Soft skill nell’era dell’AI: la riconfigurazione delle competenze che la scuola italiana ha iniziato
Il 7 maggio 2026 Assolombarda e nove università milanesi hanno firmato un accordo quadro triennale su lauree, master e hackathon dedicati all’intelligenza artificiale. Dentro i dati che accompagnano la firma c’è un numero che vale tutta la discussione sulla fine del lavoro: nel quadrilatero Milano-Monza-Lodi-Pavia i laureati STEM sono cresciuti del 25,6% dal 2014, ma solo il 2% del totale possiede competenze ICT effettive. Le imprese cercano, le università sfornano titoli, e in mezzo resta un vuoto di soft skill che nessuna laurea tecnica da sola sta riempiendo.
Tendiamo a leggere l’arrivo dell’AI nel lavoro come una sottrazione: quanti posti spariranno. È la domanda sbagliata, o almeno è quella che cattura meno di metà di ciò che sta succedendo. L’altra metà è una riconfigurazione di cosa rende prezioso un essere umano in un’organizzazione, e tocca proprio le soft skill che un’aula STEM tradizionale non insegna.
Le soft skill nel vuoto che le lauree tecniche non colmano
L’automazione cognitiva mangia per prima i compiti procedurali: inserimento dati, redazione di documenti standard, prima stesura di codice. Sono attività che fino a ieri richiedevano una persona e che oggi un modello svolge in pochi secondi. Su questo non c’è dibattito serio.
Cosa resta dall’altra parte, invece, è tutto ciò che richiede di leggere una situazione ambigua, di tenere insieme persone con interessi diversi, di decidere quando una risposta del modello va bene e quando va buttata. Empatia, negoziazione, capacità di persuasione, giudizio in condizioni di incertezza. Le chiamiamo soft skill con una certa condiscendenza, come se fossero un contorno. Stanno diventando il piatto principale.
Il paradosso italiano è proprio questo. Abbiamo prodotto più laureati tecnici e contemporaneamente un mismatch più ampio, perché il valore si è spostato verso una combinazione che la formazione iperspecialistica non garantisce: solidità tecnica più capacità relazionale e critica. Chi ha solo la prima è automatizzabile sui margini, chi ha solo la seconda non capisce abbastanza la tecnologia per governarla.
Filosofia e classici rientrano dalla porta principale
Qualcosa, in controtendenza rispetto a quanto si racconta, si sta muovendo. Le nuove Indicazioni Nazionali per i licei del 2026 introducono l’intelligenza artificiale e l’informatica nel curriculum, ma la scelta che trovo più interessante è un’altra: il rilancio della filosofia con un approccio specifico su etica e tecnologia, e un impulso esplicito al pensiero critico come competenza da allenare. Insieme a un ritorno ai classici e alla centralità del testo.
A prima vista sembra un movimento all’indietro, verso il sapere umanistico, proprio mentre tutti spingono sulle STEM. Letto bene è il contrario: è il riconoscimento che, in un mondo dove la parte tecnica diventa commodity erogata da una macchina, la differenza la fa la capacità di interpretare, argomentare, dubitare. Le arti liberali non come nostalgia, come infrastruttura cognitiva per stare davanti a un modello senza esserne sostituiti.
Lo stesso vale per l’alta formazione. Il Politecnico di Milano integra l’AI in tutti i corsi di laurea magistrale e propone certificati per professionisti. Insegno anch’io in due business school, e vedo da vicino come la domanda sia cambiata: i manager non chiedono più solo di capire la tecnologia, chiedono di capire come ridisegnare ruoli e competenze delle loro persone attorno alla tecnologia. È una domanda da educatori, non da tecnologi.
La capacità cognitiva che rischiamo di perdere
C’è un timore che attraversa tutto questo, e va preso sul serio invece di liquidarlo. Delegare al modello una quantità crescente di lavoro mentale potrebbe atrofizzare proprio le capacità che diciamo di voler coltivare. Uno studente che fa scrivere i temi all’AI non allena la scrittura. Un professionista che le delega ogni analisi smette di saper analizzare.
C’è uno strato sottile dove la mente e la macchina si toccano, ed è lì che si decide se l’una estende l’altra o la sostituisce. La scuola e l’università sono il luogo dove questa decisione pesa di più, perché lì le competenze non si esercitano, si formano per la prima volta. Un adulto che delega perde un allenamento. Un ragazzo che delega potrebbe non sviluppare mai la capacità.
La risposta non è vietare lo strumento, sarebbe ridicolo e perdente. È insegnare a usarlo in modo che amplifichi invece di sostituire. Far scrivere allo studente la sua ipotesi prima di chiederla al modello. Pretendere che sappia giudicare l’output, il che richiede di possedere la competenza, non di averla noleggiata. Tenere viva una quota di lavoro fatto senza aiuto, come si tiene allenato un muscolo che altrimenti si addormenta.
Utilizzatori o menti che tengono testa alla macchina
La transizione non porterà alla disoccupazione di massa che molti temono. Porterà a una ridistribuzione del valore verso competenze che oggi sottovalutiamo, e premierà chi sa stare nel mezzo: abbastanza tecnico da capire la macchina, abbastanza umano da fare ciò che la macchina non fa.
Il sistema educativo italiano ha davanti una finestra stretta per riconfigurarsi attorno a questa idea, e i segnali dicono che ha cominciato a guardarci. Resta la parte difficile, che non è scrivere nei programmi la parola intelligenza artificiale, è cambiare il modo in cui si insegna a pensare. È la riforma più importante e meno appariscente del momento. Tra qualche anno si vedrà la differenza, tra chi ha solo imparato a usare lo strumento e chi ha imparato a pensare senza di lui.
Spunti dall’Accordo Quadro Assolombarda-università 2026-2029 e dalle nuove Indicazioni Nazionali per i licei.


Ma gli stessi algoritmi, se introdotti come black box opache o come meri strumenti di taglio dei costi, rischiano di trasformarsi in erosori di relazione: possono rafforzare i bias di conferma, indurre i leader ad abdicare alla responsabilità, atrofizzare il “muscolo dell’apprendimento” e impoverire la sicurezza psicologica necessaria al confronto onesto. I team allora obbediscono in apparenza, ma interiormente diffidano sia dello strumento sia di chi lo ha imposto.