Chi decide quando due agenti AI non sono d’accordo

Al tavolo di un cliente, qualche settimana fa, la riunione si è fermata su una domanda che non era tecnica. Avevano due agenti AI quasi pronti, uno che istruisce le pratiche e uno che interroga i sistemi di rischio, e a un certo punto qualcuno ha chiesto cosa succede quando il secondo contraddice il primo. Il silenzio che è seguito non era imbarazzo. Quella regola non stava scritta da nessuna parte nemmeno per le persone che facevano lo stesso identico lavoro il giorno prima, e per quindici anni era bastato così, perché c’era un capo servizio che la teneva in testa e la applicava caso per caso, con criteri che nessuno gli aveva mai chiesto di dettare.

Da un paio d’anni ripeto una cosa che sembra ovvia e nella pratica non lo è mai: mettere più modelli linguistici dentro lo stesso spazio computazionale non produce da sé né i benefici né i rischi. Li produce il modello di coordinamento che gli diamo, e quel modello va scritto, in forma esplicita, con protocolli, criteri, autorità. Attendersi che il valore emerga da solo da un collettivo di macchine è la versione tecnologica della speranza che un’orchestra suoni bene perché i musicisti sono bravi.

La parte scomoda arriva subito dopo: progettare un modello di coordinamento presuppone che da qualche parte, in azienda, ce ne sia già uno leggibile da cui partire, e quasi nessuna organizzazione ce l’ha.

Il collettivo di agenti AI eredita quello che trova

Un sistema di agenti AI messo in produzione dentro un’azienda non arriva su una tabula rasa, si innesta sul modo in cui quell’azienda coordina già le proprie persone. Dove quel modo è esplicito, e capita nelle filiere regolate, nella logistica, in parte della sanità, gli agenti trovano un substrato: chi ha l’ultima parola su cosa, quale eccezione va scalata a chi, entro quanto, con quale traccia. Il collettivo computazionale eredita una grammatica e ci si appoggia.

Dove invece il coordinamento vive nella testa di sette persone anziane e in una manciata di chat, non c’è niente da ereditare. E quel vuoto lo riempie chi integra, il martedì pomeriggio, con la scelta di implementazione che gli sembra più ragionevole in quel momento. È così che il modello di coordinamento di un’impresa finisce dentro un file di orchestrazione senza che nessuno l’abbia mai deliberato, e senza che nessuno se ne accorga finché non arriva la prima contestazione seria.

Avevo affrontato la stessa questione dal lato del significato quando scrivevo di ontologia come infrastruttura invisibile: lì il problema era che un agente non sa cosa vuol dire “cliente attivo” se l’azienda non l’ha mai definito. Qui il problema è gemello e sta un piano sopra, perché anche sapendo cosa significa un ordine bisogna ancora stabilire chi può agire su di esso, e chi può fermare l’altro.

Quando il protocollo fra due uffici non esiste

Di questi progetti il pezzo più utile matura molto prima della messa in produzione, e non ha niente di tecnologico. Provare a scrivere il protocollo di coordinamento fra due agenti AI costringe a scoprire che non esisteva nemmeno fra due uffici.

Nelle sessioni di assessment che conduco succede quasi sempre lo stesso movimento: si parte con la domanda su quale modello usare, si finisce a ricostruire chi ha l’autorità di annullare una decisione presa da qualcun altro, e quanto vale quell’autorità dopo che la decisione è già stata comunicata al cliente. Sono domande di governance che l’azienda si porta dietro irrisolte da anni, tollerabili finché a coordinare erano persone che si conoscono e si telefonano, insostenibili nel momento in cui il coordinamento passa a un collettivo di agenti AI che esegue e basta.

Su questo tema ho una posizione che ripeto da un po’: la vera unità di misura di un agente non è quello che sa fare, è il permesso revocabile sotto cui lo fa. La maturità di un’organizzazione cognitiva si misura sulla capacità di dire, per ciascun agente in circolazione, chi gliel’ha concesso, fino a quando, e con quale gesto glielo si toglie.

