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La consapevolezza del mio 2020

Qualche giorno fa leggevo post su LinkedIn e Twitter nei quali si rifletteva sul termine da associare a questo 2020: ho letto una miriade parole, da “paura” all’ovvio “covid”, da “distanza” a “digitale”, da “empatia” a “opportunità” passando per tante altre.

Personalmente questo anno assurdo è stato segnato, oltre che dalla pandemia come per tutti, da una miriade di eventi non pianificati e di impatto, da personali, familiari e professionali e tanti altri vari che – in una condizione di pseudo normalità – sarebbero stati trascurabili o quasi irrilevanti. Eppure in un anno così, questa sequenza di piccoli grandi “intoppi” nel percorso hanno messo sotto stress pazienza, autostima, voglia di fare e hanno fagocitato energia, fisica e mentale. Malgrado tutto, guardando indietro, sarà il mio innato ottimismo, è stato un anno di importante sotto tanti punti di vista, nemmeno troppo da dimenticare.

Alla fine del 2019 avevo scritto su facebook di voler trascorrere più tempo con la mia famiglia. Certo, non immaginavo una cosa così radicale come successo, ma ho visto crescere la mia famiglia praticamente ogni giorno senza perdere momenti che negli ultimi anni avevo trascurato, dalla sveglia del mattino fino alla sera prima di addormentarci. Abbiamo fatto squadra, affrontato tante piccole complessità condividendo insieme le difficoltà che la pandemia ha portato ad ognuno di noi, in modo differente, dal lavoro alla scuola, dallo sport al divertimento, agli amici da frequentare.

Ho capito che i bambini nella loro fragilità hanno una innata capacità di affrontare i problemi da cui dovremmo prendere spunto più spesso: Mattia mi ha dimostrato di esser un piccolo grande supereroe, in grado di riprendersi dopo un incidente incredibile, vissuto in un contesto surreale. E poi Chiara, che è stata un supporto emotivo ed uno stimolo per tutti a sorridere sempre.

Ho avuto la conferma che 15 anni fa, quando sono stato scelto dalla persona a cui ho promesso eterna fedeltà, non potevo esser più fortunato e non avrei potuto fare scelta migliore: in un anno così complesso poter aver avuto sempre un confronto sincero mi ha permesso di prendere le decisioni in modo più lucido. Certo, festeggiare 15 anni in ospedale non è stato il massimo, ma sicuramente “nella gioia e nel dolore” doveva pur prendere un senso, no?

La salute è una cosa a cui dobbiamo fare più attenzione, non solo la nostra personale o dei nostri cari, ma anche e soprattutto degli altri, perché spesso sottovalutiamo piccole attenzioni che coinvolgono chi è più debole. C’è un enorme gap in questo da colmare a livello sociale, infrastrutturale e culturale. È stato un anno nero per molti e io mi ritengo fortunato perché i miei cari, quelli più stretti, stanno bene e in un contesto così, credo che sia una cosa di io debba esser felice e che non posso non apprezzare.

La distanza che abbiamo vissuto non è stata bella, anzi. Ho avuto però modo di apprezzarla perché mi ha fatto capire l’importanza della relazione vera tra le persone, il valore dell’empatia e la necessità di esser molto più attenti alle parole, ai gesti semplici come un abbraccio ed un bacio, ad una vera stretta di mano e l’attenzione costante ai dettagli e alle emozioni che determinano il valore stesso della relazione nel momento della distanza. Ho capito anche che nella distanza chi era vicino per opportunismo si perde più velocemente, ciao.

In questa pandemia ho visto prendere forma a concetti e dinamiche di mercato di cui parlavo da anni e che sembravano lontani fino a un po’ di mesi fa. Il covid li ha accelerati e ci siamo trovati catapultati a mio avviso di almeno 3/5 anni avanti. Ho capito che c’è bisogno sempre più di riuscire a guardare le cose da angolazione differenti se vogliamo interpretare come cambia il contesto e cosa possiamo progettare di nuovo e quest’anno di spunti di questo tipo ne abbiamo avuti molti.

Mi sono reso conto ancora di più quanto ami il mio lavoro ed il team con cui ogni giorno condivido il percorso, perché abbiamo toccato con mano quanto possano esser positivi e di impatto alcuni progetti per alcune aziende con le quali abbiamo trasformato la crisi in opportunità, ripresa e crescita. Quest’anno dopo 9 anni ho ceduto il ruolo da CEO a Mirko per condurre IQUII in questo contesto al meglio e potermi occupare del cambiamento che stiamo affrontando, sopratutto verso l’estero. Insieme a Mirko in questo anno ci siamo assunti più rischi e decisioni apparentemente fuori dagli schemi ed in controtendenza e che ci hanno portato dove volevamo arrivare: ci siamo contornati di persone valide, con una crescita ulteriore del team, delle competenze e dei progetti, ma soprattutto una serie di operazioni che vedranno la luce nell’anno nuovo.

Ho letto 18 libri nell’anno, e ne ho scritti 2, e sono tornato a raccontarmi di più: mi sono reso conto che sentivo il bisogno di approfondire di nuovo più temi, condividere idee, spunti e visioni e allo stesso tempo volevo confrontarmi di più, dopo gli ultimi anni passati a fare quello che avevamo in mente a livello aziendale e personale.

