Beyond Virtual: come lo Spatial Computing sta ridisegnando il futuro del gaming

Ieri ho partecipato all’Italian Gaming Expo a Roma con uno speech dal titolo “Beyond Virtual: Spatial Computing and XR for the Future of Gaming”. Un’occasione utile per mettere a fuoco un tema che seguo da tempo con passione e studio, e che ho affrontato anche nel mio libro Spatial Shift: la convergenza tra intelligenza artificiale, tecnologie immersive e nuovi ambienti digitali.

Questa volta ho voluto declinare quei concetti sul settore del gaming, che forse più di altri sta già vivendo una trasformazione profonda, non tanto nel linguaggio estetico o nella logica del gameplay, ma nel modo in cui esperienze, ambienti e contenuti si relazionano allo spazio fisico e alla nostra presenza nel mondo reale.

Il punto di partenza è semplice quanto radicale: stiamo entrando in una nuova fase del computing. Dopo l’epoca desktop, quella mobile e quella cloud, oggi siamo nell’alba di un’era spatial, dove l’interazione con i contenuti digitali si libera dallo schermo e si distribuisce nell’ambiente che ci circonda. Lo chiamiamo spatial computing, ed è molto più di un’estensione dell’AR o della VR. È un cambio di paradigma nel modo in cui il digitale “vive” nello spazio.

Spatial computing: dal dispositivo all’ambiente

In questa nuova fase non interagiamo più con il contenuto “guardando dentro” un device. Il contenuto si proietta fuori. Lo spazio intorno a noi diventa un canvas digitale su cui appaiono elementi immersivi, persistenti, personalizzati. Non è solo una questione di effetto wow: è una trasformazione sistemica del nostro rapporto con l’informazione, la narrazione e il gioco.

Come sottolinea Cathy Hackl, una delle voci più lucide su questi temi, “spatial computing isn’t about devices, it’s about context”. È il contesto che conta. È lì che si gioca la sfida: capire come, dove e quando interagiamo. E soprattutto: chi costruisce questi contesti?

Nel gaming questa transizione è già visibile. Giochi come Pokémon GO hanno mostrato per primi la possibilità di costruire esperienze ludiche sovrapposte al mondo reale. Ma oggi siamo ben oltre: visori come Meta Quest 3 o Apple Vision Pro ci permettono di trasformare il salotto in uno spazio ibrido dove avatar, elementi digitali e oggetti fisici convivono. Il gioco non si svolge più in una finestra digitale, ma intorno a noi, in tempo reale, connesso a ciò che facciamo, vediamo e sentiamo.

Il gioco entra nel mondo reale

Questo shift ha due implicazioni molto forti per chi progetta e costruisce contenuti ludici.

La prima è che l’ambiente stesso diventa parte integrante dell’esperienza. Non parliamo più di livelli predefiniti da navigare con un controller, ma di spazi reali in cui ci si muove fisicamente e in cui ogni elemento – un muro, una sedia, una finestra – può diventare parte attiva della narrazione. L’ambiente non è più lo sfondo, è il gameplay.

La seconda è che il corpo torna ad essere centrale. Il corpo non come ostacolo, ma come interfaccia. Con la computer vision, l’eye tracking, il motion sensing e il feedback aptico, il giocatore non è più “fuori dal gioco” ma dentro, presente, immerso e co-autore dell’esperienza.

In questo scenario, il design cambia pelle. Non si tratta più di scrivere regole per un mondo chiuso, ma di orchestrare esperienze in ambienti aperti, dinamici, interattivi e spesso condivisi. Il confine tra gaming, fitness, socialità, formazione o comunicazione diventa sempre più sottile.

AI, generazione procedurale e ambienti intelligenti

Un’altra variabile che sta accelerando tutto questo è l’intelligenza artificiale.

Non è un’esagerazione dire che la convergenza tra AI e spatial computing sta ridisegnando le fondamenta stesse dell’intrattenimento.

L’AI generativa consente oggi di creare NPC autonomi e realistici, mondi generati dinamicamente, missioni che si adattano in tempo reale al comportamento del giocatore. Ma soprattutto, permette a ogni esperienza di essere personalizzata e situata. Un gioco spatial può cambiare non solo in base al tuo livello o alle tue scelte, ma in base al luogo in cui sei, all’ora del giorno, a chi hai intorno.

Stiamo passando da ambienti digitali “chiusi” a ecosistemi intelligenti in grado di leggere, interpretare e rispondere. La logica stessa della progettazione cambia: da una narrativa predefinita a una co-costruita, dove il giocatore entra in relazione attiva con il contesto. È un salto concettuale e tecnico, ma è anche una grande opportunità per re-immaginare il concetto stesso di gioco.

Il gaming come infrastruttura esperienziale

Molti considerano il gaming un sottoinsieme dell’intrattenimento. In realtà, oggi sta diventando sempre più una piattaforma culturale, un’infrastruttura esperienziale. Lo vediamo nei mondi persistenti di Fortnite o Roblox, dove i confini tra gioco, socialità, evento e commercio si fondono. Lo vediamo nella logica dei digital twin, nei training simulator in XR, nei giochi educativi in MR. Il linguaggio ludico sta diventando la grammatica con cui interpreteremo una parte crescente della realtà aumentata che abiteremo nei prossimi anni.

Il gioco non è più uno spazio-tempo separato. È un layer aggiuntivo che si sovrappone alla vita. Può accendersi durante una camminata in città, durante una sessione di allenamento, o mentre esploriamo un museo. Diventa strumento di coinvolgimento, apprendimento, relazione.

Opportunità e nuove domande

Tutto questo apre scenari enormi per chi sviluppa prodotti, contenuti e strategie in ambito gaming e tech. Si apre un nuovo mercato, con nuovi modelli di business e nuove filiere. Ma emergono anche domande nuove, profonde, che non possiamo ignorare.

Chi possiede lo spazio virtuale sovrapposto a quello fisico? Come si tutelano la privacy, i dati ambientali, i comportamenti biometrici raccolti dai dispositivi XR? Come si regolamenta l’accesso, la moderazione, la sicurezza in un gioco che si svolge nel mondo reale, tra persone vere?

Sono le domande che iniziano ad affiorare oggi, ma che saranno centrali domani, quando milioni di persone inizieranno ad abitare queste esperienze spatial ogni giorno.

Oltre il virtuale

Lo spatial computing non è una moda passeggera. È un cambio di fase.

E il gaming non è semplicemente uno dei primi settori a esserne toccato: è il motore culturale che può guidarne l’evoluzione.

Come ha detto Tim Sweeney, CEO di Epic Games:

“AR glasses will become the entertainment platform of the future, replacing smartphones, tablets, and maybe even TVs.”

Non è più questione di se, ma di quando.

E soprattutto, di come costruire esperienze che non si limitino a stupire, ma che abbiano valore, coerenza e impatto.

Per questo credo che oggi più che mai sia il momento di pensare oltre il virtuale – e iniziare a progettare quello che viene dopo.

Un nuovo senso alla parola Fiducia, nell’intersezione Blockchain e AI. Non solo.

Fino a poco tempo fa, ciò che vedevamo e ascoltavamo sembrava essere la verità (non sempre) assoluta. Le immagini che scorrevano sui nostri schermi, le voci che ci arrivavano dagli altoparlanti, erano per noi un riflesso di una realtà alquanto tangibile. Ma questa sensazione di certezza, a cui ci siamo affidati per decenni, sta rapidamente crollando.

