Maledetto AI slop

Arrivo alla fine del secondo paragrafo e mi accorgo che sto ancora aspettando. Il testo è scritto bene, le transizioni sono al posto giusto, i paragrafi hanno tutti la stessa lunghezza cortese, non c’è un refuso, e non c’è una riga che qualcuno abbia voluto scrivere. Chiudo la pagina e dopo dieci secondi non saprei ricordarmene una parte né ripeterne i concetti.

In inglese la parola l’hanno trovata, ed è brutta apposta. Slop è la broda di scarti e avanzi che si versa ai maiali, riciclata sul modello di spam per indicare i testi prodotti in serie dai modelli. E AI slop si è attaccato subito perché descrive la consistenza prima del contenuto: qualcosa di uniforme, versato, senza pezzi riconoscibili e autentici dentro. Della metà che riguarda chi scrive, cioè della voce che si perde un aggettivo alla volta, ho già detto la mia. Qui mi interessa l’altra metà: chi legge, chi paga il conto e chi mette la firma sotto al pezzo.

Un testo scritto senza un giudizio

L’AI slop non si riconosce dagli errori, perché di errori spesso non ne ha. Anzi, se ci fossero degli errori forse sarebbe umano. Si riconosce dal fatto che, tolta la superficie, quella delle parole ben strutturate e delle frasi ben formattate, dentro non c’è nessun giudizio, nessuna idea che qualcuno abbia sentito come propria, e nessun punto in cui l’autore avrebbe potuto sbagliare.

Un testo scritto da qualcuno porta con sé i segni di quello che ha buttato via (le scelte di non dire cose, per capirci), e il segno più affidabile è l’obiezione rimasta dentro senza risposta, quella che l’autore non sapeva chiudere e non se l’è sentita di far sparire. Lo slop di obiezioni aperte non ne ha. Non ha rinunciato a niente, dice tutto il dicibile sull’argomento, e lascia chi legge esattamente dove l’ha preso.

Per questo supera i controlli di qualità: la leggibilità è alta e i fatti a volte sono pure giusti. Manca la ragione per cui quel testo esisteva.

Nessuno si sveglia la mattina con l’intenzione di produrre slop

Il modello fa esattamente quello per cui è costruito: la continuazione più probabile, poi limata per piacere a chi legge. Il risultato ha una forma precisa, simmetrica, chiusa bene, e quella forma è la media di tutto ciò che era già stato scritto sull’argomento. I tic che ormai riconosciamo tutti, il trattino lungo, le frasi che pesano tutte dodici parole, le triadi che suonano incisive, le chiusure che riassumono il paragrafo appena letto, sono l’impronta di quella media.

C’è però una causa che pesa più del modello, ed è l’incentivo di chi pubblica. Produrre un testo è passato da ore a secondi, la pressione a pubblicare è rimasta identica, anzi è cresciuta, perché il calendario editoriale, il posizionamento, la presenza sui canali chiedono volume e il volume adesso è gratis. Per secoli la quantità di testo è stata una misura indiretta della fatica di qualcuno, e quella misura ha smesso di funzionare in diciotto mesi.

Poi c’è l’ultimo anello: la catena che andava dall’autore al lettore aveva in mezzo qualcuno che leggeva prima. Un direttore, o anche solo il collega scocciato che ti diceva che non si capiva niente. Quella figura è saltata quasi ovunque, e il primo lettore di gran parte di quello che circola è il destinatario finale.

Scriverlo costa zero, leggerlo costa come prima

La lettura è ferma dov’era. Duecento parole al minuto scarse, un limite che nessun aggiornamento software sposta, e un’attenzione che rimane la risorsa più rigida che abbiamo.

L’economista George Akerlof, nel 1970, descrisse il mercato delle auto usate: quando il compratore non riesce a distinguere prima dell’acquisto un’auto buona da un bidone, offre a tutti un prezzo medio, i venditori onesti si ritirano perché quel prezzo non copre la qualità, e sul mercato sopravvivono i bidoni. Vinse un Nobel per aver spiegato come l’asimmetria informativa distrugga un mercato dall’interno.

Con i testi il prezzo è l’attenzione. Il lettore che si è preso tre fregature di fila abbassa l’offerta su tutti, comincia a scorrere invece di leggere, e apre ogni pagina con una domanda in sottofondo che riguarda chi l’ha scritta. Il sospetto diventa l’impostazione predefinita, e i primi a pagarlo sono i testi onesti, che adesso devono dimostrare di esserlo prima ancora di essere letti.

C’è un secondo giro, più lento e più preoccupante. I modelli imparano da ciò che trovano scritto in giro, e ciò che trovano scritto in giro è prodotto in quota crescente da altri modelli. Fotocopia di fotocopia: ogni passaggio perde le code della distribuzione, cioè le voci rare, gli usi strani, le formulazioni che nessun altro avrebbe scelto. Stiamo dando in pasto ai modelli la loro stessa broda.

L’AI slop dentro i documenti che decidono

Fuori dal feed la faccenda si fa seria. In azienda i testi non servono a intrattenere, servono a far prendere decisioni, e la forma tipica è la nota di quattro pagine che circola il giorno prima di un consiglio, quando nessuno ha più il tempo di verificarla.

