Accedere ai dati è nel DNA di Facebook. Usarli, bene (o anche no) pure.

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Prima Cambridge Analytica, poi Yandex, Netflix, Spotify e tutti quelli che verranno ancora.

Eppure, c’è ancora chi si stupisce di tutto questo e tira fuori parole come etica, principi, norme e grida allo scandalo, ma poi continua, io compreso, nell’utilizzo costante della piattaforma. Ma lo scandalo, ammesso che di questo si possa parlare considerando che ci stupiamo ma non agiamo, non è relativo al modo in cui i dati escono da Facebook, ma al perché escono e che, a mio avviso, è la parte più importante da comprendere.

Partiamo dai fondamentali: in cosa crede Facebook?

Facebook si basa su due due principi fondanti. Il primo principio è “se più persone usano Facebook per più motivi per più ore del giorno, quelle persone saranno delle persone migliori“. Zuckerberg crede veramente che Facebook avvantaggi l’umanità e che dovremmo usare di più la piattaforma, non di meno. Ciò che è buono per Facebook è buono per il mondo e viceversa. Costruire una community globale è la soluzione al miglioramento dell’umanità.

Il secondo principio è che Zuckerberg crede profondamente che la registrazione dei nostri interessi, delle nostre opinioni, dei desideri e le interazioni con gli altri dovrebbero essere condivisi il più ampiamente possibile in modo che aziende come Facebook (e non solo) possano migliorare la nostra vita per noi. La privacy, secondo Zuckerberg, ci rende poco autentici. Dopotutto, Facebook sa cosa è meglio per noi.

Questi due principi guidano tutto ciò che fa Facebook in termini di sviluppo, di acquisizioni e di azioni di lobbing, ma soprattutto tutto queste rende Facebook apparentemente una piattaforma benevola e anzi alcune azioni e alcuni incentivi all’interazione, somministrati con estrema sofisticazione rendono il concetto di privacy un principio vecchio e retrogrado.

E su cosa si basa la sostenibilità economica Facebook?

Facebook ha chiuso il primo trimestre del 2018 con ricavi per 11,97 miliardi di dollari, in aumento del 49% rispetto allo stesso periodo del 2016, superando ancora una volta le attese degli analisti. L’utile netto è passato da 2,06 miliardi a 4,99 miliardi, mettendo a segno così una crescita del 63%. I ricavi pubblicitari crescono del 50%. Il 91% del giro d’affari pubblicitario della piattaforma arriva dal mobile. In sintesi Facebook vive di ricavi pubblicitari e adv.

Alla base di tutto ci sono le informazioni e i dati.

E quindi i dati acquisiti in modo diretto (condivisi dagli utenti) e indiretto (da dispositivi e GPS, da accordi e integrazioni, e altre app e siti che utilizzano il Social Connect o vari script integrati) che rendono gli algoritmi sempre più efficaci ed efficienti ed il business di conseguenza crescente. I dati (ed il tempo speso dagli utenti sulla piattaforma) sono la linfa del modello Facebook. Accedere ai dati è nel DNA di Facebook, senza ombra di dubbio, per fini diversi, è evidente.

E come utilizza i dati Facebook?

Facebook usa i dati nel modo più sofisticato che ha, rendendoli parte integrante dell’intelligenza dei suoi algoritmi, così da migliorare la relazione tra le persone (primo principio), per migliorare la vita degli utenti (secondo principio) e monetizzare (terzo principio non esplicitato, ma evidente e normale considerando che si tratta di una azienda, tra l’altro quotata in borsa).

Tutto il modello di monetizzazione dei dati, erogati tramite API, e forniti in pasto all’ecosistema degli sviluppatori ed aziende, era iniziato nel 2009 circa con le prime pubblicazioni dell’Open Graph. Già nel 2011 però questo modello aveva generato una sanzione da parte della Federal Trade Commission degli Stati Uniti. In un accordo firmato con la commissione, Facebook si impegnava a non condividere i dati degli utenti all’esterno dell’azienda senza il permesso esplicito degli utenti.