Oggi, voci, immagini, video e persino testi possono essere creati, manipolati e distorti con una facilità senza precedenti, grazie alle potenzialità dell’intelligenza artificiale generativa e agli strumenti sempre più accessibili. Ciò che un tempo era una rappresentazione affidabile della realtà è ora diventato un’ombra di quella stessa realtà. In questo contesto, ci troviamo di fronte a una domanda fondamentale: in un mondo in cui tutto può essere falsificato, cosa è realmente autentico? E, soprattutto, come possiamo fidarci di ciò che vediamo e ascoltiamo?

Cyber attacchi e truffe: una criticità crescente

Negli ultimi anni, le truffe e i cyber attacchi alimentati dall’intelligenza artificiale sono aumentati drasticamente, con conseguenze economiche e sociali gravi. Le frodi legate a identità e transazioni hanno portato, solo nel 2023, a perdite globali di miliardi di dollari. Tecniche avanzate come la sintesi vocale e la manipolazione video consentono ai criminali di creare attacchi sempre più sofisticati. Il problema non risiede solo nel danno economico immediato, ma nella crescente sfiducia che questi fenomeni generano. Più credibile è l’attacco, più difficile è ripristinare la fiducia nelle informazioni digitali.

Quali soluzioni abbiamo per lavorare su questo concetto di fiducia?

AI e Blockchain: un’opportunità nella convergenza tecnologica

Uno dei temi che maggiormente sto trattando recentemente e di cui ho scritto nel libro Spatial Shit, è quelllo della convergenza tecnologica, che vede, in questo momento storico, la maturità di diverse tecnologie raggiungere uno di contatto con tutte le altre. Intelligenza artificiale, Spatial Computing, Blockchain, Iot stanno iniziando appunto un processo di convergenza in cui ognuna di queste introduce vantaggi per le altre.

Se ci soffermiamo a osservare il rapporto tra l’intelligenza artificiale (AI) e la blockchain, per esempio, in riferimento alla domanda principale, è facile dedurre come queste due tecnologie, sebbene apparentemente diverse, siano in grado di integrarsi perfettamente. L’AI, da un lato, si basa su algoritmi capaci di apprendere dal passato, analizzare grandi quantità di dati e, attraverso processi predittivi, fornire scenari futuri per aiutare le aziende a prendere decisioni in tempo reale. In questo flusso costante di dati e previsioni, le informazioni però possono essere potenzialmente manipolate o modificate con facilità, soprattutto in un ambiente sempre più digitale e complesso.

Ed è qui che entra in gioco la blockchain, che svolge il ruolo di custode del passato. A differenza dell’AI, che è in continua evoluzione e ottimizzazione, la blockchain non prevede adattamenti o cambiamenti: una volta che un’informazione viene registrata in questo registro distribuito, diventa permanente. Ogni decisione o transazione è tracciabile e verificabile da tutti i partecipanti alla rete, garantendo che nulla possa essere alterato senza che l’intero sistema ne prenda atto.

Questa complementarità tra AI e blockchain crea un equilibrio a mio avviso fondamentale. L’AI offre velocità e capacità predittiva, ma in un contesto in cui è sempre necessario valutare quanto ci si possa fidare dei dati. La blockchain fornisce invece un contesto di trasparenza e integrità, assicurando che ogni dato, una volta registrato, non sia più soggetto a manipolazioni o alterazioni. Insieme, le due tecnologie, non solo accelerano il processo decisionale, ma lo rendono anche verificabile e sicuro. Pensiamo per esempio a un sistema aziendale in cui l’AI ottimizza le operazioni in base a scenari futuri, ma ogni scelta chiave è tracciata su blockchain per garantirne la trasparenza.

Un altro aspetto senza dubbio interessante da approfondire è che l’AI, per la sua stessa natura, tende a centralizzare il potere: ha bisogno di enormi risorse di calcolo e di dati per funzionare in modo ottimale, dati però spesso concentrati in pochi grandi centri. La blockchain, invece, opera esattamente all’opposto. La sua forza risiede nella decentralizzazione: ogni nodo della rete è autonomo ma collegato agli altri, il che significa che non esiste un singolo punto di controllo. Questo riduce la possibilità di manipolazione e aumenta la fiducia tra i partecipanti, creando un ecosistema in cui il potere è distribuito equamente.

Se l’AI quindi punta a risolvere problemi complessi attraverso la competizione e il miglioramento continuo, la blockchain mira a creare un ambiente di cooperazione, dove ogni partecipante ha la certezza che ciò che è registrato è reale e immutabile. Questo connubio tra previsione e sicurezza, centralizzazione e decentralizzazione, potrebbe rappresentare una nuova via per affrontare le sfide del mondo digitale di oggi, in cui la fiducia è diventata il bene più prezioso.

Fiducia e trasparenza: il cuore della blockchain

Un altro punto cruciale che differenzia AI e blockchain è la spiegabilità. Gli algoritmi di AI agiscono di fatto come scatole nere, con processi decisionali che spesso non sono chiari neanche ai loro creatori. Al contrario, la blockchain è costruita su principi di trasparenza. Ogni azione registrata è tracciabile e spiegabile da chiunque partecipi alla rete, offrendo così un sistema verificabile in ogni momento, e tale meccanismo è fondamentale per costruire una nuova architettura di fiducia in un mondo in cui ciò che vediamo e ascoltiamo non può più essere dato per scontato.

La blockchain non solo protegge l’integrità dei dati, ma cambia radicalmente il concetto di fiducia. In passato, questa fiducia era mediata da istituzioni, autorità centrali e relazioni umane. Oggi, potenzialmente, grazie alla blockchain, potremmo affidare il compito della fiducia a un sistema distribuito che verifica ogni passaggio. La fiducia, quindi, non sarebbe più una questione puramente umana o istituzionale, ma diventerebbe un processo tecnologico, una fiducia “computazionale”, come già alcuni la definiscono.

Ma non tutto è verità: i limiti della blockchain

Nonostante il suo potenziale, la blockchain non è una panacea. Pur avendo evidenziato un enorme potenziale, restano però alcuni limiti nella sua implementabilità rispetto al problema della fiducia. Un limite importante è che la blockchain può registrare informazioni false, rendendole permanenti e inalterabili nel tempo, ed una volta registrata, un’informazione errata, rimarrà nella blockchain per sempre, con la sola traccia di chi l’ha inserita. Questo significa che, sebbene la blockchain possa garantire l’integrità, non può garantire la sua veridicità. Un aspetto che spesso viene frainteso e che non può esser sottovalutato.

C’è poi un altro punto di debolezza che va affrontato nel provare a comprendere questo tema: la blockchain funziona solo in reti dove esiste una comunione di interessi tra i partecipanti. Se gli attori della rete non condividono gli stessi obiettivi, o non sono d’accordo su cosa monitorare, l’efficacia della blockchain diminuisce. E se, soprattutto, all’interno della rete esistono gerarchie rigide, l’intera filosofia decentralizzata della blockchain viene compromessa. In altre parole, la blockchain funziona meglio quando tutti i partecipanti della rete sono su un piano di parità e condividono gli stessi scopi. Ma questo è possibile realisticamente parlando?

Quindi cosa manca?

