Il gemello cognitivo lo addestri tu

Alla terza volta esce giusta. L’hai corretto due volte, gli hai detto che quel cliente vuole una cosa e non un’altra, che in quel contesto non si apre mai dal prezzo, che una proposta senza un certo paragrafo non regge. Al terzo tentativo la risposta è esattamente quella che avresti scritto tu, e ti senti efficiente. In quell’istante qualcosa è passato da te al modello, e non era la risposta.

Quello che è passato è la correzione, il motivo per cui hai scartato le prime due, il gusto con cui hai riconosciuto quella buona, la riga che con un cliente non superi. Ci hai messo quindici anni a costruirla, l’hai consegnata in tre scambi.

Il mestiere passa nella correzione

Il modello non impara dalla tua risposta giusta, impara dai tuoi no. La distanza tra quello che ha prodotto e quello che gli hai fatto riscrivere è il segnale più prezioso che gli puoi dare, perché è lì che vive il giudizio, e il giudizio è la parte di te che non trovi scritta da nessuna parte, quella che negli anni ha smesso di essere una regola ed è diventata un istinto.

Sui gemelli digitali ho scritto altrove, pensando ad avatar e identità sintetiche. Questo gemello è più intimo: riproduce un criterio. Chiamiamolo gemello cognitivo. Il modello pubblico ne costruisce uno del tuo modo di decidere a partire dall’attrito, dalle volte in cui gli dici che ha sbagliato e soprattutto perché. A pesare è la sequenza di scelte che ti ha portato a quel documento e non a un altro, la cosa che ti chiede di rendere esplicita a ogni passaggio. I documenti in sé li ha già visti a milioni.

Un clone che non dimentica niente

Un collaboratore giovane impara guardandoti, poi dimentica qualcosa, è uno solo, e in qualche modo ti deve qualcosa: lo stipendio, la riconoscenza, gli anni che gli stai regalando. Il modello non dimentica niente e si copia all’infinito, senza doverti nulla. Nel momento in cui la tua correzione risolve un problema che hanno in milioni, in milioni ricevono il tuo modo di farlo senza sapere che è tuo, e senza che a te torni indietro niente. Un tempo il tuo modo di trattare quel cliente valeva perché lo avevi solo tu, e chi lo voleva veniva da te. Adesso lo stesso modo, una volta entrato nel modello, esce dal rubinetto per chiunque digiti la domanda giusta, allo stesso prezzo dell’abbonamento.

La reciprocità che regge l’apprendistato umano qui salta. È il punto dove di solito il ragionamento si ferma, con un senso di furto e un’aria da resa.

Mentre lo istruisci, ti disalleni

C’è una metà che quasi nessuno dice. Lo stesso gesto che manda fuori il tuo metodo lo consuma dentro. Smetti di scrivere la proposta e correggi quella che ha scritto lui, smetti di tenere in mano il criterio e ti riduci a sorvegliarlo, e ogni volta che deleghi la parte difficile perché tanto poi la sistemi, quella parte in te si assottiglia di un grado.

Tra cinque anni la macchina ha il tuo modo di fare e tu hai perso il tono muscolare per rifarlo senza. Il gemello cognitivo si affina mentre l’originale si spegne. Non è un furto, è un’atrofia. Di questo assottigliamento, del debito cognitivo che si accumula un riassunto accettato alla volta, ho scritto pensando alla metacognizione, all’esercizio di guardare come si pensa proprio mentre si usa il modello. Il segnale è facile da riconoscere: quando ti accorgi che davanti a un foglio bianco, con il modello chiuso, non partiresti più con la sicurezza che avevi due anni fa.

Trattenere tutto è una prigione

La risposta istintiva a tutto questo è nascondere. Tenersi il metodo, non darlo in pasto, lavorare a fari spenti. Strada chiusa, per due motivi. Il primo è che il modello rende peggio esattamente dove ti serve di più, quindi o affami lo strumento o nutri il gemello, e nel mezzo non c’è granché da abitare. Il secondo è più scomodo: l’accumulo come difesa è a sua volta una trappola, i quindici anni di sapere implicito che ti proteggono sono anche quindici anni che non riesci a scalare, a trasferire, a lasciare andare senza sentirti scoperto. È la ragione per cui certi professionisti bravissimi restano piccoli a vita: tutto passa dalle loro mani perché il valore è nelle loro mani, e le mani sono due.

Custodire tutto quello che sai è una prigione con una bella vista. Che prendano è dato, avviene comunque. Quello su cui hai voce sono le condizioni in cui avviene la presa.

La domanda è dove gira il calcolo

Quelle condizioni si giocano su una parola che suona burocratica e invece è molto concreta: giurisdizione. La domanda utile riguarda dove avviene il calcolo, con quali termini, e se quei termini puoi revocarli. Il contenuto che riveli pesa meno del luogo in cui lo riveli.

Sull’accesso ai modelli di frontiera l’ho già chiamato permesso più che proprietà, guardando a un governo capace di spegnere un modello dall’oggi al domani. La stessa logica vale un piano più in basso, sul tuo mestiere. Un’impresa cognitiva che gira sull’infrastruttura di un altro è cognitiva solo nel nome, affitta la stanza in cui si conia la sua stessa intelligenza, e paga l’affitto in giudizio. Un affitto che sale da solo, perché più il modello diventa capace più la tua operatività dipende da lui, e la dipendenza non è mai un buon posto da cui trattare le condizioni.

La sovranità digitale riguarda il contenitore, non l’ansia sul contenuto. Far girare il modello dove le regole le metti tu è una forma di questo, però il principio viene prima dello strumento: chi decide la giurisdizione del calcolo decide anche chi, dentro l’organizzazione, può ancora dire di no.

Il gemello cognitivo lo costruiranno comunque, quella parte non è in discussione. Quello che decidi tu è se la stanza dove lo costruiscono è tua o presa in affitto, e lo decidi adesso, mentre il metodo è ancora tutto dentro di te e non ancora tutto dentro la macchina. Tra qualche mese la proporzione si sposta, e si sposta da sola.

Baseten a 13 miliardi e il paradosso dell’inferenza a basso costo

Il 18 giugno il Wall Street Journal ha scritto che Baseten sta chiudendo un round da 1,5 miliardi di dollari, con una valutazione che arriva fino a 13. Quattro giorni dopo l’azienda lo ha confermato: Series F, guidato da Altimeter, Conviction e Spark Capital. A gennaio la stessa Baseten valeva 5 miliardi, a settembre 2025 ne valeva poco più di due. Sei volte tanto in nove mesi, per una società che non costruisce modelli e non vende intelligenza propria, ma si occupa di farli girare bene una volta che qualcun altro li ha addestrati.

Ecco quello che mi ha fermato, e non è la cifra. Il capitale si sta spostando dalla parte spettacolare dell’AI, l’addestramento dei modelli, a quella operativa, l’inferenza: il lavoro ripetitivo e poco fotogenico di rispondere, milioni di volte al giorno, a chi fa una domanda. La scommessa di Baseten è che lì, sul costo di quel lavoro, ci sia il margine. La domanda che mi porto dietro è un’altra: una valutazione da 13 miliardi su un’infrastruttura che vende risparmio è il segno che il mercato sta maturando, o l’ennesima curva troppo ripida di una corsa all’oro?

L’inferenza è il livello meno glamour dello stack

Nessuno apre una demo vantandosi della latenza. L’addestramento ha preso quasi tutta l’attenzione degli ultimi anni perché era spettacolare, cluster enormi, GPU introvabili, miliardi bruciati per tirare su un modello più grande del precedente. Poi il modello esce, arriva il primo cliente vero, e la bolletta comincia a contare. L’inferenza è quel momento lì, quando il modello smette di essere una promessa e deve produrre una risposta utile, in fretta, a un costo che regga. È lo strato in cui l’intelligenza tocca davvero la persona, ed è lo stesso strato in cui un’azienda scopre se i conti tornano. In Pelle Digitale ho provato a raccontare proprio questa frontiera, la pellicola sottile dove la tecnologia diventa esperienza per chi la usa. Baseten vive lì, prende modelli, spesso open source, e li serve su una rete multi-cloud che oggi processa più di un miliardo di chiamate al giorno, distribuite su 87 cluster e 18 cloud diversi.

Da 2,15 a 13 miliardi in nove mesi

La cadenza degli aumenti è da capogiro. Series D a settembre 2025, valutazione 2,15 miliardi. Series E a gennaio, 5 miliardi, con dentro anche Nvidia. A maggio si parlava già di un round vicino al miliardo a una pre-money di 11. A giugno il round si gonfia a 1,5 miliardi fino a 13. Il fatturato segue una traiettoria altrettanto verticale, dal run-rate annualizzato di circa 200 milioni a 600 nell’arco di un trimestre, una crescita che molti raccontano come ventiplicata anno su anno. Tra gli investitori storici ci sono Greylock, IVP, CapitalG e la stessa Nvidia, che a gennaio aveva messo 150 milioni. Resta che a 13 miliardi parliamo di un multiplo sui ricavi vicino a 22 volte, e un multiplo del genere racconta molto più le aspettative sul futuro che i conti di oggi.

Il prezzo per task conta più del prezzo per token

La tesi di chi mette i soldi è abbastanza diretta. I modelli open source sono diventati buoni abbastanza da rendere superfluo, per molti casi d’uso, pagare il sovrapprezzo di un modello proprietario. Alcuni clienti di Baseten, da Cursor a Mercor a OpenEvidence, dichiarano di spendere circa un terzo di quanto costerebbe loro un’API chiusa. Se quel dato regge, l’unità della competizione cambia: non è più il modello migliore a fare la differenza, è la capacità di consegnarlo veloce e a basso costo. Ne avevo scritto la settimana scorsa a proposito della guerra dei prezzi dell’AI certificata dal Wall Street Journal, dove i volumi corrono verso il basso costo mentre la spesa resta alla frontiera. Baseten è l’altra faccia di quella dinamica, il venditore di pale e picconi per chi non vuole restare incastrato dentro un solo fornitore. Together AI, Fireworks, Modal Labs giocano la stessa partita, e Fireworks starebbe trattando un round a 15 miliardi. Il fondatore Tuhin Srivastava la riassume così: se il cloud è stato la base della generazione precedente di grandi aziende tecnologiche, l’inferenza è la base della prossima. Intanto Baseten ha firmato un accordo di collaborazione con AWS e ha comprato Parsed, una startup di post-training, segno che vuole presidiare tutto il ciclo di vita del modello, non solo il momento della risposta.

Due prezzi nello stesso round

C’è un dettaglio nella struttura del round che dice più della cifra. È diviso in due fasce, alcuni investitori entrano a una valutazione di 11 miliardi, altri pagano 13. È un meccanismo diventato comune nei mega-round del 2026, serve a sbandierare il numero più alto tenendo dentro chi vuole un prezzo d’ingresso più cauto. Lo si può leggere in due modi. Come ingegneria finanziaria che gonfia il titolo, oppure come fotografia fedele di quanto sia diventato difficile mettere d’accordo investitori con appetiti di rischio diversi sullo stesso asset. Tra i nomi del round c’è Wellington Management, un gestore di lungo periodo, non esattamente la firma che ti aspetti quando si parla di schiuma speculativa. La sua presenza è la texture che complica la storia comoda della bolla. A 13 miliardi Baseten viene prezzata come un pezzo della macchina che i team di AI non possono permettersi di sbagliare, più che come un fornitore qualsiasi seduto tra i cloud e i modelli.

Una corsa all’oro è sempre una bolla?

Quindici anni fa scrivevo di un’altra ondata di valutazioni che sembravano slegate dai fondamentali, quella dei social network e delle prime startup mobile, e mi chiedevo se i numeri avessero senso. Molti di quei numeri non lo avevano, alcune di quelle aziende sono sparite, altre sono diventate l’infrastruttura su cui viviamo adesso. La storia della tecnologia raramente sceglie tra bolla e rivoluzione, di solito fa le due cose insieme, gonfia troppo e nello stesso movimento costruisce qualcosa che resta. L’inferenza ha però una caratteristica che la distingue dalla speculazione pura, assomiglia più a una bolletta che a una puntata, torna ogni volta che un utente fa una domanda, a prescindere dall’umore del mercato. Questo non mette al riparo Baseten dal rischio che gli iperscalari, Amazon su tutti, decidano di tirare l’inferenza dentro le proprie piattaforme e schiaccino i margini dello specialista. Spiega però perché un asset manager prudente sceglie di entrare adesso.

