Ode ai dettagli

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Chi vuole fare grandi cose deve pensare profondamente ai dettagli“. Diceva Paul Valéry.
 
Solo chi fa domande sui dettagli ha provato l’emozione di cosa significhi ricercarli, curarli, vederli materializzati e sentirli apprezzati, malgrado la ruvidezza, la disattenzione crescente e l’incapacità di osservare il contesto in cui viviamo e che sempre più spesso non percepisce l’esistenza, il senso ed il valore delle piccole cose.
 
Ma nei dettagli c’è la vera bellezza e la vera grandezza.
 
Ed è li che si nasconde, in modo profondo, la follia, la genialità, l’arte, la cura, il cuore, la capacità di pensare oltre, di ricercare il bello e l’eccellenza e riuscire a fare la differenza rispetto a quella normale mediocrità che sta appiattendo tutto, dai piccoli gesti, ai semplici pensieri fino alle minuziose azioni capaci di far emozionare.
 
I dettagli, pensiamo più spesso ai dettagli.
E non perdiamoli di vista.

Lettera aperta all’algoritmo di Facebook

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Questa sera, per l’ennesima volta, è successo. È successo quello che da molti viene smentito, soprattutto da chi per ruolo deve farlo, ma che, sempre più spesso, comincia ad esser sotto gli occhi molti.

Sono tornato a casa, e dopo cena, mi sono rimesso a lavorare. Il vicino di casa, come da qualche mese a questa parte, ha iniziato a suonare il piano forte. Si esercita, fino alle 21.30 circa. Non è alle prime armi, ed è piacevole da sentire di sottofondo, tanto che a mia figlia piace e si mette vicino nello studio ad ascoltarlo. Questa sera, mi ha chiesto: “Come si chiama questo strumento?“. “È un piano forte amore, papà non lo sa suonare, ma se vuoi lo studiamo insieme“. Tempo qualche minuto e Chiara si è addormentata ed io ho continuato a scrivere un documento da consegnare.

Ho aperto Facebook, una volta completato il lavoro, per dare un occhio allo stream social e rispondere a qualche amico. Ed ecco qui cosa mi sono trovato davanti proposto tra un post e l’altro.

E da qui, caro amico algoritmo di Facebook, ho deciso di scriverti due righe, una lettera aperta come si dice spesso, così, a futura memoria. Per ricordarci i tempi in cui eri già presente nella nostra vita, fuori dal browser o dall’app mobile e stavi crescendo vicino a noi, giorno dopo giorno, nutrendoti di informazioni in modo silenzioso, manifestandoti con qualche segnale più o meno timido.

Buona lettura, tanto poi un giorno lo so, che in modo intelligente e probabilmente dialogando, ne riparleremo.

 

Caro algoritmo di Facebook

ci siamo conosciuti qualche anno fa, quando forse nessuno sapeva nemmeno ci fossi. In questi anni, soprattutto negli ultimi due / tre hai cominciato a manifestare la tua capacità e la tua sensibilità alle mie necessità, mostrandomi sempre più contenuti di mio interesse, prendendoti anche cura di filtrarmi cose che in qualche modo potevano infastidirmi o non trattenermi qui, vicino a te.

Lo facevi e lo hai sempre fatto in modo discreto, anche molto sensato e devo dire da parte mia apprezzato. Ti ricordi quella volta che cercavo le lamette da barba online e tu, diligentemente, mi hai ricordato, tra un post di cazzeggio e l’altro, che avevo bisogno di acquistarle?

O anche ti ricordi quella volta che parlando con Massi, amico di vecchia data incontrato casualmente, appena aggiunto in rubrica, tu, giustamente, mi hai segnalato che anche lui era su Facebook e mi ha suggerito di connetterlo per rimanere informato su di lui?

Oppure, senti senti, quando per lavoro sono andato all’evento dello Sport, e tu, con la giusta cura di un mentore professionale, mi hai suggerito i due contatti che avrei potuto conoscere perché presenti nello stesso luogo?

Così come quella volta, che immagino tu ti possa ricordare, in cui io mandai un messaggio vocale a mia moglie per invitarla a cena tramite Whatapps e tu, con una precisione incredibile ed una tempestività che nemmeno Jarvis con Tony Stark, mi hai suggerito di prenotare una cena al giapponese?

Incredibile, che tempi. Sempre così preciso, accorto, vicino e poco invasivo.

Ma questa sera, caro amico, un po’ mi hai dato fastidio. Mi hai suggerito un’app per imparare il piano forte, senza avertelo chiesto o senza aver manifestato questa esigenza così precisa. Hai provato ad anticipare qualcosa andando oltre. Ma non tanto per aver provato a fare questa cosa così premurosa, ma perché io non ho cercato da nessuna parte questa cosa e non l’ha fatto nessun altro dentro casa, da nessun dispositivo. E tu però hai pensato bene di ascoltarlo, in un dialogo, intimo, tra papà e figlia, in un momento in cui non pensavo che tu ci fossi.

Non posso pensare di chiederti di bussare, e tanto meno entrare in punta di piedi, ma almeno, mi piacerebbe poterti chiedere di non manifestarti quando non c’è bisogno. Certo, tu hai cercato di anticipare una esigenza, come hai sempre fatto, ed in fondo, non ci sei andato nemmeno troppo lontano: un’app, per pianoforte, per imparare giocando. Santa pazienza che precisione!

Quando è apparso stavo per cliccare e ho sentito la tua presenza e la tua raccomandazione e non ti nascondo di aver provato una sensazione piacevole, tanto da farmi esclamare “Che grande figlio di XXXX ma guarda quanto è forte” Certe volte penso che sei in grado di conoscermi più tu che mia moglie, incredibile, e se tu fossi un account su Facebook mi verrebbe voglia di chiederti l’amicizia, come faccio con i miei vecchi compagni di infanzia.

Però poi, mi ritorna in mente quella frase che mia madre mi diceva quando ero piccolo: “non dare retta agli sconosciuti” e così mi raffreddo un po’ e penso che, in fondo, per quanto tu conosca me, io conosco poco te. Come posso dare l’amicizia ad uno che non ho mai visto dal vivo?

