Facebook e l’advertising sempre più profondo: grafo sociale, interessi, luoghi, prossimità e… audio (?)

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Nel 2015 scrissi questo post “L’advertising che verrà: real time, profilato, attivo e a conversione immediata” : Facebook aveva comprato Wit.ai, una startup che trasforma le conversazioni in dati strutturati. Diciamo che tutto faceva pensare ad una analisi della conversazione (testuale o audio/video) sempre più sofisticata e ad un advertising sempre più puntuale e attivo, in grado di portare l’utente verso una azione diretta (prenota, compra, scarica, chiama).
Da tempo come sapete osservo le dinamiche della rete, ed in particolare sono affascinato dalle evoluzioni sempre più sofisticate di Facebook ed il modo in cui riesce a proporre contenuti mirati agli utenti. A volte questi contenuti sono così capillari, da sembrare assurdi “Cavolo ne stavo parlando poco fa!”.
Ho motivato questa capillarità di contenuti più volte, in varie discussioni, come il risultato di due fattori: i dati sempre più dettagliati raccolti sugli utenti e l’attenzione selettiva dell’utente stesso. Infatti se ad un utente proponi cose che potenzialmente gli interessano, al momento giusto, nel posto giusto, e nel contesto giusto, è possibile che a lui cada l’occhio proprio su questo contenuto, malgrado sia uno su N in uno stream complesso e denso. Appunto l’attenzione selettiva dell’utente filtrerà solo le cose che a lui interessano di più.
Per capirci, è un po’ come quando volete sposarvi e vedete tutti contenuti che parlano di matrimonio, o quando volete comprare una macchina e vedete in giro solo quel modello, fino al giorno dell’acquisto. Poi, passata l’esigenza, tutto tornerà alla normalità.
Giorni fa ero con un amico a cena. All’uscita, uscendo, lui apre la sua auto a distanza, e wow! Lui ha una Mini sulla quale è stato implementato un led microscopico sotto lo specchietto che, all’apertura del veicolo, proietta a terra lo stemma ad alta definizione della casa madre. Un po’ come il pipistrello di Batman per capirci, solo che a terra, invece che nel cielo. Ecco, io ne sono rimasto colpito, e ho detto che quel led era una cosa potente e che mi sarebbe piaciuto sulla mia macchina.
Il giorno dopo mi appare su Facebook un contenuto con una Mini, un sensore per l’auto, l’immagine Marvel e tanti piccoli altri dettagli interessanti.
Vi garantisco che non ho cercato Mini, ne tanto meno il sensore, ne tanto meno il sensore Marvel, malgrado la mia fissa, ne tanto meno ero in un luogo in prossimità di un punto vendita Mini.
Quindi, come si può giustificare questa cosa?
Si può giustificare in due soli modi:
  1. Dati + Attenzione selettiva: gli interessi del mio amico (Mini), integrati con la prossimità delle nostre posizioni quella sera, hanno generato un set di dati che ricadevano in modo puntuale nella parametrizzazione della campagna sopra che vi ho mostrato, e quindi il giorno dopo la mia attenzione è caduta proprio su quel contenuto per me interessante.
  2. Ascolto dell’audio: Facebook è in grado di analizzare le conversazioni audio dalle quali estrae contenuti utili alla profilazione.
Però, vi dico una cosa che non vi ho detto: il mio amico in questione non è su FB, quindi questo annulla completamente il concetto di cui al punto uno.
L’unica cosa che mi viene in mente (e su cui mi faccio mille domanda) è se ci sono parole chiave che vengono intercettate dal dispositivo e dall’app, passivamente: non credo che facciano streaming dell’audio (vorrebbe dire un traffico dati in upload enorme), ma l’applicazione potrebbe esser quindi in grado di analizzare suoni e informazioni così da intercettare parole nuove o cardine tanto poi da trasmetterle? Ovviamente è una mia valutazione possibile, ed una mia perplessità, visto che non è scritto da nessuna parte che lo facciano. Non vuol esser paranoia, anche perchè di solito cerco di combatterle.
Questa mattina però ho trovato questo articolo nel mio stream che dice questa cosa:

Facebook using people’s smartphones to listen to what they say, professor suggests

Ora, non voglio fare terrorismo psicologico e capisco che questo sia per qualcuno inquietante, ma fatevene una ragione: l’analisi del comportamento dell’utente è sempre più profonda, integrata in flussi di dati aggregati da più fonti e le informazioni che vi vengono proposte sono sempre più vicine a quello di cui avete realmente bisogno.
A me questi temi affascinano e non ne sono spaventato, ma bisogna esser consapevoli delle potenzialità che ci circondano, sia per comprenderle, sia per governarle, sia per utilizzarle.
UPDATE 05 Giugno 2016
Facebook mi ha scritto per segnalarmi la loro posizione rispetto al tema in oggetto (l’audio in particolare). Ha risposto al mio post e quelli usciti sullo stesso tema con questo post http://newsroom.fb.com/…/facebook… così da tranquillizzare tutti che non c’è intercettazione di audio direttamente dall’app di Facebook. Poi andrebbe verificato anche la stessa dinamica su WA e le altre app dell’ecosistema. Sicuramente i dati che metabolizza sono talmente tanti che allora è in grado proporre contenuti che sono cosi vicino alle preferenze delle persone , da cogliere l’attenzione al momento giusto.

La nuova AppleTV è l’inizio del futuro della TV. Perché?

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Vi parlo di AppleTV, ma parto da una serie di riflessioni. Son sempre stato uno di quelli che la tecnologia nuova la compra subito, appena uscita, quando costa ancora uno sproposito, per provarla, capirla e valutarne le potenzialità.

Mi ricordo ancora il mio primo dispositivo mobile e la prima volta che ho provato l’iPad: feci follie per averlo, ma soprattutto mi ricordo ancora la sensazione che mi ha dato l’IPhone, il mio primo iPhone e non parlo di uno smartphone in generale. Era più o meno la fine del 2009. Ero un po’ in ritardo rispetto all’uscita del primo smartphone Apple e la mia esperienza con Apple non era ancora iniziata: ero un fedele possessore di dispositivi differenti come Qtek e HTC. Quell’anno mi arrivarono contemporaneamente un iPhone e un Macbook: a primo impatto il Macbook mi fece un effetto strano, una sorta di destabilizzazione a livello operativo, mentre l’iPhone fu una scoperta. Mi emozionai riconoscendo nelle potenzialità di quel prodotto futuro che avrebbe cambiato molte cose.

E non scherzo quando parlo di emozione, non fatemi però passare per matto o per troppo nerd. Lo sono in parte, lo ammetto, ma dico sul serio. Iniziai ad usarlo e a sviluppare applicazioni, intuendo presto che cosa ci avrei potuto davvero fare: sperimentazione, tanta sperimentazione con la voglia di continuare a provare nuove tecnologie, integrandole e rendendole sempre meno invasive e più adatte a suscitare il coinvolgimento dell’utente.