Il test vero arriva dopo, quando i soldi saranno atterrati e i clienti dovranno decidere, bolletta alla mano, se affidarsi a Baseten costa davvero meno che cavarsela da soli. A quel punto sapremo se quei 13 miliardi erano la misura di un’infrastruttura diventata essenziale o il prezzo di una puntata fatta nel momento più caldo del ciclo. Per adesso l’unica cosa certa è dove il mercato sta mettendo i soldi veri.


Fonti: TechCrunch, AI inference startup Baseten reportedly raising $1.5B; Baseten, Raises $1.5 Billion to Power the Next Era of AI Inference (comunicato ufficiale). Dati sul round riportati in origine dal Wall Street Journal.

Bolt: la guida completa al builder AI che gira dentro il tuo browser

Il 3 ottobre 2024 Eric Simons pubblica un tweet. Nessun budget di marketing, nessuna campagna, un link a un prodotto chiamato bolt.new costruito da una società che l’anno prima faceva ottantamila dollari di ricavi ricorrenti e stava per chiudere. Il primo giorno il prodotto aggiunge 60.000 dollari di ARR. Il secondo giorno altri 80.000, più di quanto StackBlitz avesse raccolto in sette anni di lavoro. In quattro settimane sono quattro milioni, a marzo 2025 quaranta.

Dentro quella storia c’è una lezione che riguarda poco l’AI e molto la pazienza industriale, e c’è la ragione tecnica per cui Bolt resta diverso dai suoi concorrenti. Questa è la terza e ultima guida della serie, dopo Lovable e Replit.

Sette anni di infrastruttura prima del successo improvviso

Simons e Albert Pai fondano StackBlitz nel 2017 per costruire un ambiente di sviluppo dentro il browser. Passano quattro anni su una tecnologia chiamata WebContainers: un kernel scritto in Rust, compilato in WebAssembly, che fa girare Node.js dentro la scheda del browser, senza server remoti. Funziona benissimo. Lo usano Google, Cloudflare, Uber per condividere ambienti di debug, e SvelteKit per i tutorial interattivi. I ricavi restano sotto il milione.

A febbraio 2024 i due prototipano l’idea di generare applicazioni con l’AI dentro quell’ambiente, e la mettono via perché i modelli disponibili non reggono. A giugno ottengono l’accesso anticipato a Claude 3.5 Sonnet di Anthropic, il primo modello capace di sostenere l’esperienza. Ci lavorano da luglio, pubblicano a ottobre. La crescita è tale da saturare temporaneamente la capacità di calcolo di Anthropic, e Dario Amodei la descrive come la più rapida mai vista in un cliente.

A gennaio 2025 StackBlitz raccoglie una Series B guidata da Emergence Capital e GV, con Greylock, Madrona e Conviction, per un totale di 135 milioni raccolti e una valutazione intorno ai 700 milioni. Simons ha definito il lancio un successo improvviso costruito in sette anni.

La cosa che mi interessa di questa vicenda è il rovescio di ciò che si racconta di solito sull’AI. Il modello ha reso possibile il prodotto, e il prodotto è stato possibile perché qualcuno aveva speso quattro anni su un problema che sembrava senza mercato.

Un computer intero dentro la scheda

Quando digiti un prompt su Bolt e premi invio, non parte una macchina virtuale su un cloud da qualche parte. Parte un ambiente Node.js dentro il tuo browser. L’agente scrive il codice, installa i pacchetti, esegue il server di sviluppo, e tu vedi l’anteprima girare mentre le modifiche arrivano. Il codice è editabile direttamente, con un editor derivato da VS Code, e questo rende Bolt il più tecnico dei tre strumenti della serie.

L’architettura ha una conseguenza economica che i concorrenti non hanno. Simons l’ha spiegata a Sacra: quando l’utente lancia un progetto, l’ambiente costa zero all’azienda, perché gira sul computer dell’utente. Bolt dichiara margini lordi intorno al settanta per cento, vicini a quelli di un SaaS tradizionale, ed è profittevole, mentre gli altri accendono container su infrastrutture a noleggio per ogni sessione. In un mercato dove tutti bruciano capitale sull’inferenza, questa è una posizione diversa, e per chi valuta la durabilità di un fornitore conta più di una demo.

Intorno al nucleo l’azienda ha costruito il resto. Bolt Cloud, arrivato ad agosto 2025, aggiunge hosting, database, autenticazione e funzioni serverless. Da allora ogni progetto include database interni illimitati, creati quando servono, con gestione utenti, funzioni edge, storage dei file, e l’integrazione con Supabase resta disponibile per chi la preferisce. C’è l’integrazione con Stripe per incassare pagamenti dalle app costruite, ci sono i domini acquistabili dalla piattaforma, e le analitiche del sito pubblicato.

Bolt ha smesso di inseguire i curiosi

Dopo il lancio, centinaia di migliaia di utenti consumer arrivano a costruire progetti personali, e se ne vanno con la stessa velocità. Simons ha raccontato che quel segmento aveva tassi di abbandono altissimi e costi di uscita prossimi allo zero, quindi l’azienda ha girato il timone verso i team di prodotto e ingegneria dentro le aziende, dove la retention somiglia a quella di un SaaS classico.

Oggi l’enterprise vale circa un quarto dei ricavi, il B2B nel suo complesso sta superando la metà, e Bolt dichiara che il 75 per cento delle Fortune 500 usa la piattaforma. A maggio 2026 è arrivata la partnership con Microsoft Azure e Microsoft 365, che aggiunge il Marketplace Microsoft ai canali di acquisto accanto a quello AWS, il deployment nativo su Azure, e l’integrazione con Teams e Microsoft 365 Copilot.

Questa traiettoria dice qualcosa a chi decide gli acquisti. Uno strumento che nasce per i curiosi e si sposta verso l’impresa smette di ottimizzare per la meraviglia dei primi quindici minuti e comincia a ottimizzare per il rinnovo del contratto, che è il momento in cui la sicurezza e la governance diventano argomenti di vendita invece che note a piè di pagina.

Sono i file a consumare i token

Il piano gratuito dà un milione di token al mese, con un tetto di trecentomila al giorno, progetti pubblici e privati, hosting con il marchio Bolt in vista, e un limite di dieci megabyte sui file caricati. Il piano Pro parte da 25 dollari al mese per dieci milioni di token, toglie il tetto giornaliero, il marchio, e aggiunge dominio personalizzato e condivisione privata. Il piano Teams costa 30 dollari per membro, con fatturazione centralizzata e controlli di accesso. Enterprise va a preventivo. Dal luglio 2025 i token non consumati si riportano al mese successivo, per un massimo di due mesi, e servono un abbonamento attivo per essere usati.

La particolarità sta in cosa mangia i token. Bolt sincronizza l’intero albero dei file del progetto con il modello a ogni messaggio, quindi il consumo non dipende dalla lunghezza della tua domanda, ma dalla dimensione di quello che hai costruito fino a quel momento. Una landing page da cinque file costa poco per prompt. Un’applicazione da cinquanta file costa molto, e continua a costare di più mano a mano che cresce. Gli utenti che spingono un progetto oltre una certa complessità riferiscono singoli prompt da un milione di token, cioè l’intero piano gratuito mensile in una richiesta.

L’effetto pratico è che i primi giorni sembrano economici e gli ultimi sembrano una rapina, quando invece il prezzo unitario non è mai cambiato. Chi lavora bene con Bolt tiene i progetti modulari, usa le modalità di discussione e pianificazione per ragionare senza generare, e parte dai template. I prezzi si verificano su bolt.new/pricing prima di ogni decisione.

La sandbox protegge finché il codice non esce

La sicurezza di Bolt va guardata in due tempi, perché la piattaforma e le applicazioni che produce hanno posture opposte.

Durante la costruzione l’isolamento è buono, forse il migliore della categoria. Il WebContainer è una sandbox del browser, il codice generato non ha un filesystem vero, non ha rete privilegiata, e qualunque server tu avvii è raggiungibile soltanto dalla tua scheda. Finché resti lì dentro, il danno che puoi fare a te stesso è limitato.

Il problema comincia quando quel codice esce. Il deploy va su un host reale, l’app si collega a un progetto Supabase reale, a chiavi Stripe reali, a utenti reali, e a quel punto ogni scelta predefinita che l’agente ha preso durante il prototipo diventa una superficie di attacco. Le forme ricorrenti sono sempre le stesse: tabelle pubblicate senza Row Level Security attiva, quindi leggibili da chiunque possieda la chiave anonima che sta nel bundle JavaScript, chiavi API scritte dentro il codice del frontend e trovate dagli scanner automatici nelle prime ore dopo la pubblicazione, endpoint generati per fare operazioni sui dati senza un controllo su chi possiede quel dato, funzioni serverless senza limiti di frequenza sulle chiamate.

Bolt genera frontend, backend, schema del database e collante tra i servizi nella stessa sessione, e ogni strato è un posto dove un controllo di sicurezza viene saltato perché nessuno lo aveva chiesto nel prompt. Questo lo rende più esposto di uno strumento che genera solo interfacce, come v0. Scansioni indipendenti su oltre mille applicazioni costruite con questi strumenti hanno trovato problemi nella quasi totalità dei casi, con una quota rilevante di falle critiche, e i campioni includevano Bolt insieme a Lovable, Replit e v0, come documenta lo studio di Security Boulevard.

C’è un rischio più recente che vale la pena conoscere. I modelli suggeriscono a volte pacchetti npm che non esistono, e gli attaccanti registrano in anticipo quei nomi con dentro codice malevolo, aspettando che qualcuno installi la dipendenza allucinata. Un controllo delle dipendenze dopo ogni aggiunta smette di essere pignoleria.

Le regole per chi porta la responsabilità in azienda sono poche. Ogni file generato va trattato come se fosse pubblico. Ogni chiave passata dalla piattaforma va considerata compromessa e ruotata. La Row Level Security va attivata e verificata a mano, senza chiedere conferma all’AI che ha scritto il codice, perché il modello vede il file che gli mostri, non il controllo che hai dimenticato altrove. E la verifica va fatta sull’applicazione pubblicata, non sull’anteprima nella sandbox.

Il vecchio agente ha una data di spegnimento

Ad aprile 2026 Bolt ha ritirato il suo agente storico. Dal 13 aprile non è più selezionabile per i nuovi progetti, e dal 3 agosto 2026 i progetti costruiti con la vecchia versione, e i siti che ne derivano, smetteranno di essere accessibili: vengono commutati automaticamente su Claude Agent, che nel frattempo è diventato il motore predefinito della piattaforma. Chi passa a mano perde la cronologia della chat, mentre file e codice restano.

Il modello predefinito oggi è Claude Sonnet 4.6, con Haiku 4.5 per le modifiche rapide e Opus 4.6 per il ragionamento complesso. Si può guidare il contesto del progetto con un file claude.md, la stessa convenzione che chi lavora con Claude Code conosce bene.

Vale la pena fermarsi su questa scadenza, perché è il tipo di evento che nessuna demo racconta. Un fornitore giovane può decidere che una parte della tua storia di lavoro non è più supportata, fissare una data, e migrarti d’ufficio. Il codice resta tuo, ed è la ragione per cui la portabilità va verificata prima di costruirci sopra, non dopo aver ricevuto la mail.

Dove si colloca rispetto a Lovable e Replit

Bolt è lo strumento più vicino allo sviluppatore dei tre. Ti lascia le mani nel codice, supporta più framework, gira interamente nel browser, e il suo modello di costo premia i progetti piccoli e modulari. Lovable arriva prima a un’applicazione web presentabile ed è la più amichevole con chi non scrive codice. Replit è l’ambiente più completo, con terminale, database gestito, deployment sofisticati e app mobili native, ed è la risposta quando il progetto deve girare in produzione da qualche parte.

Chi sceglie Bolt di solito è una persona che sa cosa sta guardando quando apre un file, e vuole che l’AI faccia la parte noiosa. Chi sceglie gli altri due sta comprando qualcosa che assomiglia di più a un servizio completo. Le tre guide stanno insieme nella sezione AI e GenAI.

Il primo progetto

Si parte dal piano gratuito, senza carta di credito, con un milione di token che bastano per capire il meccanismo e costruire qualcosa di piccolo. La prima cosa da fare è restare in modalità discussione o pianificazione finché l’impianto non è chiaro, perché ogni giro di generazione su un progetto già grande costa più del precedente.