Nel 2015 circa per la precisione, Facebook aveva chiuso alcune funzionalità delle API che permettevano agli sviluppatori di applicazioni e ad altre società di pubblicità e tecnologia di estrarre i dati degli utenti da Facebook. Dati che venivano utilizzati da società terze appunto per recuperare informazioni, migliorare la profilazione della propria base utenti e ottimizzare le campagne di comunicazione e la sofisticazione dei propri servizi.

Malgrado l’accordo con la Federal Trade Commission degli Stati Uniti, e secondo le notizie uscite su varie testate a livello mondiale, tuttavia la cessione dei dati e l’accesso agli stessi è andato avanti, tanto da arrivare a scandali importanti come il rilascio di 87 milioni di profili alla società di consulenza politica, Cambridge Analytica, nel 2015, e altri dati fuoriusciti fino al 2017 che includono aziende globali come il motore di ricerca russo Yandex, il produttore cinese di telefoni Huawei, Yahoo, Microsoft, Amazon, Netflix, Spotify, Sony, il New York Times ai quali venivano ceduti dati.

Perché quindi Facebook dovrebbe cedere i dati a terzi se è il suo vero valore?

La risposta è semplice: l’interdipendenza rafforza l’azienda. Se Facebook non è l’unica azienda sotto la lente di ingrandimento relativamente alle modalità di utilizzo dei dati, allora i regolatori e le entità preposte alla definizione di normative hanno meno probabilità di indirizzare solo Facebook.

Inoltre, se diventa chiaro che molteplici industrie dipendono dallo sfruttamento dei dati personali di milioni (se non miliardi) di persone, il potere politico concentrato delle società organizzate del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) e del NATU (Netflix, AirBNB, Tesla, Uber) e benestanti supera il potere distribuito delle persone disorganizzate.

A causa del potere concentrato su Facebook e dei suoi “partner di fiducia”, vedo particolarmente improbabile che vedremo una regolamentazione efficace in qualsiasi continente e applicabile in modo da tutelare l’utente finale. Poiché gli unici concorrenti validi per la nostra attenzione, Instagram e WhatsApp, sono comunque di proprietà di Facebook, c’è poca possibilità che le forze di mercato influenzino Facebook. E poiché molti degli oltre 2 miliardi di utenti in tutto il mondo sono profondamente dipendenti da Facebook, e lo utilizzano per gestire le loro relazioni e “conoscere il mondo”, diventa anche improbabile che si possa ipotizzare un significativo esodo degli utenti dalla piattaforma social ormai ritenuta il “sistema operativo della vita di quasi tutti“.

E noi che facciamo?

Proseguiamo, dritti, perfettamente abituati a tutto. E mentre fingiamo di preoccuparci della nostra privacy e per la dispersione dei nostri dati (solo superficialmente e per un tempo brevissimo), e rimaniamo scioccati se qualcuno ci dice che molti sistemi ci “ascoltano“, continuiamo nella routine e nell’abitudine della condivisione di momenti privati e personali, continuando ad alimentare il nostro famoso amico algoritmo.

E Facebook, nella sua giusta operatività orientata sempre ai suoi obiettivi di crescita, continua ad esser al sicuro, Zuckerberg non ha bisogno di abbandonare i suoi principi fondamentali mentre i suoi algoritmi continuano a influenzare il modo in cui miliardi di persone fanno scelte ogni giorno e molti di noi che lavorano nel digitale e sono i primi “pusher” di Facebook difficilmente dirotteranno i propri clienti altrove, perché in fondo, una alternativa non c’è ed in molti casi non ci sono idee per farne a meno.

La consapevolezza di ognuno di noi è l’unica soluzione e sapere a cosa andiamo incontro è l’unica strada, considerando che uscirne sarà sempre più difficile: lì dentro comincia ad esserci parte di una nostra memoria, facilmente navigabile, fruibile e disponibile, come in nessun altro luogo. E Facebook lo sa bene.

Lettera aperta all’algoritmo di Facebook

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Questa sera, per l’ennesima volta, è successo. È successo quello che da molti viene smentito, soprattutto da chi per ruolo deve farlo, ma che, sempre più spesso, comincia ad esser sotto gli occhi molti.