Guardando ad un possibile futuro, la fiducia nel mondo digitale richiederà un ecosistema di tecnologie integrate. Alcuni elementi chiave che potrebbero completare il puzzle, ad oggi, potrebbero appunto esser:

  1. Intelligenza Artificiale (AI): l’AI, utilizzata in modo trasparente e con logiche etiche ben definite, può aiutare a verificare e validare la qualità dei dati prima che vengano registrati sulla blockchain. Ad esempio, strumenti di AI avanzati potrebbero essere impiegati per analizzare i dati in tempo reale e distinguere tra contenuti genuini e falsificati, riducendo il rischio che informazioni false vengano immortalate su blockchain.
  2. Zero-Knowledge Proofs (ZKP): le prove a conoscenza zero sono un elemento fondamentale per garantire la privacy senza sacrificare la verificabilità. Con ZKP, sarà possibile dimostrare che un’informazione è vera senza rivelarla esplicitamente. Questo potrebbe rappresentare un miglioramento fondamentale per assicurare la fiducia nelle interazioni digitali senza violare la riservatezza dei dati sensibili.
  3. Regolamentazione e Governance: la fiducia ovviamente non può basarsi solo su tecnologia. Devono essere implementati chiari quadri normativi e regolamentazioni che definiscano le regole di ingaggio per le tecnologie come blockchain e AI. Una governance trasparente e condivisa permetterebbe di bilanciare l’uso di queste tecnologie con i diritti e le aspettative delle persone.
  4. Identità Digitale Decentralizzata (DID): infine uno degli elementi più critici per stabilire la fiducia nel futuro sarà la creazione di identità digitali sicure, che possano essere verificate in modo decentralizzato. La blockchain può giocare un ruolo chiave qui, ma sarà necessario integrarla con altri strumenti per garantire che le identità non possano essere falsificate o compromesse.

Un nuovo senso della parola fiducia

In un mondo in cui tutto può essere manipolato o falsificato, la fiducia deve essere ricostruita in modo diverso, più profondo. La regolamentazione giocherà un ruolo essenziale nel garantire che queste tecnologie convergenti operino all’interno di un quadro etico e sicuro, ma il vero cambiamento sarà culturale: la costruzione di una responsabilità distribuita e una governance decentralizzata, incarnata dal concetto di Web3.

Il bilanciamento tra il mondo probabilistico dell’intelligenza artificiale e quello deterministico della blockchain, integrate al un modello di regolamentazione, rappresenta un nuovo modo di costruire fiducia. In questa direzione, ownership e trasparenza diventano i pilastri portanti di un futuro in cui potremo non solo verificare ciò che vediamo e ascoltiamo, ma anche agire con consapevolezza e responsabilità se ciò che percepiamo non risulta affidabile.

La convergenza: AI, Blockchain e Spatial Computing

Stiamo vivendo un momento di convergenza senza precedenti tra intelligenza artificiale (AI), blockchain e spatial computing, una trasformazione che promette di ridefinire i processi in molti settori, influenzando la trasparenza, la sicurezza e l’efficienza in tempi brevi.

Recentemente ho avuto modo di approfondire un paper pubblicato dall’AI & Blockchain Convergences Task Force in collaborazione con esperti internazionali del settore. Questo studio esamina in dettaglio come queste tecnologie stiano convergendo e offre una panoramica delle implicazioni per il futuro. I razionali del lavoro includono un’analisi approfondita degli sviluppi tecnologici e delle loro applicazioni reali, con contributi di vari esperti come Mariana de la Roche, Erwin Voloder, e altri professionisti provenienti da organizzazioni come Cheqd, Hyperledger Foundation e UNJSPF.

Questi esperti hanno unito le loro competenze per delineare un quadro chiaro di come l’integrazione di AI e blockchain possa rivoluzionare vari settori.

Anche nel mio libro Spatial Shift, ho esplorato come la convergenza tecnologica stia trasformando il nostro mondo, e ho trovato molteplici punti di contatto con quanto trattato nel paper. Innanzitutto, la combinazione di AI e blockchain crea un nuovo paradigma nella gestione dei dati, noto come “dataconomy“. La Blockchain offre una piattaforma sicura e immutabile per la gestione dei dati, garantendo che i dati utilizzati dagli algoritmi di AI siano autentici e di alta qualità. Questo approccio migliora la trasparenza e l’integrità dei dati, affrontando problemi di accesso e sicurezza.

La decentralizzazione offerta dalla blockchain potrà ridurre i bias nei modelli di AI, distribuendo il controllo e le decisioni su una rete di nodi piuttosto che concentrarle in un’unica entità. Questo aumenterà la sicurezza e la trasparenza dei processi decisionali, rendendo l’AI più equa e affidabile. Inoltre, l’addestramento distribuito dei modelli di AI su una rete blockchain permette di accelerare i tempi di elaborazione e migliorare l’efficienza dei modelli su larga scala. La decentralizzazione del calcolo distribuisce il carico su più nodi, riducendo i colli di bottiglia e migliorando la scalabilità dei modelli di AI.

Gli smart contracts basati su blockchain possono automatizzare la gestione del consenso e la revoca dell’accesso ai dati. Questi contratti intelligenti potranno (e possono già) garantire che i dati vengano utilizzati solo per gli scopi autorizzati, aumentando la fiducia degli utenti e rispettando la privacy. Inoltre, l’AI migliora la sicurezza delle reti blockchain monitorando e rilevando comportamenti anomali in tempo reale. Questo permetterà di prevenire attività fraudolente come hacking e riciclaggio di denaro, garantendo la protezione delle risorse digitali.

La convergenza di AI, blockchain e spatial computing sta trasformando anche le esperienze di realtà mista (Mixed Reality, MR). L’AI crea ambienti virtuali più realistici e interattivi in tempo reale attraverso la sua capacità generativa e predittiva, mentre la blockchain gestisce la proprietà e le transazioni di asset digitali, assicurando autenticità e tracciabilità. Questa combinazione renderà sempre più le esperienze di MR coinvolgenti e sicure, permettendo agli utenti di interagire in modo naturale e protetto.

L’integrazione di AI e blockchain sarà inoltre il boost di miglioramento alla sostenibilità e l’autenticità delle operazioni in vari settori. Per esempio, nella gestione delle catene di approvvigionamento, l’AI potrà prevedere le complessità logistiche, mentre la blockchain garantirà la trasparenza e l’autenticità dei prodotti, promuovendo pratiche sostenibili e responsabili. Un esempio pratico che ho trattato nel libro riguarda il settore agricolo, dove la blockchain sarà la base su cui tracciare l’intero ciclo di vita di un prodotto agricolo, dall’origine alla tavola del consumatore, mentre l’AI può ottimizzare la gestione delle risorse e prevedere le condizioni meteorologiche per migliorare la resa delle colture e lo spatial computing sarà l’elemento di visualizzazione immersiva.

Nel campo della sanità, la blockchain, già oggi utilizzata in alcuni progetti, potrà gestire le credenziali digitali portatili dei pazienti, mantenendo la loro storia medica sicura e sotto il controllo del paziente. L’IA potrà invece analizzare questi dati per prevedere tendenze di salute o epidemie, mentre la blockchain assicurerà che i dati rimangano immutabili e tracciabili. Nel mio libro, discuto anche di un caso studio in cui un sistema basato su blockchain e AI ha migliorato la gestione delle malattie croniche, permettendo ai pazienti di condividere i propri dati con i ricercatori in cambio di incentivi sotto forma di token, promuovendo così la ricerca medica senza compromettere la privacy.

