Parole al vento: startup, innovazione, digitale e bellezza #verybello

A proposito di #VeryBello ne ho lette e ne sto leggendo di tutti i colori, e credo ci sarร  ancora da leggere per i prossimi mesi: da analisi tecniche piรน o meno profonde, a prese per il culo varie piรน o meno utili, sia verso Franceschini, sia verso l’agenzia e le persone che ci hanno lavorato. Non entro nel merito dei tecnicismi del progetto che oggettivamente sono carenti e su cui รจ stato giร  detto tanto. Non trovo nemmeno corretto prendere di mira l’agenzia che ha lavorato perchรฉ, in fondo, ad oggi, si sa poco o nulla riguardo a tempi, budget e vincoli imposti. Tra l’altro lo trovo poco professionale sparare senza avere tutte le informazioni. Dopo tutto รจ fin troppo facile farsi belli sul fail degli altri.

Quello che trovo corretto invece รจ prendersela con il committente, il Ministro e chi per lui, perchรฉ il vero problema รจ appunto loro e la loro incapacitร  di capire cosa sia utile o meno, cosa deve esser fatto ed in quali tempi ed in che modo. E non รจ un tema di bandiera, partito o altro.ย Paolo Iabichino ha riassunto molti dei miei pensieri in modo perfetto qui.

Non c’รจ nulla da aggiungere alla sua riflessione, se non una sola cosa a cui tengo molto.

In un governo di un paese che dice di credere nelle startup, nell’innovazione e nel digitale, non cogliere un momento come questo e scegliere di investire su uno (o piรน di uno) dei tanti progetti che giorno dopo giorno stanno provando a costruire piattaforme che possano valorizzare quello che abbiamo di piรน bello in Italia, vuol dire non crederci realmente. Vuol dire utilizzare queste parole per alzare l’attenzione, per fare comunicazione e farsi belli solo a chiacchiere. Niente altro.

Ci sono progetti come Wami, Lookals e moltissimi altri ancora che non sto qui a citare, che, dell’arte, del food, del turismo, della bellezza italiana, ne fanno la loro principale attivitร , un investimento di risorse e tempo in cui credono ragazzi e neo imprenditori. E che non lo fanno per gioco. E non รจ nemmeno un passatempo. E’ qualcosa in cui credono realmente e che bisogna tenere in considerazione.

Ecco ed รจ proprio qui il punto: bisogna credere nella competenza e nella visione di chi sta investendo personalmente e che puรฒ portare, a supporto delle iniziative di questo tipo, talento, competenza, commitment ed esperienza in molti casi.

Questa poteva esser una delle tante occasioni per dare forma e tangibilitร , reale, alle tante – troppe – parole che vengono dette e spese continuamente, solo per fare politica ed accaparrarsi qualche voto in piรน.

Mi auguro solo che la prossima volta che usciranno parole come #startup, #innovazione, #digitale e #bellezza dalla vostra bocca, vi vadano di traverso e vi facciano tossire a tal punto da farvi riflettere su quello che state dicendo.

L’innovazione si costruisce giorno dopo giorno, insieme, e non ripartendo ogni volta da zero. E di persone con le quali costruire in Italia ce ne sono molte. Moltissime.

Instagram lancia Hyperlapse: quando il brand diventa un ecosistema di APP Mobile

Instagram ha lanciato poche ore faย Hyperlapse, una applicazione mobile in grado di catturareย video in time-lapse e stabilizzare i movimenti delย video. Il lancio l’ha fatto con un’app separata dall’app principale di Instagram, senza intaccare l’applicazione principale.

Come รจ giร  successo per Facebook con Messenger (e altre), per Google con Gmail, Now (e altre), Zinga con molte applicazioni, Foursquare con Swarm, oraย ci troviamo di nuovo di fronte ad una scelta che sembra esser diventata un “trend” tra i big delle app e dei social: lanciare un’app (Instagram lo ha fatto appuntoย Hyperlapse) nuova con funzioni specifiche. Seย inizialmente rilasciare app verticali e con brand diversi (vedi il caso di 4SQ) poteva sembrare una eccessiva frammentazione (criticata da molti in molte circostanze), ad oggi, a mio avviso, questo tipo di scelta, come ho scritto piรน volte online, sta diventando per i brand una opportunitร  non indifferente:ย lo stesso brand, crea applicazioni con funzionalitร  ed esperienza (design, ergonomia,..) molto verticale.

Creare un’ecosistema di APP (una costellazione di app come scritto anche qui da Fred Wilson) con funzioni specifiche, linkate tra loro e con la stessa autenticazione permette di creare nicchie di utenti specializzati e molto attaccati all’applicazione.

Io vedo piรน vantaggi che svantaggi in questa scelta.

Svantaggi? A parte la manutenzione di piรน app (che nel caso di big come loro credo sia un happy problem), o la sensazione che gli utenti possano trovare frammentaย l’esperienza,ย non ne vedo altri svantaggi.

Vantaggi? Molti, provo a sintetizzarli.

