Maledetto AI slop

Arrivo alla fine del secondo paragrafo e mi accorgo che sto ancora aspettando. Il testo è scritto bene, le transizioni sono al posto giusto, i paragrafi hanno tutti la stessa lunghezza cortese, non c’è un refuso, e non c’è una riga che qualcuno abbia voluto scrivere. Chiudo la pagina e dopo dieci secondi non saprei ricordarmene una parte né ripeterne i concetti.

In inglese la parola l’hanno trovata, ed è brutta apposta. Slop è la broda di scarti e avanzi che si versa ai maiali, riciclata sul modello di spam per indicare i testi prodotti in serie dai modelli. E AI slop si è attaccato subito perché descrive la consistenza prima del contenuto: qualcosa di uniforme, versato, senza pezzi riconoscibili e autentici dentro. Della metà che riguarda chi scrive, cioè della voce che si perde un aggettivo alla volta, ho già detto la mia. Qui mi interessa l’altra metà: chi legge, chi paga il conto e chi mette la firma sotto al pezzo.

Un testo scritto senza un giudizio

L’AI slop non si riconosce dagli errori, perché di errori spesso non ne ha. Anzi, se ci fossero degli errori forse sarebbe umano. Si riconosce dal fatto che, tolta la superficie, quella delle parole ben strutturate e delle frasi ben formattate, dentro non c’è nessun giudizio, nessuna idea che qualcuno abbia sentito come propria, e nessun punto in cui l’autore avrebbe potuto sbagliare.

Un testo scritto da qualcuno porta con sé i segni di quello che ha buttato via (le scelte di non dire cose, per capirci), e il segno più affidabile è l’obiezione rimasta dentro senza risposta, quella che l’autore non sapeva chiudere e non se l’è sentita di far sparire. Lo slop di obiezioni aperte non ne ha. Non ha rinunciato a niente, dice tutto il dicibile sull’argomento, e lascia chi legge esattamente dove l’ha preso.

Per questo supera i controlli di qualità: la leggibilità è alta e i fatti a volte sono pure giusti. Manca la ragione per cui quel testo esisteva.

Nessuno si sveglia la mattina con l’intenzione di produrre slop

Il modello fa esattamente quello per cui è costruito: la continuazione più probabile, poi limata per piacere a chi legge. Il risultato ha una forma precisa, simmetrica, chiusa bene, e quella forma è la media di tutto ciò che era già stato scritto sull’argomento. I tic che ormai riconosciamo tutti, il trattino lungo, le frasi che pesano tutte dodici parole, le triadi che suonano incisive, le chiusure che riassumono il paragrafo appena letto, sono l’impronta di quella media.

C’è però una causa che pesa più del modello, ed è l’incentivo di chi pubblica. Produrre un testo è passato da ore a secondi, la pressione a pubblicare è rimasta identica, anzi è cresciuta, perché il calendario editoriale, il posizionamento, la presenza sui canali chiedono volume e il volume adesso è gratis. Per secoli la quantità di testo è stata una misura indiretta della fatica di qualcuno, e quella misura ha smesso di funzionare in diciotto mesi.

Poi c’è l’ultimo anello: la catena che andava dall’autore al lettore aveva in mezzo qualcuno che leggeva prima. Un direttore, o anche solo il collega scocciato che ti diceva che non si capiva niente. Quella figura è saltata quasi ovunque, e il primo lettore di gran parte di quello che circola è il destinatario finale.

Scriverlo costa zero, leggerlo costa come prima

La lettura è ferma dov’era. Duecento parole al minuto scarse, un limite che nessun aggiornamento software sposta, e un’attenzione che rimane la risorsa più rigida che abbiamo.

L’economista George Akerlof, nel 1970, descrisse il mercato delle auto usate: quando il compratore non riesce a distinguere prima dell’acquisto un’auto buona da un bidone, offre a tutti un prezzo medio, i venditori onesti si ritirano perché quel prezzo non copre la qualità, e sul mercato sopravvivono i bidoni. Vinse un Nobel per aver spiegato come l’asimmetria informativa distrugga un mercato dall’interno.

Con i testi il prezzo è l’attenzione. Il lettore che si è preso tre fregature di fila abbassa l’offerta su tutti, comincia a scorrere invece di leggere, e apre ogni pagina con una domanda in sottofondo che riguarda chi l’ha scritta. Il sospetto diventa l’impostazione predefinita, e i primi a pagarlo sono i testi onesti, che adesso devono dimostrare di esserlo prima ancora di essere letti.

C’è un secondo giro, più lento e più preoccupante. I modelli imparano da ciò che trovano scritto in giro, e ciò che trovano scritto in giro è prodotto in quota crescente da altri modelli. Fotocopia di fotocopia: ogni passaggio perde le code della distribuzione, cioè le voci rare, gli usi strani, le formulazioni che nessun altro avrebbe scelto. Stiamo dando in pasto ai modelli la loro stessa broda.

L’AI slop dentro i documenti che decidono

Fuori dal feed la faccenda si fa seria. In azienda i testi non servono a intrattenere, servono a far prendere decisioni, e la forma tipica è la nota di quattro pagine che circola il giorno prima di un consiglio, quando nessuno ha più il tempo di verificarla.

Un documento generato ha la forma dell’analisi, con il linguaggio di chi i dati li ha guardati davvero e la cautela messa nei punti in cui serve cautela. Il rischio grosso non arriva dall’errore fattuale, che prima o poi qualcuno scopre, arriva dalla fluidità che copre l’assenza di ragionamento, perché un testo che scorre bene viene approvato più in fretta di uno che inciampa e obbliga a fermarsi.

E poi c’è la domanda che faccio sempre quando mi trovo davanti a un documento del genere: chi risponde di questa frase, se tra otto mesi si rivela sbagliata? Nei sistemi con più agenti che lavorano insieme la questione è la stessa, e l’ho già affrontata parlando di chi decide quando due agenti non sono d’accordo: il criterio che nessuno ha messo per iscritto finisce comunque dentro il processo, solo che nessuno l’ha deliberato.

Le organizzazioni che riempiono di AI slop la propria documentazione accumulano debito cognitivo. Producono più pagine di quante ne sappiano difendere, e il conto arriva quando qualcuno le contesta, di solito in una due diligence o davanti a un’autorità. Vale anche qui la regola del mercato dei bidoni, applicata all’interno: quando i lettori interni smettono di distinguere i documenti che contengono lavoro da quelli che contengono forma, smettono di leggerli sul serio, e la produzione documentale diventa un rito.

Superare l’audit e non dire niente

Ogni cosa che pubblico passa da uno script che conta i trattini lunghi, le triadi, le frasi tutte della stessa misura, le formule che fingono sincerità. Lo uso da mesi e ho imparato una cosa che all’inizio mi ha infastidito: serve meno di quanto pensassi.

Un testo può superare l’audit e continuare a essere slop. I tic sono l’impronta digitale, il reato è un altro. Togli i trattini, spezzi le simmetrie, allunghi due periodi e accorci gli altri, e ottieni un testo medio travestito da testo personale. È lavaggio, e se ne vede sempre di più, perché la caccia ai tic è diventata a sua volta un prompt.

L’unica verifica che non si automatizza è anche la più scomoda, e consiste nel chiedersi cosa si è tolto: quale frase, tra quelle che il modello aveva proposto e che suonavano bene, è stata buttata perché non ci credevo. Se la risposta è nessuna, quel testo è slop anche con lo script a zero, e il fatto che sia gradevole peggiora la situazione invece di migliorarla.

L’ordine in cui si fanno le cose

Lavoro con questi strumenti tutti i giorni e non ho nessuna intenzione di smettere, quindi la domanda pratica diventa dove metterli nella sequenza. La differenza tra un pezzo mio e uno slop sta quasi tutta lì, nell’ordine delle operazioni, molto più che nella quantità di AI che c’è dentro.

Prima la tesi. Non apro la chat per scoprire cosa penso di un argomento, ci arrivo con una frase che sono disposto a difendere, anche brutta, anche mal messa. Se quella frase manca, il modello riempirà il vuoto con la media di ciò che esiste, e la riconoscerò tardi.

Poi il modello come avversario. Gli chiedo dove ho torto e quale obiezione mi farebbe la persona più competente della stanza. Usato come ghostwriter produce slop, usato come sparring partner mi tira fuori obiezioni che da solo non mi sarei fatto, e quelle obiezioni cambiano il pezzo.

Delego volentieri la fatica meccanica, la ricerca, la verifica, il riordino. Tengo l’attrito nel punto in cui si decide cosa entra e cosa esce, perché è lì che si forma il giudizio, e un modello, di sua iniziativa, non toglie mai niente: aggiunge sempre. Scriviamo con le stesse parole con cui pensiamo, e la pelle digitale tra noi e le macchine si forma lì, molto prima che in qualsiasi interfaccia.

Alla fine metto il nome sotto. Prima di pubblicare mi chiedo se difenderei quel testo in una stanza con dieci persone che ne sanno più di me, e se la risposta è no lo riscrivo o lo butto. Non è un problema di stile, è un problema di responsabilità: lo slop è quello che resta sulla pagina quando nessuno se ne assume nessuna.

Per secoli un testo ben fatto costava tempo, e proprio per questo funzionava come segnale di competenza. Adesso costa niente e non segnala più niente, il che spiega perché tanti mestieri che si reggevano su quel segnale si sentano il pavimento cedere sotto.

Akerlof indicava anche la via d’uscita dal mercato dei bidoni, e non passava dalla capacità del compratore di riconoscere la merce buona: passava dalla garanzia, cioè da qualcuno che accetta di rispondere del prodotto anche dopo averlo venduto. Vale per le auto usate e vale per i testi. La cosa scarsa, da qui in avanti, sarà qualcuno disposto a mettere la faccia sotto una frase e a risponderne quando viene contestata. Le aziende che avranno tenuto in casa persone capaci di scrivere una pagina difendibile scopriranno di avere un vantaggio che non avevano messo a bilancio, e lo scopriranno nel momento peggiore, che è sempre quello in cui i vantaggi si contano.

Chi delega all’AI il proprio lavoro

Il 24 agosto è comparso su arXiv il primo tentativo serio di misurare la delega di lavoro all’AI dal lato di chi la compie: 53.000 specifiche di skill prese dal marketplace di Manus, incrociate con circa 18.000 descrizioni di mansione dell’O*NET americano, per ricavarne quella che gli autori chiamano esposizione delegata. La domanda che si sono posti è diversa da quella su cui abbiamo costruito due anni di grafici, perché invece di stimare quanto una professione potrebbe essere svolta da un modello hanno contato quanti gesti chi quel mestiere lo fa davvero abbia già scritto dentro una routine automatica, e lasciato andare.

