Parole al vento: startup, innovazione, digitale e bellezza #verybello

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A proposito di #VeryBello ne ho lette e ne sto leggendo di tutti i colori, e credo ci sarà ancora da leggere per i prossimi mesi: da analisi tecniche più o meno profonde, a prese per il culo varie più o meno utili, sia verso Franceschini, sia verso l’agenzia e le persone che ci hanno lavorato. Non entro nel merito dei tecnicismi del progetto che oggettivamente sono carenti e su cui è stato già detto tanto. Non trovo nemmeno corretto prendere di mira l’agenzia che ha lavorato perché, in fondo, ad oggi, si sa poco o nulla riguardo a tempi, budget e vincoli imposti. Tra l’altro lo trovo poco professionale sparare senza avere tutte le informazioni. Dopo tutto è fin troppo facile farsi belli sul fail degli altri.

Quello che trovo corretto invece è prendersela con il committente, il Ministro e chi per lui, perché il vero problema è appunto loro e la loro incapacità di capire cosa sia utile o meno, cosa deve esser fatto ed in quali tempi ed in che modo. E non è un tema di bandiera, partito o altro. Paolo Iabichino ha riassunto molti dei miei pensieri in modo perfetto qui.

Non c’è nulla da aggiungere alla sua riflessione, se non una sola cosa a cui tengo molto.

In un governo di un paese che dice di credere nelle startup, nell’innovazione e nel digitale, non cogliere un momento come questo e scegliere di investire su uno (o più di uno) dei tanti progetti che giorno dopo giorno stanno provando a costruire piattaforme che possano valorizzare quello che abbiamo di più bello in Italia, vuol dire non crederci realmente. Vuol dire utilizzare queste parole per alzare l’attenzione, per fare comunicazione e farsi belli solo a chiacchiere. Niente altro.

Ci sono progetti come Wami, Lookals e moltissimi altri ancora che non sto qui a citare, che, dell’arte, del food, del turismo, della bellezza italiana, ne fanno la loro principale attività, un investimento di risorse e tempo in cui credono ragazzi e neo imprenditori. E che non lo fanno per gioco. E non è nemmeno un passatempo. E’ qualcosa in cui credono realmente e che bisogna tenere in considerazione.

Ecco ed è proprio qui il punto: bisogna credere nella competenza e nella visione di chi sta investendo personalmente e che può portare, a supporto delle iniziative di questo tipo, talento, competenza, commitment ed esperienza in molti casi.

Questa poteva esser una delle tante occasioni per dare forma e tangibilità, reale, alle tante – troppe – parole che vengono dette e spese continuamente, solo per fare politica ed accaparrarsi qualche voto in più.

Mi auguro solo che la prossima volta che usciranno parole come #startup, #innovazione, #digitale e #bellezza dalla vostra bocca, vi vadano di traverso e vi facciano tossire a tal punto da farvi riflettere su quello che state dicendo.

L’innovazione si costruisce giorno dopo giorno, insieme, e non ripartendo ogni volta da zero. E di persone con le quali costruire in Italia ce ne sono molte. Moltissime.

La crescita dell’uomo e gli stadi di sviluppo della community

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La crescita del volume degli utenti di una community ed il suo sviluppo in termini di conversazione, secondo la mia esperienza di questi ultimi anni, è equiparabile allo sviluppo biologico, psicologico e sociale della crescita dell’uomo nelle sue varie fasi. La psicologia, gli effetti biologici e le dinamiche sociali sembrano esser le stesse, ma con una sola possibile variante finale.

In particolare, partendo dalla fase post nascita le fasi di sviluppo sono: Nascita, Infanzia, Pubertà, Maturità e Vecchiaia. Nel dettaglio:

Nascita

  • Incapacità di orientamento
  • Incapacità di movimento
  • Incapacità di alimentazione in autonomia

La community è appena nata: è nata dalla voglia di condividere qualcosa da parte di più persone. E’ stato scelto il primo strumento disponibile e sono state utilizzate le minime tecniche a disposizione. Definirla ancora community è presto e non esistono ancora temi caratterizzanti (incapacità di orientamento). Il flusso di discussioni è ancora acerbo ed è alimentato da thread dei fondatori del gruppo (incapacità di movimento). . La community è strettamente dipendente dal contesto e dal mondo esterno. L’assenza delle azioni di conversazione, moderazione ed organizzazione da parte dei fondatori, il gruppo / community potrebbe anche morire (incapacità di alimentazione in autonomia).

Infanzia

  • Capacità di controllo dell’orientamento della testa
  • Capacità di camminare, prima a gattoni, poi in posizione eretta
  • Capacità di parlare

In questa fase la community è ancora molto piccola ed ancora immatura dal punto di vista dell’organizzazione: si evolve per step, si costruiscono piccole regole e netiquette a supporto per prevenire ed organizzare meglio i contenuti (capacità di camminare). I partecipanti sono tutti legati ad un valore comune, sono in grado di parlare e dialogare mantenendo toni pacati (capacità di parlare): i membri sono tendenzialmente pochi e con legami forti. Tutti sono coscienti di aver creato un gruppo di discussione, un luogo in cui condividere informazioni e sono in grado di orientare la discussione secondo i temi condivisi (orientamento e controllo). L’identità del gruppo è ancora debole.