La convergenza di queste tecnologie si sta estendendo a diversi settori, tra cui anche quello finanziario, dove l’AI verrà sempre più utilizzata per creare strategie di trading automatizzate e personalizzate, di asset allocation, di analisi dinamica dei parametri finanziari, mentre la blockchain assicurerà a tutte le transazioni la trasparenza e la verificabilità. Questo non solo migliorerà l’efficienza, ma ridurrà anche il rischio di frodi e manipolazioni ed introdurrà modalità nuove per lo sviluppo degli investimenti.

Infine, uno dei temi più discussi ultimamente – e attualmente fuori hype – trattati nel paper è l’applicazione delle tecnologie convergenti nel contesto del metaverso. L’IA come già visto in una fase ancora immatura sar utilizzata per creare avatar realistici e ambienti interattivi, mentre la blockchain garantirà che gli asset digitali all’interno del metaverso siano autentici, posseduti dagli utenti, realmente visualizzati in un determinato contesto e garantirà inoltre la veridicità delle informazioni a cui l’utente sarà esposto in termini di sollecitazioni visive. Questo apre una nuova strada a nuove forme di interazione sociale e economica, in cui gli utenti potranno possedere, scambiare e monetizzare beni digitali, ma soprattutto “collegare” alla realtà un layer virtuale sicuro e trasparente, e condivisibile.

Questa convergenza tecnologica non solo sta rendendo le esperienze digitali più coinvolgenti e sicure, ma sta mettendo le basi per promuovere una fase nuovo del web (il “famoso” web3) e un ambiente di sviluppo e utilizzo più inclusivo e collaborativo.

L’integrazione di AI, blockchain e spatial computing sta costruendo le fondamenta per un futuro in cui il digitale, il fisico e il virtuale si fondono armoniosamente, offrendo soluzioni innovative e sostenibili per le sfide globali.

Per approfondire questi temi e capire come queste tecnologie stanno rivoluzionando il nostro mondo, vi invito a leggere il mio libro Spatial Shift, disponibile su Amazon.

SPATIAL SHIFT : La convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain

Quando nel 2007 Steve Jobs presentò al mondo l’iPhone, pochi potevano immaginare l’impatto rivoluzionario che questo dispositivo avrebbe avuto sulle nostre vite. In quel momento storico, non solo assistevamo alla nascita di un nuovo prodotto, ma eravamo testimoni dell’alba di un’era completamente nuova: l’era dello smartphone, un’epoca in cui la tecnologia mobile avrebbe ridefinito il modo in cui comunichiamo, ci connettiamo, lavoriamo, giochiamo e viviamo.

Oggi, mentre scrivo queste righe, sento un senso di déjà vu, una sensazione che l’”iPhone moment” sta per arrivare di nuovo, ma per una tecnologia diversa, o forse meglio, per una convergenza di diverse tecnologie che stanno arrivando ad una fase di maturità, tutte nello stesso momento. Forse come non è mai successo in modo così impattante. Un momento che sta preparando il terreno per una trasformazione altrettanto monumentale e che appunto non riguarda solo una tecnologia come successe con il mobile, ma riguarda l’intelligenza artificiale, la blockchain, la mixed reality e diverse altre tecnologie come la sensoristica, la connettività e che stanno definendo la nuova fase di internet.

Una fase che viene battezzata come web3 e che porta internet dal bidimensionale (2D) al tridimensionale (3D) integrando in questo processo di transizione una serie di nuovi paradigmi legati all’ownership delle informazioni, la decentralizzazione, l’intelligenza artificiale ed una nuova capacità computazionale e capacità di interazione.

Il cambiamento introdotto da questa convergenza tecnologica e lo sviluppo di nuovi dispositivi che stanno entrando sul mercato stanno consentendo la crescita di un altro trend che prende il nome di Spatial Computing. Il computing spaziale, con la sua promessa di unire il mondo fisico e quello virtuale in un continuum senza percezione di discontinuità, insieme all’AI che offre capacità di comprensione, previsione e personalizzazione a livelli prima inimmaginabili, rappresenta un ulteriore cambio di paradigma nell’interazione uomo-macchina.

Stiamo percorrendo la strada che ci porterà a un futuro in cui l’estensione della realtà diventerà la norma, i nostri ambienti di vita e di lavoro saranno arricchiti da informazioni e interazioni virtuali, rendendo la nostra quotidianità più connessa, intuitiva e più avanzata tecnologicamente e potenzialmente più umana. L’impatto che queste tecnologie potranno avere, in particolare lo Spatial Computing, sulla società moderna è enorme ed abbraccia non solo la sfera personale ed empatica, ma anche quella professionale e la sua efficacia ed efficienza. Se da una parte avremo accesso ad informazioni in una modalità nuova, dall’altra avremo strumenti di interazione, nuove forme di apprendimento e di lavoro.

Se il pensiero, mentre si leggono queste prime righe di libro, è che il mondo stia andando verso un contesto distopico in cui avremo permanentemente un casco in testa o una maschera sul volto, come nelle visioni fantascientifiche di serie Tv e film iconici come Black mirror o Ready Player One, beh no, lo dico subito, non credo in questo tipo mondo. Ma soprattutto lo spero dal più profondo del cuore.

Il motivo per cui ho deciso di scrivere questo libro, e di cui ringrazio #Egea per la fiducia, “Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain“, nasce da una convinzione profonda che il momento che stiamo vivendo è un punto di svolta per la nostra società, paragonabile appunto all’uscita dell’iPhone e lo sviluppo degli smartphone nella direzione come la conosciamo oggi.

La recente introduzione di dispositivi come il Vision Pro, l’aggiornamento del Quest 3 e l’evoluzione di altri dispositivi e smart glass, insieme agli sviluppi nell’intelligenza artificiale generativa, stanno alimentando un hype ed un entusiasmo che non vedevamo da anni nel settore tecnologico. Tuttavia, questo entusiasmo non è infondato; è il preludio a un cambiamento epocale nel modo in cui interagiamo con le informazioni, gli ambienti e tra di noi.

Il percorso che ho fatto in questi anni e che mi ha portato a scrivere questo libro è stato tanto personale quanto professionale. Negli ultimi anni, ho avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con persone brillanti nell’ambito del design, della user Experience e dello sviluppo di nuove tecnologie, collaborando con aziende, progetti ed eventi che spingevano i confini del possibile, nel loro ambito, sempre al limite. Ho visto da vicino cosa significa progettare progetti di mixed reality in contesti ed industrie differenti, tra successi incredibili e le sfide impreviste che hanno portato anche al fallimento di progetti che apparentemente sembrano eterni. Ho inoltre avuto modo di sperimentar l’entusiasmo di vedere un progetto passare da un’idea su carta a un’applicazione reale e poi vedere l’impatto che questo ha avuto sulle persone, sul come interagiscono con il mondo intorno a loro e come sono cambiate alcune abitudini.

Quando recentemente poi ho avuto modo di provare due nuovi strumenti Quest3, VisionPro e trovarmi a sperimentare con sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa in modo diretto, mi sono reso conto che esisteva un vuoto. Mancava un testo che da una parte esplorasse le potenzialità tecniche e le applicazioni del computing spaziale e dell’AI, ma che considerasse anche le implicazioni più ampie di queste tecnologie, tra modalità di progettazione e riflessioni più etiche.

