Tecnologia e lavoro nell’era degli shock: appunti da Napoli

Il 19 giugno, nel Complesso di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli, è partito il primo appuntamento di Cantieri di Futuro, il percorso del Centro di competenza SI.FA. dedicato alle tecnologie per la transizione sociale digitale. Tre interventi al mattino, poi due sessioni di lavoro guidato ai tavoli, e sopra le nostre teste una volta affrescata che da sola ti ricorda una cosa semplice, e cioè che il futuro lo costruisce sempre qualcuno dentro spazi lasciati in eredità da chi è venuto prima. Mi hanno chiesto di fare da stimolo alla discussione, e invece di aggiungere l’ennesima lista di trend ho scelto di fare un passo indietro, fino alle curve, per provare a leggere le opportunità dell’era degli shock.

Lo strappo che chiamiamo shock

La tecnologia avanza su una curva che accelera. Le persone, le organizzazioni, le competenze, le istituzioni si adattano su una curva molto più lenta, quasi piatta al confronto. La distanza tra le due è quello che viviamo come shock, e lo viviamo male perché la nostra testa legge il mondo in modo lineare, e davanti a una crescita esponenziale la sottostima quasi sempre. È lo stesso fenomeno, la stessa intelligenza artificiale, che a qualcuno sembra un’apocalisse e a qualcun altro un giocattolo, a seconda di dove si trova rispetto a quelle due linee. Gli shock, allora, non sono temporali isolati che passano e poi torna il sereno. Sono la condizione di chi vive nel divario, e quel divario continua ad allargarsi. La parte interessante è che lo stesso spazio vuoto, in mezzo alle due curve, è dove nascono i lavori e i servizi che ancora non abbiamo immaginato.

Dal lavoro al task

Quando diciamo che l’automazione e la GenAI tolgono lavoro, stiamo usando l’unità di misura sbagliata. Un lavoro è un insieme di task, e l’automazione li ridistribuisce dentro i mestieri, che cambiano forma ma restano. Una parte se la prende la macchina, il ripetitivo e il prevedibile. Una parte resta profondamente umana, il giudizio su un caso che non somiglia a nessun altro, la relazione, la responsabilità di una decisione presa su una persona vera. E una parte nasce nuova, perché qualcuno deve orchestrare la macchina, progettare l’interazione, prendersi cura di quello che produce. Si capisce dove il lavoro si sta spostando solo guardando i task, al posto dei titoli stampati sui biglietti da visita. In Pelle Digitale ho provato a raccontare proprio quella zona di confine tra noi e le macchine, lo strato sottile in cui decidiamo ogni giorno cosa deleghiamo e cosa teniamo stretto.

La mente adattiva diventa competenza di base

Se ogni abilità vive su una curva, allora a un certo punto ogni abilità invecchia, e nessuna competenza tecnica da sola ci basta per molto tempo. Quello che resta, e che vale più di qualunque strumento, è la capacità di continuare a imparare e a ricomporsi mentre tutto cambia sotto i piedi. Le competenze che serviranno stanno in tre famiglie. La prima è saper lavorare con la macchina, orchestrarla, supervisionarla, darle istruzioni che funzionano. La seconda è il profondamente umano, la cura, il giudizio, la relazione, l’etica, tutto ciò che non si automatizza e che diventa più prezioso man mano che il resto si automatizza. La terza è imparare a imparare, perché il ciclo si ripeterà, e chi lo sa attraversare più volte parte avvantaggiato. È il pattern con cui lavoro da anni, e in un paio dei miei libri, La mente adattiva e Da Zero a Loop, è il filo che tiene insieme tutto il resto.

Tre angoli che convergono sulle persone

La cosa più bella della mattinata è stata accorgersi, senza esserci messi d’accordo prima, che i tre interventi guardavano nello stesso punto. Roberto Paura, presidente dell’Italian Institute for the Future, ha messo in fila dati e megatrend, da dove veniamo e verso dove stiamo andando, con lo sguardo lungo di chi studia il futuro per mestiere. Riccarda Zezza, fondatrice di Lifeed, ha mostrato come le competenze che contano si allenino nei contesti di vita, nella famiglia, nelle amicizie, nella cura di una persona anziana, persino nello sport, e poi si trasferiscano al lavoro. Le mie curve stavano nel mezzo, a spiegare perché quel passaggio oggi è diventato così urgente. Tre angoli diversi, una sola direzione, e al centro sempre le persone con la loro capacità di adattarsi.

Nell’economia sociale la posta è più alta

C’è un motivo per cui questo ragionamento, applicato all’economia sociale, pesa il doppio. Lì il valore di ciò che si fa è la relazione, ed è esattamente la parte che nessuna macchina prende. La transizione digitale del sociale serve allora a liberare l’operatore dal task ripetitivo, dalla carta, dagli spostamenti inutili, così che arrivi a più persone e con più continuità, e a far nascere ruoli nuovi attorno a quella relazione, dal navigatore digitale che accompagna le persone fragili fino al case manager che segue la persona con i dati invece che con i moduli. La tecnologia migliore, in questo campo, è quella che non si nota. Si nota la persona che prima restava fuori e che adesso viene raggiunta.

Cantieri, non previsioni

Per tutto questo preferisco la parola cantieri alla parola previsioni. Una previsione la guardi da fuori, e aspetti che si avveri o che ti smentisca. Un cantiere lo apri, ci entri, e ti sporchi le mani. Il futuro del lavoro nel sociale non arriverà nonostante gli shock, nascerà dentro il divario tra le due curve, e qualcuno dovrà lavorarci. Oggi, a Napoli, abbiamo iniziato a farlo. La domanda che mi porto a casa, e che lascio ai tavoli, è la più semplice di tutte: tutto quello che sta cambiando, per chi lo stiamo cambiando?


Cantieri di Futuro, primo appuntamento del percorso del Centro di competenza SI.FA., ospitato da ParteNeapolis al Complesso monumentale di Sant’Anna dei Lombardi, Napoli, 19 giugno 2026. Grazie a Marco Traversi per l’invito.