Ho tolto il visore, ma l’ombra è rimasta. Afterimage Mentale.

Ci sono esperienze che non ti accorgi di vivere fino a quando finiscono. Ti restano dentro come un riflesso, come un gesto che fai senza pensare. Ed in questo caso, il mio è stato semplice: alzare lo sguardo verso la parete del soggiorno alla mia destra, cercando il widget con le informazioni dei timer “pomodoro” che avevo messo li. Ma lì non c’era niente. E non perché fosse scomparso dal sistema. Semplicemente, non indossavo più il visore.

Uso Vision Pro da mesi, in realtà ne ho due, come ho raccontato più volte. È parte del mio quotidiano ormai. Non più solo per test o demo, ma per lavorare: scrivere, fare call, rivedere documenti, organizzare task, rispondere a mail, senza necessità di portare il mac, ma avendo la potenzialità di schermi, tutto intorno a me.

In questi ultimi giorni, con l’aggiornamento a visionOS 26, ho voluto spingere l’esperimento oltre. Ho “arredato” il mio spazio domestico, nello specifico il mio studio, il soggiorno e lo spazio in veranda, con widget persistenti: elementi informativi digitali ancorati nello spazio reale. Orologi, cruscotti, alert di borsa, piccoli moduli API che si aggiornano in tempo reale che sto implementando per sperimentazioni. E soprattutto: posizionati con cura, in funzione della loro utilità (le note della spesa e della dieta, sul frigorifero sono una bomba atomica).

Integrazione di luci, ombre, materiali. Nessuna sensazione di intrusione. Solo presenza.

Poi, dopo due ore abbondanti (per adesso è il tempo che mi sono dato), ho tolto il visore. Ed è lì che è successo qualcosa.

Quel gesto dello sguardo, istintivo, naturale, mi ha fatto capire che quei widget non erano solo overlay digitali. Non erano semplici “finestrine fluttuanti”. Erano diventati oggetti cognitivi. Parte del mio ambiente. Ancorati non solo al muro, ma alla mia memoria spaziale.

Il nostro cervello funziona così: lega informazioni allo spazio. Ricordi dov’è la chiave di casa, anche se non ci pensi. Ti muovi in un ambiente buio perché ne conosci la struttura. Allo stesso modo, inizi a sapere che quell’informazione specifica, la prossima riunione, l’andamento di un titolo, una nota lasciata a metà sta lì, in quel punto preciso dello spazio aumentato. E anche quando togli il visore, il cervello si aspetta che sia ancora lì.

Quel momento non è stato un momento di confusione. È stato un afterimage mentale.

Ci sono oggetti fisici che cerchiamo per abitudine. Il telecomando. Il telefono. Le chiavi. Ma quando non trovi un oggetto virtuale, la sensazione è diversa: non è perso, è stato rimosso. E se era ancorato al tuo spazio, è come se qualcuno lo avesse cancellato dalla realtà, ma ai la sensazione che sia rimasto un alone in quel punto.

Il paradosso è che più queste informazioni diventano persistenti, più diventano “reali”. E quando non ci sono più, non le percepisci come assenti. Le percepisci come mancanti. Come una lacuna nel mondo. Un’assenza che ti destabilizza, anche solo per un attimo.

E allora ti accorgi che quello che chiamavamo “digitale” ha iniziato a lasciare ombre nel reale. Letteralmente.

In un contesto lavorativo, questi widget aumentano efficienza, chiarezza, focus. Ti danno un ambiente organizzato, dinamico, su misura e iperpersonalizzato. Nessuna interfaccia da aprire o chiudere: tutto è lì, dove serve, quando serve. Una forma nuova di “ambient computing”, visiva e contestuale.

Ma c’è un’altra faccia della medaglia.

L’aumento continuo, se costante, se invisibile, rischia di diventare il nuovo default. E quando viene meno, il mondo torna nudo. Scarico. L’ambiente non è più neutro: è deprivato. Un po’ come accendere una stanza con luce naturale e poi spegnere di colpo. Non è solo buio: è impoverimento percettivo.

E allora ti chiedi: quanto il reale è ancora sufficiente, se non è aumentato?

Per anni abbiamo parlato di disconnessione come antidoto alla sovraesposizione da schermo. Di detox digitale, di staccare. Ma ora il problema si sposta. Il vero tema non sarà più “staccarsi dallo smartphone”, ma dal layer.

Disconnettersi significherà rinunciare a qualcosa che è dentro il nostro spazio. Che è diventato parte del nostro orientamento, della nostra organizzazione. Del nostro pensiero. E farlo non sarà solo difficile. Sarà controintuitivo.

Come spegnere la luce artificiale e scegliere di restare al buio. Sapendo che puoi riaccenderla in ogni momento.

Ecco perché il gesto che ho fatto, alzare lo sguardo verso un widget che non c’era più, mi è rimasto addosso. Perché quel vuoto non era virtuale. Era reale. Era mio.

Stiamo vivendo un momento in cui l’informazione non è più una cosa che andiamo a cercare. È qualcosa che ci sta accanto. Che si materializza con noi, e per noi. E che in molti casi ci cerca e ci raggiunge. Ma quando ci abitueremo a un mondo così aumentato, quanto sarà difficile non aumentarlo?

E se il vero problema non sarà più “avere accesso” alle informazioni, visto che saremo immersi e interagiremo con le informazioni anche senza volerlo, forse il punto vero di riflessione sarà capire come saperle lasciare andare?

Il prossimo confine non sarà la realtà virtuale, ma la realtà vuota. E dovremo imparare ad abitarla di nuovo. Anche solo per ricordarci com’era, prima di essere aumentata.

Spatial Intelligence: l’immersività-tangibile tra AI e Robotica

La robotica sta vivendo una trasformazione radicale. E di questo forse ne abbiamo già preso coscienza ultimamente guardando diversi video di Boston Dynamics e similari, in cui robot quadrupedi o androidi bipedi fanno cose incredibili.

Nell’era della convergenza di diverse tecnologie, tema che ho raccontato nel libro Spatial Shift, ognuna delle evoluzioni tecnico-tecnologiche che stiamo vivendo influenza e potenzia altre tecnologie, abilitandole di nuove possibilità. La convergenza dell’Intelligenza artificiale e della robotica, che prende il nome di “Spatial Intelligence” è forse quello che potenzialmente più spaventa e allo stesso tempo affascina per gli impatti che potrebbe avere sull’umanità.

Investitori come Khosla Ventures, Andreessen Horowitz, e General Catalyst stanno supportando una serie di startup che sviluppano robot capaci di ragionamento avanzato e elaborazione dei dati visivi, a dimostrazione che l’interesse sul tema è già piuttosto avanzato e soprattutto di progetti in fase di sviluppo con risultati già validati ce ne sono.

La spatial intelligence permette ai robot di navigare e interagire con l’ambiente in modo più efficiente, migliorando la precisione e l’adattabilità nei compiti complessi, migliorare efficacia ed efficienza e soprattutto come questo segmento possa potenziare l’uomo veramente.

Evoluzione della robotica e della Spatial Intelligence

Fin dagli anni ’60, i robot sono stati utilizzati principalmente per compiti ripetitivi in ambienti controllati, dove la variabilità era minima. La mancanza di “intelligenza” limitava la capacità dei robot di adattarsi a situazioni inaspettate. Con l’avvento della spatial intelligence, la robotica sta passando ad una nuova generazione di macchine che possono percepire, vedere, prendere decisioni e agire in base agli obiettivi e all’ambiente circostante.

Questa evoluzione è paragonabile alla rivoluzione portata dagli smartphone, trasformando dispositivi semplici in strumenti potenti e versatili che hanno negli anni di fatto esteso le potenzialità del singolo utente.

Applicazioni della Spatial Intelligence

La spatial intelligence sta trovando già applicazione in numerosi ambiti e settori, nei quali, in modo più o meno impattante sta già ridefinendo il modo in cui i robot vengono utilizzati. Tra le aree più promettenti e nelle quali stanno già entrando capitali e investimenti ci sono:

  • logistica e automazione industriale: i robot dotati di spatial intelligence possono navigare autonomamente nei magazzini, identificare e raccogliere oggetti, e consegnare pacchi con una precisione incredibile. Startup come Waabi stanno sviluppando camion autonomi, mentre Vayu sta creando robot per la consegna dell’ultimo miglio che utilizzano piste ciclabili.
  • sanità: in campo medico, i robot dotati di intelligenza spaziale possono assistere nelle procedure chirurgiche, fornendo supporto preciso e adattabile in tempo reale. Questo non solo migliora l’efficienza, ma riduce anche il rischio di errori umani e supporta il processo decisionale in determinati momenti, fortemente time critical. Un esempio innovativo è l’uso di robot che eseguono compiti come la sutura di ferite con precisione millimetrica.
  • agricoltura: Carbon Robotics utilizza laser intelligenti per eliminare le erbacce e piante infestanti nei campi, migliorando l’efficienza, riducendo l’uso di erbicidi, e mitigando l’impatto di utilizzo di componenti chimiche eccessive . Questa tecnologia già da tempo sta accelerando la gestione agricola, rendendola più sostenibile e produttiva
  • servizi di consegna: robot autonomi possono essere utilizzati per consegnare pacchi e cibo in ambienti urbani, adattandosi alle condizioni stradali e alle esigenze dei clienti in tempo reale Ovviamente sono solo primi esempi di ambiti in cui questa adozione è già avanzata ed i primi impatti sono già visibili.
  • superhuman: il potenziamento delle persone con gap, e non solo. La spatial intelligence ha il potenziale inoltre a mio avviso per supportare significativamente il potenziamento delle persone, specialmente quelle con handicap, malformazioni o menomazioni: protesi intelligenti: AI, robotica e sensoristica possono essere integrate in protesi avanzate che possono dotare la persona di una gamma di movimenti e funzioni molto più ampia rispetto alle protesi tradizionali e normali capacità. Queste protesi, in grado di adattarsi dinamicamente all’ambiente, possono non solo migliorare l’autonomia e la qualità della vita delle persone, ma possono aumentarne le capacità.
  • supporto alla mobilità: esoscheletri e dispositivi di supporto alla mobilità dotati di spatial intelligence possono aiutare le persone con difficoltà motorie a camminare e muoversi con maggiore sicurezza e autonomia. In questo caso dispositivi di questo tipo possono esser utilizzati per rilevare dinamicamente il contesto e adattarsi al terreno e alle superfici, prevenendo cadute e riducendo il rischio di incidenti interazione migliorata: La capacità dei robot di percepire e comprendere l’ambiente può essere utilizzata per sviluppare assistenti domestici intelligenti che aiutano le persone con disabilità a svolgere compiti quotidiani. Un esempio che gira in rete già da qualche mese è un assistente robotico che può aiutare preparare pasti, pulire la casa o ricordare appuntamenti importanti, erogare medicinali e supportare l’assistito nella gestione e pianificazione
  • riabilitazione e terapia: automi con spatial intelligence possono essere utilizzati in programmi di riabilitazione personalizzati, garantendo precisione e specificità di esercizi ed il monitoraggio dell’esecuzione e dei progressi in tempo reale. Questi sistemi possono adattare i programmi di riabilitazione in base alle esigenze individuali, modellare il piano in funzione del miglioramento del singolo utente, e accelerando il recupero e migliorando i risultati complessivi. Oltre al fatto che l’analisi del comportamento dei singoli può gradualmente creare la condizione di apprendimento progressivo dell’intelligenza stessa.
  • interfacciamento con mondo esterno: con l’avvento di dispositivi come i Vision Pro, dotati di telecamere avanzate, intelligenza artificiale e interfacce conversazionali, possiamo già immaginare un futuro (attuale) in cui le persone saranno dotate “vista aumentata”. Questi visori, in grado di interpretare ed interagire con informazioni in tempo reale, possono abilitare persone non vedenti o ipovedenti, a nuove possibilità di mobilità, movimento nello spazio, assistenza e supporto.

