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Due mesi di Intervallo Lungo: un confronto per affrontare la nuova normalità con maggiore consapevolezza

Siamo arrivati alla conclusione di una lunga avventura. O forse no. Quando ho immaginato il format #IntervalloLungo eravamo appena entrati in una fase della vita globale del nostro Paese, nuova per tutti, che ha spinto ciascuno di noi a rideterminare tanti aspetti delle nostre vite. 

Ho ragionato a lungo su come interpretare una modalità di racconto del momento che stavamo vivendo e ho provato a rispondere, a chi direttamente me lo chiedeva, condividendo solo il mio punto di vista. Poi ho pensato che non fosse sufficiente e dalla metafora legata alla pallacanestro, è nato uno spunto differente: i primi di marzo avevamo finito di giocare il “primo tempo” e ci siamo ritrovati fermi, nella locker room durante l’intervallo, per poter studiare nuovi schemi prima di tornare in campo. Così è nato IntervalloLungo.

Per dare corpo alla metafora ho voluto nello spogliatoio con me tanti atleti diversi, una squadra lunghissima: 57 top players con caratteristiche ed esperienze uniche, ciascuno con una sua spiccata attitudine, ognuno di loro in grado di dare un contributo a questa squadra in procinto di affrontare la seconda parte di una gara molto complessa, ma non impossibile.

Ci siamo ritrovati, giorno dopo giorno, ad affrontare temi sociali, psicologici, tecnologici, ed economici, passando dal marketing alla comunicazione, dalla sfera personale a quella professionale, con un pensiero al passato ma lo sguardo orientato al futuro e a questa nuova normalità che ora si sta delineando davanti ai nostri occhi.

Ho imparato tanto dai confronti, così come ho avuto la possibilità di approfondire punti di vista e delineare schemi sulle dinamiche utili per rientrare in gioco ed affrontare la partita contro una crisi sociale ed economica importante, mai vissuta prima. Qualcuno di loro mi ha suggerito che forse allora non eravamo ancora nell’intervallo ma in un time-out del primo tempo. Forse per certi aspetti è stato così, almeno nella prima fase, quella più complessa.

Ma, superato un primo momento di smarrimento, questo percorso è stato anche un grande stimolo perché, come si impara tanto dalle difficoltà in campo, così ho avuto la consapevolezza che il momento, la crisi, la frustrazione e a volte la paura dell’uomo, ha generato una grande forza creativa che ha spinto le persone e le aziende a prepararsi con soluzioni a tratti sbalorditive.

Intervallo Lungo è stato l’appuntamento del mattino del lockdown. Gli “atleti” entrati nello spogliatoio per il momento idi confronto, sono arrivati dall’Italia e da altre parti del mondo, collegati in remoto: professionisti incredibili, donne e uomini dalle caratteristiche diverse ma accomunati dalla stessa visione proattiva, positiva e costruttiva verso il futuro.

E’ stata un’esperienza incredibilmente formativa, costruttiva, piacevole e piena di momenti di approfondimento, in grado di stimolare idee e progettualità per affrontare il mercato, e le varie industrie coinvolte, dallo sport, al retail al finance. E non solo.

L’avventura prosegue e non finisce qui. Intervallo Lungo non aprirà più le mie giornate nei prossimi giorni e quelle della mia squadra (almeno per un po’), giusto il tempo di capire come re-interpetare anche il format stesso. Ma in due mesi questo stesso format è già cresciuto, evolvendo in altri strumenti utili a tutti: un’app dedicata per rivedere gli interventi, un progetto di libro per percorrere i pensieri e un podcast per immaginare a occhi chiusi la nuova normalità.

Un ringraziamento va a tutti quelli che hanno partecipato, contribuito, commentato e dato spunti di discussione e di riflessione per far crescere questo format e hanno impiegato, anche solo una parte del loro tempo, con tutti noi.

 

Tutti i video dei protagonisti di Intervallo Lungo:

  • Paolo Iabichino || Iabicus
  • Domenico Romano || Marketing Manager AWLab
  • Stefano Quintarelli || Member of the AI High Level Expert Group at European Commission
  • Andrea Arrigo Panato || Dottore Commercialista
  • Massimiliano Montefusco || General Manager RDS
  • Roberta Milano || Travel and Tourism Digital Strategist
  • Umberto Gandini || Presidente Legabasket Serie A
  • Giorgio Tacchia || CEO Chili TV
  • Davide Dattoli || CEO Talent Garden
  • Andrea Pezzi || Chairman Myntelligence
  • Massimo Caputi || Giornalista Sportivo
  • Luca Carbonelli || Caffè Carbonelli
  • Paola Bonomo || Non Executive Director, Advisor, Investor
  • Mirko Lalli || Travel Appeal
  • Claudio Berretti || General Manager Tamburi Investment
  • Jacopo Romei || Independent Strategy Consultant
  • Marco Trombetti || Entrepreneur and Investor Translated & PI Campus
  • Mauro Porcini || SVP & Chief Design Officer ai PepsiCo
  • Fabrizio Perrone || President & founder Buzzoole
  • Ernesto Paolillo || Co-fondatore Financial Fair Play
  • Simone Cicero || Co-founder at Boundaryless Platform Design Toolkit
  • Luigi De Laurentiis || Filmauro – SSC Bari
  • Massimo Chiriatti || CTO Blockchain & Digital Currencies at IBM – University Programs Leader
  • Giuliano Giorgetti || Head of Digital Content FIFA
  • Elena Lavezzi || Head of Southern Europe at Revolut
  • Francesco Bottigliero || CEO Brunello Cucinelli
  • Barbara Cominelli || COO Marketing and Operations Director Microsoft Italy
  • Serena Torielli || CEO VirtualB
  • Filippo Berto || CEO Berto Salotti
  • Osvaldo Danzi || FiorDiRisorse
  • Diego Nepi || Direttore Marketing CONI
  • Enrico Mercadante || Lead for Specialist Team Southern Europe and Innovation for Italy at Cisco
  • Chiara Russo || CEO Codemotion
  • Barbara Labate || CEO Restore
  • Davide D’Atri || CEO Soundreef
  • Andrea Abodi || Presidente Credito Sportivo
  • Isabella Falautano || Chief Communication & Stakeholder Engagement Officer Illimity
  • Barbara D’Acierno || Head of customr value management PostePay
  • Marco De Carli || CEO DINN!
  • Massimo Canducci || Chief Innovation Officer Engineering
  • Giacomo Moiso || Co-founder & CEO at Fluentify LTD
  • Stefano Fratepietro || CEO Tesla Consulting
  • Leandro Agrò || IxD/UX expert, IoT pioneer
  • Mario Valentini || Partner Pirola Pennuto Zei & Associati
  • Federico Smanio || CEO WYLab
  • Alessandro Rimassa || Future of Work – Digital Transformation Expert
  • Laura Donnini || Senior Executive, Harper Collins Italia
  • Paolo Cisaria || CEO Mkers
  • Valerio Giacobbi || Senior Executive, Cortina 2021
  • Francesco Calvo || Chief Operating Officer, AS Roma
  • Elena David || Presidente AICEO
  • Patrizia Ravaioli || Senior Advisor Key2people
  • Antonio Grasso || CEO DBI
  • Matteo Sarzana || General Manager Italy at Deliveroo
  • Simone De Rita || DG World Food Programme (WFP) Italia
  • Stefano Calderano || CEO Axepta BNP Paribas
  • Roberto Monzani || Head of Content and Media platform
© HRISTO RUSEV / NURPHOTO - Cigno nero

L’alibi del Virus

La parte peggiore del momento Covid-19 sembra esser passata. Sembra.

Che sia stato un momento complesso non c’è dubbio e che lo possa esser ancora anche.

Nessuno o in pochi, pochissimi, avevano intuito si trattasse di una pandemia dagli effetti e dalla magnitudo del genere, una magnitudo che avrebbe bloccato tutto. Non c’è dubbio che questa situazione abbia impatto su imprese, mercati e persone, e forse ci saranno impatti che vedremo a breve, impatti che avranno a che fare con ridimensionamenti se non chiusure.

C’è chi ha pensato fin da subito che tutto questo potesse esser la causa del fallimento della propria azienda. Seppure non si sapesse ancora dove saremmo andati a finire (e forse tutt’ora non lo sappiamo).

Il virus è quindi (o può esser) la causa del fallimento di alcune aziende?

Non sono del tutto d’accordo su questo pensiero e questa domanda, anzi. Non c’è dubbio che ci siano aziende ed industrie che non possono fare nulla, vedi turismo, o anche professioni ed altre tipologie di attività coinvolte direttamente e chi si sono viste interrompere le proprie relazioni magari per il tema proprio del distanziamento sociale. Non c’è dubbio che ci siano aziende o ambiti che non hanno sufficienti supporti economici per recuperare e gestire la crisi. È complesso, e non c’è dubbio. E non c’è dubbio anche che ci sia una parte del mercato infimo, scorretto ed inadeguato che probabilmente, nascondendosi dietro la scusa della crisi, metterà in difficoltà altre aziende, scaricando le sue inefficienze, le cattive gestioni ed i suoi rischi sugli altri, mettendo appunto in ginocchio altre aziende con mancati pagamenti e altre scelte fatte solo per scaricare responsabilità.

Ma non c’è dubbio comunque che anche in questo caso non è il virus la causa diretta del fallimento.

E non lo sarà.

Non lo sarà per le aziende che hanno guardato un po’ più lontano. Lo sarà invece per le altre, per quelle che non lo hanno fatto e che non hanno gestito processi di creatività, innovazione, differenziazione e sviluppato un ecosistema in grado di bilanciare il rischio e garantire la sopravvivenza di fronte a casi eventualmente eccezionali.

E saranno alcuni fattori in particolare ad uccidere le aziende.

Sarà la mancanza di capacità di adattamento di un modello obsoleto e rigido, portato avanti alla stregua, che porterà le aziende a non riuscire a far fronte al cambiamento repentino che andrà affrontato.

Saranno la mancanza di visione, l’arroganza e la saccenza che non permetteranno alle aziende di comprendere per tempo la nuova normalità, le nuove abitudini e le nuove esigenze, tanto da rimanere arroccate su modelli non più adeguati.

Saranno la paura e la staticità dei processi creativi e di immaginazione e l’attesa che qualcosa cambi, che non permetteranno di affrontare la complessità e la dinamicità del mercato, generando un gap ed una arretratezza tale da far rimanere indietro le aziende, fino a non avere più il tempo di recuperare il ritardo.

Sarà l’abbandono di coloro che lasceranno solo l’imprenditore nel momento del bisogno che quando poteva non ha costruito un rapporto di fiducia e non ha pensato di costruire un legame, ben oltre il rapporto meramente economico e basato sul ribasso costante del valore.

Ecco. Il virus, probabilmente, è un alibi.

Non sarà lui ad uccidere l’azienda: probabilmente quell’azienda, che non ha gestito con lungimiranza la capacità di adattamento, era già malata o non del tutto sostenibile, prima che lui arrivasse. Questo virus sta solo mostrando le debolezze e accelerando un processo di selezione naturale.

Facciamo in modo che il Virus non sia un alibi.