Mi son sempre domandato: “Come puoi parlare, progettare e studiare le migliori esperienze e soluzioni, se tu per primo non hai provato qualcosa?”

In questi anni di tecnologie nuove, spendendo ed investendo soldi in acquisti che in qualche caso sono andati bruciati, ne ho provate anche troppe prima che sul mercato diventassero “per tutti”. Partendo da prodotti non necessariamente Apple – ovviamente – come Google Glass, Oculus, e tantissimi altri, passando da Apple Watch, fino ad arrivare all’iPad Pro, alla sua Pencil e alla AppleTV.

Fino a qualche giorno fa, per quanto molti prodotti provati mi hanno fatto capire la tendenza e dove sta andando il mercato (vedi Oculus per esempio), nessun prodotto, come quando ho provato la prima volta l’iPhone, mi ha dato quella stessa sensazione.

E’ successo con la nuova AppleTV di quarta generazione. Di nuovo.

La sensazione è quella dell’arrivo di un cambiamento e di tante opportunità, sia per chi sviluppa software, sia per chi produce e vende servizi, ma anche e soprattutto per l’utente. Non mi soffermo sulle caratteristiche tecniche del prodotto, perché quelle informazioni le trovate ovunque. Questo post, inoltre, non è una recensione di prodotto ma un mio punto di vista su quello che vedo in questo prodotto, nel suo ecosistema e nelle sue potenzialità.

La domanda che mi sono posto, e che ora condivido con voi, è questa:

Perché la nuova AppleTV è l’inizio del futuro della TV?

Le risposte a questa domanda sono tante, e le motivazioni girano tutte intorno ad un punto: la convergenza. E quando parlo di convergenza intendo tutto: esperienza utente, connessione, dati, interattività, ecosistema di applicazioni, gaming, entartainment e hub per la smarthome. Tutto, in un sistema connesso ad un dispositivo alla portata di tutti (la TV), semplice, e che può tornare a catturare l’attenzione delle persone e della famiglia, come succedeva una volta con la TV, in una sorta di focalizzatore domestico,  il mezzo “comodo” per fruire di un contenuto da salotto con un pubblico eterogeneo.

In un report su Tv e Media di ConsumerLab di Ericsson (report 2014 e report 2015) di poco tempo fa, è emerso che il 59% degli italiani ha un tv connessa al web (smart tv, console,…). In particolare quello che gli italiani dicono di avere a casa connesso e collegato alla Tv (o a più TV) è:

  • 46% una console (PlayStation Sony, Xbox Microsoft, Wii Nintendo)
  • 10% Google Chromecast
  • 9% Apple tv
  • 8% Decoder Sky o altri dispositivi
  • 27% Nessun dispositivo

È sicuramente interessante vedere che Chromecast ed AppleTV superano già i decoder. Ma la cosa interessante che emerge, è l’intenzione d’acquisto dei consumatori italiani. I primi due punti del risultato sono molto interessanti, e sono così distribuiti:

  • 18% Google Chromecast;
  • 16% Apple Tv;
  • 13% Decoder Sky o altri dispositivi;
  • 10% una console (Wii Nintendo, PlayStation Sony, Xbox Microsoft);
  • 43% Nessun dispositivo.

Quello che non appare in questo report, e che però si trova in giro per la rete, sono i dati relativi alle SmartTv, alla loro diffusione e soprattutto al reale utilizzo. Alcune proiezioni dicono che la smartTV avrà una distribuzione di oltre il 44% rispetto al totale degli schermi acquistati a livello globale, destinata ad aumentare fino al 73% per il 2017/2018.

Ora, a parte qualche report e dato alla mano, utile per comprendere meglio tutto, provo a sintetizzare alcuni punti di vista per rispondere alla domanda che mi sono posto sopra.

SmartTV vs AppleTV (e scatolotti esterni)
Avete mai comprato una smartTV? Immagino di si. Avete mai provato ad usarla realmente, connetterla ad internet, scaricare le app? Secondo me l’esperienza è pessima, spesso non funziona ed il numero di applicazioni non è molto ampio. L’interazione stessa, con le poche app presenti una volta installate, è veramente scarsa a causa del telecomando che notoriamente fa il telecomando di mestiere, e non il joypad. Su questo punto si potrebbe inoltre aprire un mondo: le persone comprano una TV per le caratteristiche qualitative della TV (luminosità, grandezza, qualità, design), e non per le funzioni internet, almeno attualmente. Dal mio punto di vista vincerà la “scatoletta” di Apple con una esperienza studiata per esser semplice ed offrire i miglior servizi, un “telecomando” più semplice e usabile e fortemente integrato nell’esperienza dell’utente; sopratutto essa offre la possibilità di poter continuare ad utilizzare lo stesso apparato set-top-box indipendentemente dal dispositivo TV che, inoltre, l’utente tende a cambiare con più frequenza per via di necessità e caratteristiche tecniche differenti.

Ecosistema APP e developer
Le app, nel progetto Apple, sono al centro dell’esperienza utente e sono la base su cui costruire con lui una relazione privilegiata: dall’iPhone all’iPad, dal Mac all’Apple Watch. Ed ora arrivano anche le app per la nuova AppleTV. E’ particolarmente interessante notare che all’interno di questa non ci sia il browser: stanno cercando di forzare la mano come hanno fatto con Floppy, CD e standard vari. Ecco, questo credo sia un punto fondamentale della strategia: le APP. E se ci pensate è quello che ha reso l’ecosistema Apple migliore rispetto all’ecosistema Android fin dall’inizio. App, community di developer, le linee guida più rigide e allo stesso tempo più strutturate, una minor frammentazione di dispositivi e soprattutto una diversa predisposizione di acquisto da parte degli utenti. Il limite attuale dello sviluppo delle app nelle SmartTV è proprio questo: diversi produttori di TV rilasciano TvOS più o meno differenti, il linguaggio di sviluppo delle applicazioni in questo ecosistema più complesso e meno completo, una community meno attiva e fedele, sistemi di revenue per developer meno coinvolgenti ed una utenza non predisposta (o cosciente) completamente all’utilizzo delle funzionalità internet/app della TV.

Home Entertainment
Nell’attuale App Store Mobile, il numero di applicazioni di gaming e lifestyle è molto alto ed il gaming ha già dei numeri molto alti, sia in termini di tempo speso, che di transazioni e spesa per utente. Gli utenti giocano, è palese. Considerando che il vantaggio dell’ecosistema Apple sta proprio nella community di developer e – in questo caso – anche nello stesso linguaggio di programmazione ( a differenza di altri OS ), ritengo che il passaggio dei giochi esistenti da smartphone / tablet a tvOS sarà fatto in uno schiocco di dita (e non a caso, già attualmente, il numero di giochi pubblicati nell’app store per Apple TV è molto alto). Apple vuole posizionare il suo dispositivo nel segmento delle console low cost e dell’ home entertainment alla portata di tutti. E questo proprio grazie al passaggio alla versione televisiva delle app per smartphone e tablet. Nell’esperienza utente Apple, inoltre, un ruolo importante per attrarre soprattutto i nuovi giocatori occasionali è proprio nel nuovo telecomando, dotato di funzioni touch e sensibile al movimento.