  • Sperimentazione: un po’ come avviene nel modello lean startupย si punta a creare un MVP, e seguendo ilย mantra del “Build, measure, learn“, se questo modello realizzato non va, si chiude.ย Senza impatti sul brand o sul prodotto principale. Questoย approccio prevede non solo successi ovviamente, ma anche tanti fallimenti: pensate a Facebook e le app che hanno avuto una cattiva sorte come Paper, Camera,ย Mentions, Slingshotย oย Home.ย 
  • User experience: ogni progetto ha i suoi processi, le sue interazioni e le sue funzionalitร  specifiche. Una esperienza utente studiata ad hoc permette, con grande probabilitร , di avere una maggior conversione ed una maggiore esperienza utente.
  • Utenza verticale: avere applicazioni con funzionalitร  specifiche permette di avere utenza molto competente ed esperta, maggiormente fedele e con maggior stickiness. Un’utenza specializzata si trasforma “facilmente” in una opportunitร  di revenue.
  • Posizionamento in storeย : avere app differenti permette di esser presenti in store con nomi, immagini e keywords specifiche (e magari in categorie diverse). A livello di ASO e SEO diventa sicuramente un vantaggio in termini di posizione e visibilitร  ;
  • Occupazione di spazioย “utente”:ย vista la crescita del numero di app installate e presenti sul dispositivo dell’utente (ed soprattutto consideriamo anche il numero limitato di app che l’utente utilizza), vistaย l’importanza dellaย posizione nella home del device ( di particolari folder organizzati dall’utente) e del numero di app visualizzabili in una unica schermata, avere piรน app vuol dire poter presidiare a livello di brand (e di utilizzo) lo spazio dell’utente;
  • Modelli di revenue specifici:ย ogni funzione specificaย puรฒ avere diversi modelli di revenue. Inserire piรน modelli di revenue nella stessa applicazione rischia di infastidire l’utente “Ma come, ti ho dato giร  soldi per questo filtro, questa funzione ect ect, devo dartene altri per questa nuova?“. Il processo di acquisto in app potrebbe esser molto specifico e puntuale perย ogni applicazione: immaginate di proporreย l’acquisto di un filtro particolare (durante la composizione della foto) o di portare l’utente ad acquistare un altro servizio alla fine della pubblicazione di un video di certo tipo in una particolare sezione ;
  • Architettura: ogni applicazione ha le sue criticitaย architetturaliย e le sue esigenze: progettare una archittettura unica che possa sostenere tutto rischia di diventare eccessivamente costosa, poco manutenibile e poco scalabile. Avere invece una struttura dedicata permette di poter scalare, modificare e rivedere la logica con meno impatto e performance migliori.
  • Manutenzione: anche se sembra apparentemente un contro, avere piรน app permette di avere una manutenibilitร  delle applicazioni piรน snella, rapida, e fatta da team piรน specializzati.

Vi starete domandando se questa tendenza sia applicabile a tutti, vero? Personalmente non credo: la forza di questa azione รจ anche nel brand che puรฒ spostare fin da subito tanti utenti da una applicazione ad una applicazione specifica. Facebook, Google e pochi altri possono permetterselo.

L’imprenditore non รจ colui che ha tante idee

Lo ammetto. Anni fa ero tra quelli che ritenevanoย che un imprenditore che riusciva a fare la differenza fosseย colui che sfornaย idee continuamente.ย L’esperienza personale fatta negli ultimi anni mi ha insegnato tutt’altro.

Nella mia “cantina mentale” in questi anni ho accantonato centinaia di idee: alcune negli anni sono state sviluppate, altre regalate, altre eccessivamente precoci sono morte prima di partire (magari oggiย avrebbero ragion d’esistere), altre invece sono ancora lรฌ in attesa di esser riprese e sviluppate.

Alcuneย di queste ideeย sono state realizzate piรน o meno velocementeย e hanno preso forma: qualcuna รจย morta, qualcunaย ha finito il ciclo di vita in modo naturale e altre sono in corso e probabilmente necessitano di ulteriore lavoro.

Ad oggi perรฒ nessuna di queste idee รจ diventata ancora milionaria e forse non succederร  ancora.

Il problema non credo siano la quantitร  di idee, ma la percentualeย di quelle che rimangono nel cassetto, l’incapacitร  di provare e riuscire a portare in porto la restante percentuale.

L’imprenditore non รจย colui che ha tante ideeย di business, nรฉ tanto meno uno che sente che un giornoย avrร  un’idea milionaria, ne tanto meno uno che vuoleย diventare imprenditore di se stesso senza mettersi in gioco.

Un imprenditore รจ colui che esegue, immediatamente, mixando esperienza, pancia, visione e tecnicismo. E’ colui cheย impara dalle precedenti esperienze e se non le ha, impara dalla ricerca eย dalla lettura e dallo studio di quello che sta avvenendo. L’imprenditore รจ focalizzato sul suo progettoย e riduce il rumore circostante con il fine di alzare il livello di attenzione. E’ย colui che usa il diversivo e la sperimentazione come distrazione creativa.

Ho imparato che non รจ necessario fare mille “startup” o micro progetti incompletiย per esser (o sentirsi) un imprenditore. L’imprenditore รจ coluiย che si assume la responsabilitร , il governo e la gestione di un progetto da eseguire e lo porta alla crescita, o alla morte se necessario, ed รจ consapevole dell’impegno preso nei confronti dei collaboratori, degli investitori, degli utenti.

Un imprenditore รจ colui che non permette ad una idea di annidarsi nella mente: ma inizia a chiedersi fin da subito come puรฒย far accadere quello che ha in mente.

Eย fa in modo cheย le cose avvengano.

L’effetto Zuckerberg ed il fare impresa con le chiappe degli altri

Effetto Zuckerberg.

