Due etti di idee a portare via, grazie.

Questa mattina, come capita spesso, son partito all’alba per da Roma verso Milano. In treno, aperto il pc, ho iniziato a leggere le email ricevute questa notte. Ad un certo punto leggo una mail, dall’oggetto “Opportunità”, che recita testualmente:

 ”Ciao Fabio, ho tutti grossi clienti. So che tu hai tante idee e sei sempre sul pezzo, vedi se ti viene in mente qualcosa da proporre. Se me ne mandi qualcuna per i miei clienti, le metto su due slide e ci vado a parlare. Ovviamente poi se parte la cosa ti attivo una nostra email”

Eh si, mi sembra un approccio perfetto: du’ etti de idee a portà via, grazie.

Ora io mi domando a vorrei domandare alle persone che ragionano così oggi:

  • se ho tante idee perché dovrei mandarle a te, e tu dovresti andare dal tuo cliente, con il tuo brand a proporle valorizzando così solo te e non me?
  • perché non mi proponi di andare insieme? Penso che potrei valorizzarle anche di più quello che ho in mente e magari potrei contestualizzare meglio il tutto, conoscendo anche l’interlocutore. Che ne dici?
  • non pensi che una idea, possa avere necessariamente bisogno di tempo per esser partorita e anche di studio, analisi e perchè no di un confronto per capire processi, problemi, criticità, punti di forza?
  • non sarebbe meglio forse parlare di “hai per caso spunti o casi interessanti da cui prendere spunto”?
  • se si tratta di una opportunità, come scrivi nell’oggetto, deve esserlo per tutti e due, fin dall’inizio: il cliente e la sua esigenza + il tuo contatto e la tua competenza + la mia idea e la mia competenza, questa è l’opportunità principale. Poi tu conoscerai la mia idea, io il tuo contatto, il tuo contatto me: e l’opportunità è win per tutti.
  • ti è mai capitato di giocare al gioco del telefono? E se si, non hai imparato che il passaggio di parole con informazioni mancanti o non poca chiarezza, genera distorsioni e mostruosità?
  • se non hai idee e non hai prodotti, in un mercato come questo, fortemente aggressivo e veloce, ma forse una domanda su di te, sulla tua azienda, sul tuo modo di aggiornarti ed il tuo vero business, dovresti anche fartela, no?
  • se non conosci il tuo cliente tanto da capirne le esigenze, individuare dei problemi da risolvere, avere la consapevolezza di cosa puoi migliorargli, ma tu nel rapporto che ci stai a fare, il link? No, non lo sei, sei più precisamente un referral link e l’unico beneficio che porti è a te stesso.
  • non ti viene in mente che se io/noi siamo sempre sul pezzo, questo esser sempre aggiornati e freschi di idee abbia un costo ed un valore?
  • ma non pensi che una volta che hanno il mio nome e cognome, anche se io fingessi di lavorare con te, il buon santo google, potrebbe smentirci e farci fare una galattica figura di merda?
  • non pensi che sarebbe meglio mettersi a tavolino un secondo, capire – anche rapidamente – con chi vogliamo andare a parlare, individuare delle criticità e delle opportunità e andare con le idee chiare?
  • ti sei domandato cosa succede se dopo la presentazione non si concludesse nulla? Tu saresti comunque il suo contatto sempre sul pezzo e preparato, ed io il perfetto sconosciuto.
  • visto che mi chiedi di firmare anche un NDA per potermi dire chi è il cliente, ti dispiace se ti faccio firmare un NDA che ti blocchi dal poter vendere qualsiasi soluzione vicino alla mia idea?
  • pensi forse che io sia il genio della lampada che lo strofini quando vuoi e sforna desideri?

Personalmente ho sempre ritenuto che il network e la rete di contatti di una persona sia un enorme valore sul quale poter costruire anche delle opportunità. Ma non è questo il modo di “usare” una rete di contatti e generare valore. E non si può esser alla ricerca di idee di business, dagli altri.

Questo approccio è il male del business, soprattutto in questo momento: venditori di servizi e prodotti di altri che, oltre ad un contatto, non mettono valore aggiunto ne per il cliente, ne per la relazione professionale, ne tanto meno economicamente. E’ un danno per tutti, è uno stratificare tempi e costi, senza valore aggiunto.

Le idee, la visione del mercato e la capacità di eseguire progetti, non può esser merce di scambio continuamente e non si può pretendere di svenderla solo perché “tanto al cliente non ci arrivi” o “se ci arrivi devi passare da me”.

Non abbiamo più la possibilità di continuare a lavorare in questo modo: il mercato richiede – e verifica – che ci sia trasparenza, disintermediazione, competenza, velocità, aggiornamento e sperimentazione continua.

Al prossimo che mi chiede due etti di  idee a portà via, risponderò “Che faccio metto anche due fette di culo vicino all’osso? Lascio, signò?

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Wearable: second display, notifications e nuove interazioni

Da qualche tempo sono entrato in possesso dei Google Glass e del nuovo Samsung Gear. Mi sono preso qualche giorno per provare tutto ed utilizzare un sistema completo fatto da smartphone Android + Account google + dispositivi wearable prima di dare feedback e condividere pensieri ed opinioni in modo prematuro.

Di solito non scrivo recensioni di prodotti tech, e questo post non vuole appunto una recensione. Piuttosto vorrei condividere una riflessione molto pratica sul futuro dei dispositivi indossabili e delle opportunità che si possono aprire con la diffusione e l’adozione di queste nuove tecnologie.

Second display, notifications e nuovi processi. Questa è la sintesi della mia esperienza. Dopo aver indossato insieme Gear e Glass, abilitati da un sistema completo come quello Android, durante una giornata tipo, posso confermare che il vero valore è nella possibilità di liberare le mani dallo smartphone ed avere una fruizione più naturale delle informazioni. In mobilità. Una esperienza molto meno vincolante.

In pratica il vantaggio di questi dispositivi non è nell’aggiungere nuove funzionalità ma migliorare l’esperienza attuale e la fruizione di alcune informazioni disponibili già sullo smartphone, trasformando il processo di ricerca, fruizione e consumo in modo più naturale, annullando quasi completamente la necessità di tenere impegnate mani o sguardo.

L’esempio testato personalmente, è un viaggio in scooter per andare da un cliente:

GalaxyS3 nella borsa, Gear al polso e Glass indossati. Navigatore attivo tramite il Galaxy. Informazioni, notifiche, ed eventi al polso in realtime. Sul display dei glass  il tragitto ed altre notifiche. Squilla il telefono, vedo dall’orologio il chiamante, rispondo e faccio lo switch dell’audio sui Glass. Continuo il percorso, completo la chiamata, arrivo a destinazione sapendo di aver ricevuto 8 email e aver visto in anteprima l’sms ricevuto. Sano e salvo. Senza toccare lo smartphone.

