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E se la prossima “disruption” fosse casualità e disattenzione?

Mi ricordo quando viaggiavo in macchina con mio nonno e mia nonna, sarà stato il 1987 circa, avevo 10 anni. Eravamo in una fiat 128 bianca. Trascorrevo dei week end con loro, e andavamo nella casa in campagna. Il viaggio durava oltre un’ora ad una velocità sicuramente più lenta di come la percorrerei oggi. Superata l’autostrada ricordo che percorrevamo un tratto di statale passando paesi e alcuni boschi di cui ancora oggi ricordo i colori dell’estate e dell’autunno. Le strade più strette e le curve, e diversi panorami più o meno vicino lago. Parlavamo con nonno, io e mio fratello, di argomenti di vario genere, e guardavamo fuori dai finestrini giocando a ricordare i paesaggi, le case ed i dettagli.
A distanza di anni, ogni volta che passo da quelle parti, tra quelle strade, ricordo alcune storie e dettagli che mi raccontava mio nonno e sento rievocare emozioni da luoghi profondi del cuore e della memoria che molte volte dimentico di aver provato. Ricordi che solo lì, in quei contesti ed in quei passaggi, riemergono spontanei, belli, piacevoli e che tutt’ora mi accompagnano nel mio percorso e nei mie viaggi.
Poi, adesso, guardo i miei figli, i figli di amici o ascolto confrontandomi spesso con altri genitori quanto oggi sia normale vederli incollati con lo sguardo, con le mani e con la testa a tablet, smartphone, consolle in ogni momento. Incollati a tal punto di non accorgersi cosa succeda intorno, in un viaggio in macchina e ai panorami che non vedono, in famiglia mentre la casa vive di dinamiche, o in mezzo alla gente mentre sorridono guardando allo scambio di un messaggio, ad una notifica arrivata o ad un reward ricevuto.
No, se vi stesse venendo in mente che sono un no-Digital o uno contrario all’utilizzo di giochi, consolle o altro, no vi state sbagliando, anzi. Mattia e Chiara, i miei figli, fin da piccoli li ho spinti e supportati nell’utilizzo del digitale, della programmazione e della robotica, nell’uso degli strumenti e dei software per costruire, apprendere, approfondire e risolvere problematiche.
Oggi però sono un po’ più scettico di questo percorso perché quel digitale a cui ho dato particolare peso ed importanza nel loro percorso formativo, che prima ritenevo una estensione della conoscenza e dell’esperienza e che senza dubbio ha generato delle accelerazioni e delle opportunità, è oggi a mio avviso l’elemento di polarizzazione principale della loro attenzione che non solo non da valore al resto, ma che toglie e fagocita tempo, voglia ed energia mentale. E la forza adesso è più che mai crescente e si sta sviluppando sempre di più in capacità di appagamento continuo, in tempestività e reattività, e nel sapere prima di tutti cosa il bambino vuole tanto da renderlo costantemente stimolato, non annoiato, esaltato e in tutti i sensi (ma soprattutto con tutti i suoi sensi) isolato dal mondo esterno.
Quello che ritengo stia mancando in questo processo di sviluppo a mio avviso è la disattenzione naturale, la gestione della casualità e di conseguenza lo stimolo a tutti quei processi cognitivi derivanti da curiosità e ricerca di risposte che generanno di conseguenza ancoraggio a momenti e ricordi, e quindi al processo di empatizzazione.
Se l’attenzione dei bambini (e anche la nostra se ci pensiamo) è fagocitata da algoritmi, che non lasciano spazio a casualità reale ma solo curiosità veicolata, indotta e che ci isola sempre di più da quello che ci circonda, in che modo potremmo ancorare ricordi e momenti nel contesto, legandoli ad odori, suoni, colori ed emozioni?

E se la prossima “disruption” vera fosse il ritorno alla casualità e disattenzione reale?

L’ho buttata giù così, di getto, senza rileggere, come la sto metabolizzando da giorni, guardando i miei ragazzi mentre li sto sempre più stimolando al disegno, alla ricerca dei dettagli e all’ispirazione che non per forza deve esser legata ad un mondo digitale in cui sono immersi.

Da Fan a Member: i 5 pilastri del fan engagement nel 2022

I processi di coinvolgimento e monetizzazione del fan seguono ormai una struttura di cui ho scritto anche nel libro Sport Digital Transformation e che si basa su 5 macro pilastri, che vanno dalla trasformazione del fan in member, la gestione dei dati, lo sviluppo della community anche su piattaforme proprietarie, la creazione di un processo di loyalty e membership, fino all’hyper personalizzazione della proposta al fan.

FROM FAN TO MEMBER
Negli ultimi anni brand, club e aziende di ogni genere hanno investito capitali nell’alimentazione di contenuti su piattaforme terze (facebook, instagram, tiktok e tanto altro) delegando a terzi di fatto la conoscenza capillare dei propri fan, senza però la possibilità di acquisirne realmente i dati su proprie infrastrutture. Oggi questa dinamica finalmente sta cominciando a vacillare e fortunatamente la co(no)sc(i)enza comune sta iniziando a comprendere che tutto questo deve necessariamente iniziare a tornare a casa come valore e non può rimanere segregato su piattaforme, private, terze. Per ottenere informazioni e dare vita all’ormai noto concetto del “Single Customer View” di un proprio fan, ossia l’aggregato di dati e informazioni che costruiscono il profilo fatto di interessi, modalità di consumo, canali di comunicazione e tanto altro, è sicuramente necessario un impianto tecnico/tecnologico e legale che consenta di acquisire e gestire correttamente tali dati. La trasformazione da Fan a Member è uno dei punti cruciali fondamentali delle nuove strategie a mio avviso di valorizzazione di un brand, poiché riguarda il processo di acquisizione, enrichment dei dati e quindi di monetizzazione futura.