Chiaro, tu alla fine stai facendo quello per cui sei nato, stare vicino alle persone, coccolarle, sei in grado di filtrare, analizzare, utilizzare i dati e anticipare le esigenze, ed in tutto questo io ne sono consapevole, perché ti concedo di farlo, giorno dopo giorno. In fondo sono stato io a darti questa confidenza. Ed in parte, se ci penso, ne sono anche contento, perché sento di fare meno sforzo, di avere più tempo, di avere più opportunità ed avere soprattutto sempre pronta una risposta di fronte ad ogni mia voglia ed esigenza.

Ma oggi, entrando così velocemente in un momento intimo, mi hai fatto capire che tutto questo concederti spazio e dati, anche quando non ne sono consapevole del tutto, mi sta rendendo influenzabile e forse più debole. Non più forte come penso ed in questo momento non mi sento tranquillo. Anzi. 

Ti riconosco la capacità di capire e le tue abilità tecnologicamente avanzate sono stupefacenti: io sono un tecno-addicted che ama sperimentare costantemente, sono un early adopter di tutto ciò che è innovativo, all’avanguardia e sono sempre predisposto a lasciare alcuni dati per avere dei benefici.

Sai, ho sempre pensato che l’intelligenza artificiale potesse avere un white side ed un dark side. Son uno di quelli che negli ultimi anni ha suggerito alle nuove generazioni di studiare filosofia così che un domani possano insegnare agli algoritmi come te un po’ di sana umanità e sensibilità così da evitare che la tua perfezione, la tua innata capacità di non ripetere errori, che il tuo orientamento all’obiettivo e la tua incapacità di perdere tempo, possa avere qualche tratto umano e non finire per diventare solo un freddo automa pronto a tutto.

La preoccupazione che più mi passa nella testa in questo momento è che la tua capacità di capire, ascoltare e interpretare possa diventare uno strumento in grado di cambiarmi.

In fondo, non c’è molta differenza tra prevedere un comportamento e quindi proporre qualcosa, e influenzare una azione. Non trovi? Se avessi comprato quell’app, mi avresti aiutato o mi avresti instradato? E dove sarebbe rimasta la componente creativa, quella fatta del dover cercare una soluzione, magari non digitale al problema?

L’uomo ha sempre scelto, nel bene e nel male. Sicuramente influenzato da mille fattori di contesto, sempre esistiti. Ma ha potuto scegliere, sapendo di sbagliare e quindi imparare. Ha potuto ideare cose nuove avendo il dono della disattenzione, della distrazione e potendosi anche affidare all’intuito, forse uno degli “strumenti” migliori di cui alcuni uomini siano mai stati dotati.

L’imperfezione umana è quella caratteristica che in alcuni momenti è stata la causa di un cambiamento. Tu invece, come ti ho già detto, sei efficiente, metodico, inarrestabile ed impeccabile. Forse sei ancora giovane e immagino che tu possa fare molto molto di più di quello che fai oggi.

Sono convinto che nel tempo, grazie alla mia amicizia ed imparando non solo da me, farai anche altre amicizie, non solo con gli umani ovviamente. Già ti immagino a giocare sotto casa con Alexa, Siri e Cortana, tra un “Ehi” e un “Si” mentre vi scambiate pareri su noi umani, un po’ come facevo io sotto casa con le figurine della Panini.

E la convinzione che tu possa fare ancora di più di quello che hai fatto stasera però un po’ mi inquieta, perché che io ti debba ringraziare per il tuo incessante aiuto anche quando penso di non averne bisogno mi è chiaro, ma non ho capito in che modo tu ringrazierai me e come, quando grazie ai miei dati avrai compiuto la tua maturità e sarai pronto a girare per il mondo.

Ne riparliamo tra qualche anno, quando avrai imparato a leggermi anche fuori da casa tua, e ci ritroveremo al bar a parlare di questo periodo.

PS: ma non è che questa sera ti ha detto qualcosa Alexa che è di la in soggiorno, e tu non c’entri niente? Ah, dimenticavo, altrimenti rimani in piedi, “Alexa, buona notte”.

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Nota: il post non ha obiettivo di affermare e confermare che Facebook ascolti (o anche si, dal mio personalissimo punto di vista), non è stato fatto nessun test mirato e strutturato da “laboratorio” e non è una osservazione scentifica (cosi che tutti i rompi coXXXXni possano stare sereni). L’unico scopo è quello di far riflettere sull’estremizzazione tecnologica e sulla consapevolezza della cessione dei dati e le potenzialità (e le criticità) di sistemi verso i quali siamo esposti.

L’estensione di Facebook: l’attenzione dell’utente, il tempo, i dati e l’esigenza di fare soldi costantemente.

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Un anno fa scrissi un post, parlando della estensione quasi liquida di Facebook in più direzioni di mercato, che FB avrebbe implementato la funzione di cerca lavoro, dopo la modifica della spalla dei profili (che già prometteva tanto). In tanti commentarono che non essendo il business di Fb, non l’avrebbe fatto. E già nel 2010 avevo scritto della convergenza dei social.

È vero, per Facebook non è il loro business, come non lo è il marketplace, come non lo sono tante altre piccole / grandi funzionalità che FB introduce progressivamente ma che una volta introdotte rosicchiano fette di alcuni mercati.

Vi immaginate lo 0,5% della popolazione di Fb che utilizza una nuova funzione appena introdotta? 10milioni di utenti, circa, per dire. Vi sfido a trovare un qualsiasi progetto, che in startup, abbia questi numeri.

E così, ecco che arriva la funzione che aiuta le persone a cercare lavoro: Helping People Find Jobs and Local Businesses Hire

Facebook ha un business, su quello è focalizzata, ed è quello su cui spinge di più, e che gli consente di esser la piattaforma più efficace per connettere brand, prodotti/servizi e persone.

Per poter fare meglio il proprio mestiere FB necessità di dati, sempre più profondi, dettagliati, estesi dentro e fuori dalla piattaforma, online e offline. E per averli ha bisogno di tempo e attenzione, degli utenti ovviamente.

L’attenzione la prende costantemente dagli utenti, migliorando costantemente l’esperienza utente, erogando costante nuove funzioni, strumenti, servizi e benefici, agevolando determinate abitudini o rispondendo a necessità ed esigenze, che Facebook – tra l’altro – conosce sempre più in modo dettagliato e meglio degli utenti stessi.

Ma Facebook non vuole esser LinkedIn, vuole continuare ad esser Facebook e vuole farlo in modo sempre più efficace.