Mi sono chiesto anche quali fossero i miei limiti. Ho capito che se se voglio di più devo solo definire l’obiettivo: seppur con oltre 6 mesi di non allenamento ed uno stop, mi sono imposto di recuperare oltre 1200km di corsa nel secondo semestre dell’anno e rimettermi in forma. Sono arrivato ben oltre, ho superato 300km nel solo mese di Dicembre, e ho capito che non sono ancora al limite e posso ancora alzare l’asticella personale e per questo deciso di sfidarmi ulteriormente per l’anno prossimo in un percorso sportivo ancora più grande.

Il 2020 è stata una scossa da tanti punti di vista: ho capito che puoi pianificare tutto, nel dettaglio, pensare di poter governare gli eventi, ma non sarà sufficiente se non sei flessibile, cedevole ma mai arrendevole. Robustezza più che efficienza è stata la chiave dell’anno.

Ben venga un anno nuovo dopo questo vissuto così intensamente, senza l’aspettativa che allo scoccare della mezzanotte tutto cambi: bisogna esser consapevoli che il Covid non andrà via nell’immediato e soprattutto che questa pandemia lascerà dei segni e dei cambiamenti che rimarranno e con i quali impareremo a convivere e che dovremo affrontare ancora.

Mi è stato regalato un biglietto di auguri in questi giorni con su scritta una frase di Madre Teresa di Calcutta: “Le cicatrici sono il segno che è stata dura. Il sorriso è il segno che ce l’hai fatta.I segni di questo anno li porterò dentro di me, e li sentirò sulla pelle come un tatuaggio. Noi il sorriso lo abbiamo e continueremo ad averlo anche nell’anno che sta per iniziare perché tirando le somme e se dovessi sintetizzare in una parola, quest’anno alla fine per me è stato, nel bene e nel male, un anno di consapevolezza, di momenti di felicità e di crescita personale.

In fondo dietro alla paura che ci ha trasmesso quest’anno c’è un valore differente di felicità da apprezzare.

E allora buona felicità a tutti.

Intervallo Lungo: dopo l’app e la web TV, nasce il libro in formato cartaceo

Intervallo Lungo nasce in un periodo storico particolare, incastrato in una realtà che tutti noi, sia a livello personale, sia a livello professionale, non avevamo mai vissuto. Ho avvertito l’esigenza immediata di confrontarmi con professionisti che stavano vivendo come me questa dinamica, ma volevo che questo confronto potesse avere un riflesso sulle persone, su chi portava con sé tante domande per le quali trovare una risposta, un punto di vista o, quantomeno, una ipotetica soluzione.

 

La pandemia ha fatto emergere tanti problemi che, attraverso una lenta e progressiva trasformazione della società, stiamo ancora subendo e per i quali stiamo ancora cercando delle risposte, e sulle quali forse dovremo ancora spendere ancora del tempo.

 

Attraverso 57 incontri, in 60 giorni, è nato il format dalla metafora dell’intervallo di una partita di basket. Ma mi sbagliavo. Non siamo nel secondo tempo. Quell’intervallo, come mi ha fatto notare allora più di un intervistato, era solo un timeout e oggi, ognuno dei temi affrontati, è più che attuale. Siamo di nuovo qui tutti a farci le stesse domande. Magari non siamo stati colti di sorpresa, ma abbiamo ancora bisogno di confrontarci.

 

Così, dopo aver sperimentato le piattaforme di streaming video e varie tecniche di regia, la costruzione del sito per l’aggregazione dei contenuti ed il canale YouTube, anche per Intervallo Lungo si è avviata una trasformazione, adattandosi a più linguaggi. È diventato un’applicazione mobile per una navigabilità più intuitiva e più facile da fruire anche in mobilità. Poi, seguendo la linea evolutiva dei linguaggi e del web, ne è nato un Podcast, un’App e un prodotto distribuito per l’Apple TV, per rendere i contenuti fruibili realmente in ogni formato possibile. Contemporaneamente Intervallo Lungo si è concretizzato in un prodotto editoriale, in eBook prima e in formato cartaceo subito dopo, che oggi viene lanciato nel marketplace di Amazon. 

 

La sfida aperta è riprendere i temi, con gli stessi interlocutori e riavvolgere il percorso per sviluppare altri confronti. La voglia è quella di confrontarmi anche con chi in questo periodo in prima persona ha affrontato la riprogettazione e affrontato questo cambiamento. 

 

Questo è stato, è e sarà Intervallo Lungo, un’interazione continua sulla nuova normalità: “Un tempo lungo: imparare dal passato, riflettere sul presente e disegnare il futuro”

 

Intervallo Lungo nella rete

 

Sito Internet

Gli intervalli su YouTube

Android App

App iOs e Apple TV

Il Podcast

eBook

Il Libro

Sport MarTech: Marketing e Technology al servizio dello Sport e nuove professioni

Negli ultimi anni abbiamo vissuto un’accelerazione tecnologica imponente che ha trasformato completamente il nostro modo di produrre e fruire dei contenuti, le modalità di utilizzo delle piattaforme ma soprattutto le dinamiche relazionali tra utenti e brand.

Mentre prima era un lento avvicinamento verso una nuova prospettiva di evoluzione, non solo dell’ecosistema sociale tecnologico ma dell’essere umano in quanto tale, improvvisamente qualcosa è cambiato. Fuor di dubbio al centro di tutto c’è stato un veloce adattamento della socialità degli individui alla comparsa dei Social Media che hanno consentito loro di interagire in maniera diversa, adattare i linguaggi e velocemente scivolare in un futuro che è divenuto il nostro presente. Ora questa trasformazione radicale ha, via via, coinvolto tutti i settori per finire con l’investire, con la sua onda lunga, anche lo sport.

