Instagram Marketplace NFT: è ufficiale il lancio in USA

Alla ricerca costante dell’ultimo trend da integrare (o da cui prendere ispirazione) e nella continua evoluzione dell’esperienza utente sempre più semplice, efficace e “fidelizzante”, Meta annuncia oggi ufficialmente che la piattaforma di foto diventerà anche Instagram Marketplace NFT.

Nei prossimi mesi la piattaforma consentirà ai creators di pubblicare i propri NFT e venderli direttamente ai propri follower. Il progetto lanciato oggi con alcuni creators (Amber Vittoria, Ilsa Valfrè, Isaac Drift Wright, e altri) negli Stati Uniti, selezionati dalla stessa Meta, promette che non addebiterà commissioni aggiuntive fino al 2024 poiché la società coprirà le tariffe del gas (costo delle transazioni).

Al momento del lancio, Instagram utilizzerà la blockchain #polygon per il minting NFT. Meta sta anche lavorando inoltre per includere video digitali da collezione su Instagram, aggiungendo il supporto per #Solana e Phantom Wallets.

Dal mio punto di vista lo shift culturale che può creare una piattaforma come Instagram (alla quale sono certo che seguiranno altre) è sicuramente importante per accelerare il processo di adozione ed utilizzo di massa, seppur in questo caso Instagram non avrà la sua blockchain ed il suo wallet, ma si appoggerà all’esterno.

L’utiilizzo della blockchain all’interno di piattaforme social sarà sicuramente di grande supporto allo sviluppo di quella che ormai viene chiamata Creator Economy (qui un articolo interessante https://lnkd.in/dn6JPD4C), ma a mio avviso sarà necessario arrivare ad integrarla realmente e non solo esternamente.Le grandi piattaforme non possono rimanere indietro: Linkedin, come altre, presto introdurranno le loro modalità per dare ulteriore valore e servizio agli utenti, anche integrando piattaforme terze, ma portando su di se la centralizzazione dell’utente e dei servizi.

Intanto Meta è già partito con il suo primo passo nella direzione di Instagram Marketplace NFT.

Zuckerberg presenta Meta Platform: il lato oscuro del Metaverso

Il Metaverso sarà un mondo fantastico, fatto di nuove ambientazioni incredibili, superpoteri applicati a noi stessi, modellazione delle dinamiche fisiche, alterazione della realtà e della percezione ed una ulteriore spinta all’iperconnessione, aumentata, al discovery e alla creatività. Sono convinto che porterà nuove opportunità, non c’è dubbio e tante nuove modalità di interazione, spunti e possibili sub-evoluzioni che nemmeno immaginiamo.

Sono scettico (e preoccupato) però su alcuni impatti di questo sviluppo, dal punto di vista psicologico e sociale, e che a mio avviso, già in passato, hanno generato storpiature comportamentali e cognitive.

Saremo ancora più mascherati da un avatar, intermediati da una piattaforma nelle relazioni, nascondendo totalmente noi stessi, i nostri difetti e unicità, le nostre modalità di comunicazione reale, fatte di atteggiamenti, movimenti del corpo, degli sguardi e del tono, riducendo ancora di più l’effetto della comunicazione paraverbale e non verbale, con un impatto sull’empatia e conseguentemente sulla fiducia, sul trust e sull’attenzione al prossimo.

Sarà più facile farci una idea del non reale, e molto più complesso capire chi abbiamo di fronte, realmente.

Saremo portati a vivere dinamiche sociali interattive e completamente aumentate, coinvolgimenti e piene di stimoli all’attenzione, con un effetto potenziale sulla diminuzione dell’attrattività della realtà “nuda e cruda”: ci annoieremo sempre di più di un rapporto privo di super-poteri, super-ambientazioni, super-interazioni, notifiche ed interazioni.

Saremo portati a vivere luoghi distanti, portandoli a noi, rendendo il concetto del viaggio lontano da raggiungere, il viaggio di discovery fatto di causalità e di momenti, meno importante.
Saremo sempre più portati a vedere quello che “dobbiamo” vedere perché potenzialmente interessante e in overlay sullo spazio visuale, rispetto a quello che potremmo vedere perché distratti, perché attenti a qualcosa di diverso e che ci ha incuriosito casualmente.

Lo ammetto, è un post di “provocazione” (nemmeno troppo credo) per discussione e confronto: non vuole esser l’applicazione di concetti visti in black mirror o similari, o una discussione fatta di dietrologia o non accettazione del cambiamento, ma una condivisione di spunti e riflessioni per discussione appunto.

Guardo personalmente alle dinamiche reali di tutti i giorni dei miei figli, dei ragazzi in metro o nei ristoranti e sono preoccupato da una parte di quanto già oggi il digitale abbia fagocitato completamente l’attenzione e distolto l’attenzione da molte dinamiche reali (come guardare fuori dal finestrino durante un viaggio in macchina per esempio).

Chi ha figli sicuramente si starà ponendo molte domande, almeno quante le mie rispetto a questo tema: il lato oscuro del Metaverso.

Facebook, la video conference di Messenger ed i dati

In un post su Facebook circa un oretta fa Mark Zuckerberg annuncia il lancio di un client nativo di Messenger per video conference, per MacOs e Windows, con questo post:

“We’re all looking for more ways to be together even while we’re physically apart. So today we’re launching native Messenger apps for MacOS and Windows. Group video calls and messages on our apps have surged — Messenger use on desktop has more than doubled in the last month. These new native apps will make the experience a lot better. I hope you enjoy!”