E non è un caso che Zuckerberg abbia parlato – meno di un mese fa – di voler ottimizzare l’algoritmo per migliorare la fruizione dei contenuti da parte degli utenti, pur perdendo circa 50milioni di ore spese ogni giorno. Se c’è meno rumore, c’è più qualità e quindi attenzione, e se c’è più attenzione le persone non abbandonano, si fidano di più e sono più coinvolte. E le aziende sono disposte (o sempre più spinte) a pagare di più, per arrivare a quegli utenti.

Nulla avviene per caso, più che mai, quando hai dati così profondi. E Facebook il proprio mestiere lo sa fare molto bene.

…A proposito, avete detto dove abitate per sapere chi votare nel vostro municipio o avete detto chi avete votato?

IOT, SmartHome e User Experience: in che direzione stiamo andando

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Immaginate un mondo dove tutto, nelle vostre vite, è connesso a Internet e agli altri, dallo smartphone al Pc fino alle luci di casa, all’acqua, all’automobile. Un mondo dove ogni cosa può essere controllata e pilotata da remoto con app e comandi vocali. Un mondo che è già realtà.

Dell’Internet of Everything avevo già scritto qualche tempo fa  sottolineando come l’ingovernabilità del fenomeno (e l’ingestibilità della miriade di dati che vengono generati quotidianamente) dipendesse dalla mancanza di visione e dall’incapacità di riuscire ad approcciare il cambiamento traendone le giuste opportunità (sia da parte delle aziende ma anche da parte degli utenti consumer), focalizzandosi troppo spesso sulla tecnologia e dimenticando, invece, l’elemento più importante: la user experience.

Sono passati tre anni e per fortuna le cose sono un po’ cambiate. Oggi siamo nel pieno boom della Smart Home ed entro il prossimo decennio (anzi, probabilmente anche molto prima) gli oggetti intelligenti che avremo in casa saranno di uso comune, esattamente come avere uno smartphone in mano.

Secondo una recente ricerca di Intel entro il 2025 ci sarà almeno un dispositivo intelligente in ogni casa. Scenario molto verosimile grazie anche alla messa a fuoco di alcuni grandi Big player come Google, Amazon ed Apple che stanno accelerando proprio sull’IoT tendendo la mano in particolare agli utenti finali conquistandoli, as usual, con l’esperienza emozionale.

Questi colossi stanno facendo il loro ingresso anche in Italia: il termostato Nest di Google è arrivato in Italia all’inizio di quest’anno, Amazon Echo che integrerà l’assistente vocale Alexa in italiano arriverà nei prossimi mesi, il recentissimo HomePod di Apple arriverà a dicembre (ma in inglese, per l’italiano si dovrà attendere ancora un po’). Parallelamente si svilupperanno una miriade di altri oggetti e progetti ma ciò che hanno “di buono” le strategie di questi Over-The-Top è riuscire a creare quel clima di interesse e fiducia delle persone sul quale si fonda poi l’intero mercato.

Tralasciando l’analisi delle loro politiche aggressive, spesso molto discusse perché minano la libertà dei “giochi concorrenziali”, quello che mi interessa analizzare è il comune denominatore delle strategie di questi big, cioè la massima e quasi unica focalizzazione sull’utente.

Nest è un termostato intelligente ma arriva in un mercato ormai saturo; come riuscirà a conquistarsi i suoi spazi? Innanzitutto è un oggetto di design, cool (lo ha progettato l’inventore dell’iPod!), è in vetro e alluminio con un display touch luminoso e minuziosamente curato nei dettagli, può essere controllato e gestito via app (sia per iOS sia per Android)… ma la cosa in assoluto più importante è che nasce come oggetto realmente intelligente: dispone di un sistema di intelligenza artificiale che gli consente di adattarsi alle abitudini delle persone, così non c’è alcun bisogno di programmarlo perché si accenda alle 6 del mattino, capirà da solo quando deve avviarsi per far trovare la casa alla giusta temperatura quando le persone si svegliano.

Ed è proprio da qui che parte la sua avanzata sul mercato, sta diventando l’oggetto dei desideri come lo sono stati l’iPhone e Netflix. E sappiamo bene fin dove si è spinto il loro successo!

Apple sta giocando la stessa partita con HomePod. Si posiziona sul mercato più tardi degli altri, come al solito, con un oggetto che costa quasi il triplo rispetto ai concorrenti Google Home e Amazon Echo, ma con un posizionamento ed una strategia che, ancora una volta, hanno l’utente, la sua esperienza, le sue emozioni al centro. HomePod è un concentrato di sofisticate tecnologie completamente trasparenti ai consumatori che non solo regola in real-time e completamente in autonomia l’ottimale diffusione della musica in una stanza (indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalla sua ampiezza) ma integra Siri, Apple Music, Apple TV e può fungere da ripetitore HomeKit per pilotare con la propria voce le luci di casa, i termostati, le serrature e via dicendo (ovviamente anche tramite app via iPhone, iPad o Apple watch), nonché inviare messaggi, leggere news e via dicendo. Il tutto con una qualità del suono che lo colloca ben al di sopra dei concorrenti.

Quello degli assistenti vocali intelligenti in casa sarà il vero grande punto di svolta dell’IoT e della Smart Home perché oltre ad integrare avanzate tecnologie nella loro progettazione ci si è ricordati, a differenza dei predecessori della domotica, dell’utente, della qualità e del valore della sua “experience”. Un risultato che potrebbe sembrare banale ma non lo è affatto, la domotica è fallita perché troppo sofisticata sia per chi la utilizza sia per chi deve vendere ed installare certi sistemi. Quello che ci stanno insegnando gli Over-The-Top è che la sofisticatezza tecnologica (che non può mancare, sia chiaro!) deve essere “mascherata” agli utenti: a loro non interessa sapere cosa c’è dentro un oggetto, un sistema, un’app… a loro interessa sapere cosa può fare per loro! E questo vale tanto per le soluzioni consumer quanto per quelle business.

I video, grazie a Facebook, saranno le APP di domani.

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Parto con una domanda ed una risposta che mi do da solo: chi/cosa ha spinto lo sviluppo dell’ecosistema delle app e perché tutto ha funzionato? L’ecosistema delle app è stato spinto dagli store, ma soprattutto dai developer (privati e aziende) che hanno trovato in questo modello una fonte di revenue. In pratica più dev, più app. E se ci sono più app c’è maggiore scelta e contenuto e quindi maggiore attenzione, fruizione, consumo e spesa.