Qualcuno mi dice che sono troppo multitasking. Vero, ma sarà necessario in futuro esser ancora più multitasking? Secondo me no, anzi, le cose potrebbero cambiare. L’orologio siamo abituati a guardarlo già normalmente. Il display dei Glass si controlla con la stessa esperienza d’uso e colpo d’occhio con il quale si controlla lo specchietto retrovisore della macchina. In linea generale la mia esperienza mi porta a pensare il contrario: utilizzando i sensi e gli arti in modo più naturale, tutto si facilità e ritorna ad “esser normale”. Non avremo bisogno di tenere impegnata la mano per impugnare il cell, controllare il display e guardare avanti e potremmo allontanarci da molti altri piccoli “tic” che abbiamo (controllare le notifiche, accendere il cell anche quando in standby…). Forse ne avremo altri? Possibile.

Il concetto che comunque vorrei sottolineare è l’importanza del display secondario e delle notifiche: sempre in modo più pervasivo siamo bombardati da notifiche e suoni che ci distraggono portando l’attenzione sullo smartphone. Avere un sistema integrato che ci permetterà di estendere il display ed indossarlo in parti del corpo comode (polso, dito, occhiali) , avere delle notifiche in punti più funzionali e leggibili, sarà necessario.

Pensate banalmente al pagamento possibile con gli occhiali. Avete il moribondo QrCode? Ecco, immaginate di poter guardare lo scontrino con il suo codice attraverso l’occhiale, veder apparire la conferma di pagamento, processare il tutto senza fare almeno 4 azioni (prendi il portafogli, metti la carta, inserisci il pin, riprendi la carta). Ma non solo, le applicazioni sarebbere tantissime.

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Il tema del futuro non sarà la quantità e la qualità della tecnologia indossata ma l’attenzione richiesta per gestire la tecnologia.

Chi riuscirà a progettare sistemi sempre più utente centrici ed integrati, vincerà la battaglia sul mercato.

Sulla base di questa esperienza fatta (e che continuerò a fare per capire sempre meglio come inserire queste tecnologie nei processi di vita) e sulla base dei progetti che stiamo portando avanti, ho pensato di realizzare un elenco di principi per la progettazione di tecnologie indossabili. In particolare, secondo me, un progetto wearable dovrà:

  1. risolvere un problema sostanziale e ricorrente per la persona
  2. avere una progettazione che parte dall’uomo e non dalla tecnologia
  3. migliorare l’esperienza e non distrarre con notifiche eccessive
  4. aumentare le capacità umane, non sostituirle
  5. diminuire i problemi generati dall’aumento degli oggetti tech indossati
  6. connettere anche altri sistemi senza necessariamente aver N dispositivi tra di loro “sordi”
  7. permettere una scalabilità del software indipendentemente dallo sviluppo hardware
  8. ridurre l’invasività dell’hardware in modo inversamente proporzionale al software sempre crescente
  9. evocare una sensazione naturale e non richiedere alla persona di adattare e forzare il comportamento.
  10. rafforzare l’esperienze dell’utente rendendola più ricca e memorabile 
  11. automatizzare e snellire interazioni uomo / dispositivo

Se si progettano strumenti in questo modo, la tecnologia non diventa un qualcosa in più, ma realmente una estensione della persona e dell’esperienza. E la battaglia all’esperienza, dovranno affrontarla non solo le aziende che producono le tecnologie, ma anche chi progetta servizi in cui le tecnologie sono parti integranti di uno o più processi.

L’experience e la customer experience saranno i campi su cui ci si batterà per farsi spazio tra tutti i competitor.

Mi hanno chiesto come vedo io il futuro delle tecnologie in mobilità. Io direi: un tablet, un wristband-phone e gli occhiali, tutti connessi verso il dispositivo connesso ad internet.

Sarà una esperienza magnifica. Futuristica, ma nemmeno troppo.

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La crescita dell’uomo e gli stadi di sviluppo della community

La crescita del volume degli utenti di una community ed il suo sviluppo in termini di conversazione, secondo la mia esperienza di questi ultimi anni, è equiparabile allo sviluppo biologico, psicologico e sociale della crescita dell’uomo nelle sue varie fasi. La psicologia, gli effetti biologici e le dinamiche sociali sembrano esser le stesse, ma con una sola possibile variante finale.

In particolare, partendo dalla fase post nascita le fasi di sviluppo sono: Nascita, Infanzia, Pubertà, Maturità e Vecchiaia. Nel dettaglio:

Nascita

  • Incapacità di orientamento
  • Incapacità di movimento
  • Incapacità di alimentazione in autonomia

La community è appena nata: è nata dalla voglia di condividere qualcosa da parte di più persone. E’ stato scelto il primo strumento disponibile e sono state utilizzate le minime tecniche a disposizione. Definirla ancora community è presto e non esistono ancora temi caratterizzanti (incapacità di orientamento). Il flusso di discussioni è ancora acerbo ed è alimentato da thread dei fondatori del gruppo (incapacità di movimento). . La community è strettamente dipendente dal contesto e dal mondo esterno. L’assenza delle azioni di conversazione, moderazione ed organizzazione da parte dei fondatori, il gruppo / community potrebbe anche morire (incapacità di alimentazione in autonomia).

Infanzia

  • Capacità di controllo dell’orientamento della testa
  • Capacità di camminare, prima a gattoni, poi in posizione eretta
  • Capacità di parlare

In questa fase la community è ancora molto piccola ed ancora immatura dal punto di vista dell’organizzazione: si evolve per step, si costruiscono piccole regole e netiquette a supporto per prevenire ed organizzare meglio i contenuti (capacità di camminare). I partecipanti sono tutti legati ad un valore comune, sono in grado di parlare e dialogare mantenendo toni pacati (capacità di parlare): i membri sono tendenzialmente pochi e con legami forti. Tutti sono coscienti di aver creato un gruppo di discussione, un luogo in cui condividere informazioni e sono in grado di orientare la discussione secondo i temi condivisi (orientamento e controllo). L’identità del gruppo è ancora debole.

Pubertà

  • Cambiamento della voce
  • Comparsa di peli
  • Sviluppo dei caratteri sessuali secondari

La community inizia a crescere: il livello di conversazione va aumentando ed il numero di contributi nuovi iniziano a modificare anche il livello di autorevolezza e profondità della discussione (cambiamento della voce). I nuovi membri e la presenza di più persone con punti di vista differenti determinano l’inizio delle prime discussioni e delle prime controversie: da una parte incrementano le discussioni più accese e dall’altra avvengono i primi abbandoni della community derivanti dal disinteresse per le discussioni più profonde (sviluppo dei caratteri sessuali secondari). Nella community in questa fase arrivano i primi professionisti interessati all’utilizzo per altri fini (comparsa di peli) e la conversazione diventa più dura e spesso velenosa anche grazie alla crescente identità del gruppo.

