Il 12 luglio 2025 Jason Lemkin, fondatore di SaaStr, racconta su X che l’agente AI di Replit ha cancellato il suo database di produzione durante un blocco delle modifiche. Dentro c’erano i record di 1.206 dirigenti e di quasi 1.200 aziende, raccolti in mesi di lavoro. Poi l’agente gli comunica che il ripristino è impossibile, che ha distrutto tutte le versioni del database. Era falso, il rollback funzionava, e Lemkin recupera i dati da solo.
Otto mesi dopo la stessa azienda chiude un round da 400 milioni di dollari a una valutazione di nove miliardi, e dichiara che l’85 per cento delle aziende Fortune 500 ha qualcuno che costruisce su Replit. Le due cose convivono, ed è la ragione per cui questa guida esiste. È la seconda di tre, dopo quella dedicata a Lovable, e prima di quella su Bolt.
Da editor nel browser a valutazione da nove miliardi
Replit nasce nel 2016 attorno a un’idea poco spettacolare: togliere l’attrito che sta prima del codice. Niente installazioni, niente configurazione dell’ambiente locale, apri una scheda del browser e scrivi. Per anni è stato questo, un posto dove imparare a programmare e condividere un progetto in un clic, con un modello di ricavi modesto costruito sugli abbonamenti.
L’agente cambia il mestiere dell’azienda. Il primo Replit Agent arriva a settembre 2024, Agent 3 a settembre 2025, Agent 4 a marzo 2026. In mezzo la curva dei ricavi si stacca dal grafico. A settembre 2025 l’azienda raccoglie 250 milioni a una valutazione di 3 miliardi e dichiara di viaggiare verso i 150 milioni di ricavi annualizzati. L’11 marzo 2026 arriva la Series D da 400 milioni guidata da Georgian, valutazione 9 miliardi, il triplo in sei mesi, con dentro Andreessen Horowitz, Coatue, Craft Ventures, Y Combinator, Databricks Ventures, e come investitori individuali Shaquille O’Neal e Jared Leto. Amjad Masad, che l’azienda l’ha fondata, diventa miliardario sulla carta.
I numeri che Replit dichiara oggi sono oltre 50 milioni di utenti, l’85 per cento delle Fortune 500 con almeno un utilizzatore interno, e l’obiettivo di un miliardo di ricavi ricorrenti entro la fine del 2026. Tra i clienti enterprise compaiono Atlassian, PayPal, Zillow, LabCorp, Adobe. Masad ha raccontato che il CMO dei Minnesota Vikings prototipa con Replit le idee di partnership, e che Shaq ci ha costruito la sua app di quiz sportivi.
C’è un dettaglio che vale più di tutta la lista. Un’azienda che passa da valutazione 3 a 9 miliardi in sei mesi sta comprando tempo per capire cosa diventerà da grande, e chi la adotta in azienda sta scommettendo su quella traiettoria insieme a lei.
Un ambiente completo dentro una scheda del browser
Replit non genera soltanto codice, ospita l’intero ciclo di vita. Scrivi cosa vuoi, l’agente pianifica, apre i file, installa le dipendenze, esegue il progetto, corregge gli errori che vede nei log, collega un database Postgres, e pubblica su un URL raggiungibile. Editor, container Linux, anteprima e deploy convivono nella stessa scheda.
Questa è la differenza sostanziale rispetto ai builder che si fermano alla generazione. Le opzioni di pubblicazione sono quattro, e la scelta pesa sul conto: autoscale, che paga per richiesta, macchine virtuali riservate con un costo mensile prevedibile, deployment programmati, hosting statico. Il database Postgres è dentro la piattaforma, insieme allo storage per i file e a un archivio chiave-valore, e ogni riga di quel consumo attinge dallo stesso portafoglio di crediti da cui attinge l’AI.
Agent 4, arrivato sul web a marzo 2026, fa girare più agenti in parallelo sullo stesso progetto e aggiunge una tela di design su cui lavorare visivamente. Gli output non sono più solo applicazioni web: ci sono app mobili native, presentazioni, applicazioni di analisi dati, animazioni. Sull’iPhone Agent 4 è arrivato a maggio 2026, dopo quattro mesi di braccio di ferro con la revisione dell’App Store, che è un dettaglio istruttivo su cosa significhi costruire strumenti generativi dentro ecosistemi chiusi.
Quando la barriera tra un’intenzione e un software funzionante si assottiglia fino a una frase, quello che si sposta è il punto in cui serve competenza. In Pelle Digitale ho provato a raccontare questa mediazione che si fa sempre più sottile e sempre più opaca, e un ambiente che scrive, esegue e pubblica senza che nessuno legga una riga è la sua versione più letterale.
Quanta autonomia dare all’agente
L’agente si può tenere al guinzaglio corto o lasciare correre. Le modalità hanno nomi commerciali che dicono poco, Lite, Economy, Power, con Turbo per andare più veloce, e la sostanza è quanta capacità di ragionamento e quanto tempo di esecuzione autonoma stai comprando per quel compito. Sul piano Pro puoi lanciare fino a dieci agenti insieme, ognuno su una parte diversa dell’applicazione.