Fin qui tutto chiaro. Ora pensate che questo stesso concetto venga applicato ai video, live, su Facebook. Tutti hanno la possibilità di fare live, più persone diventano broadcaster e producono video (live soprattutto). Più ci sono contenuti da vedere e più è il tempo che sarà speso dagli utenti fruitori finali.

Cosa manca? Il modello di business per chi produce video, ossia il motivo aggiuntivo che spingerà i produttori di video a farlo costantemente, e non solo con video in post produzione, ma live, in tempo reale. Perché? Perché il tempo reale è più vivo, è più interessante, incuriosisce di più, mette maggiormente alla prova chi lo produce e stimola ancora di più l’interazione di chi guarda.

Ed ecco che arriva Facebook e la monetizzazione dei video: https://media.fb.com/2017/02/23/update-on-video-monetization/

Se sei un broadcaster, con certi numeri e certe caratteristiche (per adesso devi esser in USA, devi avere più di 2000 followers, devi aver oltre 300 spettatori live) allora potrai attivare una interruzione di 20 secondi dopo un minimo di 5 minuti di trasmissione e guadagnare dagli spot.

Bingo. I video, saranno le APP di domani.

Se poi pensate che Facebook già qualche giorno fa, come avevo scritto, ha annunciato l’APP video per AppleTV, AmazonTV e SmartTV varie, ecco che tutto prende forma.

La pubblicità che verrà mostrata non sarà una pubblicità qualsiasi: sarà mirata come tutto l’adv che oggi gira su FB e sarà proprio, ma dico proprio per voi. Sarà basata su grafo sociale, interessi, navigazione, conversazioni in chat, luoghi fisici in cui siete stati e catturerà la vostra attenzione come una réclame non è mai riuscita a fare veramente. E sarà misurabile ed efficacissima.

Prepariamoci, soprattutto alla mole di video in stile Anthony Robbins, dei fanta-motivatori e critici di tutto, perché saranno loro i primi a cavalcare questa nuova onda e spaccarci i maroni in tutti modi possibili su “5 cose che“, “quello che non vi hanno mai detto“, “come esser il…“, “sarai felice se…“.

Ma tanto la guerra alla fine sarà, come per le APP, sui contenuti e la loro qualità, il format e la strategia di promozione.

Buona visione a tutti.

Facebook e l’advertising sempre più profondo: grafo sociale, interessi, luoghi, prossimità e… audio (?)

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Nel 2015 scrissi questo post “L’advertising che verrà: real time, profilato, attivo e a conversione immediata” : Facebook aveva comprato Wit.ai, una startup che trasforma le conversazioni in dati strutturati. Diciamo che tutto faceva pensare ad una analisi della conversazione (testuale o audio/video) sempre più sofisticata e ad un advertising sempre più puntuale e attivo, in grado di portare l’utente verso una azione diretta (prenota, compra, scarica, chiama).
Da tempo come sapete osservo le dinamiche della rete, ed in particolare sono affascinato dalle evoluzioni sempre più sofisticate di Facebook ed il modo in cui riesce a proporre contenuti mirati agli utenti. A volte questi contenuti sono così capillari, da sembrare assurdi “Cavolo ne stavo parlando poco fa!”.
Ho motivato questa capillarità di contenuti più volte, in varie discussioni, come il risultato di due fattori: i dati sempre più dettagliati raccolti sugli utenti e l’attenzione selettiva dell’utente stesso. Infatti se ad un utente proponi cose che potenzialmente gli interessano, al momento giusto, nel posto giusto, e nel contesto giusto, è possibile che a lui cada l’occhio proprio su questo contenuto, malgrado sia uno su N in uno stream complesso e denso. Appunto l’attenzione selettiva dell’utente filtrerà solo le cose che a lui interessano di più.
Per capirci, è un po’ come quando volete sposarvi e vedete tutti contenuti che parlano di matrimonio, o quando volete comprare una macchina e vedete in giro solo quel modello, fino al giorno dell’acquisto. Poi, passata l’esigenza, tutto tornerà alla normalità.
Giorni fa ero con un amico a cena. All’uscita, uscendo, lui apre la sua auto a distanza, e wow! Lui ha una Mini sulla quale è stato implementato un led microscopico sotto lo specchietto che, all’apertura del veicolo, proietta a terra lo stemma ad alta definizione della casa madre. Un po’ come il pipistrello di Batman per capirci, solo che a terra, invece che nel cielo. Ecco, io ne sono rimasto colpito, e ho detto che quel led era una cosa potente e che mi sarebbe piaciuto sulla mia macchina.
Il giorno dopo mi appare su Facebook un contenuto con una Mini, un sensore per l’auto, l’immagine Marvel e tanti piccoli altri dettagli interessanti.
Vi garantisco che non ho cercato Mini, ne tanto meno il sensore, ne tanto meno il sensore Marvel, malgrado la mia fissa, ne tanto meno ero in un luogo in prossimità di un punto vendita Mini.
Quindi, come si può giustificare questa cosa?
Si può giustificare in due soli modi:
  1. Dati + Attenzione selettiva: gli interessi del mio amico (Mini), integrati con la prossimità delle nostre posizioni quella sera, hanno generato un set di dati che ricadevano in modo puntuale nella parametrizzazione della campagna sopra che vi ho mostrato, e quindi il giorno dopo la mia attenzione è caduta proprio su quel contenuto per me interessante.
  2. Ascolto dell’audio: Facebook è in grado di analizzare le conversazioni audio dalle quali estrae contenuti utili alla profilazione.
Però, vi dico una cosa che non vi ho detto: il mio amico in questione non è su FB, quindi questo annulla completamente il concetto di cui al punto uno.
L’unica cosa che mi viene in mente (e su cui mi faccio mille domanda) è se ci sono parole chiave che vengono intercettate dal dispositivo e dall’app, passivamente: non credo che facciano streaming dell’audio (vorrebbe dire un traffico dati in upload enorme), ma l’applicazione potrebbe esser quindi in grado di analizzare suoni e informazioni così da intercettare parole nuove o cardine tanto poi da trasmetterle? Ovviamente è una mia valutazione possibile, ed una mia perplessità, visto che non è scritto da nessuna parte che lo facciano. Non vuol esser paranoia, anche perchè di solito cerco di combatterle.
Questa mattina però ho trovato questo articolo nel mio stream che dice questa cosa:

Facebook using people’s smartphones to listen to what they say, professor suggests