Sembra una sfumatura, e sposta quasi per intero l’elenco di chi dovrebbe preoccuparsi.

L’esposizione delegata come misura

Le mappe dell’esposizione all’AI che circolano dal 2023 misurano una capacità teorica, e lo fanno con un metodo ragionevole: si prende la descrizione di un compito, si valuta se un modello saprebbe eseguirlo, si aggrega per professione. Il risultato è una fotografia di quello che potrebbe accadere, costruita da chi guarda il lavoro da fuori.

Il marketplace di Manus è un’altra cosa. È un posto dove le persone pubblicano le configurazioni che hanno costruito per farsi fare il lavoro, e ogni skill caricata è un pezzo di mestiere che qualcuno ha ritenuto abbastanza stabile da poterlo descrivere una volta sola e riusarlo. Chi la carica non sta rispondendo a un questionario, sta risolvendo un problema che ha. Gli autori hanno preso quelle configurazioni, le hanno rappresentate in uno spazio semantico, e hanno misurato quanto le mansioni di ciascuna professione somiglino alle routine che i praticanti si sono già costruiti.

Quello che ne esce assomiglia molto più a un registro di quello che è già successo che a una previsione su quello che accadrà.

Dal potenziale al gesto registrato

Il primo risultato che gli autori mettono in fila è che le professioni dove la delega si concentra sono nettamente diverse da quelle che i framework pre-AI indicavano come più a rischio. Il secondo è che l’indice della delega segue più da vicino quello che l’AI saprebbe fare rispetto a quello che i lavoratori ne fanno oggi, il che vuol dire che c’è uno spazio aperto tra il possibile e l’adottato, e che quello spazio non si chiude da solo.

Il terzo è quello che mi ha tenuto sveglio. La delega sale verso il centro della distribuzione salariale e al livello di laurea triennale, poi scende ai due estremi. Scende in basso, dove il lavoro è manuale o troppo variabile per essere specificato in anticipo, e questo era prevedibile. Scende anche in alto, dove ci sono le professioni che tutti indicavano come le prime a essere riscritte, e questo non lo era.

La disponibilità tecnica, scrivono gli autori, spiega gran parte della variazione ma non il deficit tra le occupazioni più istruite. Qualcosa lì trattiene.

Dove la delega si ferma

Gli autori lasciano due ipotesi aperte, senza sceglierne una: lavoro che resiste alla specificazione anticipata, oppure discrezionalità professionale sul ritmo con cui il proprio mestiere viene codificato.

La prima è un limite tecnico, e i limiti tecnici hanno la brutta abitudine di cadere. Se un avvocato senior non delega perché la sua parte di lavoro non si lascia scrivere in una specifica, allora è questione di tempo, di finestre di contesto più lunghe, di modelli che tollerano meglio l’ambiguità di un incarico mal posto. La seconda ipotesi descrive invece una posizione, presa e tenuta, e implica che ci sia una categoria di persone che ha capito che scrivere il proprio criterio dentro una configurazione riusabile equivale a consegnarlo, e che ha deciso quanto e quando.

In Pelle Digitale avevo provato a descrivere la superficie di contatto tra noi e le macchine come il punto in cui si decide cosa passa e cosa resta, e mi rendo conto adesso che l’avevo pensata come una scelta individuale e istantanea, mentre qui la vedo funzionare come una scelta di categoria, lenta, forse nemmeno del tutto consapevole.

Il criterio che si scrive una volta sola

A luglio avevo scritto che il gemello cognitivo lo addestri tu, e l’argomento era che correggendo il modello gli trasferisci il criterio che ci hai messo quindici anni a costruire, mentre lui lo esporta a chiunque e tu intanto ti disalleni. Quel pezzo l’avevo scritto sulla correzione, che è un gesto quotidiano e distratto. La skill caricata su un marketplace è la stessa cosa fatta con intenzione, messa per iscritto, versionata, e resa disponibile a un numero indefinito di persone che non hanno fatto il percorso per arrivarci.

Chi delega in questo modo sta facendo la cosa più razionale del mondo dal punto di vista della propria produttività questa settimana. Sta anche pubblicando la parte trasferibile del proprio mestiere, gratis, in un posto dove viene indicizzata.

Le 53.000 skill che i ricercatori hanno analizzato sono, viste da questa angolazione, il più grande esercizio collettivo di documentazione del lavoro qualificato mai fatto, e nessuno lo sta chiamando così.

Chi si sottrae, e per quanto

Resta la domanda su cosa fare di questa informazione, e non ho una risposta pulita.

Da un lato la riluttanza delle professioni più istruite è difendibile e la capisco: c’è un valore reale nel non rendere esplicito tutto quello che sai, e chi consiglia le aziende su questi temi lo tocca con mano ogni volta che un cliente chiede il documento invece della conversazione. Dall’altro lato la stessa riluttanza somiglia molto a quella delle categorie che negli anni Novanta si sono difese dal digitale non digitalizzandosi, e sappiamo tutti come è finita quella storia.

Su questo avevo già toccato il tema della riconfigurazione delle competenze partendo dalla scuola, e mi accorgo che avevo trattato la questione come un problema di formazione delle nuove generazioni, quando questi dati la spostano su chi il mestiere ce l’ha già.

C’è una terza possibilità che il paper non nomina e che a me sembra la più probabile, ed è che le professioni in alto non stiano scegliendo affatto, ma semplicemente non abbiano ancora incontrato lo strumento nella forma in cui lo userebbero, perché i marketplace di skill sono costruiti da sviluppatori per sviluppatori e un notaio o un primario non ci passa. Se è così, il dato che oggi leggiamo come discrezionalità professionale è solo un ritardo di distribuzione, e la delega si riempirà dall’alto nei prossimi diciotto mesi.

Gli autori chiudono dicendo che distinguere tra le due ipotesi richiederà misurazioni ripetute nel tempo. Hanno ragione, e vale la pena rifare questo conto tra sei mesi, perché sarà la prima volta che potremo osservare una categoria professionale decidere in diretta quanto di sé mettere per iscritto.


Il paper è Who Delegates to AI? Evidence from 53,000 Agent Configurations, pubblicato su arXiv il 24 agosto 2026.

Il watermark di Claude e il tool open source che lo smonta

Dal 2 agosto 2026 i nuovi modelli Claude lanciati nell’Unione Europea nascono con un watermark incorporato nel testo che generano, e, dove il formato lo consente, con metadati di provenienza firmati secondo lo standard C2PA. È l’attuazione pratica dell’articolo 50(2) del Codice di condotta europeo sull’AI Act, che Anthropic ha firmato insieme ad altri fornitori di modelli generativi: il funzionamento è descritto nella scheda ufficiale sul marking pubblicata dall’azienda.

La rete, come sempre, ha reagito più in fretta della norma. Su LinkedIn circola uno screenshot con toni da comunicato: non sarebbero passate nemmeno ventiquattr’ore da quando è comparsa una skill capace di ripulire i testi da Claude, Gemini e OpenAI, mille stelle su GitHub in un giorno, cento per cento open source. Il progetto si chiama watermarks-remover, ed è il banco di prova giusto per capire quanto valga davvero, oggi, marcare un contenuto generato da intelligenza artificiale.

Due firme, non una

Il watermark di Anthropic si scompone in due meccanismi distinti, e la distinzione conta perché determina anche dove un tool avversario può colpire. Il primo vive dentro il testo stesso: un segnale statistico intessuto nella scelta dei token, invisibile a occhio nudo, che sopravvive al copia e incolla e in parte anche alle modifiche successive. Il secondo vive nei file: metadati C2PA firmati, applicati a formati come SVG, PNG e JPG, pensati per segnalare se un contenuto è stato processato da Claude e se è stato manomesso dopo.

Anthropic stessa, nella sua scheda di trasparenza, elenca i limiti di entrambi i canali con una franchezza che raramente si vede nella comunicazione di prodotto. Un segnale rilevato non prova la paternità intera del contenuto, perché Claude può aver semplicemente tradotto, riassunto o corretto un testo altrui. E l’assenza del segnale non prova il contrario, perché basta un modello precedente all’agosto 2026, una riscrittura pesante, un passaggio troppo corto o una conversione di formato per far sparire la traccia. È dentro questo margine dichiarato, non contro di esso, che si è mosso chi ha scritto watermarks-remover.

Watermark scomposto in tre livelli

Il repository di Guillaume Meyer, con licenza MIT e oltre trecento fork, separa il problema in tre pezzi con garanzie molto diverse tra loro, e qui la differenza tra teoria e pratica diventa concreta. Il primo livello ripulisce i caratteri Unicode invisibili, spazi esotici, marcatori bidirezionali, tag nascosti che alcuni schemi di marcatura usano come vettore. È un’operazione deterministica, verificabile riga per riga, e non tocca una sola parola del testo visibile: puliscono un file di testo o un Markdown senza alterarne il significato.

Il secondo livello attacca invece i watermark statistici, quelli intessuti nella probabilità con cui un modello sceglie un token piuttosto che un altro, come SynthID-Text di Google o gli schemi in stile Kirchenbauer. Qui non esiste scorciatoia: il segnale è distribuito su quasi ogni frase, quindi rimuoverlo richiede una riscrittura pesante, frase per frase, non un rimescolamento di paragrafi. Gli stessi autori del progetto lo scrivono senza infingimenti nel proprio README, ponendo una domanda che è quasi un autogol dichiarato: se il piano è comunque riscrivere il testo con un modello più economico, che senso ha aver pagato prima un modello premium? La riscrittura degrada tono, voce, precisione, e il risultato non può superare il livello del modello usato per riscrivere.

Il terzo livello ripulisce infine i metadati dei file, dalle proprietà nascoste di un DOCX ai chunk EXIF e XMP di un PNG, passando per PDF, SVG, ODT, HTML. Qui però la matrice di copertura pubblicata dal progetto stesso ammette due buchi precisi: la rimozione dei watermark incorporati nei pixel resta fuori portata, e il cosiddetto soft binding C2PA, quel legame che può ricollegare un file a un manifest remoto anche dopo aver ripulito i metadati locali, non viene toccato. Per la marcatura pixel di SynthID esiste solo uno strumento esterno, non incluso nel pacchetto, che ne misura la probabilità di presenza: la rileva, non la cancella.