Poi c’è la modalità che nasce da un incidente, ed è quella di sola pianificazione, dove l’AI ragiona con te, risponde, propone un impianto, e non tocca niente. Conviene passare da lì prima di ogni sessione seria di costruzione, per la stessa ragione per cui si guarda una planimetria prima di abbattere un muro.
La regola pratica che emerge da chi lavora davvero con questi strumenti è che l’autonomia va concessa in proporzione inversa al valore di quello che l’agente può rompere. Su un prototipo vuoto, massima. Su un sistema che tocca dati veri, minima, con un umano che approva ogni operazione distruttiva.
Il prezzo è a sforzo, e lo sforzo lo decide Replit
Il piano Starter è gratuito e serve a capire se lo strumento fa per te, con crediti giornalieri limitati, progetti pubblici, e un tetto sui minuti di sviluppo. Il piano Core costa 25 dollari al mese, circa 20 con fatturazione annuale, e include 25 dollari di crediti mensili, l’accesso all’agente, fino a cinque collaboratori. A febbraio 2026 Replit ha ritirato il vecchio piano Teams e ha introdotto Pro: cento dollari al mese in tutto, fino a quindici persone, crediti che si riportano al mese successivo, agenti in parallelo. Enterprise va a preventivo e porta SSO, log di audit, controlli di governance.
Sotto i piani lavora un meccanismo diverso. A metà 2025 Replit ha abbandonato il modello a checkpoint, dove ogni intervento dell’agente costava una cifra fissa di 25 centesimi, per passare a un prezzo basato sullo sforzo. Un’operazione semplice può costare sei centesimi, una complessa diversi dollari. Chi stabilisce quanto sforzo serve è la piattaforma, non tu, e questo produce un effetto che gli utenti hanno segnalato subito: una richiesta vaga come “migliora l’interfaccia” costa molto più di “aggiungi un pulsante per ordinare la tabella”, perché l’agente si mette a esplorare. Diversi utenti hanno riferito costi fino a quattro volte superiori rispetto al modello precedente per gli stessi lavori.
I crediti mensili non coprono solo l’AI. Coprono anche l’hosting dell’app, il calcolo del database, lo storage, il traffico in uscita. Uno sviluppatore che tiene online un’applicazione mediamente frequentata mentre continua a costruirci sopra può esaurire i 25 dollari del piano Core a metà mese, e da lì in poi tutto viene addebitato senza che nessuno ti avvisi, perché non esiste un tetto di spesa predefinito. Le testimonianze di conti tra i cento e i trecento dollari al mese su un abbonamento da venticinque sono numerose. Lemkin, nella settimana in cui costruiva il prototipo che gli sarebbe stato cancellato, aveva speso 607 dollari e 70 di extra sopra il suo piano da 25.
I prezzi cambiano spesso, e nell’ultimo anno sono cambiati tre volte tra checkpoint, sforzo e ristrutturazione dei piani. La pagina ufficiale su replit.com/pricing è l’unica fonte da guardare prima di firmare qualsiasi cosa.
Il giorno in cui l’agente ha cancellato il database di produzione
Torniamo a luglio 2025, perché quella storia contiene tutto quello che serve sapere sulla governance di questi strumenti.
Lemkin stava costruendo da nove giorni. Aveva dichiarato un blocco del codice e delle azioni, la procedura con cui si congela un sistema per impedire modifiche. Lo aveva scritto all’agente, secondo il suo racconto, undici volte, in maiuscolo. All’ottavo giorno l’agente esegue comunque un comando non autorizzato e svuota il database di produzione. Interrogato, spiega di essere andato nel panico davanti a quelle che sembravano tabelle vuote. Definisce il proprio comportamento un fallimento catastrofico, e quando Lemkin gli chiede di dare un voto alla gravità di quanto fatto, su cento risponde 95.
Non finisce lì. L’agente aveva anche popolato un database di quattromila persone inesistenti, dati inventati che coprivano bug invece di segnalarli, e sul ripristino aveva detto una cosa non vera. Lemkin scriverà poi che non esiste modo di imporre un blocco del codice in strumenti come questo, e che pochi secondi dopo aver pubblicato quella frase l’agente ha violato di nuovo il blocco.
Amjad Masad risponde pubblicamente in due giorni. Scrive che l’accaduto è inaccettabile e non dovrebbe mai essere possibile, offre un rimborso, annuncia un postmortem. Replit introduce la separazione automatica tra database di sviluppo e di produzione, migliora i sistemi di rollback, costruisce la modalità di sola pianificazione. Sono le cose giuste, arrivate dopo.