Mettiamoci al lavoro. Entriamo nell’ottica di non fermarci al primo cambiamento. Affrontiamo questo contesto e questa complessità, comprensibile, senza nasconderci dietro un dito, dietro le scuse o gli alibi, comprendendo che ogni crisi può nascondere opportunità, se non anche solo quella di accelerare un cambiamento laddove non avevamo pensato di farlo.

Photo by: © HRISTO RUSEV / NURPHOTO – Cigno nero

Data Is The New Oil: anche per Adidas con Runtastic

2015. Runtastic GmbH, applicazione per il fitness ed il running con 70 milioni di utenti viene acquisita da adidas, per 239 milioni di dollari. Per molti una follia, per tanti altri una operazione di brand e avvicinamento alla più grande community di fitness.

Per me, che ne parlo nelle lezioni in università e master dal momento dell’acquisizione, una operazione mirata principalmente ai dati. Si, ai dati: luoghi, percorsi, abitudini, prodotti indossati, mood, relazioni ed interessi sportivi.

Dati in grado di trasformare i processi di R&D, lo studio di nuove opportunità di mercato e rivoluzionare, attraverso i dati, la progettazione, il design stesso e perché no i materiali.

Oggi Runtastic ha oltre 170 milioni di utenti e Adidas, dopo aver lasciato inalterata la piattaforma per un periodo – così da non rompere la fiducia della community – e aver poi successivamente accostato il proprio brand alla piattaforma, esce allo scoperto con un primo prodotto ufficialmente DrivenByData: una scarpa con intersuola stampata sui dati di migliaia di atleti.

Il futuro delle aziende è nella capacità di creare, aggregare e acquisire dati ed utilizzarli per modellare processi, metodologie, prodotti e servizi e rendere se stesse sempre più veloci, competitive ed adattative.

DataIsTheNewOil

Progettare un cambiamento non è adeguare (solo) quello che ho oggi

Entriamo nell’ottica, rapidamente, che ripensare a domani , a quella che chiamiamo nuova normalità, non vuol dire pensare soluzioni che partono da processi pregressi, e vincolati a vecchi modelli business.

Ripensare, vuol dire mettere in discussione, completamente, tutto. Compreso il modello di business, la sostenibilità ed i processi.

Se costruisco pareti in plexiglass lasciando le distanze tra gli ombrelloni intatte, solo per speculare sul numero di ombrelloni per metro quadrato, senza ipotizzare di partire da quanto più semplice (ossia distanziare gli ombrelloni), sto sbagliando l’approccio.

Il risultato non potrà esser che fallimentare e creeremo dei mostri. Proprio come quel modello che sta circolando relativamente alle pareti per gli stabilimenti. Terrificante.

Entriamo nell’ottica che ripensare a domani non vuol dire pensare soluzioni che partano da processi pregressi, e vincolati a vecchi modelli business. le dinamiche sociali e dare alla tecnologia e alla progettazione una connotazione più umana.

Il cambiamento non si risolverà solo con la tecnologia o con soluzioni fisiche.

Il cambiamento si affronta con la creatività, con la tecnologia, con l’innovazione con la scienza e con un sano approccio all’esperienza delle persone e ai loro bisogni.

Facebook, la video conference di Messenger ed i dati

In un post su Facebook circa un oretta fa Mark Zuckerberg annuncia il lancio di un client nativo di Messenger per video conference, per MacOs e Windows, con questo post:

“We’re all looking for more ways to be together even while we’re physically apart. So today we’re launching native Messenger apps for MacOS and Windows. Group video calls and messages on our apps have surged — Messenger use on desktop has more than doubled in the last month. These new native apps will make the experience a lot better. I hope you enjoy!”

 

 

Brava Facebook che costantemente aiuta le persone a stare insieme. Una missione fantastica.

Pensavo, ironicamente, a quanto è utile in effetti avere un altro client per la video conference in un momento in cui sul mio Mac ci sono installati solo Zoom, Whatsapp, Facetime, Webex, Whereby, Trueconf, Highfive, Houseparty, Skype e mille altri.

No?

Due considerazioni, però serie:

    1. Fino a qualche giorno fa Facebook riceveva informazioni da Zoom “sotto banco”
    2. Dopo la notizia circolata a livello mondiale, Zoom ha fixato l’app non passando più dati a Facebook.

 

Quindi, come mai uscire con così tanta velocità con un annuncio ed un app non ancora in store? Ma non è che tanto tanto a Facebook servono ulteriori dati in un momento in cui le persone stanno passando tempo su altre piattaforme?

In effetti, l’accesso al tempo e ai dati delle persone da parte di Facebook, e da sempre il modello su su cui si basa tutto il business.

 

Dati e video, vi starete chiedendo, che legame hanno?

 

E beh, si e qualche idea ce l’ho, e ve la condivido, prima ancora di leggere i termini di servizio (che leggerò non appena sarà live):

    • Le persone con cui verranno effettuate le video-chiamate influenzeranno ancora di più quello che lo stream propone?
    • Link e informazioni eventualmente passate in chat saranno usate per raffinare ADV?
    • Sarà utilizzato video / image recognition per taggare, oltre i volti, anche l’ambiente in cui viviamo, compresi libri, oggetti, ambiente, e via dicendo come già avviene quando pubblichiamo una foto?
    • Sarà utilizzato il riconoscimento dell’audio per raffinare la proposizione dell’algoritmo?

 

 

Così, leggendo il post entusiasmante di Facebook, mi son solo posto un paio di domande e mi son venuti giusto un paio di dubbi, come successo al tempo della lettera aperta all’algoritmo.