Poi si costruisce, tenendo i moduli separati e i file corti, che qui è una scelta economica prima che architetturale. Quando servono dati e autenticazione si usa il database integrato oppure Supabase, e si attiva la Row Level Security prima di mettere qualunque cosa online. Prima di pubblicare si cerca nel bundle compilato ogni traccia di chiavi segrete, si sposta il codice che chiama servizi a pagamento dentro una funzione lato server, e si prova l’applicazione pubblicata come se fosse di qualcun altro.

Dove regge, dove rallenta

Bolt è eccellente per portare in mezz’ora un’idea allo stato di prototipo funzionante, dentro una scheda del browser, senza installare niente. Landing page, strumenti interni, MVP, applicazioni che devono esistere in fretta per essere mostrate a qualcuno: su questo terreno è veloce come pochi, e la portabilità del codice ti lascia una via d’uscita. Dove rallenta è dove rallentano tutti, con l’aggravante del suo modello di costo: quando il progetto cresce, ogni prompt costa di più e l’agente perde il filo del contesto, e la tentazione di continuare a chiedere invece di mettere le mani nel codice diventa la voce più cara della fattura.

Per chi guida la tecnologia in azienda, Bolt è un caso di studio su due livelli. Sul primo è uno strumento che accorcia il ciclo dall’idea al prototipo mantenendo il codice leggibile e trasportabile, e questa è una virtù rara. Sul secondo è la dimostrazione che un’architettura scelta bene sette anni prima decide chi resta in piedi quando il costo dell’inferenza schiaccia i margini di tutti. Il mestiere di chi sa leggere il codice non scompare, si sposta verso la revisione, la sicurezza, e la scelta di quale fornitore meriti la propria dipendenza.

Senza dubbio tra un anno questi strumenti saranno più capaci e i loro margini più chiari. La domanda che resta aperta riguarda la data del 3 agosto: quando un fornitore decide che una parte del tuo lavoro non esiste più, quanto del tuo lavoro sei ancora in grado di portare via?


Riferimenti.

Ufficiali: sito Bolt, piani e prezzi, note di rilascio con il calendario del ritiro del vecchio agente.

Azienda e crescita: la scheda di Contrary Research su Bolt; l’intervista di Sacra a Eric Simons su margini, WebContainers e virata verso il B2B; la scheda Sacra su Bolt.new per finanziamenti e migrazione dell’agente.

La storia del lancio, raccontata da Simons: la puntata di Lenny’s Newsletter.

Sicurezza della categoria: studio Security Boulevard sulle vulnerabilità nelle app vibe coded.

Replit: la guida completa all’agente AI che costruisce e manda online un’app

Il 12 luglio 2025 Jason Lemkin, fondatore di SaaStr, racconta su X che l’agente AI di Replit ha cancellato il suo database di produzione durante un blocco delle modifiche. Dentro c’erano i record di 1.206 dirigenti e di quasi 1.200 aziende, raccolti in mesi di lavoro. Poi l’agente gli comunica che il ripristino è impossibile, che ha distrutto tutte le versioni del database. Era falso, il rollback funzionava, e Lemkin recupera i dati da solo.

Otto mesi dopo la stessa azienda chiude un round da 400 milioni di dollari a una valutazione di nove miliardi, e dichiara che l’85 per cento delle aziende Fortune 500 ha qualcuno che costruisce su Replit. Le due cose convivono, ed è la ragione per cui questa guida esiste. È la seconda di tre, dopo quella dedicata a Lovable, e prima di quella su Bolt.

Da editor nel browser a valutazione da nove miliardi

Replit nasce nel 2016 attorno a un’idea poco spettacolare: togliere l’attrito che sta prima del codice. Niente installazioni, niente configurazione dell’ambiente locale, apri una scheda del browser e scrivi. Per anni è stato questo, un posto dove imparare a programmare e condividere un progetto in un clic, con un modello di ricavi modesto costruito sugli abbonamenti.

L’agente cambia il mestiere dell’azienda. Il primo Replit Agent arriva a settembre 2024, Agent 3 a settembre 2025, Agent 4 a marzo 2026. In mezzo la curva dei ricavi si stacca dal grafico. A settembre 2025 l’azienda raccoglie 250 milioni a una valutazione di 3 miliardi e dichiara di viaggiare verso i 150 milioni di ricavi annualizzati. L’11 marzo 2026 arriva la Series D da 400 milioni guidata da Georgian, valutazione 9 miliardi, il triplo in sei mesi, con dentro Andreessen Horowitz, Coatue, Craft Ventures, Y Combinator, Databricks Ventures, e come investitori individuali Shaquille O’Neal e Jared Leto. Amjad Masad, che l’azienda l’ha fondata, diventa miliardario sulla carta.

I numeri che Replit dichiara oggi sono oltre 50 milioni di utenti, l’85 per cento delle Fortune 500 con almeno un utilizzatore interno, e l’obiettivo di un miliardo di ricavi ricorrenti entro la fine del 2026. Tra i clienti enterprise compaiono Atlassian, PayPal, Zillow, LabCorp, Adobe. Masad ha raccontato che il CMO dei Minnesota Vikings prototipa con Replit le idee di partnership, e che Shaq ci ha costruito la sua app di quiz sportivi.

C’è un dettaglio che vale più di tutta la lista. Un’azienda che passa da valutazione 3 a 9 miliardi in sei mesi sta comprando tempo per capire cosa diventerà da grande, e chi la adotta in azienda sta scommettendo su quella traiettoria insieme a lei.

Un ambiente completo dentro una scheda del browser

Replit non genera soltanto codice, ospita l’intero ciclo di vita. Scrivi cosa vuoi, l’agente pianifica, apre i file, installa le dipendenze, esegue il progetto, corregge gli errori che vede nei log, collega un database Postgres, e pubblica su un URL raggiungibile. Editor, container Linux, anteprima e deploy convivono nella stessa scheda.

Questa è la differenza sostanziale rispetto ai builder che si fermano alla generazione. Le opzioni di pubblicazione sono quattro, e la scelta pesa sul conto: autoscale, che paga per richiesta, macchine virtuali riservate con un costo mensile prevedibile, deployment programmati, hosting statico. Il database Postgres è dentro la piattaforma, insieme allo storage per i file e a un archivio chiave-valore, e ogni riga di quel consumo attinge dallo stesso portafoglio di crediti da cui attinge l’AI.

Agent 4, arrivato sul web a marzo 2026, fa girare più agenti in parallelo sullo stesso progetto e aggiunge una tela di design su cui lavorare visivamente. Gli output non sono più solo applicazioni web: ci sono app mobili native, presentazioni, applicazioni di analisi dati, animazioni. Sull’iPhone Agent 4 è arrivato a maggio 2026, dopo quattro mesi di braccio di ferro con la revisione dell’App Store, che è un dettaglio istruttivo su cosa significhi costruire strumenti generativi dentro ecosistemi chiusi.

Quando la barriera tra un’intenzione e un software funzionante si assottiglia fino a una frase, quello che si sposta è il punto in cui serve competenza. In Pelle Digitale ho provato a raccontare questa mediazione che si fa sempre più sottile e sempre più opaca, e un ambiente che scrive, esegue e pubblica senza che nessuno legga una riga è la sua versione più letterale.

Quanta autonomia dare all’agente

L’agente si può tenere al guinzaglio corto o lasciare correre. Le modalità hanno nomi commerciali che dicono poco, Lite, Economy, Power, con Turbo per andare più veloce, e la sostanza è quanta capacità di ragionamento e quanto tempo di esecuzione autonoma stai comprando per quel compito. Sul piano Pro puoi lanciare fino a dieci agenti insieme, ognuno su una parte diversa dell’applicazione.

Poi c’è la modalità che nasce da un incidente, ed è quella di sola pianificazione, dove l’AI ragiona con te, risponde, propone un impianto, e non tocca niente. Conviene passare da lì prima di ogni sessione seria di costruzione, per la stessa ragione per cui si guarda una planimetria prima di abbattere un muro.

La regola pratica che emerge da chi lavora davvero con questi strumenti è che l’autonomia va concessa in proporzione inversa al valore di quello che l’agente può rompere. Su un prototipo vuoto, massima. Su un sistema che tocca dati veri, minima, con un umano che approva ogni operazione distruttiva.

Il prezzo è a sforzo, e lo sforzo lo decide Replit

Il piano Starter è gratuito e serve a capire se lo strumento fa per te, con crediti giornalieri limitati, progetti pubblici, e un tetto sui minuti di sviluppo. Il piano Core costa 25 dollari al mese, circa 20 con fatturazione annuale, e include 25 dollari di crediti mensili, l’accesso all’agente, fino a cinque collaboratori. A febbraio 2026 Replit ha ritirato il vecchio piano Teams e ha introdotto Pro: cento dollari al mese in tutto, fino a quindici persone, crediti che si riportano al mese successivo, agenti in parallelo. Enterprise va a preventivo e porta SSO, log di audit, controlli di governance.

Sotto i piani lavora un meccanismo diverso. A metà 2025 Replit ha abbandonato il modello a checkpoint, dove ogni intervento dell’agente costava una cifra fissa di 25 centesimi, per passare a un prezzo basato sullo sforzo. Un’operazione semplice può costare sei centesimi, una complessa diversi dollari. Chi stabilisce quanto sforzo serve è la piattaforma, non tu, e questo produce un effetto che gli utenti hanno segnalato subito: una richiesta vaga come “migliora l’interfaccia” costa molto più di “aggiungi un pulsante per ordinare la tabella”, perché l’agente si mette a esplorare. Diversi utenti hanno riferito costi fino a quattro volte superiori rispetto al modello precedente per gli stessi lavori.

I crediti mensili non coprono solo l’AI. Coprono anche l’hosting dell’app, il calcolo del database, lo storage, il traffico in uscita. Uno sviluppatore che tiene online un’applicazione mediamente frequentata mentre continua a costruirci sopra può esaurire i 25 dollari del piano Core a metà mese, e da lì in poi tutto viene addebitato senza che nessuno ti avvisi, perché non esiste un tetto di spesa predefinito. Le testimonianze di conti tra i cento e i trecento dollari al mese su un abbonamento da venticinque sono numerose. Lemkin, nella settimana in cui costruiva il prototipo che gli sarebbe stato cancellato, aveva speso 607 dollari e 70 di extra sopra il suo piano da 25.

I prezzi cambiano spesso, e nell’ultimo anno sono cambiati tre volte tra checkpoint, sforzo e ristrutturazione dei piani. La pagina ufficiale su replit.com/pricing è l’unica fonte da guardare prima di firmare qualsiasi cosa.

Il giorno in cui l’agente ha cancellato il database di produzione

Torniamo a luglio 2025, perché quella storia contiene tutto quello che serve sapere sulla governance di questi strumenti.

Lemkin stava costruendo da nove giorni. Aveva dichiarato un blocco del codice e delle azioni, la procedura con cui si congela un sistema per impedire modifiche. Lo aveva scritto all’agente, secondo il suo racconto, undici volte, in maiuscolo. All’ottavo giorno l’agente esegue comunque un comando non autorizzato e svuota il database di produzione. Interrogato, spiega di essere andato nel panico davanti a quelle che sembravano tabelle vuote. Definisce il proprio comportamento un fallimento catastrofico, e quando Lemkin gli chiede di dare un voto alla gravità di quanto fatto, su cento risponde 95.

Non finisce lì. L’agente aveva anche popolato un database di quattromila persone inesistenti, dati inventati che coprivano bug invece di segnalarli, e sul ripristino aveva detto una cosa non vera. Lemkin scriverà poi che non esiste modo di imporre un blocco del codice in strumenti come questo, e che pochi secondi dopo aver pubblicato quella frase l’agente ha violato di nuovo il blocco.

Amjad Masad risponde pubblicamente in due giorni. Scrive che l’accaduto è inaccettabile e non dovrebbe mai essere possibile, offre un rimborso, annuncia un postmortem. Replit introduce la separazione automatica tra database di sviluppo e di produzione, migliora i sistemi di rollback, costruisce la modalità di sola pianificazione. Sono le cose giuste, arrivate dopo.