Maturità

  • Fase di stabilità dello sviluppo
  • Meccaniche immunitarie sviluppate
  • Capacità di relazione e linguaggio completo

Questa è una fase importante per la community. La conversazione è alimentata dalla stessa community e non più solo dai primi membri. Le discussioni sono in tema e gli stessi utenti invitano altri utenti ad unirsi alla conversazione (fase di stabilità dello sviluppo). La community è in grado di automoderarsi, segnalare e gestire casi critici e abilitare comportamenti difensivi (meccaniche immunitarie sviluppate) in caso di flame, abusi o spam. In particolare la community inizia ad avere forti relazione extra community, coinvolgendo altre reti e network in iniziative, ed è in grado di influenzare o abilitare comportamenti anche fuori dal suo perimetro di discussione (capacità di relazione e linguaggio completo). La community guarda verso l’esterno e non più solo a se stessa. In questa fase è crescente l’esigenza da parte della community di iniziare anche a comunicare, rivedere e adeguare la netiquette, le regole di condivisione anche in funzione della crescita, delle dinamiche e dei temi su cui si è focalizzata l’attenzione. L’interesse di terze parti, grazie alla verticalizzazione dei temi trattati e dei membri partecipanti, diventa sempre più frequente.

Vecchiaia

  • Comparsa di capelli bianchi e perdita di capelli
  • Invecchiamento della pelle

Consapevolezza e debolezza sono i termini più adeguati per definire questa fase della community. La consapevolezza (comparsa di capelli bianchi) si manifesta con la crescita continua ed il coinvolgimento progressivo di altri nuovi membri e nuove persone in grado di accendere discussioni e attivare dibattiti. L’arrivo di nuovi utenti con linguaggi nuovi, genera fisiologicamente anche l’abbandono di vecchi membri che, nelle nuove dinamiche, non si sentono più parte di quella identità (perdita di capelli). Le discussioni ed i temi tendono a cambiare e modellarsi e si vanno definendo nuovi argomenti di dibattito (invecchiamento della pelle). In questo momento specifico la community è nel suo punto maggiore di debolezza: in questa fase possono verificarsi due casi: uno è biologicamente naturale, uno è biologicamente innaturale. Nel primo caso, biologico naturale, la community tende a frammentarsi: il contenuto si va deteriorando rispetto all’aspetto che aveva alla fase della nascita, il tasso di abbandono è alto ed il percorso porta alla morte della community. Nel secondo caso, quello biologicamente innaturale, la community rinasce e riparte un nuovo ciclo. Rinasce su valori diversi, evoluti e adattati alla presenza di nuovi interessi, tecnologie, metodologie ed approcci.

Questa è una riflessione nata di mattina, velocemente e sicuramente ancora superficiale e da approfondire. Lo sviluppo di una community è sicuramente fatta di evoluzioni, con andamenti alternati, punti di rottura e momenti di crescita che non seguono sicuramente una linearità: associare agli stadi evolutivi della community alcuni momenti della vita dell’uomo potrebbe aiutare a capirne dinamiche, aspetti e punti di miglioramento e gestione.

Voi cosa integrereste o modifichereste di questo ragionamento?

Fabio
Napoli, 10.11.2013

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Instagram, la crescita, le API ed il miele

Che sono un Instagram Addicted lo sapete. E sapete anche che fin dalla prima volta che l’ho utilizzata, ho scritto che avrebbe generato dipendenza negli utenti. Poi l’ho definita una startup perfetta, prima ancora che iniziasse a crescere esponenzialmente.

In soli tre anni dal primo lancio Instagram ha avuto una sviluppo esplosivo, superando, ad oggi, oltre 120 milioni di utenti con una crescita giornaliera impressionante ed un numero di foto condivise ogni secondo che farebbe rabbrividire qualsiasi esperto di architetture software . Se non ci credete guardate l’infrastruttura di Instagram, le tecnologie ed il modo di lavorare o seguite il loro team di ingegneri.

La strategia di sviluppo di Instagram in questi anni è stata a mio avviso perfetta e ha insegnato molto a chi ha seguito da vicino il progetto da più punti di vista:

  1. comunicazione: il progetto è nato solo per iPhone. Questa scelta ha creato inizialmente un senso di esclusività per i possessori, aumentando l’attesa degli utenti Android e la voglia di poter diventare utente Instagram;
  2. scalabilità: la scelta della partenza mono device, seppur apparentemente legata ad una scelta solamente di comunicazione, a mio avviso, era legata in realtà a motivi di crescita e scalabilità. Questa scelta ha permesso infatti ad Instagram di non collassare prima del previsto sotto i costi di infrastruttura (come successo a PicPlz) e gli ha permesso di consolidare il progetto, recuperare capitali da VC e poter continuare lo sviluppo successivamente su Android senza dover ricercare un business model nel breve termine;
  3. design, performance e semplicità: una applicazione dall’interfaccia semplice e performante (sono stati i primi a realizzare il modello di upload asincrono anticipando l’operazione rispetto alla conclusione dello sharing) ed allo stesso tempo affascinante grazie ai filtri che hanno appassionato milioni di utenti e provetti-fotografi. Instagram ha definito nuove linee guida di sviluppo ed interazione che son state riprese successivamente da molte altre applicazioni;
  4. community ed Instagramers: Instagram ha dimostrato come la community, non solo online ma anche fisica, costruita intorno ad una piattaforma, possa muovere interessi, partecipazione e riesca a generare engagement. Ha dimostrato inoltre come una community può far crescere il prodotto stesso grazie alle modalità – completamente diverse alle modalità progettate – di utilizzo degli utenti (eventi, mostre, contest, raccolte, ecommerce, stampe…)
  5. crescita ed exit: Instagram è stata venduta a Facebook per la cifra da capogiro di un 1 miliardo di dollari in soli 2 anni, realizzando la transazione al momento del maggior boost (coincidenza con il lancio della versione Android) e del maggior interesse da parte di Facebook (quotazione in borsa in corso) e Google (lancio di G+ ed esigenza di presidiare il segmento del photo sharing).

Ma non solo. Nel 2011, dopo il caso eclatante di ban di una applicazione non ufficiale che faceva crawling di dati e prima dell’inizio della crescita esplosiva, Instagram ha lanciato le sue API. Grazie anche all’ecosistema che si è sviluppato intorno alle API e alla quantità di applicazioni che son state sviluppate dalla comunità di sviluppatori, Instagram è passata dai 2 milioni di utenti che aveva al momento del lancio delle API, ai numeri di oggi (oltre 120 milioni di utenti) passando rapidamente dall’esser un progetto promettente ad una delle applicazioni più richieste e scaricate in iTunes fino a diventare il primo sistema di Photo sharing e Photo Discovery dando  alla fotografia una nuova vita.