L’empatia, la solidarietà e l’emozione al tempo del Virus

C’è una pandemia in corso che sta bloccando il mondo da quella che sembrava la normalità. C’è un quarantena che ci tiene lontani fisicamente dalle persone a cui vogliamo bene. C’è un momento di stop forzato per molte aziende che sta generando danni incalcolabili e forse per alcuni irrecuperabili. C’è una crisi strutturale che sta mettendo sotto la lente di ingrandimento il modo in cui abbiamo progettato i servizi pubblici e gestito tanti investimenti. C’è una pressione psicologica che comincia a farsi sentire e che rende tutto molto più difficile.

È tutto complesso, sicuramente, ma c’è – anche – un lato positivo da guardare.

Siamo noi, gli Italiani che reagiscono, che nei momenti peggiori, quando c’è di tirare fuori il lato migliore del nostro DNA, lo sappiamo fare, meglio di chiunque altro. E allora vedi che la vicinanza, la solidarietà, il genio creativo, le competenze distribuite si mettono insieme contro quello che oggi è un nemico comune e cominciano ad accadere cose.

All’appello per la costruzione di una task force di 300 medici volontari ne rispondono più di 1500. All’appello per 500 infermieri volontari, ne hanno risposto circa 8000. E poi  un medico e 2 ingegneri bresciani trasformano le maschere da sub in respiratori e ne distribuiscono il modello open per permettere a tutti di contribuire. Alcune aziende rivedono il proprio processo produttivo e cominciano a produrre altro: Armani e Calzedonia producono camici monouso, la Ferrari avvia la produzione dei respiratori, Bulgari e Ramazzotti imbottigliano disinfettante, Gucci, Prada, Lamborghini mettono rapidamente su fabbricazione di mascherine, la Beretta ingegnerizza e costruisce le valvole per le maschere modificate. Ma non solo. Una marea di aziende, professionisti ed imprenditori dedicano parte della loro forza lavoro a progettare e sviluppare software, progetti di comunicazione a supporto della collettività, dalle app per il Covid, a tante risposte alla call di Agid per l’innovazione tecnologica alla lotta al Coronavirus. Dagli imprenditopri che dedicano il tempo alle scuole, alle imprese, alle associazioni e alle persone per comprendere cosa succederà dopo. Senza dimenticare la rete di donazioni attivata da brand, aziende e privati che continua a crescere.

Io non so voi, ma di fronte a tanta complessità, questa empatia, questa solidarietà, questa capacità di mettersi in gioco e affrontare qualcosa di più grande, mi emoziona e mi fa pensare che dopo questo momento, ci sarà un effetto elastico per far ripartire un nuovo risorgimento italiano.

 

Il Covid-19, la crisi e l’effetto elastico in ripartenza per l’Italia

Ho letto (e lo penso anche io) che per colpa del Covid-19 l’Italia, e non solo, farà un balzo di anni indietro, economicamente parlando.

Ho letto (e lo penso anche io) che grazie al Covid-19 l’Italia stia facendo un balzo in avanti di 10 anni culturalmente parlando, rispetto soprattutto all’adozione del digitale, e non solo.

Che ci saranno problemi di medio-breve periodo non c’è dubbio, e gli effetti non saranno banali.

Ma non ho letto nessuna ipotesi sul fatto che questa contrazione da una parte e maggiore consapevolezza dall’altra possa generare invece un effetto elastico che ci permetterà ripartire con più sprint e di colmare un gap enorme con maggiore velocità.

Guardare ad un lato positivo del problema da gestire, è utopico?

#IntervalloLungo. 10 min di spunti per affrontare la Nuova Normalità dopo il Covid-19

C’è una cosa che in molti non stanno capendo ed è la dimensione del problema che stiamo affrontando. Non solo noi, in Italia, ma in tutto il mondo.

Non si tratta solo di un tema di impatto economico, di una crisi finanziaria mai vista e gestita prima d’ora, di modelli che verranno messi in discussione completamente o di un nemico che non è facilmente visibile e contro il quale schierarsi o meno, prendendo una posizione. Il problema, di dimensioni enormi, è quella Nuova Normalità alla quale dovremmo abituarci, e che modellerà completamente comunicazione, abitudini, stili di vita, dinamiche sociali e comportamentali, oltre, non ultima, le relazioni umane. Questa pausa forzata ci deve permettere di riflettere su quanto abbiamo fatto, guardare le cose da un punto di vista diverso e immaginare e reinterpretare quello che verrà.

Nasce così #IntervalloLungo, un format di confronto che vuole condividere spunti per il futuro, analizzare, elaborare e indicare possibili direzioni per affrontare le perdite che molte industrie stanno affrontando, bilanciare le strategie, rivedere alcuni modelli ed interpretare la Nuova Normalità che ci indirizziamo a vivere.

L’idea nata dalla metafora sportiva dell’intervallo che separa le due parti di una partita di pallacanestro vuole affrontare il tema di come ripensare i modelli di business, i modelli comportamentali, e le nuove opportunità, analizzando metaforicamente il primo tempo appena vissuto, l’impatto dell’epidemia e gli effetti della “pausa forzata”, e gettare uno sguardo alle dinamiche che verranno.

L’intervallo lungo dura 10 minuti: è il momento in cui le squadre di basket vanno nello spogliatoio. Divide la partita in due parti, frazioni di gioco diverse l’una dall’altra, esattamente come sta succedendo ora: stiamo vivendo il nostro Intervallo Lungo, una pausa che può aiutarci a riflettere e analizzare un primo tempo appena passato sia a costruire la strategia e gli schemi di gioco per la seconda parte che dovremo affrontare.

Nel Basket l’Intervallo Lungo è un tempo sacro, inviolabile, dal quale nascono soluzioni ed entusiasmo per vincere. Giocatori e coach si riuniscono nello spogliatoio e cercano insieme di apprendere dagli errori commessi, per volgere a loro favore il resto della partita.