E’ cosรฌ che definisco giร  da un po’ di tempo il trend che si sta sviluppando e che si manifesta sempre piรน spesso. I piรน affetti sono i developer (ma non solo) e tutti quelli che, presi dall’embolo della 1 billion company, si lanciano in affermazioni tipo “ho una idea galattica, l’anti facebook, cerco chi ci mette i soldi e poi la sviluppo” o peggio ancora “mi รจ venuta una idea adesso ci faccio un’altra startup“. Fin qui, onestamente, non vedo nessun problema e trovo corretto che ognuno abbia le proprie iniziative, i propri sogni e progetti imprenditoriali in cui credere. Piรน che mai in un periodo storico in cui il digitale ha in qualche modo democratizzato la possibilitร  di fare nuovo business grazie a nuovi modelli, nuove professioni e tanto spazio ancora disponibile.

Ma il tema รจ un altro.

Il tema รจ che questi mantra (che danno appunto vita a quello che io chiamo l’effettoย Zuckerberg), che ormai si ripetono costantemente come a giustificare qualsiasi scelta professionale improvvisa o cambiamento di direzione (spesso anche e soprattutto a discapito di altri), stanno avendo ripercussioni incredibili, peggio di quello che si possa pensare: frammentazione di focalizzazione, assenza di vero commitment, discontinuitร , incapacitร  di portare (o almeno provare) a termine quanto iniziato, sopravvalutazioe delle proprie competenze e potenzialitร , superficialitร , inaffidabilitร  o nel peggiore dei casi anche mancanza di coraggio di affrontare la chiusura di qualcosa che non ha funzionato o che andrebbe chiuso per tempo, prima di danneggiare anche altri.

Tutti sono alla continua ricerca di una next big thing, ma pochi sono in grado di capire cosa significa scommettere su se stessi e su un progetto iniziato o da inziare. Il problema รจ proprio qui ed รจ nel messaggio che sta passando a livello mediatico: sembra che fare impresa sia rischiare solo una parte del proprio tempo, trovare due soldi per partire (o anche “trovare il pollo che ci crede sulla carta“)ย e poi buttare tutto al secchio se non va, tanto i soldi li hanno messi altri, “io ci ho messo qualche ora di sviluppo, che sarร  mai“.

Troppi pensano che fare Facebook sia facile o che sia frutto di qualcheย piccola scommessa, finchรจ non trovo quello che va. Non รจ cosรฌ. Per fare un facebook ci vuole talento, impegno, costanza, fortuna e determinazione oltre ogni limite e credere nel proprio progetto rischiando, in prima persona, tempo, soldi, faccia.ย Si sta perdendo la capacitร  di focalizzare unย obiettivoย e sempre piรน spesso vedo una velata paura di arrivare al successo, rimandando avanti le scelte o dando la colpa al contesto o tanti altri fattori.

Quanti realmente fanno bootstrapping, quanti sono in grado di validare una idea creando la prima vendita e poi capire se il prodotto realmente puรฒ scalare? Quanti realmente sarebbero disposti a non abbandonare una nave con gli altri a bordo, e cercare di recuperare i danni o almeno decidere di affondarla – con razionalitร ย – per ripartire? Quanti provano a cambiare un percorso e fare un vero pivoting, prima di mollare?

Pochi per quello che che vedo. E pochissimi sono pronti a scommettere realmente. Gli altri giocano a sentirsi (non fare) gli imprenditori con le chiappe degli altri, senza preoccuparsi di finanza, marketing, business, costi, sostenibilitร  del progetto ma solo a cercare di far vedere che l’idea che hanno รจ figa, fino ad abbandonarla.ย 

Tanto, al primo mal di stomaco, c’รจ un altra fantomatica idea da far partire.

Giusto per approfondimento, se vi interessasse fareย bootstrapping vi giro questo link a questo post che ho trovato molto interessante e che ha ispirato questa riflessione, partita da Facebook, sulla quale stavo riflettendo da tempo:ย To bootstrap or not? 5 questions to ask yourself

Instagram, la crescita, le API ed il miele

Che sono un Instagram Addicted lo sapete. E sapete anche che fin dalla prima volta che l’ho utilizzata, ho scritto che avrebbeย generato dipendenza negli utenti. Poi l’ho definita una startup perfetta,ย prima ancora che iniziasse a crescere esponenzialmente.

In soli tre anni dal primo lancio Instagram ha avuto una sviluppo esplosivo, superando, ad oggi, oltre 120 milioni di utentiย con una crescita giornaliera impressionante ed un numero di foto condivise ogni secondo che farebbe rabbrividire qualsiasi esperto di architetture software . Se non ci credeteย guardate l’infrastruttura di Instagram, le tecnologie ed il modo di lavorareย o seguite il loro team di ingegneri.

La strategia di sviluppo di Instagram in questi anni รจ stata a mio avviso perfetta e ha insegnato molto a chi ha seguito da vicino il progetto da piรน punti di vista:

  1. comunicazione: il progetto รจ nato solo per iPhone. Questa scelta ha creato inizialmente un senso di esclusivitร  per i possessori, aumentando l’attesa degli utenti Android e la voglia di poter diventare utente Instagram;
  2. scalabilitร : la scelta della partenza mono device, seppur apparentemente legata ad una scelta solamente di comunicazione, a mio avviso, era legata in realtร  a motivi di crescita e scalabilitร . Questa scelta ha permesso infatti ad Instagram di non collassare prima del previsto sotto i costi di infrastruttura (come successo a PicPlz) e gli ha permesso di consolidare il progetto, recuperare capitali da VC e poter continuare lo sviluppo successivamente su Android senza dover ricercare un business model nel breve termine;
  3. design, performance e semplicitร : una applicazione dall’interfaccia semplice e performante (sono stati i primi a realizzare il modello di upload asincrono anticipando l’operazione rispetto alla conclusione dello sharing) ed allo stesso tempo affascinante grazie ai filtri che hanno appassionato milioni di utenti e provetti-fotografi. Instagram ha definito nuove linee guida di sviluppo ed interazione che son state riprese successivamente da molte altre applicazioni;
  4. community ed Instagramers: Instagram ha dimostrato come la community, non solo online ma anche fisica, costruita intorno ad una piattaforma, possa muovere interessi, partecipazione e riesca a generare engagement. Ha dimostrato inoltre come una community puรฒ far crescere il prodotto stesso grazie alle modalitร  – completamente diverse alle modalitร  progettate – di utilizzo degli utenti (eventi, mostre, contest, raccolte, ecommerce, stampe…)
  5. crescita ed exit: Instagram รจ stata venduta a Facebook per la cifra da capogiro di un 1 miliardo di dollari in soli 2 anni, realizzando la transazione al momento del maggior boost (coincidenza con il lancio della versione Android) e del maggior interesse da parte di Facebook (quotazione in borsa in corso) e Google (lancio di G+ ed esigenza di presidiare il segmento del photo sharing).

Ma non solo. Nel 2011, dopo il caso eclatante di ban di una applicazione non ufficiale che faceva crawling di datiย eย prima dell’inizio della crescita esplosiva,ย Instagram ha lanciato le sue API. Grazie anche all’ecosistema che si รจ sviluppato intorno alle API e alla quantitร  di applicazioni che son state sviluppate dalla comunitร  di sviluppatori, Instagram รจ passata daiย 2 milioni di utenti che aveva al momento del lancio delle API, ai numeri di oggi (oltre 120 milioni di utenti) passando rapidamente dall’esser un progetto promettente ad una delle applicazioni piรน richieste e scaricate in iTunes fino a diventare il primo sistema di Photo sharing e Photo Discoveryย dando ย alla fotografia una nuova vita.

In due anniย son nate migliaia di applicazioni web e mobile – Instagram based – che hanno dato vita a svariati modelli di Business : dalla nostra Followgram e le sue brand page e account pro, a Statigram e le statistiche per utenti, Nitrogram per le statistiche business, Copygram per il backup delle foto, Instatalks con la chat, Jewelgram per la stampa su anelli, ai sistemi di scrittura su foto come Tweegram, o ancora Pinstagram, Gramfeed, Luxgram fino ad arrivare ai piรน svariati sistemi di stampa fotografica su formati e supporti diversi.

In comune tutti questi progetti che ho citato hanno due cose:

  1. sono basati sulla API di Instagram
  2. contengono, nella maggior parte dei casi, la parola Insta o la parola Gram nel nome del prodotto

Ma soprattutto tutti questi progetti sono nati su dei termini di servizio che permettevano, oltre all’utilizzo delle API, la possibilitร  di creare applicazioni in cui non comparisse per esteso “Instagram”, ma solo il prefisso “Insta” o il suffisso “Gram”.ย 

Ma ieri รจ cambiato qualcosa.

Instagram ha deciso di segnare un nuovo cambiamento nel suo percorsoย inibendo l’utilizzo della parola Insta e della parola Gram, a tutti i progetti basati su API Instagram.

Personalmente, alla lettura di una delle prime notizie, son rimasto basito come credo la maggior parte dei developer. Sono convinto e non discuto la decisione, visto che รจ anche specificato nei TOS relativi alle API, che Instagram possa far quello che vuole e modificare la struttura ed i termini di servizio in qualsiasi momento e senza preavviso. Ho sempre sostenutoย infatti che chiunque sviluppi applicazioni API based su piattaforme gratuite debba tenere in considerazione certe possibili dinamiche eย una possibile discontinuitร  di servizioย ed รจ il motivo per cui non ho mai definito Followgram una startup, ma sempre un progetto-esperimento su cui fare esperienza.

Questa volta perรฒ il problema non รจ la continuitร  del servizio o la chiusura delle API come successo anche con Twitter un anno fa: quello che mi ha lasciato veramente a bocca aperta รจ la modifica retroattiva delle regole di naming delle app e gli impatti che questa scelta avrร  nel medio breve termine.

Instagram grazie alle applicazioni ha imparato e appreso i comportamenti degli utenti, ha studiato numeri, trend, modelli di business e interfacce grazie ai developers e alle community. Grazie al naming dei progetti di terze parti chiamati Insta* o *Gram ha rafforzato il proprio brand. E lo ha fatto anche in modo palese spesso sostenendo i progetti linkandoli e condividendoli, richiamandoli nel proprio blog, nei tweet o nella sezione Help e Supporto. Praticamente riconoscendo ai progetti un ruolo “ufficiale”.ย Anzi Instagram incoraggiava all’utilizzo proprio nei suoi TOS precedenti.

Con questa modifica di servizio, non stiamo parlando quindi di discontinuitร  delle API e dei dati, ma di politiche di brand. Io mi domando se sia corretto modificare in modo retroattivo un TOS che puรฒ danneggiare progetti dal punto di vista del naming e del brand. Immaginate cosa significa per un progetto (APP mobile o Stampa) dover rivedere tutto il brand e modificare quindi il nome dell’applicazione nello store, rivedere le stampe dei pacchi di spedizione o tutta la comunicazione del progetto.