Pubertà

  • Cambiamento della voce
  • Comparsa di peli
  • Sviluppo dei caratteri sessuali secondari

La community inizia a crescere: il livello di conversazione va aumentando ed il numero di contributi nuovi iniziano a modificare anche il livello di autorevolezza e profondità della discussione (cambiamento della voce). I nuovi membri e la presenza di più persone con punti di vista differenti determinano l’inizio delle prime discussioni e delle prime controversie: da una parte incrementano le discussioni più accese e dall’altra avvengono i primi abbandoni della community derivanti dal disinteresse per le discussioni più profonde (sviluppo dei caratteri sessuali secondari). Nella community in questa fase arrivano i primi professionisti interessati all’utilizzo per altri fini (comparsa di peli) e la conversazione diventa più dura e spesso velenosa anche grazie alla crescente identità del gruppo.

Maturità

  • Fase di stabilità dello sviluppo
  • Meccaniche immunitarie sviluppate
  • Capacità di relazione e linguaggio completo

Questa è una fase importante per la community. La conversazione è alimentata dalla stessa community e non più solo dai primi membri. Le discussioni sono in tema e gli stessi utenti invitano altri utenti ad unirsi alla conversazione (fase di stabilità dello sviluppo). La community è in grado di automoderarsi, segnalare e gestire casi critici e abilitare comportamenti difensivi (meccaniche immunitarie sviluppate) in caso di flame, abusi o spam. In particolare la community inizia ad avere forti relazione extra community, coinvolgendo altre reti e network in iniziative, ed è in grado di influenzare o abilitare comportamenti anche fuori dal suo perimetro di discussione (capacità di relazione e linguaggio completo). La community guarda verso l’esterno e non più solo a se stessa. In questa fase è crescente l’esigenza da parte della community di iniziare anche a comunicare, rivedere e adeguare la netiquette, le regole di condivisione anche in funzione della crescita, delle dinamiche e dei temi su cui si è focalizzata l’attenzione. L’interesse di terze parti, grazie alla verticalizzazione dei temi trattati e dei membri partecipanti, diventa sempre più frequente.

Vecchiaia

  • Comparsa di capelli bianchi e perdita di capelli
  • Invecchiamento della pelle

Consapevolezza e debolezza sono i termini più adeguati per definire questa fase della community. La consapevolezza (comparsa di capelli bianchi) si manifesta con la crescita continua ed il coinvolgimento progressivo di altri nuovi membri e nuove persone in grado di accendere discussioni e attivare dibattiti. L’arrivo di nuovi utenti con linguaggi nuovi, genera fisiologicamente anche l’abbandono di vecchi membri che, nelle nuove dinamiche, non si sentono più parte di quella identità (perdita di capelli). Le discussioni ed i temi tendono a cambiare e modellarsi e si vanno definendo nuovi argomenti di dibattito (invecchiamento della pelle). In questo momento specifico la community è nel suo punto maggiore di debolezza: in questa fase possono verificarsi due casi: uno è biologicamente naturale, uno è biologicamente innaturale. Nel primo caso, biologico naturale, la community tende a frammentarsi: il contenuto si va deteriorando rispetto all’aspetto che aveva alla fase della nascita, il tasso di abbandono è alto ed il percorso porta alla morte della community. Nel secondo caso, quello biologicamente innaturale, la community rinasce e riparte un nuovo ciclo. Rinasce su valori diversi, evoluti e adattati alla presenza di nuovi interessi, tecnologie, metodologie ed approcci.

Questa è una riflessione nata di mattina, velocemente e sicuramente ancora superficiale e da approfondire. Lo sviluppo di una community è sicuramente fatta di evoluzioni, con andamenti alternati, punti di rottura e momenti di crescita che non seguono sicuramente una linearità: associare agli stadi evolutivi della community alcuni momenti della vita dell’uomo potrebbe aiutare a capirne dinamiche, aspetti e punti di miglioramento e gestione.

Voi cosa integrereste o modifichereste di questo ragionamento?

Fabio
Napoli, 10.11.2013

Una cosa di cui non si parla, non è mai esistita: tra storytelling, inchiesta e denuncia

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Perchè lo storytelling di cose che funzionano deve esser visto sempre contrapposto ad un giornalismo di inchiesta e di denuncia?

Eppure dovrebbe esser così semplice da capire. Uno – lo storytelling – racconta le cose positive e che prendono forma, le narra le rende leggibili e fruibili da tutti, spesso con un linguaggio più semplice e comprensibile. L’altro – il giornalismo di inchiesta e denuncia – parla di quello che non va, di truffe ed illeciti e rende visibile dinamiche che spesso sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno racconta.