Io sarò il “coach”, ed avrò l’onore e la fortuna di avere un roaster di rilievo: potrò confrontarmi con degli “atleti”, i professionisti di diverse industrie, i primi in campo chiamati ad attuare il cambiamento e a contribuire con le loro idee e innovazioni alla comprensione della Nuova Normalità.

#IntervalloLungo

Nel roaster ci saranno top player di diverse industrie, dello sport istituzionale, della comunicazione, ma anche del retail, del finance, dell’entertainment ed altri settori.

Le date ed i nomi definitivi verranno pubblicati a breve su www.intervallolungo.com ma posso già anticiparvi Paolo Iabichino, Massimiliano Montefusco, Stefano Quintarelli, Domenico Romano, Umberto Gandini, Luca Carbonelli e molti altri amici.

Il primo intervallo, in diretta da facebook, e visibile dal sito, sarà live mercoledì 25 marzo alle 10 e il primo ospite sarà Paolo Iabichino aka Iabicus, comunicatore, creativo, pubblicitario, scrittore e genio del nostro tempo.

Ne parlerò sui miei canali social:

La nuova normalità: tornare all’essenziale

Stiamo vivendo immersi in uno scenario che nessuno poteva aspettarsi di vivere in modo così repentino, un’emergenza sanitaria senza precedenti che sta mettendo tutti a durissima prova. L’obbligo di chiusura totale delle attività aperte al pubblico, il dover rimanere relegati in casa ed il limitare l’uscita con sole poche casistiche mette tutti in una condizione mai provata prima.

Per fermare il virus che ha colpito tutti, in tutti i sensi, sarà necessario modificare radicalmente quasi quello che fino ad oggi abbiamo fatto di normale: il modo di lavorare, il modo in cui ci alleniamo, come facciamo acquisti, la gestione delle relazioni, la cura della nostra salute, la formazione e l’educazione dei nostri ragazzi, e le modalità con cui continueremo a prenderci cura dei nostri familiari.

La pandemia globale da COVID-19 che stiamo affrontando e che coinvolge tutto e tutti, dalle nostre famiglie alle nostre aziende, ai nostri ragazzi, dal mercato all’economia globale, in meno di quanto possiamo immaginare modificherà le attitudini dell’essere umano e delle imprese e darà il via, senza dubbio, ad un cambiamento radicale.

Una “nuova normalità” alla quale dovremmo abituarci e che dovremo interpretare.

Il distanziamento sociale che stiamo vivendo è qui per rimanere, per molto più di qualche settimana. Dobbiamo entrare nell’ordine delle idee che rovescerà il nostro modo di vivere, in qualche modo, per sempre.

Vogliamo tutti che le cose tornino alla normalità rapidamente. Ma ciò che la maggior parte di noi probabilmente non ha ancora realizzato – e lo farà presto – è che le cose non torneranno alla normalità dopo alcune settimane o anche pochi mesi. Alcune cose, probabilmente, non lo faranno mai.

Scherzando ho definito questo momento “il meteorite” a cui tutti inneggiamo quando vorremmo che succedesse qualcosa di così catastrofico da cambiare tutto. Ecco, il “meteorite” questa volta non è visibile, ma c’è stato e, volenti o nolenti, ha impattato su tutto.

Dovremo capire come ripensare – sicuramente nel breve termine – la comunicazione, rivedere alcune abitudini, determinati stili di vita, e alcune dinamiche sociali e comportamentali, oltre, non ultimo, dovremo comprendere bene l’impatto sulle relazioni umane. Tutto da interpretare, probabilmente, in una logica meno capitalistico-speculativa, meno basata sull’impulso, ma più sostenibile, più centrata sul bisogno di base della persona. Il superfluo, per un po’ di tempo, potrebbe avere meno peso nella quotidianità.

Una nuova essenzialità andrà progettata.

La consapevolezza delle persone e sulla logo percezione cambierà, e le esigenze ed i bisogni torneranno alla base:

  • più attenzione ai bisogni primari e sociali quali quelli fiosiologici, sicurezza e appartenenza
  • maggiore sensibilità alla spesa e agli investimenti superficiali verso investimenti sostanziali ed essenziali
  • ricerca di socialità ma con una maggiore attenzione alle dinamiche di interazione
  • ritorno ad un maggior equilibrio fisico digitale, in cui il fisico è la base fondante dell’esperienza ed il digitale l’abilitatore e facilitatore della fruizione

Per fronteggiare questo cambiamento sarà necessario riprendere in mano tematiche forse troppo superficialmente abbandonate o sfiorate prima di questo momento, in particolare:

  • una maggior accelerazione dei percorsi formativi e lo sviluppo di competenze più verticali e meno approssimative
  • una maggiore responsabilità sociale, da parte di tutti ed un maggior senso di collettività
  • una più veloce modalità di sviluppo delle tematiche di digitalizzazione, sia infrastrutturali che culturali
  • una più forte umanizzazione dei servizi, delle relazioni, delle politiche sociali

La Nuova Normalità non sarà solo un modo di dire, ma dovrà diventare un pensiero comune, quanto prima.

L’innovazione è semplicità.

Spesso cerchiamo l’innovazione in qualche nuova tendenza o tecnologia . Ma innovare non vuol dire solo introdurre qualcosa di tecnologico: innovazione è la capacità di cambiare l’esperienza utente, migliorandola, in modo semplice, creando un processo senza frizioni e capace di rendere l’interazione semplice, fruibile e memorabile.

Design Thinking: l’importanza del metodo, la centralità dell’utente e l’efficacia della UX

Mi è stato chiesto più volte cosa fosse il Design Thinking, come viene utilizzato, in quali casi serve e come può esser applicato a determinati progetti.