Qualche anno fa avevo iniziato a parlare – prima che diventasse “mainstream” – di Sport 4.0 ossia quel cambiamento derivante dall’unione del marketing 4.0 secondo Kotler e dell’industria 4.0, a supporto dei nuovi modelli di business dell’industria dello Sport. La derivata immediatamente successiva al concetto di Sport 4.0 è stata quella della Sport Digital Transformation (spoiler: a breve uscirà un mio libro!).

A distanza di qualche anno, parliamo in maniera un po’ più disinvolta di trasformazione digitale nello sport, ma tutt’oggi siamo ancora indietro ed è ancora non del tutto semplice coinvolgere i club e le federazioni in un processo di integrazione del digital marketing con processi IT orientati a definire una progettualità integrata e organica. La primaria difficoltà, ancora riscontrabile, è quella legata al sopraggiungere di ecosistemi tecnologici nuovi che sviluppano costantemente la necessità di nuove figure e nuove competenze adatte a interpretare tendenze, comprendere le modalità di utilizzo e monetizzazione e gestire quindi la trasformazione, divenuta un percorso indispensabile per tutto il mondo sportivo.

Le nuove professioni del marketing sportivo

Alla mia visione, sempre orientata a mettere in evidenza quanta tecnologia e innovazione potesse essere applicata al mondo dello sport, è stato dato un riscontro scaturito dall’evolversi di nuove figure che già oggi si stanno integrando e facendo spazio in particolare nel mondo dello sport marketing. Parliamo di profili “innovativi” come quello dell’Head of Innovation o del Revenue Manager. Ambedue orientati a studiare strade che ruotino attorno al marketing tradizionale e digitale per perseguire l’innovazione il primo e la ricerca di nuove opportunità di revenue il secondo.

La verità è che spesso, per formazione e per esperienza, queste due figure sono scollegate dalla parte tecnologica, viaggiano su visioni che sono puramente economiche e creative, senza tener conto dell’elemento tecnologico, progettuale e strutturale degli ecosistemi sui quali si basa tutto il processo. Il vero connettore della nuova realtà nel mondo sportivo oggi è il Marketing Technologist, un esperto in grado di mettere insieme sia la capacità di interpretare il mercato dello sport, per esperienza e skills acquisite, sia la profonda conoscenza dei meccanismi degli strumenti che gli consente di avere una visione globale delle possibilità di empowerment che la tecnologia può destinare al marketing.

Vi dirò di più: per come si è evoluto il marketing oggi, sempre più inglobato nella tecnologia (e viceversa), anzi a tratti dominato da essa, il vero cambiamento nello sport c’è stato grazie proprio all’evoluzione della parte marketing dello sport che è MarTech. Non esistono più altre strade da percorrere senza la mancata esigenza di avvalersi di sistemi software che consentano di “energizzare” e attualizzare i processi di marketing. Non si tratta di adds on. Il Marketing Technology è un equilibrio che si è necessariamente creato tra la tecnologia e il marketing al fine di generare valore, lì dove le teorie puramente economiche hanno lasciato spazio allo studio e all’approfondimento degli ecosistemi software che potevano realizzare questo nuovo obiettivo.

 

Con il termine MarTech Manager o Chief MarTech Officer è individuabile una competenza tecnica associata all’innovazione con una visione globale di quello che è il mercato di riferimento. Lo sport, differente da tutti gli altri mercati, ha la necessità di avere in sé figure in grado non solo di gestire community e creare strategie di comunicazione ma anche e soprattutto capire i sistemi, valorizzare i dati e studiare percorsi di empowerment del dato stesso al fine di generare revenue.

 

Non tutto lo sport business si convertirà in maniera allineata comprendendo l’importanza della nuova evoluzione del marketing che genererà dei cambiamenti radicali: ci sarà chi affiancherà il MarTech alle operatività convenzionali, chi lo integrerà costruendo tutte le direttive strategiche in funzione del marketing tecnologico, chi verrà completamente assorbito costruendo percorsi pensati solo in MarTech mode e chi verrà completamente dominato dalla nuova accezione del termine, lasciandosi guidare nell’operatività creativa dalla Technology Marketing Innovation.

Il marketing è cambiato radicalmente. Non esiste marketing senza tecnologia e per lo sport è arrivato il momento di guardare al MarTech come la soluzione per sviluppare un processo definito, strutturato e meno frammentato rispetto alle attuali progettualità.

Sport MarTech è marketing e tecnologia in ambito sportivo, oggi. La tecnologia non è mai stata così vicina allo sport.

Due mesi di Intervallo Lungo: un confronto per affrontare la nuova normalità con maggiore consapevolezza

Siamo arrivati alla conclusione di una lunga avventura. O forse no. Quando ho immaginato il format #IntervalloLungo eravamo appena entrati in una fase della vita globale del nostro Paese, nuova per tutti, che ha spinto ciascuno di noi a rideterminare tanti aspetti delle nostre vite. 

Ho ragionato a lungo su come interpretare una modalità di racconto del momento che stavamo vivendo e ho provato a rispondere, a chi direttamente me lo chiedeva, condividendo solo il mio punto di vista. Poi ho pensato che non fosse sufficiente e dalla metafora legata alla pallacanestro, è nato uno spunto differente: i primi di marzo avevamo finito di giocare il “primo tempo” e ci siamo ritrovati fermi, nella locker room durante l’intervallo, per poter studiare nuovi schemi prima di tornare in campo. Così è nato IntervalloLungo.