La gavetta era il posto dove passava il criterio

C’è una trasformazione che vedo sottovalutata quasi ovunque, e riguarda l’apprendimento. Questi sistemi si sono messi in mezzo fra le persone e la conoscenza di come si fanno le cose, e il primo posto dove si sono infilati sono i compiti di gavetta, quelli che nelle organizzazioni funzionavano da palestra per chi comincia. Una generazione intera rischia di perdere le occasioni di imparare che tutte le precedenti hanno avuto.

Dal mio tavolo si vede bene una cosa in più. La gavetta non serviva solo a formare chi la faceva. Era il momento in cui il criterio implicito veniva tirato fuori dalla testa del senior e messo in parole, malamente, di corsa, davanti a una pratica sbagliata da rifare, e in quell’attrito il criterio si riformulava ogni volta un po’ diverso e un po’ più preciso. Toglila di mezzo e non perdi soltanto il canale di trasmissione verso i giovani, perdi la sola occasione in cui l’azienda si spiegava a voce alta come funziona.

È il debito cognitivo nella sua forma meno visibile: non si accumula quando deleghiamo l’esecuzione, si accumula quando deleghiamo l’occasione di dover spiegare. Sulla superficie di contatto fra noi e le macchine si decide ogni giorno cosa passa e cosa no, e continuo a pensare che la parte da tenere di qua sia proprio quella, il momento in cui qualcuno è costretto a dire perché.

Governare uno strumento, non attendere un’entità

Nelle conversazioni con i board torna spesso l’idea, che si associa di solito a Nick Bostrom, dell’intelligenza artificiale come ultima invenzione che l’umanità dovrà fare, quella che poi risolverà i problemi troppo grandi per noi. È una formula che semplifica parecchio, e soprattutto colloca l’AI in una zona fuori portata, dove le decisioni le prende lei e a noi tocca aspettare l’esito.

Trovo che la cornice messianica, in azienda, faccia un danno preciso e poco spettacolare. Se l’AI è un destino, la cosa sensata da fare è aspettare, magari fare un pilota per dire che ci si sta muovendo, e rimandare. Se invece è uno strumento, la cosa sensata da fare è noiosa e comincia lunedì: scrivere il protocollo, assegnare le autorità, decidere dove gira il calcolo e con quali termini, verificare di poterli revocare. La narrazione dell’entità super intelligente è comoda perché sposta la responsabilità dal consiglio di amministrazione a un futuro indeterminato.

Della sovranità digitale ho parlato spesso come di una questione di infrastruttura, e lo è, ma la sua metà meno raccontata sta qui: sovrano è chi ha scritto le regole con cui i propri agenti AI si parlano e può cambiarle senza chiedere il permesso a un fornitore, molto più di chi si limita a ospitarli dentro il proprio perimetro.

Chi scrive il protocollo

La domanda più fastidiosa arriva alla fine, ed è chi materialmente questo lavoro lo fa. Il vendor porta un default ragionevole, calibrato su mille clienti diversi dal tuo, e non può fare altrimenti. L’integratore chiede le regole all’azienda e si vede consegnare un documento di processo del 2019 mai più aggiornato. All’IT da solo non si può lasciare, perché le regole di coordinamento fra agenti AI sono decisioni di business travestite da configurazione.

Nelle poche organizzazioni dove ho visto funzionare, il protocollo l’hanno scritto le persone che il lavoro lo fanno, sedute in una stanza per settimane, con qualcuno che faceva domande scomode e trascriveva. Costa parecchio e non produce nessuna demo da mostrare in comitato. Ed è l’unica parte del progetto che l’azienda si tiene anche se cambia modello, fornitore e architettura tre volte in cinque anni.

Se davvero l’era agentica ci obbliga a mettere per iscritto come coordiniamo il lavoro, allora l’effetto più duraturo dell’AI in azienda potrebbe non avere niente a che fare con le macchine, e riguardare il fatto che per la prima volta molte imprese saranno costrette a leggere ad alta voce come funzionano davvero. Vediamo quante reggono la lettura.