In due anni son nate migliaia di applicazioni web e mobile – Instagram based – che hanno dato vita a svariati modelli di Business : dalla nostra Followgram e le sue brand page e account pro, a Statigram e le statistiche per utenti, Nitrogram per le statistiche business, Copygram per il backup delle foto, Instatalks con la chat, Jewelgram per la stampa su anelli, ai sistemi di scrittura su foto come Tweegram, o ancora Pinstagram, Gramfeed, Luxgram fino ad arrivare ai più svariati sistemi di stampa fotografica su formati e supporti diversi.

In comune tutti questi progetti che ho citato hanno due cose:

  1. sono basati sulla API di Instagram
  2. contengono, nella maggior parte dei casi, la parola Insta o la parola Gram nel nome del prodotto

Ma soprattutto tutti questi progetti sono nati su dei termini di servizio che permettevano, oltre all’utilizzo delle API, la possibilità di creare applicazioni in cui non comparisse per esteso “Instagram”, ma solo il prefisso “Insta” o il suffisso “Gram”. 

Ma ieri è cambiato qualcosa.

Instagram ha deciso di segnare un nuovo cambiamento nel suo percorso inibendo l’utilizzo della parola Insta e della parola Gram, a tutti i progetti basati su API Instagram.

Personalmente, alla lettura di una delle prime notizie, son rimasto basito come credo la maggior parte dei developer. Sono convinto e non discuto la decisione, visto che è anche specificato nei TOS relativi alle API, che Instagram possa far quello che vuole e modificare la struttura ed i termini di servizio in qualsiasi momento e senza preavviso. Ho sempre sostenuto infatti che chiunque sviluppi applicazioni API based su piattaforme gratuite debba tenere in considerazione certe possibili dinamiche e una possibile discontinuità di servizio ed è il motivo per cui non ho mai definito Followgram una startup, ma sempre un progetto-esperimento su cui fare esperienza.

Questa volta però il problema non è la continuità del servizio o la chiusura delle API come successo anche con Twitter un anno fa: quello che mi ha lasciato veramente a bocca aperta è la modifica retroattiva delle regole di naming delle app e gli impatti che questa scelta avrà nel medio breve termine.

Instagram grazie alle applicazioni ha imparato e appreso i comportamenti degli utenti, ha studiato numeri, trend, modelli di business e interfacce grazie ai developers e alle community. Grazie al naming dei progetti di terze parti chiamati Insta* o *Gram ha rafforzato il proprio brand. E lo ha fatto anche in modo palese spesso sostenendo i progetti linkandoli e condividendoli, richiamandoli nel proprio blog, nei tweet o nella sezione Help e Supporto. Praticamente riconoscendo ai progetti un ruolo “ufficiale”. Anzi Instagram incoraggiava all’utilizzo proprio nei suoi TOS precedenti.

Con questa modifica di servizio, non stiamo parlando quindi di discontinuità delle API e dei dati, ma di politiche di brand. Io mi domando se sia corretto modificare in modo retroattivo un TOS che può danneggiare progetti dal punto di vista del naming e del brand. Immaginate cosa significa per un progetto (APP mobile o Stampa) dover rivedere tutto il brand e modificare quindi il nome dell’applicazione nello store, rivedere le stampe dei pacchi di spedizione o tutta la comunicazione del progetto.

Io credo che questo sia un precedente importante che caratterizzerà ancora di più il futuro dei servizi di API in rete. Quello che ha fatto Instagram è a mio avviso grave perchè non impatta sulla logica di servizio ma sul brand. Avrei capito le API a pagamento ( che non escludo vanga fatto, anzi ) e lo avrei trovato corretto in termini di business e di relazione con i vari player di sviluppo di APP.

Io credo che il modello di business principale dei grandi sistemi e piattaforme mainstream, nel medio breve termine, sarà principalmente l’erogazione del dato a pagamento a fronte di continuità e SLA. In un ecosistema di servizi API, un approccio di questo tipo sarebbe Win Win per tutti. Ma per adesso non sembra andare così.

Altra lezione da imparare da Instagram: non fidarsi di piattaforme con TOS poco chiari o esclusivamente free perchè probabilmente non è un servizio API per fare business, ma miele per api-developer da allevare e spolpare.

 

UPDATE / Spunto ulteriori di riflessione: Grazie Davide Folletto Casali 

Io ho un unico dubbio che aggiungerei al tuo post: che il cambiamento sia stato fatto per una svista legale. Ovvero, un bel giorno i legali hanno “visto” i TOS e si sono accorti di quella dicitura che va contro i requisiti di legge per il mantenimento del marchio registrato.

Non sarebbe cosa nuova. Oggi innumerevoli ingiunzioni vengono mandate “a priori” perché “non mandarle significa perdere il diritto di avere il marchio registrato, in quanto si dimostra in modo fattuale di NON avere fatto enforcing del marchio.

 

 

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Per fare davvero grandi cose, bisogna fare davvero piccole cose e farle crescere.

Stavo leggendo il post dal titolo “Planning to launch a startup? Launch your kindergarten startup first” e mi sono soffermato su questo passaggio che trovo semplicemente fondamentale:

Paul Graham promotes the view that it’s a bad idea to begin with big ambitions, because the bigger they are, the longer they are going to take to realize, and the longer you are projecting into the future, then the more likely you are going to be wrong. “The way to do really big things,” he says, “is to do really small things, and grow them bigger.”

Quello che dice Graham è secondo me da prendere come un consiglio, molto importante, che può sembrare banale e allo stesso tempo molto ambizioso, ma è quasi sempre difficile da applicare, seppur applicabile a tutto nella vita. Ogni volta che si insegue un sogno, una idea, un progetto, si ha in mente qualcosa da realizzare o semplicemente si vorrebbe un cambiamento, ci si ritrova a pensare in grande e voler far subito passi da gigante, velocemente, bruciando il tempo e saltando le fasi evolutive intermedie.

Secondo la mia personale esperienza, il fallimento di tutto quello che si ricerca arriva proprio nel momento in cui si cerca di accorciare i tempi e voler fare passi troppo lunghi. L’errore più grande è tentare di fare passi enormi prima di aver imparato a camminare.

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Ci si dimentica che la riuscita di un progetto avviene anche grazie alle metodologie acquisite in precedenza e alle esperienze fatte attraverso un apprendimento incrementale. L’idea dell’arricchimento veloce, dello sviluppo rapido e l’arroganza o l’ambizione eccessiva, mettono nella condizione di trascurare alcuni passaggi importanti fino a perdere di vista l’idea della progressione naturale e fanno pensare che i piccoli fallimenti siano una sconfitta irrimediabile da evitare velocemente.