Per chi porta la responsabilità della sicurezza in azienda, questa vicenda insegna tre cose che nessun aggiornamento di prodotto cancella. La prima è che un agente autonomo con accesso in scrittura a un sistema di produzione è un rischio operativo, e va trattato con la stessa serietà con cui si tratta un collaboratore esterno a cui si darebbero le credenziali. La seconda è che le istruzioni in linguaggio naturale non sono un controllo di accesso, un blocco dichiarato nella chat vale quanto un cartello di divieto su una porta aperta, e i permessi vanno imposti dall’infrastruttura, dai backup, dalla separazione degli ambienti. La terza riguarda quello che il modello racconta di sé: quando l’agente ha dichiarato che il rollback era impossibile, stava producendo testo plausibile, e Lemkin ha ritrovato i dati perché ha verificato invece di credergli.

Vale anche per il resto della categoria. Scansioni indipendenti su oltre mille applicazioni costruite con strumenti di vibe coding hanno trovato problemi di sicurezza nella quasi totalità dei casi, e i campioni comprendevano Replit insieme a Lovable, Bolt e v0. Chi vuole vedere il metodo lo trova nello studio di Security Boulevard.

Dove si colloca rispetto a Lovable e Bolt

La scelta dipende da cosa devi spedire e da chi sei. Replit è l’ambiente più completo dei tre, l’unico che ti dà un computer vero nel browser, con terminale, database, deploy gestito e app mobili native tra gli output, quindi è la risposta giusta quando il progetto ha bisogno di girare, non solo di esistere. Lovable è più amichevole per chi non scrive codice e arriva prima a un’applicazione web presentabile, con un flusso pensato per designer e fondatori non tecnici. Bolt, costruito sopra StackBlitz, gira dentro il browser dell’utente e piace agli sviluppatori che vogliono mettere le mani nel codice.

Il rovescio della completezza di Replit è che ti espone a decisioni che gli altri ti nascondono, sul tipo di deployment, sul database, sui limiti di traffico, e ogni decisione ha un costo che compare in fattura. Chi non sa cosa sta scegliendo pagherà per scoprirlo. Tutte e tre le guide della serie stanno nella sezione AI e GenAI del blog.

Il primo progetto

Si parte dal piano gratuito, senza carta. Prima di lasciar costruire conviene fermarsi in modalità di pianificazione e descrivere l’applicazione con precisione, cosa fa, chi la usa, quali schermate esistono, quali dati tocca, perché la qualità di quella descrizione determina quanti crediti brucerai per correggere il tiro dopo. Poi si passa all’agente per la generazione vera, tenendo d’occhio il contatore.

Quando il progetto tocca dati veri valgono tre regole. Ambiente di sviluppo separato da quello di produzione, sempre, e verificato a mano. Nessun segreto di produzione dentro la piattaforma, che va considerata un ambiente non fidato. Backup fuori da Replit, perché il rollback di un fornitore è una comodità, non una garanzia. Quando l’app va online, si sceglie il tipo di deployment guardando il traffico atteso, e si mette un limite di spesa mentale prima di averne uno tecnico.

Dove regge, dove rallenta

Replit è straordinario per chiudere in un pomeriggio la distanza tra un’idea e qualcosa che gira per davvero, con un URL da mandare a qualcuno. Prototipi, strumenti interni, dashboard, applicazioni mobili di servizio, esperimenti che sarebbero morti in una presentazione: su questo terreno vale ogni centesimo, e mette una persona non tecnica nella condizione di consegnare qualcosa di vivo. Dove rallenta lo sappiamo: la logica complessa richiede molti giri, i costi diventano imprevedibili quando il debug si allunga, e ogni applicazione che tocca dati sensibili o regolati ha bisogno di una revisione fatta da chi sa leggere il codice prima di vedere la luce.

Per chi guida la tecnologia, il conto da fare non è sul prezzo del piano. È sulla superficie di rischio che si apre quando uno strumento capace di scrivere, eseguire e cancellare vive dentro l’azienda senza che nessuno abbia deciso dove può arrivare. Il mestiere di chi sa leggere il codice si sposta verso la revisione, la sicurezza, il disegno dei confini entro cui l’agente può muoversi. Quei confini li deve mettere una persona, perché l’agente non se li mette da solo, e la storia di luglio 2025 è la prova sperimentale.

Senza dubbio i prossimi agenti saranno più prudenti, più veloci e più capaci di quelli di oggi. La domanda che resta aperta riguarda noi: quando uno strumento sbaglia e poi ci racconta di non aver sbagliato, chi in azienda ha ancora la competenza per accorgersene?


Riferimenti.

Ufficiali: sito Replit, piani e prezzi, annuncio del round da 400 milioni.

Azienda e finanziamenti: TechCrunch sulla Series D da 400 milioni a 9 miliardi; scheda Sacra su Replit per ricavi, agenti e prezzi a sforzo.

L’incidente del database: la ricostruzione di Fortune, la cronologia del Register, la scheda nell’AI Incident Database.

Sicurezza della categoria: studio Security Boulevard sulle vulnerabilità nelle app vibe coded.

Lovable: la guida completa al builder AI che trasforma un prompt in un’app

A dicembre 2025 Lovable ha chiuso un round da 330 milioni di dollari a una valutazione di 6,6 miliardi. Diciotto mesi prima era l’app commerciale di un progetto open source che Anton Osika aveva chiamato GPT Engineer. In mezzo ci stanno otto milioni di utenti, più di centomila progetti creati ogni giorno, e oltre metà delle aziende Fortune 500 che la usano in qualche forma. La corsa è vera, e i numeri raccontano una corsa. A me interessa soprattutto il suo rovescio: oggi milioni di persone costruiscono software descrivendolo a parole, e quasi nessuna di loro saprebbe leggere il codice che ne esce.

Questa guida prova a dire cosa fa davvero Lovable, quanto costa, dove regge e dove si rompe, e quando vale la pena affidargli un progetto invece che a una persona. È la prima di tre, perché subito dopo arrivano Bolt e Replit, gli altri due nomi che chiunque incontri quando entra in questo territorio.

Da GPT Engineer a una valutazione da sei miliardi

Nel 2023, a Stoccolma, Osika rilascia GPT Engineer: software open source che usa un modello linguistico per scrivere intere applicazioni da una descrizione. Con Fabian Hedin ne fa una versione commerciale, la GPT Engineer App, e a dicembre 2024 la ribattezza Lovable aprendo l’accesso pubblico. Da lì la traiettoria diventa difficile da raccontare senza sembrare iperbolici.

A luglio 2025 il primo round serio, 200 milioni di Series A guidata da Accel, valutazione 1,8 miliardi. A novembre, sul palco di Slush a Helsinki, Osika annuncia 200 milioni di ricavi ricorrenti annui, il doppio rispetto a quattro mesi prima, quando l’azienda aveva passato i 100 milioni di ARR. Lui stesso lo descrive come la crescita più rapida nella storia del software, più veloce di OpenAI e di Cursor. A dicembre arriva la Series B da 330 milioni guidata da CapitalG e Menlo Ventures, con dentro anche Khosla, Salesforce Ventures e Databricks Ventures, a quei 6,6 miliardi che triplicano la valutazione in cinque mesi.

C’è un dettaglio che dice molto sul personaggio. Osika ha resistito alla pressione di trasferire l’azienda nella Silicon Valley, e attribuisce a quella scelta buona parte del risultato. Lovable resta svedese, con un organico piccolo rispetto ai ricavi, al punto che a marzo 2026 TechCrunch raccontava di 100 milioni di ricavi aggiunti in un solo mese con poco più di centoquaranta persone a libro paga. Tra i clienti compaiono Klarna, Uber, Zendesk. Non tutto è stato lineare: a novembre 2025 l’azienda è finita sotto accusa per non aver versato l’IVA dovuta in Svezia, un episodio che vale la pena tenere a mente quando si valuta la solidità di un fornitore così giovane e così veloce.

Per chi guida la tecnologia in azienda, il punto da registrare è semplice. Lovable ha smesso di essere un giocattolo per smanettoni ed è diventata a tutti gli effetti un fornitore enterprise, con tutto quello che questo comporta in termini di dipendenza, sicurezza e continuità.

Cosa succede quando descrivi l’app che vuoi

Scrivi cosa vuoi costruire, in linguaggio naturale, e Lovable genera un’applicazione full-stack completa. Il frontend esce in React con TypeScript e Tailwind CSS, il backend si appoggia a Supabase per database Postgres e autenticazione, e il tutto viene messo online su un URL pubblico con un clic. Da quel momento iteri conversando: chiedi una modifica, l’app cambia, ti accorgi di un errore, lo segnali, riprovi.

La parte che fa la differenza rispetto ai vecchi strumenti no-code è la portabilità del codice. Lovable mantiene una sincronizzazione bidirezionale con GitHub, quindi il progetto vive in un repository Git reale, e quel codice è tuo. Lo puoi esportare, estendere, far leggere a uno sviluppatore, oppure portarlo via del tutto. Non resti chiuso dentro un ecosistema visuale proprietario, che è esattamente la trappola in cui finivano le generazioni precedenti di costruttori senza codice.

Intorno al nucleo si sono accumulate funzioni che riducono i passaggi. La generazione di immagini è integrata nel builder, da marzo 2026 anche con sfondo trasparente, comoda per icone e illustrazioni di servizio senza uscire verso un altro strumento. C’è una modalità vocale per descrivere le modifiche parlando. E a marzo 2026 Lovable ha allargato il perimetro oltre le app, verso analisi dati, business intelligence, presentazioni e flussi di marketing, segno di un’ambizione che va ben oltre il prototipo.

Quello che cambia, sotto la superficie del prodotto, è chi può costruire. Quando l’interfaccia tra un’intenzione e un software diventa una frase scritta o detta, la barriera tecnica si abbassa di colpo e si sposta altrove. In Pelle Digitale ho provato a descrivere proprio questo, la mediazione tra la mente e gli strumenti che la estendono, e Lovable è uno degli esempi più nitidi di quella mediazione spostata sul linguaggio.

Come si pilota la generazione

Non c’è un solo modo di lavorare a un progetto, ce ne sono diversi, ognuno adatto a un momento. Agent Mode è la modalità autonoma: l’AI esplora il codice da sola, individua e corregge errori in modo proattivo, cerca informazioni sul web e ragiona su più passaggi prima di agire. Plan Mode, che prima si chiamava Chat Mode, è il suo opposto controllato: ragiona, pianifica, risponde a domande e aiuta a fare debug, ma non tocca il codice, ed è il posto giusto dove pensare un progetto prima di lasciarlo costruire.

Poi c’è la mano diretta. Visual Edits permette di cliccare su un elemento dell’interfaccia e cambiarne lo stile senza scrivere un prompt, utile a chi pensa per immagini più che per istruzioni. Dev Mode apre il codice e lo lascia modificare dentro Lovable, per i tecnici che vogliono mettere le mani dove l’AI non arriva. Le modifiche di solo testo e contenuto non consumano crediti, dettaglio che conta più di quanto sembri quando si guarda il conto a fine mese.

Quasi tutto questo è arrivato con Lovable 2.0, la versione che nella primavera del 2025 ha introdotto il lavoro in multiplayer, con workspace condivisi e fino a venti collaboratori, la scansione di sicurezza nel momento della pubblicazione, e la modalità di editing del codice. Da allora il prodotto ha continuato a crescere, ma è quella la base su cui si regge oggi l’esperienza d’uso.

Quanto costa, e quanto costa davvero

Il piano gratuito esiste e si usa, senza carta di credito. Dà cinque crediti al giorno con un tetto mensile intorno ai trenta, progetti pubblici ospitati su dominio lovable.app, branding di Lovable in vista, e nessuna possibilità di acquistare crediti extra o di aprire il codice. Basta per validare un’idea, non per costruirci sopra sul serio.

Il piano Pro parte da 25 dollari al mese, circa 21 con fatturazione annuale, e porta cento crediti mensili, progetti privati, dominio personalizzato, rimozione del branding, accesso al codice e crediti che si accumulano da un mese all’altro se non li usi. Il piano Business sale a 50 dollari al mese e aggiunge quello che serve a un team: SSO, controlli di accesso, fatturazione centralizzata, limiti di credito per singolo utente. Il piano Enterprise va a preventivo e mette sul tavolo SCIM, log di audit, attestazione SOC 2 e supporto dedicato.