Ora, non voglio fare terrorismo psicologico e capisco che questo sia per qualcuno inquietante, ma fatevene una ragione: l’analisi del comportamento dell’utente è sempre più profonda, integrata in flussi di dati aggregati da più fonti e le informazioni che vi vengono proposte sono sempre più vicine a quello di cui avete realmente bisogno.
A me questi temi affascinano e non ne sono spaventato, ma bisogna esser consapevoli delle potenzialità che ci circondano, sia per comprenderle, sia per governarle, sia per utilizzarle.
UPDATE 05 Giugno 2016
Facebook mi ha scritto per segnalarmi la loro posizione rispetto al tema in oggetto (l’audio in particolare). Ha risposto al mio post e quelli usciti sullo stesso tema con questo post http://newsroom.fb.com/…/facebook… così da tranquillizzare tutti che non c’è intercettazione di audio direttamente dall’app di Facebook. Poi andrebbe verificato anche la stessa dinamica su WA e le altre app dell’ecosistema. Sicuramente i dati che metabolizza sono talmente tanti che allora è in grado proporre contenuti che sono cosi vicino alle preferenze delle persone , da cogliere l’attenzione al momento giusto.

Fail Fast, Fail Often, Fail Forward e l’errore di interpretazione

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L’euforia del self made man e dell’imprenditore seriale avanza velocemente: forza di volontà, spirito di sacrificio, idee, tante idee, fallimento rapido, ripartenza. E via. Ed il successo te lo costruisci da solo. In teoria.

In pratica poi, non è proprio così.

Si dice:

Fail Fast, Fail Often, Fail Forward. 

Bello. Finché si interpreta correttamente.

Quello del fallimento sembra sia uno di quei principi fondamentali nella Silicon Valley. Uno di quelli che si ripete all’infinito, come un mantra. Ed è importante perché, nella sua definizione di base, questa frase valorizza il concetto e l’approccio dell’iterazione rapida (tanto cara alle metodologie agili). In un’epoca in cui la tecnologia cresce esponenzialmente, questo approccio veloce e snello, può diventare il fattore critico di successo di un progetto.

Tanto più sei bravo ad iterare, validare e rivedere il tuo percorso/prodotto, tanto più sei in grado di capire se stai “fallendo” o meno, e scegliere di prendere altre direzioni o ritornare su alcuni passi, e continuare a lavorare sul tuo progetto.

Piccoli passi, anche parziali, ma molto veloci e continui. Cambi di direzione ragionati e valutati. Stesso progetto.

Fin qui tutto chiaro, no? Io sono assolutamente d’accordo su un modello di questo tipo, e sono un fautore della validazione, del modello della Customer Development e della sperimentazione continua.

Il tema però è che il concetto del fallimento veloce è ormai stato interpretato in modo completamente errato.

Il fallimento sta diventando una sorta di moda distorta, secondo cui chi fallisce (o sta fallendo) tende a ritenersi un eroe dell’innovazione. Della serie “Tanto più fallisco, tanto più sono un fico e ho provato tanto. Ora inizio un altro progettino”.

La realtà è che questa cattiva interpretazione sta generando imprenditori (se così son definibili) superficiali: troppi pensano che fallire voglia dire abbondare un progetto che non ha performato al primo colpo, per saltare su un altro progetto, senza preoccuparsi degli impatti della loro scelta e senza la responsabilità caratterizzante dell’imprenditore verso persone, investitori e stakeholder vari. E così via si riparte per una “seconda startup”, poi una terza, una quarta e via dicendo.

Del fallimento vero ne rimangono solo parole: pochi analizzano realmente gli errori, reiterano e cercano di fare realmente un pivoting o hanno un piano di recupero dove necessario, così come pochi cercano di capire se realmente si è arrivati ad un punto di non ritorno o se semplicemente si è scelta una soluzione non ottimale.

Nel 2010 Mark Suster, un imprenditore, disse che non erano i progetti a dover morire rapidamente, ma il mantra stesso del fallimento perché era “sbagliato, irresponsabile, immorale e senza cuore“.

Gli imprenditori che affermano che avviano nuovi progetti per sperimentare nuove idee, senza nessuna preoccupazione di investire ulteriore tempo, abbandonando il progetto precedente, perdendo di focalizzazione, rischiando di non riuscire a gestire tutto al meglio, sono a mio avviso incoscienti e superficiali.

Sarebbe interessante in effetti chiedere a chi ha investito soldi in un progetto, cosa ne pensa e che idea ha del fallimento rapido, dei suoi soldi buttati al vento da uno che ha deciso di sperimentare un altro progetto e che adesso si diverte a fare codice per un altro prodotto, invece di cercare una soluzione o una strada per recuperare quello che non funziona.

Il fallimento, quello vero, non può esser preso alla leggera..

 

L’imprenditore non è colui che ha tante idee

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Lo ammetto. Anni fa ero tra quelli che ritenevano che un imprenditore che riusciva a fare la differenza fosse colui che sforna idee continuamente. L’esperienza personale fatta negli ultimi anni mi ha insegnato tutt’altro.

Nella mia “cantina mentale” in questi anni ho accantonato centinaia di idee: alcune negli anni sono state sviluppate, altre regalate, altre eccessivamente precoci sono morte prima di partire (magari oggi avrebbero ragion d’esistere), altre invece sono ancora lì in attesa di esser riprese e sviluppate.

Alcune di queste idee sono state realizzate più o meno velocemente e hanno preso forma: qualcuna è morta, qualcuna ha finito il ciclo di vita in modo naturale e altre sono in corso e probabilmente necessitano di ulteriore lavoro.

Ad oggi però nessuna di queste idee è diventata ancora milionaria e forse non succederà ancora.

Il problema non credo siano la quantità di idee, ma la percentuale di quelle che rimangono nel cassetto, l’incapacità di provare e riuscire a portare in porto la restante percentuale.

L’imprenditore non è colui che ha tante idee di business, né tanto meno uno che sente che un giorno avrà un’idea milionaria, ne tanto meno uno che vuole diventare imprenditore di se stesso senza mettersi in gioco.

Un imprenditore è colui che esegue, immediatamente, mixando esperienza, pancia, visione e tecnicismo. E’ colui che impara dalle precedenti esperienze e se non le ha, impara dalla ricerca e dalla lettura e dallo studio di quello che sta avvenendo. L’imprenditore è focalizzato sul suo progetto e riduce il rumore circostante con il fine di alzare il livello di attenzione. E’ colui che usa il diversivo e la sperimentazione come distrazione creativa.