 

 

Brava Facebook che costantemente aiuta le persone a stare insieme. Una missione fantastica.

Pensavo, ironicamente, a quanto è utile in effetti avere un altro client per la video conference in un momento in cui sul mio Mac ci sono installati solo Zoom, Whatsapp, Facetime, Webex, Whereby, Trueconf, Highfive, Houseparty, Skype e mille altri.

No?

Due considerazioni, però serie:

    1. Fino a qualche giorno fa Facebook riceveva informazioni da Zoom “sotto banco”
    2. Dopo la notizia circolata a livello mondiale, Zoom ha fixato l’app non passando più dati a Facebook.

 

Quindi, come mai uscire con così tanta velocità con un annuncio ed un app non ancora in store? Ma non è che tanto tanto a Facebook servono ulteriori dati in un momento in cui le persone stanno passando tempo su altre piattaforme?

In effetti, l’accesso al tempo e ai dati delle persone da parte di Facebook, e da sempre il modello su su cui si basa tutto il business.

 

Dati e video, vi starete chiedendo, che legame hanno?

 

E beh, si e qualche idea ce l’ho, e ve la condivido, prima ancora di leggere i termini di servizio (che leggerò non appena sarà live):

    • Le persone con cui verranno effettuate le video-chiamate influenzeranno ancora di più quello che lo stream propone?
    • Link e informazioni eventualmente passate in chat saranno usate per raffinare ADV?
    • Sarà utilizzato video / image recognition per taggare, oltre i volti, anche l’ambiente in cui viviamo, compresi libri, oggetti, ambiente, e via dicendo come già avviene quando pubblichiamo una foto?
    • Sarà utilizzato il riconoscimento dell’audio per raffinare la proposizione dell’algoritmo?

 

 

Così, leggendo il post entusiasmante di Facebook, mi son solo posto un paio di domande e mi son venuti giusto un paio di dubbi, come successo al tempo della lettera aperta all’algoritmo.

Accedere ai dati è nel DNA di Facebook. Usarli, bene (o anche no) pure.

Prima Cambridge Analytica, poi Yandex, Netflix, Spotify e tutti quelli che verranno ancora.

Eppure, c’è ancora chi si stupisce di tutto questo e tira fuori parole come etica, principi, norme e grida allo scandalo, ma poi continua, io compreso, nell’utilizzo costante della piattaforma. Ma lo scandalo, ammesso che di questo si possa parlare considerando che ci stupiamo ma non agiamo, non è relativo al modo in cui i dati escono da Facebook, ma al perché escono e che, a mio avviso, è la parte più importante da comprendere.

Partiamo dai fondamentali: in cosa crede Facebook?

Facebook si basa su due due principi fondanti. Il primo principio è “se più persone usano Facebook per più motivi per più ore del giorno, quelle persone saranno delle persone migliori“. Zuckerberg crede veramente che Facebook avvantaggi l’umanità e che dovremmo usare di più la piattaforma, non di meno. Ciò che è buono per Facebook è buono per il mondo e viceversa. Costruire una community globale è la soluzione al miglioramento dell’umanità.

Il secondo principio è che Zuckerberg crede profondamente che la registrazione dei nostri interessi, delle nostre opinioni, dei desideri e le interazioni con gli altri dovrebbero essere condivisi il più ampiamente possibile in modo che aziende come Facebook (e non solo) possano migliorare la nostra vita per noi. La privacy, secondo Zuckerberg, ci rende poco autentici. Dopotutto, Facebook sa cosa è meglio per noi.

Questi due principi guidano tutto ciò che fa Facebook in termini di sviluppo, di acquisizioni e di azioni di lobbing, ma soprattutto tutto queste rende Facebook apparentemente una piattaforma benevola e anzi alcune azioni e alcuni incentivi all’interazione, somministrati con estrema sofisticazione rendono il concetto di privacy un principio vecchio e retrogrado.

E su cosa si basa la sostenibilità economica Facebook?

Facebook ha chiuso il primo trimestre del 2018 con ricavi per 11,97 miliardi di dollari, in aumento del 49% rispetto allo stesso periodo del 2016, superando ancora una volta le attese degli analisti. L’utile netto è passato da 2,06 miliardi a 4,99 miliardi, mettendo a segno così una crescita del 63%. I ricavi pubblicitari crescono del 50%. Il 91% del giro d’affari pubblicitario della piattaforma arriva dal mobile. In sintesi Facebook vive di ricavi pubblicitari e adv.

Alla base di tutto ci sono le informazioni e i dati.

E quindi i dati acquisiti in modo diretto (condivisi dagli utenti) e indiretto (da dispositivi e GPS, da accordi e integrazioni, e altre app e siti che utilizzano il Social Connect o vari script integrati) che rendono gli algoritmi sempre più efficaci ed efficienti ed il business di conseguenza crescente. I dati (ed il tempo speso dagli utenti sulla piattaforma) sono la linfa del modello Facebook. Accedere ai dati è nel DNA di Facebook, senza ombra di dubbio, per fini diversi, è evidente.

E come utilizza i dati Facebook?

Facebook usa i dati nel modo più sofisticato che ha, rendendoli parte integrante dell’intelligenza dei suoi algoritmi, così da migliorare la relazione tra le persone (primo principio), per migliorare la vita degli utenti (secondo principio) e monetizzare (terzo principio non esplicitato, ma evidente e normale considerando che si tratta di una azienda, tra l’altro quotata in borsa).