Verso una Immersività-Tangibile

Nello shift spaziale, la Spatial Intelligence sta iniziando il processo di ridefinizione di quella che io chiamo la fase dell’Immersività-Tangibile. Questa integrazione perfetta tra i mondi fisico e digitale permette ai robot non solo di eseguire compiti complessi con precisione, ma anche di interagire con l’ambiente e le persone in modo intuitivo e naturale. Allo stesso tempo, le persone, potenziate da nuove tecnologie e immerse in un contesto aumentato grazie all’uso di sensori avanzati, AI ed estensioni robotiche, possono non solo connettersi a un livello di realtà aumentata ma anche toccarla, sentirla e percepirla come reale. L’immersività-tangibile implica una trasformazione delle esperienze visive, cognitive e sensoriali.

Da un lato, l’esperienza visiva e cognitiva viene potenziata, permettendo alle persone di vedere dati e informazioni sovrapposte al mondo reale, facilitando una comprensione immediata e approfondita di ciò che le circonda. Un esempio, già attuale, è quello di un chirurgo che può vedere proiezioni tridimensionali di immagini mediche direttamente sul paziente, migliorando la precisione e la sicurezza delle operazioni.

Dall’altro lato, l’aspetto tangibile e sensoriale rende questa immersione ancora più profonda. Grazie a tecnologie aptiche e feedback sensoriali avanzati, le persone possono percepire fisicamente la presenza e le caratteristiche degli oggetti virtuali. Immaginiamo di poter “toccare” un modello virtuale di un oggetto in fase di progettazione, sentire la sua superficie e consistenza. Questa combinazione di immersione visiva, cognitiva e sensoriale crea un’esperienza totale, dove il confine tra reale e virtuale si dissolve.

La tecnologia non è più solo uno strumento, ma diventa un’estensione del corpo e della mente umana, migliorando la capacità di percepire, creare, interagire e comprendere il mondo in modi che prima erano inimmaginabili. L’immersività-tangibile rappresenta quindi non solo un avanzamento tecnologico, ma una vera e propria evoluzione del modo in cui viviamo e percepiamo la realtà.

Futuro della Spatial Intelligence

Nei prossimi anni, considerata la velocità a cui stiamo viaggiando, mi aspetto di vedere una diffusione più ampia della Spatial Intelligence in molti settori. Innovazioni come l’integrazione con la realtà aumentata e virtuale, nonché l’uso di reti neurali avanzate, guideranno ulteriormente questa evoluzione.

La combinazione di intelligenza artificiale, computing edge e 5G permetterà ai robot di operare con maggiore efficienza e reattività, trasformando radicalmente il nostro modo di vivere e lavorare e per quanto brutto il pensiero possa sembrare, farci compagnia.

La spatial intelligence, oggi ancora tema poco noto, rappresenta senza dubbio in questa convergenza ed evoluzione un ulteriore frontiera evolutiva dell’uomo, e grazie alla sua capacità di combinare il mondo fisico, digitale e virtuale, si rivelerà sempre più un elemento chiave per il futuro della robotica e delle tecnologie immersive.

Il futuro dell’Immersività nello Sport: intervista in università parlando di tecnologia, spatial computing e fan engagement

Nel mondo dello sport, le tecnologie immersive come la realtà aumentata (AR) e la realtà virtuale (VR) stanno rivoluzionando l’esperienza dei tifosi e l’ottimizzazione delle prestazioni degli atleti. Ho presentato qualche giorno fa il libro “Spatial Shift” che ho recentemente scritto, partecipando a un’intervista con un’università per discutere del futuro dello sport e dell’immersività.

In questa intervista, che riporto, ho condiviso la mia visione su come queste tecnologie vengono sfruttate oggi nell’NBA, le loro potenzialità future e l’apertura delle società sportive all’adozione di queste innovazioni. Scopriamo insieme come AR e VR stanno trasformando il panorama sportivo e quali prospettive ci attendono. Ho anche annunciato la prossima uscita del libro “Sport Tech, una nuova era dello sport business e della trasformazione digitale.”

Come vengono sfruttate queste tecnologie al giorno d’oggi? C’è o ci sarà secondo Lei un’apertura da parte di tutte le società sportive all’utilizzo di esse? Le nuove tecnologie, come la realtà aumentata (AR) e la realtà virtuale (VR), sono già ampiamente sfruttate nell’NBA per migliorare l’esperienza dei tifosi e ottimizzare le performance dei giocatori. Le applicazioni includono la trasmissione di partite in VR per una visione immersiva (da punti in cui sono situate camere 360), l’uso di sensori e analisi avanzate per monitorare e migliorare le prestazioni degli atleti (ed i cui dati sono poi utilizzati per ambiti di simulazione immersiva), e la creazione di contenuti interattivi per i social media che coinvolgono i fan in modo più profondo (AI, Video Recognition, Image Recognition). Credo fermamente che tutte le società sportive seguiranno questa tendenza, poiché l’adozione di queste tecnologie può offrire vantaggi competitivi significativi, sia in termini di ingaggio del pubblico che di miglioramento delle prestazioni sportive e diventerà una condizione necessaria anche di sopravvivenza a tendere in termini di possibili forme di ricavo.

Come si possono coinvolgere sempre più emotivamente le persone rispetto ad una partita live vista con i propri occhi? Per coinvolgere emotivamente le persone in modo paragonabile a una partita live, le tecnologie immersive come la VR possono giocare un ruolo cruciale. Offrendo esperienze che replicano la sensazione di essere presenti fisicamente all’evento, si può creare un legame emotivo più forte. Ad esempio, trasmettere le partite in VR permetterà ai tifosi di vivere l’emozione del gioco da diverse prospettive, come se fossero seduti a bordo campo. L’uso di AR per fornire statistiche in tempo reale, replay e angolazioni esclusive arricchisce l’esperienza visiva e mantiene l’attenzione del pubblico. Il tutto poi deve esser sempre corredato di servizi a valore aggiunto, come loyalty, reward e accesso ad esclusività differenziante. Se prima del covid il fisico era ormai commodity ed il digitale l’opportunità derivante dalla novità, ora stiamo vivendo un processo inverso in cui il digitale è l’elemento di commodity in cui avvengono naturalmente fruizioni, interazioni e servizi all’utente con contenuti esclusivi per il digitale, ed il fisico è la componente dell’esperienza in cui viene creato un valore unico e raro per l’utente.

Come si possono “convincere” le persone scettiche a provare ad indossare un visore per provare un’esperienza immersiva del genere? Per convincere le persone scettiche a provare i visori VR, è fondamentale offrire dimostrazioni gratuite e esperienze pilota che mostrino chiaramente i vantaggi di queste tecnologie. Questo nella fase educativa, senza dubbio. Eventi promozionali in cui i tifosi possono sperimentare la VR senza costi iniziali potrebbero essere molto efficaci. Dopodiché, passata la fase di evangelizzazione, l’utilizzo di testimonianze di celebrità e atleti che raccontano le loro esperienze positive attraverso l’uso dell’extended reality, possono aumentare l’interesse e ridurre le riserve. Non c’è dubbio che per migliorare l’esperienza ed accelerare poi l’adozione del visore ci siano tre condizioni che devono verificarsi nello stesso momento (e ci siamo quasi)

  • ergonomia, semplicità d’uso e user experience del device
  • abbattimento del prezzo dei device consumer per la massa
  • creazione di contenuto esclusivo e unico fruibile da device (come sta facendo AppleTV con MLS e contenuti solo visibili in vision pro)

Secondo Lei siamo solo all’inizio, o già con quello che accade in NBA siamo ad un buon punto rispetto all’utilizzo di a.r. e v.r. in campo sportivo? Ritengo che siamo ancora agli inizi di un lungo percorso evolutivo nell’uso della AR e VR nello sport e delle nuove tecnologie convergenti (AI e Blockchain incluse). Sebbene l’NBA stia facendo passi significativi nell’adozione di queste tecnologie, sia per temi di cultura, budget e approccio, c’è ancora un ampio margine per l’innovazione e la diffusione. Le possibilità offerte dal computing spaziale e dall’intelligenza artificiale, come discusso nel mio libro, promettono di trasformare ulteriormente l’esperienza sportiva e di renderla sempre più coinvolgente e personalizzata oltre che generare nuove opportunità per brand e partner in termini di forme di nuova monetizzazione.

Secondo Lei i visori quando potranno cominciare ad essere accessibili ai più in termini di prezzo e di “comodità” d’utilizzo? Prevedo che i visori VR diventeranno accessibili al grande pubblico nei prossimi 3-5 anni. La rapida evoluzione tecnologica e la competizione tra i produttori stanno già portando a una riduzione dei costi e a miglioramenti significativi nella comodità d’uso. La miniaturizzazione dei componenti, l’aumento della durata della batteria e il miglioramento dell’ergonomia sono tutti fattori che contribuiranno a rendere questi dispositivi più attraenti e accessibili. L’avvento del Vision pro ha accelerato già il contesto di competizione: se da una parte Meta ha iniziato ad adeguare ed evolvere il proprio sistema operativo nella direzione introdotta da Apple con lo Spatial Computing, dall’altra altri competitor di device hardware hanno capito che diminuzione della dimensione, l’integrazione di sensori, camere e display e la progettazione ergonomica per creare accessibilità e inclusività sono elementi progettuali necessari.

Molte persone si rifiutano di provare la realtà virtuale solo perché devono indossare un caschetto, quindi i visori anche se diventeranno sempre più piccoli e accessibili potranno sostituire gli smartphone? O le persone si rifiuteranno perché si tratta di “indossare” qualcosa sulla propria testa? È vero che molte persone sono riluttanti a indossare un caschetto VR ed in generale per persone sono poco predisposte a modificare il proprio visus se non hanno una reale necessità (problemi di vista per capirci…). Con il continuo miglioramento del design e la riduzione delle dimensioni dei visori, ritengo che questa resistenza diminuirà trasformando il visore da maschera / caschetto ad occhiale, indossabile tutti i giorni (esattamente la strada che sta facendo Meta e Luxottica). Anche se i visori VR potrebbero non sostituire completamente gli smartphone, diventeranno probabilmente un complemento importante per determinate esperienze immersive che non possono essere replicate su uno schermo piatto. La chiave sarà offrire valore aggiunto che giustifichi l’uso di un dispositivo indossabile, in determinate circostanze. Sono dell’idea che non avremo mai un uso costante di un occhiale in testa, ma utilizzi specifici e fortemente contestualizzate e caratterizzanti in cui saremo ben predisposti a farlo.

Attualmente negli sport, da parte delle società è più utilizzata la realtà aumentata o la realtà virtuale? Attualmente, la realtà aumentata è più utilizzata rispetto alla realtà virtuale, soprattutto per le sue applicazioni immediate e facilmente integrabili nelle trasmissioni televisive e nelle app mobili o nei siti internet attraverso la WebAR. La AR è utilizzata per sovrapporre grafici, statistiche e replay durante le partite, o per mostrare asset tridimensionali e contestualizzati nello spazio fisico, migliorando l’esperienza visiva senza la necessità di attrezzature speciali. La VR sta guadagnando terreno, soprattutto per le esperienze immersive, simulazioni e allenamenti degli atleti.

Nel calcio l’utilizzo di queste tecnologie è ancora un miraggio? L’utilizzo della v.r. nella finale di Copa América è un approccio o gli esperimenti attualmente si fermeranno a quella partita? Nel calcio, l’adozione delle tecnologie AR e VR sta crescendo. L’uso della VR nella finale di Copa América rappresenta un passo importante verso l’integrazione di queste tecnologie, ma è ancora in fase sperimentale. Ritengo che con i successi iniziali e il feedback positivi di queste inizaitive, si creerà l’effetto “follower” e vedremo un’adozione più ampia e sistematica nel prossimo futuro, non solo limitata a eventi singoli ma integrata regolarmente nelle competizioni sportive. Il tema dei diritti da sbloccare è in corso, e questo sarà inoltre un abbattimento enorme di barriere.

In quanto tempo si potrebbe arrivare all’utilizzo totale di queste tecnologie in tutti gli sport? L’adozione totale di AR e VR in tutti gli sport potrebbe avvenire entro i prossimi 5-10 anni. Questo dipenderà dall’evoluzione tecnologica, dalla riduzione dei costi e dall’accettazione da parte del pubblico e degli atleti. Man mano che le tecnologie diventano più avanzate e accessibili, e i benefici diventano più evidenti, la loro integrazione nei vari sport diventerà inevitabile. Questa è una valutazione “lineare” ma non ho dubbi sul fatto che potremmo vedere una accelerazione di adozione come successo con il mobile.