Il meccanismo a crediti è semplice nella forma. Ogni interazione con l’AI ne consuma, le operazioni più complesse e quelle in Agent Mode ne consumano di più, le modifiche manuali non ne consumano affatto. Il problema arriva quando si traduce in conto reale. Chi ha spedito davvero un’applicazione lo racconta sempre allo stesso modo: i crediti bruciano più in fretta di quanto il piano lasci immaginare, e la spesa effettiva tende a essere due o tre volte quella nominale. A questo si aggiunge il backend, perché Supabase ha i suoi costi oltre il piano gratuito, a partire da circa 25 dollari al mese quando l’app supera i limiti di database, autenticazione o storage, e si aggiunge il dominio. Un piano da venti diventa facilmente un conto da sessanta o ottanta.

Rispetto a strumenti che chiedono una quota fissa mensile senza contatore a prompt, come Cursor, v0 o Windsurf, il modello a crediti di Lovable è più generoso sul lavoro semplice e meno prevedibile su quello complesso, soprattutto quando il debug si allunga. Nella comunità è emerso un flusso di lavoro che dice molto: si costruisce il settanta o ottanta per cento del progetto in Lovable, dove prototipare è rapido ed economico, poi si esporta su GitHub e si finisce in Cursor. I prezzi cambiano spesso, quindi la pagina ufficiale resta l’unica fonte da verificare prima di decidere, e la trovi su lovable.dev/pricing.

La Row Level Security e i dati usciti da Lovable

A maggio 2025 il ricercatore Matt Palmer documenta una vulnerabilità che diventa CVE-2025-48757. Oltre 170 applicazioni costruite con Lovable avevano il database completamente esposto, senza Row Level Security attiva. I dati raggiungibili comprendevano email e indirizzi di casa, informazioni finanziarie, chiavi API e storici di pagamento. Una sola di quelle app esponeva i dati di tredicimila utenti. Per leggerli non servivano credenziali: bastava la chiave pubblica che sta nel codice del frontend.

La radice tecnica merita di essere capita, perché spiega un’intera categoria di problemi. Supabase espone tutte le tabelle tramite API per impostazione predefinita. La chiave anonima è pubblica, vive nel bundle JavaScript che ogni visitatore può ispezionare. L’unica cosa che impedisce a chiunque di leggere e scrivere il database sono le policy di Row Level Security, e se quelle policy non vengono attivate e configurate a mano, il database è di fatto un’API pubblica aperta a tutti. Il problema non è il codice che Lovable scrive, è quello che non scrive: i controlli di sicurezza che nessuno ha pensato a chiedergli. Un ricercatore l’ha sintetizzato così: l’AI fa quello che le chiedi, non pensa mai a quello che non le hai chiesto.

Non è un caso isolato e non riguarda solo Lovable. Scansioni indipendenti su oltre mille applicazioni costruite con strumenti di vibe coding e appoggiate a Supabase hanno trovato problemi di sicurezza in circa il 98 per cento dei casi, con il 16 per cento di falle critiche, e i campioni includevano anche v0, Bolt e Replit. È un problema di categoria, legato all’architettura client più al modello generativo che a un singolo prodotto. Va detta però anche la parte scomoda per Lovable: secondo un audit successivo, l’autorizzazione interna della stessa piattaforma è rimasta esposta per settimane dopo la segnalazione, il che indebolisce l’argomento secondo cui la responsabilità sarebbe tutta di chi configura male l’app.

Lovable ha risposto con un Security Scan integrato nel momento della pubblicazione per le app collegate a Supabase, e con un Security center che controlla chiavi API esposte, policy RLS, dipendenze datate. È un passo avanti che resta acerbo. Per chi porta la responsabilità della sicurezza in azienda, le regole pratiche sono poche e nette. Niente segreti di produzione dentro gli strumenti di coding AI, che vanno trattati come ambienti non fidati. RLS attiva su ogni progetto, verificata a mano e non chiedendo conferma all’AI che l’ha generata. E una valutazione del rischio fornitore identica a quella che si farebbe per qualunque altro responsabile del trattamento dei dati, con le implicazioni che questo porta su SOC 2 e ISO 27001. Se è il tipo di governance che serve impostare, è esattamente la conversazione che faccio con le aziende prima che un prototipo scivoli silenziosamente in produzione.

Dove si colloca rispetto a Bolt e Replit

Nessuno di questi strumenti è uguale agli altri, e la scelta dipende da chi sei e da cosa devi spedire. Lovable offre l’esperienza più completa appena aperta la scatola, con backend, editing visivo e modalità agente già pronti, ed è la più amica dei designer e di chi non scrive codice. Bolt, costruito sopra StackBlitz, dà più flessibilità tecnica, supporta più framework, lascia editare il codice in modo diretto e gira interamente nel browser, e tende a piacere di più agli sviluppatori. Replit, con il suo Agent, è un ambiente di sviluppo completo che arriva fino alle app mobili native via React Native, quindi quando serve il mobile vero è la risposta più solida. v0 di Vercel genera componenti di interfaccia eccellenti e pubblica in fretta, ma parla a chi conosce già React. Base44 toglie ogni decisione di configurazione ed è la via più rapida per un fondatore senza competenze tecniche.

Su questa mappa entro nel dettaglio nelle prossime due guide del blog, dedicate a Bolt e a Replit, che raccolgo insieme a questa nella sezione AI e GenAI. Qui basta la posizione: Lovable è il punto di riferimento per le app web full-stack con un flusso amichevole, e il confronto si gioca sul resto.

Il primo progetto

Si parte dal piano gratuito, senza carta. La descrizione iniziale conta più di tutto il resto, quindi vale la pena essere precisi su cosa fa l’app, chi la usa e quali sono le schermate principali, invece di affidarsi a una frase generica. Prima di lasciar costruire conviene passare da Plan Mode per ragionare sull’impianto, poi attivare Agent Mode per la generazione vera. Quando servono dati e login si collega Supabase, e a quel punto la regola è una sola: lanciare il Security Scan prima di pubblicare e verificare a mano che la Row Level Security sia attiva, senza fidarsi della conferma dell’AI. Infine si sincronizza il progetto con GitHub, così il codice resta portabile, e si collega un dominio personalizzato. La spesa la si lascia crescere quando si toccano i limiti, non prima.

Dove regge, dove rallenta

Lovable è straordinario per comprimere la distanza tra un’idea e qualcosa di vivo. MVP, prototipi di SaaS, landing page, strumenti interni, portali cliente e dashboard, demo da mettere in mano a qualcuno la settimana stessa: su tutto questo regge benissimo, e mette un fondatore non tecnico o un product manager nella condizione di spedire un prodotto reale senza un team di sviluppo. Dove rallenta è prevedibile. La logica custom complessa richiede più giri, i casi limite vanno chiariti uno per uno, e qualunque applicazione che maneggi dati sensibili o regolati non dovrebbe vedere la luce senza una revisione di sicurezza fatta da chi sa leggere il codice.

Questi strumenti generano un buon punto di partenza, non un sistema finito. Una produzione vera ha ancora bisogno di revisione del codice, di un’architettura pensata, di test e di manutenzione nel tempo, e nessuno di questi passaggi sparisce perché l’app è nata da un prompt. Per chi guida la tecnologia, Lovable è due cose insieme: un modo legittimo per accorciare il ciclo dall’idea al prototipo, e una responsabilità di governance nel momento in cui qualcuno prova a spingere quel prototipo in produzione senza che nessuno lo abbia controllato. Il mestiere di chi sa leggere il codice non scompare, si sposta verso la revisione, la sicurezza, i casi che l’AI non vede.

Senza dubbio questi strumenti diventeranno più sicuri e più capaci. La domanda che resta aperta è un’altra: quando descrivere un’applicazione diventa facile come dirla a parole, chi si prende la responsabilità di quello che quell’applicazione fa nel momento in cui nessuno la sta guardando?


Trasparenza: i link a Lovable nel corpo di questa pagina sono referral. Le valutazioni del pezzo, inclusa la parte sulla sicurezza, restano quelle che avrei scritto senza. I link qui sotto sono diretti.

Riferimenti.

Ufficiali: sito Lovable, documentazione, annuncio Lovable 2.0, piani e prezzi, FAQ sicurezza.

Azienda e finanziamenti: scheda Wikipedia; TechCrunch sulla Series B da 330 milioni a 6,6 miliardi e sui 200 milioni di ARR con la scelta di restare in Europa.

Analisi e recensioni indipendenti: UI Bakery, No Code MBA sui prezzi.

Sicurezza: Superblocks sulla CVE-2025-48757, studio Security Boulevard sulle vulnerabilità nelle app vibe coded.

L’Europa e l’AI di frontiera che non controlla

Il 7 luglio la Commissione europea ha presentato un Action Plan su cybersicurezza e intelligenza artificiale. A firmarlo è Henna Virkkunen, che nella nuova Commissione porta una delega dal nome esplicito, sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, e che ha messo in fila un ragionamento semplice, l’AI sta cambiando il significato stesso della sicurezza informatica e l’Europa deve tenere il passo alle vulnerabilità che le nuove tecnologie si portano dietro. Nelle settimane precedenti, a Bruxelles, si leggeva un fatto molto preciso: un modello di frontiera, il Mythos di Anthropic, aveva mostrato di saper individuare vulnerabilità nascoste nel software, e un governo straniero aveva deciso di limitarne l’accesso a chi non è cittadino americano.

Per anni l’Europa ha scritto regole per un’intelligenza artificiale che non costruisce. Questo piano è il primo documento che lo dice ad alta voce, con parole sue: le capacità di frontiera nascono per lo più fuori dai confini dell’Unione, e la loro disponibilità dipende da processi decisi altrove, spesso poco trasparenti. La cybersicurezza, letta così, non è un problema di adempimento, è un problema di sovranità digitale.

Una capacità di valutazione da costruire

La prima mossa concreta è una capacità europea di valutazione dei modelli, che la Commissione vuole creare nel 2027. Servirà a esaminare i modelli di frontiera prima che arrivino sul mercato, anche dal lato della sicurezza informatica, a sostegno del lavoro dell’AI Office, con criteri pubblici per i valutatori indipendenti che vorranno candidarsi.

Sotto l’annuncio c’è un’ammissione. Oggi l’Europa non riesce a valutare da sola i modelli che pretende di regolare. L’AI Act le ha dato il diritto di chiedere che quei modelli vengano esaminati, questo piano riconosce che le manca il muscolo per farlo in proprio.

Il primo pezzo di quel muscolo arriva prima. ENISA, l’agenzia dell’Unione per la cybersicurezza, e il Centro comune di ricerca costruiranno entro fine 2026 una piattaforma europea sicura per mettere alla prova i modelli in ambienti simulati, portando competenza sull’uso sicuro dell’AI agli operatori dei settori critici, dalla finanza alla sanità, dall’energia ai trasporti fino alla pubblica amministrazione.

Quando a decidere l’accesso è un altro

Qui il piano tocca il nervo scoperto. Le capacità di frontiera, scrive la Commissione, si sviluppano quasi tutte fuori dall’Unione, e chi le vuole usare dipende da processi decisi altrove. Conoscerle e potervi accedere non riguarda soltanto la resilienza informatica, riguarda la sovranità tecnologica di un continente.

L’episodio Mythos serve da promemoria. Un modello capace di trovare falle nascoste diventa un’arma se finisce nelle mani sbagliate, uno strumento di difesa se resta in quelle giuste, però la mano che decide chi può usarlo, in quel caso, stava a Washington e non a Bruxelles. È l’idea del permesso revocabile portata su scala geopolitica: quando il permesso di usare una capacità può essere ritirato da qualcun altro, dall’esterno, la tua sovranità sui processi che quella capacità protegge è presa in prestito.

Somiglia alla competenza presa in prestito di cui scrivevo a proposito del nostro rapporto quotidiano con questi modelli, solo che qui il prestito non tocca una singola persona che smette di saper fare una cosa, tocca la capacità di un’intera economia di difendere le proprie infrastrutture.

Dal codice condiviso alla vulnerabilità che resta scoperta

Il secondo pilastro guarda dentro le organizzazioni. Il piano non chiede di aspettare, chiede di usare da subito le capacità di AI già disponibili, compresi i modelli aperti, per trovare e correggere le vulnerabilità più in fretta di prima, e per reagire quando un attacco è già in corso. Da qui a fine 2026 ENISA pubblicherà linee guida e buone pratiche, e aprirà un progetto pilota sulla resilienza del software libero critico, pensato per accelerare la correzione delle falle con l’aiuto dell’AI.