Tutto il modello di monetizzazione dei dati, erogati tramite API, e forniti in pasto all’ecosistema degli sviluppatori ed aziende, era iniziato nel 2009 circa con le prime pubblicazioni dell’Open Graph. Già nel 2011 però questo modello aveva generato una sanzione da parte della Federal Trade Commission degli Stati Uniti. In un accordo firmato con la commissione, Facebook si impegnava a non condividere i dati degli utenti all’esterno dell’azienda senza il permesso esplicito degli utenti.

Nel 2015 circa per la precisione, Facebook aveva chiuso alcune funzionalità delle API che permettevano agli sviluppatori di applicazioni e ad altre società di pubblicità e tecnologia di estrarre i dati degli utenti da Facebook. Dati che venivano utilizzati da società terze appunto per recuperare informazioni, migliorare la profilazione della propria base utenti e ottimizzare le campagne di comunicazione e la sofisticazione dei propri servizi.

Malgrado l’accordo con la Federal Trade Commission degli Stati Uniti, e secondo le notizie uscite su varie testate a livello mondiale, tuttavia la cessione dei dati e l’accesso agli stessi è andato avanti, tanto da arrivare a scandali importanti come il rilascio di 87 milioni di profili alla società di consulenza politica, Cambridge Analytica, nel 2015, e altri dati fuoriusciti fino al 2017 che includono aziende globali come il motore di ricerca russo Yandex, il produttore cinese di telefoni Huawei, Yahoo, Microsoft, Amazon, Netflix, Spotify, Sony, il New York Times ai quali venivano ceduti dati.

Perché quindi Facebook dovrebbe cedere i dati a terzi se è il suo vero valore?

La risposta è semplice: l’interdipendenza rafforza l’azienda. Se Facebook non è l’unica azienda sotto la lente di ingrandimento relativamente alle modalità di utilizzo dei dati, allora i regolatori e le entità preposte alla definizione di normative hanno meno probabilità di indirizzare solo Facebook.

Inoltre, se diventa chiaro che molteplici industrie dipendono dallo sfruttamento dei dati personali di milioni (se non miliardi) di persone, il potere politico concentrato delle società organizzate del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) e del NATU (Netflix, AirBNB, Tesla, Uber) e benestanti supera il potere distribuito delle persone disorganizzate.

A causa del potere concentrato su Facebook e dei suoi “partner di fiducia”, vedo particolarmente improbabile che vedremo una regolamentazione efficace in qualsiasi continente e applicabile in modo da tutelare l’utente finale. Poiché gli unici concorrenti validi per la nostra attenzione, Instagram e WhatsApp, sono comunque di proprietà di Facebook, c’è poca possibilità che le forze di mercato influenzino Facebook. E poiché molti degli oltre 2 miliardi di utenti in tutto il mondo sono profondamente dipendenti da Facebook, e lo utilizzano per gestire le loro relazioni e “conoscere il mondo”, diventa anche improbabile che si possa ipotizzare un significativo esodo degli utenti dalla piattaforma social ormai ritenuta il “sistema operativo della vita di quasi tutti“.

E noi che facciamo?

Proseguiamo, dritti, perfettamente abituati a tutto. E mentre fingiamo di preoccuparci della nostra privacy e per la dispersione dei nostri dati (solo superficialmente e per un tempo brevissimo), e rimaniamo scioccati se qualcuno ci dice che molti sistemi ci “ascoltano“, continuiamo nella routine e nell’abitudine della condivisione di momenti privati e personali, continuando ad alimentare il nostro famoso amico algoritmo.

E Facebook, nella sua giusta operatività orientata sempre ai suoi obiettivi di crescita, continua ad esser al sicuro, Zuckerberg non ha bisogno di abbandonare i suoi principi fondamentali mentre i suoi algoritmi continuano a influenzare il modo in cui miliardi di persone fanno scelte ogni giorno e molti di noi che lavorano nel digitale e sono i primi “pusher” di Facebook difficilmente dirotteranno i propri clienti altrove, perché in fondo, una alternativa non c’è ed in molti casi non ci sono idee per farne a meno.

La consapevolezza di ognuno di noi è l’unica soluzione e sapere a cosa andiamo incontro è l’unica strada, considerando che uscirne sarà sempre più difficile: lì dentro comincia ad esserci parte di una nostra memoria, facilmente navigabile, fruibile e disponibile, come in nessun altro luogo. E Facebook lo sa bene.

Lettera aperta all’algoritmo di Facebook

Questa sera, per l’ennesima volta, è successo. È successo quello che da molti viene smentito, soprattutto da chi per ruolo deve farlo, ma che, sempre più spesso, comincia ad esser sotto gli occhi molti.

Sono tornato a casa, e dopo cena, mi sono rimesso a lavorare. Il vicino di casa, come da qualche mese a questa parte, ha iniziato a suonare il piano forte. Si esercita, fino alle 21.30 circa. Non è alle prime armi, ed è piacevole da sentire di sottofondo, tanto che a mia figlia piace e si mette vicino nello studio ad ascoltarlo. Questa sera, mi ha chiesto: “Come si chiama questo strumento?“. “È un piano forte amore, papà non lo sa suonare, ma se vuoi lo studiamo insieme“. Tempo qualche minuto e Chiara si è addormentata ed io ho continuato a scrivere un documento da consegnare.

Ho aperto Facebook, una volta completato il lavoro, per dare un occhio allo stream social e rispondere a qualche amico. Ed ecco qui cosa mi sono trovato davanti proposto tra un post e l’altro.

