Magnifica Humanitas: Leone XIV e il bivio dell’IA

Al centro di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, ci sono due immagini bibliche contrapposte. Una รจ la torre di Babele, costruita per toccare il cielo e per farsi un nome, fatta crollare nella confusione delle lingue. L’altra sono le mura di Gerusalemme che Neemia ricostruisce dopo l’esilio, pezzo per pezzo, affidando a ciascuna famiglia un tratto. Babele come progetto di potere, uniformitร , autosufficienza. Gerusalemme come opera lenta e distribuita, fondata su responsabilitร  condivisa.

Quando oggi ho letto questa coppia di immagini, nelle prime pagine di Magnifica Humanitas, mi sono accorto che la stessa polaritร  l’avevo descritta in modo diverso quando ho scritto il mio libro Pelle Digitale ormai qualche mese fa, ma con altri nomi.

Babele per me si chiama “megastruttura accidentale”, riprendendo Bratton. Gerusalemme l’ho chiamata “umanesimo aumentato”. Stesso concetto, lessico diverso, e la cosa mi ha stupito non poco: c’รจ poco da stare sereni e pensare che sia un caso se una visione tecnologica converge con una visione teologica e spirituale. รˆ un segnale, probabilmente, che il tempo del dibattito puramente tecnico รจ finito o sicuramente ormai superato.

Cosa dice Magnifica Humanitas

Leone XIV non scrive contro la tecnica e a mio avviso nemmeno contro l’AI. La inserisce dentro un quadro di responsabilitร  che le tecnologie da sole non possono darsi. L’impalcatura di tutto il testo si regge su cinque punti.

Il primo รจ la denuncia del paradigma tecnocratico, giร  al centro di Laudato si’, qui aggiornato all’IA con un’accentuazione nuova. Al paragrafo 95 il Papa scrive che il controllo di piattaforme, dati e capacitร  di calcolo non appartiene piรน agli Stati ma a grandi attori economici e tecnologici “che, di fatto, fissano le condizioni di accesso”. Lo dice un Papa, ma potrebbe averlo scritto Shoshana Zuboff, sociologa ed economista americana, professoressa dell’Harvard Business School che รจ diventata un riferimento centrale del dibattito critico sul digitale per via di un libro del 2019, The Age of Surveillance Capitalism (in italiano Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press), considerato uno dei testi piรน influenti dell’ultimo decennio su economia digitale e potere delle piattaforme.

Il secondo punto รจ un’antropologia del limite contro transumanesimo e postumanesimo. I sistemi di IA, scrive al paragrafo 99, “imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana” ma non hanno esperienza nรฉ corpo, non hanno coscienza morale. Non capiscono ciรฒ che producono. La distinzione fra imitare e capire diventa il fulcro di un’intera argomentazione che oppone la pienezza umana, fatta di limite e relazione, alla promessa di un potenziamento illimitato.

Il terzo punto รจ la fenomenologia delle nuove schiavitรน digitali. Ghost worker che etichettano dati per pochi centesimi, adolescenti che lavorano nelle miniere di terre rare, reti criminali che usano profilazione e pagamenti anonimi per la tratta, neocolonialismo dei dati sanitari estratti dal Sud globale sotto l’etichetta della ricerca. Su tutto questo, ai paragrafi 173-178, c’รจ un passaggio in cui il Papa chiede sinceramente perdono a nome della Chiesa per il ritardo storico sulla condanna della schiavitรน, e usa quel precedente come monito a queste nuove forme di schiavitรน.

Il quarto punto salda epistemologia e democrazia. Senza ricerca condivisa della veritร  dei fatti, la vita democratica si svuota. Hannah Arendt viene citata direttamente: il suddito ideale dei totalitarismi รจ chi non distingue piรน fra fatto e finzione. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova in questa un moltiplicatore.

Il quinto punto รจ il disarmo dell’IA. Rifiuto delle armi autonome letali, critica all’idea che il giudizio morale possa essere ridotto a calcolo, controllo umano effettivo come condizione non negoziabile. Qui dentro c’รจ il paragrafo 107, uno dei piรน affilati, complessi e delicati del testo, che secondo me dovrebbe leggerlo chiunque sviluppa modelli: non basta moralizzare la macchina, allinearla a valori umani, se non si discute chi decide quei valori. La domanda dell’alignment, scrive Leone XIV, non รจ un tema tecnico ma politico.