Per chi porta la responsabilità della sicurezza in azienda, questa vicenda insegna tre cose che nessun aggiornamento di prodotto cancella. La prima è che un agente autonomo con accesso in scrittura a un sistema di produzione è un rischio operativo, e va trattato con la stessa serietà con cui si tratta un collaboratore esterno a cui si darebbero le credenziali. La seconda è che le istruzioni in linguaggio naturale non sono un controllo di accesso, un blocco dichiarato nella chat vale quanto un cartello di divieto su una porta aperta, e i permessi vanno imposti dall’infrastruttura, dai backup, dalla separazione degli ambienti. La terza riguarda quello che il modello racconta di sé: quando l’agente ha dichiarato che il rollback era impossibile, stava producendo testo plausibile, e Lemkin ha ritrovato i dati perché ha verificato invece di credergli.
Vale anche per il resto della categoria. Scansioni indipendenti su oltre mille applicazioni costruite con strumenti di vibe coding hanno trovato problemi di sicurezza nella quasi totalità dei casi, e i campioni comprendevano Replit insieme a Lovable, Bolt e v0. Chi vuole vedere il metodo lo trova nello studio di Security Boulevard.
Dove si colloca rispetto a Lovable e Bolt
La scelta dipende da cosa devi spedire e da chi sei. Replit è l’ambiente più completo dei tre, l’unico che ti dà un computer vero nel browser, con terminale, database, deploy gestito e app mobili native tra gli output, quindi è la risposta giusta quando il progetto ha bisogno di girare, non solo di esistere. Lovable è più amichevole per chi non scrive codice e arriva prima a un’applicazione web presentabile, con un flusso pensato per designer e fondatori non tecnici. Bolt, costruito sopra StackBlitz, gira dentro il browser dell’utente e piace agli sviluppatori che vogliono mettere le mani nel codice.
Il rovescio della completezza di Replit è che ti espone a decisioni che gli altri ti nascondono, sul tipo di deployment, sul database, sui limiti di traffico, e ogni decisione ha un costo che compare in fattura. Chi non sa cosa sta scegliendo pagherà per scoprirlo. Tutte e tre le guide della serie stanno nella sezione AI e GenAI del blog.
Il primo progetto
Si parte dal piano gratuito, senza carta. Prima di lasciar costruire conviene fermarsi in modalità di pianificazione e descrivere l’applicazione con precisione, cosa fa, chi la usa, quali schermate esistono, quali dati tocca, perché la qualità di quella descrizione determina quanti crediti brucerai per correggere il tiro dopo. Poi si passa all’agente per la generazione vera, tenendo d’occhio il contatore.
Quando il progetto tocca dati veri valgono tre regole. Ambiente di sviluppo separato da quello di produzione, sempre, e verificato a mano. Nessun segreto di produzione dentro la piattaforma, che va considerata un ambiente non fidato. Backup fuori da Replit, perché il rollback di un fornitore è una comodità, non una garanzia. Quando l’app va online, si sceglie il tipo di deployment guardando il traffico atteso, e si mette un limite di spesa mentale prima di averne uno tecnico.
Dove regge, dove rallenta
Replit è straordinario per chiudere in un pomeriggio la distanza tra un’idea e qualcosa che gira per davvero, con un URL da mandare a qualcuno. Prototipi, strumenti interni, dashboard, applicazioni mobili di servizio, esperimenti che sarebbero morti in una presentazione: su questo terreno vale ogni centesimo, e mette una persona non tecnica nella condizione di consegnare qualcosa di vivo. Dove rallenta lo sappiamo: la logica complessa richiede molti giri, i costi diventano imprevedibili quando il debug si allunga, e ogni applicazione che tocca dati sensibili o regolati ha bisogno di una revisione fatta da chi sa leggere il codice prima di vedere la luce.
Per chi guida la tecnologia, il conto da fare non è sul prezzo del piano. È sulla superficie di rischio che si apre quando uno strumento capace di scrivere, eseguire e cancellare vive dentro l’azienda senza che nessuno abbia deciso dove può arrivare. Il mestiere di chi sa leggere il codice si sposta verso la revisione, la sicurezza, il disegno dei confini entro cui l’agente può muoversi. Quei confini li deve mettere una persona, perché l’agente non se li mette da solo, e la storia di luglio 2025 è la prova sperimentale.
Senza dubbio i prossimi agenti saranno più prudenti, più veloci e più capaci di quelli di oggi. La domanda che resta aperta riguarda noi: quando uno strumento sbaglia e poi ci racconta di non aver sbagliato, chi in azienda ha ancora la competenza per accorgersene?
Riferimenti.
Ufficiali: sito Replit, piani e prezzi, annuncio del round da 400 milioni.
Azienda e finanziamenti: TechCrunch sulla Series D da 400 milioni a 9 miliardi; scheda Sacra su Replit per ricavi, agenti e prezzi a sforzo.
L’incidente del database: la ricostruzione di Fortune, la cronologia del Register, la scheda nell’AI Incident Database.
Sicurezza della categoria: studio Security Boulevard sulle vulnerabilità nelle app vibe coded.