Come questo Spatial Shift influenzerà il nostro modo di vivere, di pensare, di relazionarci? Quali sfide progettuali, tecniche, etiche e sociali dobbiamo anticipare e affrontare? E, forse più pressante di tutto, come possiamo assicurarci che queste tecnologie siano utilizzate in modo corretto nel suo complesso, piuttosto che trasformarci in esseri completamente isolati e assuefatti da stimoli digitali e virtuali?

Queste domande mi hanno stimolato nella ricerca e la stesura di questo libro. Ho voluto creare una testo che fosse una prima guida ed un punto di partenza per coloro che sono nuovi a questi concetti, e anche una punto di unione di diversi concetti per coloro che, come me, sono immersi in questi temi da anni.

Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain” non è quindi solo un titolo; è una dichiarazione d’intenti. In queste pagine, esploreremo insieme un po’ di storia della realtà aumentata, la convergenza tecnologica che ci ha portato fino ad oggi, termini, contesti e ambiti in cui lo spatial computing e l’intelligenza non sono (e non saranno) solo strumenti nelle nostre mani, ma fondamenti di una nuova realtà. In modo non del tutto esteso, anche perché siamo all’inizio di questo viaggio, vedremo come queste tecnologie potranno avere un impatto trasformativo in diverse industrie, dalla sanità all’educazione, dal retail all’intrattenimento, e di come stiano riscrivendo le regole del gioco in termini di interazione umana, produttività e creatività.

Attraverso questo libro, mi auguro di trasmettere non solo la conoscenza e la comprensione di queste potenti tecnologie, ma anche di ispirare una riflessione su come possiamo utilizzarle per creare un futuro in cui la tecnologia arricchisce le nostre vite senza sopraffarle. Un futuro in cui la convergenza tra il mondo fisico e quello digitale ci porta a nuove altezze di innovazione e intimità umana, senza perdere di vista i valori che ci rendono veramente umani.

Benvenuti in un viaggio verso il futuro.

Per acquistarlo

Disney + Epic Games: Un Universo Magico per il Futuro dell’Intrattenimento Digitale

L’annuncio dell’investimento da 1,5 miliardi di dollari della Walt Disney Company in Epic Games è sicuramente una di quelle notizie da far spalancare gli occhi, sia per l’operazione, sia per i brand (e le loro competenze specifiche) che hanno deciso di unire le forze, ma soprattutto per la direzione che questo accordo segna.

Senza dubbio un punto di svolta significativo non solo per le due aziende coinvolte ma per l’intero panorama dell’intrattenimento digitale. Questa mossa, come dicevo, (almeno per me) lungi dall’essere una sorpresa: riflette una tendenza in atto da tempo nel settore, dove le sinergie tra la narrativa tradizionale e le piattaforme di gaming diventano sempre più strette e reciprocamente vantaggiose.

Disney, con la sua incomparabile eredità nella creazione di storie che hanno incantato generazioni, e Epic Games, con il suo ecosistema Fortnite in rapida evoluzione, stanno ponendo le basi di un futuro in cui le esperienze di gioco non sono confinate a semplici sessioni di intrattenimento, ma si espandono in nuovi universi narrativi che offrono modalità per giocare, guardare, fare acquisti e interagire con contenuti, personaggi e storie.

L’integrazione tra i mondi di Disney e Fortnite, supportata dalla potenza di Unreal Engine, di fatto abilita la creazione di un ambiente digitale persistentemente aperto e (potenzialmente) interoperabile. Questo non solo allarga le possibilità di narrazione per Disney a nuovi spazi, ma apre anche la strada ad esperienze virtuali ed immersive di gioco nuove per gli utenti (non solo da consolle e tv).

Questa collaborazione è una risposta diretta alle mutevoli abitudini dei consumatori, in particolare delle generazioni più giovani, che sono costantemente alla ricerca di esperienze di intrattenimento più immersive e interattive. L’integrazione della Vision Pro di Apple nella strategia di Disney, con lo sviluppo recente dell’app per il nuovo store, e in particolare nella sua recente alleanza con Epic Games, è esattamente la chiusura del cerchio nella visione futura dell’azienda, ossia di offrire esperienze di intrattenimento sempre più immersive e coinvolgenti.

Con l’annuncio che Disney+ sarà disponibile sulla Vision Pro di Apple, Disney sottolinea non solo il suo impegno nell’abbracciare le ultime tecnologie ma anche la sua capacità di integrare queste innovazioni per arricchire le sue narrazioni e universi narrativi in modi precedentemente inimmaginabili. Che si tratti di trovarsi al fianco di Tony Stark nel suo laboratorio o di assistere a un tramonto su Tatooine, la tecnologia Vision Pro consente di sfumare i confini tra realtà e fantasia, portando le storie di Disney a un livello di immersione senza precedenti.

La popolarità di piattaforme come Fortnite e Roblox, che stanno già esplorando la trasformazione in hub di intrattenimento, dimostra inoltre un evidente desiderio del pubblico di esperienze che si accavallano tra i confini tra il gioco, la socializzazione e la narrazione.

L’importanza della proprietà intellettuale (IP) in questo contesto è l’elemento ulteriore di strategia da sottolineare. La capacità di sfruttare personaggi e storie familiari in nuovi formati è un fattore chiave per il successo in un mercato dell’intrattenimento sempre più affollato e competitivo, soprattutto in vista del crescente trend dei virtual influencer e la possibilità di governare totalmente il personaggio e la sua immagine come un asset di valore.

La sfida che vedo all’orizzonte per le altre piattaforme e creatori di contenuti è significativa. La domanda di quale tra Fortnite e Roblox (o qualsiasi altro concorrente che possa emergere) diventerà l’hub di intrattenimento dominante potrebbe essere meno rilevante di quanto si pensi. Invece, la vera questione potrebbe diventare come le diverse piattaforme possono coesistere e collaborare per arricchire l’ecosistema dell’intrattenimento digitale nel suo complesso, permettendo ad un utente di “trasferirsi” da un mondo dall’altro senza perdere il valore costruito sul proprio avatar e sulla propria identità digitale.

Non c’è dubbio che questa alleanza Disney & Epic Games non sia solo un affare finanziario di grande impatto, ma un segnale della direzione verso cui si sta muovendo il mondo dell’intrattenimento: un futuro in cui le storie ci circondano in modi sempre più interattivi e immersivi, trasformando il modo in cui viviamo, giochiamo e interagiamo con media e brand.

Possiamo solo aspettarci Universi Magici, immersivi. Siamo di fronte al futuro dell’intrattenimento.

Discover a place where the MAGIC is EPIC.

Vedersi vs Guardarsi: la vera “innovazione” visiva dei visori Vision Pro di Apple

Nel mondo dell’XR (Extended Reality) ogni uscita degli ultimi tempi – di hardware e software che sia – rappresenta un ulteriore passo avanti in un viaggio che negli ultimi anni è sembrato difficile da far partire e che apparentemente è andato a rilento, malgrado la tecnologia abbia fatto evoluzioni a ritmi vertiginosi.

Dalle prime fasi embrionali con Oculus Rift, alla realtà virtuale roomscale di HTC Vive, siamo stati testimoni (e sperimentatori) di un progresso costante che ha continuamente spostato i confini di ciò che sarebbe stato possibile fare con un occhiale sulla testa. Fino ad oggi.

L’arrivo del Quest 3.

In questi giorni ho avuto il piacere di accogliere nella mia collezione casalinga privata il Quest3 di Meta, un dispositivo che si aggiunge alla lunga lista di visori che ho avuto l’opportunità di testare nel corso degli anni e che tutt’ora “colleziono” gelosamente (permettetemi di flexare un po’ 🙂 ): Oculus Rift DK1 e DK2, Oculus Go, Quest, Quest 2 e il – non più recente – Quest Pro, oltre a diversi altri visori di altre marche.

