L’innovazione smarrita: tra artificio e adattamento

Viviamo in un tempo che celebra l’innovazione come un valore assoluto. Ogni impresa, ogni istituzione, ogni individuo ne fa una promessa: innovare per crescere, innovare per sopravvivere, innovare per esistere. Eppure, mai come oggi, il concetto stesso di innovazione appare confuso, persino abusato. Sembra la parola d’ordine di un rito senza fede.

Forse, prima di inseguirla, dovremmo chiederci di nuovo cosa significhi davvero.

Il tempo dell’innovazione permanente

Per secoli, l’innovazione è stata un’eccezione. Nel Novecento, Schumpeter la definì distruzione creatrice: un processo che rinnovava l’economia distruggendo i modelli precedenti. Oggi quella logica si è ribaltata. Non è più un ciclo, è una condizione stabile. L’innovazione non è più la frattura, ma il ritmo stesso del sistema.

Il progresso tecnico, la velocità della comunicazione e la potenza del calcolo hanno reso il cambiamento non solo costante, ma previsto, pianificato, misurato. Ogni organizzazione costruisce i propri laboratori di “futuro” come parte dell’ordinario. Ma quando tutto deve cambiare continuamente, cosa resta dell’idea di innovazione? Se il nuovo è routine, il rischio è che perda significato.
Innovare, allora, non è più fare qualcosa di diverso, ma saper dare forma al diverso che già accade. È una competenza di adattamento, non un atto di rottura.

L’intelligenza artificiale accentua questa transizione. È il motore e insieme lo specchio dell’innovazione permanente: apprende, anticipa, genera. Non produce invenzioni isolate, ma un flusso continuo di variazioni. Non sostituisce l’uomo; lo costringe a ripensarsi come parte di un sistema cognitivo distribuito. In questo senso, l’AI è la più perfetta metafora dell’epoca: innovazione che non si ferma, che si autoalimenta, che vive nel presente perpetuo.

La doppia natura dell’innovazione

C’è sempre stata un’ambiguità nel modo in cui intendiamo l’innovazione: la confondiamo con la tecnologia. Ma la tecnologia è il linguaggio dell’innovazione, non il suo contenuto. Innovare significa tradurre un bisogno, un desiderio, un comportamento in una nuova forma d’esperienza. Non è l’oggetto che conta, è la trasformazione che produce.

  • Da un lato esiste l’innovazione tecnologica, quella che nasce dall’ingegno tecnico e dalla scienza dei materiali, dei dati, dei sistemi. È l’innovazione che costruisce infrastrutture, algoritmi, hardware.
  • Dall’altro lato esiste l’innovazione di esperienza, che lavora sull’interfaccia tra le persone e il mondo: ripensa le abitudini, cambia il modo in cui percepiamo valore.

La prima spinge i confini del possibile; la seconda decide se quel possibile sarà davvero adottato.

Apple non ha mai inventato nulla di radicalmente nuovo: ha trasformato tecnologie esistenti in esperienze desiderabili. Google, al contrario, crea incessantemente nuovi strumenti, molti dei quali vengono poi abbandonati. Una progetta l’esperienza, l’altra esplora il territorio. Due visioni complementari, due modi di intendere la modernità.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, questa dicotomia si ricompone. L’AI è al tempo stesso tecnologia ed esperienza. È una materia invisibile che si manifesta solo attraverso la relazione con l’utente. Ogni algoritmo è un atto d’interpretazione: osserva, prevede, consiglia. L’innovazione non è più nel dispositivo, ma nel dialogo tra sistema e persona.

E proprio qui nasce il rischio più grande: l’automazione può semplificare, ma anche impoverire. Può personalizzare, ma anche omologare. Se l’esperienza diventa predetta, l’innovazione perde la sua funzione evolutiva e si riduce a conferma dei dati passati.

Le forme e le soglie

Non tutta l’innovazione ha la stessa intensità. Possiamo immaginarla come un continuum di tre gradi.

  • L’innovazione incrementale è la manutenzione del progresso: piccoli miglioramenti, aggiustamenti, raffinamenti. È la più diffusa, la più utile e la più invisibile.
  • L’innovazione radicale cambia struttura e linguaggio: ridefinisce i modelli economici, apre spazi nuovi, riscrive le regole interne di un sistema.
  • L’innovazione dirompente, infine, è la frattura. Introduce una logica che cancella quella precedente: dal cinema alla piattaforma di streaming, dalla cabina telefonica allo smartphone, dal lavoro fisso all’algoritmo che distribuisce turni.

Ma oggi, con l’AI, queste soglie si sovrappongono. L’innovazione incrementale si automatizza – modelli che apprendono e migliorano da soli – mentre la disruption diventa sistemica: non più un prodotto, ma un ecosistema che si auto-riprogramma.
Il concetto di prodotto minimo realizzabile cambia: non serve più a validare un’idea, ma a misurare la capacità di apprendimento di un sistema. L’AI introduce una forma di innovazione generativa: ogni output diventa input per la prossima iterazione.