Io credo che questo sia un precedente importante che caratterizzerร  ancora di piรน il futuro dei servizi di API in rete. Quello che ha fatto Instagram รจ a mio avviso grave perchรจ non impatta sulla logica di servizio ma sul brand. Avrei capito le API a pagamento ( che non escludo vanga fatto, anzi ) e lo avrei trovato corretto in termini di business e di relazione con i vari player di sviluppo di APP.

Io credo che il modello di business principale dei grandi sistemi e piattaforme mainstream, nel medio breve termine, sarร  principalmente l’erogazione del dato a pagamento a fronte di continuitร  e SLA. In un ecosistema di servizi API, un approccio di questo tipo sarebbe Win Win per tutti. Ma per adesso non sembra andare cosรฌ.

Altra lezione da imparare da Instagram: non fidarsi di piattaforme con TOS poco chiari o esclusivamente free perchรจ probabilmente non รจ un servizio API per fare business, ma miele per api-developer da allevare e spolpare.

 

UPDATE / Spunto ulteriori di riflessione: Grazieย Davide Folletto Casaliย 

Io ho un unico dubbio che aggiungerei al tuo post: che il cambiamento sia stato fatto per una svista legale. Ovvero, un bel giorno i legali hanno “visto” i TOS e si sono accorti di quella dicitura che va contro i requisiti di legge per il mantenimento del marchio registrato.

Non sarebbe cosa nuova. Oggi innumerevoli ingiunzioni vengono mandate “a priori” perchรฉ “non mandarle significa perdere il diritto di avere il marchio registrato, in quanto si dimostra in modo fattuale di NON avere fatto enforcing del marchio.

 

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Per fare davvero grandi cose, bisogna fare davvero piccole cose e farle crescere.

Stavo leggendo il post dal titolo “Planning to launch a startup? Launch your kindergarten startup first” e mi sono soffermato su questo passaggio che trovo semplicemente fondamentale:

Paul Graham promotes the view that itโ€™s a bad idea to begin with big ambitions, because the bigger they are, the longer they are going to take to realize, and the longer you are projecting into the future, then the more likely you are going to be wrong. โ€œThe way to do really big things,โ€ he says, โ€œis to do really small things, and grow them bigger.โ€

Quello che dice Graham รจ secondo me da prendere come un consiglio, molto importante, che puรฒ sembrare banale e allo stesso tempo molto ambizioso, ma รจ quasi sempre difficile da applicare, seppur applicabile a tutto nella vita. Ogni volta che si insegue un sogno, una idea, un progetto, si ha in mente qualcosa da realizzare o semplicemente si vorrebbe un cambiamento, ci si ritrova a pensare in grande e voler far subito passi da gigante, velocemente, bruciando il tempo e saltando le fasi evolutive intermedie.

Secondo la mia personale esperienza, il fallimento di tutto quello che si ricerca arriva proprio nel momento in cui si cerca di accorciare i tempi e voler fare passi troppo lunghi.ย L’errore piรน grande รจ tentare di fare passi enormiย prima di aver imparato a camminare.

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Ci si dimentica che la riuscita di un progetto avviene anche grazie alle metodologie acquisite in precedenza e alle esperienze fatte attraverso un apprendimento incrementale. L’idea dell’arricchimento veloce, dello sviluppo rapido e l’arroganza o l’ambizione eccessiva,ย mettono nella condizione di trascurare alcuni passaggi importanti fino a perdere di vista l’idea della progressione naturale e fanno pensare che i piccoli fallimenti siano una sconfitta irrimediabile da evitare velocemente.

Bisogna imparare che il fallimento non รจ ย un’alibi per giustificare uno o piรน errori di percorso, non รจ una favola che si racconta perchรจ va di moda e non รจ un dito dietro il quale nascondersi senza riconoscere i propri errori. Il fallimento รจ spesso una necessitร  e attraverso un fallimento si puรฒ raggiungere un possibile futuro successo.

Il modo piรน sicuro per ottenere qualcosa di grande รจ quello di creare una dinamica di crescita incrementale attraverso la quale, per ogni piccolo successo, si puรฒ pensare al prossimo obiettivo. Per fare davvero grandi cose, bisogna fare davvero piccole cose e farle crescere gradualmente fino al successo.

Startup: moda, hype, eventi e bla bla bla. Dipende.

A me se c’รจ una cosa che stupisce รจ la quantitร  di thread e thread di discussioni in giro per la rete che discutono di cosa sia una startup o meno, se gli eventi servono o no, se le startup piรน o meno salveranno l’Italia, quante startup sopravviveranno tra 5 anni o se vale piรน l’idea o l’esecuzione. Non penso che il problema sia la discussione in se e per se che potrebbe esser anche costruttiva, ma il modo in cui viene sviluppata, il tono, il contenuto e spesso pulpito. Posso capire il confronto con l’obiettivo di farsi una idea, approfondire o condividere la propria opinione. Posso capire se il dubbio o la voglia della ricerca del modello perfetto di una startup ce l’abbia un Blank, un Ries, un McClure, un Dixon e gente che ne ha fatte e viste parecchie. Posso capire la discussione se un evento รจ utile o meno, e sarebbe interessante se si parlasse del format, del contenuto, dei talk, ma non in generale se serve o meno o se รจ una perdita di tempo tanto per parlare.

Tanto la risposta a tutto questo รจ sempre dipende. Non c’รจ una regola.

