilmente non è un servizio API per fare business, ma miele per api-developer da allevare e spolpare.

 

UPDATE / Spunto ulteriori di riflessione: Grazie Davide Folletto Casali 

Io ho un unico dubbio che aggiungerei al tuo post: che il cambiamento sia stato fatto per una svista legale. Ovvero, un bel giorno i legali hanno “visto” i TOS e si sono accorti di quella dicitura che va contro i requisiti di legge per il mantenimento del marchio registrato.

Non sarebbe cosa nuova. Oggi innumerevoli ingiunzioni vengono mandate “a priori” perché “non mandarle significa perdere il diritto di avere il marchio registrato, in quanto si dimostra in modo fattuale di NON avere fatto enforcing del marchio.

 

 

  • http://www.marcomassarotto.com/ Marco Massarotto

    Opto per la svista, o meglio l’intervento (post merge) di uno studio legale con le palle che blinda la marca.

    • http://fabiolalli.com/ Fabio Lalli

      Possibile. Possibile. Facebook non sbaglia molti colpi da questo punto di vista…

  • gianluca diegoli

    niente di nuovo sotto il sole. prima ti seducono, con la favoletta della startup bisognosa d’affetto, poi diventano delle dive e ti mollano. :)
    ma sei un gran signore, Fabio.
    gluca

    • http://fabiolalli.com/ Fabio Lalli

      Eh il problema delle API fatte solo con questa logica è secondo me deleterio nel lungo termine. Ho scritto più volte ad Instagram per capire se ci fosse la possibilità di pagare per avere API a pagamento con SLA e garanzie dei servizio. Solo in quel caso avrei preso in considerazione la possibilità di investire maggiormente tempo e soldi nello sviluppo di altre funzionalità e di un serio business model. Ma non hanno mai dato risposta… Vedremo come va.

  • Nicola Carmignani

    Mi aspetto un cambio di direzione… reconsidergram! :)

    • Luca Becattini

      LOL

  • http://www.civile.it/internet spataro

    Confermo Folletto. Il criterio da tenere presente, in tutti i sistemi giuridici, e’ la confondibilita’ e l’abuso che taluni ne fanno.

  • Marco Madarco D’Alia

    Mi ricorda quando la Adobe faceva la stessa cosa col nome “Flash”, molti progetti open source ricevettero delle lettere dai legali, seguite da una telefonata in cui spiegavano “siamo costretti a farlo per proteggere il nostro marchio, ma non vi preoccupate potete continuare ad usare il nome Flash perché a voi non vi facciamo niente”

    forse farà cosi pure Instagram, almeno con le app più affermate, per il futuro ovviamente è meglio evitare quelle due parole (Se si ha a che fare con le api di Instagram)

    • http://fabiolalli.com/ Fabio Lalli

      Mah non so, Facebook è molto più aggressiva su questi temi…

  • Pingback: Instagram, la crescita, le API ed il miele | He...

  • http://webpointzero.com/ Enrico Giammarco

    L’anno scorso parlai di Twitter (http://webpointzero.com/social/twitter-e-i-suoi-fratelli-quando-le-api-non-portano-il-miele-2012-07/), ma questo di Instagram mi sembra uno sgarbo ancor più subdolo, svista legale o meno…qui si violano i principi (magari non legali, ma di spirito e filosofia) che hanno reso possibile lo sviluppo dei prodotti Web “gratuiti” come li abbiamo visti sinora…il futuro appare un po’ più fosco, in tal senso…

  • Pingback: Instagram cambia le politiche sul brand a danno degli api-developer | Giovanni Cavalli

  • Riccardo De Toma

    Fabio!!! ma che fregatura… però questa storia da parecchi spunti… da tempo mi sono chiesto se la gente deve fidarsi delle aziende che forniscono gratuitamente i loro servizi.. fidarsi.. come con il microsoft tag all’epoca… ti davano spazio internet gratuito e possibilità di generare e vedere i log di chi visualizzava i tuoi tag.. e poi..? io non mi sono mai fidato più di tanto.

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