COMMUNITY ENGAGEMENT
Lo sport è religione. Non c’è dubbio. Forse anche di più. Come dico sempre anche nelle mie lezioni, ho visto gente perdere il credo religioso, e altri cambiare religione, ma non ho mai visto un tifoso di una città diventare dell’altra squadra. Certo non tutti gli sport hanno lo stesso attaccamento alla maglia che in alcuni casi genera calcio, ma lo sviluppo di iniziative di fan engagement che si basano su una passione così forte, estrema direi, possono far leva su comportamenti di impulso e su stimoli che forse in altre industri non sempre sono esistenti. Il community engagemnet comunque dello sport mette insieme fisico e digitale, evento e dopo evento, in un continuum temporale che altre industrie non prendono in considerazione. Pensate per esempio al retail: e se invece di pensare all’acquisto come un “momento di transazione”, pensassimo veramente a quel momento come ad un evento, tanto da dover costruire l’esperienza sia prima che dopo in un modalità più coinvolgente, come fosse un evento d’entertainement?

LOYALTY & MEMBERHSIP
La fedeltà nello sport, seppur si tratti come dicevo di una relazione quasi religiosa, vive comunque di un problema enorme, come tutte le industrie, e che riguarda l’utente: la distrazione, la frammentazione dell’attenzione e di conseguenza la mancanza di fedeltà derivante dalla molteplicità delle offerte a cui costantemente l’utente è esposto. Nello sport il competitor che oggi è percepito come diretto e che va a consumare il tempo di attenzione del proprio fan, non è più soltanto un altro possibile club, ma ogni produttore di contenuti di alto livello in grado di “mangiare il tempo” di fruizione di contenuti: fortnite, netflix, fifa, roblox sono tutti potenziali (più che potenziali) competitor di un brand che si trova ad avere meno tempo speso sulle proprie piattaforme e di conseguenza una minor efficacia in termini di spesa e conversione d’acquisto. Tutte le aziende e i marchi hanno l’opportunità di creare programmi fedeltà e meccaniche di reward in grado di coinvolgere i fan e costruire un’esperienza più profonda verso il brand.

MONEY CAN’T BUY EXPERIENCE
La personalizzazione dell’esperienza e la progettazione di iniziative uniche, non facilmente raggiungibili in altro modo e che consentono al fan di coronare un sogno, sono alla base di quelle che vengono definite le “Money Can’t Buy Experience” che detta in soldoni vuol dire “non ce stanno soldi che tengano“. Esclusività, unicità sono le caratteristiche fondamentali di quel livello di coinvolgimento che crea aspirazione, ambizione e stimola un comportamento virtuoso di partecipazione.

HYPER CUSTOMIZZATION
L’utilizzo dei dati acquisiti da processi di coinvolgimento ben strutturati creano la condizione ottimale per progettare servizi, prodotti, modelli di servizio, esperienze fortemente calate sugli interessi e sulle abitudini dei fan, tanto da creare l’effetto finale della memorabilità dell’esperienza vissuta.

Avatar, NFT Profile e recruiting che cambia

Ci sono voluti 21 anni di internet, cultura digitale, strategia di comunicazione e personal branding per far impostare la foto reale nel profilo social e pubblico di una persona o professionista, soprattutto su LinkedIn, e far capire alle aziende che il recruiting stesse cambiando per modalità e luoghi.

Ora non riesco ad immaginare la scena di quando qualcuno riceverà (ammesso che succederà) le prime candidature da persone con una scimmia annoiata, un maiale imbruttito o un clonex al posto della foto del profilo LinkedIn e del cv. E mi viene da ridere al pensiero che quella foto profilo avrà magari un valore potenzialmente più alto del stesso valore della proposta economica fatta al tiziə (e magari un valore più alto del fatturato dell’azienda).

Sarà ancora più interessante vedere quanto ci metteranno alcune aziende a capire che certe competenze non le troveremo più nemmeno sui social “professionali” ma magari dentro ad un gioco o ad una meta-piattaforma e che la ricerca non andrà più fatta con parametri di valutazione e opinioni che magari escludano un potenziale talento che si sta cercando perché non riconoscibile o diverso. E linkedin ne è già pieno.

RTFKT Studios. Sneakers, Nike, Metaverso

Nike acquista RTFKT Studios ed entra per direttissima nel Metaverso, NFT e collezioni

C’è chi del Metaverso sta cercando ancora di capire cosa farcene e come entrarci, se utile e se veramente un business. E poi c’e chi entra direttamente comprandosi chi nel meta verso ci è nato, creando avatar ma soprattutto Sneakers e collezioni: RTFKT Studios. Tra le realtà più in crescita ed in vista in questo momento.

Una acquisizione che da la direzione a come approcciare il metaverso, gli #NFT, le collezioni ma soprattutto il modo in cui comunicare con una generazione che spesso sembra incomprensibile.

Per Nike RTFKT non è solo un brand che si aggiunge a Jordan e Converse, ma è un ponte diretto, a doppia corsia andata e ritorno, per portare l’ecosistema Nike nel #metaverso, ma soprattutto portare RTFKT nel mondo reale, e legare tutto questo con collezioni, esclusività e unicità, in un merge perfetto tra fisico e digitale, fashion e gaming, lusso e nuove forme di lusso.

Si sono presentati così, per farvi capire. Congratulazioni a RTFKT studios e tutto il suo team, ma soprattutto a Nike perchè ha scelto un brand che sembra già lo swosh del futuro.

Comunque tranquilli, se ancora non ci state (stiamo, mi ci metto anche io dentro eh) capendo nulla di tutto questo, sappiate che in una fase del genere ci siamo già passati, era il 1994 e si chiamava Internet.