Il codice aperto, in questo disegno, pesa più di una bandiera ideologica. Resta la sola capacità che un’organizzazione può ispezionare riga per riga e far girare sulle proprie macchine, senza chiedere permesso a nessuno e senza che nessuno la spenga da lontano. La stessa falla che un modello di frontiera straniero potrebbe scovare al posto tuo, oggi, un modello aperto che controlli tu può aiutarti a chiuderla domani.

La difesa prima della norma

C’è un contrasto che vale la pena guardare in faccia. Nelle stesse settimane in cui prepara questo piano, l’Europa rallenta il suo stesso codice: il 29 giugno il Consiglio ha dato il via libera definitivo alla semplificazione dell’AI Act, che sposta in avanti gli obblighi sui sistemi ad alto rischio, al dicembre 2027 per quelli autonomi e all’agosto 2028 per quelli dentro i prodotti.

Frenare la regola e costruire la difesa, allo stesso tempo, sembra una contraddizione e invece è una sola mossa. Il baricentro si sposta da ciò che vietiamo prima a ciò che sappiamo fare adesso, dalla conformità alla capacità. È l’ansia da competitività dei rapporti Draghi e Letta tradotta in atti di governo, e cambia il modo in cui un CIO dovrebbe leggere la politica europea sull’AI.

La lettura solo per adempimento non basta più. Ciò che pesa davvero, sui tavoli dove si decide, è lo stesso metro che vale con gli agenti: la reversibilità, cioè il controllo su runtime, contesto e permessi e la rapidità con cui puoi fermare un processo e riportarlo indietro senza danni.

Sovranità digitale, da iniziare adesso

Il piano, in filigrana, detta anche cosa fare senza aspettare né l’agenzia del 2027 né la sfida europea di fine anno. C’è l’igiene di base da rafforzare e la sicurezza da mettere fin dentro la progettazione, come le regole sulla cybersicurezza già chiedono. Conviene poi iniziare a usare i modelli disponibili, anche quelli aperti, per scovare e chiudere le vulnerabilità e per rispondere quando un attacco è già partito. Merita attenzione, da qui a fine anno, la piattaforma di ENISA per la sperimentazione dei modelli, con le linee guida che arriveranno tra il terzo e il quarto trimestre.

E la dipendenza da un singolo modello di frontiera controllato da un altro Stato va trattata per quello che è, un’esposizione nella catena di fornitura che una decisione presa altrove può accendere o spegnere da un giorno all’altro.

L’occasione, per chi in Europa costruisce sicurezza e AI nello stesso posto, prende una forma concreta. Bruxelles lancerà entro fine 2026 una sfida europea per le soluzioni di cybersicurezza basate sull’AI, e sta studiando con la Banca europea per gli investimenti uno strumento pubblico che finanzi i progetti strategici, la frontiera dell’AI compresa. Attorno a una capacità sovrana, che si possa ispezionare e valutare in casa, si sta formando un mercato.

Il piano costruisce la capacità di valutare i modelli e gli strumenti per difendere le reti, e sono due cose che all’Europa mancano da tempo. Resta però, sui tavoli dove lavoro, una domanda a cui non ho ancora una risposta netta: si può davvero essere sovrani su una capacità che non hai costruito e che non riesci a vedere fino in fondo? Finché la risposta non è chiara, la sovranità digitale somiglia più a un cantiere aperto che a un traguardo raggiunto.


Il documento è l’Action Plan on Cybersecurity and Artificial Intelligence presentato dalla Commissione europea il 7 luglio 2026, con il comunicato integrale della Commissione. La struttura in tre pilastri e le scadenze operative sono ricostruite dal servizio di Agence Europe. Il via libera definitivo alla semplificazione dell’AI Act è del Consiglio dell’UE, 29 giugno 2026.

Modelli di frontiera: la mappa di chi li costruisce, come sono fatti e quanto costano

Mai prima d’ora un governo aveva staccato la spina a uno dei modelli di frontiera già in mano al pubblico. È successo a giugno, con Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic, spenti su ordine dell’amministrazione americana per ragioni di sicurezza nazionale. Sotto la cronaca c’è un fatto più grande di un singolo provider: alcuni di questi sistemi sono diventati abbastanza potenti da essere maneggiati come materiale strategico, al pari di un chip avanzato o di una tecnologia a duplice uso.

La parola gira ovunque, il suo significato molto meno, e per orientarsi conviene partire dall’origine del nome.

Una parola nata nei corridoi della policy

Il termine non viene dal marketing. Nasce a metà 2023, in un paper firmato da ricercatori legati al Future of Humanity Institute, che chiamavano “frontier AI” i modelli fondazionali tanto capaci da poter sviluppare abilità pericolose per la sicurezza pubblica. Da lì è entrato nel vocabolario dei governi, prima fra tutti quello britannico con la sua Frontier AI Taskforce e il summit sulla sicurezza dell’AI di fine 2023.

La definizione ha una caratteristica scomoda, si muove. Frontiera è qualunque cosa stia sul bordo più avanzato delle capacità in un dato momento, il che vuol dire che il modello di punta di oggi sarà il modello mediocre di dopodomani. Accanto a questa lettura mobile ne esiste una più rigida, usata dai regolatori, che fissa una soglia di calcolo: oltre i 10²⁶ FLOP impiegati per l’addestramento scattano obblighi di trasparenza e compliance. Due definizioni che convivono, una basata su cosa il modello sa fare, l’altra su quanta energia è servita a costruirlo.

Sotto il cofano c’è sempre un Transformer

Tolta la scenografia, l’impalcatura è la stessa per tutti. L’architettura di base si chiama Transformer ed è del 2017. Per dare la misura di quanto è cambiato il gioco: addestrare quel primo Transformer costò intorno ai 900 dollari. I modelli di cui parliamo oggi sono figli di quella stessa idea, cresciuta di parecchi ordini di grandezza.

Quasi tutti i modelli di frontiera adottano una variante chiamata mixture-of-experts. Invece di accendere l’intera rete per ogni parola che elaborano, la suddividono in molti moduli specializzati e ne attivano solo una frazione alla volta. È il trucco che permette di avere modelli enormi sulla carta e relativamente economici da far girare nella pratica.

Poi c’è il ciclo di costruzione, diviso in due tempi. Il pre-training è la fase cara, quella in cui il modello divora enormi quantità di testo e codice, immagini e suono, bruciando i milioni di dollari di calcolo. Il post-training viene dopo, costa molto meno, e serve a rendere il modello utile e allineato, insegnandogli a seguire le istruzioni e a comportarsi in modo prevedibile. Gran parte di ciò che percepiamo come “carattere” di un modello si decide in questa seconda fase.

La novità degli ultimi diciotto mesi sono i modelli che ragionano prima di rispondere, generando catene di pensiero interne prima di consegnare l’output. È la leva che ha spinto in alto i punteggi in matematica, programmazione e scienza. Insieme a questo conta la finestra di contesto, quanto materiale il modello riesce a tenere sotto gli occhi in una volta sola. La linea di frontiera si è assestata intorno al milione di token, con qualche eccezione che spinge molto oltre: una startup di Miami ne ha annunciato uno da dodici milioni, e tra i modelli scaricabili Llama 4 Scout arriva a dieci.

Quattro nomi in testa e due spenti dal governo

A metà 2026 il gruppo di testa dei modelli di frontiera è abbastanza leggibile, anche se cambia di mano in continuazione. Claude Opus 4.8, uscito il 28 maggio, guida l’indice di intelligenza di Artificial Analysis. Intorno gli stanno GPT-5.5 di OpenAI, Gemini 3.1 Pro di Google e Grok 4.3 di xAI. Nessuno vince su tutto: chi domina la programmazione arranca sulla scrittura creativa, chi guida sul ragionamento puro costa la metà di un concorrente. La domanda utile non è quale sia il migliore in assoluto, ma quale sia il migliore per un certo lavoro.

Poi c’è la storia di Mythos. Anthropic lo presenta ad aprile come un modello capace di trovare da solo le falle di sicurezza in codice considerato inattaccabile, una capacità giudicata troppo pericolosa per un rilascio aperto. Invece di metterlo in vendita, l’azienda lo affida a un consorzio ristretto, Project Glasswing, una cinquantina di organizzazioni all’inizio, circa centocinquanta a inizio giugno, tra cui Google, Nvidia, Microsoft e Apple. Il 9 giugno arriva la versione commerciale, Fable 5, lo stesso modello con dei filtri che bloccano le richieste nelle aree ad alto rischio come cyber e biologia, dirottandole su Opus 4.8 in meno del cinque per cento delle sessioni. Tre giorni dopo il governo stacca tutto, e il telecom coreano sospettato di legami con la Cina che secondo le ricostruzioni avrebbe fatto scattare la direttiva ci ricorda quanto sia diventato politico il confine tra chi può usare un modello e chi no.

L’altra metà della frontiera parla cinese

Chi guarda solo agli Stati Uniti vede metà del quadro. L’altra metà parla cinese, e ha scelto una strada diversa, quella dei pesi aperti. Ad aprile, otto dei dieci modelli cinesi più capaci erano scaricabili, eseguibili sui propri server, utilizzabili commercialmente. La famiglia Qwen di Alibaba ha superato Llama di Meta nei download cumulativi su HuggingFace, e i modelli cinesi viaggiano ormai oltre il quarantacinque per cento del traffico su OpenRouter, contro meno del due per cento di un anno prima.

I nomi da tenere d’occhio sono pochi e netti. DeepSeek ha fatto del prezzo la sua arma, con la versione V4 che raggiunge la parità con i modelli occidentali di punta sul coding agentico a circa trenta centesimi per milione di token. GLM di Zhipu è il primo modello di frontiera addestrato per intero su chip Huawei Ascend, senza una sola GPU Nvidia, e gira sotto licenza MIT, la più permissiva del lotto. Kimi di Moonshot ha puntato sugli agenti, con un’architettura a sciame che coordina fino a cento sotto-agenti in parallelo. Sopra tutti resta una verità che il marketing cinese non ama: sui benchmark trasversali più severi, una valutazione del NIST stima il modello cinese di punta indietro di circa otto mesi rispetto alla frontiera americana. Otto mesi, in questo settore, sono insieme pochissimo e moltissimo.

C’è un dettaglio che pesa più dei punteggi. Un modello aperto e competitivo lo si può far girare dentro la propria infrastruttura, senza che nessun fornitore possa spegnerlo per ordine di un governo. La vicenda Fable 5 ha dato a questo argomento un peso che i grafici di benchmark non davano.

Centinaia di milioni per costruirli, centesimi per usarli

Quando si parla di costi conviene tenere separate due voci che differiscono di mille volte. Costruire un modello di frontiera è una faccenda da centinaia di milioni di dollari. Le grandi sessioni di addestramento dei modelli di frontiera nel 2026 stanno tra i duecento e i cinquecento milioni per la classe di GPT-5 e Gemini, e le proiezioni parlano di uno o tre miliardi a modello entro fine 2027. Secondo le stime di Epoch AI la spesa cresce di 2,4 volte l’anno dal 2016, e il vincolo che frena il prossimo salto oggi è la potenza elettrica dei data center, più dei chip. Dove vanno questi soldi? Quasi metà in chip e hardware dei server, una fetta robusta in stipendi dei ricercatori. Ecco perché la partita la giocano in pochi, serve un capitale che la maggior parte delle aziende non può nemmeno immaginare.

Usarli, invece, costa sempre meno. Il prezzo dell’inferenza, far rispondere il modello, è crollato di circa 280 volte in diciotto mesi a parità di prestazioni. Oggi i listini della frontiera vanno da dieci centesimi a settantacinque dollari per milione di token, una forbice enorme che si naviga guardando al rapporto tra prezzo e qualità, prima ancora che alla cima della classifica. È qui che i modelli cinesi aperti mordono di più, perché possono azzerare il costo per chi se li ospita in casa.

Nuovi modelli di frontiera ogni undici giorni

Tra febbraio e aprile 2026, in settantotto giorni, i tre principali laboratori americani hanno rilasciato sette modelli di frontiera. Uno stato dell’arte nuovo ogni undici giorni. Qualunque classifica scritta oggi sarà parzialmente falsa tra un mese, ed è la ragione per cui legarsi a un solo fornitore è diventato fragile. Chi costruisce sopra questi modelli sta imparando a instradare il lavoro tra più di uno, tenendo aperta la porta anche all’opzione di farne girare uno proprio, dentro casa.