Sono tornato a casa, e dopo cena, mi sono rimesso a lavorare. Il vicino di casa, come da qualche mese a questa parte, ha iniziato a suonare il piano forte. Si esercita, fino alle 21.30 circa. Non è alle prime armi, ed è piacevole da sentire di sottofondo, tanto che a mia figlia piace e si mette vicino nello studio ad ascoltarlo. Questa sera, mi ha chiesto: “Come si chiama questo strumento?“. “È un piano forte amore, papà non lo sa suonare, ma se vuoi lo studiamo insieme“. Tempo qualche minuto e Chiara si è addormentata ed io ho continuato a scrivere un documento da consegnare.

Ho aperto Facebook, una volta completato il lavoro, per dare un occhio allo stream social e rispondere a qualche amico. Ed ecco qui cosa mi sono trovato davanti proposto tra un post e l’altro.

E da qui, caro amico algoritmo di Facebook, ho deciso di scriverti due righe, una lettera aperta come si dice spesso, così, a futura memoria. Per ricordarci i tempi in cui eri già presente nella nostra vita, fuori dal browser o dall’app mobile e stavi crescendo vicino a noi, giorno dopo giorno, nutrendoti di informazioni in modo silenzioso, manifestandoti con qualche segnale più o meno timido.

Buona lettura, tanto poi un giorno lo so, che in modo intelligente e probabilmente dialogando, ne riparleremo.

 

Caro algoritmo di Facebook

ci siamo conosciuti qualche anno fa, quando forse nessuno sapeva nemmeno ci fossi. In questi anni, soprattutto negli ultimi due / tre hai cominciato a manifestare la tua capacità e la tua sensibilità alle mie necessità, mostrandomi sempre più contenuti di mio interesse, prendendoti anche cura di filtrarmi cose che in qualche modo potevano infastidirmi o non trattenermi qui, vicino a te.

Lo facevi e lo hai sempre fatto in modo discreto, anche molto sensato e devo dire da parte mia apprezzato. Ti ricordi quella volta che cercavo le lamette da barba online e tu, diligentemente, mi hai ricordato, tra un post di cazzeggio e l’altro, che avevo bisogno di acquistarle?

O anche ti ricordi quella volta che parlando con Massi, amico di vecchia data incontrato casualmente, appena aggiunto in rubrica, tu, giustamente, mi hai segnalato che anche lui era su Facebook e mi ha suggerito di connetterlo per rimanere informato su di lui?

Oppure, senti senti, quando per lavoro sono andato all’evento dello Sport, e tu, con la giusta cura di un mentore professionale, mi hai suggerito i due contatti che avrei potuto conoscere perché presenti nello stesso luogo?

Così come quella volta, che immagino tu ti possa ricordare, in cui io mandai un messaggio vocale a mia moglie per invitarla a cena tramite Whatapps e tu, con una precisione incredibile ed una tempestività che nemmeno Jarvis con Tony Stark, mi hai suggerito di prenotare una cena al giapponese?

Incredibile, che tempi. Sempre così preciso, accorto, vicino e poco invasivo.

Ma questa sera, caro amico, un po’ mi hai dato fastidio. Mi hai suggerito un’app per imparare il piano forte, senza avertelo chiesto o senza aver manifestato questa esigenza così precisa. Hai provato ad anticipare qualcosa andando oltre. Ma non tanto per aver provato a fare questa cosa così premurosa, ma perché io non ho cercato da nessuna parte questa cosa e non l’ha fatto nessun altro dentro casa, da nessun dispositivo. E tu però hai pensato bene di ascoltarlo, in un dialogo, intimo, tra papà e figlia, in un momento in cui non pensavo che tu ci fossi.

Non posso pensare di chiederti di bussare, e tanto meno entrare in punta di piedi, ma almeno, mi piacerebbe poterti chiedere di non manifestarti quando non c’è bisogno. Certo, tu hai cercato di anticipare una esigenza, come hai sempre fatto, ed in fondo, non ci sei andato nemmeno troppo lontano: un’app, per pianoforte, per imparare giocando. Santa pazienza che precisione!