Sul tema metterò un approfondimento domenica mattina nella newsletter qui > https://bit.ly/3GyreGC

Fan Experience: tra fisico e digitale è ora di scegliere la direzione integrata

Per le organizzazioni sportive, la pandemia ha messo un riflettore ancora più potente sulla necessità di connettersi direttamente con i fan e costruire una Fan Experience integrata, relazioni più efficaci e durature, soprattutto sfruttando i momenti a distanza e non più solo il momento evento. Le entrate generate da un’unica fonte, in particolare appunto il campo, è stato dimostrato che oggi sono intrinsecamente fragili e quindi diversificare i modelli di business è un modo per rendere a prova di futuro le squadre, i campionati, i club, le federazioni e gli sport. Non c’è dubbio che parlare di sostenibilità dei modelli sia più facile da dire che da fare ed ottenere, ma se questo non diventa un mantra non credo che lo sport ne uscirà bene nel futuro.

Il ruolo del coinvolgimento dei fan nella diversificazione dei flussi di entrate è un tema che sta prendendo sempre più piede e non a caso negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una esplosione di iniziative di engagement, digitali soprattutto visto il momento pandemico ed il distanziamento sociale, che hanno generato una fortissima attenzione su un elemento fondamentale: il digitale può esser realmente una fonte di revenue, diretta e indiretta, e nessuno più può fare a meno di un piano di trasformazione digitale. La parola chiave è Fan Experience.

Prima della pandemia l’evento fisico era il focus ed il digitale l’elemento di contorno dove “ogni tanto accadevano cose digitali”. Questo modello si è ribaltato portando l’utente in una fase, quella del lockdown, completamente online, e successivamente, con la ripartenza rallentata che stiamo vivendo, ancora online principalmente per diverse dinamiche derivanti da normative, contesto ancora limitato, nuove abitudini ed esigenze degli utenti e poi nel fisico. Sono sempre più convinto che in questo cambiamento fisico e digitale debbano ancora di più integrarsi e rendere la partecipazione online la normalità e la partecipazione fisica un momento di esclusività, di massima esaltazione dell’esperienza e di creazione di un legame forte e duraturo dal punto di vista del ricordo.‍”La relazione con un tifoso non inizia né finisce con la partita di 90 minuti, ne solo nell’evento fisico, tanto meno nell’evento digitale. Sarà sempre più importante rendere l’esperienza utente un processo unico e continuativo, tra racconto, celebrazione, divertimento e coinvolgimento. Sia fisico, che digitale, appunto”
Il bilanciamento del coinvolgimento dei fan tra piattaforme social e di proprietà, fisico e digitale è la chiave di lettura unica su cui bisogna mettere fortemente attenzione, budget e volontà, a partire da ieri, e sarà uno degli approfondimenti della prossima newsletter.

Questo pezzo è tratto dalla newsletter Sport Digital Transformation ISSUE#1 del 12 Dicembre. Se non mi ricevi già, puoi seguirmi qui

La consapevolezza del mio 2020

Qualche giorno fa leggevo post su LinkedIn e Twitter nei quali si rifletteva sul termine da associare a questo 2020: ho letto una miriade parole, da “paura” all’ovvio “covid”, da “distanza” a “digitale”, da “empatia” a “opportunità” passando per tante altre.

Personalmente questo anno assurdo è stato segnato, oltre che dalla pandemia come per tutti, da una miriade di eventi non pianificati e di impatto, da personali, familiari e professionali e tanti altri vari che – in una condizione di pseudo normalità – sarebbero stati trascurabili o quasi irrilevanti. Eppure in un anno così, questa sequenza di piccoli grandi “intoppi” nel percorso hanno messo sotto stress pazienza, autostima, voglia di fare e hanno fagocitato energia, fisica e mentale. Malgrado tutto, guardando indietro, sarà il mio innato ottimismo, è stato un anno di importante sotto tanti punti di vista, nemmeno troppo da dimenticare.

Alla fine del 2019 avevo scritto su facebook di voler trascorrere più tempo con la mia famiglia. Certo, non immaginavo una cosa così radicale come successo, ma ho visto crescere la mia famiglia praticamente ogni giorno senza perdere momenti che negli ultimi anni avevo trascurato, dalla sveglia del mattino fino alla sera prima di addormentarci. Abbiamo fatto squadra, affrontato tante piccole complessità condividendo insieme le difficoltà che la pandemia ha portato ad ognuno di noi, in modo differente, dal lavoro alla scuola, dallo sport al divertimento, agli amici da frequentare.

Ho capito che i bambini nella loro fragilità hanno una innata capacità di affrontare i problemi da cui dovremmo prendere spunto più spesso: Mattia mi ha dimostrato di esser un piccolo grande supereroe, in grado di riprendersi dopo un incidente incredibile, vissuto in un contesto surreale. E poi Chiara, che è stata un supporto emotivo ed uno stimolo per tutti a sorridere sempre.

Ho avuto la conferma che 15 anni fa, quando sono stato scelto dalla persona a cui ho promesso eterna fedeltà, non potevo esser più fortunato e non avrei potuto fare scelta migliore: in un anno così complesso poter aver avuto sempre un confronto sincero mi ha permesso di prendere le decisioni in modo più lucido. Certo, festeggiare 15 anni in ospedale non è stato il massimo, ma sicuramente “nella gioia e nel dolore” doveva pur prendere un senso, no?

La salute è una cosa a cui dobbiamo fare più attenzione, non solo la nostra personale o dei nostri cari, ma anche e soprattutto degli altri, perché spesso sottovalutiamo piccole attenzioni che coinvolgono chi è più debole. C’è un enorme gap in questo da colmare a livello sociale, infrastrutturale e culturale. È stato un anno nero per molti e io mi ritengo fortunato perché i miei cari, quelli più stretti, stanno bene e in un contesto così, credo che sia una cosa di io debba esser felice e che non posso non apprezzare.