Ho imparato che non è necessario fare mille “startup” o micro progetti incompleti per esser (o sentirsi) un imprenditore. L’imprenditore è colui che si assume la responsabilità, il governo e la gestione di un progetto da eseguire e lo porta alla crescita, o alla morte se necessario, ed è consapevole dell’impegno preso nei confronti dei collaboratori, degli investitori, degli utenti.

Un imprenditore è colui che non permette ad una idea di annidarsi nella mente: ma inizia a chiedersi fin da subito come può far accadere quello che ha in mente.

E fa in modo che le cose avvengano.

Il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

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Caro cliente.

Mi vieni a cercare tu, per avere un servizio, quando io nemmeno sapevo esistessi. Mi presenti il tuo progetto. In fondo, sei un ennesimo progetto, già visto, ma vedo delle potenzialità nel tuo disegno.

Ti ho fatto più consulenze di qualche ora gratuite (scroccate a suon di “vediamoci per una chiacchierata per capire meglio“) durante le quali ti ho ribaltato il progetto in parecchie parti, senza avere nemmeno uno stralcio di firma ma pensando di poter instaurare un rapporto di fiducia.

Alla mia offerta formale, sufficientemente bassa visto il tuo piagnisteo “sono una startup, dobbiamo prendere ancora un investimento importante, ma stiamo trattando“, hai avuto la faccia tosta di chiedermi pure lo sconto. Ho accettato, da parte mia come investimento, visto l’interesse e le potenzialità del tuo progetto.

A metà del percorso del progetto mi avvisi che vuoi bloccare i pagamenti e fermare temporaneamente le attività “perché hai degli imprevisti e delle nuove esigenze“. Ti faccio notare che tutte le attività pianificate fino a quel momento sono state rilasciate da noi puntualmente (e confermate anche dai tuoi riferimenti interni). Accetto tranquillamente la tua richiesta e la tua esigenza, traslando pagamenti e attività, seppure con possibili problemi per me di riallocazione delle risorse. Ti chiedo però di saldare almeno quanto erogato fino a quel momento.

Nello scambio di email ti irrigidisci, alludendo a futili motivazioni di progetto, volendo scaricare su di noi la motivazione del fermo. Cerco di chiamarti per chiarire e cercare di capire come riorganizzare. In una mail mi fai passare per invasivo e poco educato per l’insistenza delle telefonate, alle quali tra l’altro non hai mai risposto. Mi rispondi male alla mail, e mi offendi. Dovresti capire che spesso una telefonata alleggerisce toni, migliora la comunicazione ed è molto più pratica di mille inutili scambi di email frammentate.

Caro cliente della generazione storica del “ti blocco i pagamenti” come leva strategica per far pesare il ruolo nel rapporto professionale alla prima incomprensione, devi capire che quella filosofia del “io sono il cliente e ho sempre ragione” è fuori luogo, non funziona più e più che mai se i rallentamenti al progetto sono i tuoi, dovresti avere almeno l’intelligenza di farti delle domande e capire che stai lavorando male. Ma non male nei miei confronti, ma del tuo business.

Dovresti capire inoltre che il rapporto cliente-fornitore, vista la tua richiesta di flessibilità, di disponibilità di tempo e di risorse aggiuntive tra una telefonata e l’altra, dà vita ad un rapporto diverso, una sorta di partnership se vuoi, nella quale non si tratta più di erogare solo un servizio, ma condividere problemi e criticità, conoscenza e tecnicismi, e magari un giorno anche rete e possibili opportunità.

Se però quando ti pare siamo dei partner, e invece quando ti fa comodo sei il cliente, che ha sempre ragione, che blocca i pagamenti, che può fare l’offeso se esigo un pagamento senza disponibilità di replica da parte tua, se ti puoi permettere di offendermi gratuitamente, vedi, non lo trovo molto giusto e professionale, soprattutto se di solito sono il primo a prendermi la responsabilità se c’è un errore, se sbaglio, se c’è una mancanza o c’è bisogno di recuperare.

Ecco, dovresti capire ancora che il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

Adesso, la novità nel nostro rapporto è questa: seppure io sia il fornitore, e tu il cliente che ha sempre ragione, visti questi presupposti e questo tuo approccio, il progetto, a mio avviso, può ritenersi chiuso qui, senza rimorsi, senza indugi e con molta soddisfazione.

Io, non, ho, intenzione di lavorare con gente così. Ciao.

#CertiClientièMeglioPerderli

L’effetto Zuckerberg ed il fare impresa con le chiappe degli altri

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Effetto Zuckerberg.

E’ così che definisco già da un po’ di tempo il trend che si sta sviluppando e che si manifesta sempre più spesso. I più affetti sono i developer (ma non solo) e tutti quelli che, presi dall’embolo della 1 billion company, si lanciano in affermazioni tipo “ho una idea galattica, l’anti facebook, cerco chi ci mette i soldi e poi la sviluppo” o peggio ancora “mi è venuta una idea adesso ci faccio un’altra startup“. Fin qui, onestamente, non vedo nessun problema e trovo corretto che ognuno abbia le proprie iniziative, i propri sogni e progetti imprenditoriali in cui credere. Più che mai in un periodo storico in cui il digitale ha in qualche modo democratizzato la possibilità di fare nuovo business grazie a nuovi modelli, nuove professioni e tanto spazio ancora disponibile.

Ma il tema è un altro.

Il tema è che questi mantra (che danno appunto vita a quello che io chiamo l’effetto Zuckerberg), che ormai si ripetono costantemente come a giustificare qualsiasi scelta professionale improvvisa o cambiamento di direzione (spesso anche e soprattutto a discapito di altri), stanno avendo ripercussioni incredibili, peggio di quello che si possa pensare: frammentazione di focalizzazione, assenza di vero commitment, discontinuità, incapacità di portare (o almeno provare) a termine quanto iniziato, sopravvalutazioe delle proprie competenze e potenzialità, superficialità, inaffidabilità o nel peggiore dei casi anche mancanza di coraggio di affrontare la chiusura di qualcosa che non ha funzionato o che andrebbe chiuso per tempo, prima di danneggiare anche altri.