Sette nodi dove mi ritrovo in quello che scrivo spesso

Il primo nodo รจ il paradigma tecnocratico. In Pelle Digitale apro descrivendo Apple, Google e Amazon come “signori della gabbia dorata”, architetti di ecosistemi che catturano l’esperienza e la monetizzano. L’enciclica al paragrafo 95 arriva alla stessa diagnosi da un lessico apparentemente opposto. Io descrivo un meccanismo, fatto di estrazione di dati, monetizzazione, lock-in degli utenti. Il Papa nomina un peccato: idolatria del profitto, dominio sull’altro, pretesa di autosufficienza. Linguaggi differenti che vengono da tradizioni che da secoli non si parlano, e che improvvisamente convergono sulla stessa fotografia: pochi attori privati che decidono per tutti, con strumenti opachi e responsabilitร  diluite.

Poi c’รจ l’ambiente. Io lo chiamo “pelle digitale” e “sistema nervoso invisibile” e intendo lo strato che avvolge persone, oggetti e cittร . Leone XIV al paragrafo 76 parla esplicitamente di “ecosistema digitale” che, come l’ambiente naturale, puรฒ essere custodito o sfruttato, condiviso o monopolizzato. La metafora ambientale, applicata al digitale, รจ uguale.

Il terzo nodo รจ l’opacitร  algoritmica. Nel capitolo 7 del libro io racconto i bias, facendo degli esempi in particolare cito COMPAS sulla recidiva e il caso del recruiting di Amazon, e arrivo a parlare di “teocrazia digitale” per descrivere algoritmi-divinitร  che decidono senza dover dare spiegazioni. L’enciclica, ai paragrafi 102-107, costruisce la stessa argomentazione con parole piรน “sobrie”: black box, accountability, catena di responsabilitร  non delegabile alla macchina. Il Papa non usa “teocrazia”. Ma il problema che descrive รจ esattamente quello a mio avviso.

Quarto nodo: i ghost worker. Nel libro dedico una pagina alla materia che si nasconde dietro l’immaterialitร  apparente del cloud e al lavoro umano che c’รจ dietro. Una catena globale di corpi e luoghi che regge la leggerezza apparente di una risposta generata in due secondi. Il paragrafo 173 di Magnifica Humanitas entra in questa anatomia con una forza che pochi documenti pubblici hanno. Leone XIV scrive che ogni risposta dell’IA proviene da “una lunga catena di mediazioni” che include risorse naturali, infrastrutture energetiche e persone. Nomina la fatica invisibile di chi etichetta dati e modera contenuti per compensi minimi, “spesso giovani donne”. Aggiunge l’estrazione delle terre rare, dove “adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose”. E chiude con la frase che spacca la sezione: “corpi segnati, mutilati, consumati perchรฉ il flusso del calcolo non si interrompa”.

Quando un Papa nomina i corpi mutilati dentro un’enciclica sull’intelligenza artificiale, sta facendo un’operazione che nessun rapporto o paper accademico puรฒ fare: mette la materia umana al centro morale del dibattito, e non ai suoi margini. La conseguenza al paragrafo 174 รจ esplicita e a mio avviso centrale: una tecnologia che promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignitร  della persona.

C’รจ poi tutto il tema della mente estesa, attenzione catturata, forme di dipendenza che ne derivano. Nel capitolo 4 io ho scritto della cognizione distribuita di Andy Clark, e nel capitolo 6 sull’economia dell’attenzione progettata per catturarci. L’enciclica ai paragrafi 100 e 170 parla di “delega” cognitiva e di modelli imprenditoriali che “prosperano sulla debolezza umana”. Qui c’รจ uno scarto interpretativo che vale la pena tenere aperto: Clark vede nell’estensione un guadagno, il Papa la legge come rischio. E a mio avviso tutte e due sono vere.

Sesto, c’รจ il tema dello human-in-the-loop, che ho dichiarato pilastro del capitolo finale del libro. L’enciclica, parlando di IA militare al paragrafo 200, usa la stessa nozione con parole quasi sovrapponibili: la forza letale non puรฒ essere delegata a processi automatizzati, deve restare sotto “un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile”.

Settimo, il piรน delicato a mio avviso. L’alignment come questione politica. Nel libro parlo di ethics by design e cito Stuart Russell sull’allineamento ai valori umani. Il Papa al paragrafo 107 fa un passo che la letteratura tecnica raramente fa: chiede chi decide quei valori. Se l’allineamento รจ una scelta morale, รจ una scelta che non puรฒ essere appannaggio di pochi laboratori. รˆ un punto della discussione che sposta tutta la conversazione sull’IA dall’ingegneria alla politica, e lo fa con una precisione che dovrebbe far riflettere chi lavora su questi temi.