Potrebbero capitare casi in futuro di spettatori presenti solo virtualmente allo stadio e non fisicamente? È plausibile e a mio avviso inevitabile, che in futuro vedremo spettatori che partecipano agli eventi sportivi esclusivamente tramite realtà virtuale. Questo permetterà ai fan (e non solo) di tutto il mondo di “essere presenti” a una partita senza dover viaggiare, offrendo un’esperienza simile a quella dal vivo, permettendo l’estensione del business per il brand e le opportunità di coinvolgere una nuova utenza. L’esperienza fisica – quella di andare allo stadio – manterrà sempre un fascino unico e anzi, il ruolo di esclusività / rarità di posti e unicità, renderà il fisico ancora più attraente e probabilmente vedremo un’integrazione di entrambe le modalità, fisica e virtuale, per soddisfare le diverse esigenze e preferenze dei tifosi.

La convergenza: AI, Blockchain e Spatial Computing

Stiamo vivendo un momento di convergenza senza precedenti tra intelligenza artificiale (AI), blockchain e spatial computing, una trasformazione che promette di ridefinire i processi in molti settori, influenzando la trasparenza, la sicurezza e l’efficienza in tempi brevi.

Recentemente ho avuto modo di approfondire un paper pubblicato dall’AI & Blockchain Convergences Task Force in collaborazione con esperti internazionali del settore. Questo studio esamina in dettaglio come queste tecnologie stiano convergendo e offre una panoramica delle implicazioni per il futuro. I razionali del lavoro includono un’analisi approfondita degli sviluppi tecnologici e delle loro applicazioni reali, con contributi di vari esperti come Mariana de la Roche, Erwin Voloder, e altri professionisti provenienti da organizzazioni come Cheqd, Hyperledger Foundation e UNJSPF.

Questi esperti hanno unito le loro competenze per delineare un quadro chiaro di come l’integrazione di AI e blockchain possa rivoluzionare vari settori.

Anche nel mio libro Spatial Shift, ho esplorato come la convergenza tecnologica stia trasformando il nostro mondo, e ho trovato molteplici punti di contatto con quanto trattato nel paper. Innanzitutto, la combinazione di AI e blockchain crea un nuovo paradigma nella gestione dei dati, noto come “dataconomy“. La Blockchain offre una piattaforma sicura e immutabile per la gestione dei dati, garantendo che i dati utilizzati dagli algoritmi di AI siano autentici e di alta qualità. Questo approccio migliora la trasparenza e l’integrità dei dati, affrontando problemi di accesso e sicurezza.

La decentralizzazione offerta dalla blockchain potrà ridurre i bias nei modelli di AI, distribuendo il controllo e le decisioni su una rete di nodi piuttosto che concentrarle in un’unica entità. Questo aumenterà la sicurezza e la trasparenza dei processi decisionali, rendendo l’AI più equa e affidabile. Inoltre, l’addestramento distribuito dei modelli di AI su una rete blockchain permette di accelerare i tempi di elaborazione e migliorare l’efficienza dei modelli su larga scala. La decentralizzazione del calcolo distribuisce il carico su più nodi, riducendo i colli di bottiglia e migliorando la scalabilità dei modelli di AI.

Gli smart contracts basati su blockchain possono automatizzare la gestione del consenso e la revoca dell’accesso ai dati. Questi contratti intelligenti potranno (e possono già) garantire che i dati vengano utilizzati solo per gli scopi autorizzati, aumentando la fiducia degli utenti e rispettando la privacy. Inoltre, l’AI migliora la sicurezza delle reti blockchain monitorando e rilevando comportamenti anomali in tempo reale. Questo permetterà di prevenire attività fraudolente come hacking e riciclaggio di denaro, garantendo la protezione delle risorse digitali.

La convergenza di AI, blockchain e spatial computing sta trasformando anche le esperienze di realtà mista (Mixed Reality, MR). L’AI crea ambienti virtuali più realistici e interattivi in tempo reale attraverso la sua capacità generativa e predittiva, mentre la blockchain gestisce la proprietà e le transazioni di asset digitali, assicurando autenticità e tracciabilità. Questa combinazione renderà sempre più le esperienze di MR coinvolgenti e sicure, permettendo agli utenti di interagire in modo naturale e protetto.

L’integrazione di AI e blockchain sarà inoltre il boost di miglioramento alla sostenibilità e l’autenticità delle operazioni in vari settori. Per esempio, nella gestione delle catene di approvvigionamento, l’AI potrà prevedere le complessità logistiche, mentre la blockchain garantirà la trasparenza e l’autenticità dei prodotti, promuovendo pratiche sostenibili e responsabili. Un esempio pratico che ho trattato nel libro riguarda il settore agricolo, dove la blockchain sarà la base su cui tracciare l’intero ciclo di vita di un prodotto agricolo, dall’origine alla tavola del consumatore, mentre l’AI può ottimizzare la gestione delle risorse e prevedere le condizioni meteorologiche per migliorare la resa delle colture e lo spatial computing sarà l’elemento di visualizzazione immersiva.

Nel campo della sanità, la blockchain, già oggi utilizzata in alcuni progetti, potrà gestire le credenziali digitali portatili dei pazienti, mantenendo la loro storia medica sicura e sotto il controllo del paziente. L’IA potrà invece analizzare questi dati per prevedere tendenze di salute o epidemie, mentre la blockchain assicurerà che i dati rimangano immutabili e tracciabili. Nel mio libro, discuto anche di un caso studio in cui un sistema basato su blockchain e AI ha migliorato la gestione delle malattie croniche, permettendo ai pazienti di condividere i propri dati con i ricercatori in cambio di incentivi sotto forma di token, promuovendo così la ricerca medica senza compromettere la privacy.

La convergenza di queste tecnologie si sta estendendo a diversi settori, tra cui anche quello finanziario, dove l’AI verrà sempre più utilizzata per creare strategie di trading automatizzate e personalizzate, di asset allocation, di analisi dinamica dei parametri finanziari, mentre la blockchain assicurerà a tutte le transazioni la trasparenza e la verificabilità. Questo non solo migliorerà l’efficienza, ma ridurrà anche il rischio di frodi e manipolazioni ed introdurrà modalità nuove per lo sviluppo degli investimenti.

Infine, uno dei temi più discussi ultimamente – e attualmente fuori hype – trattati nel paper è l’applicazione delle tecnologie convergenti nel contesto del metaverso. L’IA come già visto in una fase ancora immatura sar utilizzata per creare avatar realistici e ambienti interattivi, mentre la blockchain garantirà che gli asset digitali all’interno del metaverso siano autentici, posseduti dagli utenti, realmente visualizzati in un determinato contesto e garantirà inoltre la veridicità delle informazioni a cui l’utente sarà esposto in termini di sollecitazioni visive. Questo apre una nuova strada a nuove forme di interazione sociale e economica, in cui gli utenti potranno possedere, scambiare e monetizzare beni digitali, ma soprattutto “collegare” alla realtà un layer virtuale sicuro e trasparente, e condivisibile.

Questa convergenza tecnologica non solo sta rendendo le esperienze digitali più coinvolgenti e sicure, ma sta mettendo le basi per promuovere una fase nuovo del web (il “famoso” web3) e un ambiente di sviluppo e utilizzo più inclusivo e collaborativo.

L’integrazione di AI, blockchain e spatial computing sta costruendo le fondamenta per un futuro in cui il digitale, il fisico e il virtuale si fondono armoniosamente, offrendo soluzioni innovative e sostenibili per le sfide globali.

Per approfondire questi temi e capire come queste tecnologie stanno rivoluzionando il nostro mondo, vi invito a leggere il mio libro Spatial Shift, disponibile su Amazon.

SPATIAL SHIFT : La convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain

Quando nel 2007 Steve Jobs presentò al mondo l’iPhone, pochi potevano immaginare l’impatto rivoluzionario che questo dispositivo avrebbe avuto sulle nostre vite. In quel momento storico, non solo assistevamo alla nascita di un nuovo prodotto, ma eravamo testimoni dell’alba di un’era completamente nuova: l’era dello smartphone, un’epoca in cui la tecnologia mobile avrebbe ridefinito il modo in cui comunichiamo, ci connettiamo, lavoriamo, giochiamo e viviamo.

Oggi, mentre scrivo queste righe, sento un senso di déjà vu, una sensazione che l’”iPhone moment” sta per arrivare di nuovo, ma per una tecnologia diversa, o forse meglio, per una convergenza di diverse tecnologie che stanno arrivando ad una fase di maturità, tutte nello stesso momento. Forse come non è mai successo in modo così impattante. Un momento che sta preparando il terreno per una trasformazione altrettanto monumentale e che appunto non riguarda solo una tecnologia come successe con il mobile, ma riguarda l’intelligenza artificiale, la blockchain, la mixed reality e diverse altre tecnologie come la sensoristica, la connettività e che stanno definendo la nuova fase di internet.

Una fase che viene battezzata come web3 e che porta internet dal bidimensionale (2D) al tridimensionale (3D) integrando in questo processo di transizione una serie di nuovi paradigmi legati all’ownership delle informazioni, la decentralizzazione, l’intelligenza artificiale ed una nuova capacità computazionale e capacità di interazione.

Il cambiamento introdotto da questa convergenza tecnologica e lo sviluppo di nuovi dispositivi che stanno entrando sul mercato stanno consentendo la crescita di un altro trend che prende il nome di Spatial Computing. Il computing spaziale, con la sua promessa di unire il mondo fisico e quello virtuale in un continuum senza percezione di discontinuità, insieme all’AI che offre capacità di comprensione, previsione e personalizzazione a livelli prima inimmaginabili, rappresenta un ulteriore cambio di paradigma nell’interazione uomo-macchina.

Stiamo percorrendo la strada che ci porterà a un futuro in cui l’estensione della realtà diventerà la norma, i nostri ambienti di vita e di lavoro saranno arricchiti da informazioni e interazioni virtuali, rendendo la nostra quotidianità più connessa, intuitiva e più avanzata tecnologicamente e potenzialmente più umana. L’impatto che queste tecnologie potranno avere, in particolare lo Spatial Computing, sulla società moderna è enorme ed abbraccia non solo la sfera personale ed empatica, ma anche quella professionale e la sua efficacia ed efficienza. Se da una parte avremo accesso ad informazioni in una modalità nuova, dall’altra avremo strumenti di interazione, nuove forme di apprendimento e di lavoro.

Se il pensiero, mentre si leggono queste prime righe di libro, è che il mondo stia andando verso un contesto distopico in cui avremo permanentemente un casco in testa o una maschera sul volto, come nelle visioni fantascientifiche di serie Tv e film iconici come Black mirror o Ready Player One, beh no, lo dico subito, non credo in questo tipo mondo. Ma soprattutto lo spero dal più profondo del cuore.

Il motivo per cui ho deciso di scrivere questo libro, e di cui ringrazio #Egea per la fiducia, “Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain“, nasce da una convinzione profonda che il momento che stiamo vivendo è un punto di svolta per la nostra società, paragonabile appunto all’uscita dell’iPhone e lo sviluppo degli smartphone nella direzione come la conosciamo oggi.

La recente introduzione di dispositivi come il Vision Pro, l’aggiornamento del Quest 3 e l’evoluzione di altri dispositivi e smart glass, insieme agli sviluppi nell’intelligenza artificiale generativa, stanno alimentando un hype ed un entusiasmo che non vedevamo da anni nel settore tecnologico. Tuttavia, questo entusiasmo non è infondato; è il preludio a un cambiamento epocale nel modo in cui interagiamo con le informazioni, gli ambienti e tra di noi.

Il percorso che ho fatto in questi anni e che mi ha portato a scrivere questo libro è stato tanto personale quanto professionale. Negli ultimi anni, ho avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con persone brillanti nell’ambito del design, della user Experience e dello sviluppo di nuove tecnologie, collaborando con aziende, progetti ed eventi che spingevano i confini del possibile, nel loro ambito, sempre al limite. Ho visto da vicino cosa significa progettare progetti di mixed reality in contesti ed industrie differenti, tra successi incredibili e le sfide impreviste che hanno portato anche al fallimento di progetti che apparentemente sembrano eterni. Ho inoltre avuto modo di sperimentar l’entusiasmo di vedere un progetto passare da un’idea su carta a un’applicazione reale e poi vedere l’impatto che questo ha avuto sulle persone, sul come interagiscono con il mondo intorno a loro e come sono cambiate alcune abitudini.