Per dare corpo alla metafora ho voluto nello spogliatoio con me tanti atleti diversi, una squadra lunghissima: 57 top players con caratteristiche ed esperienze uniche, ciascuno con una sua spiccata attitudine, ognuno di loro in grado di dare un contributo a questa squadra in procinto di affrontare la seconda parte di una gara molto complessa, ma non impossibile.

Ci siamo ritrovati, giorno dopo giorno, ad affrontare temi sociali, psicologici, tecnologici, ed economici, passando dal marketing alla comunicazione, dalla sfera personale a quella professionale, con un pensiero al passato ma lo sguardo orientato al futuro e a questa nuova normalità che ora si sta delineando davanti ai nostri occhi.

Ho imparato tanto dai confronti, così come ho avuto la possibilità di approfondire punti di vista e delineare schemi sulle dinamiche utili per rientrare in gioco ed affrontare la partita contro una crisi sociale ed economica importante, mai vissuta prima. Qualcuno di loro mi ha suggerito che forse allora non eravamo ancora nell’intervallo ma in un time-out del primo tempo. Forse per certi aspetti è stato così, almeno nella prima fase, quella più complessa.

Ma, superato un primo momento di smarrimento, questo percorso è stato anche un grande stimolo perché, come si impara tanto dalle difficoltà in campo, così ho avuto la consapevolezza che il momento, la crisi, la frustrazione e a volte la paura dell’uomo, ha generato una grande forza creativa che ha spinto le persone e le aziende a prepararsi con soluzioni a tratti sbalorditive.

Intervallo Lungo è stato l’appuntamento del mattino del lockdown. Gli “atleti” entrati nello spogliatoio per il momento idi confronto, sono arrivati dall’Italia e da altre parti del mondo, collegati in remoto: professionisti incredibili, donne e uomini dalle caratteristiche diverse ma accomunati dalla stessa visione proattiva, positiva e costruttiva verso il futuro.

E’ stata un’esperienza incredibilmente formativa, costruttiva, piacevole e piena di momenti di approfondimento, in grado di stimolare idee e progettualità per affrontare il mercato, e le varie industrie coinvolte, dallo sport, al retail al finance. E non solo.

L’avventura prosegue e non finisce qui. Intervallo Lungo non aprirà più le mie giornate nei prossimi giorni e quelle della mia squadra (almeno per un po’), giusto il tempo di capire come re-interpetare anche il format stesso. Ma in due mesi questo stesso format è già cresciuto, evolvendo in altri strumenti utili a tutti: un’app dedicata per rivedere gli interventi, un progetto di libro per percorrere i pensieri e un podcast per immaginare a occhi chiusi la nuova normalità.

Un ringraziamento va a tutti quelli che hanno partecipato, contribuito, commentato e dato spunti di discussione e di riflessione per far crescere questo format e hanno impiegato, anche solo una parte del loro tempo, con tutti noi.

 

Tutti i video dei protagonisti di Intervallo Lungo:

  • Paolo Iabichino || Iabicus
  • Domenico Romano || Marketing Manager AWLab
  • Stefano Quintarelli || Member of the AI High Level Expert Group at European Commission
  • Andrea Arrigo Panato || Dottore Commercialista
  • Massimiliano Montefusco || General Manager RDS
  • Roberta Milano || Travel and Tourism Digital Strategist
  • Umberto Gandini || Presidente Legabasket Serie A
  • Giorgio Tacchia || CEO Chili TV
  • Davide Dattoli || CEO Talent Garden
  • Andrea Pezzi || Chairman Myntelligence
  • Massimo Caputi || Giornalista Sportivo
  • Luca Carbonelli || Caffè Carbonelli
  • Paola Bonomo || Non Executive Director, Advisor, Investor
  • Mirko Lalli || Travel Appeal
  • Claudio Berretti || General Manager Tamburi Investment
  • Jacopo Romei || Independent Strategy Consultant
  • Marco Trombetti || Entrepreneur and Investor Translated & PI Campus
  • Mauro Porcini || SVP & Chief Design Officer ai PepsiCo
  • Fabrizio Perrone || President & founder Buzzoole
  • Ernesto Paolillo || Co-fondatore Financial Fair Play
  • Simone Cicero || Co-founder at Boundaryless Platform Design Toolkit
  • Luigi De Laurentiis || Filmauro – SSC Bari
  • Massimo Chiriatti || CTO Blockchain & Digital Currencies at IBM – University Programs Leader
  • Giuliano Giorgetti || Head of Digital Content FIFA
  • Elena Lavezzi || Head of Southern Europe at Revolut
  • Francesco Bottigliero || CEO Brunello Cucinelli
  • Barbara Cominelli || COO Marketing and Operations Director Microsoft Italy
  • Serena Torielli || CEO VirtualB
  • Filippo Berto || CEO Berto Salotti
  • Osvaldo Danzi || FiorDiRisorse
  • Diego Nepi || Direttore Marketing CONI
  • Enrico Mercadante || Lead for Specialist Team Southern Europe and Innovation for Italy at Cisco
  • Chiara Russo || CEO Codemotion
  • Barbara Labate || CEO Restore
  • Davide D’Atri || CEO Soundreef
  • Andrea Abodi || Presidente Credito Sportivo
  • Isabella Falautano || Chief Communication & Stakeholder Engagement Officer Illimity
  • Barbara D’Acierno || Head of customr value management PostePay
  • Marco De Carli || CEO DINN!
  • Massimo Canducci || Chief Innovation Officer Engineering
  • Giacomo Moiso || Co-founder & CEO at Fluentify LTD
  • Stefano Fratepietro || CEO Tesla Consulting
  • Leandro Agrò || IxD/UX expert, IoT pioneer
  • Mario Valentini || Partner Pirola Pennuto Zei & Associati
  • Federico Smanio || CEO WYLab
  • Alessandro Rimassa || Future of Work – Digital Transformation Expert
  • Laura Donnini || Senior Executive, Harper Collins Italia
  • Paolo Cisaria || CEO Mkers
  • Valerio Giacobbi || Senior Executive, Cortina 2021
  • Francesco Calvo || Chief Operating Officer, AS Roma
  • Elena David || Presidente AICEO
  • Patrizia Ravaioli || Senior Advisor Key2people
  • Antonio Grasso || CEO DBI
  • Matteo Sarzana || General Manager Italy at Deliveroo
  • Simone De Rita || DG World Food Programme (WFP) Italia
  • Stefano Calderano || CEO Axepta BNP Paribas
  • Roberto Monzani || Head of Content and Media platform
© HRISTO RUSEV / NURPHOTO - Cigno nero