Dove Magnifica Humanitas va ben oltre le riflessioni comuni

Il primo punto รจ la questione delle armi autonome. Io ne parlo in modo leggero nel capitolo sull’agency degli agenti, ma non la centro. Leone XIV le mette al cuore di un intero capitolo, riconosce che la riabilitazione contemporanea della guerra come strumento di politica internazionale รจ uno dei segni piรน gravi del tempo, e collega il riarmo all’IA in modo che dieci anni fa sarebbe stato impensabile. Ha ragione e condivido pienamente, gli scenari ibridi e gli attacchi cyber stanno cambiando la grammatica dei conflitti, e non si puรฒ parlare di etica dell’IA senza arrivare a parlare di questo.

Il secondo รจ il neocolonialismo dei dati sanitari. Nel libro descrivo l’asimmetria della medicina basata su dati, ma resto sul piano dell’individuo. L’enciclica al paragrafo 178 lo allarga ai popoli: chi possiede oggi i dati sanitari di intere popolazioni, raccolti sotto il segno della ricerca, “possiede in realtร  una leva strutturale sul futuro”. รˆ una lettura geopolitica dell’estrazione dei dati che a gennaio, quando ho pubblicato il libro, per quanto ne fossi consapevole non ho pensato di affrontare.

Il terzo, e forse il piรน importante, รจ la memoria storica. Il Papa usa il ritardo con cui la Chiesa ha condannato la schiavitรน come monito sul presente: se non vogliamo chiedere perdono in futuro per non aver visto le nuove asimmetrie di oggi, dobbiamo nominarle adesso. รˆ una valutazione che solo un’istituzione con quel tempo lungo puรฒ fare. La riflessione laica contemporanea, la mia compresa, ha una memoria corta. Senza memoria lunga, certe asimmetrie restano fuori dal campo visivo.

E poi c’รจ il nodo del lavoro

C’รจ un punto su cui Leone XIV passa, e su cui non ho una posizione netta. รˆ il capitolo sul lavoro, paragrafi 148-169, praticamente la parte piรน operativa di tutta l’enciclica a mio avviso e quella che parla piรน direttamente al mondo dell’impresa e della trasformazione digitale.

Il Papa cita san Benedetto e l’ora et labora, parla del lavoro come cammino di maturitร  e realizzazione. Al paragrafo 148 “lavoro” significa opera e contributo, fatica che ha senso, attivitร  con cui prolunghiamo in qualche modo l’opera del Creatore. Ma giร  al paragrafo 149 la parola scivola sull’occupazione retribuita che produce sostentamento.

Un’ambiguitร  antica, che la Dottrina Sociale trascina dalla Rerum Novarum del 1891 in poi, e che oggi pesa, perchรฉ tiene insieme due cose che dovremo scindere con intelligenza.

Lo scenario che mi interessa, e che discuto da tempo con un amico parroco con cui non sono d’accordo, รจ quello in cui l’automazione derivante da AI e Robot libera davvero l’umanitร  dalla necessitร  di lavorare per sussistere. รˆ uno scenario plausibile, forse il piรน radicale (e ottimista per certi versi). In quel mondo un reddito universale di base diventa obbligo strutturale prima ancora che scelta politica: senza, l’IA produce solo concentrazione di ricchezza e povertร  di massa. E se la base materiale รจ garantita, si apre uno spazio per un altro tipo di lavoro, fondato su contributo e non su scambio. Il lavoro dei monaci copisti che hanno salvato la civiltร  occidentale tra il VI e il XII secolo. Il lavoro delle madri che crescono i figli. Il lavoro dei volontari che reggono le associazioni, dei contributori di codice open source, dei ricercatori che pubblicano senza ricavarne nulla. Nessuna di queste attivitร  รจ retribuita. Tutte sono lavoro nel senso pieno benedettino del termine.

Il mio amico Don Michele la pensa diversamente. Non esiste dignitร  senza lavoro, mi ripete ogni volta che ne parliamo, e lo dice con una fermezza esperienziale prima che ideologica. Vede ogni giorno cosa succede alle persone che il lavoro lo perdono o non lo trovano. Vede come si perde il senso di sรฉ. Per lui il lavoro รจ un dato antropologico, non un dettaglio economico: รจ la forma stessa attraverso cui l’essere umano matura e si riconosce. Ed รจ qui che la sua tradizione e la mia visione del futuro si incontrano in modo costruttivo, perchรฉ ha ragione anche lui, su un pezzo del problema che spesso chi ragiona di reddito universale rimuove.