Eppure, anche in questa accelerazione, resta una costante: l’innovazione efficace è sempre una questione di timing. Arrivare troppo presto è fallire come chi arriva troppo tardi. Non basta essere capaci di fare, bisogna sapere quando il contesto è pronto ad accogliere.

L’innovazione come cultura

Dietro ogni successo tecnologico c’è una cultura che lo rende possibile. Le aziende innovative non si riconoscono dai laboratori, ma dai comportamenti interni: apertura, sperimentazione, fiducia.
L’innovazione non è mai il risultato di un genio isolato, ma l’esito di una rete che permette all’errore di essere metabolizzato come apprendimento.

Nel secolo scorso le organizzazioni erano costruite per ridurre l’incertezza. Oggi devono imparare a viverci dentro. Il metodo non serve più solo a eseguire, ma a pensare: design thinking per esplorare, lean per validare, agile per adattare. Sono tre nomi per una stessa attitudine: prototipare la realtà, imparare dal feedback, reagire al cambiamento.

Ma l’introduzione dell’AI impone un nuovo livello di cultura: la capacità di giudicare ciò che la macchina produce. Saper distinguere il segnale dal rumore, il dato dal senso, la correlazione dalla causa. Non basta più la creatività. Serve un’etica dell’interpretazione.

In molte organizzazioni, il limite non è tecnico ma psicologico: la paura dell’errore. Dove c’è paura, l’innovazione si arresta. L’errore non è la fine di un esperimento, è il suo compimento: produce informazione. Un ambiente che punisce chi fallisce genera conformismo. Uno che analizza il fallimento genera conoscenza.

E questa regola vale anche per l’AI: sbaglia, e sbaglierà ancora. L’importante è saper leggere l’errore come feedback di sistema, non come colpa.

La dimensione umana

In fondo, innovare significa interpretare il cambiamento per renderlo abitabile.

Ogni innovazione, grande o piccola, è un atto di traduzione: tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non capiamo, tra possibilità tecniche e desideri umani. La macchina può calcolare infinite soluzioni, ma solo l’uomo può attribuire loro un senso.

Forse il vero compito oggi non è inventare di più, ma inventare meglio. Rallentare per capire cosa merita di essere migliorato, cosa no.
Perché l’innovazione non è solo progresso, è anche responsabilità: decidere quale futuro costruire, e quale evitare.

Nel mondo dell’AI, l’innovazione autentica non sarà quella che replica la mente umana, ma quella che ne rispetta la complessità.

Non si tratta di sostituirci, ma di ampliare la nostra capacità di comprendere, creare, scegliere. La frontiera non è tecnica, è cognitiva: capire come convivere con sistemi che apprendono, senza rinunciare alla capacità di giudizio che ci definisce.

Innovare per il domani.

Innovare oggi significa abitare l’incertezza con metodo e con visione.

Significa accettare che la conoscenza si costruisce a iterazioni, che la verità del fare precede quella del dire, che ogni progresso porta con sé una perdita da riconoscere. L’AI ha reso visibile ciò che l’innovazione è sempre stata: un dialogo tra intelligenze, umane e artificiali, che cercano di capire come migliorare il mondo senza smettere di interrogarsi sul suo senso.

Forse, il punto focale del nostro tempo non è inventare il futuro, ma non smettere di meritarlo.

Essere, raccontarsi e condividere

Essere in rete è mostrarsi, raccontarsi e condividere informazioni reali, senza falsi nomi, finti profili o personalità diverse dalla realtà, trasportando se stessi ed il proprio essere in modo integro, coerente e sincero.

La rete non è solo uno strumento di comunicazione in cui si può esser diversi dalla vita reale. La rete è molto di più, è un prolungamento della vita reale in termini di memoria, relazioni, informazioni ed azioni.

Ma essere in rete non è semplice e secondo Callie Schweitzer, nel post “You are what you share” su Medium:

The internet is supposed to be a place where everyone can be themselves and find like-minded people. But what we’re seeing right now is a faux intimacy. We think we know people so much better because of the internet, and the information it puts at our fingertips, but we really know them less. We know only what they put out there about themselves. 

Praticamente, quando viviamo la rete  e condividiamo noi stessi non siamo completamente onesti e trasparenti e, spesso, la condivisione si trasforma in costruzione di un io diverso, alla ricerca di un’audience sempre maggiore. Anche Andrea Contino sottolinea che

…ci troviamo a dare un’immagine di noi stessi più vicina al socialmente condivisibile che alla realtà delle cose…

Lo spunto è interessante e la discussione che ne può scaturire è assolutamente attuale e allo stesso tempo difficile da affrontare, considerando che, secondo me, c’è ancora una forte mancanza di conoscenza delle potenzialità della rete e poca consapevolezza, al momento, della condivisione in rete da parte di molti.