Un documento generato ha la forma dell’analisi, con il linguaggio di chi i dati li ha guardati davvero e la cautela messa nei punti in cui serve cautela. Il rischio grosso non arriva dall’errore fattuale, che prima o poi qualcuno scopre, arriva dalla fluidità che copre l’assenza di ragionamento, perché un testo che scorre bene viene approvato più in fretta di uno che inciampa e obbliga a fermarsi.

E poi c’è la domanda che faccio sempre quando mi trovo davanti a un documento del genere: chi risponde di questa frase, se tra otto mesi si rivela sbagliata? Nei sistemi con più agenti che lavorano insieme la questione è la stessa, e l’ho già affrontata parlando di chi decide quando due agenti non sono d’accordo: il criterio che nessuno ha messo per iscritto finisce comunque dentro il processo, solo che nessuno l’ha deliberato.

Le organizzazioni che riempiono di AI slop la propria documentazione accumulano debito cognitivo. Producono più pagine di quante ne sappiano difendere, e il conto arriva quando qualcuno le contesta, di solito in una due diligence o davanti a un’autorità. Vale anche qui la regola del mercato dei bidoni, applicata all’interno: quando i lettori interni smettono di distinguere i documenti che contengono lavoro da quelli che contengono forma, smettono di leggerli sul serio, e la produzione documentale diventa un rito.

Superare l’audit e non dire niente

Ogni cosa che pubblico passa da uno script che conta i trattini lunghi, le triadi, le frasi tutte della stessa misura, le formule che fingono sincerità. Lo uso da mesi e ho imparato una cosa che all’inizio mi ha infastidito: serve meno di quanto pensassi.

Un testo può superare l’audit e continuare a essere slop. I tic sono l’impronta digitale, il reato è un altro. Togli i trattini, spezzi le simmetrie, allunghi due periodi e accorci gli altri, e ottieni un testo medio travestito da testo personale. È lavaggio, e se ne vede sempre di più, perché la caccia ai tic è diventata a sua volta un prompt.

L’unica verifica che non si automatizza è anche la più scomoda, e consiste nel chiedersi cosa si è tolto: quale frase, tra quelle che il modello aveva proposto e che suonavano bene, è stata buttata perché non ci credevo. Se la risposta è nessuna, quel testo è slop anche con lo script a zero, e il fatto che sia gradevole peggiora la situazione invece di migliorarla.

L’ordine in cui si fanno le cose

Lavoro con questi strumenti tutti i giorni e non ho nessuna intenzione di smettere, quindi la domanda pratica diventa dove metterli nella sequenza. La differenza tra un pezzo mio e uno slop sta quasi tutta lì, nell’ordine delle operazioni, molto più che nella quantità di AI che c’è dentro.

Prima la tesi. Non apro la chat per scoprire cosa penso di un argomento, ci arrivo con una frase che sono disposto a difendere, anche brutta, anche mal messa. Se quella frase manca, il modello riempirà il vuoto con la media di ciò che esiste, e la riconoscerò tardi.

Poi il modello come avversario. Gli chiedo dove ho torto e quale obiezione mi farebbe la persona più competente della stanza. Usato come ghostwriter produce slop, usato come sparring partner mi tira fuori obiezioni che da solo non mi sarei fatto, e quelle obiezioni cambiano il pezzo.

Delego volentieri la fatica meccanica, la ricerca, la verifica, il riordino. Tengo l’attrito nel punto in cui si decide cosa entra e cosa esce, perché è lì che si forma il giudizio, e un modello, di sua iniziativa, non toglie mai niente: aggiunge sempre. Scriviamo con le stesse parole con cui pensiamo, e la pelle digitale tra noi e le macchine si forma lì, molto prima che in qualsiasi interfaccia.

Alla fine metto il nome sotto. Prima di pubblicare mi chiedo se difenderei quel testo in una stanza con dieci persone che ne sanno più di me, e se la risposta è no lo riscrivo o lo butto. Non è un problema di stile, è un problema di responsabilità: lo slop è quello che resta sulla pagina quando nessuno se ne assume nessuna.

Per secoli un testo ben fatto costava tempo, e proprio per questo funzionava come segnale di competenza. Adesso costa niente e non segnala più niente, il che spiega perché tanti mestieri che si reggevano su quel segnale si sentano il pavimento cedere sotto.

Akerlof indicava anche la via d’uscita dal mercato dei bidoni, e non passava dalla capacità del compratore di riconoscere la merce buona: passava dalla garanzia, cioè da qualcuno che accetta di rispondere del prodotto anche dopo averlo venduto. Vale per le auto usate e vale per i testi. La cosa scarsa, da qui in avanti, sarà qualcuno disposto a mettere la faccia sotto una frase e a risponderne quando viene contestata. Le aziende che avranno tenuto in casa persone capaci di scrivere una pagina difendibile scopriranno di avere un vantaggio che non avevano messo a bilancio, e lo scopriranno nel momento peggiore, che è sempre quello in cui i vantaggi si contano.