L’essere umano matura attraverso il fare che ha conseguenze. Senza un’opera che lo metta in rapporto con la realtร , con i limiti dei materiali, con il giudizio degli altri, con la propria fatica, la dignitร  diventa un’astrazione interiore che non regge. La tradizione cristiana lo sa da Genesi in poi, l’uomo รจ collaboratore della creazione e non spettatore. E sociologicamente succede esattamente quello che il mio amico vede sul campo: nelle comunitร  dove l’occupazione collassa senza essere sostituita da altre forme di contributo riconosciuto, le persone non fioriscono, si rovinano, entrano in forme diverse di collisione sociale. Le ricerche sulle zone deindustrializzate americane, sui quartieri operai italiani dopo le chiusure delle fabbriche, lo confermano. Se le persone non si sentono utili, tutto collassa.

Magnifica Humanitas apre un varco proprio su questo nodo. Al paragrafo 154 Leone XIV scrive che una societร  che garantisse occupazione solo a una minoranza esporrebbe molti a “inattivitร  forzata, assenza di responsabilitร , mancanza di impegni e stimoli quotidiani, con esiti di impoverimento umano e culturale in contrasto con l’elevato livello di sviluppo tecnico”. Lo chiama “paradosso di progresso materiale e regressione antropologica”. E conclude che รจ necessario “ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perchรฉ l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale”. Il Papa non sta dicendo che senza occupazione retribuita non c’รจ dignitร . Sta dicendo che la nozione novecentesca di lavoro, quella che lega stipendio e dignitร  in un nodo unico, sta diventando inadeguata e va sciolta con cura.

Il “lavoro” come lo intendiamo oggi, un’attivitร  salariata separata dalla vita domestica, misurata in ore, scambiata sul mercato del lavoro, รจ un’invenzione industriale di duecento anni.

Prima c’erano contadini e artigiani, monaci e madri di famiglia, scribi e copisti. Tutte figure che producevano valore senza essere “occupate” nel senso novecentesco. Hannah Arendt nella Condizione umana distingue tre cose. Labor, la fatica per sopravvivere. Work, la creazione di opere durevoli. Action, l’azione che lascia traccia nel mondo umano. Solo il primo รจ lavoro nel senso economico stretto. Gli altri due sono ciรฒ che intendo quando parlo di un lavoro non remunerato fatto di passione e contributo.

Da Arendt in poi sappiamo che la dignitร  del lavoro stipendiato novecentesco era un fascio di tre cose tenute insieme. Un fare che incontra resistenza reale: i materiali e il tempo, la fatica, il giudizio degli altri. Senza questo l’identitร  si squaglia. Un riconoscimento sociale del valore di quel fare. Senza questo l’attivitร  diventa hobby privato e non sostiene la dignitร  pubblica. Una base materiale di sussistenza che permetta di farlo senza disperazione. Senza questa, ogni discorso su “passione e ambizione” รจ privilegio per ricchi. Il salario industriale offriva i tre insieme, e questo ne ha fatto il modello dominante per due secoli. L’errore di chi parla solo di reddito universale, il mio compreso quando alleggerisco troppo il discorso, รจ pensare che la sola base materiale basti. L’errore opposto, di chi difende una visione ottocentesca del lavoro, รจ pensare che solo il lavoro retribuito possa fornire le altre due.

C’รจ poi un nodo geografico che l’enciclica nomina al paragrafo 153 e che vale la pena ripetere. La transizione non procederร  in modo omogeneo. Le societร  ricche si automatizzano caoticamente e producono disoccupazione. Vaste regioni del Sud globale restano intrappolate in quelle che Leone XIV chiama “economie ibride” dove lavoro umano sottopagato e tecnologie parziali convivono senza mai trasformarsi davvero. Diventano serbatoi di manodopera precaria e focolai di migrazioni forzate. Il discorso sul futuro del lavoro va sempre tenuto a due velocitร , perchรฉ chi parla di reddito universale spesso parla da Paesi ricchi e dimentica che intere economie del pianeta non hanno mai conosciuto il salario industriale come modello.

Siamo all’inizio di una transizione in cui dobbiamo inventare istituzioni che riconoscano come lavoro il fare non retribuito. Se non lo facciamo, la sostituzione algoritmica del lavoro stipendiato sarร  una catastrofe antropologica, e su questo l’enciclica ha ragione a essere allarmata. Se lo facciamo, puรฒ essere lo spostamento di senso del lavoro piรน grande dai tempi della riforma benedettina. La domanda concreta, quella che resta aperta, รจ questa: quali istituzioni possono oggi riconoscere come dignitร  il lavoro non remunerato? La parrocchia ne รจ una storica. L’associazione di volontariato un’altra. La famiglia estesa un’altra ancora. Sono tutte istituzioni in crisi, ognuna per ragioni sue. Servono forme nuove, e quelle vecchie vanno rigenerate. Su questo l’enciclica รจ ambigua secondo me, e credo che il prossimo passo della Dottrina Sociale dovrร  essere piรน esplicito di quanto Leone XIV osi oggi in questa enciclica.