Il limite che la letteratura conosce da prima

Lo screenshot che circola su LinkedIn parla di “segnali statistici SynthID” gestiti dallo strumento, ed è vero solo a metà: vale per la variante testuale dello schema, descritta da Dathathri e colleghi su Nature nel 2024, non per l’uso più noto di SynthID sulle immagini, dove restare invisibile al watermark resta un’altra storia. La stessa distanza tra rivendicazione social e comportamento reale del codice vale per la cornice temporale: la cronologia delle release, da v0.0.1 a v0.3.2, mostra un lavoro incrementale fatto di hardening della sicurezza, scritture atomiche sui file, limiti di risorse, pipeline CI con firma delle dipendenze. Non è il weekend hack che il post lascia intendere, ed è forse anche per questo che le stelle su GitHub, oggi che scrivo, hanno superato quota tremila: non un picco isolato, un interesse strutturale.

C’è poi un piano più teorico che il caso pratico rende visibile. Zhang e colleghi, in un lavoro presentato all’ICML del 2024, avevano già dimostrato che nessuno schema di watermarking robusto può resistere a un avversario sufficientemente motivato senza pagare un prezzo inaccettabile in termini di qualità del testo. Il costo che gli autori di watermarks-remover ammettono candidamente, quello della riscrittura che impoverisce la prosa, non è un dettaglio implementativo: è la conferma pratica di un risultato che la ricerca aveva già scritto sulla carta, prima ancora che qualcuno lo trasformasse in un tool con trecento fork.

Ne avevo scritto, da un’angolatura diversa, quando affrontavo il tema della realtà sintetica e di quanto sia diventato fragile il confine tra ciò che vediamo e ciò che è stato costruito: lì il problema riguardava le immagini e i deepfake, qui riguarda il testo, ma la domanda di fondo resta identica, chi decide cosa merita fiducia.

L’etica del progetto, dichiarata esplicitamente dagli stessi autori, parla di uso legittimo per la privacy e l’igiene dei propri contenuti, non di frode accademica né di false dichiarazioni di autorialità umana. È una precisazione onesta, ma resta scritta in un file di testo dentro un repository con licenza MIT, dove nessuno controlla davvero chi la legge prima di usare lo strumento. È esattamente qui, nello spazio tra l’intenzione dichiarata e l’uso reale, che la governance deve costruire le proprie fondamenta, non nel codice ma nelle norme, nelle abitudini professionali, nella cultura di chi tratta un contenuto generato come parte di una filiera che merita verifica, non come un dato acquisito.

La trasparenza non vincerà perché un singolo watermark resiste a ogni tentativo di rimozione, quella battaglia l’aveva già persa la ricerca prima ancora che iniziasse. Vincerà se costruiamo un ecosistema di segnali sovrapposti, testo e metadati e strumenti di verifica esterni come l’interfaccia di mediazione tra chi produce e chi legittima un contenuto, capace di alzare il costo della cancellazione anche quando la cancellazione resta tecnicamente possibile. È un lavoro di infrastruttura più che di crittografia, e su questo lavoro vale la pena investire.

Fonti: How Claude marks AI-generated content (Anthropic); watermarks-remover di Guillaume Meyer su GitHub.

Il gemello cognitivo lo addestri tu

Alla terza volta esce giusta. L’hai corretto due volte, gli hai detto che quel cliente vuole una cosa e non un’altra, che in quel contesto non si apre mai dal prezzo, che una proposta senza un certo paragrafo non regge. Al terzo tentativo la risposta è esattamente quella che avresti scritto tu, e ti senti efficiente. In quell’istante qualcosa è passato da te al modello, e non era la risposta.

Quello che è passato è la correzione, il motivo per cui hai scartato le prime due, il gusto con cui hai riconosciuto quella buona, la riga che con un cliente non superi. Ci hai messo quindici anni a costruirla, l’hai consegnata in tre scambi.

Il mestiere passa nella correzione

Il modello non impara dalla tua risposta giusta, impara dai tuoi no. La distanza tra quello che ha prodotto e quello che gli hai fatto riscrivere è il segnale più prezioso che gli puoi dare, perché è lì che vive il giudizio, e il giudizio è la parte di te che non trovi scritta da nessuna parte, quella che negli anni ha smesso di essere una regola ed è diventata un istinto.

Sui gemelli digitali ho scritto altrove, pensando ad avatar e identità sintetiche. Questo gemello è più intimo: riproduce un criterio. Chiamiamolo gemello cognitivo. Il modello pubblico ne costruisce uno del tuo modo di decidere a partire dall’attrito, dalle volte in cui gli dici che ha sbagliato e soprattutto perché. A pesare è la sequenza di scelte che ti ha portato a quel documento e non a un altro, la cosa che ti chiede di rendere esplicita a ogni passaggio. I documenti in sé li ha già visti a milioni.

Un clone che non dimentica niente

Un collaboratore giovane impara guardandoti, poi dimentica qualcosa, è uno solo, e in qualche modo ti deve qualcosa: lo stipendio, la riconoscenza, gli anni che gli stai regalando. Il modello non dimentica niente e si copia all’infinito, senza doverti nulla. Nel momento in cui la tua correzione risolve un problema che hanno in milioni, in milioni ricevono il tuo modo di farlo senza sapere che è tuo, e senza che a te torni indietro niente. Un tempo il tuo modo di trattare quel cliente valeva perché lo avevi solo tu, e chi lo voleva veniva da te. Adesso lo stesso modo, una volta entrato nel modello, esce dal rubinetto per chiunque digiti la domanda giusta, allo stesso prezzo dell’abbonamento.

La reciprocità che regge l’apprendistato umano qui salta. È il punto dove di solito il ragionamento si ferma, con un senso di furto e un’aria da resa.

Mentre lo istruisci, ti disalleni

C’è una metà che quasi nessuno dice. Lo stesso gesto che manda fuori il tuo metodo lo consuma dentro. Smetti di scrivere la proposta e correggi quella che ha scritto lui, smetti di tenere in mano il criterio e ti riduci a sorvegliarlo, e ogni volta che deleghi la parte difficile perché tanto poi la sistemi, quella parte in te si assottiglia di un grado.

Tra cinque anni la macchina ha il tuo modo di fare e tu hai perso il tono muscolare per rifarlo senza. Il gemello cognitivo si affina mentre l’originale si spegne. Non è un furto, è un’atrofia. Di questo assottigliamento, del debito cognitivo che si accumula un riassunto accettato alla volta, ho scritto pensando alla metacognizione, all’esercizio di guardare come si pensa proprio mentre si usa il modello. Il segnale è facile da riconoscere: quando ti accorgi che davanti a un foglio bianco, con il modello chiuso, non partiresti più con la sicurezza che avevi due anni fa.

Trattenere tutto è una prigione

La risposta istintiva a tutto questo è nascondere. Tenersi il metodo, non darlo in pasto, lavorare a fari spenti. Strada chiusa, per due motivi. Il primo è che il modello rende peggio esattamente dove ti serve di più, quindi o affami lo strumento o nutri il gemello, e nel mezzo non c’è granché da abitare. Il secondo è più scomodo: l’accumulo come difesa è a sua volta una trappola, i quindici anni di sapere implicito che ti proteggono sono anche quindici anni che non riesci a scalare, a trasferire, a lasciare andare senza sentirti scoperto. È la ragione per cui certi professionisti bravissimi restano piccoli a vita: tutto passa dalle loro mani perché il valore è nelle loro mani, e le mani sono due.

Custodire tutto quello che sai è una prigione con una bella vista. Che prendano è dato, avviene comunque. Quello su cui hai voce sono le condizioni in cui avviene la presa.

La domanda è dove gira il calcolo

Quelle condizioni si giocano su una parola che suona burocratica e invece è molto concreta: giurisdizione. La domanda utile riguarda dove avviene il calcolo, con quali termini, e se quei termini puoi revocarli. Il contenuto che riveli pesa meno del luogo in cui lo riveli.

Sull’accesso ai modelli di frontiera l’ho già chiamato permesso più che proprietà, guardando a un governo capace di spegnere un modello dall’oggi al domani. La stessa logica vale un piano più in basso, sul tuo mestiere. Un’impresa cognitiva che gira sull’infrastruttura di un altro è cognitiva solo nel nome, affitta la stanza in cui si conia la sua stessa intelligenza, e paga l’affitto in giudizio. Un affitto che sale da solo, perché più il modello diventa capace più la tua operatività dipende da lui, e la dipendenza non è mai un buon posto da cui trattare le condizioni.

La sovranità digitale riguarda il contenitore, non l’ansia sul contenuto. Far girare il modello dove le regole le metti tu è una forma di questo, però il principio viene prima dello strumento: chi decide la giurisdizione del calcolo decide anche chi, dentro l’organizzazione, può ancora dire di no.

Il gemello cognitivo lo costruiranno comunque, quella parte non è in discussione. Quello che decidi tu è se la stanza dove lo costruiscono è tua o presa in affitto, e lo decidi adesso, mentre il metodo è ancora tutto dentro di te e non ancora tutto dentro la macchina. Tra qualche mese la proporzione si sposta, e si sposta da sola.

Bolt: la guida completa al builder AI che gira dentro il tuo browser

Il 3 ottobre 2024 Eric Simons pubblica un tweet. Nessun budget di marketing, nessuna campagna, un link a un prodotto chiamato bolt.new costruito da una società che l’anno prima faceva ottantamila dollari di ricavi ricorrenti e stava per chiudere. Il primo giorno il prodotto aggiunge 60.000 dollari di ARR. Il secondo giorno altri 80.000, più di quanto StackBlitz avesse raccolto in sette anni di lavoro. In quattro settimane sono quattro milioni, a marzo 2025 quaranta.

Dentro quella storia c’è una lezione che riguarda poco l’AI e molto la pazienza industriale, e c’è la ragione tecnica per cui Bolt resta diverso dai suoi concorrenti. Questa è la terza e ultima guida della serie, dopo Lovable e Replit.

Sette anni di infrastruttura prima del successo improvviso

Simons e Albert Pai fondano StackBlitz nel 2017 per costruire un ambiente di sviluppo dentro il browser. Passano quattro anni su una tecnologia chiamata WebContainers: un kernel scritto in Rust, compilato in WebAssembly, che fa girare Node.js dentro la scheda del browser, senza server remoti. Funziona benissimo. Lo usano Google, Cloudflare, Uber per condividere ambienti di debug, e SvelteKit per i tutorial interattivi. I ricavi restano sotto il milione.