Ogni nuovo arrivo porta con sé una serie di aspettative e potenzialità ed il Quest3 devo dire la verità non mi ha deluso affatto, mostrando sensibili (ed importanti) miglioramenti rispetto ai suoi predecessori.

La prova di Vision Pro.

Però… una delle esperienze più belle (e aggiungerei sorprendente) dell’ultimo periodo , tanto che ci ho messo qualche giorno a metabolizzare, è stata la prova del Vision Pro di Apple.

Ho avuto l’opportunità di testarlo in anteprima – aaargh non ho potuto fare foto purtroppo – con un cliente durante un workshop privato che aveva lo scopo di capire le potenzialità per lo sviluppo di progetti per quelli che saranno “i dipendenti aumentati“, un concetto introdotto da me nell’incontro per spiegare cosa, come e (da) dove collaboreranno le persone in azienda in un futuro ormai non troppo remoto.

La reazione (di tutti) alla prova del visore è stata di stupore (e credo che questo non descriva a sufficienza l’effetto provato) e non vi nascondo di avere avuto la stessa emozione e fibrillazione del mio primo passaggio da Nokia/Blackberry ad IPhone. Malgrado il suo prezzo enorme annunciato di $3.500 e la promessa di disponibilità solo per l’inizio del prossimo anno (2024), il Vision pro rappresenta a mio avviso un ulteriore salto in alto e l’ingresso col botto di Apple nell’innovazione di questo ambito.

Vedersi vs Guardarsi

L’elemento che ha colpito di più la mia attenzione e le mie riflessioni – e che da giorni mi fa riflettere di Vision Pro rispetto agli altri visori sul mercato – riguarda l’interazione occhi-utente.

Mentre la maggior parte dei dispositivi permette di “vedere” il contesto grazie all’introduzione del passthrough e al potenziamento delle telecamere interne, Vision Pro introduce la caratteristica innovativa del “pass-through bidirezionale“, permettendo ad altri di vedere una rappresentazione degli occhi dell’utente e quindi di “guardare” e di “essere guardato“, con un display micro-OLED 4K per occhio. E lo fa appunto anche grazie allo schermo OLED frontale presente sul visore rivolto verso l’esterno.

Per capirci, è come la differenza che c’è nel parlare con qualcuno che indossa occhiali scuri da sole o con qualcuno che ha invece lenti trasparenti: con il primo, c’è una barriera, mentre con il secondo, lo sguardo si fonde in un’interazione autentica e diretta, rendendo l’occhiale praticamente “invisibile” alla percezione dell’utente.

Apple con questo “dettaglio” non si è limitata a migliorare l’esperienza di Mixed Reality: l’ha reinventata. Passare dal vedersi al guardarsi è una rivoluzione apparentemente banale, ma fondamentale. Questo approccio trasforma il visore da un semplice strumento tecnologico a una vera e propria estensione dei nostri sensi, avvicinandolo al concetto di lente piuttosto che a quello di dispositivo.

Leggerezza, design e semplicità.

Ma non è tutto. Vision Pro è incredibilmente semplice. E lo fa con la stessa semplicità di quando Apple ha introdotto per la prima volta lo swipe. Il processo di calibrazione è fluido e intuitivo, come accedere a un iPhone appunto.

Il metallo leggero ed il vetro sul dispositivo – rispetto alla plastica di altri visori – lo rendono uno strumento percepibile come di maggiore qualità e pregio. La leggerezza del design, che si presenta in particolare più come “un visore con fascia” che un “casco” (sensazione che la maggior parte dei visori danno per via dell’elastico sopra al centro della testa… e che spettina capelli e ciuffo di chi si pettina come me), e l’assenza di controller esterni rendono l’esperienza incredibilmente immersiva.

Grazie a una serie di sensori e telecamere (scanner LiDAR, fotocamera TrueDepth) presenti nel visore, si può controllare il dispositivo usando solo mani, occhi e voce. L’eye tracking, in particolare, permette di interagire con l’ambiente virtuale in modo naturale e intuitivo. Il “touch” delle dita sulle icone ha una sensibilità talmente fluida che la sensazione, interagendo, è che con oggetti virtuali siano li, realmente, seppur in assenza però di feedback aptico.

Meta Quest 3 da non sottovalutare.

Nonostante le numerose qualità del Vision Pro, e per quanto non abbia ancora avuto modo di sperimentarlo più in profondità (in fondo ci ho giocato un oretta in tutto), non posso non riconoscere i passi avanti fatti anche dal Quest3, che invece in questi giorni ho potuto testare, usare, giocare e… girarci per casa, passando per pazzo agli occhi di tutta la famiglia!

La sensibilità del Quest3 è migliorata e l’efficacia nel riconoscimento dell’ambiente circostante è notevole ed efficace, e si presta molto per il mondo del gaming, dell’entertainment e dell’immersività più a tutto tondo. Non c’è dubbio che sia un dispositivo che, come ho detto e scritto più volte, può creare cultura e adozione maggiormente massiva anche per via del suo prezzo non proibitivo.

Nel futuro sicuramente c’è Extended Reality (XR)

Certo, non c’è dubbio comunque che Vision Pro abbia alzato il livello, ridefinendo le aspettative per il futuro dell’XR. Ora gli altri dovranno velocemente accelerare e probabilmente riconsiderare alcuni concetti introdotti da Apple che ha dalla sua parte anche un ecosistema unico integrato ed una community / aziende mature e pronte a migrare e sviluppare nuove app.

Tra qualche tempo, un decennio (o forse anche molto meno), ci guarderemo indietro, e la tecnologia di Mixed Reality di oggi ci sembrerà arcaica proprio come la tecnologia di 10 anni fa appare oggi obsoleta.

Una cosa è certa comunque. Quello a cui stiamo assistendo sta mettendo le basi profonde di un cambiamento dell’interazione uomo contesto, e le possibili implementazioni per il futuro sono infinite.

AI Generativa e le opportunità per le aziende

L’intelligenza artificiale (AI) sta vivendo una trasformazione radicale. Si è evoluta da un insieme di algoritmi isolati ad una forza potente e integrata, pronta a rivoluzionare il modo in cui le aziende operano. Questa evoluzione, guidata in particolare dall’ascesa dell’AI generativa, sta offrendo ai singoli, ma soprattutto alle aziende opportunità senza precedenti, ma presenta anche nuove sfide che richiedono attenzione e corretta interpretazione, oltre che azione (tempestiva, aggiungerei).

L’AI generativa sta aprendo la strada a una nuova ondata di innovazioni di modelli e processi, ampliando le possibilità di applicazione dell’AI in una serie di settori, dalla farmaceutica alla banca, dal retail allo sport. Modelli come GPT-4, Bard, sono capaci di generare contenuti unici e di alta qualità, che possono essere utilizzati in una serie di contesti aziendali, dal marketing allo sviluppo del prodotto, passando dal legal al finance. .

Malgrado le tante potenzialità e opportunità, l’avvento dell’AI generativa non è privo comunque di sfide e punti di critici da attenzionare. La sua velocità di sviluppo, il rischio di bias nascosti nei dati di addestramento e la necessità di nuove infrastrutture tecnologiche e competenze specializzate sono tutti fattori che le aziende devono necessariamente considerare nel loro viaggio verso l’adozione in generale di nuove tecnologie, ma anche e soprattutto nei confronti dell’AI generativa.