Anche Luca De Biase, riprendendo il post di Andrea pone delle domande che fanno riflettere:

…quanto sono autentiche le persone che si presentano online? Quanto i loro racconti autobiografici sono coerenti, integri, sinceri? Quanto sono frenate e inibite nel caso debbano affrontare temi che coinvolgono il loro vero nome?…

Probabilmente ci vorrà tempo per rispondere a queste domande, capire se la rete può avere dinamiche diverse dalla vita reale o meno, cosa sia veramente la coerenza in rete e se la “necessaria mediazione” accennata da Andrea, sia veramente necessaria.

Io sono dell’idea che raccontare se stessi, realmente, per quello che siamo, le nostre preferenze e cosa pensiamo sia parte integrante di un cambiamento di cultura, di trasparenza e partecipazione, ancora alla fase iniziale, ma unica strada per un futuro prossimo.

Ringrazio Andrea, Luca e Pier Luca che, nei loro post e con le loro riflessioni, hanno stimolato ancora una volta un dibattito importante e difficile come questo. Consiglio la lettura e gli approfondimenti segnalati.

Son passati solo 1600 anni, eppure tutto sembra uguale.

La città c’è, esiste, è vera e vivibile. Ci sono voluti anni, non è ancora completa e forse non lo sarà mai, ma la sua architettura e la sua modernità sono maestose. Mancano alcune strutture che ne migliorerebbero la vivibilità e darebbero la possibilità di ospitare altre persone, ma soprattutto tali strutture permetterebbero di raggiungere persone più distanti.

Chi ne viene a conoscenza ne rimane affascinato: architettura, maestosità, immensità e organizzazione. Sembra non avere confini, sembra infinita. Tutto è perfetto. Si rimane colpiti dalla velocità con la quale le persone si spostano, la vivono, si aggregano, si nascondono e ne raccontano agli altri. Chiunque entra, fin da subito si sente parte di un grande progetto. Un progetto grandissimo, quasi un impero.

Chi entra nella città contribuisce nel suo piccolo, creandone parti più o meno importanti per la sua architettura, per la sua continuità, per il suo valore, per la sua diffusione, per il suo commercio e per il suo contenuto in modo consapevole o inconsapevole, diretto o indiretto.

Il valore della città cresce di giorno in giorno, molti ne parlano, anche fuori dalle quattro mura. Le persone che la vivono e la frequentano sono sempre di più. E’ una città viva le cui regole scritte e non scritte definiscono in modo più o meno esplicito dinamiche e comportamenti. Alcuni decidono di uscire, qualcuno viola le regole e viene espulso dagli altri, qualcuno non si sente a suo agio ma prova ad adattarsi. E’ normale, è una società che si sta sviluppando. C’è chi vestito di bianco frequenta luoghi d’elitè, partecipa a comizi di piazza o in sale private, c’è chi nel suo piccolo parla a gruppi di persone che si fermano a guardare e chi invece frequenta mercati, luoghi di aggregazione pubblici e vive la città da cittadino qualsiasi. Chi più chi meno vive questa nuova società.

La società cresce. Crescendo aumentano i problemi e le criticità e alcuni equilibri si vanno modellando. La società prova a strutturarsi, si organizza e cerca di impostare delle regole. Non ci sono ancora città così grandi e più passa il tempo più questa società conquista sempre spazio e visibilità, non sempre in modo pacifico, e allo stesso tempo si indebolisce e si frammenta.

All’orizzonte una nuvola sembra avvicinarsi. Non è una sola nuvola, sono molte nuvole. Sono nuvole di polveri sempre più vicine generate da masse di popolazioni etnicamente diverse che si dirigono a grande velocità verso la città. Un frastuono: lingue diverse , culture diverse. Forse è il caso di respingerli, di rifiutarli? Sono diversi nell’approccio, sembrano non preparati per una città del genere, per una cultura di questo tipo. Qualcuno li definisce barbari ma forse è più un termine per poter definire sé stessi, prendendolo come punto di paragone, in quanto “anormale” rispetto agli standard fino ad oggi e per poter definire così un concetto di normalità.

Vogliono entrare nella città e da qualche parte a tutti gli effetti sono già entrati . Stanno influenzando la cultura e le dinamiche pre esistenti, stanno portando il loro nuovo contributo, le loro abitudini, più o meno buone che siano, stanno modificando l’organizzazione e mettendo in dubbio comportamenti tenuti fino ad oggi. Molto più velocemente di quello che si possa immaginare.

Dimenticavo.

Non vi stavo raccontando un po’ di storia, e non volevo parlare del seducente splendore della grandezza romana e della caduta dell’impero Romano a seguito dell’invasione barbarica, ma della rete e del cambiamento in atto, della massificazione e dell’accesso agli strumenti della rete da parte di un numero di persone sempre più alto.

C’è un forte parallelismo storico, non trovate? Il bello del pragmatismo romano. Tra un conflitto ed un altro, barbari e romani si confrontavano quotidianamente, attraverso alleanze e commercio, incentivando un processo di acculturazione ed ibridazione di culture. Cambiamento che ha poi portato al crollo dell’Impero, ma alla costruzione di una nuova società.