In questo periodo mi è capitato spesso di parlare di questo tema con più persone e confrontarmi anche su Facebook e ho notato che quando si parla di questi due approcci, nella più tipica delle reazioni italiane Guelfi contro Ghibellini, ci si sofferma a discutere esclusivamente sul tema dell’ottimismo e del pessimismo, della destra o della sinistra o dell’esser realisti o no, perdendo sempre di vista  una cosa che invece è fondamentale: tutti e due hanno l’obiettivo comune di modificare uno status e raccontare qualcosa che comunque non sarebbe visibile a tutti.

Come dice anche Alessandra nel suo commento al mio post su facebook:

Se non avessimo belle storie da raccontare, ma solo brutture da denunciare, la reazione più normale sarebbe perdere la speranza e provare ad arrangiarsi. Io sono felice quando trovo qualcosa che funziona, gente che lavora bene, progetti di cui vale la pena di parlare, e credo che raccontarli sia forse ancor più necessario.

Sono completamente d’accordo: le belle storie, coinvolgono e predispongono le persone in ottica costruttiva e positiva. Negli ultimi anni purtroppo siamo stati bombardati da notizie negative, arrivismo e situazioni politico-sociali pessime. Molte persone hanno perso la speranza e si è innescato un meccanismo di disinteresse verso cosa pubblica ed un disamoramento da tutto ciò che è comune. Praticamente l’esposizione continua alle “zozzate” alle quali siamo stati sottoposti per tanto tempo, ha generato un sovraschema mentale ed una distorsione nel pensiero di tutti, tanto da portarci, soprattutto in Italia, ad avere pregiudizio verso tutto.

E così se qualcuno racconta una bella notizia, una esperienza o condivide un episodio parlandone con entusiasmo ed ottimismo, viene preso per un incitatore, uno che manda al massacro gli altri, che manipola la conversazione e viene etichettato come ottuso sognatore che non vede dove sono i problemi. Ma succede anche il contrario, quando qualcuno denuncia un fatto e condivide una opinione: dietrologismo, politica ed interessi personali sono le risposte più frequenti.

Mi sembra di intuire che siamo in un momento in cui non siamo in grado di analizzare con distacco quello che viene condiviso e ci troviamo a prender posizione prima ancora di capire, con pregiudizio. In qualsiasi caso.

Dobbiamo riprender e recuperare coscienza e lucidità.

E’ per questo che, oltre ad evidenziare quello che non va con un approccio comunque costruttivo, ritengo utile lo storytelling, la narrazione positiva, la condivisione ed il racconto di percorsi, progetti ed imprenditori. Siamo un paese che non valorizza quello che ha e quello che costruisce. Lo storytelling può, come succedeva anche negli anni ’60 negli USA con lo Storytelling Renaissance, portare ad una evoluzione culturale attraverso interviste, registrazioni ed eventi specifici di storie e riuscire a creare occasioni di sperimentazione, confronto e apprendimento di esperienze.

Storytelling, giornalismo di inchiesta e denuncia sono parte integrante e necessaria di un processo di cambiamento e accrescimento culturale che permette di creare coscienza e consapevolezza: se ci si limita ad uno o l’altro, come successo negli ultimi anni in Italia, succede che le cose positive non emergono e quelle negative rimangono nell’ombra e prendono piede.

In fondo, viviamo nell’era dell’informazione ed una cosa di cui non si parla, positiva o negativa che sia, potrebbe non esser mai esistita.

L’essenza del networking

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Un guerriero della luce condivide con gli altri tutto ciò che conosce del cammino. Chi aiuta, viene sempre aiutato, e ha bisogno di insegnare ciò che ha appreso. Perciò egli si siede intorno al fuoco e racconta com’è andata la giornata di lotta. Un amico gli sussurra: “Perchè parlare tanto apertamente della tua strategia? Non vedi che, comportandoti così. Corri il rischio di dover dividere le tue conquiste con altri?” Il guerriero si limita a sorridere, e non risponde. Sa che, se giungerà alla fine del viaggio in un paradiso vuoto, la sua lotta non avrà avuto alcun valore.

Credo sia l’essenza del networking e del fare rete.

Tratto dal “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coelho.

Essere, raccontarsi e condividere

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Essere in rete è mostrarsi, raccontarsi e condividere informazioni reali, senza falsi nomi, finti profili o personalità diverse dalla realtà, trasportando se stessi ed il proprio essere in modo integro, coerente e sincero.

La rete non è solo uno strumento di comunicazione in cui si può esser diversi dalla vita reale. La rete è molto di più, è un prolungamento della vita reale in termini di memoria, relazioni, informazioni ed azioni.

Ma essere in rete non è semplice e secondo Callie Schweitzer, nel post “You are what you share” su Medium:

The internet is supposed to be a place where everyone can be themselves and find like-minded people. But what we’re seeing right now is a faux intimacy. We think we know people so much better because of the internet, and the information it puts at our fingertips, but we really know them less. We know only what they put out there about themselves. 

Praticamente, quando viviamo la rete  e condividiamo noi stessi non siamo completamente onesti e trasparenti e, spesso, la condivisione si trasforma in costruzione di un io diverso, alla ricerca di un’audience sempre maggiore. Anche Andrea Contino sottolinea che

…ci troviamo a dare un’immagine di noi stessi più vicina al socialmente condivisibile che alla realtà delle cose…

Lo spunto è interessante e la discussione che ne può scaturire è assolutamente attuale e allo stesso tempo difficile da affrontare, considerando che, secondo me, c’è ancora una forte mancanza di conoscenza delle potenzialità della rete e poca consapevolezza, al momento, della condivisione in rete da parte di molti.