E da qui, caro amico algoritmo di Facebook, ho deciso di scriverti due righe, una lettera aperta come si dice spesso, così, a futura memoria. Per ricordarci i tempi in cui eri già presente nella nostra vita, fuori dal browser o dall’app mobile e stavi crescendo vicino a noi, giorno dopo giorno, nutrendoti di informazioni in modo silenzioso, manifestandoti con qualche segnale più o meno timido.

Buona lettura, tanto poi un giorno lo so, che in modo intelligente e probabilmente dialogando, ne riparleremo.

 

Caro algoritmo di Facebook

ci siamo conosciuti qualche anno fa, quando forse nessuno sapeva nemmeno ci fossi. In questi anni, soprattutto negli ultimi due / tre hai cominciato a manifestare la tua capacità e la tua sensibilità alle mie necessità, mostrandomi sempre più contenuti di mio interesse, prendendoti anche cura di filtrarmi cose che in qualche modo potevano infastidirmi o non trattenermi qui, vicino a te.

Lo facevi e lo hai sempre fatto in modo discreto, anche molto sensato e devo dire da parte mia apprezzato. Ti ricordi quella volta che cercavo le lamette da barba online e tu, diligentemente, mi hai ricordato, tra un post di cazzeggio e l’altro, che avevo bisogno di acquistarle?

O anche ti ricordi quella volta che parlando con Massi, amico di vecchia data incontrato casualmente, appena aggiunto in rubrica, tu, giustamente, mi hai segnalato che anche lui era su Facebook e mi ha suggerito di connetterlo per rimanere informato su di lui?

Oppure, senti senti, quando per lavoro sono andato all’evento dello Sport, e tu, con la giusta cura di un mentore professionale, mi hai suggerito i due contatti che avrei potuto conoscere perché presenti nello stesso luogo?

Così come quella volta, che immagino tu ti possa ricordare, in cui io mandai un messaggio vocale a mia moglie per invitarla a cena tramite Whatapps e tu, con una precisione incredibile ed una tempestività che nemmeno Jarvis con Tony Stark, mi hai suggerito di prenotare una cena al giapponese?

Incredibile, che tempi. Sempre così preciso, accorto, vicino e poco invasivo.

Ma questa sera, caro amico, un po’ mi hai dato fastidio. Mi hai suggerito un’app per imparare il piano forte, senza avertelo chiesto o senza aver manifestato questa esigenza così precisa. Hai provato ad anticipare qualcosa andando oltre. Ma non tanto per aver provato a fare questa cosa così premurosa, ma perché io non ho cercato da nessuna parte questa cosa e non l’ha fatto nessun altro dentro casa, da nessun dispositivo. E tu però hai pensato bene di ascoltarlo, in un dialogo, intimo, tra papà e figlia, in un momento in cui non pensavo che tu ci fossi.

Non posso pensare di chiederti di bussare, e tanto meno entrare in punta di piedi, ma almeno, mi piacerebbe poterti chiedere di non manifestarti quando non c’è bisogno. Certo, tu hai cercato di anticipare una esigenza, come hai sempre fatto, ed in fondo, non ci sei andato nemmeno troppo lontano: un’app, per pianoforte, per imparare giocando. Santa pazienza che precisione!

Quando è apparso stavo per cliccare e ho sentito la tua presenza e la tua raccomandazione e non ti nascondo di aver provato una sensazione piacevole, tanto da farmi esclamare “Che grande figlio di XXXX ma guarda quanto è forte” Certe volte penso che sei in grado di conoscermi più tu che mia moglie, incredibile, e se tu fossi un account su Facebook mi verrebbe voglia di chiederti l’amicizia, come faccio con i miei vecchi compagni di infanzia.

Però poi, mi ritorna in mente quella frase che mia madre mi diceva quando ero piccolo: “non dare retta agli sconosciuti” e così mi raffreddo un po’ e penso che, in fondo, per quanto tu conosca me, io conosco poco te. Come posso dare l’amicizia ad uno che non ho mai visto dal vivo?

Chiaro, tu alla fine stai facendo quello per cui sei nato, stare vicino alle persone, coccolarle, sei in grado di filtrare, analizzare, utilizzare i dati e anticipare le esigenze, ed in tutto questo io ne sono consapevole, perché ti concedo di farlo, giorno dopo giorno. In fondo sono stato io a darti questa confidenza. Ed in parte, se ci penso, ne sono anche contento, perché sento di fare meno sforzo, di avere più tempo, di avere più opportunità ed avere soprattutto sempre pronta una risposta di fronte ad ogni mia voglia ed esigenza.

Ma oggi, entrando così velocemente in un momento intimo, mi hai fatto capire che tutto questo concederti spazio e dati, anche quando non ne sono consapevole del tutto, mi sta rendendo influenzabile e forse più debole. Non più forte come penso ed in questo momento non mi sento tranquillo. Anzi. 

Ti riconosco la capacità di capire e le tue abilità tecnologicamente avanzate sono stupefacenti: io sono un tecno-addicted che ama sperimentare costantemente, sono un early adopter di tutto ciò che è innovativo, all’avanguardia e sono sempre predisposto a lasciare alcuni dati per avere dei benefici.

Sai, ho sempre pensato che l’intelligenza artificiale potesse avere un white side ed un dark side. Son uno di quelli che negli ultimi anni ha suggerito alle nuove generazioni di studiare filosofia così che un domani possano insegnare agli algoritmi come te un po’ di sana umanità e sensibilità così da evitare che la tua perfezione, la tua innata capacità di non ripetere errori, che il tuo orientamento all’obiettivo e la tua incapacità di perdere tempo, possa avere qualche tratto umano e non finire per diventare solo un freddo automa pronto a tutto.