Quando recentemente poi ho avuto modo di provare due nuovi strumenti Quest3, VisionPro e trovarmi a sperimentare con sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa in modo diretto, mi sono reso conto che esisteva un vuoto. Mancava un testo che da una parte esplorasse le potenzialità tecniche e le applicazioni del computing spaziale e dell’AI, ma che considerasse anche le implicazioni più ampie di queste tecnologie, tra modalità di progettazione e riflessioni più etiche.

Come questo Spatial Shift influenzerà il nostro modo di vivere, di pensare, di relazionarci? Quali sfide progettuali, tecniche, etiche e sociali dobbiamo anticipare e affrontare? E, forse più pressante di tutto, come possiamo assicurarci che queste tecnologie siano utilizzate in modo corretto nel suo complesso, piuttosto che trasformarci in esseri completamente isolati e assuefatti da stimoli digitali e virtuali?

Queste domande mi hanno stimolato nella ricerca e la stesura di questo libro. Ho voluto creare una testo che fosse una prima guida ed un punto di partenza per coloro che sono nuovi a questi concetti, e anche una punto di unione di diversi concetti per coloro che, come me, sono immersi in questi temi da anni.

Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain” non è quindi solo un titolo; è una dichiarazione d’intenti. In queste pagine, esploreremo insieme un po’ di storia della realtà aumentata, la convergenza tecnologica che ci ha portato fino ad oggi, termini, contesti e ambiti in cui lo spatial computing e l’intelligenza non sono (e non saranno) solo strumenti nelle nostre mani, ma fondamenti di una nuova realtà. In modo non del tutto esteso, anche perché siamo all’inizio di questo viaggio, vedremo come queste tecnologie potranno avere un impatto trasformativo in diverse industrie, dalla sanità all’educazione, dal retail all’intrattenimento, e di come stiano riscrivendo le regole del gioco in termini di interazione umana, produttività e creatività.

Attraverso questo libro, mi auguro di trasmettere non solo la conoscenza e la comprensione di queste potenti tecnologie, ma anche di ispirare una riflessione su come possiamo utilizzarle per creare un futuro in cui la tecnologia arricchisce le nostre vite senza sopraffarle. Un futuro in cui la convergenza tra il mondo fisico e quello digitale ci porta a nuove altezze di innovazione e intimità umana, senza perdere di vista i valori che ci rendono veramente umani.

Benvenuti in un viaggio verso il futuro.

Per acquistarlo

Il VisionPro è il secondo device dopo l’Iphone ad avermi stupito

La penso così, come Altman. Lo dico da Dicembre quando ho avuto modo di provarlo la prima volta: il #VisionPro è il secondo device dopo l’Iphone ad avermi stupito per l’impatto potenziale che avrà. Non c’è dubbio secondo me che questo dispositivo segnerà una evoluzione in tutta l’industria e aggiungo in tutte le industrie che lo adotteranno mettendo in discussione nuovi modelli di servizio.

Ci sono diverse cose sottovalutate rispetto a questo device:

  • fa parte di un ecosistema di dispositivi e servizi integrati
  • ha una esperienza d’uso lato ux già nota agli utenti
  • ha una community di sviluppatori enorme e consolidata
  • è di proprietà di un brand in grado di influenzare cambiamenti

Il prezzo e la vendita solo usa non sono un problema come ho già scritto. Anzi sono parte integrante della strategia di barriera all’ingresso, messa appositamente per:

  • avere il tempo di popolare lo store di applicazioni e servizi per non far sembrare il device noiso (come altri e come già successo ad alcuni ecosistemi smartphone)
  • amplificare l’effetto mediatico e creare senso di esclusività
  • trasformare una aspettativa nerd in un desiderio di life style

È il prodotto definitivo? Ovviamente no. Questo non è non sarà l’unico dispositivo, è il primo di un viaggio in una industria dove Apple ha atteso di entrare, pur studiando da anni.

Sarà un prodotto di massa nell’immediato? Sicuramente no. Per adesso. Ci vorrà tempo e maggiore maturità, tecnologica, e di mercato.

Vedremo app e servizi stupidi e futuli? Ovviamente si, come successo anche alle app dell’Iphone e servizi inutili dei primi anni, fallimenti e progetti morti, che però hanno permesso di capire, migliorare e raggiungere il modo in cui utilizziamo oggi il device, come hub.

Avrà altre potenzialità oltre quello che vediamo adesso? Ne sono certo, perché gradualmente capiremo in che modo potremo accedere una realtà sempre più estesa.

Da Lunedì, con l’arrivo del primo dei 2 device che ho preso (si lo so, sembra una follia ma ha un senso, ve lo racconterò) sarò al lavoro proprio su progetti che mettono insieme #SpatialComputing #AI e #Gamification.

Sono elettrizzato come quando mi stava arrivando il primo iphone.

Direzione Hyper Reality: ma qual’è la differenza tra AR, MR, VR e XR?

Negli ultimi anni la nostra realtà quotidiana è stata intrisa di tecnologia che ha tessuto una trama complessa e multiforme che sta sfidando continuamente le nostre percezioni tradizionali di spazio, tempo e interazione. In questo contesto emergente, concetti come realtà virtuale (VR), realtà aumentata (AR), realtà mista (MR), realtà estesa (XR) e, più recentemente, Hyper Reality, non sono solo diventati argomenti di fervente discussione tra tecnologi, sociologi, filosofi, ma hanno anche aperto nuove frontiere di esperienza e possibilità per l’utente medio che sta iniziando a vedere questi temi come più comuni, per quanto ancora non pervasivi e di massa.

Nonostante la loro crescente prevalenza nella nostra cultura digitale, la comprensione di questi termini e la distinzione tra le loro applicazioni e potenzialità rimangono avvolte in una nebbia di ambiguità e malintesi.

Scrivo questo articolo in risposta alle domande che spesso ricevo in aula, o da clienti, e metto un po’ più a focus questi concetti, delineando non solo le loro definizioni ma anche esplorando il loro impatto sul tessuto della società moderna e sul potenziale futuro che ci attende. Mentre il mercato delle tecnologie XR è previsto crescere esponenzialmente, raggiungendo valori astronomici nei prossimi anni, diventa imperativo per designer, sviluppatori, educatori e curiosi di ogni sorta comprendere a fondo queste tecnologie, per poter navigare e plasmare il futuro digitale che ci aspetta.

Parto da qui: “Ma che differenza c’è tra Augmented Reality, Virtual Reality e Mixed Reality?” e per rispondere è corretto approfondire ognuno di queste classificazioni, partendo però da un concetto di base.

Cosa è la Realtà?

La realtà, come la conosciamo, è un concetto profondamente personale e soggettivo, modellato dalle nostre esperienze, percezioni e interpretazioni del mondo che ci circonda. Questo concetto di realtà è stato ulteriormente complicato e arricchito dall’avvento delle tecnologie digitali, che hanno introdotto nuovi strati di esperienza e percezione. La realtà virtuale, la realtà aumentata, la realtà mista e la realtà estesa sono tutte espressioni di come la tecnologia stia sfidando e riscrivendo le regole della percezione umana, offrendo nuove finestre attraverso le quali osservare e interagire con il mondo.

La distinzione tra il mondo fisico e quello digitale sta diventando sempre più sfumata, con tecnologie che ci permettono di immergerci in ambienti virtuali indistinguibili dalla realtà, arricchire il nostro ambiente fisico con informazioni e oggetti digitali, o persino creare spazi in cui il fisico e il digitale coesistono e interagiscono in modi precedentemente inimmaginabili. La comprensione moderna della realtà non può prescindere dall’influenza delle tecnologie immersive che, giorno dopo giorno, riscrivono le nostre esperienze sensoriali e cognitive.

Approfondendo il concetto di Continuum della virtualità 

Il concetto di continuum della virtualità fornisce un quadro teorico fondamentale per comprendere il vasto panorama delle tecnologie immersive. Originariamente proposto da Paul Milgram e Fumio Kishino nel 1994, il continuum della virtualità esplora l’intero spettro delle esperienze che si estendono dal mondo reale, completamente fisico, fino a quello totalmente virtuale, offrendo una mappa per navigare tra le varie gradazioni di realtà mista. Questo spettro non è statico, ma dinamico, riflettendo l’evoluzione continua della tecnologia e delle sue applicazioni nel mescolare elementi digitali e fisici.

All’estremità del continuum, troviamo la realtà pura, non mediata da alcuna tecnologia digitale. Man mano che ci spostiamo lungo il continuum, incontriamo la realtà aumentata, che sovrappone elementi digitali al mondo fisico, e la realtà mista, che permette un’interazione più profonda tra questi elementi. Proseguendo, raggiungiamo l’ambiente completamente immersivo della realtà virtuale, dove il mondo fisico è sostituito da uno digitale. Questo modello ci aiuta a capire che le esperienze offerte da AR, MR e VR non sono entità isolate, ma parti di un continuum fluido di realtà, ognuna con il proprio potenziale unico di trasformare la nostra interazione con il mondo.

Cosa è la Realtà Aumentata (AR)?

La realtà aumentata (AR) rappresenta la tecnologia che sovrappone contenuti digitali – come immagini, video, o dati – al mondo reale, arricchendo così l’esperienza visiva naturale con informazioni aggiuntive percepite attraverso dispositivi come smartphone, tablet, o visori specifici. A differenza della realtà virtuale, che crea un ambiente completamente artificiale, l’AR migliora l’ambiente esistente senza sostituirlo, mantenendo l’utente ancorato al suo contesto fisico mentre interagisce con elementi digitali.

L’applicazione dell’AR è vasta e variegata, spaziando dall’intrattenimento all’istruzione, dalla manutenzione industriale al marketing. Nelle applicazioni educative, per esempio, l’AR può trasformare un libro di testo tradizionale in un’esperienza interattiva, con immagini che prendono vita o con modelli 3D che gli studenti possono esplorare da diverse angolazioni. Nel commercio, l’AR offre ai consumatori la possibilità di visualizzare prodotti in 3D nel proprio ambiente prima di effettuare un acquisto, migliorando l’esperienza d’acquisto online con un livello di interazione e personalizzazione precedentemente inaccessibile.

Cosa è la Realtà Virtuale (VR)?

La realtà virtuale (VR) trasporta l’utente in un mondo completamente generato / renderizzato, creando un’esperienza immersiva totalizzante che può simulare la realtà o trasportare in ambienti fantastici o ambienti reali riprodotti o registrati con foto/video a 360. A differenza dell’AR, che integra e arricchisce l’ambiente fisico con elementi digitali, la VR sostituisce il mondo reale con uno spazio virtuale, isolando l’utente dall’esterno e impegno tutti i sensi per produrre un’esperienza completamente immersiva. Gli utenti interagiscono con il mondo virtuale tramite dispositivi come visori VR, guanti tattili e sistemi di tracciamento del movimento, o altri sistemi in grado di abilitare ulteriori dinamiche (esempio il nuovo tappeto di Disney Holotile) e che insieme creano la sensazione di essere fisicamente presenti nell’ambiente digitale.

L’impiego della VR spazia dall’intrattenimento e dai giochi, dove offre esperienze coinvolgenti e spettacolari, all’istruzione e alla formazione, dove può simulare situazioni complesse o pericolose in un contesto sicuro. Per esempio, i piloti utilizzano simulatori VR per l’addestramento al volo o automobilistico, permettendo loro di esercitarsi in varie condizioni meteorologiche e situazioni di emergenza senza i rischi associati alla dinamica reale. In campo medico, la VR viene impiegata per la formazione chirurgica, la riabilitazione e perfino per il trattamento di disturbi psicologici, come la fobia e il disturbo da stress post-traumatico, offrendo un ambiente controllato in cui i pazienti possono affrontare e lavorare sulle loro paure.

Cosa è la Realtà Mista (MR)?