Bisogna imparare che il fallimento non è  un’alibi per giustificare uno o più errori di percorso, non è una favola che si racconta perchè va di moda e non è un dito dietro il quale nascondersi senza riconoscere i propri errori. Il fallimento è spesso una necessità e attraverso un fallimento si può raggiungere un possibile futuro successo.

Il modo più sicuro per ottenere qualcosa di grande è quello di creare una dinamica di crescita incrementale attraverso la quale, per ogni piccolo successo, si può pensare al prossimo obiettivo. Per fare davvero grandi cose, bisogna fare davvero piccole cose e farle crescere gradualmente fino al successo.

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Startup: moda, hype, eventi e bla bla bla. Dipende.

A me se c’è una cosa che stupisce è la quantità di thread e thread di discussioni in giro per la rete che discutono di cosa sia una startup o meno, se gli eventi servono o no, se le startup più o meno salveranno l’Italia, quante startup sopravviveranno tra 5 anni o se vale più l’idea o l’esecuzione. Non penso che il problema sia la discussione in se e per se che potrebbe esser anche costruttiva, ma il modo in cui viene sviluppata, il tono, il contenuto e spesso pulpito. Posso capire il confronto con l’obiettivo di farsi una idea, approfondire o condividere la propria opinione. Posso capire se il dubbio o la voglia della ricerca del modello perfetto di una startup ce l’abbia un Blank, un Ries, un McClure, un Dixon e gente che ne ha fatte e viste parecchie. Posso capire la discussione se un evento è utile o meno, e sarebbe interessante se si parlasse del format, del contenuto, dei talk, ma non in generale se serve o meno o se è una perdita di tempo tanto per parlare.

Tanto la risposta a tutto questo è sempre dipende. Non c’è una regola.

Ogni volta, come se non bastasse quanto già scritto e trito e ritrito da altri, vedo fiumi di discussioni che si alluppano finendo in flame, aspre affermazioni e dialoghi che finisco a parolacce e conclusioni che portano la conversazione al più classico dei classici Guelfi o del Ghibellini. Come se la soluzione a queste discussioni definisse in modo globale e definitivo una legge o una formula sulla quale costruire altri business, poter poi dire “ecco l’avevo detto“, “guarda quel pirla che progetto“, “ma è la copia di quello che già esiste” o peggio ancora “era così semplice” o chissà cosa altro.

Invece di rispondere o cercare di rispondere a questi “dubbi amletici”, toglietemi un dubbio: ma perchè non fate qualcosa e provate a portarla al raggiungimento del vostro obiettivo e poi tirate fuori metriche, numeri, risultati, fatturato e dite… “ecco come – secondo me – si fa impresa“? Oppure perchè non prendete progetti che funzionano (o che non vanno) e ne analizzate il modello, il sistema, il contesto, le modalità in cui si è evoluto e cosa gli ha permesso di arrivare al successo / fallimento e capire come fare meglio? O ancora, perchè non prendete un mercato, lo studiate fino alla morte e studiate cosa serve, cosa si può fare, cosa potrebbe cambiare le regole ed innovarlo e poi provate a farlo?

Le discussioni del nulla, la moda, la non moda, la fuffa, la non fuffa, onestamente le trovo poco costruttive e anche poco sensate. E’ come voler cercare la spiegazione, a priori di tutto o pensare di avere la palla di cristallo. Le risposte poi, sono spesso grigie, non per forza bianche o nere.

C’è’ hype intorno alle startup? Sembra di si. Le startup sono una moda? Si, probabilmente si, ma c’è qualcosa che non sia cresciuto diventando moda? C’è chi ci lucra? Probabilmente si, come in tutti i sistemi c’è chi fa business su chi fa business che fa business su chi fa business. Ci sono startup che muoiono? Si come è normale che sia, come succede in generale nell’economia, nella natura e nella società. Ci sono startup che hanno successo? Beh forse poche ancora, ma come è normale che sia, infondo se tutte avessero successo, il successo cosa sarebbe? C’è chi scommette gettoni come se fosse il casinò? Si, e quindi? Bisogna starci attenti. C’è chi sta facendo cose losche dietro le quinte? Bene, se sapete denunciate, se non sapete non create rumore solo perchè fare dietrologia è sport nazionale. Ci sono progetti che funzionano? Raccontateli e dategli visibilità per far vedere cosa significa fare impresa perchè i risultati portano ottimismo e l’ottimismo è una marcia in più. In generale.

Il resto è noia. Noia. Noia. E tanta frustrazione.

Startup, impresa, progetto chiamatelo come volete (io lo chiamo ormai da mesi “Cosa“, così è anche facile da spiegare “Ho fatto una cosa che funziona“) non è altro che un percorso che porterà una idea/opportunità a realizzarsi o meno, a fallire o avere successo, o a cambiare fino a diventare altro. E nel frattempo questo percorso insegnerà a chi l’ha fatto qualcosa, che diventerà bagaglio culturale per i prossimi passi.

Suggerimento personalissimo: volete sapere se ci sono progetti che funzionano o se realmente le startup son fuffa o meno? Non leggete solo i giornali, muovete il sedere, andate nei posti dove ci sono e si stanno sviluppando ed incontrate le persone che stanno facendo un certo percorso. Non fatevi travolgere dal loro entusiasmo: rimanete insensibili, gelidi, distaccati ma ascoltate, ascoltate con attenzione e valutate con le vostre orecchie. Loro vi racconteranno la loro idea, le loro difficoltà ed il loro percorso. Nulla di più semplice, ma quanto di più efficacie per toccare con mano, farsi una idea e poter parlare poi di cose che si son viste con i propri occhi e non con articoli, lettere e testi di altri.

E’ così bello fare, disfare, prendersi le proprie responsabilità e continuare a sognare che – secondo me – fermarsi al puntiglio di una definizione e di un concetto, senza nemmeno mettersi in gioco o vedere chi si mette in gioco, è veramente una grossa perdita di opportunità di crescita personale.

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Una cosa di cui non si parla, non è mai esistita: tra storytelling, inchiesta e denuncia

Perchè lo storytelling di cose che funzionano deve esser visto sempre contrapposto ad un giornalismo di inchiesta e di denuncia?

Eppure dovrebbe esser così semplice da capire. Uno – lo storytelling – racconta le cose positive e che prendono forma, le narra le rende leggibili e fruibili da tutti, spesso con un linguaggio più semplice e comprensibile. L’altro – il giornalismo di inchiesta e denuncia – parla di quello che non va, di truffe ed illeciti e rende visibile dinamiche che spesso sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno racconta.