Ogni volta, come se non bastasse quanto giร  scritto e trito e ritrito da altri, vedo fiumi di discussioni che si alluppano finendo in flame, aspre affermazioni e dialoghi che finisco a parolacce e conclusioni che portano la conversazione al piรน classico dei classici Guelfi o del Ghibellini. Come se la soluzione a queste discussioni definisse in modo globale e definitivo una legge o una formula sulla quale costruire altri business, poter poi dire “ecco l’avevo detto“, “guarda quel pirla che progetto“, “ma รจ la copia di quello che giร  esiste” o peggio ancora “era cosรฌ semplice” o chissร  cosa altro.

Invece di rispondere o cercare di rispondere a questi “dubbi amletici”, toglietemi un dubbio: ma perchรจ non fate qualcosa e provate a portarla al raggiungimento del vostro obiettivo e poi tirate fuori metriche, numeri, risultati, fatturato e dite… “ecco come – secondo me – si fa impresa“? Oppure perchรจ non prendete progetti che funzionano (o che non vanno) e ne analizzate il modello, il sistema, il contesto, le modalitร  in cui si รจ evoluto e cosa gli ha permesso di arrivare al successo / fallimento e capire come fare meglio? O ancora, perchรจ non prendete un mercato, lo studiate fino alla morte e studiate cosa serve, cosa si puรฒ fare, cosa potrebbe cambiare le regole ed innovarlo e poi provate a farlo?

Le discussioni del nulla, la moda, la non moda, la fuffa, la non fuffa, onestamente le trovo poco costruttive e anche poco sensate. E’ come voler cercare la spiegazione, a priori di tutto o pensare di avere la palla di cristallo. Le risposte poi, sono spesso grigie, non per forza bianche o nere.

C’รจ’ hype intorno alle startup? Sembra di si. Le startup sono una moda? Si, probabilmente si, ma c’รจ qualcosa che non sia cresciuto diventando moda? C’รจ chi ci lucra? Probabilmente si, come in tutti i sistemi c’รจ chi fa business su chi fa business che fa business su chi fa business. Ci sono startup che muoiono? Si come รจ normale che sia, come succede in generale nell’economia, nella natura e nella societร . Ci sono startup che hanno successo? Beh forse poche ancora, ma come รจ normale che sia, infondo se tutte avessero successo, il successo cosa sarebbe? C’รจ chi scommette gettoni come se fosse il casinรฒ? Si, e quindi? Bisogna starci attenti. C’รจ chi sta facendo cose losche dietro le quinte? Bene, se sapete denunciate, se non sapete non create rumore solo perchรจ fare dietrologia รจ sport nazionale. Ci sono progetti che funzionano? Raccontateli e dategli visibilitร  per far vedere cosa significa fare impresa perchรจ i risultati portano ottimismo e l’ottimismo รจ una marcia in piรน. In generale.

Il resto รจ noia. Noia. Noia. E tanta frustrazione.

Startup, impresa, progetto chiamatelo come volete (io lo chiamo ormai da mesi “Cosa“, cosรฌ รจ anche facile da spiegare “Ho fatto una cosa che funziona“) non รจ altro che un percorso che porterร  una idea/opportunitร  a realizzarsi o meno, a fallire o avere successo, o a cambiare fino a diventare altro. E nel frattempo questo percorso insegnerร  a chi l’ha fatto qualcosa, che diventerร  bagaglio culturale per i prossimi passi.

Suggerimento personalissimo: volete sapere se ci sono progetti che funzionano o se realmente le startup son fuffa o meno? Non leggete solo i giornali, muovete il sedere, andate nei posti dove ci sono e si stanno sviluppando ed incontrate le persone che stanno facendo un certo percorso. Non fatevi travolgere dal loro entusiasmo: rimanete insensibili, gelidi, distaccati ma ascoltate, ascoltate con attenzione e valutate con le vostre orecchie. Loro vi racconteranno la loro idea, le loro difficoltร  ed il loro percorso. Nulla di piรน semplice, ma quanto di piรน efficacie per toccare con mano, farsi una idea e poter parlare poi di cose che si son viste con i propri occhi e non con articoli, lettere e testi di altri.

E’ cosรฌ bello fare, disfare, prendersi le proprie responsabilitร  e continuare a sognare che – secondo me – fermarsi al puntiglio di una definizione e di un concetto, senza nemmeno mettersi in gioco o vedere chi si mette in gioco, รจ veramente una grossa perdita di opportunitร  di crescita personale.

Quando i “cervelli in fuga” arrivano dalla Silicon Valley in Italia.

Capita che un pomeriggio di Luglio mentre sei lรฌ che invii email, incontri le startup e fai qualche riunione, arriva un ragazzo che vuole informazioni per stabilirsi a lavorare nel tuo spazio di coworking.ย Istintivamente appena lo vedo gli dico โ€œCiao e benvenuto!โ€, come succede con la maggior parte dei nuovi arrivati. Lui risponde โ€œHi!โ€. Capisci ovviamente che non รจ italiano ed inizio a scambiarci due chiacchiere. Parla 4 lingue tra cui anche lโ€™Italiano, abbastanza bene.