La preoccupazione che più mi passa nella testa in questo momento è che la tua capacità di capire, ascoltare e interpretare possa diventare uno strumento in grado di cambiarmi.

In fondo, non c’è molta differenza tra prevedere un comportamento e quindi proporre qualcosa, e influenzare una azione. Non trovi? Se avessi comprato quell’app, mi avresti aiutato o mi avresti instradato? E dove sarebbe rimasta la componente creativa, quella fatta del dover cercare una soluzione, magari non digitale al problema?

L’uomo ha sempre scelto, nel bene e nel male. Sicuramente influenzato da mille fattori di contesto, sempre esistiti. Ma ha potuto scegliere, sapendo di sbagliare e quindi imparare. Ha potuto ideare cose nuove avendo il dono della disattenzione, della distrazione e potendosi anche affidare all’intuito, forse uno degli “strumenti” migliori di cui alcuni uomini siano mai stati dotati.

L’imperfezione umana è quella caratteristica che in alcuni momenti è stata la causa di un cambiamento. Tu invece, come ti ho già detto, sei efficiente, metodico, inarrestabile ed impeccabile. Forse sei ancora giovane e immagino che tu possa fare molto molto di più di quello che fai oggi.

Sono convinto che nel tempo, grazie alla mia amicizia ed imparando non solo da me, farai anche altre amicizie, non solo con gli umani ovviamente. Già ti immagino a giocare sotto casa con Alexa, Siri e Cortana, tra un “Ehi” e un “Si” mentre vi scambiate pareri su noi umani, un po’ come facevo io sotto casa con le figurine della Panini.

E la convinzione che tu possa fare ancora di più di quello che hai fatto stasera però un po’ mi inquieta, perché che io ti debba ringraziare per il tuo incessante aiuto anche quando penso di non averne bisogno mi è chiaro, ma non ho capito in che modo tu ringrazierai me e come, quando grazie ai miei dati avrai compiuto la tua maturità e sarai pronto a girare per il mondo.

Ne riparliamo tra qualche anno, quando avrai imparato a leggermi anche fuori da casa tua, e ci ritroveremo al bar a parlare di questo periodo.

PS: ma non è che questa sera ti ha detto qualcosa Alexa che è di la in soggiorno, e tu non c’entri niente? Ah, dimenticavo, altrimenti rimani in piedi, “Alexa, buona notte”.

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Nota: il post non ha obiettivo di affermare e confermare che Facebook ascolti (o anche si, dal mio personalissimo punto di vista), non è stato fatto nessun test mirato e strutturato da “laboratorio” e non è una osservazione scentifica (cosi che tutti i rompi coXXXXni possano stare sereni). L’unico scopo è quello di far riflettere sull’estremizzazione tecnologica e sulla consapevolezza della cessione dei dati e le potenzialità (e le criticità) di sistemi verso i quali siamo esposti.

Perché comprare quando puoi copiare?

Il grande mangia il piccolo“, si è sempre detto. Ed è successo molte volte nel passato. Anche con una mia iniziativa.

Chi mena per primo, mena due volte“, si diceva, anche, nei migliori bar di Caracas, e a Roma. Si faceva riferimento al “First Mover” colui che, muovendosi prima degli altri, riusciva a prendere un vantaggio competitivo importante: tempo di ingresso sul mercato, brand loyalty e leadership tecnologica, diritto di opzione su risorse scarse, rafforzamento derivante dallo switching cost dell’utente e soprattutto il vantaggio dei rendimenti crescenti.

Poi c’era il concetto del “Make or Buy“, parte del processo decisionale strategico. “Fare o comprare?“, questo era il dilemma. E non avevi alternativa: o costruivi quello che ti serviva o compravi un servizio terzo. 

Poi, nel digitale, più che mai, tutto è cambiato.

Anche concetti come questi, sono quasi da rivedere, oggi.

Chi detiene grossi volumi di utenti, le loro informazioni ed è in grado di influenzarne lo spostamento ed il comportamento, ha un grosso potere aggiuntivo. Un potere che permette di rischiare meno (costo), ma fare meglio (qualità) e fare prima (tempo crescita). Un potere che permette di lasciare agli altri la possibilità di provare ad innovare, osservarne la validazione di un possibile nuovo modello, per poi muoversi e decidere: “comprare o copiare“? 

E come avrete letto ultimamente questo nuovo dilemma è sempre più frequente.

L’annuncio di Lasso, fatto ormai poco tempo fa, ha visto Facebook tornare alla sua strategia “se non puoi comprarlo, copialo“. Questa volta la strategia è stata applicata all’ex Musical.ly – ora TikTok (dopo l’acquisizione) – l’app popolare tra adolescenti che permette di sincronizzare il video registrato con routine di ballo a brevi porzioni di brani preferiti, dal valore stimato di oltre 1 miliardo di dollari.

Al momento dell’acquisizione, Musical.ly contava circa 60 milioni di utenti mensili attivi attirando l’attenzione di Facebook che, per via dal della sua popolarità con un pubblico più giovane e vedendone crescere la popolarità a livello mondiale, come già fatto in altre circostanze, ha deciso di lanciare una copia creata in un hackathon interno, dopo aver raggiunto un accordo con le etichette sui diritti delle canzoni.