In questo periodo mi è capitato spesso di parlare di questo tema con più persone e confrontarmi anche su Facebook e ho notato che quando si parla di questi due approcci, nella più tipica delle reazioni italiane Guelfi contro Ghibellini, ci si sofferma a discutere esclusivamente sul tema dell’ottimismo e del pessimismo, della destra o della sinistra o dell’esser realisti o no, perdendo sempre di vista  una cosa che invece è fondamentale: tutti e due hanno l’obiettivo comune di modificare uno status e raccontare qualcosa che comunque non sarebbe visibile a tutti.

Come dice anche Alessandra nel suo commento al mio post su facebook:

Se non avessimo belle storie da raccontare, ma solo brutture da denunciare, la reazione più normale sarebbe perdere la speranza e provare ad arrangiarsi. Io sono felice quando trovo qualcosa che funziona, gente che lavora bene, progetti di cui vale la pena di parlare, e credo che raccontarli sia forse ancor più necessario.

Sono completamente d’accordo: le belle storie, coinvolgono e predispongono le persone in ottica costruttiva e positiva. Negli ultimi anni purtroppo siamo stati bombardati da notizie negative, arrivismo e situazioni politico-sociali pessime. Molte persone hanno perso la speranza e si è innescato un meccanismo di disinteresse verso cosa pubblica ed un disamoramento da tutto ciò che è comune. Praticamente l’esposizione continua alle “zozzate” alle quali siamo stati sottoposti per tanto tempo, ha generato un sovraschema mentale ed una distorsione nel pensiero di tutti, tanto da portarci, soprattutto in Italia, ad avere pregiudizio verso tutto.

E così se qualcuno racconta una bella notizia, una esperienza o condivide un episodio parlandone con entusiasmo ed ottimismo, viene preso per un incitatore, uno che manda al massacro gli altri, che manipola la conversazione e viene etichettato come ottuso sognatore che non vede dove sono i problemi. Ma succede anche il contrario, quando qualcuno denuncia un fatto e condivide una opinione: dietrologismo, politica ed interessi personali sono le risposte più frequenti.

Mi sembra di intuire che siamo in un momento in cui non siamo in grado di analizzare con distacco quello che viene condiviso e ci troviamo a prender posizione prima ancora di capire, con pregiudizio. In qualsiasi caso.

Dobbiamo riprender e recuperare coscienza e lucidità.

E’ per questo che, oltre ad evidenziare quello che non va con un approccio comunque costruttivo, ritengo utile lo storytelling, la narrazione positiva, la condivisione ed il racconto di percorsi, progetti ed imprenditori. Siamo un paese che non valorizza quello che ha e quello che costruisce. Lo storytelling può, come succedeva anche negli anni ’60 negli USA con lo Storytelling Renaissance, portare ad una evoluzione culturale attraverso interviste, registrazioni ed eventi specifici di storie e riuscire a creare occasioni di sperimentazione, confronto e apprendimento di esperienze.

Storytelling, giornalismo di inchiesta e denuncia sono parte integrante e necessaria di un processo di cambiamento e accrescimento culturale che permette di creare coscienza e consapevolezza: se ci si limita ad uno o l’altro, come successo negli ultimi anni in Italia, succede che le cose positive non emergono e quelle negative rimangono nell’ombra e prendono piede.

In fondo, viviamo nell’era dell’informazione ed una cosa di cui non si parla, positiva o negativa che sia, potrebbe non esser mai esistita.

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Quando i “cervelli in fuga” arrivano dalla Silicon Valley in Italia.

Capita che un pomeriggio di Luglio mentre sei lì che invii email, incontri le startup e fai qualche riunione, arriva un ragazzo che vuole informazioni per stabilirsi a lavorare nel tuo spazio di coworking. Istintivamente appena lo vedo gli dico “Ciao e benvenuto!”, come succede con la maggior parte dei nuovi arrivati. Lui risponde “Hi!”. Capisci ovviamente che non è italiano ed inizio a scambiarci due chiacchiere. Parla 4 lingue tra cui anche l’Italiano, abbastanza bene.

Viene da San Francisco, ha studiato in una delle più note università americane, è advisor di alcuni progetti, scrive per una testata hitech molto nota, si ritiene un innovatore e starà due anni in Italia. Alla domanda “Cosa ci fai qui?” risponde brillantemente:

Mi sono preso due anni sabbatici, voglio pensare al mio futuro e nel frattempo voglio fare startup in Italia perché penso sia il miglior posto al mondo dove poterlo fare. Se penso a SF, la mia città, ha 150 di storia, ma se guardo all’Italia, ai suoi 2000 anni di storia, invenzioni ed arte non posso non trovare un luogo migliore di ispirazione. Avete dato vita alla Dolcevita, poi alla moda e al Design. Qui potete fare un nuovo Risorgimento Digitale e forse sta arrivando il momento. L’Italia ha clima, cibo, storia, arte, vita mondana, l’Italian Style e molto da valorizzare, e poi -  secondo lui – è più o meno grande quanto la California: cambia poco, ha delle città bellissime che possono connettere anche più persone ed il talento non manca. Ma non solo: siete stati tra i più grandi innovatori in molti campi nella storia, forse vi state dimenticando solo di saperlo fare.

La chiacchierata prosegue fino alla sua esperienza fatta in questo periodo in Italia e mi racconta il suo punto di vista sulle difficoltà di uno startupper americano che vuole aprire una società qui da noi: l’ambasciata non da un supporto così specifico, non ci sono uffici in grado di rispondere con documentazione in inglese, non è facile trovare commercialisti o notai che parlino in inglese e conoscano le dinamiche legate a visti e società estere. E per interfacciarsi con la maggior parte degli sportelli degli uffici, i ragazzi sono costretti a ricorrere a traduzioni da inglese a italiano e da italiano a inglese.

…mi immagino solo cosa possa succedere al significato di un documento del Comune tradotto da Google Translate (!).

La cosa più bella di questa chiacchierata? L’entusiasmo con il quale mi fa capire che, proprio per questi problemi riscontrati, dal suo punto di vista c’è spazio per fare tante cose qui, e mi spiega che lui ed altri ragazzi americani vogliono creare un punto informazione e supporto per americani in Italia: un servizio di sostegno e semplificazione per lo sviluppo di startup americane che vogliono venire in Italia ed avviare il loro business qui, supportandoli in tutto dall’avvocato, al notaio, al commercialista, alla casa, ai permessi.

Parlare e confrarsi con lui è divertente e affascinante e nelle sue parole sento un messaggio positivo in cui credo molto anch’io e che fondamentalmente è sintetizzabile in tre parole: fare, opportunità e ottimismo. Mi domando perché se ci credono gli altri, non possiamo farlo noi per primi. L’Italia ha delle caratteristiche che la rendono unica al mondo: è possibile non riuscire a valorizzarle e renderle il punto di partenza per attrarre talenti e persone che possano portare valore e contaminazioni nuove?