A febbraio 2024 i due prototipano l’idea di generare applicazioni con l’AI dentro quell’ambiente, e la mettono via perché i modelli disponibili non reggono. A giugno ottengono l’accesso anticipato a Claude 3.5 Sonnet di Anthropic, il primo modello capace di sostenere l’esperienza. Ci lavorano da luglio, pubblicano a ottobre. La crescita è tale da saturare temporaneamente la capacità di calcolo di Anthropic, e Dario Amodei la descrive come la più rapida mai vista in un cliente.

A gennaio 2025 StackBlitz raccoglie una Series B guidata da Emergence Capital e GV, con Greylock, Madrona e Conviction, per un totale di 135 milioni raccolti e una valutazione intorno ai 700 milioni. Simons ha definito il lancio un successo improvviso costruito in sette anni.

La cosa che mi interessa di questa vicenda è il rovescio di ciò che si racconta di solito sull’AI. Il modello ha reso possibile il prodotto, e il prodotto è stato possibile perché qualcuno aveva speso quattro anni su un problema che sembrava senza mercato.

Un computer intero dentro la scheda

Quando digiti un prompt su Bolt e premi invio, non parte una macchina virtuale su un cloud da qualche parte. Parte un ambiente Node.js dentro il tuo browser. L’agente scrive il codice, installa i pacchetti, esegue il server di sviluppo, e tu vedi l’anteprima girare mentre le modifiche arrivano. Il codice è editabile direttamente, con un editor derivato da VS Code, e questo rende Bolt il più tecnico dei tre strumenti della serie.

L’architettura ha una conseguenza economica che i concorrenti non hanno. Simons l’ha spiegata a Sacra: quando l’utente lancia un progetto, l’ambiente costa zero all’azienda, perché gira sul computer dell’utente. Bolt dichiara margini lordi intorno al settanta per cento, vicini a quelli di un SaaS tradizionale, ed è profittevole, mentre gli altri accendono container su infrastrutture a noleggio per ogni sessione. In un mercato dove tutti bruciano capitale sull’inferenza, questa è una posizione diversa, e per chi valuta la durabilità di un fornitore conta più di una demo.

Intorno al nucleo l’azienda ha costruito il resto. Bolt Cloud, arrivato ad agosto 2025, aggiunge hosting, database, autenticazione e funzioni serverless. Da allora ogni progetto include database interni illimitati, creati quando servono, con gestione utenti, funzioni edge, storage dei file, e l’integrazione con Supabase resta disponibile per chi la preferisce. C’è l’integrazione con Stripe per incassare pagamenti dalle app costruite, ci sono i domini acquistabili dalla piattaforma, e le analitiche del sito pubblicato.

Bolt ha smesso di inseguire i curiosi

Dopo il lancio, centinaia di migliaia di utenti consumer arrivano a costruire progetti personali, e se ne vanno con la stessa velocità. Simons ha raccontato che quel segmento aveva tassi di abbandono altissimi e costi di uscita prossimi allo zero, quindi l’azienda ha girato il timone verso i team di prodotto e ingegneria dentro le aziende, dove la retention somiglia a quella di un SaaS classico.

Oggi l’enterprise vale circa un quarto dei ricavi, il B2B nel suo complesso sta superando la metà, e Bolt dichiara che il 75 per cento delle Fortune 500 usa la piattaforma. A maggio 2026 è arrivata la partnership con Microsoft Azure e Microsoft 365, che aggiunge il Marketplace Microsoft ai canali di acquisto accanto a quello AWS, il deployment nativo su Azure, e l’integrazione con Teams e Microsoft 365 Copilot.

Questa traiettoria dice qualcosa a chi decide gli acquisti. Uno strumento che nasce per i curiosi e si sposta verso l’impresa smette di ottimizzare per la meraviglia dei primi quindici minuti e comincia a ottimizzare per il rinnovo del contratto, che è il momento in cui la sicurezza e la governance diventano argomenti di vendita invece che note a piè di pagina.

Sono i file a consumare i token

Il piano gratuito dà un milione di token al mese, con un tetto di trecentomila al giorno, progetti pubblici e privati, hosting con il marchio Bolt in vista, e un limite di dieci megabyte sui file caricati. Il piano Pro parte da 25 dollari al mese per dieci milioni di token, toglie il tetto giornaliero, il marchio, e aggiunge dominio personalizzato e condivisione privata. Il piano Teams costa 30 dollari per membro, con fatturazione centralizzata e controlli di accesso. Enterprise va a preventivo. Dal luglio 2025 i token non consumati si riportano al mese successivo, per un massimo di due mesi, e servono un abbonamento attivo per essere usati.

La particolarità sta in cosa mangia i token. Bolt sincronizza l’intero albero dei file del progetto con il modello a ogni messaggio, quindi il consumo non dipende dalla lunghezza della tua domanda, ma dalla dimensione di quello che hai costruito fino a quel momento. Una landing page da cinque file costa poco per prompt. Un’applicazione da cinquanta file costa molto, e continua a costare di più mano a mano che cresce. Gli utenti che spingono un progetto oltre una certa complessità riferiscono singoli prompt da un milione di token, cioè l’intero piano gratuito mensile in una richiesta.

L’effetto pratico è che i primi giorni sembrano economici e gli ultimi sembrano una rapina, quando invece il prezzo unitario non è mai cambiato. Chi lavora bene con Bolt tiene i progetti modulari, usa le modalità di discussione e pianificazione per ragionare senza generare, e parte dai template. I prezzi si verificano su bolt.new/pricing prima di ogni decisione.

La sandbox protegge finché il codice non esce

La sicurezza di Bolt va guardata in due tempi, perché la piattaforma e le applicazioni che produce hanno posture opposte.

Durante la costruzione l’isolamento è buono, forse il migliore della categoria. Il WebContainer è una sandbox del browser, il codice generato non ha un filesystem vero, non ha rete privilegiata, e qualunque server tu avvii è raggiungibile soltanto dalla tua scheda. Finché resti lì dentro, il danno che puoi fare a te stesso è limitato.

Il problema comincia quando quel codice esce. Il deploy va su un host reale, l’app si collega a un progetto Supabase reale, a chiavi Stripe reali, a utenti reali, e a quel punto ogni scelta predefinita che l’agente ha preso durante il prototipo diventa una superficie di attacco. Le forme ricorrenti sono sempre le stesse: tabelle pubblicate senza Row Level Security attiva, quindi leggibili da chiunque possieda la chiave anonima che sta nel bundle JavaScript, chiavi API scritte dentro il codice del frontend e trovate dagli scanner automatici nelle prime ore dopo la pubblicazione, endpoint generati per fare operazioni sui dati senza un controllo su chi possiede quel dato, funzioni serverless senza limiti di frequenza sulle chiamate.

Bolt genera frontend, backend, schema del database e collante tra i servizi nella stessa sessione, e ogni strato è un posto dove un controllo di sicurezza viene saltato perché nessuno lo aveva chiesto nel prompt. Questo lo rende più esposto di uno strumento che genera solo interfacce, come v0. Scansioni indipendenti su oltre mille applicazioni costruite con questi strumenti hanno trovato problemi nella quasi totalità dei casi, con una quota rilevante di falle critiche, e i campioni includevano Bolt insieme a Lovable, Replit e v0, come documenta lo studio di Security Boulevard.

C’è un rischio più recente che vale la pena conoscere. I modelli suggeriscono a volte pacchetti npm che non esistono, e gli attaccanti registrano in anticipo quei nomi con dentro codice malevolo, aspettando che qualcuno installi la dipendenza allucinata. Un controllo delle dipendenze dopo ogni aggiunta smette di essere pignoleria.

Le regole per chi porta la responsabilità in azienda sono poche. Ogni file generato va trattato come se fosse pubblico. Ogni chiave passata dalla piattaforma va considerata compromessa e ruotata. La Row Level Security va attivata e verificata a mano, senza chiedere conferma all’AI che ha scritto il codice, perché il modello vede il file che gli mostri, non il controllo che hai dimenticato altrove. E la verifica va fatta sull’applicazione pubblicata, non sull’anteprima nella sandbox.

Il vecchio agente ha una data di spegnimento

Ad aprile 2026 Bolt ha ritirato il suo agente storico. Dal 13 aprile non è più selezionabile per i nuovi progetti, e dal 3 agosto 2026 i progetti costruiti con la vecchia versione, e i siti che ne derivano, smetteranno di essere accessibili: vengono commutati automaticamente su Claude Agent, che nel frattempo è diventato il motore predefinito della piattaforma. Chi passa a mano perde la cronologia della chat, mentre file e codice restano.

Il modello predefinito oggi è Claude Sonnet 4.6, con Haiku 4.5 per le modifiche rapide e Opus 4.6 per il ragionamento complesso. Si può guidare il contesto del progetto con un file claude.md, la stessa convenzione che chi lavora con Claude Code conosce bene.

Vale la pena fermarsi su questa scadenza, perché è il tipo di evento che nessuna demo racconta. Un fornitore giovane può decidere che una parte della tua storia di lavoro non è più supportata, fissare una data, e migrarti d’ufficio. Il codice resta tuo, ed è la ragione per cui la portabilità va verificata prima di costruirci sopra, non dopo aver ricevuto la mail.

Dove si colloca rispetto a Lovable e Replit

Bolt è lo strumento più vicino allo sviluppatore dei tre. Ti lascia le mani nel codice, supporta più framework, gira interamente nel browser, e il suo modello di costo premia i progetti piccoli e modulari. Lovable arriva prima a un’applicazione web presentabile ed è la più amichevole con chi non scrive codice. Replit è l’ambiente più completo, con terminale, database gestito, deployment sofisticati e app mobili native, ed è la risposta quando il progetto deve girare in produzione da qualche parte.

Chi sceglie Bolt di solito è una persona che sa cosa sta guardando quando apre un file, e vuole che l’AI faccia la parte noiosa. Chi sceglie gli altri due sta comprando qualcosa che assomiglia di più a un servizio completo. Le tre guide stanno insieme nella sezione AI e GenAI.

Il primo progetto

Si parte dal piano gratuito, senza carta di credito, con un milione di token che bastano per capire il meccanismo e costruire qualcosa di piccolo. La prima cosa da fare è restare in modalità discussione o pianificazione finché l’impianto non è chiaro, perché ogni giro di generazione su un progetto già grande costa più del precedente.

Poi si costruisce, tenendo i moduli separati e i file corti, che qui è una scelta economica prima che architetturale. Quando servono dati e autenticazione si usa il database integrato oppure Supabase, e si attiva la Row Level Security prima di mettere qualunque cosa online. Prima di pubblicare si cerca nel bundle compilato ogni traccia di chiavi segrete, si sposta il codice che chiama servizi a pagamento dentro una funzione lato server, e si prova l’applicazione pubblicata come se fosse di qualcun altro.