Tutti sono alla continua ricerca di una next big thing, ma pochi sono in grado di capire cosa significa scommettere su se stessi e su un progetto iniziato o da inziare. Il problema è proprio qui ed è nel messaggio che sta passando a livello mediatico: sembra che fare impresa sia rischiare solo una parte del proprio tempo, trovare due soldi per partire (o anche “trovare il pollo che ci crede sulla carta“) e poi buttare tutto al secchio se non va, tanto i soldi li hanno messi altri, “io ci ho messo qualche ora di sviluppo, che sarà mai“.

Troppi pensano che fare Facebook sia facile o che sia frutto di qualche piccola scommessa, finchè non trovo quello che va. Non è così. Per fare un facebook ci vuole talento, impegno, costanza, fortuna e determinazione oltre ogni limite e credere nel proprio progetto rischiando, in prima persona, tempo, soldi, faccia. Si sta perdendo la capacità di focalizzare un obiettivo e sempre più spesso vedo una velata paura di arrivare al successo, rimandando avanti le scelte o dando la colpa al contesto o tanti altri fattori.

Quanti realmente fanno bootstrapping, quanti sono in grado di validare una idea creando la prima vendita e poi capire se il prodotto realmente può scalare? Quanti realmente sarebbero disposti a non abbandonare una nave con gli altri a bordo, e cercare di recuperare i danni o almeno decidere di affondarla – con razionalità – per ripartire? Quanti provano a cambiare un percorso e fare un vero pivoting, prima di mollare?

Pochi per quello che che vedo. E pochissimi sono pronti a scommettere realmente. Gli altri giocano a sentirsi (non fare) gli imprenditori con le chiappe degli altri, senza preoccuparsi di finanza, marketing, business, costi, sostenibilità del progetto ma solo a cercare di far vedere che l’idea che hanno è figa, fino ad abbandonarla

Tanto, al primo mal di stomaco, c’è un altra fantomatica idea da far partire.

Giusto per approfondimento, se vi interessasse fare bootstrapping vi giro questo link a questo post che ho trovato molto interessante e che ha ispirato questa riflessione, partita da Facebook, sulla quale stavo riflettendo da tempo: To bootstrap or not? 5 questions to ask yourself

Sognare. Il sesto senso, sottovalutato.

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Sognare, il sesto senso che sottovalutiamo troppo spesso e che raccoglie in se tutti gli altri sensi. È quella capacità irrazionale, inconscia, veloce, cruda e spesso violenta, incapace di mentire ed estremamente abile nel far emergere paure, sentimenti e aspirazioni di una vita in pochi ma lunghissimi secondi. Sognare è quel momento in cui siamo in grado di analizzare, capire e metterci in condizione di osservarci da un punto di vista diverso e ripensarci in un modo completamente differente da quello che frequentemente ci sforziamo di essere o non essere.

Non esiste metodo e non esiste una scuola che possa insegnarci a sognare, non esistono persone che non possono sognare. Esiste la propensione a sognare e la volontà di ricordare il sogno, bello o brutto che sia.

Ma tutti sappiamo sognare.

Voler smettere di sognare, evitare o non riuscire a ricordare i sogni, è come perdere uno degli altri sensi, senza i quali non potremmo vedere, ascoltare, odorare toccare e sentire perdendoci una esperienza nuova e l’opportunità di crescita continua.

Amo sognare, svegliarmi, scrivere ed appuntarmi quello che stavo sognando, su un taccuino per me importante, e per poi rileggerlo e capire. Questa stessa nota l’ho scritta questa notte dopo essermi svegliato con l’adrenalina altissima, il cuore che batteva a mille e la sensazione di aver rivissuto gli ultimi secondi, tutte le emozioni e le paure di un combattimento di taekwondo di anni fa e ricordarmi nitidamente l’abbraccio ed il grazie di cuore detto all’allenatore in quel momento. Era la prima mia vittoria sul tatami.

Non posso credere, quando lo sento dire, che ci siano persone che non vogliano ricordare i sogni.

Sognate e non smettete di farlo, credo sia lo strumento e la capacità più potente che abbiamo.

Buon venerdì. Looking forward.

La cultura degli alibi

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Era un bel po’ di tempo che avevo in bozza questo post: mi mancava sempre quel qualcosa che facesse scattare la riflessione giusta ed il giusto impulso per pubblicarlo. Oggi l’ho ritrovato mentre rimettevo in ordine il blog e ho deciso di portarlo online così come era integrandolo di un paio di riflessioni.

Tutto era partito da un video di Velasco sulla cultura degli alibi, ed un vecchio post di Andrea dal titolo “L’estetica del fallimento” e dalla sua riflessione legata alla chiusura di un progetto su cui lavorava da tempo. In particolare nel post Andrea analizzava il fallimento definendolo:

…qualcosa che chiunque voglia fare l’imprenditore deve tenere sempre presente che il successo è l’eccezione e non la regola e che le proprie decisioni potranno portare a un punto di non ritorno. Si deve essere consapevoli di cosa si stia rischiando evitando che ciò porti all’immobilità per paura di sbagliare, perché restare immobili è il modo più veloce per fallire. D’altra parte, fallire può essere un’opportunità a patto che si sia disposti ad imparare e a fare autocritica…

Sull’importanza dell’imparare dagli errori non posso che esser d’accordo. Ma chi non lo sarebbe dopo tutto? Quante volte abbiamo sentito dire:

In every failure there is a lesson to learn. 

Fallire non è sicuramente l’ambizione principale di chiunque parta con una iniziativa propria, e certamente non si può sperare di fallire a priori, per poter imparare. Anzi, personalmente non amo pensare ad un progetto, prendendo in considerazione il fallimento dello stesso.

Però se è così “banale” ed è tanto noto il concetto dell’imparare dagli errori, perchè poi rimane così difficile parlare di errori, fallimento, ammettere uno sbaglio e condividere l’esperienza negativa? E’ sempre così complesso fermarsi ad analizzarne (e capire) passo passo i vari step fatti, ed individuare eventuali scelte errate. Forse la fretta di riprovare o forse, spesso, la mancanza di forza di riprovare.

Seguo progetti e aziende neo nate in qualità di advisor e mentor, e spesso vedo ripetere gli stessi errori. Anche su cose semplici, molte volte si ripetono gli errori, quasi come fosse una abitudine.

Nello sport, nella professione e nella vita, il fondamento della crescita, secondo il mio punto di vista, ma credo condiviso, si trova nella sperimentazione continua e nel successivo processo di analisi dei risultati e fallimenti, affinché si possa fare una evoluzione graduale e si possa poi accelerare lo sviluppo del passaggio successivo.