Quando è apparso stavo per cliccare e ho sentito la tua presenza e la tua raccomandazione e non ti nascondo di aver provato una sensazione piacevole, tanto da farmi esclamare “Che grande figlio di XXXX ma guarda quanto è forte” Certe volte penso che sei in grado di conoscermi più tu che mia moglie, incredibile, e se tu fossi un account su Facebook mi verrebbe voglia di chiederti l’amicizia, come faccio con i miei vecchi compagni di infanzia.

Però poi, mi ritorna in mente quella frase che mia madre mi diceva quando ero piccolo: “non dare retta agli sconosciuti” e così mi raffreddo un po’ e penso che, in fondo, per quanto tu conosca me, io conosco poco te. Come posso dare l’amicizia ad uno che non ho mai visto dal vivo?

Chiaro, tu alla fine stai facendo quello per cui sei nato, stare vicino alle persone, coccolarle, sei in grado di filtrare, analizzare, utilizzare i dati e anticipare le esigenze, ed in tutto questo io ne sono consapevole, perché ti concedo di farlo, giorno dopo giorno. In fondo sono stato io a darti questa confidenza. Ed in parte, se ci penso, ne sono anche contento, perché sento di fare meno sforzo, di avere più tempo, di avere più opportunità ed avere soprattutto sempre pronta una risposta di fronte ad ogni mia voglia ed esigenza.

Ma oggi, entrando così velocemente in un momento intimo, mi hai fatto capire che tutto questo concederti spazio e dati, anche quando non ne sono consapevole del tutto, mi sta rendendo influenzabile e forse più debole. Non più forte come penso ed in questo momento non mi sento tranquillo. Anzi. 

Ti riconosco la capacità di capire e le tue abilità tecnologicamente avanzate sono stupefacenti: io sono un tecno-addicted che ama sperimentare costantemente, sono un early adopter di tutto ciò che è innovativo, all’avanguardia e sono sempre predisposto a lasciare alcuni dati per avere dei benefici.

Sai, ho sempre pensato che l’intelligenza artificiale potesse avere un white side ed un dark side. Son uno di quelli che negli ultimi anni ha suggerito alle nuove generazioni di studiare filosofia così che un domani possano insegnare agli algoritmi come te un po’ di sana umanità e sensibilità così da evitare che la tua perfezione, la tua innata capacità di non ripetere errori, che il tuo orientamento all’obiettivo e la tua incapacità di perdere tempo, possa avere qualche tratto umano e non finire per diventare solo un freddo automa pronto a tutto.

La preoccupazione che più mi passa nella testa in questo momento è che la tua capacità di capire, ascoltare e interpretare possa diventare uno strumento in grado di cambiarmi.

In fondo, non c’è molta differenza tra prevedere un comportamento e quindi proporre qualcosa, e influenzare una azione. Non trovi? Se avessi comprato quell’app, mi avresti aiutato o mi avresti instradato? E dove sarebbe rimasta la componente creativa, quella fatta del dover cercare una soluzione, magari non digitale al problema?

L’uomo ha sempre scelto, nel bene e nel male. Sicuramente influenzato da mille fattori di contesto, sempre esistiti. Ma ha potuto scegliere, sapendo di sbagliare e quindi imparare. Ha potuto ideare cose nuove avendo il dono della disattenzione, della distrazione e potendosi anche affidare all’intuito, forse uno degli “strumenti” migliori di cui alcuni uomini siano mai stati dotati.

L’imperfezione umana è quella caratteristica che in alcuni momenti è stata la causa di un cambiamento. Tu invece, come ti ho già detto, sei efficiente, metodico, inarrestabile ed impeccabile. Forse sei ancora giovane e immagino che tu possa fare molto molto di più di quello che fai oggi.

Sono convinto che nel tempo, grazie alla mia amicizia ed imparando non solo da me, farai anche altre amicizie, non solo con gli umani ovviamente. Già ti immagino a giocare sotto casa con Alexa, Siri e Cortana, tra un “Ehi” e un “Si” mentre vi scambiate pareri su noi umani, un po’ come facevo io sotto casa con le figurine della Panini.

