AI bill shock: la bolletta dei token è arrivata, come previsto

Il conto è arrivato, e ha pure un nome. Da mesi, tra le chiamate con i clienti e i pezzi che scrivo, ripeto la stessa cosa: il costo dei token non è un dettaglio da smanettoni, è la prossima voce che finisce sul tavolo del CFO. A marzo lo scrivevo su AI4Business, parlando di governo economico dei token come disciplina ancora da costruire. A maggio, qui sul blog, mettevo per iscritto che sarebbe arrivato sotto forma di budget esplosi a fine mese.

Questa settimana CorCom lo ha chiamato AI bill shock, riprendendo un’analisi di Analysys Mason: la spesa a consumo per modelli generativi, Api e agenti autonomi rende i budget aziendali sempre meno prevedibili, al punto da riportare sul tavolo di molti CIO l’idea di possedere un pezzo della propria infrastruttura invece di affittarla sempre. I numeri sotto contano più del titolo. Il budget è solo la parte più visibile: sotto ci sono i dati, la compliance, il controllo dell’infrastruttura su cui gira la tua azienda.

300 aziende, un balzo del 500%

Tra aprile e maggio circa 300 aziende hanno sollevato la questione dei costi legati ai token durante le chiamate agli investitori sui risultati trimestrali, contro le 93 dello stesso periodo dell’anno precedente. Lo racconta AI4Business citando Paul Roetzer e Mike Kaput del Marketing AI Institute. La Royal Bank of Canada ha visto il proprio consumo di token salire del 500% in sei mesi. Cisco descrive i propri volumi come fuori da ogni norma conosciuta.

Amazon, Walmart, Uber, Cisco e Meta, secondo quanto riportato dal Financial Times e ripreso sempre da AI4Business, hanno già introdotto tetti di spesa o indicazioni più severe su quando vale davvero la pena accendere un modello. Uber ha fissato un tetto di 1.500 dollari al mese per dipendente dopo aver esaurito, già ad aprile, l’intero budget AI previsto per il 2026. Amazon ha spento la classifica interna che misurava quanto i dipendenti usassero l’AI, dopo aver scoperto che alcuni ingegneri facevano girare bot autonomi solo per scalare la graduatoria: è il fenomeno che va sotto il nome di tokenmaxxing, la corsa alla vanità mascherata da adozione.

A Workato, azienda da 1.300 dipendenti, la spesa è aumentata di sette volte in un solo giorno quando Anthropic ha spostato l’azienda su un pricing basato sui token, a maggio. Goldman Sachs Research stima che l’uso degli agenti possa moltiplicare per 24 il consumo di token entro il 2030. E sul mercato aperto dei modelli, secondo i dati di OpenRouter ripresi dal Financial Times, i modelli cinesi hanno già superato quelli americani per consumo di token: quando il prezzo diventa il primo criterio di scelta, a vincere è chi costa meno, non chi segna il punteggio più alto sui benchmark.

Il token non misura il lavoro fatto

Più del volume, a ingannare è la natura della metrica. I fornitori fanno pagare i token di output da due a cinque volte più di quelli di input, perché generare una risposta costa computazionalmente più che leggerla: il modello prevede una parola alla volta, in sequenza, mentre l’input lo processa in un solo passaggio. Due flussi di lavoro che sembrano identici per volume possono avere costi molto diversi a seconda di quanto testo producono rispetto a quanto ne ricevono, e quasi nessuna azienda, quando firma il contratto, ci pensa davvero. Un prompt di 1.500 parole, quasi 2mila token, che produce una sintesi di 600 parole, circa 800 token, costa già un paio di centesimi con un modello come Claude 3.5 Sonnet: sembra nulla, finché non lo moltiplichi per centinaia di richieste al giorno e per ogni team che nel frattempo ha acceso un proprio agente senza dirlo a nessuno.

Gli agenti aggravano la cosa, perché a ogni passaggio ritrasmettono l’intero contesto della conversazione: alla decima fase di un compito, il modello rilegge integralmente le prime nove. AI4Business fa un esempio concreto, quello di un assistente per il servizio clienti che accede a una base di conoscenza di 20mila token: per mille richieste al giorno, genera 20 milioni di token quotidiani solo per rileggere sempre gli stessi dati, circa 60 dollari al giorno spesi prima ancora di rispondere a un cliente vero. Se l’agente si blocca in un loop, o richiama più volte lo stesso strumento, il conto sale prima che qualcuno se ne accorga.