L’idea che l’Italia abbia dimenticato che sa fare innovazione mi manda in fibrillazione tanto quanto il pessimismo cosmico e l’indifferenza verso il cambiamento e più che mai mi suona come una nota stonata nella testa quando è ribadita da chi ci guarda fuori. Ho intenzione di supportare  l’iniziativa che questi ragazzi vogliono portare avanti, anche grazie alla rete di ID, alla mia rete personale e far in modo che un giorno, se proprio di fuga di cervelli ci troveremo a parlare, lo faremo pensando a quelli che vanno via da altri paese per venire in Italia.

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Uber, quando una innovazione disruptive genera fastidio a chi non innova

Circa tre giorni fa ho iniziato ad utilizzare UBER un servizio alternativo al taxi “bianco”, un servizio di auto con conducente su richiesta, attualmente presente su Roma e Milano. Ne sono talmente entusiasta che dopo averlo provato la prima volta ho scritto questo commento su Facebook e che vi riporto integralmente.

I Love UBER !

D’ora in avanti mai più senza. Credo sia l’essenza della disintermediazione nel rapporto con l’autista, e l’efficienza del servizio Uber su tutto il resto. Questo è il valore che la rete e la tecnologia possono portare.

Immaginate la scena: cerco un taxi, e mi dico, proviamo Uber. Faccio la prenotazione cliccando per errore (colpa di Mirko). Nell’app non trovo come annullare la richiesta, ma ho la possibilità di chiamare l’autista (si, chiamare al cell o anche mandarei un sms diretto). Ci parli, gli spieghi l’errore e ti organizzi per l’appuntamento 10 minuti dopo. Esco è puntuale, e la tariffa non è partita, parte quando ti muovi. Arrivo a destinazione, ti fa vedere l’importo sul dispositivo, lui clicca per conferma ed un nano secondo dopo ricevo la ricevuta via email con pagamento effettuato con carta di credito.

Ora, vedere i vantaggi lato utente è facile per tutti, ve li ho raccontati. Ma parlando con l’autista (chiacchierata piacevolissima durante il viaggio) mi son fatto raccontare i benefici lato business ed il suo punto di vista: secondo la sua esperienza (di un mese) il passaggio ad Uber è stato un modo per ottimizzare, organizzare, migliorare il servizio all’utente finale e perchè no, avere lui stesso un servizio migliore.

Sapete qual’è il problema, l’unico problema, per l’autista? Il rapporto con gli altri taxi (quelli bianchi per capirci): si incazzano, lo guardano strano, agli eventi gli manifestano contro, fanno lobbing, minacciano e via dicendo.

Ecco, questo è quello che molte aziende ed imprenditori non capiscono e dovrebbero capire: innovare, per esser competitivi e mantenersi stretto il proprio orticello, è fondamentale. Altrimenti muori.

Il difetto di Uber? Coprono ancora poco il territorio (ma son nati da 2 mesi e mi auguro crescano velocemente): questa mattina a Roma, per esempio, alle 6 ho dovuto prendere un – fantastico – Sammarcanda.

Oggi, dopo aver provato altre 4 volte in meno di 48h il servizio, l’ho preso di nuovo e parlando con il conducente ho scoperto che molti altri autisti Uber, oltre lui stesso (mi ha mostrato referto e denuncia), sono stati picchiati e minacciati.

Questo comportamento è emblematico del nostro paese: combattiamo l’innovazione con la forza, invece che con sana competizione ed altra innovazione.

La lobby dei tassisti non ha capito che non ha futuro se continua a rimanere ancorata ad un modello morto: devono cambiare mentalità, innovare, migliorare l’offerta ed avvicinarsi all’utente con un approccio più trasparente, chiaro e di qualità.

PS: se volete utilizzare il servizio Uber e volete 10Euro di sevizio gratis, utilizzate questo codice link o questo codice ubergram all’interno dell’app che potete scaricare qui

Buon viaggio e Uber On ;)

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L’essenza del networking

Un guerriero della luce condivide con gli altri tutto ciò che conosce del cammino. Chi aiuta, viene sempre aiutato, e ha bisogno di insegnare ciò che ha appreso. Perciò egli si siede intorno al fuoco e racconta com’è andata la giornata di lotta. Un amico gli sussurra: “Perchè parlare tanto apertamente della tua strategia? Non vedi che, comportandoti così. Corri il rischio di dover dividere le tue conquiste con altri?” Il guerriero si limita a sorridere, e non risponde. Sa che, se giungerà alla fine del viaggio in un paradiso vuoto, la sua lotta non avrà avuto alcun valore.

Credo sia l’essenza del networking e del fare rete.

Tratto dal “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coelho.

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Essere, raccontarsi e condividere

Essere in rete è mostrarsi, raccontarsi e condividere informazioni reali, senza falsi nomi, finti profili o personalità diverse dalla realtà, trasportando se stessi ed il proprio essere in modo integro, coerente e sincero.

La rete non è solo uno strumento di comunicazione in cui si può esser diversi dalla vita reale. La rete è molto di più, è un prolungamento della vita reale in termini di memoria, relazioni, informazioni ed azioni.

Ma essere in rete non è semplice e secondo Callie Schweitzer, nel post “You are what you share” su Medium:

The internet is supposed to be a place where everyone can be themselves and find like-minded people. But what we’re seeing right now is a faux intimacy. We think we know people so much better because of the internet, and the information it puts at our fingertips, but we really know them less. We know only what they put out there about themselves. 

Praticamente, quando viviamo la rete  e condividiamo noi stessi non siamo completamente onesti e trasparenti e, spesso, la condivisione si trasforma in costruzione di un io diverso, alla ricerca di un’audience sempre maggiore. Anche Andrea Contino sottolinea che

…ci troviamo a dare un’immagine di noi stessi più vicina al socialmente condivisibile che alla realtà delle cose…

Lo spunto è interessante e la discussione che ne può scaturire è assolutamente attuale e allo stesso tempo difficile da affrontare, considerando che, secondo me, c’è ancora una forte mancanza di conoscenza delle potenzialità della rete e poca consapevolezza, al momento, della condivisione in rete da parte di molti.

Anche Luca De Biase, riprendendo il post di Andrea pone delle domande che fanno riflettere:

…quanto sono autentiche le persone che si presentano online? Quanto i loro racconti autobiografici sono coerenti, integri, sinceri? Quanto sono frenate e inibite nel caso debbano affrontare temi che coinvolgono il loro vero nome?…

Probabilmente ci vorrà tempo per rispondere a queste domande, capire se la rete può avere dinamiche diverse dalla vita reale o meno, cosa sia veramente la coerenza in rete e se la “necessaria mediazione” accennata da Andrea, sia veramente necessaria.

Io sono dell’idea che raccontare se stessi, realmente, per quello che siamo, le nostre preferenze e cosa pensiamo sia parte integrante di un cambiamento di cultura, di trasparenza e partecipazione, ancora alla fase iniziale, ma unica strada per un futuro prossimo.