Anche Luca De Biase, riprendendo il post di Andrea pone delle domande che fanno riflettere:

…quanto sono autentiche le persone che si presentano online? Quanto i loro racconti autobiografici sono coerenti, integri, sinceri? Quanto sono frenate e inibite nel caso debbano affrontare temi che coinvolgono il loro vero nome?…

Probabilmente ci vorrà tempo per rispondere a queste domande, capire se la rete può avere dinamiche diverse dalla vita reale o meno, cosa sia veramente la coerenza in rete e se la “necessaria mediazione” accennata da Andrea, sia veramente necessaria.

Io sono dell’idea che raccontare se stessi, realmente, per quello che siamo, le nostre preferenze e cosa pensiamo sia parte integrante di un cambiamento di cultura, di trasparenza e partecipazione, ancora alla fase iniziale, ma unica strada per un futuro prossimo.

Ringrazio Andrea, Luca e Pier Luca che, nei loro post e con le loro riflessioni, hanno stimolato ancora una volta un dibattito importante e difficile come questo. Consiglio la lettura e gli approfondimenti segnalati.

Networking is

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Quando ti confronti con le persone e spendi il tuo tempo condividendo idee, spunti, suggerimenti, conoscenza e la tua rete di contatti, senza aspettarti o pretendere nulla in cambio, impari molto più di quello che pensi di dare e prendi consapevolezza di quanto sia potente un sano networking.

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When you compare yourself with other people and spend your time in sharing ideas, experiences, knowledge and your network, without expecting anything in return, you are learning a lot more than you think to give and taking awareness of how powerful a healthy networking is

 

Networked life: siamo ancora lontani.

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Lo so, uno va in vacanza e dovrebbe staccare un po’. E magari dovrebbe anche rimanere disconnesso per qualche giorno e fare in modo di recuperare qualche sana abitudine come correre, alcolizzarsi, rilassarsi, dormire e divertirsi in modo non digitale, oltre quelle abitudini iper Geek che facciamo durante il resto dell’anno quando siamo iperconnessi e non facciamo altro che leggere facebook, twittare, postare e scattare foto su Instagram.

In linea di massima si, son d’accordo: ogni tanto staccare fa bene, ma neanche troppo, in fondo la rete non è altro che il prolungamento della nostra vita, perchè tagliarla fuori? Però capita che ti chiamano a fine luglio/primi di agosto, quando ancora stai lavorando e sei li che aspetti di andare in ferie: ti chiama quel cliente al quale vuoi – molto – bene, in zona Cesarini , e nei primi giorni di agosto, con una fretta allucinante e una priorità altissima (la sua), ti chiede di fargli delle attività da consegnare a settembre. E così, dopo qualche ripensamento, decidi di portarti, questa volta, il lavoro in vacanza.

Si può fare, in fondo per noi Digitali-iperConnessi-EarlyAdopter-superSocialAddicted, che problema c’è? Lo sappiamo tutti… noi stra-fighi digitali, non abbiamo il problema della location, “possiamo lavorare ovunque“, “siamo sempre connessi“, o nel peggiori dei casi “ci basta una Wifi o una chiavetta” e possiamo lavorare.

Più o meno.

Estate 2012, ci tengo a sottolineare l’anno. Sono al mare, non troppo lontano da Roma. Circeo precisamente. Una ridente località di mare che non sembra esser l’Africa o il Burundi, almeno apparentemente. Per stare tranquilo sono partito per le vacanze armato di 1 chiavetta dati con sim H3G, un samsung Galaxy S3 con sim  TIM, un iPhone 4S con sim Vodafone, un iPad con sim dati Vodafone, una SIM dati TIM nell’hotspot MIFI e, per non farmi mancare nulla, mia moglie ha iPhone con sim Wind. Praticamente ho il 100% degli operatori italiani – quelli veri in teoria – a portata di mano e tanta di quella tecnologia da poter condividere connessione con tutto il litorale sabaudo. E se potessi, lo farei veramente.

“Lo farei”. Non ho usato il condizionale per caso, perchè…

…malgrado l’arsenale che mi son portato dietro, non riesco a stare connesso! Nel migliore dei casi vado in Edge, nel peggiore non c’è segnale dati, nella media delle connessioni cade continuamente il segnale dopo 2 minuti.

Incommentabile.

E noi che durante l’anno ci sforziamo di parlare di Digital Divide, sensibilizzare le persone sull’importanza della rete e vorremmo portare la connessione ovunque perchè “Internet bla bla bla…“, dobbiamo ammettere che tra noi e la rete c’è ancora un divario enorme dettato dall’inefficienza delle infrastrutture e degli operatori. E non è solo un problema di mancanza di cultura o volontà.