L’AI bill shock non è un problema di cassa

Affidare l’inferenza a un fornitore esterno porta con sé più di un conto a consumo: la sua politica dei prezzi, i suoi limiti di utilizzo, le sue scelte su dove vivono i tuoi dati, la sua libertà di cambiare le regole senza preavviso. Il pricing può cambiare le regole da un mese all’altro, come è successo a Workato quando Anthropic l’ha spostata su un modello a consumo. Un fornitore può introdurre un tetto di utilizzo che scopri solo quando lo tocchi, a metà di una sessione di lavoro, come raccontano diversi utenti citati da AI4Business. Un governo può spegnere l’accesso a un modello, come abbiamo visto succedere quest’anno. E quando arriva un audit di conformità, la domanda su dove sia passato un dato aziendale durante l’inferenza, su quale server, sotto quale giurisdizione, spesso non ha una risposta scritta da nessuna parte.

Bain, in un sondaggio su 951 aziende pubblicato a giugno, trova che quasi il 40% di chi ha misurato i risparmi da AI è rimasto sotto il 10%, contro un obiettivo dichiarato dell’11-20%. Michael Heric, uno degli autori della ricerca, spiega che per molte aziende il business case si ferma alla spesa in token e non arriva mai a contare i costi di data engineering, di governance, di conformità che le girano intorno. Il 90%, nonostante tutto, aumenta comunque il budget per l’anno prossimo, prova che nessuno ha ancora imparato a misurare il ritorno dell’AI con lo stesso rigore con cui ne misura il costo.

LocalAI lavora esattamente in questa direzione: porta l’inferenza dentro il perimetro dell’azienda invece di affittarla ogni mese da qualcun altro. I costi non spariscono: cambia chi li governa. Sai dove vivono i dati, sai quanto costa davvero un carico di lavoro perché lo possiedi, e nessuno può cambiarti il prezzo o il tetto di utilizzo a metà mese.

Dall’opex che non controlli al capex che scegli

Analysys Mason legge lo spostamento come l’ennesimo giro di un ciclo che l’informatica ha già visto: dal mainframe centralizzato ai minicomputer distribuiti, dal PC in rete al cloud che ricentralizza tutto, e ora l’AI che riapre la stessa domanda. Comprare calcolo come servizio o possederne una parte? Per chi ha volumi di inferenza stabili, la risposta pratica passa quasi sempre dall’ibrido: hardware proprio per i compiti che non hanno bisogno di un modello di frontiera, server dedicati o cloud privato per il resto, il cloud pubblico riservato a ciò che lo giustifica davvero.

Il TCO a tre anni tra cloud e on-premise, calcolato sui prezzi reali di Claude, GPT, Gemini e DeepSeek, conferma la stessa cosa: nella maggior parte degli scenari aziendali italiani l’on-premise vince con margine quando i volumi sono prevedibili, mentre il cloud resta la scelta giusta per i picchi occasionali e per chi parte da zero. La maggior parte del traffico di un’azienda, del resto, non ha bisogno del modello più caro: ha bisogno di un sistema che decida bene dove instradarlo. Quella logica di instradamento, non il modello scelto per ultimo, è ciò che decide chi resta padrone della propria infrastruttura.

Decide il board, non il reparto IT

Il sondaggio di Bain lo conferma da un altro lato: le aziende che centrano i risparmi attesi sono quelle che hanno trattato l’accesso ai dati, la governance e il ridisegno dei processi come materia da consiglio di amministrazione, non da reparto IT. Vale lo stesso per il bill shock. Un alert di budget o un tetto di spesa imposto dall’alto sposta il sintomo, non la causa.

La prima domanda, in questi casi, non riguarda mai il modello. Riguarda dove vivono i dati, chi decide quanto vale un’ora di inferenza, cosa succede se domani il fornitore cambia le regole: non cambia molto se l’azienda ha cinquanta o cinquemila dipendenti, cambia solo quanto in fretta un budget fuori controllo diventa un problema di tutti, non solo di chi ha acceso l’ultimo agente.

La bolletta continuerà a salire, per tutti. La differenza, da qui in avanti, la fa chi ha già deciso come governarla e chi la scoprirà solo a budget già bruciato.


Fonti: CorCom su Analysys Mason; AI4Business, “La crisi dei token che spaventa i budget aziendali”; AI4Business, “AI, le aziende frenano”; Bain & Company, Automation and AI Pathfinder Survey 2026.