La distanza che abbiamo vissuto non è stata bella, anzi. Ho avuto però modo di apprezzarla perché mi ha fatto capire l’importanza della relazione vera tra le persone, il valore dell’empatia e la necessità di esser molto più attenti alle parole, ai gesti semplici come un abbraccio ed un bacio, ad una vera stretta di mano e l’attenzione costante ai dettagli e alle emozioni che determinano il valore stesso della relazione nel momento della distanza. Ho capito anche che nella distanza chi era vicino per opportunismo si perde più velocemente, ciao.

In questa pandemia ho visto prendere forma a concetti e dinamiche di mercato di cui parlavo da anni e che sembravano lontani fino a un po’ di mesi fa. Il covid li ha accelerati e ci siamo trovati catapultati a mio avviso di almeno 3/5 anni avanti. Ho capito che c’è bisogno sempre più di riuscire a guardare le cose da angolazione differenti se vogliamo interpretare come cambia il contesto e cosa possiamo progettare di nuovo e quest’anno di spunti di questo tipo ne abbiamo avuti molti.

Mi sono reso conto ancora di più quanto ami il mio lavoro ed il team con cui ogni giorno condivido il percorso, perché abbiamo toccato con mano quanto possano esser positivi e di impatto alcuni progetti per alcune aziende con le quali abbiamo trasformato la crisi in opportunità, ripresa e crescita. Quest’anno dopo 9 anni ho ceduto il ruolo da CEO a Mirko per condurre IQUII in questo contesto al meglio e potermi occupare del cambiamento che stiamo affrontando, sopratutto verso l’estero. Insieme a Mirko in questo anno ci siamo assunti più rischi e decisioni apparentemente fuori dagli schemi ed in controtendenza e che ci hanno portato dove volevamo arrivare: ci siamo contornati di persone valide, con una crescita ulteriore del team, delle competenze e dei progetti, ma soprattutto una serie di operazioni che vedranno la luce nell’anno nuovo.

Ho letto 18 libri nell’anno, e ne ho scritti 2, e sono tornato a raccontarmi di più: mi sono reso conto che sentivo il bisogno di approfondire di nuovo più temi, condividere idee, spunti e visioni e allo stesso tempo volevo confrontarmi di più, dopo gli ultimi anni passati a fare quello che avevamo in mente a livello aziendale e personale.

Mi sono chiesto anche quali fossero i miei limiti. Ho capito che se se voglio di più devo solo definire l’obiettivo: seppur con oltre 6 mesi di non allenamento ed uno stop, mi sono imposto di recuperare oltre 1200km di corsa nel secondo semestre dell’anno e rimettermi in forma. Sono arrivato ben oltre, ho superato 300km nel solo mese di Dicembre, e ho capito che non sono ancora al limite e posso ancora alzare l’asticella personale e per questo deciso di sfidarmi ulteriormente per l’anno prossimo in un percorso sportivo ancora più grande.

Il 2020 è stata una scossa da tanti punti di vista: ho capito che puoi pianificare tutto, nel dettaglio, pensare di poter governare gli eventi, ma non sarà sufficiente se non sei flessibile, cedevole ma mai arrendevole. Robustezza più che efficienza è stata la chiave dell’anno.

Ben venga un anno nuovo dopo questo vissuto così intensamente, senza l’aspettativa che allo scoccare della mezzanotte tutto cambi: bisogna esser consapevoli che il Covid non andrà via nell’immediato e soprattutto che questa pandemia lascerà dei segni e dei cambiamenti che rimarranno e con i quali impareremo a convivere e che dovremo affrontare ancora.

Mi è stato regalato un biglietto di auguri in questi giorni con su scritta una frase di Madre Teresa di Calcutta: “Le cicatrici sono il segno che è stata dura. Il sorriso è il segno che ce l’hai fatta.I segni di questo anno li porterò dentro di me, e li sentirò sulla pelle come un tatuaggio. Noi il sorriso lo abbiamo e continueremo ad averlo anche nell’anno che sta per iniziare perché tirando le somme e se dovessi sintetizzare in una parola, quest’anno alla fine per me è stato, nel bene e nel male, un anno di consapevolezza, di momenti di felicità e di crescita personale.

In fondo dietro alla paura che ci ha trasmesso quest’anno c’è un valore differente di felicità da apprezzare.

E allora buona felicità a tutti.

Intervallo Lungo: dopo l’app e la web TV, nasce il libro in formato cartaceo

Intervallo Lungo nasce in un periodo storico particolare, incastrato in una realtà che tutti noi, sia a livello personale, sia a livello professionale, non avevamo mai vissuto. Ho avvertito l’esigenza immediata di confrontarmi con professionisti che stavano vivendo come me questa dinamica, ma volevo che questo confronto potesse avere un riflesso sulle persone, su chi portava con sé tante domande per le quali trovare una risposta, un punto di vista o, quantomeno, una ipotetica soluzione.

 

La pandemia ha fatto emergere tanti problemi che, attraverso una lenta e progressiva trasformazione della società, stiamo ancora subendo e per i quali stiamo ancora cercando delle risposte, e sulle quali forse dovremo ancora spendere ancora del tempo.

 

Attraverso 57 incontri, in 60 giorni, è nato il format dalla metafora dell’intervallo di una partita di basket. Ma mi sbagliavo. Non siamo nel secondo tempo. Quell’intervallo, come mi ha fatto notare allora più di un intervistato, era solo un timeout e oggi, ognuno dei temi affrontati, è più che attuale. Siamo di nuovo qui tutti a farci le stesse domande. Magari non siamo stati colti di sorpresa, ma abbiamo ancora bisogno di confrontarci.