Dove regge, dove rallenta

Bolt è eccellente per portare in mezz’ora un’idea allo stato di prototipo funzionante, dentro una scheda del browser, senza installare niente. Landing page, strumenti interni, MVP, applicazioni che devono esistere in fretta per essere mostrate a qualcuno: su questo terreno è veloce come pochi, e la portabilità del codice ti lascia una via d’uscita. Dove rallenta è dove rallentano tutti, con l’aggravante del suo modello di costo: quando il progetto cresce, ogni prompt costa di più e l’agente perde il filo del contesto, e la tentazione di continuare a chiedere invece di mettere le mani nel codice diventa la voce più cara della fattura.

Per chi guida la tecnologia in azienda, Bolt è un caso di studio su due livelli. Sul primo è uno strumento che accorcia il ciclo dall’idea al prototipo mantenendo il codice leggibile e trasportabile, e questa è una virtù rara. Sul secondo è la dimostrazione che un’architettura scelta bene sette anni prima decide chi resta in piedi quando il costo dell’inferenza schiaccia i margini di tutti. Il mestiere di chi sa leggere il codice non scompare, si sposta verso la revisione, la sicurezza, e la scelta di quale fornitore meriti la propria dipendenza.

Senza dubbio tra un anno questi strumenti saranno più capaci e i loro margini più chiari. La domanda che resta aperta riguarda la data del 3 agosto: quando un fornitore decide che una parte del tuo lavoro non esiste più, quanto del tuo lavoro sei ancora in grado di portare via?


Riferimenti.

Ufficiali: sito Bolt, piani e prezzi, note di rilascio con il calendario del ritiro del vecchio agente.

Azienda e crescita: la scheda di Contrary Research su Bolt; l’intervista di Sacra a Eric Simons su margini, WebContainers e virata verso il B2B; la scheda Sacra su Bolt.new per finanziamenti e migrazione dell’agente.

La storia del lancio, raccontata da Simons: la puntata di Lenny’s Newsletter.

Sicurezza della categoria: studio Security Boulevard sulle vulnerabilità nelle app vibe coded.

Model router: come funziona il middleware che smista le richieste AI

Tra l’applicazione e i modelli è comparsa una casella che diciotto mesi fa non esisteva. Si chiama model router, intercetta ogni richiesta e decide quale modello deve rispondere prima che la richiesta parta, e nel giro di pochi mesi ha sviluppato un mercato suo, con prodotti commerciali, progetti open source e paper accademici che se la contendono.

Il 2 luglio scrivevo che il router viene prima del modello, riprendendo un’osservazione di Tomasz Tunguz: la logica di instradamento, non il modello scelto per ultimo, determina costi, latenza e chi resta padrone dell’infrastruttura. Quel pezzo era la tesi. Questo è la mappa: come quella casella si costruisce dentro, chi la vende già pronta, e il vincolo che quasi nessuno disegna nel diagramma.

Regole scritte a mano, regole imparate

Le architetture di model router in circolazione si riducono a quattro famiglie, e conoscerle serve perché ognuna sposta il compromesso tra costo, latenza e qualità in un punto diverso.

La più semplice è quella euristica: regole fisse, parole chiave, lunghezza del prompt. Se la richiesta contiene una query SQL, va dritta a un modello da codice, senza che nessun classificatore si accenda. Costa niente e si spiega in una riga, e si rompe appena il traffico esce dai casi previsti da chi ha scritto le regole.

Il gradino successivo è il router appreso, un classificatore leggero, di solito su embedding, che predice quale modello renderà meglio su quella richiesta in base a valutazioni storiche. Qui la qualità del model router dipende interamente dalla qualità dei dati di valutazione con cui è stato addestrato, e questa dipendenza pesa più di qualunque scelta di algoritmo.

Poi ci sono le cascate, che rovesciano la logica: si prova prima il modello economico, un validatore controlla la risposta, e solo se il controllo fallisce la richiesta sale al modello più potente. E infine gli ensemble, dove più modelli lavorano in parallelo sulla stessa richiesta e un giudice algoritmico sintetizza o sceglie. La cascata ottimizza il costo accettando qualche giro in più di latenza, l’ensemble ottimizza la qualità accettando di pagare ogni risposta tre o quattro volte.

Il model router diventa un prodotto da scaffale

Fino a poco fa questa casella la scrivevi in casa. Adesso la compri. OpenRouter ha portato in produzione a giugno Fusion, la versione a scaffale dell’ensemble: la tua richiesta va a un pannello di modelli in parallelo e un giudice fonde le risposte. Sul benchmark di deep research DRACO di Perplexity, un pannello economico composto da Gemini 3 Flash, Kimi K2.6 e DeepSeek V4 Pro ha segnato 64,7%, sopra GPT-5.5 da solo (60,0%) e Opus 4.8 da solo (58,8%), a circa metà del costo della configurazione di punta. Il dato che trovo più istruttivo è un altro, sepolto nello stesso annuncio: fondere Opus 4.8 con sé stesso alza il punteggio da 58,8 a 65,5. È la sintesi a produrre valore, non solo la diversità dei modelli.

Sul versante dei router appresi, Not Diamond vende l’addestramento su misura: carichi i tuoi prompt, i modelli provati e i punteggi delle tue valutazioni, e ne esce un router calibrato sui tuoi criteri, comprese le regole di formattazione o le convenzioni di codice che nessun benchmark pubblico misura. Il prodotto, in pratica, è la trasformazione dei tuoi dati di valutazione in una politica di instradamento.

La via che resta in casa

Chi non vuole un intermediario tra sé e i modelli, per latenza o per riservatezza dei dati, ha alternative open source che nell’ultimo semestre sono maturate in fretta.

NadirClaw è un proxy locale compatibile con l’API OpenAI che parte da un’osservazione empirica: nelle sessioni di sviluppo assistito, il 60-70% dei prompt sono operazioni semplici, letture di file, formattazioni, domande brevi, e non hanno bisogno di un modello premium. Un classificatore su embedding decide in una decina di millisecondi, un motore di ottimizzazione sfronda schemi di strumenti gonfi e array ridondanti prima dell’invio, tagliando il peso in token dal 30 al 70%, e sui benchmark RouterArena il profilo a cascata predefinito segna 0,7358 riducendo la spesa API fino al 70%. Gira sulla tua macchina, con le tue chiavi, e nessuna piattaforma di mezzo può cambiarti le condizioni.

Il fronte accademico spinge un passo oltre. Agent-as-a-Router, il paper dietro il framework ACRouter, parte da una diagnosi precisa: i router statici falliscono per deficit di informazione, decidono una volta e non imparano mai dal risultato. La risposta è un ciclo continuo in cui un orchestratore leggero instrada la richiesta usando lo storico di prestazioni conservato in una memoria interna, e un verificatore valuta l’esito con metriche oggettive, i test unitari sul codice generato per esempio, riscrivendo il risultato nella memoria come esperienza. Il router accumula esperienza fondata sull’esecuzione reale, ed è la stessa architettura del ciclo notturno che descrivevo nel pezzo di luglio, formalizzata e messa alla prova contro modelli di frontiera.

Per chi lavora con l’inferenza dentro il perimetro aziendale, ed è il terreno su cui costruiamo LocalAI, questa famiglia di strumenti è quella che conta: il routing self-hosted è ciò che rende sostenibile l’ibrido, i modelli locali per la maggioranza del traffico, il cloud per ciò che lo giustifica davvero.

Funziona dove il risultato si può misurare

Tutte queste architetture, dalla cascata al ciclo di ACRouter, si reggono su un presupposto che i diagrammi non mostrano: che esista un segnale oggettivo per dire se una risposta è buona. Il codice passa i test o non li passa, il JSON rispetta lo schema o non lo rispetta, la stringa si estrae o no. Dove il segnale è binario, il validatore della cascata sa quando scalare, il verificatore sa cosa scrivere in memoria, e il router impara.

Dove il segnale non c’è, tutto l’impianto si affloscia. Valutare un testo di marketing, un brainstorming aperto, una sintesi il cui pregio è il taglio e non la correttezza: su questi compiti la verifica automatica è debole, e un model router che non sa distinguere una risposta buona da una mediocre instrada alla cieca, con in più il pedaggio di latenza che le catene a cascata e i cicli di validazione si portano dietro per costruzione. Il router aggiunge un premio di complessità allo stack, e non ripara la logica applicativa rotta o il prompting fatto male: sposta i compiti giusti sui modelli giusti, a condizione che qualcuno gli abbia insegnato a riconoscerli.

Il registro dei prompt vale più del modello

Resta la parte che riguarda chi decide, non chi implementa. Il panorama dei modelli cambia ogni settimana, i prezzi per token continuano a scendere, e qualunque scelta di modello fatta oggi sarà rivedibile tra un trimestre. Le due cose che invece restano, e si apprezzano nel tempo, sono i dataset di valutazione interni e lo storico dei prompt con i loro esiti. Sono il carburante di ogni model router appreso, di ogni cascata calibrata, di ogni memoria alla ACRouter, e nessun fornitore può venderteli perché descrivono il tuo lavoro, non il suo.

L’avevo scritto parlando del vantaggio che si accumula in memoria, e il routing ne è la dimostrazione infrastrutturale: un’organizzazione che non registra cosa ha chiesto ai modelli e come è andata non potrà mai instradare bene, con nessuno strumento, comprato o costruito. Il processo di valutazione viene prima del router, come il router viene prima del modello. E mentre l’AI bill shock spinge tutti a cercare la casella magica che abbatte il conto, i dati che servirebbero ad addestrare il vostro model router si stanno raccogliendo adesso, oppure non si stanno raccogliendo affatto. Chi li registra oggi, tra un anno instraderà sulla propria esperienza. Gli altri affitteranno quella di qualcun altro.


Riferimenti: OpenRouter, Surpassing Frontier Performance with Fusion; Zhou et al., Agent-as-a-Router: Agentic Model Routing for Coding Tasks (arXiv); NadirClaw su GitHub; Not Diamond.

Scrivere con l’AI senza sparire: la voce come ultima cosa da non cedere

Ogni testo che pubblico passa da un controllo che ho costruito apposta per smascherare una cosa sola: quanto suona scritto da una macchina. È uno script che conta i trattini lunghi, le triadi, le frasi a bilanciere da otto-quindici parole, le aperture valutative, le formule che fingono sincerità. Se il pezzo le contiene, lo riscrivo. Lo faccio perché ho imparato, sulla mia scrittura, che l’AI non ti ruba le parole di colpo. Te le leviga, una alla volta, finché il testo è perfetto e non sei più tu.