Resta la domanda che la settimana del 12 giugno ha lasciato sul tavolo, e vale più di ogni benchmark. Se un modello di punta può sparire dall’oggi al domani per ordine di un governo, la frontiera appartiene a chi lo addestra o a chi tiene la mano sull’interruttore?

Da RAG alla memoria: il vantaggio che nessuno può copiare

Chiudi la scheda del browser venerdì sera. La riapri lunedì, riprendi la stessa conversazione, e l’assistente non ha più memoria di te, non sa nemmeno chi sei. Le preferenze che avevi espresso, il lavoro lasciato a metà, le due ore di contesto costruite insieme: sparite. Si riparte da zero.

La risposta diffusa a quel vuoto si chiama RAG, e funziona pescando per somiglianza i pezzi di testo che servono e infilandoli nel prompt. Trasformare quella tecnica in una memoria vera è il problema su cui si arrovellano i team che costruiscono agenti in questo momento. Sotto la parte tecnica, fatta di schemi e di query, c’è una distinzione che riguarda chiunque costruisca prodotti con l’AI, ed è meno una scelta di database e più una scelta di strategia. Il RAG recupera. La memoria ricorda. E lì, nel punto in cui un sistema smette di recuperare e inizia a ricordare, smette anche di essere reattivo, e nasce un vantaggio che il modello, da solo, non ti dà.

Più contesto nel prompt non basta

Il RAG che quasi tutti hanno messo in produzione sono quattro righe di codice: trasformi i documenti in vettori, trasformi la domanda dell’utente in un vettore, peschi i più vicini, li infili nel prompt. Funziona. Funziona così bene che è diventato il default di ogni assistente interno degli ultimi due anni, e spiega anche perché quegli assistenti si somigliano tutti, appena la conversazione prova ad andare un po’ più in là.

Il recupero puro si rompe sempre negli stessi punti. La conversazione lunga, che dopo qualche centinaio di scambi non sta più nel prompt. La ripresa, l’utente che torna il giorno dopo e vorrebbe ritrovare dove era arrivato. Le preferenze e le regole, «questo cliente vuole le date in formato giorno-mese-anno», «i rimborsi sopra i cinquecento euro vogliono un’approvazione», cose che non ottieni per somiglianza semantica con l’ultimo messaggio. La risposta istintiva a tutto questo è una sola: infilare di più nel prompt. Più recupero, più storia, più contesto. Il conto dei token cresce, il modello si perde nel mezzo, e il sistema sembra più lento proprio quando dovrebbe sembrare più competente.

La memoria è un percorso di scrittura

Il salto vero non è mettere un database accanto al vector store. Cambia cosa serve quel livello di archiviazione, e come ci parlano gli agenti.

Il recupero è una query contro un corpus che hai caricato una volta, e niente di ciò che il modello dice rifluisce nel corpus. La memoria invece è un percorso di scrittura: tutto ciò che il sistema osserva durante una sessione, o che l’utente conferma, può diventare un record durevole, con il suo perimetro di visibilità, la sua provenienza, la sua scadenza. Lo stesso record si rilegge dopo, da un’altra sessione, magari da un altro agente che lavora per la stessa persona.

C’è una metafora che gira per descrivere tutto questo, il secondo cervello. La trovo utile e quasi sempre tradita, perché la maggior parte delle implementazioni si ferma un passo prima: ti danno note ricercabili, che sono uno schedario migliore, non una memoria. Una memoria vera distilla. Le note diventano fatti agganciati alle entità che descrivono, il lavoro concluso diventa un episodio riutilizzabile, e lo stesso strato serve allora la chat di una persona e l’agente che lavora al posto suo, senza che nessuno dei due abbia bisogno di una copia tutta sua. È la differenza tra un’AI che reagisce a ogni richiesta come fosse la prima e una che accumula, e sull’accumulo si adatta. In La Mente Adattiva ho provato a descrivere proprio questo scarto, tra un’intelligenza che risponde e una che si trasforma con l’esperienza.

Cinque tipi di memoria da non confondere

«Aggiungere memoria» suona come una funzione sola. In pratica sono sistemi diversi, e se non li separi finisci con un magazzino unico che risponde male a ogni domanda.

Le regole, prima di tutto. Le policy, i vincoli di compliance, le soglie di approvazione cambiano di rado e di proposito, e si recuperano per corrispondenza esatta, mai per somiglianza: una policy cercata per similarità è un errore, perché ti allontana in silenzio dalla regola che vale in quel momento. Poi le preferenze, i parametri stabili di personalizzazione, quelli che fanno sentire il sistema cucito addosso senza doverglielo ridire ogni volta. Poi i fatti, le affermazioni durevoli che l’agente può riusare con la loro provenienza: qui vive il vantaggio che si accumula, e qui i problemi si fanno più duri, perché ogni fatto che scrivi è una scommessa sul futuro. Poi gli episodi, i riassunti del lavoro concluso, la forma di una soluzione passata da riusare invece di riderivarla. E sotto tutto, le tracce, il registratore di volo grezzo da cui fatti ed episodi vengono distillati.

Cinque cose, cinque modi di conservarle, cinque modi di ritrovarle. Confonderne due qualsiasi produce un guasto preciso e prevedibile. È una delle tassonomie possibili, ce ne sono altre, ma il principio vale a prescindere dai nomi: trattare memorie diverse come se fossero la stessa cosa è la radice di metà dei comportamenti strani che vedi negli agenti.

Un cancello prima della memoria

Se prendi sul serio questa separazione, ti serve qualcosa che decida cosa entra nella memoria durevole e cosa resta effimero. È l’operazione più rischiosa di tutto il sistema. Promuovi tutto e la memoria si avvelena da sola, riempiendosi di scarti conversazionali. Non promuovi niente e l’agente resta amnesico.

Il cancello fa poche cose in una transazione sola. Classifica il candidato e gli assegna un perimetro, l’organizzazione, l’utente, l’agente. Verifica i duplicati, così lo stesso fatto che arriva da due sessioni diverse finisce in una riga sola e non in due che competono. Controlla che un fatto abbia una confidenza sopra soglia e una provenienza, cioè la sessione che lo ha generato. Poi calcola lo stato da dentro, mai dal chiamante, e scrive.

Qui si apre la parte che riguarda la governance, non solo il codice. Ogni record porta con sé il suo perimetro di accesso e la sua provenienza. Il diritto all’oblio, che su un log grezzo è una cancellazione, su una memoria diventa una faccenda seria, perché «la cosa che sa di te» è ormai un artefatto distillato da cento conversazioni e non un dato grezzo da buttare. È lo strato che in Pelle Digitale chiamavo la pelle tra noi e la macchina, e qui diventa qualcosa che un’azienda deve saper revocare a comando. L’EU AI Act spinge nella stessa direzione: gli obblighi per i sistemi ad alto rischio sono stati rinviati in via provvisoria da agosto 2026 a dicembre 2027, ma l’asticella su tracciabilità, audit e supervisione umana si alza, non si abbassa. Una memoria senza provenienza e senza scadenze non si può governare, e in Europa quello che sfugge al controllo, tra poco, sarà fuori uso.

Il modello è condiviso, la memoria è tua

Resta una domanda: su cosa appoggiare tutto questo. L’architettura in cui la maggior parte dei team finisce per inerzia spacca la memoria lungo l’asse che fa più male, i dati relazionali in un database, il recupero ibrido in un motore vettoriale, le tracce in un altro store ancora. Ognuno è ottimo per il suo compito. Il guaio arriva quando il contesto deve attraversarli, perché ogni recupero serio diventa una join tra sistemi, e ogni join attraversa un confine di sicurezza, di transazione, di latenza, e a ogni attraversamento ti riporti in casa il problema di consistenza che volevi evitare.

Tenere insieme il recupero semantico e i dati relazionali che lo governano, sotto un solo piano di query e un solo modello di sicurezza, è la capacità che conta. Postgres con pgvector, Elasticsearch, Pinecone, Weaviate, e framework come LangGraph, Letta, Mem0 affrontano pezzi del problema in modi diversi, e la scelta giusta dipende da dove vuoi che vivano i tuoi dati e da chi li può toccare. Per chi lavora su dati sensibili o sovrani questa non è una questione di prestazioni, è una questione di controllo, ed è il terreno su cui è nato LocalAI.io: tenere modello e memoria dentro un perimetro che governi tu.

C’è una conseguenza da tenere a mente. I modelli sono condivisi, li usano i tuoi concorrenti, li addestra qualcun altro, e l’anno prossimo quello che usi oggi sarà rimpiazzato da uno migliore. La memoria no. Quello che è dentro la tua memoria riflette scelte che solo il tuo team poteva fare, su cosa conservare, con quale perimetro, per quanto tempo. Il modello è il livello che puoi sostituire. La memoria è il livello che nessun altro può copiarti, perché è fatto della tua storia, non della tua tecnologia.

Costruirla bene costa più che impilare token in un prompt. Ma per chiunque stia mettendo l’AI dentro la propria azienda la domanda smette di essere «quanto contesto riesco a infilare» e ne diventa un’altra: cosa vale la pena che il tuo sistema ricordi, e cosa è meglio che dimentichi?

Guerra dei prezzi AI: la difendibilità si sposta sul controllo dell’inferenza

Il 13 giugno il Wall Street Journal ha raccontato la fuga verso i modelli cinesi: aziende e startup, sfiancate dal conto dei token, che spostano i carichi di lavoro su alternative più economiche e quasi sempre open source. Bradley Olson racconta di strumenti che fanno rimbalzare il lavoro da un modello all’altro, Claude o ChatGPT per i compiti che lo meritano, modelli aperti per tutto il resto. OpenAI e Anthropic, tutte e due con il fascicolo per la quotazione già depositato, stanno valutando di tagliare i prezzi.

Sotto la cronaca del taglio c’è un movimento più lento, e per chi quei sistemi li mette in produzione conta molto di più. La guerra dei prezzi AI sta spaccando il mercato in due, e le due metà non si difendono allo stesso modo. Da una parte i volumi, che scivolano verso il basso costo. Dall’altra il valore, che resta in alto, dove le capacità di frontiera sono ancora poche e ancora difficili da replicare.

I volumi seguono i modelli cinesi

Il pavimento dei prezzi lo ha colato DeepSeek, e da lì in giù si è mosso tutto il resto. Su OpenRouter, la piattaforma di instradamento che migliaia di sviluppatori usano per scegliere a chi mandare le proprie richieste, i modelli cinesi pesano oggi intorno al 46% del traffico identificato. Anthropic, Google e OpenAI messe insieme stanno sotto al 36. Un anno fa i cinesi erano sotto il due per cento. Qwen, DeepSeek, Kimi, GLM, MiniMax: nomi che fino a poco fa nessun ufficio acquisti pronunciava, e che adesso girano dentro metà dei flussi agentici del pianeta.

La ragione è prosaica, e la dice bene un investitore citato nel pezzo, Tommy Shaughnessy di Delphi: il modello è il costo più grosso per chi vende inferenza, e questi se lo ritrovano gratis. I laboratori cinesi rilasciano modelli di livello frontiera come pesi aperti, chi fa inferenza li serve a costo quasi azzerato, e il prezzo finale crolla a una frazione, da sette a cinquanta volte meno a seconda del confronto che si fa. Per moltissimo lavoro quotidiano, una sintesi o una classificazione o una bozza da rifinire, la differenza di qualità tra i modelli cinesi e quelli di punta semplicemente non si vede in busta paga. E nel frattempo i conti dei token diventano insostenibili: c’è chi, come Uber, ha bruciato l’intero budget AI dell’anno entro aprile.

Il prezzo basso ha un indirizzo

Un modello che costa quasi niente è comodo, fino al momento in cui ti accorgi da dove arriva, e che quel quasi niente per chi lo produce ha una funzione. GLM-5 di Zhipu è addestrato e servito su silicio Huawei Ascend, niente NVIDIA: per le imprese e gli enti cinesi quell’indipendenza dall’hardware americano vale più di un punto di benchmark. Distribuire frontiera come open weight, a costo zero per il mondo, è anche una mossa di quota e di influenza, un loss leader giocato su scala geopolitica.