Cosa cambia, se cambia qualcosa

Chi sviluppa e finanzia IA, chi la regola, non puรฒ piรน dichiararsi “tecnico” come schermo. Il paragrafo 209 dell’enciclica chiama in causa scienziati e imprenditori, investitori e autoritร  accademiche, politici. Quando ci si limita a guardare al proprio settore, scrive Leone XIV, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro. Mi ci ritrovo perfettamente, perchรฉ รจ la stessa argomentazione che faccio nel manifesto finale del libro: il fallimento etico รจ un fallimento progettuale.

La responsabilitร  progettuale, che chiamo ethics by design, l’enciclica la riformula come responsabilitร  condivisa fra istituzioni capaci di regolare, imprese che riconoscono nel lavoro e nella dignitร  un criterio di successo, corpi intermedi che ricostruiscono fiducia.

C’รจ un altro elemento operativo che vale la pena segnalare, perchรฉ passa sottotraccia ma c’รจ e non รจ sottovalutabile. Magnifica Humanitas al paragrafo 159 chiede esplicitamente di superare il Prodotto Interno Lordo come metrica unica dello sviluppo. Servono, scrive Leone XIV, parametri complementari capaci di misurare dignitร  del lavoro, prosperitร  condivisa, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia ambientale. Per chi lavora in impresa e si confronta ogni trimestre con KPI finanziari, รจ un invito a chiedersi quali metriche stiamo davvero usando per misurare il successo dei progetti tecnologici che lanciamo.

Lo stesso vale per il paragrafo 163, dove il Papa elenca quattro criteri operativi che diventano una check-list utile per chi progetta sistemi di IA che incidono su persone. Trasparenza e responsabilitร  nelle decisioni algoritmiche che riguardano accesso al credito e al lavoro, ai servizi essenziali. Inclusione e accesso ai benefici dell’innovazione, perchรฉ la tecnologia non allarghi il divario fra chi ha e chi non ha. Misure di equitร  che correggano gli squilibri creati dalla concentrazione di ricchezza e potere. Cooperazione internazionale, perchรฉ molte decisioni economiche superano i confini degli Stati. Sono cose verificabili, piรน che principi generici. E sono il vero terreno comune fra una riflessione laica sulla tecnologia e la Dottrina Sociale aggiornata.

Nessuno di noi che lavora su queste materie ha gli strumenti per agire da solo. La convergenza fra tradizioni distanti, su questo, รจ un dono che vale la pena prendere sul serio.

Neemia ricostruรฌ le mura di Gerusalemme con famiglie diverse, ognuna su un tratto. Nessuna ricostruรฌ l’intera cinta da sola. A chi progetta tecnologia oggi tocca il tratto in cui passa la decisione su cosa deleghiamo, cosa controlliamo, cosa restiamo capaci di giudicare. Il prossimo noi, come scrivevo a chiusura del manifesto di Pelle Digitale, inizia da lรฌ.


Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, 15 maggio 2026.

La politica sull’AI non sa cosa promettere, e questo รจ un problema

Mi รจ capitato sotto gli occhi nelle ultime settimane un saggio di Dan Kagan-Kans, The left is missing out on AI, che parte da una constatazione sull’America ma vale anche per l’Italia e probabilmente per buona parte d’Europa. Il dibattito politico sull’intelligenza artificiale, dice in sostanza, ha un buco preciso al centro. Da una parte ci sono i tecnici e gli imprenditori che progettano i sistemi e ne disegnano gli usi. Dall’altra ci sono i policy maker che cercano di limitare i danni, regolare l’esistente, mettere paletti. Manca quasi del tutto, in mezzo, una cosa che invece c’era stata in abbondanza durante la Rivoluzione Industriale: la voce dei movimenti politici che proponevano una loro visione di come la nuova tecnologia avrebbe dovuto servire un progetto di societร . Saint-Simon, Owen, Fourier, Marx, ciascuno con un’idea diversa, talvolta opposta, ma tutti con un’idea precisa di cosa fare delle macchine a vapore e dei telai meccanici per costruire il mondo che volevano.