La cultura dello sviluppo di Facebook e le risorse illimitate consentono di copiare praticamente qualsiasi modello. Questo è il punto.

Lasso è praticamente una ripetizione operativa di quello che è successo con Snapchat nel novembre 2013, dopo che Facebook fatta la proposta di acquisizione, ricevette un rifiuto: il team di Mark ha creato quattro versioni di Snapchat prima di lanciare Stories su Instagram, che alla fine è riuscito a detronizzare Snapchat in termini di popolarità creando un pubblico più vasto. Da allora, Snapchat ha mantenuto la fedeltà del pubblico più giovane negli Stati Uniti, ma Instagram Stories ha performato molto di più in termini di numero totale di utenti, attirando gli utenti più anziani che non erano particolarmente a proprio agio con Snapchat, ed è ora più del doppio in termini dimensionali.

La strategia evidenzia la “paranoia borderline” di Facebook riguardo l’ambiente altamente volatile dei social network, dove è essenziale muoversi rapidamente per acquisire o copiare qualsiasi cosa che rischia di causare un’interruzione nelle tendenze di utilizzo e allo stesso tempo possa invece diventare uno strumento ulteriore di rafforzamento dell’attenzione dell’utente e del tempo speso nel proprio “ecosistema”.

Il forte calo della popolarità di Facebook nei segmenti più giovani sta spingendo la società di Menlo Park a trovare o creare servizi per attrarre nuovi utenti: ovviamente è troppo presto per sapere se la strategia funzionerà con Lasso o se dovrà tentare più volte finché non troverà la formula giusta, ma di certo non è un caso un certo tipo di approccio al mercato.

Quindi è giusto ragionare così: perché comprare quando puoi copiarlo?

I vantaggi che una volta il “First mover” aveva, oggi non li ha praticamente più, soprattutto se non ha una forte barriera di ingresso o una protezione importante dell’innovazione che sta introducendo nel mercato: chi parte secondo, soprattutto se a partire è uno dei player del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon o Microsoft), del  BATX (Baidu, Alibaba, Tencent et Xiaomi) o anche del NATU (Netflix, AirBNB, Tesla, Uber), ha il vantaggio di poter capire come integrare un nuovo servizio, una possibile innovazione o una funzionalità di tendenza, su una base utenti forte e consolidata, spostando in poco tempo una % utenti sufficienti per validare il modello, aumentare il tempo di permanenza, e l’attenzione, distruggendo in un nulla il mercato di un player che quel mercato lo ha aperto.

L’estensione di Facebook: l’attenzione dell’utente, il tempo, i dati e l’esigenza di fare soldi costantemente.

Un anno fa scrissi un post, parlando della estensione quasi liquida di Facebook in più direzioni di mercato, che FB avrebbe implementato la funzione di cerca lavoro, dopo la modifica della spalla dei profili (che già prometteva tanto). In tanti commentarono che non essendo il business di Fb, non l’avrebbe fatto. E già nel 2010 avevo scritto della convergenza dei social.

È vero, per Facebook non è il loro business, come non lo è il marketplace, come non lo sono tante altre piccole / grandi funzionalità che FB introduce progressivamente ma che una volta introdotte rosicchiano fette di alcuni mercati.

Vi immaginate lo 0,5% della popolazione di Fb che utilizza una nuova funzione appena introdotta? 10milioni di utenti, circa, per dire. Vi sfido a trovare un qualsiasi progetto, che in startup, abbia questi numeri.

E così, ecco che arriva la funzione che aiuta le persone a cercare lavoro: Helping People Find Jobs and Local Businesses Hire

Facebook ha un business, su quello è focalizzata, ed è quello su cui spinge di più, e che gli consente di esser la piattaforma più efficace per connettere brand, prodotti/servizi e persone.

Per poter fare meglio il proprio mestiere FB necessità di dati, sempre più profondi, dettagliati, estesi dentro e fuori dalla piattaforma, online e offline. E per averli ha bisogno di tempo e attenzione, degli utenti ovviamente.

L’attenzione la prende costantemente dagli utenti, migliorando costantemente l’esperienza utente, erogando costante nuove funzioni, strumenti, servizi e benefici, agevolando determinate abitudini o rispondendo a necessità ed esigenze, che Facebook – tra l’altro – conosce sempre più in modo dettagliato e meglio degli utenti stessi.

Ma Facebook non vuole esser LinkedIn, vuole continuare ad esser Facebook e vuole farlo in modo sempre più efficace.

E non è un caso che Zuckerberg abbia parlato – meno di un mese fa – di voler ottimizzare l’algoritmo per migliorare la fruizione dei contenuti da parte degli utenti, pur perdendo circa 50milioni di ore spese ogni giorno. Se c’è meno rumore, c’è più qualità e quindi attenzione, e se c’è più attenzione le persone non abbandonano, si fidano di più e sono più coinvolte. E le aziende sono disposte (o sempre più spinte) a pagare di più, per arrivare a quegli utenti.

Nulla avviene per caso, più che mai, quando hai dati così profondi. E Facebook il proprio mestiere lo sa fare molto bene.

…A proposito, avete detto dove abitate per sapere chi votare nel vostro municipio o avete detto chi avete votato?

Facebook e l’advertising sempre più profondo: grafo sociale, interessi, luoghi, prossimità e… audio (?)