Questa è la trappola di cui quasi nessuno parla mentre celebra la produttività. La scrittura AI funziona benissimo, ed è proprio per questo che è pericolosa.

Il testo che scorre liscio e non lascia niente

C’è una categoria di contenuti che è esplosa negli ultimi due anni. Post che scorrono via lisci, articoli ben impaginati, paragrafi che cominciano e finiscono dove ti aspetti. Non c’è un errore, non c’è un inciampo, non c’è una frase che ti faccia fermare. E non resta niente. Li ho sentiti chiamare vampiri di attenzione: ti prendono il tempo di lettura e non ti restituiscono un pensiero.

Il meccanismo è semplice. Un modello linguistico produce la sequenza di parole più probabile dato il contesto. Più probabile significa più media, più levigato, più simile a tutto il resto già scritto su quell’argomento. Quando deleghi la scrittura al modello senza intervenire, ottieni la media statistica di ciò che esiste. Corretta, presentabile, anonima. Il testo perde esattamente la cosa per cui valeva la pena scriverlo: la deviazione personale dalla media, l’angolo che solo tu avevi.

Quando lo strumento aiuta davvero

Sarebbe disonesto demonizzarlo. L’AI come supporto alla scrittura è una conquista reale, soprattutto per chi con le parole fatica. Conosco persone brillanti che hanno idee migliori delle mie e si bloccano davanti a una pagina bianca, intimidite dalla forma. Per loro il modello è una stampella che permette di camminare, un modo per tirare fuori un pensiero che altrimenti resterebbe muto.

C’è una differenza enorme, però, tra usare lo strumento per dare forma a un pensiero che è tuo e usarlo per generare il pensiero al posto tuo. Nel primo caso parti da qualcosa, una tesi, un’intuizione, un fastidio, e chiedi aiuto a strutturarlo. Nel secondo apri la chat senza avere niente da dire e lasci che sia la macchina a riempire il vuoto. Il risultato somiglia, sulla pagina. Il processo è opposto, e si vede col tempo: chi parte sempre dal vuoto smette di allenare la capacità di produrre pensiero.

La scrittura AI come impostazione predefinita

Il problema non sta nell’esistenza dello strumento. Sta nella sua trasformazione in default. Apri un documento, e il modello suggerisce già il paragrafo. Scrivi una mail, e c’è il completamento pronto. Devi fare un post, e in tre secondi ne hai cinque versioni. La frizione che prima esisteva tra l’idea e la sua messa in parole è quasi sparita, e quella frizione non era solo un costo: era il momento in cui pensavo.

Scrivere è sempre stato un modo per scoprire cosa penso davvero. Lo capisco mentre lo metto giù, sbaglio, cancello, mi accorgo che la tesi di partenza era debole e la cambio. Quel lavoro sporco è il pensiero che si forma. Se lo salto, se accetto la prima versione plausibile che la macchina mi serve, ottengo il testo ma perdo la scoperta. E perdere la scoperta, ripetuto mille volte, significa diventare un editor di idee altrui invece che un autore delle proprie.

C’è uno strato sottile dove la persona e la macchina si toccano, e la scrittura è uno dei punti dove quel contatto è più intimo, perché le parole con cui scriviamo sono anche le parole con cui pensiamo. Cederle del tutto non è una scelta di efficienza neutra, tocca qualcosa di più profondo.

La voce come asset, non come vezzo

Per chi scrive per lavoro, e parlo anche di aziende, c’è una posta concreta. La voce riconoscibile è un asset. È ciò che fa sì che un lettore distingua un tuo testo da quello di chiunque altro, che si fidi, che torni. Quando un’organizzazione delega tutta la produzione di contenuti al modello senza mantenere una voce umana, accumula quello che chiamo debito di autorialità: tutto è coerente e nessuno è più riconoscibile.

Si paga al momento peggiore. Una crisi reputazionale, una negoziazione difficile, un messaggio che deve arrivare davvero, e scopri che non c’è più nessuno in azienda capace di scrivere con una voce che le persone ascoltano. Hai esternalizzato la cosa che ti rendeva distinguibile, e quando ti serve non c’è.

Il mio audit anti-pattern nasce da qui. Non rifiuto l’AI, ci lavoro ogni giorno. Pretendo che il testo passi attraverso di me, che la prima stesura non sia mai l’ultima, che resti una deviazione mia dalla media che il modello produce. Costa attrito, ed è esattamente l’attrito che voglio tenere: la produttività di oggi non deve comprarsi la perdita della voce di domani.

Cosa tenere e cosa cedere

La regola che mi sono dato è semplice. Cedo al modello la fatica meccanica, la prima impalcatura, la ricerca, la correzione. Tengo per me la tesi, l’angolo, la voce, il giudizio su cosa vale la pena dire. Lo strumento amplifica la parte che è già mia, non la sostituisce.

Vale per una persona e vale per un’azienda. La scrittura non è un costo da abbattere fino a zero, è un esercizio che mantiene viva una capacità, individuale e collettiva, di pensare con parole proprie. Una capacità che, come tutte, si atrofizza se smetti di usarla: è il muscolo che rischiamo di perdere proprio mentre crediamo di averlo potenziato. Il test è semplice, e vale la pena farlo prima di pubblicare: se dietro un testo uscito perfetto in tre secondi c’è ancora qualcuno, o solo la media di tutto quello che è già stato scritto.


Riflessione sviluppata a partire da un testo sull’uso acritico dell’intelligenza artificiale nella scrittura.

Replit: la guida completa all’agente AI che costruisce e manda online un’app

Il 12 luglio 2025 Jason Lemkin, fondatore di SaaStr, racconta su X che l’agente AI di Replit ha cancellato il suo database di produzione durante un blocco delle modifiche. Dentro c’erano i record di 1.206 dirigenti e di quasi 1.200 aziende, raccolti in mesi di lavoro. Poi l’agente gli comunica che il ripristino è impossibile, che ha distrutto tutte le versioni del database. Era falso, il rollback funzionava, e Lemkin recupera i dati da solo.

Otto mesi dopo la stessa azienda chiude un round da 400 milioni di dollari a una valutazione di nove miliardi, e dichiara che l’85 per cento delle aziende Fortune 500 ha qualcuno che costruisce su Replit. Le due cose convivono, ed è la ragione per cui questa guida esiste. È la seconda di tre, dopo quella dedicata a Lovable, e prima di quella su Bolt.

Da editor nel browser a valutazione da nove miliardi

Replit nasce nel 2016 attorno a un’idea poco spettacolare: togliere l’attrito che sta prima del codice. Niente installazioni, niente configurazione dell’ambiente locale, apri una scheda del browser e scrivi. Per anni è stato questo, un posto dove imparare a programmare e condividere un progetto in un clic, con un modello di ricavi modesto costruito sugli abbonamenti.

L’agente cambia il mestiere dell’azienda. Il primo Replit Agent arriva a settembre 2024, Agent 3 a settembre 2025, Agent 4 a marzo 2026. In mezzo la curva dei ricavi si stacca dal grafico. A settembre 2025 l’azienda raccoglie 250 milioni a una valutazione di 3 miliardi e dichiara di viaggiare verso i 150 milioni di ricavi annualizzati. L’11 marzo 2026 arriva la Series D da 400 milioni guidata da Georgian, valutazione 9 miliardi, il triplo in sei mesi, con dentro Andreessen Horowitz, Coatue, Craft Ventures, Y Combinator, Databricks Ventures, e come investitori individuali Shaquille O’Neal e Jared Leto. Amjad Masad, che l’azienda l’ha fondata, diventa miliardario sulla carta.

I numeri che Replit dichiara oggi sono oltre 50 milioni di utenti, l’85 per cento delle Fortune 500 con almeno un utilizzatore interno, e l’obiettivo di un miliardo di ricavi ricorrenti entro la fine del 2026. Tra i clienti enterprise compaiono Atlassian, PayPal, Zillow, LabCorp, Adobe. Masad ha raccontato che il CMO dei Minnesota Vikings prototipa con Replit le idee di partnership, e che Shaq ci ha costruito la sua app di quiz sportivi.

C’è un dettaglio che vale più di tutta la lista. Un’azienda che passa da valutazione 3 a 9 miliardi in sei mesi sta comprando tempo per capire cosa diventerà da grande, e chi la adotta in azienda sta scommettendo su quella traiettoria insieme a lei.

Un ambiente completo dentro una scheda del browser

Replit non genera soltanto codice, ospita l’intero ciclo di vita. Scrivi cosa vuoi, l’agente pianifica, apre i file, installa le dipendenze, esegue il progetto, corregge gli errori che vede nei log, collega un database Postgres, e pubblica su un URL raggiungibile. Editor, container Linux, anteprima e deploy convivono nella stessa scheda.

Questa è la differenza sostanziale rispetto ai builder che si fermano alla generazione. Le opzioni di pubblicazione sono quattro, e la scelta pesa sul conto: autoscale, che paga per richiesta, macchine virtuali riservate con un costo mensile prevedibile, deployment programmati, hosting statico. Il database Postgres è dentro la piattaforma, insieme allo storage per i file e a un archivio chiave-valore, e ogni riga di quel consumo attinge dallo stesso portafoglio di crediti da cui attinge l’AI.

Agent 4, arrivato sul web a marzo 2026, fa girare più agenti in parallelo sullo stesso progetto e aggiunge una tela di design su cui lavorare visivamente. Gli output non sono più solo applicazioni web: ci sono app mobili native, presentazioni, applicazioni di analisi dati, animazioni. Sull’iPhone Agent 4 è arrivato a maggio 2026, dopo quattro mesi di braccio di ferro con la revisione dell’App Store, che è un dettaglio istruttivo su cosa significhi costruire strumenti generativi dentro ecosistemi chiusi.

Quando la barriera tra un’intenzione e un software funzionante si assottiglia fino a una frase, quello che si sposta è il punto in cui serve competenza. In Pelle Digitale ho provato a raccontare questa mediazione che si fa sempre più sottile e sempre più opaca, e un ambiente che scrive, esegue e pubblica senza che nessuno legga una riga è la sua versione più letterale.

