AI bill shock: la bolletta dei token è arrivata, come previsto

Il conto è arrivato, e ha pure un nome. Da mesi, tra le chiamate con i clienti e i pezzi che scrivo, ripeto la stessa cosa: il costo dei token non è un dettaglio da smanettoni, è la prossima voce che finisce sul tavolo del CFO. A marzo lo scrivevo su AI4Business, parlando di governo economico dei token come disciplina ancora da costruire. A maggio, qui sul blog, mettevo per iscritto che sarebbe arrivato sotto forma di budget esplosi a fine mese.

Questa settimana CorCom lo ha chiamato AI bill shock, riprendendo un’analisi di Analysys Mason: la spesa a consumo per modelli generativi, Api e agenti autonomi rende i budget aziendali sempre meno prevedibili, al punto da riportare sul tavolo di molti CIO l’idea di possedere un pezzo della propria infrastruttura invece di affittarla sempre. I numeri sotto contano più del titolo. Il budget è solo la parte più visibile: sotto ci sono i dati, la compliance, il controllo dell’infrastruttura su cui gira la tua azienda.

300 aziende, un balzo del 500%

Tra aprile e maggio circa 300 aziende hanno sollevato la questione dei costi legati ai token durante le chiamate agli investitori sui risultati trimestrali, contro le 93 dello stesso periodo dell’anno precedente. Lo racconta AI4Business citando Paul Roetzer e Mike Kaput del Marketing AI Institute. La Royal Bank of Canada ha visto il proprio consumo di token salire del 500% in sei mesi. Cisco descrive i propri volumi come fuori da ogni norma conosciuta.

Amazon, Walmart, Uber, Cisco e Meta, secondo quanto riportato dal Financial Times e ripreso sempre da AI4Business, hanno già introdotto tetti di spesa o indicazioni più severe su quando vale davvero la pena accendere un modello. Uber ha fissato un tetto di 1.500 dollari al mese per dipendente dopo aver esaurito, già ad aprile, l’intero budget AI previsto per il 2026. Amazon ha spento la classifica interna che misurava quanto i dipendenti usassero l’AI, dopo aver scoperto che alcuni ingegneri facevano girare bot autonomi solo per scalare la graduatoria: è il fenomeno che va sotto il nome di tokenmaxxing, la corsa alla vanità mascherata da adozione.

A Workato, azienda da 1.300 dipendenti, la spesa è aumentata di sette volte in un solo giorno quando Anthropic ha spostato l’azienda su un pricing basato sui token, a maggio. Goldman Sachs Research stima che l’uso degli agenti possa moltiplicare per 24 il consumo di token entro il 2030. E sul mercato aperto dei modelli, secondo i dati di OpenRouter ripresi dal Financial Times, i modelli cinesi hanno già superato quelli americani per consumo di token: quando il prezzo diventa il primo criterio di scelta, a vincere è chi costa meno, non chi segna il punteggio più alto sui benchmark.

Il token non misura il lavoro fatto

Più del volume, a ingannare è la natura della metrica. I fornitori fanno pagare i token di output da due a cinque volte più di quelli di input, perché generare una risposta costa computazionalmente più che leggerla: il modello prevede una parola alla volta, in sequenza, mentre l’input lo processa in un solo passaggio. Due flussi di lavoro che sembrano identici per volume possono avere costi molto diversi a seconda di quanto testo producono rispetto a quanto ne ricevono, e quasi nessuna azienda, quando firma il contratto, ci pensa davvero. Un prompt di 1.500 parole, quasi 2mila token, che produce una sintesi di 600 parole, circa 800 token, costa già un paio di centesimi con un modello come Claude 3.5 Sonnet: sembra nulla, finché non lo moltiplichi per centinaia di richieste al giorno e per ogni team che nel frattempo ha acceso un proprio agente senza dirlo a nessuno.

Gli agenti aggravano la cosa, perché a ogni passaggio ritrasmettono l’intero contesto della conversazione: alla decima fase di un compito, il modello rilegge integralmente le prime nove. AI4Business fa un esempio concreto, quello di un assistente per il servizio clienti che accede a una base di conoscenza di 20mila token: per mille richieste al giorno, genera 20 milioni di token quotidiani solo per rileggere sempre gli stessi dati, circa 60 dollari al giorno spesi prima ancora di rispondere a un cliente vero. Se l’agente si blocca in un loop, o richiama più volte lo stesso strumento, il conto sale prima che qualcuno se ne accorga.