Viene da San Francisco, ha studiato in una delle piรน note universitร  americane, รจ advisor di alcuni progetti, scrive per una testata hitech molto nota, si ritiene un innovatore e starร  due anni in Italia. Alla domanda โ€œCosa ci fai qui?โ€ risponde brillantemente:

โ€œMi sono preso due anni sabbatici, voglio pensare al mio futuro e nel frattempo voglio fare startup in Italia perchรฉ penso sia il miglior posto al mondo dove poterlo fare. Se penso a SF, la mia cittร , ha 150 di storia, ma se guardo allโ€™Italia, ai suoi 2000 anni di storia, invenzioni ed arte non posso non trovare un luogo migliore di ispirazione. Avete dato vita alla Dolcevita, poi alla moda e al Design. Qui potete fare un nuovo Risorgimento Digitale e forse sta arrivando il momento.ย Lโ€™Italia ha clima, cibo, storia, arte, vita mondana, lโ€™Italian Style e molto da valorizzare, e poi –ย  secondo lui – รจ piรน o meno grande quanto la California: cambia poco, ha delle cittร  bellissime che possono connettere anche piรน persone ed il talento non manca. Ma non solo: siete stati tra i piรน grandi innovatori in molti campi nella storia, forse vi state dimenticando solo di saperlo fare.

La chiacchierata prosegue fino alla sua esperienza fatta in questo periodo in Italia e mi racconta il suo punto di vista sulle difficoltร  di uno startupper americano che vuole aprire una societร  qui da noi: lโ€™ambasciata non da un supporto cosรฌ specifico, non ci sono uffici in grado di rispondere con documentazione in inglese, non รจ facile trovare commercialisti o notai che parlino in inglese e conoscano le dinamiche legate a visti e societร  estere. E per interfacciarsi con la maggior parte degli sportelli degli uffici, i ragazzi sono costretti a ricorrere a traduzioni da inglese a italiano e da italiano a inglese.

…mi immagino solo cosa possa succedere al significato di un documento del Comune tradotto da Google Translate (!).

La cosa piรน bella di questa chiacchierata? Lโ€™entusiasmo con il quale mi fa capire che, proprio per questi problemi riscontrati, dal suo punto di vista cโ€™รจ spazio per fare tante cose qui, e mi spiega che lui ed altri ragazzi americani vogliono creare un punto informazione e supporto per americani in Italia: un servizio di sostegno e semplificazione per lo sviluppo di startup americane che vogliono venire in Italia ed avviare il loro business qui, supportandoli in tutto dall’avvocato, al notaio, al commercialista, alla casa, ai permessi.

Parlare e confrarsi con lui รจ divertente e affascinante e nelle sue parole sento un messaggio positivo in cui credo molto anchโ€™io e che fondamentalmente รจ sintetizzabile in tre parole: fare, opportunitร  e ottimismo.ย Mi domando perchรฉ se ci credono gli altri, non possiamo farlo noi per primi. Lโ€™Italia ha delle caratteristiche che la rendono unica al mondo: รจ possibile non riuscire a valorizzarle e renderle il punto di partenza per attrarre talenti e persone che possano portare valore e contaminazioni nuove?

L’idea che l’Italia abbia dimenticato che sa fare innovazione mi manda in fibrillazione tanto quanto il pessimismo cosmico e l’indifferenza verso il cambiamento e piรน che mai mi suona come una nota stonata nella testa quando รจ ribadita da chi ci guarda fuori.ย Ho intenzione di supportare ย l’iniziativa che questi ragazzi vogliono portare avanti, anche grazie alla rete di ID, alla mia rete personale e far in modo che un giorno, se proprio di fuga di cervelli ci troveremo a parlare, lo faremo pensando a quelli che vanno via da altri paese per venire in Italia.

Consolidamento e fiducia: obiettivo 2013. #daje

Come ogni fine anno mi trovo a scrivere due righe di riflessioni, retrospettiva e prospettive per l’anno in arrivo.

Negli ultimi anni mi sono sempre dato degli obiettivi cercando sempre di sovradimensionarli un po’: sono dell’idea che gli obiettivi che uno si assegna, debbano sempre esser sia misurabili che raggiungibili, ma soprattutto debbano esser sempre leggermente piรน alti di quello che si รจ in grado di fare. E’ uno stimolo a fare di piรน, a guardare piรน lontano e spingere i propri limiti. Bisogna avere fiducia in quello che si fa e che si sa fare.ย 

Alla fine del 2011 mi ero dato come obiettivo personale quello di uscire dalla zona di comfort. Non avevo fatto mille programmi spaziali come gli anni precedenti: mi ero dato “semplicemente” come obiettivo una scelta di vita, un cambiamento che, volente o nolente, ha impatto su tutto. Famiglia compresa.

Cosรฌ รจ stato, obiettivo raggiunto in pieno.

Ho lasciato l’azienda per cui lavoravo. Ho interrotto quel percorso di carriera aziendale che stavo costruendo da 12 anni e che mi ha permesso di crescere professionalmente. Un percorso che mi ha dato un bagaglio di esperienza che non avrei potuto comprare o trovare da nessuna parte e che non posso rinnegare sia stato assolutamente fondamentale per tutto: relazioni, visione di mercati diversi, tecnologie e progetti completamente differenti e sempre stimolanti. Ho lasciato tutti quei benefits e quelle piccole-grandi garanzie che mi ero forse guadagnato e costruito negli anni e ho fatto il reset di tutto. Forse il piรน grande che abbia fatto ultimamente. L’ho fatto contrariamente a chi diceva che il momento storico economico non era opportuno e a chi mi diceva “sei un padre di famiglia non puoi prendere questo rischio“. Ma io credo fermamente nella scelta che ho fatto e credo che il momento sia stato quello giusto.

Il giorno in cui riconsegni badge, telefono, pc, macchina e tutto il resto, รจ un po’ come quando lo sceriffo riconsegna stelletta, pistola e distintivo. Esci dall’ufficio e devi ricominciare da zero, ma contestualmente, nel momento in cui valichi quella porta – in uscita – ti sale una adrenalina che spacca, ti sale al cervello la scintilla che accende tutto e dal quel momento sei pronto a spaccare il mondo.