L’AI generativa offre senza dubbio alle aziende l’opportunità di rivedere e reinventare molti dei loro processi operativi ed impattare sui modelli di business, permettendo una maggiore automazione, efficienza e personalizzazione, e di conseguenza ottimizzazione di costi e potenzialità maggiori sui ricavi.

Riguardo ai nuovi modelli di business, come l’uso di AI per generare contenuti unici o per offrire servizi personalizzati su larga scala però c’è un punto che deve esser necessariamente considerato ossia rischi e sfide derivanti da un normativo in continua evoluzione, con nuove leggi e regolamentazioni che potrebbero influenzare l’uso dell’AI, e di conseguenza diritti di ownership sull’asset creato, tipologia di utilizzo e applicazione.

I CEO oggi di aziende che vogliono accelerare e non perdere quote di mercato, hanno un ruolo fondamentale nel guidare l’adozione dell’AI in primis, e anche dell’AI generativa nelle loro aziende. L’attenzione e le azioni che la direzione dell’azienda dovrà affrontare non dovranno esser solo orientate alle opportunità e le sfide presentate dall’A in termini infrastrutturali e tecnologici, ma anche (e soprattutto) di metodo, al fine di guidare i team attraverso il cambiamento organizzativo necessario,  per sfruttare al meglio questa nuova potenzialità.

Una della prime azioni che l’organizzazione dovrebbe affrontare è la creazione di un gruppo cross-funzionale di leader dell’azienda a cui affidare lo studio, l’identificazione e le priorità dei casi d’uso di maggior valore, al fine di garantire un’implementazione sicura e coordinata dell’AI nel contesto aziendale. Questo può anche includere la promozione di una cultura di apprendimento continuo e la sperimentazione (che troppo spesso le aziende tralasciano pensando sia una attività individuale e spontanea) in cui i dipendenti sono incoraggiati ad innovare i processi, le competenze, le metodologie e i prodotti che incorporano efficacemente questi strumenti.

Un altro aspetto cruciale è la creazione di un “faro”, ossia un progetto o un caso d’uso pilota che possa servire da esempio concreto, e che possa dimostrare il reale potenziale dell’AI generativa e l’impatto che questa adozione avrebbe su più larga scala, oltre ad aiutare a creare entusiasmo, sostegno e consenso all’interno dell’organizzazione.

Le aziende dovranno essere molto attente a bilanciare la creazione di valore con la corretta gestione del rischio. Se da una parte l’AI generativa può offrire enormi vantaggi, presenta nuovi rischi, come dicevo, come la possibilità di perpetuare i bias nascosti nei dati di addestramento o di “allucinare” informazioni non esistenti. Sarà necessario definire e stabilire principi e linee guida etiche per l’uso dell’AI, modelli di controllo e sviluppare una comprensione approfondita dei rischi presentati da ogni caso d’uso potenziale.

Costruire e mantenere un insieme equilibrato di alleanze esterne oltre che sviluppare le competenze interne può inoltre aiutare, in questo processo di adozione, le aziende ad accelerare l’implementazione dell’AI generativa. A vantaggio di un approccio ad ecosistema si permetterà di abilitare l’esperienza e le competenze di altri senza dover costruire tutte le applicazioni o i modelli di base da soli, creando un processo di maggiore facilità di aggiornamento progressivo e l’adozione delle più recenti tecnologia.

La fase di boost tecnologico e l’evoluzione dell’AI generativa che stiamo vivendo rappresenta una promessa enorme per le aziende, ed una offerta senza precedenti di nuove opportunità per l’innovazione, l’efficienza e la personalizzazione. Ma per realizzare questo potenziale, le aziende devono essere pronte a affrontare le sfide associate a questa nuova tecnologia, compreso il bisogno di nuove competenze, infrastrutture e approcci alla gestione del rischio, e di conseguenza investimenti. Con la giusta guida e strategia, tuttavia, le aziende potranno sfruttare questo potenziale per guidare la trasformazione e creare un vantaggio competitivo duraturo.

Adidas lancia “Token-gated product drops”, il wallet per le sneakers

In poche e semplici parole, per chi non conoscesse il modello, il brand rilascia una quantità limitata di prodotti e richiede ai potenziali acquirenti di possedere un determinato token come prova di proprietà o come condizione per l’acquisto. 

L’#NFT quindi funge da biglietto digitale o pass per partecipare alla vendita e garantisce che solo coloro che possiedono il token possano acquistare il prodotto.

I vantaggi per l’utente sono diversi: si eliminano le code e soprattutto si eliminano i bot nel processo di acquisto (che prendono di solito più quantità per la rivendita secondaria) , si ha la possibilità di scegliere di esercitare il proprio diritto in base all’asset digitale posseduto e si ha la possibilità di rivendere il token sui mercati secondari se non si vuole più accedere a certi benefici, servizi ed esclusività. L’utente ha la possibilità di vedere sulla blockchain in modo trasparente chi possiede un token e di collegarsi con persone con gli stessi interessi per determinati prodotti.

adidas sta integrando il servizio nell’app, a fianco dell’#adiClub con la possibilità di connettere il proprio wallet.

Praticamente quello che dovrebbero iniziare a pensare (e rapidamente) molti brand di diverse industrie, finance, retail e sport compreso, come sto dicendo ed implementando per qualcuno da un po’.

La ridefinizione dell’Identità Digitale nel Metaverso, il ruolo degli avatar da non sottovalutare

Nell’era dei mondi virtuali e delle realtà alternative, gli avatar stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella definizione dell’identità digitale degli utenti. Un recente rapporto del Blockchain Research Lab analizza ed esplora come l’adozione crescente degli avatar nel metaverso stia trasformando l’autoespressione, l’inclusività, la diversità e l’impatto sociale ed economico.

Il metaverso, l’universo virtuale interconnesso, darà a tutti noi infinite possibilità di espressione e comunicazione. Gli avatar, rappresentazioni digitali degli utenti, sono il punto di ingresso in questo mondo e grazie all’interoperabilità che molti player stanno sviluppando, permetteranno la creazione ed il controllo dell’identità digitale attraverso diverse piattaforme, metaversi e applicazioni. Il mercato degli avatar attualmente è in espansione, con piattaforme e creators che guadagnano cifre interessanti attraverso la vendita di personaggi personalizzabili ed accessori digitali.

L’identità digitale nel metaverso va ben oltre l’aspetto estetico degli avatar e la traslazione di un io digitale. Fattori come espressioni, emozioni, comportamenti, storia e reti sociali contribuiscono a definire l’identità di un utente nel metaverso e la sua riconoscibilità. Gli avatar potranno inoltre offrire a tendere (e già ora in alcune piattaforme) una serie di servizi aggiuntivi, tra cui aspetti sociali, educativi, psicologici, commerciali e di intrattenimento.

La scelta degli avatar, anche come emerge da più studi e report, è influenzata da diversi fattori psicologici, tra cui l’autoidentità, le dinamiche sociali ed il senso di appartenenza a determinate community e l’autostima. Gli utenti tendono a scegliere avatar che riflettano la propria identità, i propri valori e lo status sociale, ed “aumentarli” in alcune caratteristiche al fine di facilitare la socializzazione e l’integrazione nelle dinamiche virtuali. Le motivazioni alla base della scelta degli avatar possono essere diverse, come esprimere un’immagine o un’identità desiderata, sperimentare diverse identità in un ambiente sicuro e controllato o esplorare e comprendere la propria identità in un contesto oggi ancora fortemente inclusivo.