L’AI bill shock non è un problema di cassa

Affidare l’inferenza a un fornitore esterno porta con sé più di un conto a consumo: la sua politica dei prezzi, i suoi limiti di utilizzo, le sue scelte su dove vivono i tuoi dati, la sua libertà di cambiare le regole senza preavviso. Il pricing può cambiare le regole da un mese all’altro, come è successo a Workato quando Anthropic l’ha spostata su un modello a consumo. Un fornitore può introdurre un tetto di utilizzo che scopri solo quando lo tocchi, a metà di una sessione di lavoro, come raccontano diversi utenti citati da AI4Business. Un governo può spegnere l’accesso a un modello, come abbiamo visto succedere quest’anno. E quando arriva un audit di conformità, la domanda su dove sia passato un dato aziendale durante l’inferenza, su quale server, sotto quale giurisdizione, spesso non ha una risposta scritta da nessuna parte.

Bain, in un sondaggio su 951 aziende pubblicato a giugno, trova che quasi il 40% di chi ha misurato i risparmi da AI è rimasto sotto il 10%, contro un obiettivo dichiarato dell’11-20%. Michael Heric, uno degli autori della ricerca, spiega che per molte aziende il business case si ferma alla spesa in token e non arriva mai a contare i costi di data engineering, di governance, di conformità che le girano intorno. Il 90%, nonostante tutto, aumenta comunque il budget per l’anno prossimo, prova che nessuno ha ancora imparato a misurare il ritorno dell’AI con lo stesso rigore con cui ne misura il costo.

LocalAI lavora esattamente in questa direzione: porta l’inferenza dentro il perimetro dell’azienda invece di affittarla ogni mese da qualcun altro. I costi non spariscono: cambia chi li governa. Sai dove vivono i dati, sai quanto costa davvero un carico di lavoro perché lo possiedi, e nessuno può cambiarti il prezzo o il tetto di utilizzo a metà mese.

Dall’opex che non controlli al capex che scegli

Analysys Mason legge lo spostamento come l’ennesimo giro di un ciclo che l’informatica ha già visto: dal mainframe centralizzato ai minicomputer distribuiti, dal PC in rete al cloud che ricentralizza tutto, e ora l’AI che riapre la stessa domanda. Comprare calcolo come servizio o possederne una parte? Per chi ha volumi di inferenza stabili, la risposta pratica passa quasi sempre dall’ibrido: hardware proprio per i compiti che non hanno bisogno di un modello di frontiera, server dedicati o cloud privato per il resto, il cloud pubblico riservato a ciò che lo giustifica davvero.

Il TCO a tre anni tra cloud e on-premise, calcolato sui prezzi reali di Claude, GPT, Gemini e DeepSeek, conferma la stessa cosa: nella maggior parte degli scenari aziendali italiani l’on-premise vince con margine quando i volumi sono prevedibili, mentre il cloud resta la scelta giusta per i picchi occasionali e per chi parte da zero. La maggior parte del traffico di un’azienda, del resto, non ha bisogno del modello più caro: ha bisogno di un sistema che decida bene dove instradarlo. Quella logica di instradamento, non il modello scelto per ultimo, è ciò che decide chi resta padrone della propria infrastruttura.

Decide il board, non il reparto IT

Il sondaggio di Bain lo conferma da un altro lato: le aziende che centrano i risparmi attesi sono quelle che hanno trattato l’accesso ai dati, la governance e il ridisegno dei processi come materia da consiglio di amministrazione, non da reparto IT. Vale lo stesso per il bill shock. Un alert di budget o un tetto di spesa imposto dall’alto sposta il sintomo, non la causa.

La prima domanda, in questi casi, non riguarda mai il modello. Riguarda dove vivono i dati, chi decide quanto vale un’ora di inferenza, cosa succede se domani il fornitore cambia le regole: non cambia molto se l’azienda ha cinquanta o cinquemila dipendenti, cambia solo quanto in fretta un budget fuori controllo diventa un problema di tutti, non solo di chi ha acceso l’ultimo agente.

La bolletta continuerà a salire, per tutti. La differenza, da qui in avanti, la fa chi ha già deciso come governarla e chi la scoprirà solo a budget già bruciato.


Fonti: CorCom su Analysys Mason; AI4Business, “La crisi dei token che spaventa i budget aziendali”; AI4Business, “AI, le aziende frenano”; Bain & Company, Automation and AI Pathfinder Survey 2026.