L’alibi del Virus

La parte peggiore del momento Covid-19 sembra esser passata. Sembra.

Che sia stato un momento complesso non c’è dubbio e che lo possa esser ancora anche.

Nessuno o in pochi, pochissimi, avevano intuito si trattasse di una pandemia dagli effetti e dalla magnitudo del genere, una magnitudo che avrebbe bloccato tutto. Non c’è dubbio che questa situazione abbia impatto su imprese, mercati e persone, e forse ci saranno impatti che vedremo a breve, impatti che avranno a che fare con ridimensionamenti se non chiusure.

C’è chi ha pensato fin da subito che tutto questo potesse esser la causa del fallimento della propria azienda. Seppure non si sapesse ancora dove saremmo andati a finire (e forse tutt’ora non lo sappiamo).

Il virus è quindi (o può esser) la causa del fallimento di alcune aziende?

Non sono del tutto d’accordo su questo pensiero e questa domanda, anzi. Non c’è dubbio che ci siano aziende ed industrie che non possono fare nulla, vedi turismo, o anche professioni ed altre tipologie di attività coinvolte direttamente e chi si sono viste interrompere le proprie relazioni magari per il tema proprio del distanziamento sociale. Non c’è dubbio che ci siano aziende o ambiti che non hanno sufficienti supporti economici per recuperare e gestire la crisi. È complesso, e non c’è dubbio. E non c’è dubbio anche che ci sia una parte del mercato infimo, scorretto ed inadeguato che probabilmente, nascondendosi dietro la scusa della crisi, metterà in difficoltà altre aziende, scaricando le sue inefficienze, le cattive gestioni ed i suoi rischi sugli altri, mettendo appunto in ginocchio altre aziende con mancati pagamenti e altre scelte fatte solo per scaricare responsabilità.

Ma non c’è dubbio comunque che anche in questo caso non è il virus la causa diretta del fallimento.

E non lo sarà.

Non lo sarà per le aziende che hanno guardato un po’ più lontano. Lo sarà invece per le altre, per quelle che non lo hanno fatto e che non hanno gestito processi di creatività, innovazione, differenziazione e sviluppato un ecosistema in grado di bilanciare il rischio e garantire la sopravvivenza di fronte a casi eventualmente eccezionali.

E saranno alcuni fattori in particolare ad uccidere le aziende.

Sarà la mancanza di capacità di adattamento di un modello obsoleto e rigido, portato avanti alla stregua, che porterà le aziende a non riuscire a far fronte al cambiamento repentino che andrà affrontato.

Saranno la mancanza di visione, l’arroganza e la saccenza che non permetteranno alle aziende di comprendere per tempo la nuova normalità, le nuove abitudini e le nuove esigenze, tanto da rimanere arroccate su modelli non più adeguati.

Saranno la paura e la staticità dei processi creativi e di immaginazione e l’attesa che qualcosa cambi, che non permetteranno di affrontare la complessità e la dinamicità del mercato, generando un gap ed una arretratezza tale da far rimanere indietro le aziende, fino a non avere più il tempo di recuperare il ritardo.

Sarà l’abbandono di coloro che lasceranno solo l’imprenditore nel momento del bisogno che quando poteva non ha costruito un rapporto di fiducia e non ha pensato di costruire un legame, ben oltre il rapporto meramente economico e basato sul ribasso costante del valore.

Ecco. Il virus, probabilmente, è un alibi.

Non sarà lui ad uccidere l’azienda: probabilmente quell’azienda, che non ha gestito con lungimiranza la capacità di adattamento, era già malata o non del tutto sostenibile, prima che lui arrivasse. Questo virus sta solo mostrando le debolezze e accelerando un processo di selezione naturale.

Facciamo in modo che il Virus non sia un alibi.

Mettiamoci al lavoro. Entriamo nell’ottica di non fermarci al primo cambiamento. Affrontiamo questo contesto e questa complessità, comprensibile, senza nasconderci dietro un dito, dietro le scuse o gli alibi, comprendendo che ogni crisi può nascondere opportunità, se non anche solo quella di accelerare un cambiamento laddove non avevamo pensato di farlo.