Bene, partiamo dalla base: il Design Thinking

Il Design Thinking è essenzialmente un metodo per affrontare il problem solving in maniera creativa. Secondo l’Interaction Design Foundation (IDF),

“Il Design Thinking è un processo iterativo in cui si cerca di comprendere l’utente, sfidare convinzioni e ridefinire i problemi nel tentativo di identificare strategie e soluzioni alternative…”

Il punto chiave è che si tratta di un processo incentrato sull’uomo, sull’utente, sulla persona. Per lo UX Designer è fondamentale che l’utente sia in prima linea, il che significa che è necessario essere in grado di entrare in empatia con esso. Il Design Thinking crea un terreno fertile per l’empatia: è facile riconoscere un prodotto che pone al centro le esigenze degli utenti rispetto a uno che non lo fa. Ciò non vuol dire che gli obiettivi di business non siano altrettanto importanti, ma la UX si basa sul trovare un giusto equilibrio tra le esigenze dell’utente e le esigenze di business: incorporare i principi del Design Thinking fornirà una base per trovare quell’equilibrio.

 

Il metodo

Il processo di Design Thinking si basa su 5 fasi:

  1. Empatizzare – con gli utenti
  2. Definire – le esigenze degli utenti, i loro problemi e le tue intuizioni derivanti da essi
  3. Ideare – sfida le ipotesi e produci idee alla ricerca di soluzioni innovative
  4. Prototipare – inizia a creare soluzioni
  5. Testare – le soluzioni

È importante comprendere che questi step non sono lineari. Possono verificarsi in parallelo e spesso (quasi sempre) ripetersi. Tuttavia, il primo step è in genere quello dell’empatia.

 

Empatizzare per gli utenti

L’empatia non è solo applicabile alla UX. È una competenza importante da avere e che, talvolta, può sempre tornare utile in contesti differenti, non solo al lavoro e nei progetti. Tuttavia, anche se ci consideriamo empatici, può essere facile perdere di vista il modo di “connettersi” con l’utente. Quindi, come ci si può assicurare che questo non accada?

Il primo passo è conoscere gli utenti. Non si tratta solo di capire ciò che il cliente potenziale desidera e quello di cui ha bisogno. Piuttosto, questo step, consiste nel prendere il giusto tempo per analizzare, raccogliere e collezionare quanti più pensieri, emozioni, desideri ed informazioni degli utenti. Come dice Simon Sinek, People don’t buy what you do, they buy why you do it. Se si riesce a capire il “perché” del cliente, allora saremo in grado di trasmettere loro meglio il “perché” della nostra proposizione. In sostanza, si tratta di creare una connessione tra il prodotto e l’utente.

Possiamo dire di aver iniziato a sviluppare un senso di empatia per le persone per le quali stiamo progettando, quando abbiamo raccolto informazioni sui loro bisogni, desideri, comportamenti e pensieri e ne abbiamo compreso dinamiche, esigenze e criticità. Mentre facciamo osservazioni, è meglio tenere da parte i giudizi, così da evitare supposizioni o esperienze e non creare pregiudizi. Dobbiamo assicurarci di fare domande e ascoltare veramente ciò che l’utente dice.

Condurre interviste è un metodo utile per connettersi con i clienti. Prima dell’intervista, è produttivo individuare i temi e le domande che si vuole mettere in evidenza nelle conversazioni. Questo assicura di rimanere in tema e di entrare nel vivo di ciò che si vuole imparare da queste interviste e quali informazioni raccogliere.

 

Definire il problema

Una volta acquisita una conoscenza approfondita di come entrare in empatia con gli utenti e, quindi, una solida conoscenza delle persone per le quali stiamo progettando, si può iniziare a definire il problema e creare una soluzione human-centered. Durante questa parte del processo, è necessario sintetizzare tutte le intuizioni derivanti dalle interviste e dalle osservazioni. Una volta fatto, è possibile creare una chiara definizione del problema che aiuterà a produrre una soluzione pertinente.

Questa fase riguarda l’analisi e la sintesi. Secondo l’IDF, l’analisiriguarda la demolizione di concetti e problemi complessi in costituenti più piccoli e più facili da comprendere“. Mentre la sintesicoinvolge creativamente mettendo insieme il puzzle per formare idee“.

Una volta completati questi due step è necessario creare una definizione del problema, da seguire in modo tale da andare sempre nella giusta direzione per il resto del progetto e non perdere il focus rispetto al problema iniziale.

 

Dal problema all’idea

La prima fase creativa ha inizio con il brainstorming ed ha l’obiettivo di generare potenziali soluzioni sulla base di tutta la ricerca e l’attività di sintesi svolta precedentemente. Sarà essenziale mantenere un approccio sempre human-centered (in poche parole: non scordiamoci mai dell’utente!). La soluzione generata dovrà riflettere la ricerca effettuata sull’utente e i temi chiave emersi dalle informazioni raccolte nelle fasi precedenti.

Durante questo step, si dovranno creare quante più idee possibili. Più avanti, restringeremo l’analisi a poche idee selezionate. Questo momento è l’occasione migliore per pensare fuori dagli schemi ed dare un impatto creativo alla progettualità. Questo sarà un importante supporto alla produzione di soluzioni innovative, a cui potremmo non aver pensato in una prima analisi. La fase di ideazione permette di mettere in discussione le assunzioni tradizionali e di approfondire la conoscenza dell’utente e i suoi bisogni. Fare domande (io prediligo la tecnica della scatola dei perchè) continue e rivalutare le convinzioni comuni. Come scrive Don Norman, le domande “stupide” sono esattamente il modo giusto di acquisire la conoscenza necessaria per costruire un grande prodotto.