OnDemand ed interattività
Sono anni che si parla di TV On Demand e Tv Interattiva. Immaginate una televisione, connessa, in cui i canali sono semplici APP. Lo zapping non lo faremo più tra canali, ma tra contenitori e app in cui potremo interagire, personalizzare il contenuto e ricevere contenuti più in linea con le nostre preferenze, sempre più specifiche e sempre più aggiornate. Netflix ne è un esempio.

AppleTV come nuovo pc casalingo
La domanda che mi sono posto più volte, e che già al tempo dell’arrivo dell’iPad mi posi, è “Quanto è importante un computer desktop a casa oggi?”. In effetti la risposta è nel tipo di utilizzo e lavoro che si fa, ma se penso a mia nonna o a tante altre persone che utilizzano il computer di casa come strumento di lettura, informazione e ricerca, ritengo che una AppleTV con le giuste APP di base (Facebook in primis, oltre a un client per la posta elettronica) e qualche applicazione specifica possa essere il giusto compromesso. Se poi questo fosse integrato con Tablet e Smartphone, allora direi che siamo al completo e possiamo fare indicativamente tutto. Ecco, diciamo che mia nonna, mia mamma o mia suocera, sarebbero utenti perfetti per un dispositivo del genere.

SmartHome e HomeKit: Apple TV come hub casalingo
Qualche tempo fa Apple ha presentato HomeKit, un framework per la gestione e lo sviluppo di applicazioni IoT ed il controllo degli accessori collegati alla rete domestica. A mio avviso Apple punterà presto anche all’integrazione totale di HomeKit : rendere la Apple TV l’accentratore dell’esperienza domestica in tutto e per tutto, oltre all’entertainment e alla TV On Demand potrebbe essere la chiave per abbracciare tutti i momenti di comfort casalingo. Poi c’è Siri, il perfetto maggiordomo di casa che risponderebbe a tutto, dal meteo alla posta, dalla musica ai film, fino alle ricette, alla temperatura di casa, allo stato di pagamento delle bollette o l’accesso all’home banking.

Dove vedo le opportunità?

Credo sia abbastanza semplice capirlo. Non rispondo dicendo “in tutto” per non esagerare, ma se ci penso, direi che potrei rispondere in quasi tutti i settori in cui c’è la necessità di attivare canali di interazione e informazione con l’utente finale. Pensate da aziende del mondo fashion, automotive, banking, sport, gaming o anche ad aziende che producono servizi / prodotti IOT.

Ora, non vorrei passi il messaggio che la Apple TV sarà l’unico dispositivo esterno connesso alla tv che farà una rivoluzione nell’Home Entertainment. Sto dicendo che questo prodotto, connesso all’ecosistema Apple, con l’esperienza Apple, sarà il vero inizio della rivoluzione del futuro della TV. Rivoluzione al pari del cambiamento introdotto all’epoca dall’iPhone. Poi, giustamente, mi auguro che ci saranno anche altri sistemi che si contenderanno il mercato, come è successo con Android nel mondo degli smartphone.

In IQUII abbiamo già iniziato a lavorarci da qualche mese. E a voi, vengono in mente progetti ed opportunità?

Buona visione ed intrattenimento.

 

People-Based Marketing e l’ADV di domani

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Che l’AppleTv fosse un bomba atomica, ve l’ho detto. Che Facebook abbia rilasciato l’SDK per AppleTV, lo sapete. Che la TV stia per entrare nella sua seconda vita, immagino lo abbiate capito. Che l’ADV a cui siamo esposti è sempre più preciso e capillare, lo state notando e ne avevo già parlato parecchio tempo fa nel post “l’ADV che verrà“. Che siamo in un momento in cui i dati utilizzati, tra interessi, grafi sociali e localizzazione, siano ormai utilizzati per l’applicazioni in molti ambiti in modo pesante, anche.

Ora, immaginate l’integrazione di queste cose e poi pensate al momento in cui rientrate a casa, e vi sedete a guardare la vostra TV, connessa, al palinsesto che state guardando, ma soprattutto immaginate gli spot pubblicitari che si rimappano in funzione dei vostri interessi, delle persone che avete incontrato, dei luoghi in cui vi siete stati in giornata e che in modo interattivo vi incentivino a delle azioni.

L’ADV che verrà sarà people-based.

Sarà basato sulle persone e le utilizzerà come vettore di dati nel mondo reale, sarà sempre più di prossimità e basato su interessi anche del contesto in cui la persona è presente. Entrerà in più punti della nostra vita grazie all’interconnessione degli oggetti, nel momento giusto, con il messaggio sempre più vicino al nostro stile e punterà alla cattura dell’attenzione delle persone cercando di anticipare esigenze, generandone anche di nuove, sempre più vicine alle abitudini delle persone.

Come dicevo parlando di Experience Graph,

L’intersezione dei dati di questi grafi, è quella che ho definito ormai un paio di anni fa Experience Graph: ossia un grafo in cui i dati di persone, interessi, oggetti diventano elementi di influenza di prossimità e di contesto.

Questo sarà il People-Based Marketing.

Experience Graph: quando le persone diventano il veicolo di base del marketing

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Vi è mai capitato di dire “Ne stavo parlando poco fa con un amico e adesso mi appare in Facebook” o pensare che Facebook ascolti quello di cui parlate in chat e telefono? A me si, non poche volte e ne sono sempre rimasto sorpreso. Immagino succeda un po’ a tutti quelli che sono particolarmente connessi.
Questo tipo di effetto si ha di solito quando si è focalizzati su tema ed é un concetto legato all’attenzione selettiva: praticamente, banalizzando il concetto, vediamo ciò che vogliamo vedere anche inconsciamente e riusciamo a filtrare, tra le tante informazioni a cui siamo esposti, solo quelle che – anche a colpo d’occhio – vogliamo intercettare. Per capirci, pensate per esempio a quando volete comprare una macchina di un modello specifico e vi sembra di vederne ovunque. Oppure quando state cercando una casa e sembra che intorno a voi ci siano annunci appesi in ogni dove o ancora quando, dopo aver deciso, vi sembra che si debbano sposare tutti e tutti parlino solo di quello.
Ecco quella è l’attenzione selettiva , non c’è nulla tecnologicamente avanzato, se non il vostro cervello. “Banalmente” dipende da voi.
Da un po’ di tempo però questa sensazione sembra farsi sempre più frequente e personalmente credo che un grosso contributo lo stia dando proprio la tecnologia, in particolare i dati legati alle preferenze delle persone, alle conversazioni e soprattutto la localizzazione. E questo in particolare si sta verificando in Facebook.
Praticamente sintetizzando, ogni persona, attraverso i dati che condivide grazie alle relazioni sociali, le preferenze che esprime online ed attraverso la propria posizione fisica rilevata dal dispositivo mobile, diventa un veicolo di influenza diretta ed indiretta.
Experience Graph
Experience Graph

 

Le persone influenzano le informazioni dello stream e l’ADV di una persona non solo per interazione, ma anche per la propria posizione fisica, anche in assenza di una relazione sociale diretta. Per fare un esempio, se mi trovo in un contesto di un evento, le mie preferenze ed i miei dati diventano elementi di ridefinizione dell’ADV di persone che sono presenti nello stesso contesto seppure non legate da una connessione di amicizia diretta, ma anche solo per la prossimità fisica.