Nel 2015 scrissi questo post “L’advertising che verrà: real time, profilato, attivo e a conversione immediata” : Facebook aveva comprato Wit.ai, una startup che trasforma le conversazioni in dati strutturati. Diciamo che tutto faceva pensare ad una analisi della conversazione (testuale o audio/video) sempre più sofisticata e ad un advertising sempre più puntuale e attivo, in grado di portare l’utente verso una azione diretta (prenota, compra, scarica, chiama).
Da tempo come sapete osservo le dinamiche della rete, ed in particolare sono affascinato dalle evoluzioni sempre più sofisticate di Facebook ed il modo in cui riesce a proporre contenuti mirati agli utenti. A volte questi contenuti sono così capillari, da sembrare assurdi “Cavolo ne stavo parlando poco fa!”.
Ho motivato questa capillarità di contenuti più volte, in varie discussioni, come il risultato di due fattori: i dati sempre più dettagliati raccolti sugli utenti e l’attenzione selettiva dell’utente stesso. Infatti se ad un utente proponi cose che potenzialmente gli interessano, al momento giusto, nel posto giusto, e nel contesto giusto, è possibile che a lui cada l’occhio proprio su questo contenuto, malgrado sia uno su N in uno stream complesso e denso. Appunto l’attenzione selettiva dell’utente filtrerà solo le cose che a lui interessano di più.
Per capirci, è un po’ come quando volete sposarvi e vedete tutti contenuti che parlano di matrimonio, o quando volete comprare una macchina e vedete in giro solo quel modello, fino al giorno dell’acquisto. Poi, passata l’esigenza, tutto tornerà alla normalità.
Giorni fa ero con un amico a cena. All’uscita, uscendo, lui apre la sua auto a distanza, e wow! Lui ha una Mini sulla quale è stato implementato un led microscopico sotto lo specchietto che, all’apertura del veicolo, proietta a terra lo stemma ad alta definizione della casa madre. Un po’ come il pipistrello di Batman per capirci, solo che a terra, invece che nel cielo. Ecco, io ne sono rimasto colpito, e ho detto che quel led era una cosa potente e che mi sarebbe piaciuto sulla mia macchina.
Il giorno dopo mi appare su Facebook un contenuto con una Mini, un sensore per l’auto, l’immagine Marvel e tanti piccoli altri dettagli interessanti.
Vi garantisco che non ho cercato Mini, ne tanto meno il sensore, ne tanto meno il sensore Marvel, malgrado la mia fissa, ne tanto meno ero in un luogo in prossimità di un punto vendita Mini.
Quindi, come si può giustificare questa cosa?
Si può giustificare in due soli modi:
  1. Dati + Attenzione selettiva: gli interessi del mio amico (Mini), integrati con la prossimità delle nostre posizioni quella sera, hanno generato un set di dati che ricadevano in modo puntuale nella parametrizzazione della campagna sopra che vi ho mostrato, e quindi il giorno dopo la mia attenzione è caduta proprio su quel contenuto per me interessante.
  2. Ascolto dell’audio: Facebook è in grado di analizzare le conversazioni audio dalle quali estrae contenuti utili alla profilazione.
Però, vi dico una cosa che non vi ho detto: il mio amico in questione non è su FB, quindi questo annulla completamente il concetto di cui al punto uno.
L’unica cosa che mi viene in mente (e su cui mi faccio mille domanda) è se ci sono parole chiave che vengono intercettate dal dispositivo e dall’app, passivamente: non credo che facciano streaming dell’audio (vorrebbe dire un traffico dati in upload enorme), ma l’applicazione potrebbe esser quindi in grado di analizzare suoni e informazioni così da intercettare parole nuove o cardine tanto poi da trasmetterle? Ovviamente è una mia valutazione possibile, ed una mia perplessità, visto che non è scritto da nessuna parte che lo facciano. Non vuol esser paranoia, anche perchè di solito cerco di combatterle.
Questa mattina però ho trovato questo articolo nel mio stream che dice questa cosa:

Facebook using people’s smartphones to listen to what they say, professor suggests

Ora, non voglio fare terrorismo psicologico e capisco che questo sia per qualcuno inquietante, ma fatevene una ragione: l’analisi del comportamento dell’utente è sempre più profonda, integrata in flussi di dati aggregati da più fonti e le informazioni che vi vengono proposte sono sempre più vicine a quello di cui avete realmente bisogno.
A me questi temi affascinano e non ne sono spaventato, ma bisogna esser consapevoli delle potenzialità che ci circondano, sia per comprenderle, sia per governarle, sia per utilizzarle.
UPDATE 05 Giugno 2016
Facebook mi ha scritto per segnalarmi la loro posizione rispetto al tema in oggetto (l’audio in particolare). Ha risposto al mio post e quelli usciti sullo stesso tema con questo post http://newsroom.fb.com/…/facebook… così da tranquillizzare tutti che non c’è intercettazione di audio direttamente dall’app di Facebook. Poi andrebbe verificato anche la stessa dinamica su WA e le altre app dell’ecosistema. Sicuramente i dati che metabolizza sono talmente tanti che allora è in grado proporre contenuti che sono cosi vicino alle preferenze delle persone , da cogliere l’attenzione al momento giusto.

People-Based Marketing e l’ADV di domani

Che l’AppleTv fosse un bomba atomica, ve l’ho detto. Che Facebook abbia rilasciato l’SDK per AppleTV, lo sapete. Che la TV stia per entrare nella sua seconda vita, immagino lo abbiate capito. Che l’ADV a cui siamo esposti è sempre più preciso e capillare, lo state notando e ne avevo già parlato parecchio tempo fa nel post “l’ADV che verrà“. Che siamo in un momento in cui i dati utilizzati, tra interessi, grafi sociali e localizzazione, siano ormai utilizzati per l’applicazioni in molti ambiti in modo pesante, anche.