 

Prototipare velocemente

Dalla teoria alla pratica, portando le idee in vita. È uno step che di solito piace e coinvolge, in quanto si comincerà a progettare la soluzione potenziale che successivamente, ed eventualmente, verrà testata con le persone. È importante notare che in questa fase non stiamo ancora realizzando un prodotto finito. In questa fase, infatti, ci si focalizzerà su una versione “ridotta” del prodotto, detta anche MVP (Minimum Viable Product). IDF definisce così l’uso dei prototipi, “I prototipi sono costruiti in modo tale che i designer possano pensare alle loro soluzioni in maniera diversa (con prodotti tangibili più che idee astratte), così come possano fallire in maniera rapida ed economica, in modo tale che che meno tempo e denaro siano investiti in un’idea che poi si riveli essere non buona.

Il punto chiave è che in questa fase si può “fallire” velocemente e con un impatto economicamente minore. Prima di investire troppo tempo e risorse in un prodotto, raccogliere feedback dagli utenti mediante l’utilizzo di un “prototipo” è sicuramente più efficace , riduce l’impatto dell’errore, permette di ridefinire un percorso senza dover cestinare un eccesso di lavoro già fatto.

 

Testare la soluzione

Prendere questo step come un’opportunità per ridefinire ogni problema, e per imparare di più , ed in modo agile, sull’utente finale in termini di sensazioni, pensiero e comportamento. La fase di testing ti consente di costruire una conoscenza più profonda del cliente, circa la sua interazione con il prodotto e quindi di migliorare la user experience.

Un punto cruciale è quello di raccogliere quanti più feedback possibili: osservare come le persone interagiscono con il prototipo e chiedere loro di pensare a voce alta durante l’utilizzo è il miglior modo di sollevare ulteriori domande ed approfondimenti progressivi.

La fase di testing può confermare le ipotesi o può essere il segnale che bisogna ricominciare il processo, ma non importa se il feedback è positivo o negativo: quello che è importante è tutta la conoscenza che si sta accumulando durante il processo.

 

Concludendo

Applicare il Design Thinking significa iterare e migliorare, muovendosi agilmente attraverso ogni step del processo. Questi 5 step non sono lineari, e potremmo trovarci a ripercorrere la stessa fase più volte prima di arrivare alla giusta soluzione (succede puntualmente, esperienza personale!). Pensate al processo come un framework generale, da utilizzare in progetti differenti e senza la necessità di vederlo come uno strumento rigido. Indipendentemente dal percorso utilizzato, implementare la metodologia di Design Thinking porterà al miglioramento dell’esperienza utente e al tanto auspicato successo del progetto.

 

Accedere ai dati è nel DNA di Facebook. Usarli, bene (o anche no) pure.

Prima Cambridge Analytica, poi Yandex, Netflix, Spotify e tutti quelli che verranno ancora.

Eppure, c’è ancora chi si stupisce di tutto questo e tira fuori parole come etica, principi, norme e grida allo scandalo, ma poi continua, io compreso, nell’utilizzo costante della piattaforma. Ma lo scandalo, ammesso che di questo si possa parlare considerando che ci stupiamo ma non agiamo, non è relativo al modo in cui i dati escono da Facebook, ma al perché escono e che, a mio avviso, è la parte più importante da comprendere.

Partiamo dai fondamentali: in cosa crede Facebook?

Facebook si basa su due due principi fondanti. Il primo principio è “se più persone usano Facebook per più motivi per più ore del giorno, quelle persone saranno delle persone migliori“. Zuckerberg crede veramente che Facebook avvantaggi l’umanità e che dovremmo usare di più la piattaforma, non di meno. Ciò che è buono per Facebook è buono per il mondo e viceversa. Costruire una community globale è la soluzione al miglioramento dell’umanità.

Il secondo principio è che Zuckerberg crede profondamente che la registrazione dei nostri interessi, delle nostre opinioni, dei desideri e le interazioni con gli altri dovrebbero essere condivisi il più ampiamente possibile in modo che aziende come Facebook (e non solo) possano migliorare la nostra vita per noi. La privacy, secondo Zuckerberg, ci rende poco autentici. Dopotutto, Facebook sa cosa è meglio per noi.

Questi due principi guidano tutto ciò che fa Facebook in termini di sviluppo, di acquisizioni e di azioni di lobbing, ma soprattutto tutto queste rende Facebook apparentemente una piattaforma benevola e anzi alcune azioni e alcuni incentivi all’interazione, somministrati con estrema sofisticazione rendono il concetto di privacy un principio vecchio e retrogrado.

E su cosa si basa la sostenibilità economica Facebook?

Facebook ha chiuso il primo trimestre del 2018 con ricavi per 11,97 miliardi di dollari, in aumento del 49% rispetto allo stesso periodo del 2016, superando ancora una volta le attese degli analisti. L’utile netto è passato da 2,06 miliardi a 4,99 miliardi, mettendo a segno così una crescita del 63%. I ricavi pubblicitari crescono del 50%. Il 91% del giro d’affari pubblicitario della piattaforma arriva dal mobile. In sintesi Facebook vive di ricavi pubblicitari e adv.

Alla base di tutto ci sono le informazioni e i dati.

E quindi i dati acquisiti in modo diretto (condivisi dagli utenti) e indiretto (da dispositivi e GPS, da accordi e integrazioni, e altre app e siti che utilizzano il Social Connect o vari script integrati) che rendono gli algoritmi sempre più efficaci ed efficienti ed il business di conseguenza crescente. I dati (ed il tempo speso dagli utenti sulla piattaforma) sono la linfa del modello Facebook. Accedere ai dati è nel DNA di Facebook, senza ombra di dubbio, per fini diversi, è evidente.

E come utilizza i dati Facebook?