In pratica il concetto è che se una persona è presente in un contesto sociale, un evento per esempio, è possibile che la conversazione che avviene fisicamente sia su temi di cui le persone presenti sono interessate e quindi il motore dell’adv è in grado di ridefinire potenziali argomenti di interesse anche tra persone che tra loro non sono direttamente collegate. Ed ecco qui che ritorna la frase di “Ne stavo parlando proprio oggi all’evento X, e adesso me lo trovo come argomento promosso”.

Negli ultimi anni siamo passati da grafo sociale, ad un grafo di interessi fino al grafo di oggetti grazie all’arrivo dell’IOT. L’intersezione dei dati di questi grafi, è quella che ho definito ormai un paio di anni fa Experience Graph: ossia un grafo in cui i dati di persone, interessi, oggetti diventano elementi di influenza di prossimità e di contesto.


Stiamo arrivando, facendo un paragone nemmeno troppo estremo, all’anno in cui, in Minority Report, i Precog erano in grado di capire non solo cosa succederà, ma anche come succederà, sull’intenzione. Per molti sembrerà un concetto assurdo o fantascientifico, ma la verità è che non siamo più così lontani da quella idea futuristica.

Se è vero che la rete non dimentica, le emozioni viaggeranno nel tempo

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Quando sarai grande Chiara, vorrei trovarmi a parlare con te, nel silenzio di una qualsiasi sera e poterti raccontare di noi e riuscire a farti sentire nel cuore quello che provo per te, in questo istante.

Sei piccola, e riesco a tenerti abbracciata vicino al petto, con un solo braccio. Tu dormi adesso. Io sono sveglio, vicino a te. Vorrei metterti nel tuo letto a dormire, ma non riesco a smettere di guardarti. Siamo faccia a faccia. Il tuo respiro lo sento sfiorarmi la pelle. La tua manina stretta sul mio orecchio che sembra non volermi lasciare andare e l’odore della tua pelle, sono come un droga per me, dalla quale non riesco a staccarmi e farne a meno.

Vorrei raccontarti mille cose. Mi piacerebbe dirti, con la stessa energia che sento oggi, della felicità che tu e Mattia mi avete dato e raccontarti tutti i desideri che esprimo in ogni momento per voi e che vorrei si avverassero, giorno dopo giorno. E vorrei insegnarti a sognare sempre più in grande di quello che si possa pensare, per poi un giorno vederti gioire quando vedrai i sogni prendere forma. Proprio come è successo a me, per te e tuo fratello.

Avrei un numero inquantificabile di emozioni da descriverti e raccontarti, e tante nate grazie proprio a voi due. Certe emozioni spesso passano velocemente. Svaniscono ed è difficile recuperarle e trasmetterle. A volte succede per caso: magari un’immagine, un suono o un dettaglio ci permette di riviverle, ma rimangono una cosa personale, vaga e spesso temporanea e fugace.

Probabilmente non basterebbe il tempo e lo spazio per scrivere tutto, ma questa sera sento di scriverti queste cose, perché se è vero che la rete non dimentica, e se è vero che la rete è e sarà una estensione della nostra memoria, allora queste emozioni troveranno il modo di viaggiare nel tempo. E vorrei che rimanessero così, intatte, per sempre, accessibili in ogni momento, in modo da poterle sentire, quando rileggerete queste poche righe, nello stesso modo in cui le provo io ora.

Papà.

L’impatto economico di Facebook in Italia in un convegno al MiSE

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Qualche giorno fa è stato presentato un report di Deloitte UK sul tema Facebook e gli impatti economici su Italia, Europa e mondo.

Proprio su questo tema, sono stato invitato a partecipare giovedì 19 marzo, come relatore, al convegno “L’impatto economico di Facebook in Italia: nuove opportunità per la crescita delle PMI, del lavoro e dell’economia”.

Nel mio intervento illustrerò in che modo lo sviluppo dei social media e delle applicazioni mobile stia profondamente rivoluzionando la vita delle persone. Oggi, l’accesso alle informazioni e il loro utilizzo, la condivisione di interessi e attività personali, la socializzazione dei percorsi di acquisto e molte altre abitudini sono cambiate radicalmente, generando grandi sfide non solo per le grandi aziende, ma anche per le PMI.

Sulla base dei dati Deloitte che saranno presentati proprio il 19 marzo, l’impatto economico di Faceboook a livello globale è di 227 miliardi di dollari, di cui 6 miliardi in Italia, con un indotto complessivo per l’occupazione italiana di circa 70 mila unità.

Il digitale facilita e incoraggia lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, abbatte i confini linguistici e geopolitici, stimola i processi di innovazione e favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro, soprattutto tra i più giovani. I vantaggi sono numerosi, ma, per poter essere colti appieno, vanno ridefiniti due aspetti fondamentali del rapporto tra utenti e brand: il concetto di esperienza utente e i modelli organizzativi e di business dei vari player.

Il mobile sta contribuendo a delineare nuove relazioni tra persone, brand, servizi e oggetti, creando una dimensione sempre più connessa e sempre più estesa. La possibilità di utilizzare lo smartphone come strumento di interazione diretta con i brand, i servizi online e gli oggetti, genera opportunità di business uniche e irrinunciabili per i player.

La dinamicità di questa nuova era lancia una sfida virtuosa alle organizzazioni: rinnovare i processi operativi, alla luce dei nuovi trend e attraverso l’applicazione di nuovi modelli di business e tecnologie evolute, è una fase cruciale che apre alla possibilità di creare nuovo valore sul mercato.

Le organizzazioni si confrontano con un ambiente caratterizzato da costanti cambiamenti; questi influenzano la loro capacità di attuare processi operativi in grado di fare propri i nuovi trend attraverso la sperimentazione e l’applicazione di nuovi modelli di business e tecnologie capaci di offrire nuovo valore al mercato.

Allo stesso tempo, il digitale ridisegna all’interno delle aziende il ruolo di persone, mansioni e responsabilità. L’impatto del mobile è evidente fin nelle piccole cose: da coloro che hanno fatto proprio l’approccio BYOD (Bring Your Own Device) per bypassare i limiti interni di strumenti e infrastrutture, fino a chi prende su di sé la responsabilità di cambiare mentalità per adattarsi con maggiore rapidità ai cambiamenti portati dai vorticosi ritmi del digitale.