Ho riflettuto molto su questo tema e da un po’ di tempo osservo alcuni gruppi e i comportamenti di della rete. Non nascondo di avere una certa preoccupazione nei riguardi di alcune dinamiche esplosive, ma ritengo, seppur necessario mantenere un livello di educazione ed etica alto, che non dobbiamo pensare di civilizzare “nuove popolazioni” o preoccuparci di esser invasi “barbaricamente”.

Questa è una fase di transizione necessaria ed un ennesimo, fisiologico, cambiamento che permetterà alla rete di svilupparsi, ampliarsi ed entrare nella vita di tutti, tanto da infrangere completamente quella sottile percezione che on line e off line siano due cose distinte.

Dalla cultura della polarizzazione alla cultura della rete

La dimostrazione che in Italia siamo anni luce distanti dal concetto di fare rete é nella continua nascita e creazione di “poli” di eccellenza, “poli” di innovazione e qualsiasi altra definizione (o entità giuridica) di aggregazione unica e centrale, polarizzante e che ambisce ad avere un ruolo di dominio, superiorità e governo rispetto alle altre esistenti.

La polarizzazione, secondo me, non solo frammenta la rete e rende più difficile la cooperazione, ma diminuisce  il numero di combinazioni di relazione, aumenta i costi di gestione e soprattutto diminuisce l’influenza/conoscenza derivante dallo scambio continuo di più entità in una rete.

In questi giorni sto finendo di leggere “The Rainforest: The Secret to Building the Next Silicon Valley“. Ho trovato molto attinente a questa mia riflessione il capitolo 6 “How to build a Rainforest“, nel quale si parla della forza della decentralizzazione e del passaggio da Traditional “First DerivativeApproach al Rainforest “Third Derivative” Approach.  Hwang e Horowitt, autori del libro,  spiegano, matematicamente parlando, la differenza tra un modello in cui è presente una entità centrale e un modello a grafo. In particolare ho apprezzato il passaggio in cui viene spiegata l’importanza di un modello rispetto all’altro:

Innovation is chaotic, serendipitus, and uncontrollable, so processes that are linear and controlled are rarely self-sustaining. In contrast, what we strive for in a Rainforest is a system that yields immense impact, is low-cost, and generates internal sustainability. The only possible way to achieve these goals is to build a community of innovators where transaction costs have been reduced through the creation of trust, social norms, connectivity, and diversity. This model is based on what we call the “Third Derivative”. In a perfect world, the total potential relationships in such a system might look like this, what mathematicians call a complete graph

Every party can mix, mingle, and potentially transact with every other party. Such a perfectly efficient network would help people access the right expertise, customers, partners, and capital without the rigid and limited role of a central agency.

In Italia, dobbiamo modificare l’approccio dell’io alla base di qualsiasi ragionamento, e passare al concetto del noi. Dobbiamo iniziare a parlare di nodi di una rete più ampia, di connettori locali di persone e competenze, di hub a supporto e beneficio del sistema Italia.

Solo così possiamo generare un cambiamento vero.

Hacktivism, partecipare al cambiamento

Poco meno di un anno fa scrissi un post per un blog relativamente al concetto di Hacktivism. Lo ripropongo sul mio blog perchè ritengo sia sempre più attuale.

La rete, com’è ormai noto, è divenuta uno straordinario strumento di relazione per costruire luoghi dove sperimentare nuovi modelli di socialità. In questi luoghi digitali – blog, social network, forum, sistemi di instant messaging – si è sviluppata e continua a crescere costantemente una forte interazione tra persone attraverso la partecipazione libera ed lo scambio di informazioni e conoscenze.

Questo meta-luogo, dove si conoscono e si vivono ruoli e identità diverse da quelle a cui siamo abituati e che ci ha dato la possibilità di imparare, conoscere, sbagliare e riprovare, è divenuto il catalizzatore della trasformazione e dell’innovazione sociale. Non solo, la rete si è trasformata in quello spazio dove si può criticare, partecipare e condividere idee, progetti, pensieri e coordinare le azioni e le decisioni da intraprendere per cambiare lo stato presente delle cose.

La partecipazione, l’accesso a queste relazioni e la volontà di fare network è il presupposto dell’hacktivism ossia l’evoluzione delle forme dell’attivismo sociale e della militanza politica che presuppongono un utilizzo efficace, basato sui principi dell’ etica hacker, degli strumenti di comunicazione, e in particolare dei computer e della rete. Questi ultimi smettono di essere soltanto strumenti di produttività e diventano mezzi attraverso i quali gli hacktivisti agiscono per produrre informazione indipendente e “dal basso” contrastando i modelli e i simboli della comunicazione dominante e, al tempo stesso, producendo i luoghi e gli strumenti di una comunicazione libera e orizzontale.

In questi ultimi anni, in Italia, abbiamo assistito sempre di più alla mancanza di una vera identità dei partiti, all’immobilismo delle organizzazioni, ma soprattutto alla perdita di interesse per la discussione sulla cosa pubblica, lasciando le decisioni in balia di un’angosciante e deprimente dirigenza politica. Quello che mi fa preoccupare è la mancanza di partecipazione, oggi ridotta esclusivamente alle proteste e alle manifestazioni in piazza, che sono senza dubbio un momento importante, ma che non possono essere l’unico modo di fare politica. Non si può pensare di trasformare un sistema politico-sociale obsoleto, partecipando 3 volte l’anno, in 100.000, in una piazza.