La realtà mista (MR) va oltre la realtà aumentata ed aggiunge alcune potenzialità del VR, integrando e sovrapponendo elementi virtuali al mondo reale in modo che interagiscano dinamicamente con l’ambiente fisico. Questo significa che gli oggetti digitali inseriti in uno spazio MR possono essere manipolati e possono rispondere alle modifiche dell’ambiente reale, creando un’esperienza che unisce il meglio di entrambi i mondi. La MR rappresenta quindi un avanzamento significativo nell’interazione uomo-macchina, poiché richiede una comprensione più profonda e un’integrazione più sofisticata di realtà fisica e digitale.

Le applicazioni della MR sono particolarmente promettenti in campi come la progettazione e l’ingegneria, dove i professionisti possono collaborare su modelli 3D virtuali sovrapposti all’ambiente di lavoro reale, consentendo una visualizzazione e una manipolazione senza precedenti dei progetti in fase di sviluppo. In ambito educativo, la MR può immergere gli studenti in ambienti di apprendimento interattivi che stimolano sia il coinvolgimento che la comprensione, offrendo esperienze pratiche in contesti altrimenti inaccessibili o pericolosi nella realtà.

Cosa è la Realtà Estesa (XR)?

La realtà estesa (XR) rappresenta il concetto che incorpora tutte le forme di realtà combinata, dalla realtà aumentata (AR) e la realtà mista (MR) fino alla realtà virtuale (VR), e qualsiasi altra tecnologia futura che sfuma i confini tra il mondo fisico e quello digitale. L’XR non si limita a un singolo tipo di interazione o esperienza; piuttosto, abbraccia l’intero spettro di ambienti che si estendono, arricchiscono o sostituiscono completamente la realtà fisica con una digitale. Questo termine è diventato sempre più prevalente man mano che le tecnologie immersive si sono sviluppate, riflettendo il loro potenziale collettivo di creare esperienze senza precedenti che possono rivoluzionare settori come l’educazione, l’intrattenimento, la medicina e il commercio.

L’importanza dell’XR risiede nella sua capacità di integrare senza soluzione di continuità le informazioni digitali con il mondo fisico, migliorando così la nostra comprensione e interazione con la realtà circostante. In particolare stanno convergendo verso l’XR tecnologie come Connettività in mobilità, Intelligenza Artificiale, IOT e Wearable Techgnology.

Nell’ambito dell’istruzione, gli studenti possono esplorare ambienti virtuali che riproducono eventi storici o simulano fenomeni scientifici complessi, offrendo un livello di immersione e interattività che i metodi didattici tradizionali faticano a raggiungere. In ambito sanitario, l’XR può assistere i chirurghi visualizzando in 3D l’anatomia del paziente durante gli interventi, riducendo il rischio di errori e migliorando gli esiti delle operazioni.

Spatial Computing: alla base di AR, VR, MR e XR

Per comprendere le potenzialità delle varie realtà AR, MR, VR e XR, è fondamentale riconoscere il ruolo cruciale dello Spatial Computing come colonna portante di queste tecnologie immersive. Lo Spatial Computing, o computazione spaziale, è una tecnologia all’avanguardia che consente ai dispositivi di percepire, analizzare e interagire con il mondo fisico in tre dimensioni. Attraverso l’uso di sensori avanzati, realtà aumentata, e l’intelligenza artificiale, lo Spatial Computing permette agli ambienti digitali di integrarsi perfettamente con lo spazio fisico, creando esperienze utente dinamiche e interattive che vanno oltre i confini dello schermo.

Questa tecnologia non solo rende possibile la sovrapposizione visiva di oggetti virtuali nel mondo reale, come nella AR, ma abilita anche interazioni complesse nel contesto della MR, dove utenti e oggetti virtuali possono interagire in tempo reale con l’ambiente circostante. Nel dominio della VR, lo Spatial Computing facilita la creazione di spazi completamente immersivi che possono replicare o superare le leggi fisiche, offrendo esperienze che erano precedentemente inimmaginabili. Non per ultimo nell’ambito della XR, questa tecnologia è indispensabile per fondere fluidamente realtà fisica e digitale, spianando la strada verso un futuro di Hyper Reality dove la distinzione tra reale e virtuale diventa sempre più sfumata.

Lo Spatial Computing non è solo una componente aggiuntiva delle esperienze AR, MR, VR e XR; è il motore che permette a queste tecnologie di trasformare radicalmente il modo in cui interagiamo con il mondo che ci circonda, aprendo nuove frontiere nell’istruzione, nel lavoro, nell’intrattenimento e oltre.

Perchè si parla di Hyper Reality?

La Hyper Reality rappresenta l’evoluzione ultima delle tecnologie immersive, in cui la distinzione tra fisico e digitale non solo si sfuma ma diventa indistinguibile. In questo scenario, gli elementi della realtà virtuale, aumentata e mista convergono in un’esperienza unificata che integra in modo così fluido il reale e il virtuale da rendere la transizione tra i due impercettibile. La Hyper Reality potrebbe permettere agli utenti di vivere in un mondo in cui informazioni digitali, oggetti virtuali e ambienti fisici si fondono in un unico tessuto esperienziale, creando possibilità illimitate per l’apprendimento, l’intrattenimento, il lavoro e le interazioni sociali.

La visione della Hyper Reality solleva questioni significative riguardanti l’identità, la privacy e la percezione della realtà. Mentre offre opportunità straordinarie per arricchire l’esperienza umana, pone anche sfide etiche e filosofiche sul ruolo della tecnologia nella nostra vita e su come mantenere un senso di autenticità e connessione umana in un mondo sempre più mediato digitalmente. La progettazione e lo sviluppo responsabile di queste tecnologie saranno cruciali per garantire che arricchiscano piuttosto che erodere la qualità della nostra esperienza di vita.

Potenziali Impatti e Considerazioni Etiche, Inclusa la Noia dalla Realtà

La promessa di un arricchimento dell’esperienza umana è tangibile: l’istruzione si avvale di metodi sempre più immersivi, i luoghi di lavoro si trasformano in spazi ibridi tra fisico e virtuale, l’intrattenimento e il turismo sperimentano frontiere inesplorate, e la medicina e la terapia psicologica beneficiano di nuovi strumenti per il trattamento e la riabilitazione.

Al di là dei vantaggi evidenti, l’integrazione di queste realtà estese porta con sé una serie di questioni etiche e problematiche non trascurabili. Tra queste, la noia dalla realtà, uno dei problemi che come padre con figli piccoli e già fortemente fagocitati dal digitale, vedo e vivo come una vera, complessa, e difficile sfida: l’abitudine a stimoli digitali costanti e sempre più coinvolgenti potrebbe rendere la realtà quotidiana meno appetibile, incidendo sul nostro livello di engagement e soddisfazione nelle attività del mondo reale. Ciò potrebbe condurre a una crescente disaffezione o a una ricerca ininterrotta di esperienze virtuali come fuga dalla realtà.

Si aggiungono a questo preoccupazioni relative alla privacy e alla sicurezza dei dati, visto che queste tecnologie raccolgono e elaborano enormi quantità di informazioni personali, dirette della persona e del comportamento (dallo sguardo ai movimenti), fino al contesto in cui si trovano. La riflessione sull’uso etico della tecnologia diventa una necessità sempre di più forte, così come il dibattito su come queste tecnologie possano influenzare la nostra percezione della realtà e le relazioni con gli altri. La sfida secondo me sarà quella di bilanciare i benefici di queste realtà estese con un uso consapevole e responsabile, assicurando che il progresso tecnologico non pregiudichi la nostra capacità di apprezzare e valorizzare la vita al di fuori dello schermo.

Sicuramente non mi auguro di vedere gente che gesticola camminando in mezza alla strada…

Spatial Computing: Un Altro Passo Verso l’Hyper Reality

Lo Spatial Computing segna un’evoluzione cruciale nell’interazione tra umani e computer, superando le tradizionali barriere tra il mondo fisico e quello digitale per creare un ambiente coesivo e interattivo. Questa tecnologia ambisce a trasformare i dispositivi elettronici da semplici strumenti di calcolo, confinati entro i limiti di uno schermo, in partner attivi capaci di interagire e comprendere lo spazio che ci circonda. A differenziarlo dalle tecnologie immersive preesistenti, come la realtà aumentata (AR), la realtà virtuale (VR) e la realtà mista (MR), è la sua capacità di estendere e integrare l’esperienza utente oltre i confini tradizionali.

La realtà aumentata (AR) arricchisce il mondo reale con sovrapposizioni digitali, la realtà virtuale (VR) sostituisce l’ambiente fisico con uno completamente digitale, mentre la realtà mista (MR) fonde i due, permettendo agli oggetti virtuali di interagire con il mondo fisico in maniera convincente. Lo Spatial Computing, tuttavia, abbraccia e supera questi concetti, facilitando interazioni con oggetti virtuali che non solo appaiono parte del nostro mondo ma possono anche essere manipolati direttamente, come se fossero fisicamente presenti.

Questa tecnologia si avvale di complessi algoritmi di intelligenza artificiale, sensori avanzati e tecniche di computer vision per creare esperienze utente immersive e intuitive. Le azioni fisiche diventano input per il mondo digitale in modi che prima si potevano solo immaginare, aprendo nuovi orizzonti in campi come l’istruzione, il lavoro e l’intrattenimento. Lo Spatial Computing promette quindi di rivoluzionare il nostro modo di interagire con le informazioni digitali, offrendo un livello di integrazione e interattività senza precedenti, e ponendo le basi per un futuro in cui le distinzioni tra fisico e digitale si sfumano sempre più.

Storia dello Spatial Computing

La storia dello Spatial Computing è costellata da visionari e innovazioni che hanno progressivamente sfumato i confini tra il mondo fisico e quello digitale. Sebbene il termine stesso sia stato coniato relativamente di recente, le sue radici affondano in decenni di ricerca e sviluppo in ambiti correlati come la realtà virtuale, la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale.

Il concetto di Spatial Computing, come lo conosciamo oggi, trae ispirazione dai primi lavori nel campo della realtà virtuale e aumentata. Un precursore significativo fu Ivan Sutherland, che nel 1968 presentò il “Sword of Damocles”, considerato il primo sistema di realtà virtuale. Questo sistema pionieristico dimostrò come fosse possibile sovrapporre immagini generate da computer alla visione naturale, inaugurando un’era di esplorazione su come gli ambienti digitali potessero essere integrati nel mondo fisico.

Negli anni ’90, con l’avvento di tecnologie più avanzate, la visione di Sutherland cominciò a materializzarsi in forme più accessibili e pratiche. I laboratori di ricerca, come il HIT Lab fondato da Tom Furness a Washington, divennero centri nevralgici per l’innovazione nello Spatial Computing. Fu in questo contesto che il termine cominciò a essere usato per descrivere sistemi che consentivano agli utenti di interagire con dati spaziali in modi intuitivi e naturali.

Il passaggio dal concetto alla realtà ha ricevuto un notevole impulso all’inizio degli anni 2000, in particolare con il lavoro di Simon Greenwold al MIT, che esplorò nuove modalità di interazione uomo-computer basate sulla comprensione spaziale. Da allora, le evoluzioni nel campo dell’intelligenza artificiale, dei sensori, della visione artificiale e dell’Internet of Things (IoT) hanno accelerato lo sviluppo dello Spatial Computing, rendendolo una tecnologia sempre più pervasiva.

Oggi, il percorso tracciato da questi pionieri è stato ampliato da aziende come Apple, Microsoft e Meta, che hanno introdotto dispositivi e piattaforme capaci di offrire esperienze di Spatial Computing avanzate. Questi sviluppi non solo attestano il progresso tecnologico ma anche il cambiamento nella percezione e nell’aspettativa di come interagiamo con la tecnologia nel nostro quotidiano.

La storia dello Spatial Computing è quindi un viaggio dall’immaginazione alla realtà, un percorso che continua a evolversi e a espandersi, promettendo di ridefinire ulteriormente il nostro rapporto con la tecnologia digitale.

Tecnologie Abilitanti

Il cuore pulsante dello Spatial Computing è rappresentato da un insieme di tecnologie avanzate che lavorano in sinergia per creare esperienze immersive che sfumano i confini tra il mondo fisico e quello digitale. Tra queste, l’intelligenza artificiale (AI), i sensori di movimento, la computer vision, l’Internet of Things (IoT) e la realtà aumentata (AR) sono i pilastri fondamentali che rendono possibile lo Spatial Computing.

