Quanto ti costa un’ontologia che non hai scritto

«Quali contratti scadono il mese prossimo?» è una domanda a cui un agente risponde due volte. La prima volta ricostruisce l’ontologia implicita della tua azienda, cosa intendi per cliente, per contratto e per scadenza, la seconda cerca la risposta vera. Solo la seconda parte produce qualcosa che ti serve, la prima la paghi in token a ogni chiamata, e alla chiamata successiva ricomincia da capo.

Lo argomenta un post che gira su LinkedIn in questi giorni, scritto da chi costruisce sistemi multi-agente e si è accorto di bruciare i limiti di token non tanto sul lavoro richiesto, quanto sul preambolo: agenti che si spiegano a vicenda cosa significano le parole dell’azienda. L’ontologia, che per vent’anni è stata materia da convegno di knowledge management, ricompare come voce di costo.

Il conto dell’ambiguità arriva a ogni chiamata

Cliente vuol dire entità legale, account di fatturazione o capogruppo, e scadenza vuol dire fine del contratto o termine ultimo per disdire? In azienda si risponde in modo diverso a seconda di chi fa la domanda e in quale ufficio lavora, e nessuno ha mai avuto un motivo abbastanza forte per fissare quelle definizioni per iscritto.

Il costo di quell’ambiguità c’è sempre stato, distribuito in modo così fine da risultare invisibile: due dashboard che danno numeri diversi, la riunione del venerdì per decidere quale dei due si porta al consiglio, il commerciale che considera cliente il gruppo mentre l’amministrazione considera cliente la singola ragione sociale. Nessuna di queste voci è mai finita su una riga di bilancio.

Con gli agenti quel costo diventa misurato. Ogni esecuzione paga la ricostruzione del significato, la paga per ciascun agente coinvolto, e la paga una terza volta quando due agenti arrivano a interpretazioni diverse e devono riconciliarle fra loro. Fai il conto con numeri inventati ma coerenti: una routine che gira dieci volte al giorno, tre agenti che ogni volta ricostruiscono lo stesso perimetro di significato, trenta giorni, e arrivi a novecento ricostruzioni mensili della stessa definizione, che sarebbe bastato scrivere una volta sola.

Un’ontologia implicita ce l’hai già

Non avere un’ontologia non vuol dire non averne una, vuol dire averne una per agente, scritta senza deliberazione da chi ha toccato per ultimo il prompt di sistema o la pipeline di retrieval. Uno sviluppatore che decide come filtrare la tabella dei clienti sta prendendo una decisione commerciale, e nessuno gliel’ha chiesto.

È lo stesso meccanismo che ho descritto parlando di chi scrive il protocollo quando due agenti non sono d’accordo: dove l’organizzazione non ha deliberato niente, la deliberazione avviene lo stesso, dentro un file di configurazione, per mano di qualcuno che stava lavorando ad altro e aveva bisogno di andare avanti.

Scrivere l’ontologia serve soprattutto a spostare quella decisione dove appartiene. La definizione di cliente riguarda chi vende e chi firma i contratti, dovrebbe arrivare all’agente già stabilita, e dovrebbe essere la stessa per il report al consiglio e per la routine notturna che manda i solleciti.

Quattro passaggi invece di quaranta documenti

Un’organizzazione è uno spazio di ricerca enorme. La risposta sui contratti in scadenza sta sparsa fra il CRM, il repository contrattuale e il sistema di fatturazione, e un agente che parta da zero ha davanti a sé migliaia di documenti che nominano quel cliente senza dire niente di utile sulla sua scadenza.

Un knowledge graph costruisce la rete stradale fra quei sistemi: cliente, entità contraente, contratto, data di scadenza, record di origine. L’ontologia stabilisce cosa significano quelle relazioni, il grafo collega le entità reali e punta ai record dove sta il dettaglio. I documenti restano dove sono, nei sistemi che li hanno generati, e l’agente autorizzato percorre quattro collegamenti invece di aprire tutto quello che contiene la parola cliente.