Per far si che le cose cambino e per riuscire a riprenderci la politica, c’è bisogno di partecipazione fatta di azioni e presenza volontaria, di responsabilità e sostegno attivo, di condivisione e diffusione di dati, che possa generare veramente valore e cultura. Questo può avvenire attraverso l’utilizzo dei mezzi che oggi abbiamo a disposizione.

La rete appunto e tutto quello che questo strumento può attivare.

Medioera, festival della Cultura Digitale

Chi segue il mio blog e mi conosce sa che scrivo spesso di Cultura Digitale e sa soprattutto quanto questo argomento mi interessi, tanto da aver avviato, ormai da qualche mese, il progetto CulturaDigitale.com. Proprio per questo fortissimo interesse, quando qualche giorno fa sono stato contattato dall’organizzazione di Medioera – festival di cultura digitale per partecipare ad un talk, che si terrà sabato 23 alle 22.30 a Viterbo, ho detto subito di si.

Per chi non lo sapesse, Medioera è un evento, quest’anno alla sua seconda edizione, che vuole essere il momento di incontro ed approfondimento delle tematiche legate all’uso delle nuove tecnologie nei più diversi ambiti della vita. L’obiettivo del Festival è quello di disegnare gli scenari prossimi venturi nella loro dimensione necessariamente g-local, dove le micro esigenze locali si legano alle macro mutazioni globali in un processo di interazione cooperativa sconosciuto fino a pochi anni fa. Questo processo, di cui si vuole cogliere criticità ed opportunità, sarà al centro della riflessione di questa edizione 2011 che, oltre alla sessione estiva, prevede una serie di eventi spot a partire dal 12 febbraio per concludersi con la fine dell’anno. La manifestazione è strutturata sul format del cosiddetto “salotto letterario”, ossia un incontro/colloquio con l’ospite avente l’obiettivo di approfondire la conoscenza di un argomento specifico.

Io ci sarò appunto sabato dalle 22.30 con Matteo Fini per parlare di Nuove Professionalità 2.0. I talk dell’intervento saranno svolti in modalità Ignite.

Ci si vede li.

 

Quella strana puntata di Social-Report

Ieri sera è andata in onda una “strana puntata” di Report dal titolo “Il prodotto sei tu” e si è parlato di rete, social e tanti altri argomenti in qualche modo correlati. Come faccio di solito, ho seguito contemporaneamente i tweet e le discussioni che avvenivano in rete prima dell’inizio del programma, durante e dopo.  La puntata in questione era stata anticipata sul sito ufficiale in questo modo:

“Condividi” e “connetti” sono le parole del momento su tutte le piattaforme sociali: Facebook, Youtube, Twitter, Foursquare, LinkedIn… Ce ne sono ormai a decine e anche chi aveva delle remore si sta iscrivendo. Tra gli Italiani che vanno su internet, 1 su 2 usa Facebook e il suo fondatore Mark Zuckerberg a 26 anni si è fatto un gruzzolo di 7 miliardi di dollari. Anche Larry Page e Sergey Brin avevano 26 anni quando hanno fondato Google e oggi si son messi da parte 15 miliardi di dollari a testa. E’ una nuova corsa all’oro nel Far West digitale. Milioni di Gigabytes delle nostre informazioni personali scalpitano per uscire dai corral delle fattorie di server californiane. I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d’acquisto, vogliono correre liberi nelle praterie della Rete dove i pubblicitari non vedono l’ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli. Ma ci riesce sempre? E Google, cosa sa di noi e cosa se ne fa delle informazioni che raccoglie? Condividere è facile anche su Youtube, dove gli Italiani cliccano i video un miliardo di volte al mese e può succedere che qualcuno condivide la roba tua anche se non te lo saresti mai aspettato. Come si fa a difendersi? E come si evitano le trappole che i criminali allestiscono per derubare gli utenti di Facebook quando cliccano il tasto “mi piace”? Circa 17 milioni di Italiani usano Facebook ogni giorno per comunicare con i loro amici, ma in certi casi ti ritrovi buttato fuori. C’è libertà di espressione su Facebook o hanno fatto accordi con il Ministero dell’Interno per monitorare quello che dicono gli utenti? Intanto l’Autorità garante delle comunicazioni sta preparando un sistema per oscurare parti di siti italiani o per sbarrare totalmente l’accesso ai siti esteri sospettati di violare il diritto d’autore. Migliaia di siti potrebbero diventare inaccessibili come oggi capita a thePiratebay, ma c’è anche il sistema per aggirare la censura italiana. Si può tenere insieme la libertà d’espressione con il profitto oppure come ritengono gli hacker solo una Rete anonima e gratuita è libera e al riparo da ogni controllo? Meglio esporsi come raccomandano i californiani o vivere nascosti come raccomandava Epicuro 2300 anni fa e oggi Wikileaks?