L’intelligenza artificiale gioca un ruolo cruciale, permettendo ai sistemi di interpretare e reagire agli input umani in modo naturale e intelligente. Attraverso algoritmi di apprendimento automatico e di deep learning, l’AI può comprendere comandi vocali, gesti e persino intenzioni dell’utente, facilitando un’interazione fluida e intuitiva con gli ambienti digitali.

I sensori di movimento, inclusi accelerometri, giroscopi e sensori di profondità, sono indispensabili per tracciare la posizione e i movimenti dell’utente nello spazio. Questi dati, una volta raccolti, permettono al sistema di aggiornare in tempo reale l’ambiente virtuale in base alle azioni dell’utente, rendendo l’esperienza sia dinamica che coinvolgente.

La computer vision, attraverso l’uso di telecamere e algoritmi avanzati, consente ai dispositivi di “vedere” e interpretare l’ambiente circostante. Questa capacità è fondamentale per posizionare accuratamente gli oggetti virtuali nel mondo reale, garantendo che interagiscano in modo convincente con lo spazio fisico e gli oggetti presenti.

L’Internet of Things (IoT) estende le capacità dello Spatial Computing oltre il singolo dispositivo, consentendo una rete di oggetti interconnessi che possono raccogliere, scambiare e agire su dati nel mondo fisico. Questo crea un tessuto di intelligenza distribuita che può arricchire ulteriormente l’esperienza dello Spatial Computing, offrendo nuove dimensioni di interazione e automazione.

La realtà aumentata (AR), non per ultima di importanza, fornisce il layer visivo e a volte tattile che sovrappone gli elementi digitali al mondo reale, un aspetto chiave dello Spatial Computing. Grazie all’AR, gli utenti possono vedere e interagire con informazioni e oggetti virtuali come se fossero parte del loro ambiente naturale, ampliando le possibilità di apprendimento, intrattenimento e lavoro.

Queste tecnologie, integrate in maniera coerente, non solo rendono lo Spatial Computing una realtà ma aprono anche la strada a infinite possibilità di innovazione futura, promettendo di trasformare radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e interagiamo con il mondo che ci circonda.

Applicazioni e Impatti sul Business

Lo Spatial Computing sta iniziando a rivoluzionare diversi settori, offrendo modalità innovative per interagire con informazioni e ambienti, migliorare i processi lavorativi e creare nuove esperienze per i consumatori. L’impiego di questa tecnologia nel business apre un ventaglio di opportunità, dalla produzione industriale all’istruzione, dall’architettura al retail.

Nel settore industriale, lo Spatial Computing permette di ottimizzare i processi produttivi attraverso la realtà aumentata e i digital twins, offrendo ai lavoratori la possibilità di interagire con modelli virtuali di macchinari o intere linee di produzione. Ciò consente non solo una manutenzione predittiva più efficace, ma anche una formazione immersiva per il personale, riducendo i tempi di inattività e migliorando la sicurezza sul lavoro.

Nell’educazione, lo Spatial Computing apre la strada a metodi di apprendimento esperienziale, dove studenti e insegnanti possono esplorare concetti complessi in ambienti 3D interattivi. Che si tratti di anatomia umana o di fenomeni astronomici, la capacità di visualizzare e manipolare oggetti di studio in uno spazio tridimensionale può migliorare significativamente l’assorbimento e la retention delle informazioni.

Per gli architetti e i designer, lo Spatial Computing offre strumenti senza precedenti per la visualizzazione e la modifica dei progetti in tempo reale e in scala. La possibilità di “camminare” attraverso una costruzione virtuale prima che sia costruita o di provare differenti soluzioni di design in un ambiente esistente può drammaticamente ridurre i costi e i tempi di progetto, migliorando al contempo la qualità del lavoro finale.

Nel settore retail, lo Spatial Computing può trasformare l’esperienza di shopping, permettendo ai clienti di visualizzare prodotti in AR prima dell’acquisto o navigare in negozi virtuali. Questo non solo migliora l’esperienza del cliente ma offre anche ai rivenditori strumenti potenti per personalizzare le offerte e aumentare l’engagement.

Lo Spatial Computing ha un impatto significativo sul modo in cui le aziende concepiscono il lavoro a distanza e la collaborazione. Gli ambienti di lavoro virtuali consentono team distribuiti geograficamente di collaborare come se fossero nello stesso spazio fisico, abbattendo le barriere della distanza e migliorando la comunicazione e l’efficienza del team.

Tutto questo non solo promette di migliorare l’efficienza e l’efficacia in numerosi settori ma anche di reinventare completamente l’esperienza umana, sia nel contesto lavorativo che in quello personale, con implicazioni che stiamo solo iniziando a comprendere.

Spatial Computing vs Metaverso: Differenze e Convergenze

Nel panorama tecnologico attuale, due concetti stanno catturando l’immaginario collettivo: lo Spatial Computing e il Metaverso. Sebbene entrambi promettano di ridefinire il nostro rapporto con la realtà digitale, essi si fondano su premesse e obiettivi distinti, che meritano di essere esplorati per comprendere pienamente le loro potenzialità e i punti di convergenza.

Differenze Fondamentali

Lo Spatial Computing rappresenta un insieme di tecnologie che permettono l’interazione tra utenti e ambienti digitali tridimensionali in modo intuitivo e naturale, utilizzando il movimento, la voce e lo sguardo. Questo concetto si focalizza sull’integrazione degli elementi digitali nel mondo fisico, rendendo il confine tra i due sempre meno percepibile. Lo Spatial Computing, quindi, agisce come un ponte che estende la realtà fisica, arricchendola con informazioni e oggetti virtuali interattivi.

Il Metaverso, d’altro canto, è spesso descritto come un universo digitale parallelo, un mondo virtuale persistente dove gli utenti possono incontrarsi, interagire, lavorare e giocare. A differenza dello Spatial Computing, che amplifica l’esperienza del mondo reale, il Metaverso si propone come un’alternativa a esso, offrendo un’esperienza completamente immersiva che esiste indipendentemente dalla realtà fisica.

Punti di Convergenza

Nonostante queste differenze, i percorsi di evoluzione dello Spatial Computing e del Metaverso iniziano a intrecciarsi, delineando scenari futuri in cui i due concetti potrebbero convergere. Entrambi si avvalgono di tecnologie immersive come la realtà aumentata, la realtà virtuale e la realtà mista per creare esperienze utente coinvolgenti e ricche di contenuti.

La convergenza si manifesta nella visione di un futuro in cui lo Spatial Computing potrebbe servire come interfaccia per accedere al Metaverso, fungendo da strato di integrazione che trasporta gli utenti da un’esperienza arricchita del mondo fisico a un’immersione totale in ambienti virtuali. In questo modo, lo Spatial Computing non solo amplifica la realtà circostante ma diventa anche il mezzo attraverso il quale il Metaverso si rende accessibile e navigabile, unendo le dimensioni fisiche e virtuali in un continuum esperienziale.

Entrambi i concetti pongono le basi per lo sviluppo di nuove forme di interazione sociale, economica e culturale, tracciando il percorso per la creazione di spazi in cui la distinzione tra reale e virtuale diventa sempre più sfumata. La potenziale integrazione di sistemi economici, sociali e di governance nel Metaverso potrebbe trovare nello Spatial Computing il catalizzatore per una maggiore adozione e una transizione fluida tra i due mondi.

Mentre lo Spatial Computing e il Metaverso partono da presupposti distinti, la loro evoluzione indica una crescente intersezione dei due concetti. Questa convergenza promette di aprire nuove frontiere nell’interazione digitale, portando avanti una visione in cui la realtà viene arricchita e ampliata in modi finora solo immaginati.

Casi d’Uso Emergenti

Lo Spatial Computing sta emergendo come una forza trasformativa in numerosi ambiti, promettendo di portare l’interazione uomo-computer a un nuovo livello di intuitività e immersività. Di seguito sono elencati alcuni dei casi d’uso più promettenti e innovativi che stanno iniziando a prendere forma grazie a questa tecnologia.

  • Assistenza Remota e Manutenzione Predittiva: Nell’industria manifatturiera e oltre, lo Spatial Computing consente agli esperti di fornire assistenza remota ai tecnici sul campo, sovrapponendo istruzioni e diagrammi 3D agli oggetti reali tramite visori AR. Questo non solo accelera i tempi di intervento ma riduce anche il rischio di errori. Inoltre, la capacità di monitorare lo stato delle macchine in tempo reale e in modo intuitivo attraverso digital twins spaziali facilita una manutenzione predittiva più efficace, prevenendo guasti prima che si verifichino.
  • Formazione e Istruzione: Lo Spatial Computing trasforma l’educazione, rendendo l’apprendimento più interattivo e coinvolgente. Attraverso ambienti virtuali immersivi, gli studenti possono esplorare la biologia cellulare, la meccanica quantistica o la storia antica in modi precedentemente impossibili. Questi ambienti di apprendimento potenziati offrono una comprensione più profonda dei concetti, migliorando l’efficacia dell’istruzione.
  • Progettazione e Prototipazione: Designer e ingegneri beneficiano enormemente dello Spatial Computing, che permette di visualizzare e iterare prototipi virtuali in spazi fisici. Questo riduce notevolmente i cicli di sviluppo e i costi associati alla prototipazione tradizionale, consentendo una sperimentazione più libera e creativa.
  • Turismo e Esperienze Culturali: Attraverso la realtà aumentata e mista, lo Spatial Computing può arricchire l’esperienza turistica, consentendo ai visitatori di sovrapporre informazioni storiche o contestuali direttamente nell’ambiente che li circonda. Musei e siti storici possono sfruttare questa tecnologia per offrire tour virtuali arricchiti, dove artefatti e monumenti sono animati da racconti e visualizzazioni 3D.
  • Salute e Benessere: Nel settore sanitario, lo Spatial Computing apre nuove frontiere nella chirurgia assistita, nella riabilitazione e nell’assistenza a distanza. I chirurghi possono beneficiare di visualizzazioni 3D miglioranti durante gli interventi, mentre i pazienti in riabilitazione possono utilizzare ambienti virtuali per esercizi terapeutici guidati, personalizzati secondo le loro specifiche necessità.
  • Collaborazione e Spazi di Lavoro Virtuali: In un mondo sempre più orientato verso il lavoro remoto, lo Spatial Computing offre soluzioni innovative per la collaborazione a distanza. Gli spazi di lavoro virtuali consentono ai team di interagire in ambienti 3D condivisi, dove idee e progetti possono essere esplorati e sviluppati in maniera collaborativa, superando i limiti della comunicazione a distanza tradizionale.

Questi casi d’uso emergenti dimostrano il vasto potenziale dello Spatial Computing di trasformare radicalmente non solo come lavoriamo e apprendiamo, ma anche come viviamo le nostre vite quotidiane, promettendo un futuro in cui le nostre interazioni con il mondo digitale sono più naturali, intuitive e arricchenti.

Prodotti di Punta e Innovazioni

L’evoluzione dello Spatial Computing è strettamente legata ai progressi tecnologici e all’introduzione di prodotti innovativi che hanno spianato la strada a nuove possibilità di interazione digitale. Tra i dispositivi di punta che hanno segnato importanti tappe in questo percorso troviamo l’Apple Vision Pro, il Microsoft HoloLens e il Meta Quest 3, ciascuno con le proprie peculiarità e contributi al campo.