La verità è che stiamo ancora lontani dal poter ipotizzare una reale networked life. Finchè siamo in città riusciamo ad esser iperconnessi: adsl, fibra, satellite, mobile, wifi cittadini nei bar, al parco e in piazza. Insomma si può fare. Il problema reale arriva quando si esce dalle 4 mura cittadine, pur rimanendo sempre in Italia, e non è solo un problema solo di ADLS o Fibra che non sono cablate.

Non prende il segnale dati. Ma come si fa nel 2012?

Vabbè, io ci ho provato, sia a voler lavorare – un po’ – in vacanza, sia a portarmi dietro tutte le alternative per non dover dire che realmente soffriamo veramente il Divide. 

Adesso me ne torno in spiaggia. Buone vacanze. Ritorno completamente on line da settembre.

 

Son passati solo 1600 anni, eppure tutto sembra uguale.

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La città c’è, esiste, è vera e vivibile. Ci sono voluti anni, non è ancora completa e forse non lo sarà mai, ma la sua architettura e la sua modernità sono maestose. Mancano alcune strutture che ne migliorerebbero la vivibilità e darebbero la possibilità di ospitare altre persone, ma soprattutto tali strutture permetterebbero di raggiungere persone più distanti.

Chi ne viene a conoscenza ne rimane affascinato: architettura, maestosità, immensità e organizzazione. Sembra non avere confini, sembra infinita. Tutto è perfetto. Si rimane colpiti dalla velocità con la quale le persone si spostano, la vivono, si aggregano, si nascondono e ne raccontano agli altri. Chiunque entra, fin da subito si sente parte di un grande progetto. Un progetto grandissimo, quasi un impero.

Chi entra nella città contribuisce nel suo piccolo, creandone parti più o meno importanti per la sua architettura, per la sua continuità, per il suo valore, per la sua diffusione, per il suo commercio e per il suo contenuto in modo consapevole o inconsapevole, diretto o indiretto.

Il valore della città cresce di giorno in giorno, molti ne parlano, anche fuori dalle quattro mura. Le persone che la vivono e la frequentano sono sempre di più. E’ una città viva le cui regole scritte e non scritte definiscono in modo più o meno esplicito dinamiche e comportamenti. Alcuni decidono di uscire, qualcuno viola le regole e viene espulso dagli altri, qualcuno non si sente a suo agio ma prova ad adattarsi. E’ normale, è una società che si sta sviluppando. C’è chi vestito di bianco frequenta luoghi d’elitè, partecipa a comizi di piazza o in sale private, c’è chi nel suo piccolo parla a gruppi di persone che si fermano a guardare e chi invece frequenta mercati, luoghi di aggregazione pubblici e vive la città da cittadino qualsiasi. Chi più chi meno vive questa nuova società.

La società cresce. Crescendo aumentano i problemi e le criticità e alcuni equilibri si vanno modellando. La società prova a strutturarsi, si organizza e cerca di impostare delle regole. Non ci sono ancora città così grandi e più passa il tempo più questa società conquista sempre spazio e visibilità, non sempre in modo pacifico, e allo stesso tempo si indebolisce e si frammenta.

All’orizzonte una nuvola sembra avvicinarsi. Non è una sola nuvola, sono molte nuvole. Sono nuvole di polveri sempre più vicine generate da masse di popolazioni etnicamente diverse che si dirigono a grande velocità verso la città. Un frastuono: lingue diverse , culture diverse. Forse è il caso di respingerli, di rifiutarli? Sono diversi nell’approccio, sembrano non preparati per una città del genere, per una cultura di questo tipo. Qualcuno li definisce barbari ma forse è più un termine per poter definire sé stessi, prendendolo come punto di paragone, in quanto “anormale” rispetto agli standard fino ad oggi e per poter definire così un concetto di normalità.

Vogliono entrare nella città e da qualche parte a tutti gli effetti sono già entrati . Stanno influenzando la cultura e le dinamiche pre esistenti, stanno portando il loro nuovo contributo, le loro abitudini, più o meno buone che siano, stanno modificando l’organizzazione e mettendo in dubbio comportamenti tenuti fino ad oggi. Molto più velocemente di quello che si possa immaginare.

Dimenticavo.

Non vi stavo raccontando un po’ di storia, e non volevo parlare del seducente splendore della grandezza romana e della caduta dell’impero Romano a seguito dell’invasione barbarica, ma della rete e del cambiamento in atto, della massificazione e dell’accesso agli strumenti della rete da parte di un numero di persone sempre più alto.

C’è un forte parallelismo storico, non trovate? Il bello del pragmatismo romano. Tra un conflitto ed un altro, barbari e romani si confrontavano quotidianamente, attraverso alleanze e commercio, incentivando un processo di acculturazione ed ibridazione di culture. Cambiamento che ha poi portato al crollo dell’Impero, ma alla costruzione di una nuova società.

Ho riflettuto molto su questo tema e da un po’ di tempo osservo alcuni gruppi e i comportamenti di della rete. Non nascondo di avere una certa preoccupazione nei riguardi di alcune dinamiche esplosive, ma ritengo, seppur necessario mantenere un livello di educazione ed etica alto, che non dobbiamo pensare di civilizzare “nuove popolazioni” o preoccuparci di esser invasi “barbaricamente”.