Photo by: © HRISTO RUSEV / NURPHOTO – Cigno nero

Data Is The New Oil: anche per Adidas con Runtastic

2015. Runtastic GmbH, applicazione per il fitness ed il running con 70 milioni di utenti viene acquisita da adidas, per 239 milioni di dollari. Per molti una follia, per tanti altri una operazione di brand e avvicinamento alla più grande community di fitness.

Per me, che ne parlo nelle lezioni in università e master dal momento dell’acquisizione, una operazione mirata principalmente ai dati. Si, ai dati: luoghi, percorsi, abitudini, prodotti indossati, mood, relazioni ed interessi sportivi.

Dati in grado di trasformare i processi di R&D, lo studio di nuove opportunità di mercato e rivoluzionare, attraverso i dati, la progettazione, il design stesso e perché no i materiali.

Oggi Runtastic ha oltre 170 milioni di utenti e Adidas, dopo aver lasciato inalterata la piattaforma per un periodo – così da non rompere la fiducia della community – e aver poi successivamente accostato il proprio brand alla piattaforma, esce allo scoperto con un primo prodotto ufficialmente DrivenByData: una scarpa con intersuola stampata sui dati di migliaia di atleti.

Il futuro delle aziende è nella capacità di creare, aggregare e acquisire dati ed utilizzarli per modellare processi, metodologie, prodotti e servizi e rendere se stesse sempre più veloci, competitive ed adattative.

DataIsTheNewOil

Progettare un cambiamento non è adeguare (solo) quello che ho oggi

Entriamo nell’ottica, rapidamente, che ripensare a domani , a quella che chiamiamo nuova normalità, non vuol dire pensare soluzioni che partono da processi pregressi, e vincolati a vecchi modelli business.

Ripensare, vuol dire mettere in discussione, completamente, tutto. Compreso il modello di business, la sostenibilità ed i processi.

Se costruisco pareti in plexiglass lasciando le distanze tra gli ombrelloni intatte, solo per speculare sul numero di ombrelloni per metro quadrato, senza ipotizzare di partire da quanto più semplice (ossia distanziare gli ombrelloni), sto sbagliando l’approccio.

Il risultato non potrà esser che fallimentare e creeremo dei mostri. Proprio come quel modello che sta circolando relativamente alle pareti per gli stabilimenti. Terrificante.

Entriamo nell’ottica che ripensare a domani non vuol dire pensare soluzioni che partano da processi pregressi, e vincolati a vecchi modelli business. le dinamiche sociali e dare alla tecnologia e alla progettazione una connotazione più umana.

Il cambiamento non si risolverà solo con la tecnologia o con soluzioni fisiche.

Il cambiamento si affronta con la creatività, con la tecnologia, con l’innovazione con la scienza e con un sano approccio all’esperienza delle persone e ai loro bisogni.

Facebook, la video conference di Messenger ed i dati

In un post su Facebook circa un oretta fa Mark Zuckerberg annuncia il lancio di un client nativo di Messenger per video conference, per MacOs e Windows, con questo post:

“We’re all looking for more ways to be together even while we’re physically apart. So today we’re launching native Messenger apps for MacOS and Windows. Group video calls and messages on our apps have surged — Messenger use on desktop has more than doubled in the last month. These new native apps will make the experience a lot better. I hope you enjoy!”

 

 

Brava Facebook che costantemente aiuta le persone a stare insieme. Una missione fantastica.

Pensavo, ironicamente, a quanto è utile in effetti avere un altro client per la video conference in un momento in cui sul mio Mac ci sono installati solo Zoom, Whatsapp, Facetime, Webex, Whereby, Trueconf, Highfive, Houseparty, Skype e mille altri.

No?

Due considerazioni, però serie:

    1. Fino a qualche giorno fa Facebook riceveva informazioni da Zoom “sotto banco”
    2. Dopo la notizia circolata a livello mondiale, Zoom ha fixato l’app non passando più dati a Facebook.

 

Quindi, come mai uscire con così tanta velocità con un annuncio ed un app non ancora in store? Ma non è che tanto tanto a Facebook servono ulteriori dati in un momento in cui le persone stanno passando tempo su altre piattaforme?

In effetti, l’accesso al tempo e ai dati delle persone da parte di Facebook, e da sempre il modello su su cui si basa tutto il business.

 

Dati e video, vi starete chiedendo, che legame hanno?

 

E beh, si e qualche idea ce l’ho, e ve la condivido, prima ancora di leggere i termini di servizio (che leggerò non appena sarà live):

    • Le persone con cui verranno effettuate le video-chiamate influenzeranno ancora di più quello che lo stream propone?
    • Link e informazioni eventualmente passate in chat saranno usate per raffinare ADV?
    • Sarà utilizzato video / image recognition per taggare, oltre i volti, anche l’ambiente in cui viviamo, compresi libri, oggetti, ambiente, e via dicendo come già avviene quando pubblichiamo una foto?
    • Sarà utilizzato il riconoscimento dell’audio per raffinare la proposizione dell’algoritmo?

 

 

Così, leggendo il post entusiasmante di Facebook, mi son solo posto un paio di domande e mi son venuti giusto un paio di dubbi, come successo al tempo della lettera aperta all’algoritmo.

L’empatia, la solidarietà e l’emozione al tempo del Virus

C’è una pandemia in corso che sta bloccando il mondo da quella che sembrava la normalità. C’è un quarantena che ci tiene lontani fisicamente dalle persone a cui vogliamo bene. C’è un momento di stop forzato per molte aziende che sta generando danni incalcolabili e forse per alcuni irrecuperabili. C’è una crisi strutturale che sta mettendo sotto la lente di ingrandimento il modo in cui abbiamo progettato i servizi pubblici e gestito tanti investimenti. C’è una pressione psicologica che comincia a farsi sentire e che rende tutto molto più difficile.