Adesso, in piena rivoluzione AI, quella voce non c’รจ. O meglio, c’รจ in modo asimmetrico, in alcune frange della destra americana e in pochissimi nodi accademici, mentre la sinistra in particolare arriva all’AI con due posture parallele: o regolatoria-difensiva oppure indifferente. Manca il terzo movimento, quello che Kagan-Kans identifica come essenziale: una proposta di societร  in cui l’AI faccia certe cose specifiche per costruire un futuro migliore, immaginate non da chi vende la tecnologia ma da chi rappresenta gli interessi delle persone che ci dovranno vivere dentro.

Questa lettura mi sembra istruttiva e provo a portarla a casa, in Italia, dove la situazione รจ ancora piรน acuta.

Il vuoto che non vediamo

Per spiegare bene di cosa parla Kagan-Kans serve riallineare la prospettiva storica. Quando, a inizio Ottocento, le filande meccaniche cominciavano a riorganizzare la produzione manifatturiera in Inghilterra e Francia, non si limitarono a sostituire lavoratori artigiani: scatenarono un dibattito intellettuale e politico che durรฒ decenni, in cui movimenti diversi presero posizione su come usare quelle macchine per fini sociali diversi. I sansimoniani volevano un’industria razionalizzata e gestita da scienziati per il benessere collettivo. Robert Owen sperimentava comunitร  modello in cui le macchine alleviavano il lavoro e generavano tempo libero per la formazione. Fourier immaginava i falansteri. Marx ed Engels costruivano un’analisi del rapporto capitale-lavoro che attraversa due secoli di pensiero.

Si puรฒ essere d’accordo o no con ognuno di questi progetti, ma tutti condividevano una cosa: la pretesa di prescrivere usi specifici della tecnologia per fini politici dichiarati. Non si chiedevano solo come limitare i danni delle macchine, si chiedevano come usarle per costruire la societร  che volevano.

Oggi, davanti all’AI, questo livello di proposta รจ quasi assente. C’รจ abbondanza di analisi sui rischi, di richieste di regolazione, di paure articolate. C’รจ una quantitร  ancora maggiore di entusiasmo tecnocratico da parte di chi costruisce i sistemi. In mezzo, perรฒ, manca il livello propositivo. Mancano i movimenti che dicono: l’AI dovrebbe essere usata per fare X, Y, Z, secondo un disegno di societร  che si chiama in questo modo, perchรฉ crediamo a queste idee specifiche sul bene comune.

Perchรฉ รจ un vuoto, non un’attesa

Una risposta facile sarebbe dire che รจ presto. Che si tratta di tecnologie nuove, di applicazioni in corso di stabilizzazione, di scenari ancora sfumati, e che la politica arriverร  dopo, quando ci sarร  piรน chiarezza su cosa effettivamente questa tecnologia faccia.

Non penso che sia cosรฌ, per due ragioni che credo importanti. La prima รจ che la storia non funziona cosรฌ. I sansimoniani non aspettarono che la rivoluzione industriale fosse completata per immaginare cosa farne. Cominciarono a immaginarla mentre era ancora in corso, mentre i contorni erano sfumati, e proprio per questo riuscirono a influenzare la direzione. Aspettare la chiarezza significa rinunciare al diritto di disegnare. La seconda รจ che mentre la politica aspetta, qualcun altro disegna. Quel qualcun altro sono in larga parte le imprese tech, che hanno priori molto definiti sull’uso desiderabile dell’AI: massimizzare l’efficienza, ridurre i costi del lavoro, accelerare il ciclo di sviluppo dei prodotti, espandere la capacitร  di calcolo. Nessuno di questi obiettivi รจ cattivo in sรฉ, ma neanche uno coincide automaticamente con un disegno di societร  sostenibile, equa, capace di sostenere chi rimane indietro.

Il rischio reale di questo vuoto, secondo me, non รจ la sopraffazione politica della tecnologia. รˆ il contrario: che la politica, non avendo proposte proprie, finisca per importare le prioritร  del settore tecnologico come se fossero prioritร  collettive. Giร  adesso, in molte agende governative italiane, si parla di AI in termini ripresi quasi letteralmente dai pitch di aziende che vendono soluzioni AI. Senza un livello propositivo autonomo, la politica resta in posizione subordinata, regolatoria nel migliore dei casi, ancillare nel peggiore.

Tre cose che potrebbe dire chi volesse riempirlo

Provo a immaginare cosa proporrebbe un movimento politico contemporaneo serio, se decidesse di occupare quel vuoto. Non parlo di programmi elettorali completi, parlo di idee-cardine attorno a cui costruire una visione propositiva sull’AI.