I dati che emergono nel report di Deloitte sono del resto molto evidenti: la maggior parte degli utenti di Facebook utilizzano regolarmente l’applicazione mobile. Facebook, di fatto, sta contribuendo ad abituare le persone ad essere connesse in mobilità, trasformando lo smartphone in uno strumento indispensabile di relazione e accesso.

Di conseguenza, la capacità delle aziende di essere presenti nel momento in cui le persone si attivano grazie al mobile è diventato un asset indispensabile per far crescere il business. Inoltre, la capacità di governare i processi di Digital Transformation, anticipando le evoluzioni del mercato e le necessità degli utenti in base ai loro comportamenti, farà la differenza.

Diventa in questo modo determinante analizzare e ripensare l’intera esperienza dell’utente, compresi tutti i punti di contatto con Brand e prodotti.

E’ sul mobile che si gioca la partita più importante per i brand: oggi è fondamentale non restare indietro, prendere posizione, attivarsi in modo proattivo ed affrontare il mercato in modo strutturato, affrontando i cambiamenti con flessibilità, velocità e adattabilità.

Parole al vento: startup, innovazione, digitale e bellezza #verybello

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A proposito di #VeryBello ne ho lette e ne sto leggendo di tutti i colori, e credo ci sarà ancora da leggere per i prossimi mesi: da analisi tecniche più o meno profonde, a prese per il culo varie più o meno utili, sia verso Franceschini, sia verso l’agenzia e le persone che ci hanno lavorato. Non entro nel merito dei tecnicismi del progetto che oggettivamente sono carenti e su cui è stato già detto tanto. Non trovo nemmeno corretto prendere di mira l’agenzia che ha lavorato perché, in fondo, ad oggi, si sa poco o nulla riguardo a tempi, budget e vincoli imposti. Tra l’altro lo trovo poco professionale sparare senza avere tutte le informazioni. Dopo tutto è fin troppo facile farsi belli sul fail degli altri.

Quello che trovo corretto invece è prendersela con il committente, il Ministro e chi per lui, perché il vero problema è appunto loro e la loro incapacità di capire cosa sia utile o meno, cosa deve esser fatto ed in quali tempi ed in che modo. E non è un tema di bandiera, partito o altro. Paolo Iabichino ha riassunto molti dei miei pensieri in modo perfetto qui.

Non c’è nulla da aggiungere alla sua riflessione, se non una sola cosa a cui tengo molto.

In un governo di un paese che dice di credere nelle startup, nell’innovazione e nel digitale, non cogliere un momento come questo e scegliere di investire su uno (o più di uno) dei tanti progetti che giorno dopo giorno stanno provando a costruire piattaforme che possano valorizzare quello che abbiamo di più bello in Italia, vuol dire non crederci realmente. Vuol dire utilizzare queste parole per alzare l’attenzione, per fare comunicazione e farsi belli solo a chiacchiere. Niente altro.

Ci sono progetti come Wami, Lookals e moltissimi altri ancora che non sto qui a citare, che, dell’arte, del food, del turismo, della bellezza italiana, ne fanno la loro principale attività, un investimento di risorse e tempo in cui credono ragazzi e neo imprenditori. E che non lo fanno per gioco. E non è nemmeno un passatempo. E’ qualcosa in cui credono realmente e che bisogna tenere in considerazione.

Ecco ed è proprio qui il punto: bisogna credere nella competenza e nella visione di chi sta investendo personalmente e che può portare, a supporto delle iniziative di questo tipo, talento, competenza, commitment ed esperienza in molti casi.

Questa poteva esser una delle tante occasioni per dare forma e tangibilità, reale, alle tante – troppe – parole che vengono dette e spese continuamente, solo per fare politica ed accaparrarsi qualche voto in più.

Mi auguro solo che la prossima volta che usciranno parole come #startup, #innovazione, #digitale e #bellezza dalla vostra bocca, vi vadano di traverso e vi facciano tossire a tal punto da farvi riflettere su quello che state dicendo.

L’innovazione si costruisce giorno dopo giorno, insieme, e non ripartendo ogni volta da zero. E di persone con le quali costruire in Italia ce ne sono molte. Moltissime.

Perchè Parigi è più lontano del Sole.

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Gli altri dormono. Io e mio figlio ci troviamo a parlare nel silenzio, con la luce soffusa. Molte sere quando io sono ancora al lavoro, lui chiacchiera con la mamma prima di addormentarsi. Altre volte con me.

Ci mettiamo nel letto e ci raccontiamo alcune cose, sussurrando, per non svegliare gli altri, prima di addormentarci. Cose serie, eh.

Papino ti voglio bene fino alla luna. Mi dice vicino all’orecchio.

E io fino al sole. Rispondo.

Allora io fino a Parigi. Mi dice, dopo averci pensato un attimo.

E perché, è più lontano del sole? Chiedo.

Si Papà, perché la luna ed il sole io li vedo, e Parigi invece non so nemmeno dove sia.

Perchè Parigi è più lontano del Sole. Dal suo punto di vista.

Risposta che farebbe invidia ai filosofi, penso. Ma ha vinto lui, perchè io non riesco a rispondergli, se non a sorridere.

Vuole avere ragione. Ed una via di uscita per averla riesce a trovarla. Sempre. E spesso riesce a mettermi in crisi. Lasciandomi senza parole, a riflettere sul suo mondo e sul modo di vedere la realtà. La sua.

La verità, è che oltre ad avermi insegnato l’importanza del tempo e alle mille volte che mi ha fatto pensare, con le sue risposte ingenue, ma piene di senso, riesce a farmi guardare le cose da una angolazione completamente diversa e spesso più semplice di quanto si possa pensare.

E’ una sera come tante altre sere. Ma ne vorrei all’infinito di momenti così.

Grazie Matti.

L’advertising che verrà: real time, profilato, attivo e a conversione immediata

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Facebook acquisisce Wit.ai, una startup già presente in Y Combinator, fondata 18 mesi fa, con l’obiettivo di trasformare il linguaggio parlato in azioni. In poche parole, il sistema acquisisce uno stream audio, lo converte in testo attraverso un sistema di voice-to-text, trasforma le informazioni della conversazione in dati strutturati ed espone la struttura analizzata tramite API per permettere a sviluppatori di terze parti di integrare nuove funzionalità e dati.

Esempio 1 : impostare la temperature del bagno

Riconoscimento della necessità manifestata dall’utente di impostare la temperature della camera da letto

Ho già letto alcuni articoli, interviste e pareri online e nella maggior parte dei casi il focus della discussione verte sull’importanza della semplificazione per aziende e developer, attraverso API appunto, della possibile integrazione del riconoscimento vocale in applicazioni di terze parti.

Anche dal mio punto vista questo aspetto è particolarmente rilevante, ma di piattaforme che stanno puntando al servizio di integrazione ne esistono altre ed in alcuni casi sono sicuramente più avanzate.