È tutto complesso, sicuramente, ma c’è – anche – un lato positivo da guardare.

Siamo noi, gli Italiani che reagiscono, che nei momenti peggiori, quando c’è di tirare fuori il lato migliore del nostro DNA, lo sappiamo fare, meglio di chiunque altro. E allora vedi che la vicinanza, la solidarietà, il genio creativo, le competenze distribuite si mettono insieme contro quello che oggi è un nemico comune e cominciano ad accadere cose.

All’appello per la costruzione di una task force di 300 medici volontari ne rispondono più di 1500. All’appello per 500 infermieri volontari, ne hanno risposto circa 8000. E poi  un medico e 2 ingegneri bresciani trasformano le maschere da sub in respiratori e ne distribuiscono il modello open per permettere a tutti di contribuire. Alcune aziende rivedono il proprio processo produttivo e cominciano a produrre altro: Armani e Calzedonia producono camici monouso, la Ferrari avvia la produzione dei respiratori, Bulgari e Ramazzotti imbottigliano disinfettante, Gucci, Prada, Lamborghini mettono rapidamente su fabbricazione di mascherine, la Beretta ingegnerizza e costruisce le valvole per le maschere modificate. Ma non solo. Una marea di aziende, professionisti ed imprenditori dedicano parte della loro forza lavoro a progettare e sviluppare software, progetti di comunicazione a supporto della collettività, dalle app per il Covid, a tante risposte alla call di Agid per l’innovazione tecnologica alla lotta al Coronavirus. Dagli imprenditopri che dedicano il tempo alle scuole, alle imprese, alle associazioni e alle persone per comprendere cosa succederà dopo. Senza dimenticare la rete di donazioni attivata da brand, aziende e privati che continua a crescere.

Io non so voi, ma di fronte a tanta complessità, questa empatia, questa solidarietà, questa capacità di mettersi in gioco e affrontare qualcosa di più grande, mi emoziona e mi fa pensare che dopo questo momento, ci sarà un effetto elastico per far ripartire un nuovo risorgimento italiano.

 

Il Covid-19, la crisi e l’effetto elastico in ripartenza per l’Italia

Ho letto (e lo penso anche io) che per colpa del Covid-19 l’Italia, e non solo, farà un balzo di anni indietro, economicamente parlando.

Ho letto (e lo penso anche io) che grazie al Covid-19 l’Italia stia facendo un balzo in avanti di 10 anni culturalmente parlando, rispetto soprattutto all’adozione del digitale, e non solo.

Che ci saranno problemi di medio-breve periodo non c’è dubbio, e gli effetti non saranno banali.

Ma non ho letto nessuna ipotesi sul fatto che questa contrazione da una parte e maggiore consapevolezza dall’altra possa generare invece un effetto elastico che ci permetterà ripartire con più sprint e di colmare un gap enorme con maggiore velocità.

Guardare ad un lato positivo del problema da gestire, è utopico?

#IntervalloLungo. 10 min di spunti per affrontare la Nuova Normalità dopo il Covid-19

C’è una cosa che in molti non stanno capendo ed è la dimensione del problema che stiamo affrontando. Non solo noi, in Italia, ma in tutto il mondo.

Non si tratta solo di un tema di impatto economico, di una crisi finanziaria mai vista e gestita prima d’ora, di modelli che verranno messi in discussione completamente o di un nemico che non è facilmente visibile e contro il quale schierarsi o meno, prendendo una posizione. Il problema, di dimensioni enormi, è quella Nuova Normalità alla quale dovremmo abituarci, e che modellerà completamente comunicazione, abitudini, stili di vita, dinamiche sociali e comportamentali, oltre, non ultima, le relazioni umane. Questa pausa forzata ci deve permettere di riflettere su quanto abbiamo fatto, guardare le cose da un punto di vista diverso e immaginare e reinterpretare quello che verrà.

Nasce così #IntervalloLungo, un format di confronto che vuole condividere spunti per il futuro, analizzare, elaborare e indicare possibili direzioni per affrontare le perdite che molte industrie stanno affrontando, bilanciare le strategie, rivedere alcuni modelli ed interpretare la Nuova Normalità che ci indirizziamo a vivere.

L’idea nata dalla metafora sportiva dell’intervallo che separa le due parti di una partita di pallacanestro vuole affrontare il tema di come ripensare i modelli di business, i modelli comportamentali, e le nuove opportunità, analizzando metaforicamente il primo tempo appena vissuto, l’impatto dell’epidemia e gli effetti della “pausa forzata”, e gettare uno sguardo alle dinamiche che verranno.

L’intervallo lungo dura 10 minuti: è il momento in cui le squadre di basket vanno nello spogliatoio. Divide la partita in due parti, frazioni di gioco diverse l’una dall’altra, esattamente come sta succedendo ora: stiamo vivendo il nostro Intervallo Lungo, una pausa che può aiutarci a riflettere e analizzare un primo tempo appena passato sia a costruire la strategia e gli schemi di gioco per la seconda parte che dovremo affrontare.

Nel Basket l’Intervallo Lungo è un tempo sacro, inviolabile, dal quale nascono soluzioni ed entusiasmo per vincere. Giocatori e coach si riuniscono nello spogliatoio e cercano insieme di apprendere dagli errori commessi, per volgere a loro favore il resto della partita.