Prompt-Chaining: tagliare (il prompt) l’elefante a pezzi e ragionare per passi

Negli ultimi mesi ho seguito e condiviso con attenzione il lavoro di  Nicola Mattina, che attraverso l’implementazione del progetto #Serena (di cui vi parlerò ancora), sta esplorando in modo sperimentale continuo l’interazione uomo-macchina: il prompt chaining.

I suoi post, in particolare uno degli ultimi che riporto qui, mi hanno spinto a riflettere sul fatto che il prompt chaining non è solo una tecnica per “istruire meglio” l’AI, ma può diventare una vera e propria architettura cognitiva. Un modo per strutturare il pensiero delle (e con le) macchine, in modo simile a come strutturiamo il nostro.

Da questo spunto nascono le seguenti righe che condivido qui sotto, ad integrazione del lavoro di Nicola, ossia una breve riflessione sulle potenzialità del prompt chaining, in particolare nella progettazione di contenuti educativi, ma con uno sguardo più ampio su cosa può rappresentare per chi, come molti di noi, lavora con strumenti generativi in contesti strategici o formativi.

Prima di tutto cos’è il Prompt Chaining

In parole semplici, prompt chaining significa collegare insieme più prompt in sequenza, facendo sì che l’output di un prompt diventi l’input del successivo . Invece di chiedere a un modello linguistico di svolgere un compito complesso tutto in una volta, lo si scompone in passi più piccoli e gestibili, rendendo più efficiente l’elaborazione, l’accuratezza ed il consumo sottostante che viene impiegato per elaborare la richiesta.

Per capirci, come succederebbe nella relazione umana, invece di dire ad un copywriter “Scrivimi l’articolo sull’AI” creando la condizione per cui l’interlocutore deve decidere a cosa dare priorità, su quali argomenti soffermarsi e ottimizzare il tempo a disposizione, si chiede qualcosa di più specifico, più nel dettaglio, progressivamente sempre più in profondità, raffinando il concetto.

Ogni prompt nella catena dei prompt si concentra su un sotto-compito specifico, mantenendo il contesto e guidando il modello passo dopo passo . Questo processo iterativo permette all’AI di affrontare compiti complessi in modo più efficace, migliorando accuratezza e coerenza delle risposte .

“Eh, ma Chat è stupido…”

Quando mi sento dire “Eh ma Chat è stupido, mi risponde con testi banali“, spesso rispondo che è normale perchè cosicome esistono principi di LIFO, FIFO e via dicendo, nell’ai più che mai esiste anche il MIMO ossia Merd-In Merd-Out (o come direbbero i fighi Shit-in Shit Out).

Se chiediamo all’AI di scrivere un intero report in un solo prompt, otterremo con molta probabilità un risultato superficiale, disorganizzato o incoerente. Perché? Perché il modello deve fare tutto in una volta sola: strutturare, scrivere, sintetizzare, scegliere priorità, tono e contenuti, senza una guida chiara. È come chiedere a qualcuno di cucinare una cena gourmet mentre corre una maratona. Serve ordine, energia e tempo – ma se tutto viene concentrato in un colpo solo, il risultato ne risente.

Con il prompt chaining, invece, possiamo scomporre il compito in step successivi. Prima chiediamo un elenco dei punti chiave, poi sviluppiamo ciascun punto in un paragrafo, infine rivediamo e affiniamo il testo. Ogni fase prepara la successiva, mantenendo un filo logico chiaro. Questo approccio non solo aiuta l’IA a produrre contenuti migliori, ma ottimizza anche il modo in cui consuma le sue risorse.

Ogni interazione con un modello AI, infatti, utilizza dei token: piccole unità che rappresentano parole, punteggiatura e spazi. Ogni prompt e ogni risposta consumano token, e ogni modello ha un limite massimo oltre il quale inizia a “dimenticare” o a perdere contesto: è la cosiddetta finestra di contesto. Se proviamo a incastrare troppa roba in un solo prompt, superiamo questo limite e il modello rischia di produrre un risultato povero o scollegato.

Qui si nota una differenza concreta tra chi usa la versione Free di ChatGPT (basata su GPT-3.5, con un limite di circa 4.000 token, cioè poche pagine di testo complessivo) e chi ha attivato la versione Plus, che usa GPT-4-turbo, in grado di gestire fino a 128.000 token – l’equivalente di un libro intero. Con GPT-4, quindi, possiamo costruire catene di prompt molto più lunghe, mantenendo la coerenza del discorso e una memoria estesa.