 

Così, dopo aver sperimentato le piattaforme di streaming video e varie tecniche di regia, la costruzione del sito per l’aggregazione dei contenuti ed il canale YouTube, anche per Intervallo Lungo si è avviata una trasformazione, adattandosi a più linguaggi. È diventato un’applicazione mobile per una navigabilità più intuitiva e più facile da fruire anche in mobilità. Poi, seguendo la linea evolutiva dei linguaggi e del web, ne è nato un Podcast, un’App e un prodotto distribuito per l’Apple TV, per rendere i contenuti fruibili realmente in ogni formato possibile. Contemporaneamente Intervallo Lungo si è concretizzato in un prodotto editoriale, in eBook prima e in formato cartaceo subito dopo, che oggi viene lanciato nel marketplace di Amazon. 

 

La sfida aperta è riprendere i temi, con gli stessi interlocutori e riavvolgere il percorso per sviluppare altri confronti. La voglia è quella di confrontarmi anche con chi in questo periodo in prima persona ha affrontato la riprogettazione e affrontato questo cambiamento. 

 

Questo è stato, è e sarà Intervallo Lungo, un’interazione continua sulla nuova normalità: “Un tempo lungo: imparare dal passato, riflettere sul presente e disegnare il futuro”

 

Intervallo Lungo nella rete

 

Sito Internet

Gli intervalli su YouTube

Android App

App iOs e Apple TV

Il Podcast

eBook

Il Libro

Sport MarTech: Marketing e Technology al servizio dello Sport e nuove professioni

Negli ultimi anni abbiamo vissuto un’accelerazione tecnologica imponente che ha trasformato completamente il nostro modo di produrre e fruire dei contenuti, le modalità di utilizzo delle piattaforme ma soprattutto le dinamiche relazionali tra utenti e brand.

Mentre prima era un lento avvicinamento verso una nuova prospettiva di evoluzione, non solo dell’ecosistema sociale tecnologico ma dell’essere umano in quanto tale, improvvisamente qualcosa è cambiato. Fuor di dubbio al centro di tutto c’è stato un veloce adattamento della socialità degli individui alla comparsa dei Social Media che hanno consentito loro di interagire in maniera diversa, adattare i linguaggi e velocemente scivolare in un futuro che è divenuto il nostro presente. Ora questa trasformazione radicale ha, via via, coinvolto tutti i settori per finire con l’investire, con la sua onda lunga, anche lo sport.

Qualche anno fa avevo iniziato a parlare – prima che diventasse “mainstream” – di Sport 4.0 ossia quel cambiamento derivante dall’unione del marketing 4.0 secondo Kotler e dell’industria 4.0, a supporto dei nuovi modelli di business dell’industria dello Sport. La derivata immediatamente successiva al concetto di Sport 4.0 è stata quella della Sport Digital Transformation (spoiler: a breve uscirà un mio libro!).

A distanza di qualche anno, parliamo in maniera un po’ più disinvolta di trasformazione digitale nello sport, ma tutt’oggi siamo ancora indietro ed è ancora non del tutto semplice coinvolgere i club e le federazioni in un processo di integrazione del digital marketing con processi IT orientati a definire una progettualità integrata e organica. La primaria difficoltà, ancora riscontrabile, è quella legata al sopraggiungere di ecosistemi tecnologici nuovi che sviluppano costantemente la necessità di nuove figure e nuove competenze adatte a interpretare tendenze, comprendere le modalità di utilizzo e monetizzazione e gestire quindi la trasformazione, divenuta un percorso indispensabile per tutto il mondo sportivo.

Le nuove professioni del marketing sportivo

Alla mia visione, sempre orientata a mettere in evidenza quanta tecnologia e innovazione potesse essere applicata al mondo dello sport, è stato dato un riscontro scaturito dall’evolversi di nuove figure che già oggi si stanno integrando e facendo spazio in particolare nel mondo dello sport marketing. Parliamo di profili “innovativi” come quello dell’Head of Innovation o del Revenue Manager. Ambedue orientati a studiare strade che ruotino attorno al marketing tradizionale e digitale per perseguire l’innovazione il primo e la ricerca di nuove opportunità di revenue il secondo.

La verità è che spesso, per formazione e per esperienza, queste due figure sono scollegate dalla parte tecnologica, viaggiano su visioni che sono puramente economiche e creative, senza tener conto dell’elemento tecnologico, progettuale e strutturale degli ecosistemi sui quali si basa tutto il processo. Il vero connettore della nuova realtà nel mondo sportivo oggi è il Marketing Technologist, un esperto in grado di mettere insieme sia la capacità di interpretare il mercato dello sport, per esperienza e skills acquisite, sia la profonda conoscenza dei meccanismi degli strumenti che gli consente di avere una visione globale delle possibilità di empowerment che la tecnologia può destinare al marketing.

Vi dirò di più: per come si è evoluto il marketing oggi, sempre più inglobato nella tecnologia (e viceversa), anzi a tratti dominato da essa, il vero cambiamento nello sport c’è stato grazie proprio all’evoluzione della parte marketing dello sport che è MarTech. Non esistono più altre strade da percorrere senza la mancata esigenza di avvalersi di sistemi software che consentano di “energizzare” e attualizzare i processi di marketing. Non si tratta di adds on. Il Marketing Technology è un equilibrio che si è necessariamente creato tra la tecnologia e il marketing al fine di generare valore, lì dove le teorie puramente economiche hanno lasciato spazio allo studio e all’approfondimento degli ecosistemi software che potevano realizzare questo nuovo obiettivo.

 

Con il termine MarTech Manager o Chief MarTech Officer è individuabile una competenza tecnica associata all’innovazione con una visione globale di quello che è il mercato di riferimento. Lo sport, differente da tutti gli altri mercati, ha la necessità di avere in sé figure in grado non solo di gestire community e creare strategie di comunicazione ma anche e soprattutto capire i sistemi, valorizzare i dati e studiare percorsi di empowerment del dato stesso al fine di generare revenue.