  • Apple Vision Pro: Questo dispositivo di Apple rappresenta un significativo salto qualitativo nello Spatial Computing, offrendo un’esperienza di realtà mista di alta qualità con un’enfasi particolare sull’interazione intuitiva e naturale. Con il suo design all’avanguardia, l’Apple Vision Pro integra tecnologie avanzate di tracciamento degli occhi, controllo gestuale e audio spaziale, consentendo agli utenti di immergersi in ambienti virtuali con un livello di realismo e fluidità d’interazione senza precedenti. La sua introduzione ha segnato un punto di svolta, dimostrando il potenziale dello Spatial Computing nel mainstream e spingendo altre aziende a esplorare soluzioni innovative.
  • Microsoft HoloLens: Il HoloLens di Microsoft è stato uno dei primi dispositivi a esplorare il concetto di realtà mista, permettendo agli utenti di visualizzare e interagire con ologrammi inseriti nel loro ambiente fisico. Questo visore indipendente non richiede collegamenti a PC o altri dispositivi esterni, rendendolo una soluzione potente per applicazioni professionali e industriali. Con il suo approccio pionieristico alla realtà mista, HoloLens ha aperto la strada a nuovi utilizzi nel design, nell’istruzione, nella produzione e oltre, evidenziando il valore dello Spatial Computing nelle applicazioni pratiche.
  • Meta Quest 3: Meta (precedentemente Facebook) ha introdotto il Quest 3 con l’obiettivo di portare la realtà virtuale e la realtà mista a un pubblico più ampio. Questo dispositivo combina la potenza della VR con la flessibilità della realtà mista, offrendo agli utenti un’esperienza immersiva che non solo li isola dal mondo esterno ma li connette anche con esso in modi nuovi e sorprendenti. Il Meta Quest 3 si distingue per la sua accessibilità e per le sue ampie possibilità di applicazione, dalla formazione remota al gaming, dimostrando come lo Spatial Computing possa arricchire una varietà di esperienze quotidiane.

Oltre a questi dispositivi, numerose startup e aziende tecnologiche stanno esplorando e sviluppando nuove innovazioni che promettono di portare lo Spatial Computing a livelli sempre più avanzati. Questi progressi non solo migliorano l’esperienza utente ma aprono anche la strada a nuovi modelli di business e strategie operative, ridefinendo il modo in cui interagiamo con il mondo digitale.

L’evoluzione continua dei prodotti di punta nello Spatial Computing dimostra un impegno crescente verso la creazione di esperienze utente sempre più ricche e immersiva, sottolineando il ruolo centrale di questa tecnologia nel plasmare il futuro dell’interazione digitale.

Sfide e Limitazioni

Nonostante l’entusiasmo e le promesse che circondano lo Spatial Computing, esistono diverse sfide e limitazioni che devono essere affrontate per realizzare appieno il suo potenziale. Questi ostacoli vanno dalla tecnologia stessa alle questioni di privacy e accessibilità, influenzando sia lo sviluppo che l’adozione su larga scala di queste soluzioni innovative.

  • Accessibilità e Costo: Una delle sfide principali è rappresentata dall’accessibilità economica dei dispositivi. Prodotti come l’Apple Vision Pro e il Microsoft HoloLens presentano prezzi che possono limitarne l’acquisto a individui, aziende o istituzioni con risorse finanziarie significative. Questo aspetto può rallentare l’adozione generalizzata dello Spatial Computing, confinandolo a nicchie di mercato o a specifici ambiti professionali.
  • Comfort e Usabilità: Anche se i dispositivi di Spatial Computing hanno fatto passi da gigante in termini di design e funzionalità, questioni legate al comfort d’uso e alla facilità di interazione rimangono aperte. L’uso prolungato di visori o altri dispositivi indossabili può causare affaticamento, disagio o, in alcuni casi, motion sickness. Rendere questi dispositivi più leggeri, ergonomici e piacevoli da usare per periodi estesi è cruciale per la loro accettazione da parte del grande pubblico.
  • Interoperabilità e Standardizzazione: La frammentazione del mercato e la mancanza di standardizzazione possono complicare l’interoperabilità tra dispositivi e piattaforme differenti. Per sfruttare appieno le potenzialità dello Spatial Computing, è necessario che l’industria converga verso standard comuni che facilitino lo sviluppo di applicazioni compatibili e trasversali, migliorando l’esperienza utente e ampliando le possibilità di utilizzo.
  • Questioni di Privacy e Sicurezza: La raccolta e l’elaborazione di dati sensibili relativi all’ambiente circostante e agli utenti sollevano importanti preoccupazioni in termini di privacy e sicurezza. Garantire che queste informazioni siano protette da accessi non autorizzati e utilizzate in modo etico ed equo è fondamentale per mantenere la fiducia degli utenti e rispettare le normative sulla protezione dei dati.
  • Sfide Tecnologiche: Nonostante i progressi tecnologici, persistono limitazioni legate alla capacità di elaborazione, alla durata della batteria e alla precisione del tracciamento in tempo reale. Superare queste barriere tecnologiche è essenziale per migliorare la qualità, la reattività e l’affidabilità delle esperienze di Spatial Computing.
  • Noia ed eccesso di immersività: Malgrado i grandi vantaggi che sono potenzialmente sviluppabili in diversi ambiti, non c’è dubbio che una delle problematiche già evidenti dall’uso di smartphone e social network sia l’eccesso di utilizzo, la dipendenza da utilizzo e dopamina e la noia da contesto. A mio avviso una realtà fortememente aumentata potrebbe portare ad un ulteriore passo verso l’eccesso di noi da “normalità”. Sapremmo più divertirci senza dispositivi?

Affrontare queste sfide richiede un impegno congiunto da parte di ricercatori, sviluppatori, aziende e regolatori per promuovere innovazioni che migliorino l’accessibilità, la compatibilità, la sicurezza e l’esperienza utente. Solo attraverso un approccio collaborativo sarà possibile superare gli ostacoli attuali e sbloccare il pieno potenziale dello Spatial Computing nel plasmare il futuro dell’interazione digitale.

Il Futuro dello Spatial Computing

Il futuro dello Spatial Computing si prospetta ricco di potenzialità e sfide, delineando un orizzonte tecnologico in cui la nostra interazione con il mondo digitale sarà sempre più naturale, intuitiva e immersiva. Mentre ci avviciniamo a questo futuro, alcune tendenze emergenti e proiezioni ci offrono uno sguardo su ciò che potrebbe riservarci.

  • Integrazione Sempre Più Profonda con la Vita Quotidiana: Man mano che le barriere tecnologiche vengono superate e i dispositivi diventano più accessibili e confortevoli, lo Spatial Computing si integrerà sempre più nella nostra vita quotidiana. Dall’istruzione all’intrattenimento, dal lavoro remoto alla socializzazione, le esperienze digitali saranno arricchite da un livello di interattività e presenza spaziale senza precedenti, rendendo la tecnologia ancora più pervasiva e onnipresente.
  • Avanzamenti nell’Intelligenza Artificiale e nella Computer Vision: Lo sviluppo di algoritmi di intelligenza artificiale più sofisticati e di sistemi di computer vision più accurati giocherà un ruolo cruciale nell’evoluzione dello Spatial Computing. Queste tecnologie permetteranno ai dispositivi di comprendere e interpretare il mondo circostante con una precisione sempre maggiore, facilitando interazioni più fluide e realistiche tra utenti e ambienti digitali.
  • Espansione nel Settore della Salute e del Benessere: Lo Spatial Computing ha il potenziale di rivoluzionare il settore sanitario, offrendo nuove modalità per la diagnosi, il trattamento e la riabilitazione. La possibilità di visualizzare dati medici complessi in formati tridimensionali e di simulare procedure chirurgiche in ambienti virtuali potrebbe migliorare significativamente l’efficacia delle cure mediche e l’esperienza dei pazienti.
  • Collaborazione e Lavoro Remoto Rinnovati: La crescente adozione del lavoro remoto e delle collaborazioni a distanza beneficerà enormemente dalle innovazioni nello Spatial Computing. Ambienti di lavoro virtuali e sale riunioni olografiche consentiranno alle squadre di collaborare come se fossero fisicamente presenti nello stesso spazio, superando le limitazioni geografiche e rafforzando il senso di connessione tra colleghi.
  • Etica e Regolamentazione: Con l’aumento dell’adozione dello Spatial Computing, emergeranno questioni etiche e la necessità di regolamentazioni specifiche. Sarà fondamentale affrontare le preoccupazioni relative alla privacy, alla sicurezza dei dati e all’equità nell’accesso alle tecnologie, garantendo che i benefici dello Spatial Computing siano accessibili a tutti e utilizzati in modo responsabile.

Il futuro dello Spatial Computing è intriso di promesse e sfide. La sua evoluzione continuerà a influenzare profondamente il modo in cui interagiamo con la tecnologia, arricchendo la nostra realtà con esperienze digitali che fino a poco tempo fa potevamo solo immaginare. Affrontando proattivamente le sfide e promuovendo un’innovazione responsabile, possiamo assicurarci che lo Spatial Computing plasmi un futuro in cui la tecnologia arricchisca la vita umana in modi significativi e positivi.

L’Importanza dell’Hyper Reality nel Superare lo Spatial Computing

L’Hyper Reality rappresenta l’evoluzione naturale dello Spatial Computing, un passo oltre nell’ambizione di fondere il mondo fisico con quello digitale. Questo concetto, al cuore della missione del progetto che ho in mente da tempo sulla dimensione dell’ Hyper Reality, mira a ridefinire non solo il modo in cui interagiamo con la tecnologia, ma anche come percepiamo la realtà che ci circonda. L’Hyper Reality estende la visione dello Spatial Computing, intensificando l’integrazione tra esperienze digitali e fisiche fino a rendere indistinguibili le frontiere tra i due mondi.

Hyper Reality = Spatial Computing + IOT + AI 

In questo contesto, l’Hyper Reality non si limita a sovrapporre elementi virtuali al mondo reale o a creare ambienti digitali completamente immersivi; aspira piuttosto a creare un nuovo strato di realtà in cui informazioni digitali, oggetti virtuali e ambienti fisici si intrecciano in maniera così profonda da dare vita a un’esperienza unica e indistinta. Questo approccio apre la strada a possibilità inesplorate, dove la realtà aumentata, la realtà virtuale e la realtà mista convergono per superare i limiti attuali della percezione e dell’interazione umana.

L’Hyper Reality, subito dopo il consolidamento dello Spatial Computing, ha il potenziale di trasformare radicalmente settori come l’educazione, offrendo esperienze di apprendimento totalmente immersive che potenziano la comprensione e la memorizzazione; il retail, attraverso esperienze di shopping personalizzate e arricchite; il turismo, permettendo di vivere esperienze di viaggio virtuali estremamente realistiche; e il settore sanitario, migliorando le tecniche di diagnosi e intervento con simulazioni e visualizzazioni avanzate.

La visione che porto avanti da tempo sul concetto di Hyper Reality sottolinea l’importanza di superare la mera tecnologia per concentrarsi sull’esperienza umana, spingendo i confini di ciò che è possibile per arricchire la vita delle persone in modi prima impensabili. In questo futuro, l’Hyper Reality si propone come la chiave per sbloccare un mondo in cui le barriere tra digitale e fisico non solo si dissolvono ma danno origine a un tessuto connettivo nuovo, capace di espandere la nostra realtà in dimensioni prima inaccessibili.

Mentre lo Spatial Computing ha aperto la porta a un nuovo modo di interagire con il nostro ambiente, l’Hyper Reality promette di trasformare queste interazioni in esperienze più ricche, profonde e significative. Hyper Reality vuol esser un principio evoluto di questa trasformazione, una guida all’esplorazione di questo territorio inesplorato nel futuro dell’interazione umana con la tecnologia.

Vision Pro. Non è una questione di prezzo, ma di viaggio, esperienza ed ecosistema.

Ho preso il Vision Pro.

L’ho pagato tanto? Dipende dal punto di vista.

Se la risposta devo darla come early adopter, no assolutamente, come ogni tecnologia nuova in ogni ambito. Se la guardo come un device alla prima uscita che vuole un posizionamento alto, forse. Se lo confronto con altri device, potrei dire di si, ma dipende con quali device lo volete mettere a confronto.

Saranno mesi, da quando è stato annunciato, che leggo un lamento continuo di blogger, youtuber e commentatori vari riguardo al prezzo dell’Apple Vision Pro. Di cosa stiamo parlando?

L’approccio di Apple nel lanciare i suoi prodotti più iconici è sempre stato evidente. Il Macintosh, l’iPod, l’iPhone e l’Apple Watch hanno seguito tutti una formula introduttiva simile.

È davvero così inaspettato il prezzo di lancio dell’Apple Vision Pro? Il Meta Quest 3 costa $499, mentre l’Apple Vision Pro costa $3499 (più accessori, tipico apple). Ma questo che importanza ha?