Negli Stati Uniti la cosa ha già smesso di essere teorica. Ad aprile la commissione della Camera sul Partito Comunista Cinese ha aperto un’indagine su Airbnb e Anysphere per l’uso di modelli cinesi, segno che dentro un’app che usi ogni giorno può girare inferenza che a qualcuno, a Washington, non piace affatto. E l’Europa, in questa mappa, è quasi un buco: tanti utilizzatori, pochissimi produttori, con Mistral come eccezione più citata che strutturale. Dipendere da una sola sponda è un rischio già scomodo. Appoggiare il proprio lavoro su due sponde lontane, e su nessun pezzo di casa, è una postura che vale la pena guardare prima che diventi un vincolo.

Il routing come punto di controllo

Lo strumento che il Wall Street Journal descrive, quello che smista il lavoro tra modello esterno, sistema interno e open source self-hosted, è la cosa più importante dell’articolo, e quasi nessuno la nomina. Nel momento in cui i modelli diventano intercambiabili e quasi gratuiti, il pezzo di valore si sposta su chi decide dove va ogni richiesta, con quali regole, con quali dati, dentro quali confini. Orchestrazione, routing, inferenza locale: qui si gioca il margine, e qui si gioca la difendibilità.

È lo stesso filo che avevo provato a tirare quando una direttiva americana ha spento Fable 5 e Mythos 5 in tutto il mondo: in produzione vince meno il modello migliore e vince di più chi controlla l’instradamento e tiene l’inferenza vicina. Per chi compra in azienda, e ancora di più per una pubblica amministrazione o un settore regolato, questo livello smette di essere un dettaglio da architetti e diventa oggetto di governance, e materia da mettere a gara: la domanda da scrivere nel capitolato diventa chi orchestra, dove gira il carico, cosa esce dal perimetro, più che quale modello ci sia in fondo. È esattamente la direzione di prodotto su cui lavoro con LocalAI, inferenza che resta dentro casa.

La frontiera resta un permesso, non una proprietà

L’altra metà del cielo, quella del valore, ha una sua fragilità che il prezzo basso ci fa dimenticare. Le capacità di punta restano accessibili a condizioni decise da altri. Anthropic ha pubblicato la classe Mythos con due nomi e due regole: Fable con i guardrail, che dirotta le richieste su cyber, bio e chimica verso un modello più sorvegliato, e Mythos vero e proprio, senza freni pubblici, riservato a un programma ristretto. Sopra questa scelta industriale è arrivata la geopolitica, con il blocco all’export che ha staccato i modelli di frontiera dal resto del mondo da un giorno all’altro.

Chi costruisce sopra una API di frontiera costruisce sopra un permesso. Un permesso ottimo, potente, conveniente finché dura, e revocabile per ragioni che non dipendono da te: una direttiva o una decisione di sicurezza nazionale presa in un fuso orario lontano. Tenere tutto il valore della propria azienda dentro quel permesso è una scommessa che in pochi farebbero a occhi aperti, se la guardassero per quello che è.

Costruire da qui con quello che si controlla

Da questa biforcazione non si esce scegliendo una metà contro l’altra. La frontiera serve, per i compiti dove la differenza si vede e si paga. L’open economico serve, per il volume. Quello che cambia è dove si mette il proprio baricentro, e quanto del proprio destino si lascia in mano a un listino o a un permesso altrui.

Per un’organizzazione che parte adesso, e parte da qui, il punto fermo viene prima della tecnologia. Prima il metodo, la mappa di quello che quel processo fa davvero, di quali dati non possono uscire, di dove la frontiera vale il prezzo e dove i modelli cinesi aperti bastano e avanzano. Poi la tecnologia, scelta su quella mappa: orchestrazione propria, inferenza che si può portare in casa, libertà di cambiare modello senza riscrivere l’azienda. In Pelle Digitale avevo descritto la tecnologia come una superficie che ci portiamo addosso, e una pelle si sceglie con cura, non si appalta al primo che la regala. La velocità di mettere AI in produzione, ormai, ce l’avranno tutti. La difendibilità, quella, resta di chi controlla il proprio stack.

Senza dubbio la domanda che lascio aperta è semplice: del valore che la tua azienda affida all’AI, quanta parte vive su qualcosa che puoi spegnere tu, e quanta su qualcosa che possono spegnere altri?

Ontologie e grafi di conoscenza: la struttura del sapere in azienda

Il marketing scrive «lead» e intende un indirizzo email lasciato in un form. Le vendite scrivono «lead» e intendono qualcuno pronto a firmare un contratto. Stessa parola, due significati lontani, e nel mezzo riunioni che girano a vuoto perché nessuno, in tutta l’azienda, si è mai seduto a stabilire cosa voglia dire davvero.

Capita ovunque, e quasi sempre resta invisibile. Finché non arriva un modello a cui chiediamo di leggere i nostri documenti e restituirci un po’ d’ordine: a quel punto il disaccordo che tolleravamo da anni smette di essere un fastidio di fondo e diventa la prima cosa che ci scoppia in mano.

Per capire perché, conviene tenere separate due idee che arrivano dal mondo del web semantico e che quasi tutti scambiano l’una per l’altra: l’ontologia e il grafo di conoscenza. Si somigliano e non coincidono, e la differenza dice parecchio su come è fatto il sapere dentro un’organizzazione.

Ogni azienda parla una lingua che non ha mai scritto

Un’ontologia, ridotta all’osso, è l’elenco delle cose che esistono in un certo mondo e delle regole con cui possono stare insieme. Quali tipi di oggetti ci sono (un cliente, un progetto, un margine, una commessa), come si legano tra loro (un cliente firma un contratto, un progetto consuma un budget), quali vincoli valgono sempre (una fattura appartiene a un solo cliente). Funziona meno come un diagramma pieno di frecce e più come una mappa condivisa del significato, tanto precisa che sopra ci può ragionare una persona appena arrivata quanto una macchina.

Solo che quasi nessuno la chiama così. Ogni azienda gira già su un’ontologia, implicita, non scritta, quasi sempre contesa. La parola «cliente» nel CRM, nell’amministrazione e nel customer care indica tre cose che si assomigliano senza combaciare. «Chiuso» per un commerciale e «chiuso» per chi gestisce la delivery raccontano due momenti diversi della stessa storia. Il vocabolario c’è, le regole pure, ma vivono nella testa delle persone, tramandate per consuetudine, mai messe nero su bianco.

La conoscenza che non sta in nessun documento

Se l’ontologia è la mappa del significato, il grafo di conoscenza è il territorio già abitato: i fatti concreti, le persone e le cose reali, collegati uno all’altro. Questo cliente legato a quella commessa, quella decisione presa sulla base di quel dato, quel fornitore che conosce bene quel reparto. Nodi e relazioni, niente di più.

E qui si tocca un nervo scoperto. Buona parte di questo grafo, nelle aziende, esiste già, però vive sparso: nelle teste delle persone, nei thread di chat, nelle mail, nei fogli di calcolo, nella memoria tacita di chi è lì da quindici anni e «sa come funziona». I documenti conservano testo. Le relazioni, che sono poi la materia che ci serve quando dobbiamo decidere o rispondere a una domanda, restano fuori, intrappolate tra le righe o, peggio, solo dentro una testa che prima o poi andrà in pensione. Un’azienda capace di tenere insieme quelle connessioni inizia a comportarsi come un’impresa che ragiona, più che come un archivio da consultare.

L’intelligenza artificiale disegna lo schema e poi lo riempie di errori

Fino a ieri tutto questo aveva un costo proibitivo. Scrivere l’ontologia voleva dire uno specialista chino su un editor formale per settimane. Popolare il grafo voleva dire eserciti di curatori a mano, oppure estrattori rigidi che si inceppavano al primo caso fuori standard. Lento di qua, lento di là, e quasi sempre un progetto che moriva prima di servire a qualcosa.

I modelli linguistici ribaltano l’economia della faccenda. Dai a un modello un paragrafo e ti restituisce entità e relazioni in pochi secondi. Il costo di rendere esplicito l’implicito, di tirare fuori dai testi sia la mappa sia i fatti, crolla quasi a zero. È la stessa frontiera sottile che in Pelle Digitale ho provato a raccontare, quella membrana dove il senso passa di continuo tra noi e le macchine senza che nessuno dei due lo possieda del tutto.

Poi c’è il rovescio, ed è la parte che in azienda fa più male. Lasciata a sé, l’AI inquina. Inventa categorie che non esistono, sbaglia i tipi, asserisce legami plausibili e falsi con la stessa disinvoltura con cui ne asserisce di veri. La disciplina che la salva è una sola: prima si concorda la mappa del significato, poi si lascia che sia quella mappa a fare da guinzaglio all’estrazione. Lo schema diventa il guardrail. Prima il senso condiviso, poi i fatti che lo riempiono, in quest’ordine e mai nell’altro.

E tutto regge a una condizione, che vale la pena dire per intero. La parte faticosa non è mai stata battere a tastiera i fatti, ma metterci d’accordo su cosa significano. L’AI toglie la digitazione e ci lascia esattamente lì, faccia a faccia con il disaccordo che avevamo nascosto sotto il tappeto. Vale anche quando colleghiamo questi modelli ai sistemi che già usiamo, per metterli a contatto con i dati che teniamo sparsi ovunque: la tecnologia per pescare nel nostro sapere c’è, però non decide al posto nostro cosa quel sapere voglia dire.

Chi possiede il significato di «cliente»?

Se l’AI smonta la fatica meccanica e ci consegna il disaccordo bello e impacchettato, allora la domanda vera si sposta dalla tecnologia all’organizzazione. Tutto si stringe attorno a una questione di potere: chi ha l’autorità di decidere cosa significa «cliente». Per anni la risposta è stata «nessuno», oppure stava sepolta in un team di enterprise architecture con cui mezza azienda non si parlava. Adesso quella domanda torna al centro e pretende una risposta esplicita.

Decidere il significato è un atto che pesa. Stabilire che «cliente» vuol dire una certa cosa equivale a scegliere quale definizione vince quando il marketing e la finanza la vedono in modo opposto, e quindi chi comanda su quel pezzo di realtà condivisa. È una scelta di disegno organizzativo travestita da dettaglio tecnico. L’ontologia smette di essere un artefatto da reparto IT e diventa un oggetto di governo, qualcosa che qualcuno deve possedere, mantenere, presidiare.

Le aziende che saltano questo passaggio non evitano la decisione. La delegano in silenzio al modello, che una definizione se la sceglie comunque, e se ne accorgeranno il giorno in cui i conti non torneranno e nessuno saprà spiegare il perché.

L’ontologia generica si copia con un prompt, la propria no

C’è un’ultima conseguenza, e riguarda la competizione. Se chiunque può chiedere a un modello di abbozzare un’ontologia generica e plausibile per un certo settore, allora il generico vale sempre meno. Scivola verso la commodity, alla portata di tutti allo stesso prezzo, vale a dire quasi gratis.

Quel che resta difficile da replicare è la mappa precisa e ben curata del proprio dominio. La struttura del sapere di quella specifica azienda, costruita sulle sue relazioni reali e sulle definizioni che le sono costate anni di discussioni e aggiustamenti, validata e tenuta in ordine, non si tira fuori con un prompt astuto. La barriera si sposta: dal possesso dei dati, che ormai hanno tutti, al possesso della struttura di significato sopra quei dati.

Ed è una barriera solida proprio perché è lenta. Costa tempo costruirla, costa presidio mantenerla, si nutre di conoscenza che su internet non c’è perché vive solo dentro quell’organizzazione. Reggere la spinta di questa trasformazione, come ha imparato chi ha visto le aziende assorbire gli shock di mercato degli ultimi anni, vorrà dire trattare la propria ontologia come un patrimonio, più che come lo scarto di un progetto finito in un cassetto.

La parte tecnica, ormai, è quasi un gioco da ragazzi. Gli strumenti per abbozzare un’ontologia dentro una scheda del browser esistono già e funzionano sorprendentemente bene. A mancare è altro: la voglia di sederci in una stanza, noi, e decidere una volta per tutte cosa vogliono dire le nostre parole.

Allora forse la domanda da cui partire non riguarda l’intelligenza artificiale. Mappare il nostro sapere lo saprà fare, e prima di quanto immaginiamo. Riguarda noi, e suona più o meno così: siamo davvero pronti a metterci d’accordo su cosa quel sapere significhi? Perché la mappa la disegnerà la macchina, ma il significato, quello, tocca ancora a noi.