È come viaggiare con un’auto che ha un serbatoio piccolo (GPT-3.5) o con una che può contenere molta più benzina (GPT-4): entrambe ti portano a destinazione, ma nel primo caso dovrai fermarti spesso e ridurre il carico, nel secondo puoi affrontare tragitti più lunghi, con meno compromessi e migliori prestazioni.

Oltre l’ingegneria dei prompt

Il prompt chaining non è solo un modo “furbo” di scrivere prompt, ma si avvicina a una forma di architettura cognitiva. In pratica stiamo progettando la struttura del ragionamento dell’IA. Come un architetto progetta l’organizzazione di un edificio, chi utilizza il prompt chaining progetta come l’IA suddivide e affronta un problema. Ricorda il modo in cui noi umani affrontiamo compiti complessi: li dividiamo in step, li risolviamo uno per uno, e infine uniamo tutto. Allo stesso modo, il chaining fa sì che il modello di AI “pensi ad alta voce” attraverso passaggi intermedi, mimando un processo cognitivo umano .

Non a caso, ricercatori e sviluppatori vedono queste catene di prompt come elementi di agenti AI più evoluti. In diversi studi e articoli si nota che aggiungere flussi di controllo interni come il prompt chaining ai modelli linguistici porta a una nuova generazione di “agenti” IA, capaci di ragionare e interagire in modo più strutturato . In altre parole, concatenare prompt è un modo per orchestrare la cognizione dell’AI: stiamo dando al modello un percorso da seguire, un po’ come una scaletta mentale. Questo approccio apre le porte a sistemi AI più affidabili e “pensanti”, anziché limitarsi a mere scatole nere che sputano fuori una risposta senza farci capire il come e il perché.

Scomporre i problemi per soluzioni migliori

“Perché spezzettare un compito aiuta l’AI a produrre risultati migliori?” mi chiedono spesso in aula. I motivi sono intuitivi. Innanzitutto, ogni parte del problema riceve attenzione dedicata: affrontando un passo alla volta, il modello può dedicare più risorse cognitive a ciascun aspetto, senza essere sopraffatto dalla complessità generale . Questo porta a risposte più complete e approfondite su ogni sotto-tema, migliorandone la qualità complessiva .

In secondo luogo, il prompt chaining aumenta la coerenza e il mantenimento del contesto: ogni prompt successivo eredita le informazioni dai precedenti, evitando che l’AI “dimentichi” dettagli importanti lungo il percorso . Questo è cruciale, ad esempio, quando si crea una narrazione o un progetto articolato, perché garantisce che tutte le parti “parlino la stessa lingua” e si integrino bene.

Un altro vantaggio è la maggiore trasparenza del ragionamento. Richiedendo all’AI di mostrare passo dopo passo il processo (ad esempio elencando ragionamenti o calcoli intermedi), diventa più facile per noi umani seguire il filo logico e capire come si è arrivati a una certa conclusione. Questa tracciabilità (tema che affronterò in modo dedicato in un altro post) non solo aumenta la fiducia nell’output — possiamo vedere perché l’AI suggerisce X invece di Y — ma ci consente anche di individuare eventuali errori logici in itinere.

Infatti, suddividendo il problema, possiamo correggere il tiro a metà strada se notiamo che l’AI sta deviando: il chaining facilita l’isolamento di quale passo ha generato un errore, semplificando interventi e debug. È lo stesso principio su cui si basano i nuovi modelli di AI avanzati, come GPT-4 o Claude Opus, che stanno iniziando a integrare forme esplicite di reasoning interno, strutturato in catene di pensiero (chain-of-thought reasoning), per spiegare le decisioni che prendono. Il prompt chaining è oggi uno strumento manuale per ottenere ciò che i modelli di domani inizieranno a fare da soli: pensare per passaggi visibili e controllabili (e quindi revisionabili).

Infine, questo approccio metodologico aiuta a mitigare i limiti pratici dei modelli. I modelli linguistici hanno una finestra di contesto limitata (una quantità massima di testo che possono gestire alla volta); fornire tutte le istruzioni in un unico prompt lungo può essere inefficace o impossibile. Con una catena di prompt, in sinstesi, si alimenta gradualmente l’informazione restando nei limiti, senza perdere il contesto e allo stesso tempo, si riduce il rischio di allucinazioni fuori tema, mantenendo il modello concentrato su un sub-compito alla volta e reintegrando il contesto ad ogni passo.