Anche io durante il programma sono stato un pò critico, però poi riflettendoci un pò ho cambiato idea riguardo alla riuscita della puntata: la delusione è un effetto soggettivo e ognuno la vive rispetto ad una aspettativa dettata dal proprio grado di preparazione e conoscenza dell’argomento.

Quello che accomuna tutti i delusi guarda caso è l’appartenenza alla stessa famiglia e allo stesso gruppo di “conoscenza”: la rete.

Il programma della Gabanelli a mio avviso ha rispettato la linea di contenuto che aveva anticipato anche nel post del proprio sito ed il livello di approfondimento che in ogni puntata viene dato agli argomenti trattati. In 2 ore, c’è da considerare che in un format televisivo e con determinati ritmi, più di tanto in profondità non si può andare.

Il problema è che a mio avviso si è generato un enorme misunderstanding: da una parte la rete aveva una aspettativa alta su questi argomenti e dall’altra il contenuto era tarato, probabilmente, per un target diverso. Lo si evince riascoltando il linguaggio utilizzato, gli esempi citati ed il livello di complessità con cui sono stati affrontati alcuni argomenti (vedi per esempio la sicurezza).

Nella mia testa mi immagino che quando Report parla di altri argomenti (nucleare, leggi e via dicendo…), potenzialmente ci sia lo stesso “effetto delusione” negli esperti dell’argomento in questione. Questo credo sia normale proprio perchè ognuno si aspetta un contenuto più approfondito rispetto alla propria conoscenza e preparazione. Un contenuto di alto livello sarebbe incomprensibile per i non addetti ai lavori e viceversa. Non esiste un contenuto ottimo per tutti.

In particolare poi la rete, da questo punto di vista, è una brutta bestia: è particolarmente suscettibile quando si toccano argomenti come social, internet e sicurezza, e basta che uno ne parli leggermente fuori dalle righe o al di sotto dell’aspettativa che tutti scrivono, strillano, tweettano e postano incazzati come bisce scagliandosi alla velocità della luce anche contro un qualcosa che fino a due ore prima era un must.

Report ha toccato tanti argomenti più o meno importanti, forse, con eccessiva divagazione, ma tutti particolarmente delicati e da approfondire, soprattutto per un target che ancora oggi confonde Internet con Facebook, utilizza la rete in modo inconsapevole, inserisce i propri dati in siti web senza leggere chi e come li utilizzerà ed imposta le password dei propri account di posta in modo talmente tanto banale che anche un non-cracker sarebbe in grado di violare.

Io credo che il programma abbia fatto da una parte sensibilizzazione e dall’altra eccessivo terrorismo psicologico. Se da una parte è lodevole aver toccato, finalmente, anche questi temi, dall’altra parte ha peccato di superficialità dando spazio ad argomenti che potevano esser evitati: esempio io avrei spiegato perchè il tizio ha subito la violazione della casella di posta elettronica su Google (password debole) invece di spiegare l’utilizzo di firesheep per sniffare i profili di facebook attivi sulla stessa rete.

Concludendo, per quanto riguarda proprio il discorso “terrorismo psicologico” (e qui so di andare un pò controcorrente), io credo che ci siano dei casi in cui è necessario affrontare argomenti in modo più diretto e purtroppo è facile che si superi il livello di sensibilizzazione e di messa in guardia esagerando: però basti pensare al modo in cui è stato necessario sensibilizzare le persone all’utilizzo della cintura di sicurezza o all’utilizzo del casco (esempio: ci è voluta la pubblicità che faceva vedere incidenti stradali e alcune testimonianze), oppure il modo in cui le persone sono state sensibilizzate sulla pericolosità del Nucleare (esempio: ci è voluto Fukushima, non era bastato Cernobil) o infine il discorso fame nel mondo (esempio: c’è bisogno di vedere il bambino mezzo morto tra le braccia della madre per capirlo). Sono tutti casi in cui la sensibilizzazione è borderline con l’esagerazione.

In Italia la questione digitale a mio avviso è grave: tutti pensano che il problema sia la Tecnologia, il Digital Divide e le Leggi quando invece il problema più grande è proprio la mancanza di Cultura Digitale e conoscenza della rete.

 

Un libro in crowdsourcing per la Cultura Digitale

Quello che mi ha sempre affascinato della rete è la modalità in cui, in questo meta-luogo, si conoscono e si vivono ruoli e identità diverse da quelle a cui siamo abituati. La rete ci ha dato la possibilità di imparare, conoscere, sbagliare e riprovare, ed è divenuto il catalizzatore della trasformazione e dell’innovazione sociale trasformandosi in quello spazio dove si può criticare, partecipare e condividere idee, progetti e pensieri per cambiare lo stato presente delle cose.