Provo a condividervi una provocazione, non troppo lontana dalla realtà, per far capire perché in fondo il confronto è sbagliato, soprattutto sul prezzo e sulla visione. Una bicicletta elettrica ben carrozzata costa circa 2000 euro, mentre una Tesla Model Y ha un prezzo di 45000 euro. Entrambe sono veicoli elettrici che possono portare una persona da un punto A a un punto B.

Nessuno sembra lamentarsi (almeno che io sappia) della differenza di prezzo tra questi due prodotti, perché è ovvio che, nonostante realizzino casi d’uso simili, ogni prodotto è progettato per un tipo di acquirente diverso. Ma soprattutto una esperienza diversa di viaggio.

Il Quest 3 di Meta, grandissimo prodotto e ancora poco utilizzato per le sue potenzialità, è stato progettato per mostrare al mercato e ai consumatori la visione del Metaverso di Mark Zuckerberg. Questo device ha radici progettuali che risalgono all’Oculus Rift, inizialmente rilasciato nel 2016 per i gamer. Anche quando è stato lanciato il primo Oculus Quest nel maggio 2019, il suo principale punto di forza era ancora il gaming.

Il Quest 2, rilasciato nel settembre 2020, ha aggiunto più capacità di calcolo ed elaborazione, ottiche migliori e meno peso, promuovendo l’interazione sociale per migliorare l’esperienza di gioco.

Il Quest Pro, e poi il Quest 3, uscito nell’ottobre 2023, hanno migliorato leggermente il processore, le ottiche e soprattutto le telecamere esterne per offrire un’esperienza di Mixed Reality più efficace, con l’obiettivo di migliorare ancora di più l’esperienza di gioco e stimolare ulteriori interazioni sociali.

L’approccio di Meta per realizzare la visione di Mark è stato quello di offrire ai consumatori un’esperienza simile a Ready Player One e lanciare Meta Horizon Worlds, nella speranza che gli utenti potessero fare il salto nel virtuale. Meta vuole connettere gli utenti.

L’Apple Vision Pro ha un obiettivo diverso, ossia dimostrare la visione di Apple per il futuro dell’ “informatica personale” a chi entra per la prima volta in questo modo. Questo dispositivo non è pensato per il gioco, le interazioni sociali o il Metaverso, ma piuttosto per lo Spatial Computingdi cui si parla tanto ultimamente.

Questo termine si riferisce ad un’interazione avanzata di fatto tra essere umano e device, facendo in modo che l’interazione e l’utilizzo del software venga percepito completamente inglobato e integrato nel mondo reale, intorno al corpo della persona, invece di esser confinato dietro allo schermo di un computer o di un tablet/telefono.

L’Apple Vision Pro è un’estensione dell’ecosistema Apple e offre un’esperienza utente che può essere facilmente trasferita tra un desktop, un laptop, un iPad e un iPhone. Questo dispositivo consente agli utenti di passare senza soluzione di continuità dall’interazione con uno schermo piatto (2D) a un’esperienza spaziale immersiva in 3D. Apple vuole permettere agli utenti di vedere l’integrazione tra fisico e digitale in modo differente.

Il suo pubblico target non sono i giocatori o coloro che cercano il Metaverso (seppur a mio avviso questa è la direzione più prossima al concetto), ma piuttosto gli early adopter, gli appassionati che vivono all’interno dell’ecosistema Apple e desiderano sperimentare la visione di Apple su come gli utenti interagiranno con la tecnologia in futuro.

È il prodotto definitivo? No.

È il prodotto con l’esperienza perfetta? Forse, ancora, no.

È il prodotto con contenuto già adatto all’aspettativa dell’utente? Sicuramente no.

È meglio di Quest 3? Lo potrò valutare tra qualche giorno, dopo aver valutato se sono confrontabili.

Come disse Palmer Luckey, imprenditore di OculusVR, nel 2015 “La realtà virtuale diventerà qualcosa che tutti desiderano prima di diventare qualcosa che tutti possono permettersi“. Palmer ha ribadito questo concetto anche nel 2023 in un’intervista, sottolineando che il prezzo non è importante per i primi utilizzatori.

Il prezzo è il frutto del desiderio ed inoltre una scelta di posizionamento di Apple puntuale di non uscire con un prodotto per tutti, ma per una nicchia, con l’obiettivo inoltre di alimentare l’app store di servizi ed app prima di far accedere la grande massa rischiando altrimenti di creare l'”effetto WindowsPhone” ossia un contenitore senza contenuto ed il conseguente fallimento ed abbandono.

In sostanza, Apple non sta competendo con il Meta Quest 3 o altri visori AR/VR. Per ora.

Apple sta vendendo ciò che ha sempre venduto: innovazione nell’esperienza utente. Proprio come il Macintosh ha introdotto l’esperienza utente grafica alle masse, l’iPod ha portato con sé 1000 canzoni in tasca, l’iPhone ha rivoluzionato l’interfaccia touch e presto l’Apple Vision Pro introdurrà l’informatica spaziale al pubblico.

Ma prima, Apple deve abilitare il desiderio e dimostrare ai suoi early adopter che sarà qualcosa che di diverso prima di concentrarsi sulla sua diffusione al resto degli utenti.

E appena lo avrò tra qualche giorno, vi dirò molto di più.

Vedersi vs Guardarsi: la vera “innovazione” visiva dei visori Vision Pro di Apple

Nel mondo dell’XR (Extended Reality) ogni uscita degli ultimi tempi – di hardware e software che sia – rappresenta un ulteriore passo avanti in un viaggio che negli ultimi anni è sembrato difficile da far partire e che apparentemente è andato a rilento, malgrado la tecnologia abbia fatto evoluzioni a ritmi vertiginosi.

Dalle prime fasi embrionali con Oculus Rift, alla realtà virtuale roomscale di HTC Vive, siamo stati testimoni (e sperimentatori) di un progresso costante che ha continuamente spostato i confini di ciò che sarebbe stato possibile fare con un occhiale sulla testa. Fino ad oggi.

L’arrivo del Quest 3.

In questi giorni ho avuto il piacere di accogliere nella mia collezione casalinga privata il Quest3 di Meta, un dispositivo che si aggiunge alla lunga lista di visori che ho avuto l’opportunità di testare nel corso degli anni e che tutt’ora “colleziono” gelosamente (permettetemi di flexare un po’ 🙂 ): Oculus Rift DK1 e DK2, Oculus Go, Quest, Quest 2 e il – non più recente – Quest Pro, oltre a diversi altri visori di altre marche.

Ogni nuovo arrivo porta con sé una serie di aspettative e potenzialità ed il Quest3 devo dire la verità non mi ha deluso affatto, mostrando sensibili (ed importanti) miglioramenti rispetto ai suoi predecessori.

La prova di Vision Pro.

Però… una delle esperienze più belle (e aggiungerei sorprendente) dell’ultimo periodo , tanto che ci ho messo qualche giorno a metabolizzare, è stata la prova del Vision Pro di Apple.

Ho avuto l’opportunità di testarlo in anteprima – aaargh non ho potuto fare foto purtroppo – con un cliente durante un workshop privato che aveva lo scopo di capire le potenzialità per lo sviluppo di progetti per quelli che saranno “i dipendenti aumentati“, un concetto introdotto da me nell’incontro per spiegare cosa, come e (da) dove collaboreranno le persone in azienda in un futuro ormai non troppo remoto.

La reazione (di tutti) alla prova del visore è stata di stupore (e credo che questo non descriva a sufficienza l’effetto provato) e non vi nascondo di avere avuto la stessa emozione e fibrillazione del mio primo passaggio da Nokia/Blackberry ad IPhone. Malgrado il suo prezzo enorme annunciato di $3.500 e la promessa di disponibilità solo per l’inizio del prossimo anno (2024), il Vision pro rappresenta a mio avviso un ulteriore salto in alto e l’ingresso col botto di Apple nell’innovazione di questo ambito.

Vedersi vs Guardarsi

L’elemento che ha colpito di più la mia attenzione e le mie riflessioni – e che da giorni mi fa riflettere di Vision Pro rispetto agli altri visori sul mercato – riguarda l’interazione occhi-utente.

Mentre la maggior parte dei dispositivi permette di “vedere” il contesto grazie all’introduzione del passthrough e al potenziamento delle telecamere interne, Vision Pro introduce la caratteristica innovativa del “pass-through bidirezionale“, permettendo ad altri di vedere una rappresentazione degli occhi dell’utente e quindi di “guardare” e di “essere guardato“, con un display micro-OLED 4K per occhio. E lo fa appunto anche grazie allo schermo OLED frontale presente sul visore rivolto verso l’esterno.

Per capirci, è come la differenza che c’è nel parlare con qualcuno che indossa occhiali scuri da sole o con qualcuno che ha invece lenti trasparenti: con il primo, c’è una barriera, mentre con il secondo, lo sguardo si fonde in un’interazione autentica e diretta, rendendo l’occhiale praticamente “invisibile” alla percezione dell’utente.

Apple con questo “dettaglio” non si è limitata a migliorare l’esperienza di Mixed Reality: l’ha reinventata. Passare dal vedersi al guardarsi è una rivoluzione apparentemente banale, ma fondamentale. Questo approccio trasforma il visore da un semplice strumento tecnologico a una vera e propria estensione dei nostri sensi, avvicinandolo al concetto di lente piuttosto che a quello di dispositivo.

Leggerezza, design e semplicità.

Ma non è tutto. Vision Pro è incredibilmente semplice. E lo fa con la stessa semplicità di quando Apple ha introdotto per la prima volta lo swipe. Il processo di calibrazione è fluido e intuitivo, come accedere a un iPhone appunto.

Il metallo leggero ed il vetro sul dispositivo – rispetto alla plastica di altri visori – lo rendono uno strumento percepibile come di maggiore qualità e pregio. La leggerezza del design, che si presenta in particolare più come “un visore con fascia” che un “casco” (sensazione che la maggior parte dei visori danno per via dell’elastico sopra al centro della testa… e che spettina capelli e ciuffo di chi si pettina come me), e l’assenza di controller esterni rendono l’esperienza incredibilmente immersiva.

Grazie a una serie di sensori e telecamere (scanner LiDAR, fotocamera TrueDepth) presenti nel visore, si può controllare il dispositivo usando solo mani, occhi e voce. L’eye tracking, in particolare, permette di interagire con l’ambiente virtuale in modo naturale e intuitivo. Il “touch” delle dita sulle icone ha una sensibilità talmente fluida che la sensazione, interagendo, è che con oggetti virtuali siano li, realmente, seppur in assenza però di feedback aptico.

Meta Quest 3 da non sottovalutare.

Nonostante le numerose qualità del Vision Pro, e per quanto non abbia ancora avuto modo di sperimentarlo più in profondità (in fondo ci ho giocato un oretta in tutto), non posso non riconoscere i passi avanti fatti anche dal Quest3, che invece in questi giorni ho potuto testare, usare, giocare e… girarci per casa, passando per pazzo agli occhi di tutta la famiglia!

La sensibilità del Quest3 è migliorata e l’efficacia nel riconoscimento dell’ambiente circostante è notevole ed efficace, e si presta molto per il mondo del gaming, dell’entertainment e dell’immersività più a tutto tondo. Non c’è dubbio che sia un dispositivo che, come ho detto e scritto più volte, può creare cultura e adozione maggiormente massiva anche per via del suo prezzo non proibitivo.

Nel futuro sicuramente c’è Extended Reality (XR)

Certo, non c’è dubbio comunque che Vision Pro abbia alzato il livello, ridefinendo le aspettative per il futuro dell’XR. Ora gli altri dovranno velocemente accelerare e probabilmente riconsiderare alcuni concetti introdotti da Apple che ha dalla sua parte anche un ecosistema unico integrato ed una community / aziende mature e pronte a migrare e sviluppare nuove app.

Tra qualche tempo, un decennio (o forse anche molto meno), ci guarderemo indietro, e la tecnologia di Mixed Reality di oggi ci sembrerà arcaica proprio come la tecnologia di 10 anni fa appare oggi obsoleta.

Una cosa è certa comunque. Quello a cui stiamo assistendo sta mettendo le basi profonde di un cambiamento dell’interazione uomo contesto, e le possibili implementazioni per il futuro sono infinite.