L’opportunità per Facebook potrebbe esser legata all’integrazione con Messenger: immaginate di essere in grado di parlare a mani libere attraverso Messenger,  veder trascritto il discorso in testo, e quindi inviare il messaggio con comando vocale. Fantastico no? Ma non c’è nulla di nuovo in questo.

Google e Apple infatti, come sapete, hanno entrambi i loro sistemi di comando vocale come Siri, ed è già possibile utilizzare il voice-to-text per trascrivere il parlato in testo all’interno delle applicazioni. In entrambe i casi i sistemi però sono progettati per gli esseri umani per permettere di dare ai dispositivi dei comandi vocali più o meno complessi. Facebook potrebbe invece concentrarsi nell’interpretazione del parlato per migliorare le chat tra persone integrando automaticamente emoticon, simboli o riferimenti/azioni.

Il fondatore di Wit.ai nel post in cui spiega l’acquisizione, dice:

Facebook’s mission is to connect everyone and build amazing experiences for the over 1.3 billion people on the platform – technology that understands natural language is a big part of that, and we think we can help.”

Ma il punto non è qui, ed il valore enorme di questa acquisizione è altrove. Mi spiego.

Facebook fino ad oggi non ha fatto acquisizioni  – solo – per generare una nuova esperienza: Facebook fa acquisizioni per fare business, il suo business, e farlo in modo sempre più preciso. Ed il business di Facebook è l’ADV.

L’ha fatto con Instagram aggiungendo allo stream fotografico adv e post sponsorizzati, potendo analizzare i dati di preferenze, i tag e la localizzazione degli utenti. Lo ha fatto con Whatsapp, analizzando le conversazioni private e poter fare retargeting adv su Facebook. Lo ha fatto con Glancee con la geolocalizzazione, oggi anche rilevata dall’applicazione in background per poter proporre nuove amicizie e possibili conoscenze.

Ora arriviamo al punto e partiamo con un esempio: immaginate che a seguito di uno status su FB, di un messaggio su Whatsapp o Messenger in cui l’utente manifesta l’intenzione, con amici taggati, di andare a cena e mangiare un hamburger, a San Francisco.

L’attuale ADV prevede già la possibilità di presentarvi un ADV profilato per le informazioni scritte dall’utente o presenti nel profilo. E anche fin qui nulla di nuovo.

Ma con la nuova acquisizione tutto diventerebbe più completo come segue:Esempio 3 - Prenotare un ristorante per 3 persone

E da un semplice status update, proprio grazie Wit.ai, si avrebbe il dato strutturato in questo modo:

  • Esigenza: andare a cena / prenotare
  • Persone: 3
  • Luogo: Barney’s Burger
  • Data: 27 aprile

Ora immaginate se, invece di apparire il solito ADV con foto e payoff più o meno generico, vi apparisse un adv con action diretta, i dati precompilati e possibilità di prenotazione immediata e conversione senza ulteriori click da parte dell’utente:

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Possiamo quindi pensare all’ADV come qualcosa non solo di rimando, ma di azione? Secondo me si. Più che mai perchè già Facebook sta testando i tasti con action dirette (book, view, rates..) all’interno delle fan page.

L’advertising del futuro realtime, profilato, attivo (e interattivo) e con la possibilità di conversione immediata (e fortemente misurabile).

E Facebook e Google sono molto avanti, e a mio avviso pronti, per poter realizzare uno sviluppo del genere.

2015: coraggio e sfrontatezza.

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2014. Un anno di crescita personale e professionale importante. Sicuramente un anno più silenzioso e maggiormente focalizzato rispetto ai precedenti anni: relazioni, tempo, obiettivi, progetti, connessioni, amicizie, pensieri. Tutto rivisto e tutto ancora in fase di cambiamento. Meno di tante cose, ma meglio di tutto il resto.

Ottimismo, visione positiva e voglia di continuare a condividere quello che imparo ogni giorno, sono le cose che ho mantenuto intatte, anche grazie allo stimolo e ai feedback delle persone di cui quest’anno sono stato circondato e con le quali sto costruendo tanto.

Non sto qui a fare buoni propositi perché tanto la velocità del contesto in cui viviamo ci porta a doverli rivedere costantemente. Negli ultimi anni per me è stato così. Alla fine però mi rendo conto di esser nella direzione che volevo, con le persone che speravo e stiamo facendo quello che ci piace fare veramente.

Mi auguro, e auguro a tutti, di avere l’energia continua e la voglia di definire sempre nuovi obiettivi da raggiungere e di non smettere di averne. Ci sono opportunità per tutti, dietro l’angolo. Ma bisogna decidere di girare quando necessario, con il giusto coraggio e la giusta sfrontatezza, senza fermarsi a pensare troppo.

Felice anno nuovo di cuore a tutti. Sarà un 2015 gajardo :))

‪#‎HappyNewYear‬

These AppyDays are yours and mine (oh Happy Days)

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Ci siamo quasi. l’AppyDays sta per iniziare.

L’emozione e la stanchezza, l’adrenalina e la preoccupazione dei preparativi dell’ultimo minuto si alternano velocemente. Mi sembra ieri che tutto è partito. Ora siamo alle ultime ore prima dell’inizio.

Giovedi 25 Settembre inizia tutto. Domenica 28 finisce. Saranno 4 giorni intensissimi. Workshop, panel, idee, progetti ed hackathon. Aperitivi e musica in piazza.

Tutto si svolgerà a Todi, una città che sembra sperduta nel cuore dell’Italia ma che contiene in se un clima, dei panorami e una qualità della vita eccezionale. In questi 4 giorni ospiterà l’AppyDays e sarà il palcoscenico di un forte confronto tra passato e futuro, storia di ieri e storia di oggi.

Sarà il primo evento in grado di avvicinare tutti, dai bambini agli adulti, dai professionisti alle aziende, alla rivoluzione digitale in atto, generata e spinta alla velocità della luce dalle tecnologie mobile. Avremo modo di raccontare come questa rivoluzione mobile stia modificando abitudini, processi cognitivi, modalità di ricerca di informazioni, processi di pagamento e tanto altro. Partiremo da quando ci svegliamo la mattina ed utilizziamo la sveglia sullo smartphone, passando dalla ricerca del ristorante, la lettura del giornale, l’educazione dei bambini, il fitness e lo sport, i social ed il dating, fino alla religione e tutte le tecnologie Wearable e IoT.

Ci saranno molti relatori, sviluppatori e aziende che racconteranno i loro progetti, i loro successi e le criticità che oggi il mobile, sta affrontando. Avremo modo di confrontarci sulle opportunità di business e sulle modalità per riuscire a far crescere un progetto oggi.

Non saranno solo successi, perchè il digitale non è solo questo: racconteremo anche dei fallimenti di alcuni progetti e di alcune iniziative che, nel marasma del digitale, non sono riuscite ad emergere.

Di argomenti da seguire ce ne sono, considerando che abbiamo superato i 100 relatori ed un gran numero di app presenti nei vari corner. Ci saranno le community Instagramers, programmatori e Indigeni Digitali con il Camp2014.