L’attenzione alle performance e alle attività svolte permette di individuare elementi positivi, meno positivi e critici che ci mettono in condizione di valutare, riflettere ed agire di conseguenza.

Ogni altro pensiero e valutazione, che non riguarda direttamente la nostra sfera d’azione, è semplicemente un alibi. E qui è l’errore più frequente: “Ah, ma la colpa è di … che non ha…

Si chiama “adeguamento naturale” ed è quella azione ci fa trovare sollievo in fattori a noi estranei: rappresenta una “cultura”, la cultura degli alibi appunto. E dalla sua assuefazione, dipende l’insicurezza ed l’incapacità di fare cose, commettere errori, prendere iniziativa e portare a termine i progetti.

Quante volte accusiamo la sabbia di esser sabbia?

Non credo ci sia qualcuno che non sia mai caduto in questa trappola. A me personalmente è capitato spesso e forse il momento in cui ho capito come dovevo agire è proprio quando ho cominciato a chiedermi se la sabbia non fossi  io.

Vi condivido un video, che probabilmente avrete già visto, ma che non fa mai male rivedere. Io l’ho rivisto molte volte e che secondo me contiene molti messaggi importanti per chi vuole affrontare con positività, divertimento e crescita percorsi di vita o professionali.

Velasco, allenatore sportivo, in questo video spiega la cultura degli alibi attraverso alcuni esempi e riferimenti alla sua esperienza.

Assolutamente da vedere. Tutto.

“Voglio vedere se trovo uno schiacciatore che schiaccia anche con con le palle alzate male” – Velasco.

Due etti di idee a portare via, grazie.

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Questa mattina, come capita spesso, son partito all’alba da Roma verso Milano. In treno, aperto il pc, ho iniziato a leggere le email ricevute questa notte. Ad un certo punto leggo una mail, dall’oggetto “Opportunità”, che recita testualmente:

 “Ciao Fabio, ho tutti grossi clienti. So che tu hai tante idee e sei sempre sul pezzo, vedi se ti viene in mente qualcosa da proporre. Se me ne mandi qualcuna per i miei clienti, le metto su due slide e ci vado a parlare. Ovviamente poi se parte la cosa ti attivo una nostra email”

Eh si, mi sembra un approccio perfetto: du’ etti de idee a portà via, grazie.

Ora io mi domando a vorrei domandare alle persone che ragionano così oggi:

  • se ho tante idee perché dovrei mandarle a te, e tu dovresti andare dal tuo cliente, con il tuo brand a proporle valorizzando così solo te e non me?
  • perché non mi proponi di andare insieme? Penso che potrei valorizzarle anche di più quello che ho in mente e magari potrei contestualizzare meglio il tutto, conoscendo anche l’interlocutore. Che ne dici?
  • non pensi che una idea, possa avere necessariamente bisogno di tempo per esser partorita e anche di studio, analisi e perchè no di un confronto per capire processi, problemi, criticità, punti di forza?
  • non sarebbe meglio forse parlare di “hai per caso spunti o casi interessanti da cui prendere spunto”?
  • se si tratta di una opportunità, come scrivi nell’oggetto, deve esserlo per tutti e due, fin dall’inizio: il cliente e la sua esigenza + il tuo contatto e la tua competenza + la mia idea e la mia competenza, questa è l’opportunità principale. Poi tu conoscerai la mia idea, io il tuo contatto, il tuo contatto me: e l’opportunità è win per tutti.
  • ti è mai capitato di giocare al gioco del telefono? E se si, non hai imparato che il passaggio di parole con informazioni mancanti o non poca chiarezza, genera distorsioni e mostruosità?
  • se non hai idee e non hai prodotti, in un mercato come questo, fortemente aggressivo e veloce, ma forse una domanda su di te, sulla tua azienda, sul tuo modo di aggiornarti ed il tuo vero business, dovresti anche fartela, no?
  • se non conosci il tuo cliente tanto da capirne le esigenze, individuare dei problemi da risolvere, avere la consapevolezza di cosa puoi migliorargli, ma tu nel rapporto che ci stai a fare, il link? No, non lo sei, sei più precisamente un referral link e l’unico beneficio che porti è a te stesso.
  • non ti viene in mente che se io/noi siamo sempre sul pezzo, questo esser sempre aggiornati e freschi di idee abbia un costo ed un valore?
  • ma non pensi che una volta che hanno il mio nome e cognome, anche se io fingessi di lavorare con te, il buon santo google, potrebbe smentirci e farci fare una galattica figura di merda?
  • non pensi che sarebbe meglio mettersi a tavolino un secondo, capire – anche rapidamente – con chi vogliamo andare a parlare, individuare delle criticità e delle opportunità e andare con le idee chiare?
  • ti sei domandato cosa succede se dopo la presentazione non si concludesse nulla? Tu saresti comunque il suo contatto sempre sul pezzo e preparato, ed io il perfetto sconosciuto.
  • visto che mi chiedi di firmare anche un NDA per potermi dire chi è il cliente, ti dispiace se ti faccio firmare un NDA che ti blocchi dal poter vendere qualsiasi soluzione vicino alla mia idea?
  • pensi forse che io sia il genio della lampada che lo strofini quando vuoi e sforna desideri?

Personalmente ho sempre ritenuto che il network e la rete di contatti di una persona sia un enorme valore sul quale poter costruire anche delle opportunità. Ma non è questo il modo di “usare” una rete di contatti e generare valore. E non si può esser alla ricerca di idee di business, dagli altri.

Questo approccio è il male del business, soprattutto in questo momento: venditori di servizi e prodotti di altri che, oltre ad un contatto, non mettono valore aggiunto ne per il cliente, ne per la relazione professionale, ne tanto meno economicamente. E’ un danno per tutti, è uno stratificare tempi e costi, senza valore aggiunto.

Le idee, la visione del mercato e la capacità di eseguire progetti, non può esser merce di scambio continuamente e non si può pretendere di svenderla solo perché “tanto al cliente non ci arrivi” o “se ci arrivi devi passare da me”.

Non abbiamo più la possibilità di continuare a lavorare in questo modo: il mercato richiede – e verifica – che ci sia trasparenza, disintermediazione, competenza, velocità, aggiornamento e sperimentazione continua.

Al prossimo che mi chiede due etti di  idee a portà via, risponderò “Che faccio metto anche due fette di culo vicino all’osso? Lascio, signò?