Il risparmio nasce dal riuso, e vale la pena dirlo perché è facile aspettarsi troppo. Le definizioni all’agente gliele devi comunque passare, occupano comunque spazio in finestra, e il vantaggio sta nel passarle una volta nella forma decisa dall’azienda invece di farle dedurre a ogni giro da quello che capita sotto mano. Sposti un lavoro di inferenza che oggi avviene a runtime, ogni volta uguale e ogni volta un po’ diverso, dentro un artefatto deciso una volta e conservato.

L’informazione in azienda abbonda, la finestra di contesto no. Buona parte del lavoro serio sugli agenti gira intorno a questo vincolo, e il grafo lo affronta dall’esterno, riducendo le chiamate di retrieval e il contesto irrilevante che finisce in finestra a ogni giro.

In Pelle Digitale ho descritto la superficie sottile che ci separa dalle macchine e decide cosa passa. Dentro un’azienda quella superficie prende una forma burocratica, ed è l’ontologia a stabilire cosa un agente può vedere del modo in cui lavori, in quale ordine e con quale grado di dettaglio.

Costo per risposta corretta, manutenzione inclusa

L’autore del post chiude con il criterio che userebbe per decidere se la struttura vale la spesa: costo per risposta corretta su compiti ripetuti, manutenzione compresa. Il criterio mi pare solido, e ha un presupposto scomodo.

Per misurare il costo per risposta corretta devi sapere quali sono le risposte corrette. Serve un insieme di casi con la risposta nota, tenuto aggiornato, contro cui far girare il sistema ogni volta che cambia qualcosa. Quasi nessuna azienda ce l’ha, quasi nessuno lo mette a budget, perché non produce niente che si possa mostrare in una demo. Il progetto ontologia e il progetto valutazione sono lo stesso progetto, e il secondo è quello che salta quando il budget si stringe. Scrivendo del middleware che smista le richieste ai modelli ero arrivato allo stesso punto da un’altra direzione: i dati di valutazione interni valgono più del modello che scegli.

La manutenzione è l’altra metà del conto. Un’ontologia che nessuno aggiorna quando cambia la struttura societaria, quando si acquisisce un ramo d’azienda, quando il contratto tipo viene riscritto, comincia a produrre risposte sicure e sbagliate. Un agente senza ontologia brucia token e resta nel dubbio, e nel dubbio chiede. Un agente con un’ontologia vecchia costa pochissimo e non chiede niente a nessuno.

Perché l’aggiornamento avvenga davvero serve che qualcuno lo debba fare, con nome e cognome, e che il momento in cui farlo sia agganciato a processi che in azienda esistono già: la delibera che approva un’acquisizione, la riscrittura del contratto quadro, il cambio di ragione sociale registrato in anagrafica. Un’ontologia mantenuta da un gruppo di lavoro che si riunisce quando riesce dura un paio di trimestri, poi resta lì a rispondere con le categorie di due anni prima mentre tutti si fidano.

Sapere cosa significa non basta per agire

Ad agosto, leggendo la mappa di Fanghua Yu sull’evoluzione dell’ontologia dalla semantica formale agli agenti, mi ero fermato su dove finisce l’ontologia e comincia l’agente: sapere cosa significa un ordine non dice niente su chi sia autorizzato ad agire su quell’ordine oggi, e su chi possa revocare quel permesso domani mattina.

Le due cose conviene costruirle insieme. Il grafo che fa risparmiare token è lo stesso che delimita il perimetro, perché un agente che percorre collegamenti invece di rovistare fra i documenti rende quei collegamenti il posto naturale dove scrivere chi passa e chi si ferma. Chi costruisce l’ontologia per la bolletta e rimanda il permesso a una fase successiva si ritrova con una rete di strade senza caselli, percorribile da qualsiasi agente sia stato collegato quella settimana.

La bolletta dell’inferenza sta diventando il primo strumento che mette un prezzo sull’ambiguità organizzativa, e lo fa in fondo al mese, su una riga sola, senza distinguere fra quanto hai speso per rispondere e quanto per capire la domanda. Le aziende che spenderanno meno saranno quelle che avevano già scritto cosa intendono per cliente prima che arrivassero gli agenti a chiederlo, dieci volte al giorno, ognuno per conto proprio.


Spunto: un post su LinkedIn dedicato alle ontologie come leva di risparmio sui token nei sistemi multi-agente, che rimanda alla raccolta The Knowledge Graph Guys.