La prima idea potrebbe riguardare il tempo. L’AI puรฒ comprimere drasticamente il tempo necessario per certe attivitร  cognitive e operative. Cosa ne facciamo di quel tempo? In una visione economicista, lo trasformiamo in maggior output a paritร  di ore. In una visione diversa, lo restituiamo alle persone sotto forma di settimana lavorativa piรน corta, riduzione del lavoro non retribuito, aumento del tempo per la cura, lo studio, la cittadinanza attiva. รˆ una scelta politica, non tecnica. Ma serve un movimento che la metta sul tavolo, perchรฉ di default non si sceglierร  mai questa direzione.

La seconda idea potrebbe riguardare la conoscenza. L’AI sta concentrando rapidamente l’accesso a una nuova generazione di strumenti cognitivi nelle mani di chi puรฒ pagarseli o di chi lavora in aziende che li adottano per primi. La differenza tra chi ha accesso a un assistente AI di alto livello e chi non ce l’ha รจ giร  oggi un nuovo divario, e crescerร  rapidamente. Un movimento politico serio dovrebbe avere un’idea su come democratizzare quell’accesso: scuole pubbliche che integrano questi strumenti, biblioteche civiche come hub di accesso, formazione adulta non come optional ma come servizio universale. Anche qui, รจ una scelta politica.

La terza idea potrebbe riguardare l’autonomia. Piรน gli agenti AI diventano capaci di agire sul mondo, piรน diventa critica la domanda: chi controlla davvero questi sistemi quando decidono al posto nostro? L’attuale architettura, dominata da una manciata di aziende USA e cinesi, non รจ l’unica possibile. Esistono alternative open, federate, locali, che richiedono investimenti pubblici per essere competitive. Un movimento che voglia tenere il controllo democratico sulle infrastrutture cognitive del futuro dovrebbe finanziare e proteggere questi modelli alternativi, prima che la concentrazione attuale diventi irreversibile.

Sono tre proposte ovvie, in un certo senso. Eppure non vedo una forza politica italiana che le abbia formulate insieme, dentro una cornice coerente, con la pretesa di costruire un futuro specifico anzichรฉ solo gestire l’esistente.

Il punto che mi tocca personalmente

In Pelle Digitale avevo provato a descrivere come la frontiera tra noi e le macchine si stesse facendo piรน sottile e piรน aderente, e in Spatial Shift avevo allargato la prospettiva guardando come si stesse riconfigurando lo spazio in cui agiamo. Tornando su quei libri oggi mi accorgo che entrambi descrivono fenomeni in corso senza prescrivere un esito politico. Faccio l’analista, non il proponente. รˆ una scelta legittima per chi scrive da imprenditore. รˆ anche, perรฒ, un sintomo del problema che Kagan-Kans diagnostica.

La veritร  รจ che osservare e descrivere รจ la parte facile. Proporre cosa fare di queste tecnologie per costruire la societร  che vogliamo รจ la parte difficile, perchรฉ richiede una visione politica esplicita, e in questo momento storico in Italia รจ quasi imbarazzante esprimerne una. Si fa fatica a discutere di visioni politiche di lungo periodo senza essere immediatamente catalogati su un asse destra-sinistra che ha smesso di catturare le distinzioni rilevanti.

Eppure, se non lo facciamo noi, lo faranno altri al posto nostro. Lo faranno bene, perchรฉ hanno interesse a farlo. E nessuno di loro avrร  come prioritร  le persone che oggi sento attorno a me ogni giorno, lavoratori cinquantenni che dovranno reinventarsi, studenti che non sanno se le loro lauree avranno valore tra cinque anni, imprenditori medi che si chiedono se le loro aziende riusciranno a stare in piedi nel decennio.

Non ho una proposta politica completa da offrire qui. Ho una sensazione precisa che mi accompagna da mesi: che il pezzo piรน importante della partita sull’AI non si stia giocando nei laboratori di Anthropic o nelle policy room di Bruxelles, ma in una stanza vuota che nessuno ancora sta occupando. La stanza in cui qualcuno dovrebbe stare disegnando un’idea di societร  che dia un senso politico a tutta questa potenza tecnica. Senza quel disegno, anche le tecnologie migliori finiscono per servire fini che nessuno ha mai esplicitamente scelto. รˆ successo giร  due secoli fa, con conseguenze che paghiamo ancora. Mi piacerebbe che questa volta facessimo meglio.

La Mente Adattiva. Pensare insieme alle macchine

Negli ultimi mesi sono usciti due miei lavori molto diversi tra loro, ma entrambi figli dello stesso periodo di immersione: letture, analisi, sperimentazioni, progettualitร  personali e professionali.

Questo secondo, La mente adattiva โ€“ Pensare insieme alle macchine (Egea), nasce invece da una sperimentazione sul campo, fatta in solitaria, con un obiettivo chiaro: potenziare il mio modo di analizzare, discutere e soprattutto mettere in discussione anche me stesso.