Ora, immaginate l’integrazione di queste cose e poi pensate al momento in cui rientrate a casa, e vi sedete a guardare la vostra TV, connessa, al palinsesto che state guardando, ma soprattutto immaginate gli spot pubblicitari che si rimappano in funzione dei vostri interessi, delle persone che avete incontrato, dei luoghi in cui vi siete stati in giornata e che in modo interattivo vi incentivino a delle azioni.

L’ADV che verrà sarà people-based.

Sarà basato sulle persone e le utilizzerà come vettore di dati nel mondo reale, sarà sempre più di prossimità e basato su interessi anche del contesto in cui la persona è presente. Entrerà in più punti della nostra vita grazie all’interconnessione degli oggetti, nel momento giusto, con il messaggio sempre più vicino al nostro stile e punterà alla cattura dell’attenzione delle persone cercando di anticipare esigenze, generandone anche di nuove, sempre più vicine alle abitudini delle persone.

Come dicevo parlando di Experience Graph,

L’intersezione dei dati di questi grafi, è quella che ho definito ormai un paio di anni fa Experience Graph: ossia un grafo in cui i dati di persone, interessi, oggetti diventano elementi di influenza di prossimità e di contesto.

Questo sarà il People-Based Marketing.

L’impatto economico di Facebook in Italia in un convegno al MiSE

Qualche giorno fa è stato presentato un report di Deloitte UK sul tema Facebook e gli impatti economici su Italia, Europa e mondo.

Proprio su questo tema, sono stato invitato a partecipare giovedì 19 marzo, come relatore, al convegno “L’impatto economico di Facebook in Italia: nuove opportunità per la crescita delle PMI, del lavoro e dell’economia”.

Nel mio intervento illustrerò in che modo lo sviluppo dei social media e delle applicazioni mobile stia profondamente rivoluzionando la vita delle persone. Oggi, l’accesso alle informazioni e il loro utilizzo, la condivisione di interessi e attività personali, la socializzazione dei percorsi di acquisto e molte altre abitudini sono cambiate radicalmente, generando grandi sfide non solo per le grandi aziende, ma anche per le PMI.

Sulla base dei dati Deloitte che saranno presentati proprio il 19 marzo, l’impatto economico di Faceboook a livello globale è di 227 miliardi di dollari, di cui 6 miliardi in Italia, con un indotto complessivo per l’occupazione italiana di circa 70 mila unità.

Il digitale facilita e incoraggia lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, abbatte i confini linguistici e geopolitici, stimola i processi di innovazione e favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro, soprattutto tra i più giovani. I vantaggi sono numerosi, ma, per poter essere colti appieno, vanno ridefiniti due aspetti fondamentali del rapporto tra utenti e brand: il concetto di esperienza utente e i modelli organizzativi e di business dei vari player.

Il mobile sta contribuendo a delineare nuove relazioni tra persone, brand, servizi e oggetti, creando una dimensione sempre più connessa e sempre più estesa. La possibilità di utilizzare lo smartphone come strumento di interazione diretta con i brand, i servizi online e gli oggetti, genera opportunità di business uniche e irrinunciabili per i player.

La dinamicità di questa nuova era lancia una sfida virtuosa alle organizzazioni: rinnovare i processi operativi, alla luce dei nuovi trend e attraverso l’applicazione di nuovi modelli di business e tecnologie evolute, è una fase cruciale che apre alla possibilità di creare nuovo valore sul mercato.

Le organizzazioni si confrontano con un ambiente caratterizzato da costanti cambiamenti; questi influenzano la loro capacità di attuare processi operativi in grado di fare propri i nuovi trend attraverso la sperimentazione e l’applicazione di nuovi modelli di business e tecnologie capaci di offrire nuovo valore al mercato.

Allo stesso tempo, il digitale ridisegna all’interno delle aziende il ruolo di persone, mansioni e responsabilità. L’impatto del mobile è evidente fin nelle piccole cose: da coloro che hanno fatto proprio l’approccio BYOD (Bring Your Own Device) per bypassare i limiti interni di strumenti e infrastrutture, fino a chi prende su di sé la responsabilità di cambiare mentalità per adattarsi con maggiore rapidità ai cambiamenti portati dai vorticosi ritmi del digitale.

I dati che emergono nel report di Deloitte sono del resto molto evidenti: la maggior parte degli utenti di Facebook utilizzano regolarmente l’applicazione mobile. Facebook, di fatto, sta contribuendo ad abituare le persone ad essere connesse in mobilità, trasformando lo smartphone in uno strumento indispensabile di relazione e accesso.

Di conseguenza, la capacità delle aziende di essere presenti nel momento in cui le persone si attivano grazie al mobile è diventato un asset indispensabile per far crescere il business. Inoltre, la capacità di governare i processi di Digital Transformation, anticipando le evoluzioni del mercato e le necessità degli utenti in base ai loro comportamenti, farà la differenza.

Diventa in questo modo determinante analizzare e ripensare l’intera esperienza dell’utente, compresi tutti i punti di contatto con Brand e prodotti.

E’ sul mobile che si gioca la partita più importante per i brand: oggi è fondamentale non restare indietro, prendere posizione, attivarsi in modo proattivo ed affrontare il mercato in modo strutturato, affrontando i cambiamenti con flessibilità, velocità e adattabilità.