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Quando i “cervelli in fuga” arrivano dalla Silicon Valley in Italia.

Capita che un pomeriggio di Luglio mentre sei lì che invii email, incontri le startup e fai qualche riunione, arriva un ragazzo che vuole informazioni per stabilirsi a lavorare nel tuo spazio di coworking. Istintivamente appena lo vedo gli dico “Ciao e benvenuto!”, come succede con la maggior parte dei nuovi arrivati. Lui risponde “Hi!”. Capisci ovviamente che non è italiano ed inizio a scambiarci due chiacchiere. Parla 4 lingue tra cui anche l’Italiano, abbastanza bene.

Viene da San Francisco, ha studiato in una delle più note università americane, è advisor di alcuni progetti, scrive per una testata hitech molto nota, si ritiene un innovatore e starà due anni in Italia. Alla domanda “Cosa ci fai qui?” risponde brillantemente:

Mi sono preso due anni sabbatici, voglio pensare al mio futuro e nel frattempo voglio fare startup in Italia perché penso sia il miglior posto al mondo dove poterlo fare. Se penso a SF, la mia città, ha 150 di storia, ma se guardo all’Italia, ai suoi 2000 anni di storia, invenzioni ed arte non posso non trovare un luogo migliore di ispirazione. Avete dato vita alla Dolcevita, poi alla moda e al Design. Qui potete fare un nuovo Risorgimento Digitale e forse sta arrivando il momento. L’Italia ha clima, cibo, storia, arte, vita mondana, l’Italian Style e molto da valorizzare, e poi –  secondo lui – è più o meno grande quanto la California: cambia poco, ha delle città bellissime che possono connettere anche più persone ed il talento non manca. Ma non solo: siete stati tra i più grandi innovatori in molti campi nella storia, forse vi state dimenticando solo di saperlo fare.

La chiacchierata prosegue fino alla sua esperienza fatta in questo periodo in Italia e mi racconta il suo punto di vista sulle difficoltà di uno startupper americano che vuole aprire una società qui da noi: l’ambasciata non da un supporto così specifico, non ci sono uffici in grado di rispondere con documentazione in inglese, non è facile trovare commercialisti o notai che parlino in inglese e conoscano le dinamiche legate a visti e società estere. E per interfacciarsi con la maggior parte degli sportelli degli uffici, i ragazzi sono costretti a ricorrere a traduzioni da inglese a italiano e da italiano a inglese.

…mi immagino solo cosa possa succedere al significato di un documento del Comune tradotto da Google Translate (!).

La cosa più bella di questa chiacchierata? L’entusiasmo con il quale mi fa capire che, proprio per questi problemi riscontrati, dal suo punto di vista c’è spazio per fare tante cose qui, e mi spiega che lui ed altri ragazzi americani vogliono creare un punto informazione e supporto per americani in Italia: un servizio di sostegno e semplificazione per lo sviluppo di startup americane che vogliono venire in Italia ed avviare il loro business qui, supportandoli in tutto dall’avvocato, al notaio, al commercialista, alla casa, ai permessi.

Parlare e confrarsi con lui è divertente e affascinante e nelle sue parole sento un messaggio positivo in cui credo molto anch’io e che fondamentalmente è sintetizzabile in tre parole: fare, opportunità e ottimismo. Mi domando perché se ci credono gli altri, non possiamo farlo noi per primi. L’Italia ha delle caratteristiche che la rendono unica al mondo: è possibile non riuscire a valorizzarle e renderle il punto di partenza per attrarre talenti e persone che possano portare valore e contaminazioni nuove?

L’idea che l’Italia abbia dimenticato che sa fare innovazione mi manda in fibrillazione tanto quanto il pessimismo cosmico e l’indifferenza verso il cambiamento e più che mai mi suona come una nota stonata nella testa quando è ribadita da chi ci guarda fuori. Ho intenzione di supportare  l’iniziativa che questi ragazzi vogliono portare avanti, anche grazie alla rete di ID, alla mia rete personale e far in modo che un giorno, se proprio di fuga di cervelli ci troveremo a parlare, lo faremo pensando a quelli che vanno via da altri paese per venire in Italia.