Praticamente in questo modo abbiamo una AI sempre “sul pezzo” e le facciamo evitare divagazioni fantasiose.

Progettare un corso con l’AI passo dopo passo

Per rendere concreto tutto questo, immaginiamo di utilizzare il prompt chaining per un compito manageriale comune: progettare un corso di formazione o creare contenuti didattici strutturati.

Invece di chiedere subito all’AI “Scrivi il programma dettagliato di un corso su X”, potremmo procedere per fasi:

  1. Definire l’obiettivo e il pubblico: In un primo prompt, chiediamo al modello di delineare gli obiettivi formativi del corso X e di identificare il pubblico target (es. principianti, livello avanzato, ecc.). Questo stabilisce il contesto e la direzione generale.

  2. Creare un elenco di moduli/lezioni: Con gli obiettivi chiari, un secondo prompt potrebbe chiedere una struttura a moduli o lezioni chiave del corso. L’AI proporrà, ad esempio, 5-10 moduli tematici in sequenza logica.

  3. Dettagliare i contenuti di ciascun modulo: Per ogni modulo individuato, possiamo generare a catena un ulteriore prompt che ne chiede i dettagli: concetti da coprire, esempi pratici, esercitazioni o casi di studio da includere.

  4. Sviluppare materiali o approfondimenti: Una volta approvata la struttura, ulteriori prompt possono concentrarsi sulla creazione di contenuti specifici – ad esempio, “Genera una dispensa introduttiva per il Modulo 1” o “Suggerisci 3 domande quiz per verificare l’apprendimento nel Modulo 2”. Così, gradualmente, si popola l’intero corso.

  5. Revisione e rifinitura: Infine, si può usare un prompt conclusivo per fare un check generale, ad esempio “Rivedi il syllabus completo del corso e verifica che il linguaggio sia adatto a [pubblico target] e coerente in tutti i moduli”. Oppure chiedere un riepilogo executive da presentare al team.

Ad ogni passo, l’output dell’AI alimenta il passo successivo. Il risultato finale è molto più ricco e strutturato di quello ottenibile con un singolo prompt generico. Chi ha sperimentato questo approccio nota che “pensare in catene, anziché tentare il colpo grosso con un solo prompt di quelli da fanta-guru-brillante, ha segnato un punto di svolta e ha raggiunto un goal in modo più preciso” . In altre parole, il prompt chaining aiuta l’AI a seguire un filo logico simile a come lo seguirebbe un istruttore umano, con il vantaggio di poter generare rapidamente contenuti per ogni punto del programma.

Questo approccio non è utile solo per corsi ovviamete: qualunque progetto che richieda output complessi e ben organizzati (dai piani strategici, alla stesura di rapporti articolati, fino alla ricerca di mercato) può trarre beneficio da una suddivisione in prompt sequenziali. Il bello è che il controllo rimane all’utente umano: possiamo intervenire tra uno step e l’altro, aggiustare il tiro o inserire input aggiuntivi, guidando l’IA come faremmo con un collaboratore umano.

Ma non è lo stesso che chiedere “approfondisci”?

Una domanda legittima è: “Ma non è la stessa cosa di quando scrivo un prompt generico e poi chiedo all’AI di approfondire o usare Deep Research”. La risposta è no, non è la stessa cosa — né per approccio, né per controllo, né per qualità del ragionamento.

Quando chiediamo a un’AI “approfondisci questo punto” o “fammi un elenco di motivi”, stiamo delegando completamente al modello la scelta di cosa approfondire, in che ordine e con quale criterio. L’AI fa del suo meglio in base al contesto ricevuto, ma decide lei come interpretare la richiesta e cosa restituire. È un approccio reattivo, utile ma passivo.

Nel prompt chaining, invece, è l’utente a guidare attivamente e intenzionalmente il processo: decide in anticipo i passi, li struttura in modo progressivo e ne controlla coerenza e profondità. Ogni sotto-domanda è pensata come parte di un flusso, e l’output di ciascun passaggio è validato prima di passare al successivo. In altre parole, il chaining costruisce un ragionamento architettato, mentre l’approccio a “prompt singolo + follow-up” si limita a inseguire l’output, senza reale regia.