Tempo fa ho iniziato a scrivere post relativi alla Cultura Digitale al suo significato e all’impatto che ha avuto sulla nostra vita, sul modo di relazionarci, pensare ed agire. Argomento talmente tanto affascinante che è nata l’idea di scriverne un libro. Ad oggi, dopo qualche mese passato a scrivere, una buona parte del libro è pronta. Rileggendolo in questi giorni ho avuto però la sensazione che mancasse qualcosa di importante: il contributo della rete. Come si può scrivere un libro così, senza portarci dentro il contributo della rete stessa? E così ho pensato di ricorrere ad un pò di crowdsourcing. L’idea è quindi quella di raccogliere contributi dalla rete fino al 01 maggio 2011 e poi, riportare tutto nel libro a corredo di quanto già scritto.

E così in questi giorni, avendo la fortuna di essermi comprato il dominio CulturaDigitale.com già da un pò di tempo, ho tirato su un paio di pagine web per raccogliere un pò di pareri e pensieri dalla rete.

Se volete partecipare dovete semplicemente effettuare l’autenticazione con Facebook e compilare il modulo che si presenterà. Le informazioni sono poche: un indirizzo email, una risposta alla domanda “Cos’è per te la Cultura Digitale?” e 3 aggettivi che secondo voi sono associabili alla Cultura Digitale.

I dati verranno raccolti in un database e riportati sul sito in tempo reale:

  1. Sotto forma di Tag Cloud
  2. All’interno di una pagina dedicata a ciascun utente (come quella nell’immagine qui sotto)

Per correttezza e trasperenza, e visto che qualcuno mi ha chiesto come mai è stato utilizzato Facebook, vi avviso che i dati che verranno memorizzati, oltre alle informazioni che state inviando, saranno il sesso, la città e la data di nascita. Non appena il libro sarà pronto vi notificherò con una mail la pubblicazione.

Insomma, vi ho convinti? Partecipate con questo piccolo contributo? Proviamo a costruire un libro (o un eBook) in questo modo? Grazie a tutti quelli che parteciperanno 😉

PS: L’iniziativa la stiamo promovendo come Indigeni Digitali.

Intervista con Ninja Marketing

Per chi se la fosse persa, vi segnalo l’intervista pubblicata su Ninja Marketing fatta dalla grandissima Emanuela Zaccone relativamente ad Indigeni Digitali.

Come ninja e come cool hunters siamo sempre interessati alle communities ed all’innovazione connessa al digitale. Per questo siamo costantemente in contatto con gruppi e protagonisti del cambiamento per restituirvi un po’ del fervore e delle idee che animano il nostro Web e che, spesso, si traducono in eventi e situazioni concrete. Oggi dunque vogliamo presentarvi la tribù di Indigeni Digitali: chi sono e com’è nata questa idea? Ne parliamo con uno dei fondatori, Fabio Lalli.

1) Ciao Fabio, vuoi presentarti al nostro clan?
Ciao a tutti i Ninja prima di tutto. Classe 1977, geek! Da oltre 10 anni mi occupo di ICT. Ho lavorato per diverse aziende dalla consulenza, alla sicurezza ai system integrator e spaziando su progetti eterogenei: ecommerce, erp, crm, business intelligence, info security management e social media. Ho acquisito una buona esperienza nell’analisi, progettazione ed ottimizzazione di processi, sistemi, architetture ed applicativi web e mobile. Sono appassionato di comunicazione e marketing. Nel tempo libero bloggo, twitto, comunico, telefono, programmo, navigo, cerco, penso e innoveggio. Ovviamente faccio tutto contemporaneamente. Qualcuno mi definisce startupparo compulsivo.

2) Chi sono gli Indigeni Digitali?
L’indigeno digitale, secondo noi, è colui che vive il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, testa e approfondisce le nuove tecnologie, ricerca continuamente nuove soluzioni tecniche, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, sperimenta ed applica nuovi strumenti, aiuta chi manifesta interesse per la tecnologia, mette a disposizione degli altri indigeni il proprio know how, le proprie capacità ed il proprio network. E’ pronto al confronto e alla discussione. L’Indigeno Digitale si riconosce nei valori dell’Etica Hacker. Detto tutto questo chi, tu mi chiederai, in pratica chi sono realmente… Semplice, sono tutti studenti, neo laureati, professionisti, dirigenti, startupper di tutte le età, appassionati di tecnologia e social media. Secondo me anche tu lo sei… un Ninja Indigeno Digitale