 

Non tutto lo sport business si convertirà in maniera allineata comprendendo l’importanza della nuova evoluzione del marketing che genererà dei cambiamenti radicali: ci sarà chi affiancherà il MarTech alle operatività convenzionali, chi lo integrerà costruendo tutte le direttive strategiche in funzione del marketing tecnologico, chi verrà completamente assorbito costruendo percorsi pensati solo in MarTech mode e chi verrà completamente dominato dalla nuova accezione del termine, lasciandosi guidare nell’operatività creativa dalla Technology Marketing Innovation.

Il marketing è cambiato radicalmente. Non esiste marketing senza tecnologia e per lo sport è arrivato il momento di guardare al MarTech come la soluzione per sviluppare un processo definito, strutturato e meno frammentato rispetto alle attuali progettualità.

Sport MarTech è marketing e tecnologia in ambito sportivo, oggi. La tecnologia non è mai stata così vicina allo sport.

Due mesi di Intervallo Lungo: un confronto per affrontare la nuova normalità con maggiore consapevolezza

Siamo arrivati alla conclusione di una lunga avventura. O forse no. Quando ho immaginato il format #IntervalloLungo eravamo appena entrati in una fase della vita globale del nostro Paese, nuova per tutti, che ha spinto ciascuno di noi a rideterminare tanti aspetti delle nostre vite. 

Ho ragionato a lungo su come interpretare una modalità di racconto del momento che stavamo vivendo e ho provato a rispondere, a chi direttamente me lo chiedeva, condividendo solo il mio punto di vista. Poi ho pensato che non fosse sufficiente e dalla metafora legata alla pallacanestro, è nato uno spunto differente: i primi di marzo avevamo finito di giocare il “primo tempo” e ci siamo ritrovati fermi, nella locker room durante l’intervallo, per poter studiare nuovi schemi prima di tornare in campo. Così è nato IntervalloLungo.

Per dare corpo alla metafora ho voluto nello spogliatoio con me tanti atleti diversi, una squadra lunghissima: 57 top players con caratteristiche ed esperienze uniche, ciascuno con una sua spiccata attitudine, ognuno di loro in grado di dare un contributo a questa squadra in procinto di affrontare la seconda parte di una gara molto complessa, ma non impossibile.

Ci siamo ritrovati, giorno dopo giorno, ad affrontare temi sociali, psicologici, tecnologici, ed economici, passando dal marketing alla comunicazione, dalla sfera personale a quella professionale, con un pensiero al passato ma lo sguardo orientato al futuro e a questa nuova normalità che ora si sta delineando davanti ai nostri occhi.

Ho imparato tanto dai confronti, così come ho avuto la possibilità di approfondire punti di vista e delineare schemi sulle dinamiche utili per rientrare in gioco ed affrontare la partita contro una crisi sociale ed economica importante, mai vissuta prima. Qualcuno di loro mi ha suggerito che forse allora non eravamo ancora nell’intervallo ma in un time-out del primo tempo. Forse per certi aspetti è stato così, almeno nella prima fase, quella più complessa.

Ma, superato un primo momento di smarrimento, questo percorso è stato anche un grande stimolo perché, come si impara tanto dalle difficoltà in campo, così ho avuto la consapevolezza che il momento, la crisi, la frustrazione e a volte la paura dell’uomo, ha generato una grande forza creativa che ha spinto le persone e le aziende a prepararsi con soluzioni a tratti sbalorditive.

Intervallo Lungo è stato l’appuntamento del mattino del lockdown. Gli “atleti” entrati nello spogliatoio per il momento idi confronto, sono arrivati dall’Italia e da altre parti del mondo, collegati in remoto: professionisti incredibili, donne e uomini dalle caratteristiche diverse ma accomunati dalla stessa visione proattiva, positiva e costruttiva verso il futuro.

E’ stata un’esperienza incredibilmente formativa, costruttiva, piacevole e piena di momenti di approfondimento, in grado di stimolare idee e progettualità per affrontare il mercato, e le varie industrie coinvolte, dallo sport, al retail al finance. E non solo.

L’avventura prosegue e non finisce qui. Intervallo Lungo non aprirà più le mie giornate nei prossimi giorni e quelle della mia squadra (almeno per un po’), giusto il tempo di capire come re-interpetare anche il format stesso. Ma in due mesi questo stesso format è già cresciuto, evolvendo in altri strumenti utili a tutti: un’app dedicata per rivedere gli interventi, un progetto di libro per percorrere i pensieri e un podcast per immaginare a occhi chiusi la nuova normalità.

Un ringraziamento va a tutti quelli che hanno partecipato, contribuito, commentato e dato spunti di discussione e di riflessione per far crescere questo format e hanno impiegato, anche solo una parte del loro tempo, con tutti noi.

 

Tutti i video dei protagonisti di Intervallo Lungo:

  • Paolo Iabichino || Iabicus
  • Domenico Romano || Marketing Manager AWLab
  • Stefano Quintarelli || Member of the AI High Level Expert Group at European Commission
  • Andrea Arrigo Panato || Dottore Commercialista
  • Massimiliano Montefusco || General Manager RDS
  • Roberta Milano || Travel and Tourism Digital Strategist
  • Umberto Gandini || Presidente Legabasket Serie A
  • Giorgio Tacchia || CEO Chili TV
  • Davide Dattoli || CEO Talent Garden
  • Andrea Pezzi || Chairman Myntelligence
  • Massimo Caputi || Giornalista Sportivo
  • Luca Carbonelli || Caffè Carbonelli
  • Paola Bonomo || Non Executive Director, Advisor, Investor
  • Mirko Lalli || Travel Appeal
  • Claudio Berretti || General Manager Tamburi Investment
  • Jacopo Romei || Independent Strategy Consultant
  • Marco Trombetti || Entrepreneur and Investor Translated & PI Campus
  • Mauro Porcini || SVP & Chief Design Officer ai PepsiCo
  • Fabrizio Perrone || President & founder Buzzoole
  • Ernesto Paolillo || Co-fondatore Financial Fair Play
  • Simone Cicero || Co-founder at Boundaryless Platform Design Toolkit
  • Luigi De Laurentiis || Filmauro – SSC Bari
  • Massimo Chiriatti || CTO Blockchain & Digital Currencies at IBM – University Programs Leader
  • Giuliano Giorgetti || Head of Digital Content FIFA
  • Elena Lavezzi || Head of Southern Europe at Revolut
  • Francesco Bottigliero || CEO Brunello Cucinelli
  • Barbara Cominelli || COO Marketing and Operations Director Microsoft Italy
  • Serena Torielli || CEO VirtualB
  • Filippo Berto || CEO Berto Salotti
  • Osvaldo Danzi || FiorDiRisorse
  • Diego Nepi || Direttore Marketing CONI
  • Enrico Mercadante || Lead for Specialist Team Southern Europe and Innovation for Italy at Cisco
  • Chiara Russo || CEO Codemotion
  • Barbara Labate || CEO Restore
  • Davide D’Atri || CEO Soundreef
  • Andrea Abodi || Presidente Credito Sportivo
  • Isabella Falautano || Chief Communication & Stakeholder Engagement Officer Illimity
  • Barbara D’Acierno || Head of customr value management PostePay
  • Marco De Carli || CEO DINN!
  • Massimo Canducci || Chief Innovation Officer Engineering
  • Giacomo Moiso || Co-founder & CEO at Fluentify LTD
  • Stefano Fratepietro || CEO Tesla Consulting
  • Leandro Agrò || IxD/UX expert, IoT pioneer
  • Mario Valentini || Partner Pirola Pennuto Zei & Associati
  • Federico Smanio || CEO WYLab
  • Alessandro Rimassa || Future of Work – Digital Transformation Expert
  • Laura Donnini || Senior Executive, Harper Collins Italia
  • Paolo Cisaria || CEO Mkers
  • Valerio Giacobbi || Senior Executive, Cortina 2021
  • Francesco Calvo || Chief Operating Officer, AS Roma
  • Elena David || Presidente AICEO
  • Patrizia Ravaioli || Senior Advisor Key2people
  • Antonio Grasso || CEO DBI
  • Matteo Sarzana || General Manager Italy at Deliveroo
  • Simone De Rita || DG World Food Programme (WFP) Italia
  • Stefano Calderano || CEO Axepta BNP Paribas
  • Roberto Monzani || Head of Content and Media platform
© HRISTO RUSEV / NURPHOTO - Cigno nero

L’alibi del Virus

La parte peggiore del momento Covid-19 sembra esser passata. Sembra.

Che sia stato un momento complesso non c’è dubbio e che lo possa esser ancora anche.

Nessuno o in pochi, pochissimi, avevano intuito si trattasse di una pandemia dagli effetti e dalla magnitudo del genere, una magnitudo che avrebbe bloccato tutto. Non c’è dubbio che questa situazione abbia impatto su imprese, mercati e persone, e forse ci saranno impatti che vedremo a breve, impatti che avranno a che fare con ridimensionamenti se non chiusure.

C’è chi ha pensato fin da subito che tutto questo potesse esser la causa del fallimento della propria azienda. Seppure non si sapesse ancora dove saremmo andati a finire (e forse tutt’ora non lo sappiamo).

Il virus è quindi (o può esser) la causa del fallimento di alcune aziende?

Non sono del tutto d’accordo su questo pensiero e questa domanda, anzi. Non c’è dubbio che ci siano aziende ed industrie che non possono fare nulla, vedi turismo, o anche professioni ed altre tipologie di attività coinvolte direttamente e chi si sono viste interrompere le proprie relazioni magari per il tema proprio del distanziamento sociale. Non c’è dubbio che ci siano aziende o ambiti che non hanno sufficienti supporti economici per recuperare e gestire la crisi. È complesso, e non c’è dubbio. E non c’è dubbio anche che ci sia una parte del mercato infimo, scorretto ed inadeguato che probabilmente, nascondendosi dietro la scusa della crisi, metterà in difficoltà altre aziende, scaricando le sue inefficienze, le cattive gestioni ed i suoi rischi sugli altri, mettendo appunto in ginocchio altre aziende con mancati pagamenti e altre scelte fatte solo per scaricare responsabilità.

Ma non c’è dubbio comunque che anche in questo caso non è il virus la causa diretta del fallimento.

E non lo sarà.

Non lo sarà per le aziende che hanno guardato un po’ più lontano. Lo sarà invece per le altre, per quelle che non lo hanno fatto e che non hanno gestito processi di creatività, innovazione, differenziazione e sviluppato un ecosistema in grado di bilanciare il rischio e garantire la sopravvivenza di fronte a casi eventualmente eccezionali.

E saranno alcuni fattori in particolare ad uccidere le aziende.

Sarà la mancanza di capacità di adattamento di un modello obsoleto e rigido, portato avanti alla stregua, che porterà le aziende a non riuscire a far fronte al cambiamento repentino che andrà affrontato.

Saranno la mancanza di visione, l’arroganza e la saccenza che non permetteranno alle aziende di comprendere per tempo la nuova normalità, le nuove abitudini e le nuove esigenze, tanto da rimanere arroccate su modelli non più adeguati.

Saranno la paura e la staticità dei processi creativi e di immaginazione e l’attesa che qualcosa cambi, che non permetteranno di affrontare la complessità e la dinamicità del mercato, generando un gap ed una arretratezza tale da far rimanere indietro le aziende, fino a non avere più il tempo di recuperare il ritardo.

Sarà l’abbandono di coloro che lasceranno solo l’imprenditore nel momento del bisogno che quando poteva non ha costruito un rapporto di fiducia e non ha pensato di costruire un legame, ben oltre il rapporto meramente economico e basato sul ribasso costante del valore.

Ecco. Il virus, probabilmente, è un alibi.