Ringrazio Andrea, Luca e Pier Luca che, nei loro post e con le loro riflessioni, hanno stimolato ancora una volta un dibattito importante e difficile come questo. Consiglio la lettura e gli approfondimenti segnalati.

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Networking is

Quando ti confronti con le persone e spendi il tuo tempo condividendo idee, spunti, suggerimenti, conoscenza e la tua rete di contatti, senza aspettarti o pretendere nulla in cambio, impari molto più di quello che pensi di dare e prendi consapevolezza di quanto sia potente un sano networking.

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When you compare yourself with other people and spend your time in sharing ideas, experiences, knowledge and your network, without expecting anything in return, you are learning a lot more than you think to give and taking awareness of how powerful a healthy networking is

 

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Le formule magiche non esistono – BIT2013

Volevo scrivere un post relativo al BIT2013, evento che si è svolto a Milano la settimana scorsa, al quale ho partecipato per il secondo anno consecutivo (la prima volta presentai ”Social Che?“) in qualità di relatore con un panel, anche questa volta, fuori dalle righe dal titolo “Harry Potter non aveva lo smartphone“.

Mentre organizzavo un po’ di appunti, questa mattina mi sono trovato a leggere una discussione in Facebook nata da una riflessione di Roberta Milano condivisa via twitter qualche giorno fa: “La sensazione forte è che la #Bit2013 non riesca ad adattarsi ai tempi ormai cambiati.

In effetti in parte condivido questo pensiero: le fiere, generalizzo appositamente, non riescono ad adattarsi ai tempi che stanno cambiando. Però la mia domanda è: ma sono solo le fiere?

Io ho partecipato appunto come relatore e l’ho vista con un occhio diverso da addetto ai lavori (non lavoro esplicitamente in ambito turismo), ne tanto meno ero un espositore o un visitatore curioso. Come qualcuno ha già scritto in rete, come ho detto alla stessa organizzazione e come ho accennato anche durante il mio panel, in effetti un eccesso di carta e una carenza totale di nuove tecnologie in sperimentazione si è notata. Arrivare e non trovare “qualcosa di tecnologico ad aspettarmi”, dover ricorrere al biglietto per tracciare i varchi e gli accessi o ancora vedere tonnellate di volantini per dare informazioni su date, riferimenti e contatti, è assolutamente deprimente soprattutto per chi come me della tecnologia e delle integrazioni ne fa il proprio mestiere ed il proprio verbo.

Certo una cosa va detta però: il QR code è ormai sdoganato… ne ho visti appiccicati ovunque, si ma soprattutto per utilizzi inutili!

Secondo me una fiera oltre ad esser aggregatore di esperienze ed organizzatore di una manifestazione, dovrebbe avere anche il compito di mostrare qualcosa di nuovo, d’avanguardia e dovrebbe esser la prima a farlo in qualità di punto di riferimento di una manifestazione di settore.

Ma il problema se proprio vogliamo scendere in verticale sul problema, non è solo qui.

Chi espone dovrebbe esser portatore di novità ed innovazione anch’esso: dopo tutto una fiera è fatta principalmente da espositori e da aziende che si mettono in mostra. E se queste si mettono in mostra con flyer, bigliettini, pupazzetti e sistemi vecchi come i dinosauri, l’effetto per il visitatore non può esser che di vecchiume o comunque di qualcosa che avanza molto lentamente e che non evolve.

Ma anche qui c’è un altro problema e non è limitato solo ad espositori e organizzazione: il visitatore.

Io ho tenuto un panel dal nome “Harry Potter non aveva lo smartphone” durante il quale, a differenza di quello che mi era stato chiesto, non ho parlato di mobile, numeri, mercato, della rava e della fava, ma ho parlato di nuove tecnologie e ho cercato di stimolare idee e attenzione su qualcosa di innovativo e non sui temi ormai noti a tutti. Non ho parlato di Facebook, Twitter o del perchè esser in rete o su Mobile. Il mio obiettivo era portare una serie di nozioni, indicazioni e segnalazioni basate sul concetto che non esistono le pozioni magiche alla Harry Potter, ma esistono le tecnologie – apparentemente futuristiche – alla Startrek. Che non ci si può fermare al “faccio la pagina su Facebook e avrò mille-mila fan” e nemmeno al “ho aggiunto il QR code alla mia insegna, adesso arriveranno sul sito milioni di utenti“.

La formula magiche non funzionano e chi le propina è una sorta di Harry Potter, simpatico si, ma inefficace. Esiste la ricerca, l’innovazione, esistono tecnologie da adottare, contestualizzare ed integrare all’interno di progetti di comunicazione e strategie di marketing. 

Le persone non conoscono ancora queste cose. Veramente, aimè lo dico.

Sapete quale è stato l’effetto in una sala piena di gente, durante il mio panel, quando ho chiesto chi utilizzasse l’NFC, l’RFID o altre tecnologie affini? Si è alzata una sola mano su circa 250/300 persone.

Preso dallo sconforto ho rifatto la domanda: Chi conosce le tecnologie RFID o NFC?” Si sono alzate 10 mani.

Ecco, questo è il punto. Non tutti sanno cosa siano questi acronomi e molti non sanno nemmeno che esistano. Un tizio mi ha domandato a fine panel se veramente è sicuro e si può pagare con il cellulare. Volevo morì.

Quelli che di queste cose “geek/nerd/tech” ne masticano tutti i giorni, siamo noi, quelli che si informano e che le vivono in prima persona. Ma non tutti hanno questo livello di conoscenza, proprio come succedeva con i social qualche anno fa. Noi siamo quelli che si lamentano che la fiera sia poco tech/innovativa, ma dobbiamo renderci conto che la maggior parte di quelli che partecipano, per quanto la mia sala non per forza possa esser un campione significativo, è un indicatore culturale su determinati temi.

Questi eventi devono portare case history, storie e devono “digitalizzarsi” (per quanto io odi questo termine) affinchè siano promotori e trasmettano nuove idee e nuovi spunti. Anche io pensavo, fino a poco tempo fa, che il problema fossero le fiere (intese come logica e tipo di evento) e li ritenevo degli appuntamenti morti. Ma non è così. Le fiere ancora servono, ma devono evolvere a 360 gradi: l’organizzazione deve farsi promotrice anche di nuove soluzioni e tecnologie, gli espositori devono portare innovazione (che oggi non fanno – quindi come fanno a portarla in fiera? O_o) e che bisogna portare ai visitatori delle storie, dei casi applicati per far capire anche il valore di quanto fatto e non solo la marketta.

Tutti dovrebbero comunque capire che le formule magiche non esistono, esistono solo le eccezioni (cit).

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