Io sarò presente in molti panel e workshop. In particolare mi troverete:

  • Inaugurazione Tody AppyDays: il perchè dell’evento ed il mercato delle app.
    Dove: Sala del Consiglio
    Quando: 25 settembre 2014 – 10.30 / 11.00
  • Wearable: quando la tecnologia si indossa
    Dove: Cinema Jacopone
    Quando: 25 settembre 2014 – 20.30 / 21.30
    Ruolo: moderatore
  • APPgrade: evangelizzazione e nuovi media digitali
    Dove: Sala del Consiglio
    Quando: 26 settembre 2014 – 16.00 / 17.00
    Ruolo: moderatore
  • Digital Fitness: Grazie ad App e Wearable Device, allenarsi non è mai stato cos’ Hitech (ed efficace)
    Dove: Sala Affrescata
    Quando: 28 settembre 2014 – 19.00 / 20.00
    Ruolo: relatore
  • Internet of Everything: l’esperienza dell’utente al centro di tutto
    Dove: Cinema Jacopone
    Quando: 26 settembre 2014 – 20.30 / 21.30
    Ruolo: moderatore
  • Nearable: più vicini che mai
    Dove: Sala delle ceramiche
    Quando: 27 settembre 2014 – 17.00 / 18.00
    Ruolo: moderatore
  • AppStars: storie di app italiane in store
    Dove: Sala del Consiglio
    Quando: 27 settembre 2014 – 20.30 / 21.30
    Ruolo: moderatore

Insomma, da fare ne avrò e avremo modo di incontrarci per le strade o le Piazze di Todi. Ci saranno tutti. Forse gli unici che mancheranno, saranno solo Ricky Cunningham e Arthur Fonzarelli, per adesso.

E se volete rimanere aggiornati in realtime e condividere la vostra esperienza l’hashtag #todyappydays . Se invece volete scaricarvi le app per iOS o Android dell’evento, potete farlo dal sito http://app.appydays.it

Il Festival delle App è ormai alla partenza e tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’organizzazione ed il lavoro dei miei ragazzi, in particolare Andrea e della società SediciEventi.

Io ci ho messo cuore, testa e faccia in qualità di direttore tecnico: mi auguro che l’evento sia all’altezza delle vostre aspettative ed in grado di lasciarvi qualcosa di positivo da portarvi a casa e al lavoro.

Enjoy! Ci vediamo a Todi.

Apple, iPhone 6 e l’NFC: Se l’educazione del mercato la fanno gli altri

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Ieri è stato presentato, durante il keynote APPLE, il nuovo iPhone 6 con tecnologia NFC. Anche se per molti questo dettaglio è passato in sordina ed in tanti si son concentrati sul design, sulla dimensione, sul prezzo, ed altri dettagli estetico-religiosi, io ritengo che la vera novità (e non parlo di innovazione), che segnerà un nuovo ulteriore cambiamento nel mercato delle APP, dei pagamenti e della progettazione di nuove esperienze di interazione, è proprio qui: la presenza NFC e l’Apple Pay.

Questo può realmente esser l’inizio ed il motivo di una nuova fase di progettazione di nuovi servizi.

In un vecchio post del 2010 dal titolo “NFC: l’ingresso di Apple può fare la differenza” avevo scritto ed ipotizzato, al tempo dell’uscita dell’iPhone5, l’ingresso di Apple nel mondo del contactless. Ovviamente in quella versione di dispositivo l’integrazione non avvenne e sbagliai di fatto la previsione.

Rileggendo a posteriori le mie riflessioni penso di aver centrato quasi tutto (e solo il tempo mi dirà se veramente avevo ragione o meno) e sbagliato solo una cosa: il timing della previsione sull’uscita di NFC.

Nel 2011, prima Juniper Research, poi Gartner avevano decretato, con una serie di report ed analisi, il flop dell’NFC nel medio breve termine ed avevano evidenziato come il ciclo dell’hype sul tema NFC, dopo l’uscita anche di dispositivi Samsung e altri, fosse in totale discesa.

Nel 2013 in effetti, sempre da un report Gartner, emergeva che l’NFC era stato utilizzato in poco meno del 2% del totale delle transazioni. Le nuove previsioni rimandavano al 2015/2017 l’esplosione dei pagamenti contactless.

I motivi di tale “flop”, confermati anche da clienti e banche con le quali mi son trovato a lavorare, e che avevo in parte evidenziato anche nel mio precedente post, erano i seguenti:

  1. Il consumatore doveva esser in possesso di uno dispositivo NFC-enabled, ma la diffusione dei dispositivi era in quel momento molto bassa;
  2. Il punto vendita doveva esser fornito di un terminale NFC, ma se pensiamo ad esempio quanto ci è voluto solo per la sostituzione dei pos da banda magnetica a chip, potete immaginare da soli l’impatto e la criticità della nuova sostituzione;
  3. Il rivenditore doveva esser in possesso di un sistema di back-end in grado per elaborare la transazione e / o abbonarsi a qualcun altro servizio, per esempio un fornitore di servizi finanziari.
  4. Il processo di interazione, sopratutto in una prima fase educativa dell’utente, deve esser più semplice possibile più che mai se si vuole modificare una abitudine dell’utente. La verità è che i sistemi di pagamento nuovi non son stati riprogettati per una nuova interazione ed una nuova esperienza.
  5. Il costo della transazione, al fine di stimolare l’utilizzo da parte dell’utente, dovrebbe essere ragionevolmente migliore sia per il consumatore che per il rivenditore;
  6. Il servizio deve integrare completamente nel processo l’esperienza di pagamento così da evitare fasi morte o possibilità che l’utente scelga un altra modalità per se stesso “più semplice”. Pensate al pagamento del caffè al Bar: che bisogno c’è di dover fare la fila alla cassa se potrei effettuare la transazione al momento della consegna del caffè?
  7. Il consumatore doveva essere presente sul posto per utilizzare lo smartphone (ma qualsiasi acquisto da mobile invece prevedeva una transazione a distanza via SMS, Web mobile o app). Doveva quindi esser colmata una carenza culturale in termini di interazione e nuova modalità di pagamento.

Apple aveva ragione nella gestione del time to market, per l’ennesima volta. Partire per primi non sempre è la cosa migliore, soprattutto in mercati in cui c’è da cambiare completamente la cultura, le infrastrutture, i processi di interazione e spingere all’adozione di un nuovo dispositivo.

In fondo per Apple inserire un pezzettino di ferro con tecnologia NFC dentro i propri dispositivi, poteva mai esser un problema di produzione? A mio avviso, assolutamente no.

C’è da imparare, sicuramente, da tutto questo: Apple non fa educazione del mercato. Apple aspetta che la facciano gli altri, aspetta che una esigenza inizi a diffondersi, che una tecnologia raggiunga un livello di quasi maturità. Poi, quando il mercato è pronto, Apple arriva e lo prende. Come ha sempre fatto. Sembrerà arrogante come approccio, ma è come se facesse “giocare” gli altri con la tecnologia per poi arrivare, migliorare l’esperienza ed entrare su un mercato di massa.