Non sarà lui ad uccidere l’azienda: probabilmente quell’azienda, che non ha gestito con lungimiranza la capacità di adattamento, era già malata o non del tutto sostenibile, prima che lui arrivasse. Questo virus sta solo mostrando le debolezze e accelerando un processo di selezione naturale.

Facciamo in modo che il Virus non sia un alibi.

Mettiamoci al lavoro. Entriamo nell’ottica di non fermarci al primo cambiamento. Affrontiamo questo contesto e questa complessità, comprensibile, senza nasconderci dietro un dito, dietro le scuse o gli alibi, comprendendo che ogni crisi può nascondere opportunità, se non anche solo quella di accelerare un cambiamento laddove non avevamo pensato di farlo.

Photo by: © HRISTO RUSEV / NURPHOTO – Cigno nero

Data Is The New Oil: anche per Adidas con Runtastic

2015. Runtastic GmbH, applicazione per il fitness ed il running con 70 milioni di utenti viene acquisita da adidas, per 239 milioni di dollari. Per molti una follia, per tanti altri una operazione di brand e avvicinamento alla più grande community di fitness.

Per me, che ne parlo nelle lezioni in università e master dal momento dell’acquisizione, una operazione mirata principalmente ai dati. Si, ai dati: luoghi, percorsi, abitudini, prodotti indossati, mood, relazioni ed interessi sportivi.

Dati in grado di trasformare i processi di R&D, lo studio di nuove opportunità di mercato e rivoluzionare, attraverso i dati, la progettazione, il design stesso e perché no i materiali.

Oggi Runtastic ha oltre 170 milioni di utenti e Adidas, dopo aver lasciato inalterata la piattaforma per un periodo – così da non rompere la fiducia della community – e aver poi successivamente accostato il proprio brand alla piattaforma, esce allo scoperto con un primo prodotto ufficialmente DrivenByData: una scarpa con intersuola stampata sui dati di migliaia di atleti.

Il futuro delle aziende è nella capacità di creare, aggregare e acquisire dati ed utilizzarli per modellare processi, metodologie, prodotti e servizi e rendere se stesse sempre più veloci, competitive ed adattative.

DataIsTheNewOil

Progettare un cambiamento non è adeguare (solo) quello che ho oggi

Entriamo nell’ottica, rapidamente, che ripensare a domani , a quella che chiamiamo nuova normalità, non vuol dire pensare soluzioni che partono da processi pregressi, e vincolati a vecchi modelli business.

Ripensare, vuol dire mettere in discussione, completamente, tutto. Compreso il modello di business, la sostenibilità ed i processi.

Se costruisco pareti in plexiglass lasciando le distanze tra gli ombrelloni intatte, solo per speculare sul numero di ombrelloni per metro quadrato, senza ipotizzare di partire da quanto più semplice (ossia distanziare gli ombrelloni), sto sbagliando l’approccio.

Il risultato non potrà esser che fallimentare e creeremo dei mostri. Proprio come quel modello che sta circolando relativamente alle pareti per gli stabilimenti. Terrificante.

Entriamo nell’ottica che ripensare a domani non vuol dire pensare soluzioni che partano da processi pregressi, e vincolati a vecchi modelli business. le dinamiche sociali e dare alla tecnologia e alla progettazione una connotazione più umana.

Il cambiamento non si risolverà solo con la tecnologia o con soluzioni fisiche.

Il cambiamento si affronta con la creatività, con la tecnologia, con l’innovazione con la scienza e con un sano approccio all’esperienza delle persone e ai loro bisogni.

Facebook, la video conference di Messenger ed i dati

In un post su Facebook circa un oretta fa Mark Zuckerberg annuncia il lancio di un client nativo di Messenger per video conference, per MacOs e Windows, con questo post:

“We’re all looking for more ways to be together even while we’re physically apart. So today we’re launching native Messenger apps for MacOS and Windows. Group video calls and messages on our apps have surged — Messenger use on desktop has more than doubled in the last month. These new native apps will make the experience a lot better. I hope you enjoy!”

 

 

Brava Facebook che costantemente aiuta le persone a stare insieme. Una missione fantastica.

Pensavo, ironicamente, a quanto è utile in effetti avere un altro client per la video conference in un momento in cui sul mio Mac ci sono installati solo Zoom, Whatsapp, Facetime, Webex, Whereby, Trueconf, Highfive, Houseparty, Skype e mille altri.

No?

Due considerazioni, però serie:

    1. Fino a qualche giorno fa Facebook riceveva informazioni da Zoom “sotto banco”
    2. Dopo la notizia circolata a livello mondiale, Zoom ha fixato l’app non passando più dati a Facebook.

 

Quindi, come mai uscire con così tanta velocità con un annuncio ed un app non ancora in store? Ma non è che tanto tanto a Facebook servono ulteriori dati in un momento in cui le persone stanno passando tempo su altre piattaforme?

In effetti, l’accesso al tempo e ai dati delle persone da parte di Facebook, e da sempre il modello su su cui si basa tutto il business.

 

Dati e video, vi starete chiedendo, che legame hanno?

 

E beh, si e qualche idea ce l’ho, e ve la condivido, prima ancora di leggere i termini di servizio (che leggerò non appena sarà live):

    • Le persone con cui verranno effettuate le video-chiamate influenzeranno ancora di più quello che lo stream propone?
    • Link e informazioni eventualmente passate in chat saranno usate per raffinare ADV?
    • Sarà utilizzato video / image recognition per taggare, oltre i volti, anche l’ambiente in cui viviamo, compresi libri, oggetti, ambiente, e via dicendo come già avviene quando pubblichiamo una foto?
    • Sarà utilizzato il riconoscimento dell’audio per raffinare la proposizione dell’algoritmo?

 

 

Così, leggendo il post entusiasmante di Facebook, mi son solo posto un paio di domande e mi son venuti giusto un paio di dubbi, come successo al tempo della lettera aperta all’algoritmo.