Io sarò il “coach”, ed avrò l’onore e la fortuna di avere un roaster di rilievo: potrò confrontarmi con degli “atleti”, i professionisti di diverse industrie, i primi in campo chiamati ad attuare il cambiamento e a contribuire con le loro idee e innovazioni alla comprensione della Nuova Normalità.

#IntervalloLungo

Nel roaster ci saranno top player di diverse industrie, dello sport istituzionale, della comunicazione, ma anche del retail, del finance, dell’entertainment ed altri settori.

Le date ed i nomi definitivi verranno pubblicati a breve su www.intervallolungo.com ma posso già anticiparvi Paolo Iabichino, Massimiliano Montefusco, Stefano Quintarelli, Domenico Romano, Umberto Gandini, Luca Carbonelli e molti altri amici.

Il primo intervallo, in diretta da facebook, e visibile dal sito, sarà live mercoledì 25 marzo alle 10 e il primo ospite sarà Paolo Iabichino aka Iabicus, comunicatore, creativo, pubblicitario, scrittore e genio del nostro tempo.

Ne parlerò sui miei canali social:

La nuova normalità: tornare all’essenziale

Stiamo vivendo immersi in uno scenario che nessuno poteva aspettarsi di vivere in modo così repentino, un’emergenza sanitaria senza precedenti che sta mettendo tutti a durissima prova. L’obbligo di chiusura totale delle attività aperte al pubblico, il dover rimanere relegati in casa ed il limitare l’uscita con sole poche casistiche mette tutti in una condizione mai provata prima.

Per fermare il virus che ha colpito tutti, in tutti i sensi, sarà necessario modificare radicalmente quasi quello che fino ad oggi abbiamo fatto di normale: il modo di lavorare, il modo in cui ci alleniamo, come facciamo acquisti, la gestione delle relazioni, la cura della nostra salute, la formazione e l’educazione dei nostri ragazzi, e le modalità con cui continueremo a prenderci cura dei nostri familiari.

La pandemia globale da COVID-19 che stiamo affrontando e che coinvolge tutto e tutti, dalle nostre famiglie alle nostre aziende, ai nostri ragazzi, dal mercato all’economia globale, in meno di quanto possiamo immaginare modificherà le attitudini dell’essere umano e delle imprese e darà il via, senza dubbio, ad un cambiamento radicale.

Una “nuova normalità” alla quale dovremmo abituarci e che dovremo interpretare.

Il distanziamento sociale che stiamo vivendo è qui per rimanere, per molto più di qualche settimana. Dobbiamo entrare nell’ordine delle idee che rovescerà il nostro modo di vivere, in qualche modo, per sempre.

Vogliamo tutti che le cose tornino alla normalità rapidamente. Ma ciò che la maggior parte di noi probabilmente non ha ancora realizzato – e lo farà presto – è che le cose non torneranno alla normalità dopo alcune settimane o anche pochi mesi. Alcune cose, probabilmente, non lo faranno mai.

Scherzando ho definito questo momento “il meteorite” a cui tutti inneggiamo quando vorremmo che succedesse qualcosa di così catastrofico da cambiare tutto. Ecco, il “meteorite” questa volta non è visibile, ma c’è stato e, volenti o nolenti, ha impattato su tutto.

Dovremo capire come ripensare – sicuramente nel breve termine – la comunicazione, rivedere alcune abitudini, determinati stili di vita, e alcune dinamiche sociali e comportamentali, oltre, non ultimo, dovremo comprendere bene l’impatto sulle relazioni umane. Tutto da interpretare, probabilmente, in una logica meno capitalistico-speculativa, meno basata sull’impulso, ma più sostenibile, più centrata sul bisogno di base della persona. Il superfluo, per un po’ di tempo, potrebbe avere meno peso nella quotidianità.

Una nuova essenzialità andrà progettata.

La consapevolezza delle persone e sulla logo percezione cambierà, e le esigenze ed i bisogni torneranno alla base:

  • più attenzione ai bisogni primari e sociali quali quelli fiosiologici, sicurezza e appartenenza
  • maggiore sensibilità alla spesa e agli investimenti superficiali verso investimenti sostanziali ed essenziali
  • ricerca di socialità ma con una maggiore attenzione alle dinamiche di interazione
  • ritorno ad un maggior equilibrio fisico digitale, in cui il fisico è la base fondante dell’esperienza ed il digitale l’abilitatore e facilitatore della fruizione

Per fronteggiare questo cambiamento sarà necessario riprendere in mano tematiche forse troppo superficialmente abbandonate o sfiorate prima di questo momento, in particolare:

  • una maggior accelerazione dei percorsi formativi e lo sviluppo di competenze più verticali e meno approssimative
  • una maggiore responsabilità sociale, da parte di tutti ed un maggior senso di collettività
  • una più veloce modalità di sviluppo delle tematiche di digitalizzazione, sia infrastrutturali che culturali
  • una più forte umanizzazione dei servizi, delle relazioni, delle politiche sociali

La Nuova Normalità non sarà solo un modo di dire, ma dovrà diventare un pensiero comune, quanto prima.

L’innovazione è semplicità.

Spesso cerchiamo l’innovazione in qualche nuova tendenza o tecnologia . Ma innovare non vuol dire solo introdurre qualcosa di tecnologico: innovazione è la capacità di cambiare l’esperienza utente, migliorandola, in modo semplice, creando un processo senza frizioni e capace di rendere l’interazione semplice, fruibile e memorabile.