Ed i casi di questo tipo non sono pochi:

  • Napster + Mp3 + Walkman > iPod e Itunes
  • iPod + Telefonini > iPhone
  • Tablet + Sim dati > iPad
  • Cloud + APP > MacStore
  • QrCode + SmartPhone > Passbook
  • Proximity + BLE > iBeacon
  • Wearable > iWatch, Beats 

Ma anche iHealth, iHome, CarPlay su cui si sta già muovendo. E potrei continuare.

L’educazione del mercato, soprattutto per chi si occupa di innovazione, è la parte più onerosa.

Fare educazione significa investire per far conoscere, per far utilizzare e per portare quella innovazione ad ogni utente. Fare educazione costa dal punto di vista della tecnologia: una tecnologia non di massa ha prezzi meno accessibili. Fare educazione costa dal punto di vista della progettazione: immaginate l’interazione, l’ergonomia ed il design da dover far evolvere in funzione dell’utente, della sua cultura e dei nuovi processi. Fare educazione costa dal punto di vista della comunicazione: far conoscere il proprio prodotto vuol dire investire molto.

Se l’educazione del mercato la fanno gli altri, l’opportunità più grande è nel saper migliorare l’esperienza utente e portare il prodotto alla massa, investendo capitali per arrivare a tutti quelli che già sanno di cosa si parla e riuscire ad attivare sugli altri un esigenza indotta.

E per Apple questo passaggio è più semplice: ha un ecosistema hardware-software proprietario e una potenza economica enorme.

In questo nuovo prodotto c’è molto di più di quello che sembra.

C’è un nuovo potenziale composto di mattoncini già messi sotto al naso dell’utente da tempo e altri mattoncini nuovi che vogliono modificare il mondo dei pagamenti: riconoscimento di impronta digitale + Apple Pay + NFC.

Ora siamo alla fine del 2014, ed il 2015 anno del boom NFC, come da previsione anche di analisti, è dietro l’angolo. Ed Apple è arrivata giusto in tempo, non entrando in punta di piedi.

Instagram lancia Hyperlapse: quando il brand diventa un ecosistema di APP Mobile

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Instagram ha lanciato poche ore fa Hyperlapse, una applicazione mobile in grado di catturare video in time-lapse e stabilizzare i movimenti del video. Il lancio l’ha fatto con un’app separata dall’app principale di Instagram, senza intaccare l’applicazione principale.

Come è già successo per Facebook con Messenger (e altre), per Google con Gmail, Now (e altre), Zinga con molte applicazioni, Foursquare con Swarm, ora ci troviamo di nuovo di fronte ad una scelta che sembra esser diventata un “trend” tra i big delle app e dei social: lanciare un’app (Instagram lo ha fatto appunto Hyperlapse) nuova con funzioni specifiche. Se inizialmente rilasciare app verticali e con brand diversi (vedi il caso di 4SQ) poteva sembrare una eccessiva frammentazione (criticata da molti in molte circostanze), ad oggi, a mio avviso, questo tipo di scelta, come ho scritto più volte online, sta diventando per i brand una opportunità non indifferente: lo stesso brand, crea applicazioni con funzionalità ed esperienza (design, ergonomia,..) molto verticale.

Creare un’ecosistema di APP (una costellazione di app come scritto anche qui da Fred Wilson) con funzioni specifiche, linkate tra loro e con la stessa autenticazione permette di creare nicchie di utenti specializzati e molto attaccati all’applicazione.

Io vedo più vantaggi che svantaggi in questa scelta.

Svantaggi? A parte la manutenzione di più app (che nel caso di big come loro credo sia un happy problem), o la sensazione che gli utenti possano trovare frammenta l’esperienza, non ne vedo altri svantaggi.

Vantaggi? Molti, provo a sintetizzarli.

  • Sperimentazione: un po’ come avviene nel modello lean startup si punta a creare un MVP, e seguendo il mantra del “Build, measure, learn“, se questo modello realizzato non va, si chiude. Senza impatti sul brand o sul prodotto principale. Questo approccio prevede non solo successi ovviamente, ma anche tanti fallimenti: pensate a Facebook e le app che hanno avuto una cattiva sorte come Paper, Camera, Mentions, Slingshot o Home. 
  • User experience: ogni progetto ha i suoi processi, le sue interazioni e le sue funzionalità specifiche. Una esperienza utente studiata ad hoc permette, con grande probabilità, di avere una maggior conversione ed una maggiore esperienza utente.
  • Utenza verticale: avere applicazioni con funzionalità specifiche permette di avere utenza molto competente ed esperta, maggiormente fedele e con maggior stickiness. Un’utenza specializzata si trasforma “facilmente” in una opportunità di revenue.
  • Posizionamento in store : avere app differenti permette di esser presenti in store con nomi, immagini e keywords specifiche (e magari in categorie diverse). A livello di ASO e SEO diventa sicuramente un vantaggio in termini di posizione e visibilità ;
  • Occupazione di spazio “utente”: vista la crescita del numero di app installate e presenti sul dispositivo dell’utente (ed soprattutto consideriamo anche il numero limitato di app che l’utente utilizza), vista l’importanza della posizione nella home del device ( di particolari folder organizzati dall’utente) e del numero di app visualizzabili in una unica schermata, avere più app vuol dire poter presidiare a livello di brand (e di utilizzo) lo spazio dell’utente;
  • Modelli di revenue specifici: ogni funzione specifica può avere diversi modelli di revenue. Inserire più modelli di revenue nella stessa applicazione rischia di infastidire l’utente “Ma come, ti ho dato già soldi per questo filtro, questa funzione ect ect, devo dartene altri per questa nuova?“. Il processo di acquisto in app potrebbe esser molto specifico e puntuale per ogni applicazione: immaginate di proporre l’acquisto di un filtro particolare (durante la composizione della foto) o di portare l’utente ad acquistare un altro servizio alla fine della pubblicazione di un video di certo tipo in una particolare sezione ;
  • Architettura: ogni applicazione ha le sue criticita architetturali e le sue esigenze: progettare una archittettura unica che possa sostenere tutto rischia di diventare eccessivamente costosa, poco manutenibile e poco scalabile. Avere invece una struttura dedicata permette di poter scalare, modificare e rivedere la logica con meno impatto e performance migliori.
  • Manutenzione: anche se sembra apparentemente un contro, avere più app permette di avere una manutenibilità delle applicazioni più snella, rapida, e fatta da team più specializzati.

Vi starete domandando se questa tendenza sia applicabile a tutti, vero? Personalmente non credo: la forza di questa azione è anche nel brand che può spostare fin da subito tanti utenti da una applicazione ad una applicazione specifica. Facebook, Google e pochi altri possono permetterselo.