Obiettivo raggiunto dicevo, ma non solo per la scelta in se e per se di lasciare tutto e partire, ma anche e soprattutto per i primi risultati raggiunti in pochi mesi e per quello che stiamoย costruendo con persone eccezionali come mio fratelloย Mirko,ย Lorenzoย eย Cristianoย e tutti quelli con cui condividiamo idee ed esperienze.

IQUIIย รจ partita, รจ piccola. Per adesso. Ma รจ snella, agile e si muove velocemente. E nel mercato in cui ci troviamo questa velocitร  รจ necessaria. Per adesso abbiamo piantato le basi e abbiamo semitato. Il 2012 รจ stato di avvio, di “startup” come va di moda dire adesso: ora nel 2013 ci aspetta la fase forse piรน dura, quella del consolidamento e della crescita. E dobbiamo crescere e fortificare quanto fatto, perchรจ vogliamo esser una azienda. Solida.

Ed ecco qui quindi il mio obiettivo di quest’anno: consolidare quanto fatto in questi anni e quanto strutturato negli ultimi mesi. Ma non solo. Il secondo obiettivo, parte del primo se vogliamo, รจ fiducia. Si, continuare ad avere fiducia e far si che il cambiamento che vogliamo arrivi.

Ci vuole una buona overdose di ottimismo, ma quello non mi manca e se posso, condivido anche questo.

Mi auguro che il 2013 sia di consolidamento e crescita anche per tutti quei progetti che son partiti nel 2012 e che seguo piรน o meno direttamente comeย Mangatar, wpXtreme, Flocker, SportSquare, Bisquits, Bookzinger, Reputekaย eย Intervistatoย ma ancheย ย Followgramย edย Indigeni Digitali. A tutti i loro fondatori e team un augurio special ed un in bocca al lupo enorme.

Auguri a tutti, e spaccate il 2013. #daje

Metriche vanitose, metriche pericolose

Chris Dixon ha pubblicato sul suo blog un post molto sintetico ma particolarmente efficace dal titolo Vanity Milestone .

Eric Ries uses the phrase โ€œvanity metricsโ€ to refer to metrics that founders cite to demonstrate progress but that are actually false signals. A related concept is โ€œvanity milestonesโ€: achievements that are more about making you feel good than helping your company. Vanity milestones include:

  1. Raising money from famous people/firms who arenโ€™t really going to help your company (e.g. Hollywood celebrities).
  2. Partnerships with brand name organizations that arenโ€™t really going to help your company.
  3. Getting press (e.g top lists) that focuses on founders and not your company.
  4. Almost all tech press (unless your product targets developers or tech companies).

This doesnโ€™t mean itโ€™s bad to hit vanity milestones. Good companies hit lots of vanity milestones along the way, and sometimes they can be a morale boost for employees. What is worrisome is when founders equate vanity milestones with success. The attention will go away very quickly if your company fails.

Ho commentato il post di Dixon aggiungendo a mio avviso altre due vanity milestone importanti da considerare:

  • l’accesso di VIP e celebritร  che possono sicuramente dare una accelerazione e aumentare la diffusione del prodotto, ma che potrebbero non esser reali utilizzatori e sponsor del progetto
  • le nuove funzionalitร  rilasciate sul progetto, senza una reale progettazione, che non migliorano il progetto in se e per se, lo appesantiscono e lo rendono maggiormente inutilizzabile, e fanno perdere tempo sullo sviluppo di reali funzionalitร  necessarie.

Chiunque abbia portato avanti un proprio progetto, un esperimento, una startup o una azienda, puรฒ confermare con matematica certezza che alcuni risultati (e certi tipi di feedback) ti fanno sentire bene, ti esaltano e ti caricano talmente tanto, da continuare a lavorare al tuo progetto giorno e notte, instancabilmente, perdendo di vista tutto quello che gira intorno. E’ indiscutibile: l’adrenalina mixata alla passione, รจ la droga principale dello startupper.

E’ anche vero, e non va sottovalutato, che รจ molto facile che ci si possa far prendere dalla troppa euforia e si possa rimaner incantati da questi – potenziali – falsi segnali. Segnali forti come il canto delle sirene che non fanno altro che offuscare gli obiettivi prefissati, quelli veri

In questo caso piรน che mai, mantenere la luciditร , non perdere il controllo del progetto, e tornare a misurare quelle che anche Marco Magnocavallo, in alcune sue slide, ha definito “le metriche giuste” รจ fondamentale e salutare. L’ossessione da metriche deve esser “curata” con metriche tipo engagement, daily / monthly active users, returning users, viral factor, conversion e tutte quelle strettamente legate al progetto, utilizzando strumenti adeguati e non semplici misurazioni “quantitativo-ego-centriche“.

Attenzione perรฒ perchรจ questo non vuol dire che certi risultati, numeri ed eventi debbano esser tralasciati o sottovalutati: semplicemente vuol dire esser coscienti dell’utilitร  emotiva e per la spinta morale, ma che possono trasformarsi in un boomerang. L’attenzione raccolta fino a quel momento, in caso di fallimento, potrebbe svanire completamente in poco tempo.

Se avete tempo, vi consiglio di leggere il blog di Dixon e seguire le conversazioni che si sviluppano nei commenti dei suoi post: Dixon risponde tendenzialmente a tutti, interagisce e molto spesso da queste discussioni nascono approfondimenti sul tema, quasi piรน interessanti del post stesso.