Questa è una fase di transizione necessaria ed un ennesimo, fisiologico, cambiamento che permetterà alla rete di svilupparsi, ampliarsi ed entrare nella vita di tutti, tanto da infrangere completamente quella sottile percezione che on line e off line siano due cose distinte.

Dalla cultura della polarizzazione alla cultura della rete

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La dimostrazione che in Italia siamo anni luce distanti dal concetto di fare rete é nella continua nascita e creazione di “poli” di eccellenza, “poli” di innovazione e qualsiasi altra definizione (o entità giuridica) di aggregazione unica e centrale, polarizzante e che ambisce ad avere un ruolo di dominio, superiorità e governo rispetto alle altre esistenti.

La polarizzazione, secondo me, non solo frammenta la rete e rende più difficile la cooperazione, ma diminuisce  il numero di combinazioni di relazione, aumenta i costi di gestione e soprattutto diminuisce l’influenza/conoscenza derivante dallo scambio continuo di più entità in una rete.

In questi giorni sto finendo di leggere “The Rainforest: The Secret to Building the Next Silicon Valley“. Ho trovato molto attinente a questa mia riflessione il capitolo 6 “How to build a Rainforest“, nel quale si parla della forza della decentralizzazione e del passaggio da Traditional “First DerivativeApproach al Rainforest “Third Derivative” Approach.  Hwang e Horowitt, autori del libro,  spiegano, matematicamente parlando, la differenza tra un modello in cui è presente una entità centrale e un modello a grafo. In particolare ho apprezzato il passaggio in cui viene spiegata l’importanza di un modello rispetto all’altro:

Innovation is chaotic, serendipitus, and uncontrollable, so processes that are linear and controlled are rarely self-sustaining. In contrast, what we strive for in a Rainforest is a system that yields immense impact, is low-cost, and generates internal sustainability. The only possible way to achieve these goals is to build a community of innovators where transaction costs have been reduced through the creation of trust, social norms, connectivity, and diversity. This model is based on what we call the “Third Derivative”. In a perfect world, the total potential relationships in such a system might look like this, what mathematicians call a complete graph

Every party can mix, mingle, and potentially transact with every other party. Such a perfectly efficient network would help people access the right expertise, customers, partners, and capital without the rigid and limited role of a central agency.

In Italia, dobbiamo modificare l’approccio dell’io alla base di qualsiasi ragionamento, e passare al concetto del noi. Dobbiamo iniziare a parlare di nodi di una rete più ampia, di connettori locali di persone e competenze, di hub a supporto e beneficio del sistema Italia.

Solo così possiamo generare un cambiamento vero.

The Holstee Manifesto: This is Your Life.

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Questa è la tua vita.

Fai ciò che ami. Se non ti piace qualcosa, cambiala.

Se non ti piace il tuo lavoro, lascialo.

Se non hai abbastanza tempo, smetti di guardare la televisione.

Se stai cercando l’amore della tua vita, smetti di cercarlo.

Arriverà da solo quando comincerai a fare le cose che ami fare.

Smettila di analizzare ogni cosa.

Tutte le emozioni sono belle. La vita è semplice.

Quando mangi apprezza ogni singolo morso.

Apri la tua mente, le braccia e il cuore a nuove cose e alle persone.

Noi siamo uniti nelle nostre differenze.

Chiedi alle prossime persone che incontri quali sono le loro passioni

e condividi con loro le tue aspirazioni e i tuoi sogni.

Viaggia spesso; perderti ti aiuterà a ritrovare te stesso.

Alcune opportunità si presentano una volta, prendile al volo.

La vita sono le persone che incontri e le cose che crei con loro.

Esci fuori e comincia a creare.

La vita è breve. Vivi i tuoi sogni e condividi le tue passioni.

 

Per maggiori informazioni potete seguire qui il progetto http://holstee.com/

Hacktivism, partecipare al cambiamento

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Poco meno di un anno fa scrissi un post per un blog relativamente al concetto di Hacktivism. Lo ripropongo sul mio blog perchè ritengo sia sempre più attuale.

La rete, com’è ormai noto, è divenuta uno straordinario strumento di relazione per costruire luoghi dove sperimentare nuovi modelli di socialità. In questi luoghi digitali – blog, social network, forum, sistemi di instant messaging – si è sviluppata e continua a crescere costantemente una forte interazione tra persone attraverso la partecipazione libera ed lo scambio di informazioni e conoscenze.

Questo meta-luogo, dove si conoscono e si vivono ruoli e identità diverse da quelle a cui siamo abituati e che ci ha dato la possibilità di imparare, conoscere, sbagliare e riprovare, è divenuto il catalizzatore della trasformazione e dell’innovazione sociale. Non solo, la rete si è trasformata in quello spazio dove si può criticare, partecipare e condividere idee, progetti, pensieri e coordinare le azioni e le decisioni da intraprendere per cambiare lo stato presente delle cose.