3) Com’è nata l’idea di Indigeni Digitali?
Qualche anno fa, assieme ad un ristretto gruppo di amici organizzavo serate nelle quali si discuteva di argomenti più o meno tecnici, semplicemente per il gusto di confrontarci e discutere di tematiche tecnologiche. Insomma una cricca di nerd. Da questi incontri è maturata l’idea che sta alla base del nostro network e che ha preso ufficialmente forma a febbraio del 2010. Insieme a David (@ingidavidino), Antonio (@zepod), Giuliano (@giuliano84) e altri abbiamo allargato il gruppo e successivamente disegnato il logo ufficiale: un indigeno con due orecchini, 4 penne arancioni. Le quattro penne sono i valori principali degli indigeni: passione per il digitale, voglia di confrontarsi, saper ascoltare e predisposizione alla condivisione. Il gruppo ha iniziato ad incontrarsi con cadenza regolare sperimentando di volta in volta un format differente dai precedenti: c’è stato l’aperitivo, nel quale non viene definito alcun focus e l’argomento principale è conoscere persone, e l’Ignite, nel quale ciascun presente espone progetti e casi di successo avendo a disposizione unicamente 20 slides da consumare in soli 5 minuti. Per i prossimi proveremo anche altri format: uno di quelli che vorremmo utilizzare e che abbiamo sperimentato con una cerchia ristretta di persone è quello che io ho chiamato MashupDrink, nel quale persone con competenze diverse affrontano temi e tirano fuori ipotesi di progetto e collaborazioni, presentandole agli altri nella stessa serata.

4) Quali sono le vostre attività principali?
Il network è nato con l’obiettivo di confrontarsi e condividere esperienze, casi di successo ed insuccesso, avere un parere tecnico e una soluzione in momenti critici e non, e bersi un bicchiere di vino dopo una giornata di lavoro chiacchierando di bit e byte in modo rilassato. La nostra principale attività è proprio questa: generare un punto di incontro e di confronto tra professionisti e tecnici che vogliono interagire, collaborare e creare opportunità, sia online che offline. Da questo stanno veramente nascendo delle opportunità, delle startup e per alcuni degli sbocchi lavorativi. Baby20.me, Ibiqi.com sono progetti che stanno nascendo proprio da gruppi di Indigeni che si sono conosciuti durante gli aperitivi.

5) Che sviluppi prevedi nel futuro di indigeni Digitali?
Beh prima di tutto mi auguro che la “filosofia” degli indigeni digitali si diffonda molto più di quello lo è già oggi: c’è bisogno di un bel po’ di sana cultura digitale e partecipazione affinchè ci sia un futuro di innovazione. Per quanto riguarda gli Indigeni noi ci stiamo muovendo in più direzioni. Prima di tutto abbiamo una nuova organizzazione territoriale e questo ci permetterà di avere dei riferimenti locali in ogni città e che potranno gestire ed intensificare il numero di aperitivi ed incontri. Anzi, colgo l’occasione per fare un primo appello: se pensate di poter attivare un network nella vostra città e volete portare un po’ di filosofia indigena, parliamone! Mi trovate on line. Stiamo inoltre programmando delle lezioni e alcuni interventi nelle università per entrare in contatto con gli studenti e fare da ponte verso il mercato e le aziende. Infine ci stiamo muovendo per dare supporto alle startup. Sempre più spesso sentiamo parlare di Venture Capitalist e investitori, che certo sono importanti per una startup, ma noi siamo dell’idea che ai giovani nuovi imprenditori, serva una forte mentorship che li instradi e gli dia metodologie e strumenti per poter migliorare il modo di lavorare. Questo noi possiamo farlo, perché nel network ci sono persone che hanno già fatto imprisa e possono condividere la loro esperienza.

Insomma mi avevi chiesto un’intervista, ma è venuto un mega post! Grazie a tutti i Ninja per la disponibilità e lo spazio di questa intervista. A presto, magari facciamo qualcosa insieme no?

Grazie a te Fabio e a tutti gli Indigeni! E voi ninja cosa ne pensate?

Che dire, oltre ad essere emozionato e soddisfatto, vi consiglio di leggere assiduamente il blog dei Ninja e seguire gli Indigeni Digitali!

Ci hanno fatto il Pacco di Natale

L’Italia politicamente non cambia. E nemmeno culturalmente. La fiducia per il Governo c’è ancora, e ci hanno fatto il Pacco di Natale. Per 3 voti, come aveva previsto Totò, malgrado tutto il casino e tutte le pippe che ci siamo sorbiti questi giorni.

Ogni volta rimango senza parole. E’ incredibile. Quello che succede in Italia è veramente ridicolo: voti comprati come al mercato, offese tra parlamentari, politici che esultano come avessero vinto la coppa del mondo, ribaltoni improvvisi e deputati che hanno paura di votare contro l’attuale governo per la paura di perdere l’immunità e con lei, la copertura e la tranquillità di poter continuare a fare i proprio interessi.

Pensare che tutto quello che fanno è legittimato dal fatto che loro rappresentano il popolo italiano, mi fa rabbrividire. Perchè io, non sono quel popolo lì.

Mentre scrivevo questo post anche Kawakumi ha pubblicato un post dal titolo Povera Patria, e ha riportato il testo della canzone di Battiato, che esprime, in modo attualissimo lo stato d’animo di molte persone. Compreso il mio.

Sono d’accordo con Nicola che scendere in piazza oggi è anacronistico e questo risultato ce lo dimostra. Bisogna lavorare su un livello diverso, con strumenti diversi, con un informazione diversa. Dobbiamo lavorare sulla cultura, creare contenuto di valore, motivare e incentivare al cambiamento, puntare ad una politica più giusta e libera.

Io insisto che vorrei una politica diversa e sto lavorando per questo.