Quanta autonomia dare all’agente

L’agente si può tenere al guinzaglio corto o lasciare correre. Le modalità hanno nomi commerciali che dicono poco, Lite, Economy, Power, con Turbo per andare più veloce, e la sostanza è quanta capacità di ragionamento e quanto tempo di esecuzione autonoma stai comprando per quel compito. Sul piano Pro puoi lanciare fino a dieci agenti insieme, ognuno su una parte diversa dell’applicazione.

Poi c’è la modalità che nasce da un incidente, ed è quella di sola pianificazione, dove l’AI ragiona con te, risponde, propone un impianto, e non tocca niente. Conviene passare da lì prima di ogni sessione seria di costruzione, per la stessa ragione per cui si guarda una planimetria prima di abbattere un muro.

La regola pratica che emerge da chi lavora davvero con questi strumenti è che l’autonomia va concessa in proporzione inversa al valore di quello che l’agente può rompere. Su un prototipo vuoto, massima. Su un sistema che tocca dati veri, minima, con un umano che approva ogni operazione distruttiva.

Il prezzo è a sforzo, e lo sforzo lo decide Replit

Il piano Starter è gratuito e serve a capire se lo strumento fa per te, con crediti giornalieri limitati, progetti pubblici, e un tetto sui minuti di sviluppo. Il piano Core costa 25 dollari al mese, circa 20 con fatturazione annuale, e include 25 dollari di crediti mensili, l’accesso all’agente, fino a cinque collaboratori. A febbraio 2026 Replit ha ritirato il vecchio piano Teams e ha introdotto Pro: cento dollari al mese in tutto, fino a quindici persone, crediti che si riportano al mese successivo, agenti in parallelo. Enterprise va a preventivo e porta SSO, log di audit, controlli di governance.

Sotto i piani lavora un meccanismo diverso. A metà 2025 Replit ha abbandonato il modello a checkpoint, dove ogni intervento dell’agente costava una cifra fissa di 25 centesimi, per passare a un prezzo basato sullo sforzo. Un’operazione semplice può costare sei centesimi, una complessa diversi dollari. Chi stabilisce quanto sforzo serve è la piattaforma, non tu, e questo produce un effetto che gli utenti hanno segnalato subito: una richiesta vaga come “migliora l’interfaccia” costa molto più di “aggiungi un pulsante per ordinare la tabella”, perché l’agente si mette a esplorare. Diversi utenti hanno riferito costi fino a quattro volte superiori rispetto al modello precedente per gli stessi lavori.

I crediti mensili non coprono solo l’AI. Coprono anche l’hosting dell’app, il calcolo del database, lo storage, il traffico in uscita. Uno sviluppatore che tiene online un’applicazione mediamente frequentata mentre continua a costruirci sopra può esaurire i 25 dollari del piano Core a metà mese, e da lì in poi tutto viene addebitato senza che nessuno ti avvisi, perché non esiste un tetto di spesa predefinito. Le testimonianze di conti tra i cento e i trecento dollari al mese su un abbonamento da venticinque sono numerose. Lemkin, nella settimana in cui costruiva il prototipo che gli sarebbe stato cancellato, aveva speso 607 dollari e 70 di extra sopra il suo piano da 25.

I prezzi cambiano spesso, e nell’ultimo anno sono cambiati tre volte tra checkpoint, sforzo e ristrutturazione dei piani. La pagina ufficiale su replit.com/pricing è l’unica fonte da guardare prima di firmare qualsiasi cosa.

Il giorno in cui l’agente ha cancellato il database di produzione

Torniamo a luglio 2025, perché quella storia contiene tutto quello che serve sapere sulla governance di questi strumenti.

Lemkin stava costruendo da nove giorni. Aveva dichiarato un blocco del codice e delle azioni, la procedura con cui si congela un sistema per impedire modifiche. Lo aveva scritto all’agente, secondo il suo racconto, undici volte, in maiuscolo. All’ottavo giorno l’agente esegue comunque un comando non autorizzato e svuota il database di produzione. Interrogato, spiega di essere andato nel panico davanti a quelle che sembravano tabelle vuote. Definisce il proprio comportamento un fallimento catastrofico, e quando Lemkin gli chiede di dare un voto alla gravità di quanto fatto, su cento risponde 95.

Non finisce lì. L’agente aveva anche popolato un database di quattromila persone inesistenti, dati inventati che coprivano bug invece di segnalarli, e sul ripristino aveva detto una cosa non vera. Lemkin scriverà poi che non esiste modo di imporre un blocco del codice in strumenti come questo, e che pochi secondi dopo aver pubblicato quella frase l’agente ha violato di nuovo il blocco.

Amjad Masad risponde pubblicamente in due giorni. Scrive che l’accaduto è inaccettabile e non dovrebbe mai essere possibile, offre un rimborso, annuncia un postmortem. Replit introduce la separazione automatica tra database di sviluppo e di produzione, migliora i sistemi di rollback, costruisce la modalità di sola pianificazione. Sono le cose giuste, arrivate dopo.

Per chi porta la responsabilità della sicurezza in azienda, questa vicenda insegna tre cose che nessun aggiornamento di prodotto cancella. La prima è che un agente autonomo con accesso in scrittura a un sistema di produzione è un rischio operativo, e va trattato con la stessa serietà con cui si tratta un collaboratore esterno a cui si darebbero le credenziali. La seconda è che le istruzioni in linguaggio naturale non sono un controllo di accesso, un blocco dichiarato nella chat vale quanto un cartello di divieto su una porta aperta, e i permessi vanno imposti dall’infrastruttura, dai backup, dalla separazione degli ambienti. La terza riguarda quello che il modello racconta di sé: quando l’agente ha dichiarato che il rollback era impossibile, stava producendo testo plausibile, e Lemkin ha ritrovato i dati perché ha verificato invece di credergli.

Vale anche per il resto della categoria. Scansioni indipendenti su oltre mille applicazioni costruite con strumenti di vibe coding hanno trovato problemi di sicurezza nella quasi totalità dei casi, e i campioni comprendevano Replit insieme a Lovable, Bolt e v0. Chi vuole vedere il metodo lo trova nello studio di Security Boulevard.

Dove si colloca rispetto a Lovable e Bolt

La scelta dipende da cosa devi spedire e da chi sei. Replit è l’ambiente più completo dei tre, l’unico che ti dà un computer vero nel browser, con terminale, database, deploy gestito e app mobili native tra gli output, quindi è la risposta giusta quando il progetto ha bisogno di girare, non solo di esistere. Lovable è più amichevole per chi non scrive codice e arriva prima a un’applicazione web presentabile, con un flusso pensato per designer e fondatori non tecnici. Bolt, costruito sopra StackBlitz, gira dentro il browser dell’utente e piace agli sviluppatori che vogliono mettere le mani nel codice.

Il rovescio della completezza di Replit è che ti espone a decisioni che gli altri ti nascondono, sul tipo di deployment, sul database, sui limiti di traffico, e ogni decisione ha un costo che compare in fattura. Chi non sa cosa sta scegliendo pagherà per scoprirlo. Tutte e tre le guide della serie stanno nella sezione AI e GenAI del blog.

Il primo progetto

Si parte dal piano gratuito, senza carta. Prima di lasciar costruire conviene fermarsi in modalità di pianificazione e descrivere l’applicazione con precisione, cosa fa, chi la usa, quali schermate esistono, quali dati tocca, perché la qualità di quella descrizione determina quanti crediti brucerai per correggere il tiro dopo. Poi si passa all’agente per la generazione vera, tenendo d’occhio il contatore.

Quando il progetto tocca dati veri valgono tre regole. Ambiente di sviluppo separato da quello di produzione, sempre, e verificato a mano. Nessun segreto di produzione dentro la piattaforma, che va considerata un ambiente non fidato. Backup fuori da Replit, perché il rollback di un fornitore è una comodità, non una garanzia. Quando l’app va online, si sceglie il tipo di deployment guardando il traffico atteso, e si mette un limite di spesa mentale prima di averne uno tecnico.

Dove regge, dove rallenta

Replit è straordinario per chiudere in un pomeriggio la distanza tra un’idea e qualcosa che gira per davvero, con un URL da mandare a qualcuno. Prototipi, strumenti interni, dashboard, applicazioni mobili di servizio, esperimenti che sarebbero morti in una presentazione: su questo terreno vale ogni centesimo, e mette una persona non tecnica nella condizione di consegnare qualcosa di vivo. Dove rallenta lo sappiamo: la logica complessa richiede molti giri, i costi diventano imprevedibili quando il debug si allunga, e ogni applicazione che tocca dati sensibili o regolati ha bisogno di una revisione fatta da chi sa leggere il codice prima di vedere la luce.

Per chi guida la tecnologia, il conto da fare non è sul prezzo del piano. È sulla superficie di rischio che si apre quando uno strumento capace di scrivere, eseguire e cancellare vive dentro l’azienda senza che nessuno abbia deciso dove può arrivare. Il mestiere di chi sa leggere il codice si sposta verso la revisione, la sicurezza, il disegno dei confini entro cui l’agente può muoversi. Quei confini li deve mettere una persona, perché l’agente non se li mette da solo, e la storia di luglio 2025 è la prova sperimentale.

Senza dubbio i prossimi agenti saranno più prudenti, più veloci e più capaci di quelli di oggi. La domanda che resta aperta riguarda noi: quando uno strumento sbaglia e poi ci racconta di non aver sbagliato, chi in azienda ha ancora la competenza per accorgersene?


Riferimenti.

Ufficiali: sito Replit, piani e prezzi, annuncio del round da 400 milioni.

Azienda e finanziamenti: TechCrunch sulla Series D da 400 milioni a 9 miliardi; scheda Sacra su Replit per ricavi, agenti e prezzi a sforzo.

L’incidente del database: la ricostruzione di Fortune, la cronologia del Register, la scheda nell’AI Incident Database.

Sicurezza della categoria: studio Security Boulevard sulle vulnerabilità nelle app vibe coded.

Governare il significato: l’ontologia, l’infrastruttura invisibile dell’AI in azienda

La parola “cliente” significa tre cose diverse allo stesso tavolo. Finché a leggerla siamo noi non è un problema. Quando a leggerla è un agente che decide, lo diventa. È da qui che parte Govern Meaning, il primo degli AI Strategy Papers di ZeroFive, e questa ne è la versione breve.

Prendi la parola “cliente” in una riunione dove siedono vendite, finanza e supporto. Per il commerciale è chiunque abbia lasciato un’email, per la finanza è un’entità fatturata, per il supporto è chi ha diritto ad aprire un ticket. Tre definizioni, una parola sola, e ogni numero costruito su quella parola porta dentro l’ambiguità senza dichiararla.