La partecipazione, l’accesso a queste relazioni e la volontà di fare network è il presupposto dell’hacktivism ossia l’evoluzione delle forme dell’attivismo sociale e della militanza politica che presuppongono un utilizzo efficace, basato sui principi dell’ etica hacker, degli strumenti di comunicazione, e in particolare dei computer e della rete. Questi ultimi smettono di essere soltanto strumenti di produttività e diventano mezzi attraverso i quali gli hacktivisti agiscono per produrre informazione indipendente e “dal basso” contrastando i modelli e i simboli della comunicazione dominante e, al tempo stesso, producendo i luoghi e gli strumenti di una comunicazione libera e orizzontale.

In questi ultimi anni, in Italia, abbiamo assistito sempre di più alla mancanza di una vera identità dei partiti, all’immobilismo delle organizzazioni, ma soprattutto alla perdita di interesse per la discussione sulla cosa pubblica, lasciando le decisioni in balia di un’angosciante e deprimente dirigenza politica. Quello che mi fa preoccupare è la mancanza di partecipazione, oggi ridotta esclusivamente alle proteste e alle manifestazioni in piazza, che sono senza dubbio un momento importante, ma che non possono essere l’unico modo di fare politica. Non si può pensare di trasformare un sistema politico-sociale obsoleto, partecipando 3 volte l’anno, in 100.000, in una piazza.

Per far si che le cose cambino e per riuscire a riprenderci la politica, c’è bisogno di partecipazione fatta di azioni e presenza volontaria, di responsabilità e sostegno attivo, di condivisione e diffusione di dati, che possa generare veramente valore e cultura. Questo può avvenire attraverso l’utilizzo dei mezzi che oggi abbiamo a disposizione.

La rete appunto e tutto quello che questo strumento può attivare.

Medioera, festival della Cultura Digitale

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Chi segue il mio blog e mi conosce sa che scrivo spesso di Cultura Digitale e sa soprattutto quanto questo argomento mi interessi, tanto da aver avviato, ormai da qualche mese, il progetto CulturaDigitale.com. Proprio per questo fortissimo interesse, quando qualche giorno fa sono stato contattato dall’organizzazione di Medioera – festival di cultura digitale per partecipare ad un talk, che si terrà sabato 23 alle 22.30 a Viterbo, ho detto subito di si.

Per chi non lo sapesse, Medioera è un evento, quest’anno alla sua seconda edizione, che vuole essere il momento di incontro ed approfondimento delle tematiche legate all’uso delle nuove tecnologie nei più diversi ambiti della vita. L’obiettivo del Festival è quello di disegnare gli scenari prossimi venturi nella loro dimensione necessariamente g-local, dove le micro esigenze locali si legano alle macro mutazioni globali in un processo di interazione cooperativa sconosciuto fino a pochi anni fa. Questo processo, di cui si vuole cogliere criticità ed opportunità, sarà al centro della riflessione di questa edizione 2011 che, oltre alla sessione estiva, prevede una serie di eventi spot a partire dal 12 febbraio per concludersi con la fine dell’anno. La manifestazione è strutturata sul format del cosiddetto “salotto letterario”, ossia un incontro/colloquio con l’ospite avente l’obiettivo di approfondire la conoscenza di un argomento specifico.

Io ci sarò appunto sabato dalle 22.30 con Matteo Fini per parlare di Nuove Professionalità 2.0. I talk dell’intervento saranno svolti in modalità Ignite.

Ci si vede li.

 

Quella strana puntata di Social-Report

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Ieri sera è andata in onda una “strana puntata” di Report dal titolo “Il prodotto sei tu” e si è parlato di rete, social e tanti altri argomenti in qualche modo correlati. Come faccio di solito, ho seguito contemporaneamente i tweet e le discussioni che avvenivano in rete prima dell’inizio del programma, durante e dopo.  La puntata in questione era stata anticipata sul sito ufficiale in questo modo:

“Condividi” e “connetti” sono le parole del momento su tutte le piattaforme sociali: Facebook, Youtube, Twitter, Foursquare, LinkedIn… Ce ne sono ormai a decine e anche chi aveva delle remore si sta iscrivendo. Tra gli Italiani che vanno su internet, 1 su 2 usa Facebook e il suo fondatore Mark Zuckerberg a 26 anni si è fatto un gruzzolo di 7 miliardi di dollari. Anche Larry Page e Sergey Brin avevano 26 anni quando hanno fondato Google e oggi si son messi da parte 15 miliardi di dollari a testa. E’ una nuova corsa all’oro nel Far West digitale. Milioni di Gigabytes delle nostre informazioni personali scalpitano per uscire dai corral delle fattorie di server californiane. I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d’acquisto, vogliono correre liberi nelle praterie della Rete dove i pubblicitari non vedono l’ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli. Ma ci riesce sempre? E Google, cosa sa di noi e cosa se ne fa delle informazioni che raccoglie? Condividere è facile anche su Youtube, dove gli Italiani cliccano i video un miliardo di volte al mese e può succedere che qualcuno condivide la roba tua anche se non te lo saresti mai aspettato. Come si fa a difendersi? E come si evitano le trappole che i criminali allestiscono per derubare gli utenti di Facebook quando cliccano il tasto “mi piace”? Circa 17 milioni di Italiani usano Facebook ogni giorno per comunicare con i loro amici, ma in certi casi ti ritrovi buttato fuori. C’è libertà di espressione su Facebook o hanno fatto accordi con il Ministero dell’Interno per monitorare quello che dicono gli utenti? Intanto l’Autorità garante delle comunicazioni sta preparando un sistema per oscurare parti di siti italiani o per sbarrare totalmente l’accesso ai siti esteri sospettati di violare il diritto d’autore. Migliaia di siti potrebbero diventare inaccessibili come oggi capita a thePiratebay, ma c’è anche il sistema per aggirare la censura italiana. Si può tenere insieme la libertà d’espressione con il profitto oppure come ritengono gli hacker solo una Rete anonima e gratuita è libera e al riparo da ogni controllo? Meglio esporsi come raccomandano i californiani o vivere nascosti come raccomandava Epicuro 2300 anni fa e oggi Wikileaks?