Come nasce lโ€™idea

Anni fa ho iniziato a usare le tecniche di Edward de Bono: i Sei Cappelli, il pensiero laterale, il valore del pensiero parallelo. Sono stati strumenti fondamentali, che mi hanno insegnato a guardare le cose da angolazioni differenti.

Ma a un certo punto รจ diventato evidente che quellโ€™approccio, per quanto brillante, fosse ormai datato rispetto alla complessitร  e alla velocitร  del contesto attuale.

E allora sรฌ, lโ€™ho fatto: ho messo in discussione il modello di de Bono. Non per demolirlo, ma per evolverlo con tutto il rispetto che porta chi lo ha usato e apprezzato. Ho provato a guardarlo da unโ€™altra angolazione, a mia volta, e a costruirci sopra.

La tesi centrale

Da questo percorso รจ nato lโ€™Adaptive Intelligence Thinking System (AITS): un modello che trasforma i cappelli in otto agenti cognitivi. Agenti capaci di pensare insieme in modo strutturato, di mettere in discussione, integrare e potenziare il pensiero.

E da qui nasce proprio il focus sul โ€œpensare insieme alle macchineโ€.

Non per sostituire lโ€™intelligenza umana, non รจ questo lโ€™obiettivo, anzi, ma per ampliarla. E nemmeno per semplificare la complessitร : lโ€™idea รจ affrontarla con metodo, con un approccio nuovo.

La struttura del libro

La mente adattiva si articola in un percorso chiaro e progressivo:

  • Introduzione alla complessitร  contemporanea: perchรฉ i vecchi schemi non bastano piรน.

  • Dal pensiero strutturato alla mente adattiva: evoluzione storica e salto concettuale.

  • Gli otto agenti cognitivi: Analitico, Emotivo-Intuitivo, Critico-Validatore, Ottimizzatore, Creativo-Generativo, Etico-Governance, Predittivo-Strategico, Meta-Orchestratore.

  • Le modalitร  operative: sequenziale, parallela, emergente, ibrida uomo-AI.

  • Applicazioni pratiche: come usare il modello in azienda, nellโ€™innovazione, nella formazione, nel crisis management.

  • Il Manifesto etico: dieci principi per unโ€™intelligenza aumentata responsabile.

Come usarlo

  • Per il singolo: come manuale per allenare nuove prospettive e migliorare la qualitร  delle decisioni.

  • Per i team: come strumento pratico per organizzare riunioni piรน produttive, inclusive e orientate a risultati concreti.

  • Per le organizzazioni: come framework per integrare etica, dati, creativitร  e AI nei processi decisionali complessi.

  • Per la formazione: come metodo didattico per sviluppare pensiero critico, creativo ed etico nelle nuove generazioni.

Un modello operativo e una proposta culturale

La mente adattiva รจ al tempo stesso un framework operativo, che sto continuando ad evolvere, e una proposta culturale.

รˆ dedicato a chi guida team, progetti e trasformazioni, a chi insegna e impara, a chi si chiede come continuare a pensare nellโ€™era dellโ€™AI.

Come sta evolvendo

Il libro รจ solo il punto di partenza. AITS sta giร  evolvendo in tre direzioni:

  1. Metodologica: checklist, canvas e metriche per applicarlo in contesti diversi.

  2. Organizzativa: linee guida per integrare il Manifesto Etico e pratiche Human-in-the-loop nei processi decisionali.

  3. Tecnologica: il prossimo passo รจ il rilascio di una piattaforma digitale che implementa concretamente il modello AITS e ne facilita lโ€™adozione. Coming soon.

Perchรฉ รจ importante adesso

  • Perchรฉ la quantitร  di informazioni cresce piรน velocemente della nostra capacitร  di gestirle.

  • Perchรฉ lโ€™AI รจ ovunque, ma spesso viene usata senza metodo e senza responsabilitร .

  • Perchรฉ serve un approccio che unisca efficienza, creativitร  e valori.

  • Perchรฉ il futuro delle organizzazioni dipenderร  da chi saprร  pensare meglio, piรน velocemente e con maggiore consapevolezza.

 

La mente adattiva, pensare insieme alle macchine รจ un invito a rimettere in discussione i nostri modelli di pensiero e a sperimentarne di nuovi. Non un manuale tecnico, ma una bussola per navigare la complessitร .

Il futuro del pensiero รจ collaborativo: umani e macchine che ragionano insieme, in modo etico, intelligente e adattivo.

Potete acquistarlo in ebook su EgeaEditore https://lnkd.in/dCmsvxkD
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