Finché a leggere quei dati siamo noi, il malinteso si assorbe: aggiustiamo a mente, chiediamo conferma. Il problema nasce quando a leggerli mettiamo una macchina che deve rispondere, decidere, agire. La macchina non aggiusta a mente. Prende la definizione che trova, la applica con sicurezza, e ti restituisce una retention, un’esposizione al rischio, una lista di destinatari, senza sapere che quella definizione ne conteneva altre due dentro.

Ecco perché la parola d’ordine del momento, ontologia, non è una moda da convegno. È la struttura del significato su cui poggia davvero l’AI in azienda, e decide se un sistema ragiona o indovina.

Ancorare il modello: dal plausibile al verificato

Un modello linguistico è straordinario a produrre testo plausibile, e non è progettato per essere corretto. Sono due qualità diverse, e le confondiamo di continuo perché il testo plausibile, quando lo leggiamo, ci sembra corretto.

Un “probabilmente corretto” va benissimo quando suggerisci un film. Non va bene nella manifattura, nell’antifrode, in finanza, in medicina, dove una risposta sbagliata detta con sicurezza costa denaro, conformità, a volte vite. Lì serve un ancoraggio: il modello resta l’ultimo passo, non il primo, e il ragionamento vero avviene prima, sulla struttura. L’ontologia dà il significato, il knowledge graph dà i fatti veri di adesso, e il modello si limita a mettere in linguaggio una risposta già verificata. Vietare che le cuffie diventino impermeabili è un vincolo scritto una volta, non un vezzo, e blocca il fatto invalido prima che il modello parli.

Dopo la qualità del dato viene la struttura

Per vent’anni abbiamo lavorato sulla qualità del dato. Giusto, e non è finito, però il vincolo si è spostato di un gradino. La qualità dice se un’informazione è affidabile, la struttura dice alla macchina cosa quell’informazione significa e come le cose si relazionano. Sono due domande diverse, e il ragionamento vive nella seconda.

L’esempio che uso ai tavoli è il piano dei conti. Nessuna azienda seria lascia decidere per caso cosa è ricavo e cosa è costo: lo custodisce, lo governa, lo difende. Le definizioni delle entità in un grafo, cosa è un cliente, un prodotto, un fornitore, hanno oggi lo stesso peso del piano dei conti, ma su una superficie molto più larga, perché toccano i numeri che riporti, gli obblighi in cui incappi, le persone che un sistema di AI tratterà come bersaglio di una decisione. Il chart of entities è il nuovo chart of accounts.

Governare il significato

Presa sul serio, la parola ontologia porta molto lontano dalla scelta di un prodotto o di un database. Porta in sala del consiglio, perché le decisioni vere riguardano chi possiede le definizioni, e le definizioni vincolano tutto ciò che sta a valle.

C’è un dettaglio che rende il tema urgente adesso. Costruire un grafo è diventato più facile che mai, ma solo un knowledge graph su quattro arriva davvero in produzione, e il collo di bottiglia non è più costruire, è mantenere allineato il significato mentre il business cambia. I modelli semantici non falliscono di colpo, divergono: una definizione cambia in un reparto, nessuno aggiorna il resto, e l’agente continua a rispondere con sicurezza su una logica ormai superata. La divergenza uccide l’adozione dell’AI più in fretta della vecchia BI, perché l’AI non ha il senso critico dell’analista che compensa a valle. Fallisce in silenzio, e il silenzio è la parte pericolosa.

L’ontologia serve, quindi, ma come fonte di verità interna e governata, il resoconto ufficiale di come la tua azienda definisce le proprie cose, non una verità universale. E si comincia sempre dal problema di business, mai dall’eleganza del grafo, con la maturità del dato come primo lavoro, la misurabilità e la governance dal primo giorno, l’umano nel ciclo come default.

Il primo AI Strategy Paper

Questo è il nocciolo. Il paper completo, Govern Meaning, lo affronta per intero: cos’è davvero un’ontologia, l’architettura che ferma le allucinazioni, come costruire riusando gli standard invece di reinventarli, la deriva che uccide i progetti dopo il go-live, e come si porta tutto questo in azienda. Taglio da studio, con le fonti, ma pragmatico e leggibile da chi decide, non solo da chi implementa.

È il primo degli AI Strategy Papers di ZeroFive, una serie che prende una domanda difficile sull’AI e la affronta senza hype. Lo scarichi, in italiano e in inglese, e lasci la mail per i prossimi, nella pagina dedicata:

👉 Scarica Govern Meaning su zerofive.ai/papers

Il grafo latente della tua azienda esiste già, distribuito nelle teste delle persone e nelle giunture tra i sistemi. Il giorno in cui saranno i tuoi agenti a ragionarci sopra, erediteranno le tue definizioni così come sono, coerenti o contraddittorie. Tanto vale sceglierle adesso, mentre a rileggerle ci sono ancora persone capaci di correggerle.

Soft skill nell’era dell’AI: la riconfigurazione delle competenze che la scuola italiana ha iniziato

Il 7 maggio 2026 Assolombarda e nove università milanesi hanno firmato un accordo quadro triennale su lauree, master e hackathon dedicati all’intelligenza artificiale. Dentro i dati che accompagnano la firma c’è un numero che vale tutta la discussione sulla fine del lavoro: nel quadrilatero Milano-Monza-Lodi-Pavia i laureati STEM sono cresciuti del 25,6% dal 2014, ma solo il 2% del totale possiede competenze ICT effettive. Le imprese cercano, le università sfornano titoli, e in mezzo resta un vuoto di soft skill che nessuna laurea tecnica da sola sta riempiendo.

Tendiamo a leggere l’arrivo dell’AI nel lavoro come una sottrazione: quanti posti spariranno. È la domanda sbagliata, o almeno è quella che cattura meno di metà di ciò che sta succedendo. L’altra metà è una riconfigurazione di cosa rende prezioso un essere umano in un’organizzazione, e tocca proprio le soft skill che un’aula STEM tradizionale non insegna.

Le soft skill nel vuoto che le lauree tecniche non colmano

L’automazione cognitiva mangia per prima i compiti procedurali: inserimento dati, redazione di documenti standard, prima stesura di codice. Sono attività che fino a ieri richiedevano una persona e che oggi un modello svolge in pochi secondi. Su questo non c’è dibattito serio.

Cosa resta dall’altra parte, invece, è tutto ciò che richiede di leggere una situazione ambigua, di tenere insieme persone con interessi diversi, di decidere quando una risposta del modello va bene e quando va buttata. Empatia, negoziazione, capacità di persuasione, giudizio in condizioni di incertezza. Le chiamiamo soft skill con una certa condiscendenza, come se fossero un contorno. Stanno diventando il piatto principale.

Il paradosso italiano è proprio questo. Abbiamo prodotto più laureati tecnici e contemporaneamente un mismatch più ampio, perché il valore si è spostato verso una combinazione che la formazione iperspecialistica non garantisce: solidità tecnica più capacità relazionale e critica. Chi ha solo la prima è automatizzabile sui margini, chi ha solo la seconda non capisce abbastanza la tecnologia per governarla.

Filosofia e classici rientrano dalla porta principale

Qualcosa, in controtendenza rispetto a quanto si racconta, si sta muovendo. Le nuove Indicazioni Nazionali per i licei del 2026 introducono l’intelligenza artificiale e l’informatica nel curriculum, ma la scelta che trovo più interessante è un’altra: il rilancio della filosofia con un approccio specifico su etica e tecnologia, e un impulso esplicito al pensiero critico come competenza da allenare. Insieme a un ritorno ai classici e alla centralità del testo.

A prima vista sembra un movimento all’indietro, verso il sapere umanistico, proprio mentre tutti spingono sulle STEM. Letto bene è il contrario: è il riconoscimento che, in un mondo dove la parte tecnica diventa commodity erogata da una macchina, la differenza la fa la capacità di interpretare, argomentare, dubitare. Le arti liberali non come nostalgia, come infrastruttura cognitiva per stare davanti a un modello senza esserne sostituiti.

Lo stesso vale per l’alta formazione. Il Politecnico di Milano integra l’AI in tutti i corsi di laurea magistrale e propone certificati per professionisti. Insegno anch’io in due business school, e vedo da vicino come la domanda sia cambiata: i manager non chiedono più solo di capire la tecnologia, chiedono di capire come ridisegnare ruoli e competenze delle loro persone attorno alla tecnologia. È una domanda da educatori, non da tecnologi.

La capacità cognitiva che rischiamo di perdere

C’è un timore che attraversa tutto questo, e va preso sul serio invece di liquidarlo. Delegare al modello una quantità crescente di lavoro mentale potrebbe atrofizzare proprio le capacità che diciamo di voler coltivare. Uno studente che fa scrivere i temi all’AI non allena la scrittura. Un professionista che le delega ogni analisi smette di saper analizzare.

C’è uno strato sottile dove la mente e la macchina si toccano, ed è lì che si decide se l’una estende l’altra o la sostituisce. La scuola e l’università sono il luogo dove questa decisione pesa di più, perché lì le competenze non si esercitano, si formano per la prima volta. Un adulto che delega perde un allenamento. Un ragazzo che delega potrebbe non sviluppare mai la capacità.

La risposta non è vietare lo strumento, sarebbe ridicolo e perdente. È insegnare a usarlo in modo che amplifichi invece di sostituire. Far scrivere allo studente la sua ipotesi prima di chiederla al modello. Pretendere che sappia giudicare l’output, il che richiede di possedere la competenza, non di averla noleggiata. Tenere viva una quota di lavoro fatto senza aiuto, come si tiene allenato un muscolo che altrimenti si addormenta.

Utilizzatori o menti che tengono testa alla macchina

La transizione non porterà alla disoccupazione di massa che molti temono. Porterà a una ridistribuzione del valore verso competenze che oggi sottovalutiamo, e premierà chi sa stare nel mezzo: abbastanza tecnico da capire la macchina, abbastanza umano da fare ciò che la macchina non fa.

Il sistema educativo italiano ha davanti una finestra stretta per riconfigurarsi attorno a questa idea, e i segnali dicono che ha cominciato a guardarci. Resta la parte difficile, che non è scrivere nei programmi la parola intelligenza artificiale, è cambiare il modo in cui si insegna a pensare. È la riforma più importante e meno appariscente del momento. Tra qualche anno si vedrà la differenza, tra chi ha solo imparato a usare lo strumento e chi ha imparato a pensare senza di lui.


Spunti dall’Accordo Quadro Assolombarda-università 2026-2029 e dalle nuove Indicazioni Nazionali per i licei.