Anche io durante il programma sono stato un pò critico, però poi riflettendoci un pò ho cambiato idea riguardo alla riuscita della puntata: la delusione è un effetto soggettivo e ognuno la vive rispetto ad una aspettativa dettata dal proprio grado di preparazione e conoscenza dell’argomento.

Quello che accomuna tutti i delusi guarda caso è l’appartenenza alla stessa famiglia e allo stesso gruppo di “conoscenza”: la rete.

Il programma della Gabanelli a mio avviso ha rispettato la linea di contenuto che aveva anticipato anche nel post del proprio sito ed il livello di approfondimento che in ogni puntata viene dato agli argomenti trattati. In 2 ore, c’è da considerare che in un format televisivo e con determinati ritmi, più di tanto in profondità non si può andare.

Il problema è che a mio avviso si è generato un enorme misunderstanding: da una parte la rete aveva una aspettativa alta su questi argomenti e dall’altra il contenuto era tarato, probabilmente, per un target diverso. Lo si evince riascoltando il linguaggio utilizzato, gli esempi citati ed il livello di complessità con cui sono stati affrontati alcuni argomenti (vedi per esempio la sicurezza).

Nella mia testa mi immagino che quando Report parla di altri argomenti (nucleare, leggi e via dicendo…), potenzialmente ci sia lo stesso “effetto delusione” negli esperti dell’argomento in questione. Questo credo sia normale proprio perchè ognuno si aspetta un contenuto più approfondito rispetto alla propria conoscenza e preparazione. Un contenuto di alto livello sarebbe incomprensibile per i non addetti ai lavori e viceversa. Non esiste un contenuto ottimo per tutti.

In particolare poi la rete, da questo punto di vista, è una brutta bestia: è particolarmente suscettibile quando si toccano argomenti come social, internet e sicurezza, e basta che uno ne parli leggermente fuori dalle righe o al di sotto dell’aspettativa che tutti scrivono, strillano, tweettano e postano incazzati come bisce scagliandosi alla velocità della luce anche contro un qualcosa che fino a due ore prima era un must.

Report ha toccato tanti argomenti più o meno importanti, forse, con eccessiva divagazione, ma tutti particolarmente delicati e da approfondire, soprattutto per un target che ancora oggi confonde Internet con Facebook, utilizza la rete in modo inconsapevole, inserisce i propri dati in siti web senza leggere chi e come li utilizzerà ed imposta le password dei propri account di posta in modo talmente tanto banale che anche un non-cracker sarebbe in grado di violare.

Io credo che il programma abbia fatto da una parte sensibilizzazione e dall’altra eccessivo terrorismo psicologico. Se da una parte è lodevole aver toccato, finalmente, anche questi temi, dall’altra parte ha peccato di superficialità dando spazio ad argomenti che potevano esser evitati: esempio io avrei spiegato perchè il tizio ha subito la violazione della casella di posta elettronica su Google (password debole) invece di spiegare l’utilizzo di firesheep per sniffare i profili di facebook attivi sulla stessa rete.

Concludendo, per quanto riguarda proprio il discorso “terrorismo psicologico” (e qui so di andare un pò controcorrente), io credo che ci siano dei casi in cui è necessario affrontare argomenti in modo più diretto e purtroppo è facile che si superi il livello di sensibilizzazione e di messa in guardia esagerando: però basti pensare al modo in cui è stato necessario sensibilizzare le persone all’utilizzo della cintura di sicurezza o all’utilizzo del casco (esempio: ci è voluta la pubblicità che faceva vedere incidenti stradali e alcune testimonianze), oppure il modo in cui le persone sono state sensibilizzate sulla pericolosità del Nucleare (esempio: ci è voluto Fukushima, non era bastato Cernobil) o infine il discorso fame nel mondo (esempio: c’è bisogno di vedere il bambino mezzo morto tra le braccia della madre per capirlo). Sono tutti casi in cui la sensibilizzazione è borderline con l’esagerazione.

In Italia la questione digitale a mio avviso è grave: tutti pensano che il problema sia la Tecnologia, il Digital Divide e le Leggi quando invece il problema più grande è proprio la mancanza di Cultura Digitale e conoscenza della rete.