Facebook usa i dati nel modo più sofisticato che ha, rendendoli parte integrante dell’intelligenza dei suoi algoritmi, così da migliorare la relazione tra le persone (primo principio), per migliorare la vita degli utenti (secondo principio) e monetizzare (terzo principio non esplicitato, ma evidente e normale considerando che si tratta di una azienda, tra l’altro quotata in borsa).

Tutto il modello di monetizzazione dei dati, erogati tramite API, e forniti in pasto all’ecosistema degli sviluppatori ed aziende, era iniziato nel 2009 circa con le prime pubblicazioni dell’Open Graph. Già nel 2011 però questo modello aveva generato una sanzione da parte della Federal Trade Commission degli Stati Uniti. In un accordo firmato con la commissione, Facebook si impegnava a non condividere i dati degli utenti all’esterno dell’azienda senza il permesso esplicito degli utenti.

Nel 2015 circa per la precisione, Facebook aveva chiuso alcune funzionalità delle API che permettevano agli sviluppatori di applicazioni e ad altre società di pubblicità e tecnologia di estrarre i dati degli utenti da Facebook. Dati che venivano utilizzati da società terze appunto per recuperare informazioni, migliorare la profilazione della propria base utenti e ottimizzare le campagne di comunicazione e la sofisticazione dei propri servizi.

Malgrado l’accordo con la Federal Trade Commission degli Stati Uniti, e secondo le notizie uscite su varie testate a livello mondiale, tuttavia la cessione dei dati e l’accesso agli stessi è andato avanti, tanto da arrivare a scandali importanti come il rilascio di 87 milioni di profili alla società di consulenza politica, Cambridge Analytica, nel 2015, e altri dati fuoriusciti fino al 2017 che includono aziende globali come il motore di ricerca russo Yandex, il produttore cinese di telefoni Huawei, Yahoo, Microsoft, Amazon, Netflix, Spotify, Sony, il New York Times ai quali venivano ceduti dati.

Perché quindi Facebook dovrebbe cedere i dati a terzi se è il suo vero valore?

La risposta è semplice: l’interdipendenza rafforza l’azienda. Se Facebook non è l’unica azienda sotto la lente di ingrandimento relativamente alle modalità di utilizzo dei dati, allora i regolatori e le entità preposte alla definizione di normative hanno meno probabilità di indirizzare solo Facebook.

Inoltre, se diventa chiaro che molteplici industrie dipendono dallo sfruttamento dei dati personali di milioni (se non miliardi) di persone, il potere politico concentrato delle società organizzate del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) e del NATU (Netflix, AirBNB, Tesla, Uber) e benestanti supera il potere distribuito delle persone disorganizzate.

A causa del potere concentrato su Facebook e dei suoi “partner di fiducia”, vedo particolarmente improbabile che vedremo una regolamentazione efficace in qualsiasi continente e applicabile in modo da tutelare l’utente finale. Poiché gli unici concorrenti validi per la nostra attenzione, Instagram e WhatsApp, sono comunque di proprietà di Facebook, c’è poca possibilità che le forze di mercato influenzino Facebook. E poiché molti degli oltre 2 miliardi di utenti in tutto il mondo sono profondamente dipendenti da Facebook, e lo utilizzano per gestire le loro relazioni e “conoscere il mondo”, diventa anche improbabile che si possa ipotizzare un significativo esodo degli utenti dalla piattaforma social ormai ritenuta il “sistema operativo della vita di quasi tutti“.

E noi che facciamo?

Proseguiamo, dritti, perfettamente abituati a tutto. E mentre fingiamo di preoccuparci della nostra privacy e per la dispersione dei nostri dati (solo superficialmente e per un tempo brevissimo), e rimaniamo scioccati se qualcuno ci dice che molti sistemi ci “ascoltano“, continuiamo nella routine e nell’abitudine della condivisione di momenti privati e personali, continuando ad alimentare il nostro famoso amico algoritmo.

E Facebook, nella sua giusta operatività orientata sempre ai suoi obiettivi di crescita, continua ad esser al sicuro, Zuckerberg non ha bisogno di abbandonare i suoi principi fondamentali mentre i suoi algoritmi continuano a influenzare il modo in cui miliardi di persone fanno scelte ogni giorno e molti di noi che lavorano nel digitale e sono i primi “pusher” di Facebook difficilmente dirotteranno i propri clienti altrove, perché in fondo, una alternativa non c’è ed in molti casi non ci sono idee per farne a meno.

La consapevolezza di ognuno di noi è l’unica soluzione e sapere a cosa andiamo incontro è l’unica strada, considerando che uscirne sarà sempre più difficile: lì dentro comincia ad esserci parte di una nostra memoria, facilmente navigabile, fruibile e disponibile, come in nessun altro luogo. E Facebook lo sa bene.

Ode ai dettagli

Chi vuole fare grandi cose deve pensare profondamente ai dettagli“. Diceva Paul Valéry.
 
Solo chi fa domande sui dettagli ha provato l’emozione di cosa significhi ricercarli, curarli, vederli materializzati e sentirli apprezzati, malgrado la ruvidezza, la disattenzione crescente e l’incapacità di osservare il contesto in cui viviamo e che sempre più spesso non percepisce l’esistenza, il senso ed il valore delle piccole cose.
 
Ma nei dettagli c’è la vera bellezza e la vera grandezza.
 
Ed è li che si nasconde, in modo profondo, la follia, la genialità, l’arte, la cura, il cuore, la capacità di pensare oltre, di ricercare il bello e l’eccellenza e riuscire a fare la differenza rispetto a quella normale mediocrità che sta appiattendo tutto, dai piccoli gesti, ai semplici pensieri fino alle minuziose azioni capaci di far emozionare.
 
I dettagli, pensiamo più spesso ai dettagli.
E non perdiamoli di vista.