Questo è il punto di contatto e insieme di differenziazione rispetto ai nuovi modelli con reasoning interno automatizzato, che iniziano a generare da soli le domande intermedie, gli step di verifica o gli scratchpad (una specie di taccuino mentale in cui “annotano” i passaggi logici). In quel caso l’AI sta simulando un flusso cognitivo autonomo, ma resta comunque opaco all’utente se non viene esplicitato. Il prompt chaining, invece, porta alla luce il processo, lo rende trasparente, ispezionabile e — cosa non da poco — intervenibile.

Chiedere “approfondisci” è come affidare un tema all’AI e sperare che interpreti bene la traccia. Il prompt chaining è come costruire insieme all’AI una scaletta, definire ogni paragrafo e correggere lungo il percorso. È la differenza tra reattività e progettualità.

Strumenti e casi emergenti

Il concetto di prompt chaining si è diffuso così rapidamente che sono nati strumenti e framework dedicati. La libreria open-source LangChain ne è un esempio e permette agli sviluppatori di creare facilmente pipeline di prompt collegate, integrando anche memoria esterna e chiamate a strumenti, per costruire agenti AI sofisticati. Esistono anche altre piattaforme più user friendly come Voiceflow e altre soluzioni no-code che offrono interfacce visuali per orchestrare conversazioni multi-turno e flussi di prompt, così che anche chi non programma possa progettare l’interazione step-by-step.

All’inizio del boom di ChatGPT, alcuni esperimenti come AutoGPT hanno mostrato il potenziale di un’AI che autonomamente insegue un obiettivo tramite una sequenza di azioni e sottocompiti. In pratica AutoGPT crea i propri prompt in catena per raggiungere un fine assegnato, simulando un agente quasi “autonomo”. Questi esempi, seppur embrionali, dimostrano la potenza dell’idea: spezzando i problemi e pianificando i passi, l’AI può affrontare anche compiti molto articolati. Non sorprende che aziende come OpenAI, Microsoft e altri stiano investendo in queste direzioni, integrando meccanismi di chaining e ragionamento nei loro sistemi .

Stiamo assistendo ai primi passi di una nuova orchestrazione cognitiva, dove l’intelligenza artificiale non è più vincolata a rispondere istantaneamente a un singolo prompt, ma può elaborare un piano d’azione interno prima di fornire la soluzione. Questo è un cambio di prospettiva entusiasmante, perché avvicina l’operato dell’AI a un processo decisionale più umano e strategico.

Perché oggi tutti dovrebbero interessarsene?

Da un punto di vista manageriale e business, il prompt chaining offre risultati più affidabili e raffinati dalle AI, il che può tradursi in decisioni migliori e contenuti di qualità superiore. Ad esempio, nei team di L&D (Learning & Development) o di content marketing, utilizzare l’AI in modalità “a catena” permette di sviluppare corsi, tutorial, documentazione o white paper in maniera organizzata e coerente, riducendo il lavoro di editing successivo. Si passa da un’AI percepita come scatola magica imprevedibile a un’AI vista come collaboratore logico: un assistente che segue un processo, su cui possiamo intervenire in itinere. Ciò aumenta la fiducia nell’utilizzo e ne amplifica il valore nell’operatività quotidiana.

La trasparenza fornita dai passi intermedi è preziosa per la governance dell’AI in azienda: poter spiegare come una macchina ha elaborato un output (grazie ai ragionamenti esposti nella chain) può essere fondamentale per conformità, auditing o semplicemente per convincere gli stakeholder dell’affidabilità di una soluzione AI. In ambito educativo o formativo, come già notato, l’approccio step-by-step “alla insegnante” migliora l’attenzione ai dettagli e l’efficacia pedagogica . Insomma, il prompt chaining unisce il pensiero analitico umano con la velocità di calcolo dell’IA, offrendo il meglio di entrambi i mondi.

Verso un futuro di AI più “umana”

Il prompt chaining rappresenta uno step avanti: da semplici richieste isolate a una collaborazione più strutturata uomo-macchina. Questa metodologia deve farci notare che l’AI può (e deve) essere guidata a pensare per passi, e che spesso la chiave per risultati straordinari sta nel porre le giuste domande nell’ordine giusto. È un campo in rapido sviluppo, con implicazioni che vanno oltre la tecnologia e toccano l’organizzazione del lavoro e la progettazione di conoscenza.