L’integrazione orizzontale, ovvero la collaborazione tra progetti con obiettivi simili, sta favorendo la crescita del metaverso e sostiene la visione di un ambiente aperto e appunto inclusivo. Ad esempio, l’integrazione di avatar 3D provenienti da collezioni di token non fungibili (NFT) , sul modello di Ready Player Me, in piattaforme differenti dimostra come la cooperazione possa essere vantaggiosa per tutti e contribuire allo sviluppo del mercato degli avatar.

Un altro aspetto interessante riguarda la moda digitale, che sta acquisendo un’enorme rilevanza grazie al crescente ruolo degli avatar. I giocatori spesso preferiscono cambiare l’abbigliamento del proprio avatar invece di sostituirlo completamente ed adattarlo a momenti e iniziative. Di conseguenza, il mercato della moda digitale è destinato a crescere rapidamente nei prossimi anni, man mano che sempre più persone utilizzano piattaforme digitali per intrattenimento e commercio.

La ricerca di Blockchain Research Lab inoltre ha identificato diversi profili di utenti in relazione alle aspettative sul loro ruolo nel gameplay. Un gruppo di utenti utilizza attivamente le emote (balletti e movimenti caratterizzanti dell’avatar), percependo il loro impatto positivo sul gameplay; un altro gruppo considera le emote come parte della propria identità sociale; mentre un terzo gruppo rifiuta l’idea di pagare per le emote, ritenendola inautentica. Ogni gruppo di utenti, in diverse community, richiede comunque modelli dedicati di autoespressione e ha aspettative uniche su come integrare avatar ed emote nelle proprie esperienze di gioco.

Il metaverso incentrato sugli avatar sta ridefinendo il concetto di identità digitale, e questa è una tendenza da non sottovalutare. L’impatto sociale ed economico di questa trasformazione è evidente, con un mercato in rapida crescita e una comunità di creators e utenti sempre più attiva e coinvolta.

Tra le tendenze emergenti, come la moda digitale , c’è l’uso appunto che accennavo delle emote, che contribuiscono a plasmare l’esperienza degli utenti nel metaverso e a creare nuovi modi di interazione e comunicazione fisico digitali: non ultimo, il caso di questi giorni della Griddy Dance, iniziata nel mondo dello sport NFL e adottata rapidamente da Fortnite tra le sue emote.

Parallelamente, la crescente adozione di tecnologie decentralizzate, come i token non fungibili (NFT) ed il Web3, sta offrendo strumenti per incentivare e premiare creatori e sviluppatori, e creare sempre di più il concetto di identità, unicità e proprietà degli asset.

Il futuro del metaverso e dell’identità digitale è un trend da non sottovalutare per la sua promettente e crescente popolarità tra i giovani e l’interesse da parte di aziende e dei brand.

10 spunti sull’AI dal Artificial Intelligence Index Report 2023 di Stanford

L’intelligenza artificiale continuerà a migliorare e diventerà sempre più presente nella nostra vita. Dato il grande impatto che questa tecnologia può avere, è importante che tutti cominciamo a riflettere criticamente su come vogliamo che l’IA venga sviluppata e usata. 

10 punti di sintesi estratti dal report di Stanford:

  1. Fino al 2014, la maggior parte dei modelli di Machine Learning più importanti sono stati sviluppati dalle università. Da allora, l’industria ha preso il sopravvento.
  2. L’AI continua a generare risultati all’avanguardia, ma il miglioramento annuale su molti benchmark è marginale, ma la velocità con cui si raggiunge la saturazione dei benchmark sta aumentando.
  3. Nuove ricerche suggeriscono che l’AI possa avere impatti ambientali significativi. Nuovi modelli di apprendimento per rinforzo dimostrano che l’AI può essere utilizzata per ottimizzare l’utilizzo dell’energia.
  4. L’AI sta accelerando rapidamente il progresso scientifico e nel 2022 è stata utilizzata per supportare la fusione dell’idrogeno e generare nuovi anticorpi.
  5. Il numero di incidenti e controversie legate all’AI è aumentato 26 volte dal 2012. Questa crescita è la prova di un maggiore utilizzo dell’AI e della consapevolezza relativa alle possibilità di abuso.
  6. Il numero di offerte di lavoro legate all’AI è aumentato in media dal 1,7% nel 2021 al 1,9% nel 2022 in tutti i settori degli Stati Uniti per i quali esistono dati, ad eccezione di agricoltura, silvicoltura, pesca e caccia. Imprese americane cercano sempre più lavoratori con competenze legate all’AI.
  7. Gli investimenti privati globali in AI sono stati di 91,9 miliardi di dollari nel 2022, il che rappresenta una diminuzione del 26,7% rispetto al 2021: nell’ultimo decennio gli investimenti in AI sono aumentati significativamente.
  8. La proporzione di aziende che adottano l’AI nel 2022 è più che raddoppiata rispetto al 2017, anche se si è stabilizzata negli ultimi anni tra il 50% e il 60%. Le organizzazioni che hanno adottato l’AI segnalano una significativa riduzione dei costi e un aumento delle entrate.
  9. Il numero di leggi contenenti “intelligenza artificiale” che sono state approvate è cresciuto da solo 1 nel 2016 a 37 nel 2022, come dimostrato dai record legislativi di 127 paesi.
  10. I cittadini cinesi sono tra coloro che si sentono più positivi sui prodotti e servizi di AI, mentre gli americani sono meno entusiasti. Il 78% dei partecipanti al sondaggio cinesi ha concordato con la dichiarazione che i prodotti e i servizi che utilizzano l’AI hanno più vantaggi che svantaggi (Arabia Saudita: 76%, India: 71%).

Ora, se avete voglia di leggere, immergetevi nel Capitolo 3: Etica dell’IA

L’intelligenza artificiale (IA) ha il potenziale per rivoluzionare il nostro mondo, ma solleva anche seri problemi etici. Un problema importante è rappresentato dai pregiudizi negli algoritmi di IA, che possono perpetuare la discriminazione nei confronti di alcuni gruppi di persone. I sistemi decisionali alimentati dall’IA possono anche avere gravi conseguenze per gli individui, come il rifiuto del credito o dell’impiego, sulla base di dati errati o incompleti.

Ci sono anche preoccupazioni riguardo alla trasparenza e alla responsabilità dei sistemi di IA, nonché al loro potenziale impatto sui posti di lavoro e sull’economia. Inoltre, lo sviluppo e il dispiegamento di armi autonome alimentate dall’IA rappresentano un rischio significativo per la sicurezza e l’incolumità delle persone.

Un’altra questione etica è la responsabilità dei creatori e degli operatori di IA di garantire che i loro sistemi siano utilizzati per scopi etici e non per danneggiare la società o gli individui. Ciò include la considerazione della privacy, della sicurezza dei dati e del potenziale utilizzo dell’IA per scopi dannosi, come gli attacchi informatici o la manipolazione politica.

Tutto da leggere comunque il report di Stanford, con il supporto di nomi come Google, penAI, McKinsey, Linkedin, Github e molti altri. Circa 390 pagine di analisi, dati e spunti. Ci vuole un po’, ma vale la pena.

Qui il report https://link.mtvrs.it/HAI-AI-Index-ReportAI