E la convinzione che tu possa fare ancora di più di quello che hai fatto stasera però un po’ mi inquieta, perché che io ti debba ringraziare per il tuo incessante aiuto anche quando penso di non averne bisogno mi è chiaro, ma non ho capito in che modo tu ringrazierai me e come, quando grazie ai miei dati avrai compiuto la tua maturità e sarai pronto a girare per il mondo.

Ne riparliamo tra qualche anno, quando avrai imparato a leggermi anche fuori da casa tua, e ci ritroveremo al bar a parlare di questo periodo.

PS: ma non è che questa sera ti ha detto qualcosa Alexa che è di la in soggiorno, e tu non c’entri niente? Ah, dimenticavo, altrimenti rimani in piedi, “Alexa, buona notte”.

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Nota: il post non ha obiettivo di affermare e confermare che Facebook ascolti (o anche si, dal mio personalissimo punto di vista), non è stato fatto nessun test mirato e strutturato da “laboratorio” e non è una osservazione scentifica (cosi che tutti i rompi coXXXXni possano stare sereni). L’unico scopo è quello di far riflettere sull’estremizzazione tecnologica e sulla consapevolezza della cessione dei dati e le potenzialità (e le criticità) di sistemi verso i quali siamo esposti.

Perché comprare quando puoi copiare?

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Il grande mangia il piccolo“, si è sempre detto. Ed è successo molte volte nel passato. Anche con una mia iniziativa.

Chi mena per primo, mena due volte“, si diceva, anche, nei migliori bar di Caracas, e a Roma. Si faceva riferimento al “First Mover” colui che, muovendosi prima degli altri, riusciva a prendere un vantaggio competitivo importante: tempo di ingresso sul mercato, brand loyalty e leadership tecnologica, diritto di opzione su risorse scarse, rafforzamento derivante dallo switching cost dell’utente e soprattutto il vantaggio dei rendimenti crescenti.

Poi c’era il concetto del “Make or Buy“, parte del processo decisionale strategico. “Fare o comprare?“, questo era il dilemma. E non avevi alternativa: o costruivi quello che ti serviva o compravi un servizio terzo. 

Poi, nel digitale, più che mai, tutto è cambiato.

Anche concetti come questi, sono quasi da rivedere, oggi.

Chi detiene grossi volumi di utenti, le loro informazioni ed è in grado di influenzarne lo spostamento ed il comportamento, ha un grosso potere aggiuntivo. Un potere che permette di rischiare meno (costo), ma fare meglio (qualità) e fare prima (tempo crescita). Un potere che permette di lasciare agli altri la possibilità di provare ad innovare, osservarne la validazione di un possibile nuovo modello, per poi muoversi e decidere: “comprare o copiare“? 

E come avrete letto ultimamente questo nuovo dilemma è sempre più frequente.

L’annuncio di Lasso, fatto ormai poco tempo fa, ha visto Facebook tornare alla sua strategia “se non puoi comprarlo, copialo“. Questa volta la strategia è stata applicata all’ex Musical.ly – ora TikTok (dopo l’acquisizione) – l’app popolare tra adolescenti che permette di sincronizzare il video registrato con routine di ballo a brevi porzioni di brani preferiti, dal valore stimato di oltre 1 miliardo di dollari.

Al momento dell’acquisizione, Musical.ly contava circa 60 milioni di utenti mensili attivi attirando l’attenzione di Facebook che, per via dal della sua popolarità con un pubblico più giovane e vedendone crescere la popolarità a livello mondiale, come già fatto in altre circostanze, ha deciso di lanciare una copia creata in un hackathon interno, dopo aver raggiunto un accordo con le etichette sui diritti delle canzoni.

La cultura dello sviluppo di Facebook e le risorse illimitate consentono di copiare praticamente qualsiasi modello. Questo è il punto.

Lasso è praticamente una ripetizione operativa di quello che è successo con Snapchat nel novembre 2013, dopo che Facebook fatta la proposta di acquisizione, ricevette un rifiuto: il team di Mark ha creato quattro versioni di Snapchat prima di lanciare Stories su Instagram, che alla fine è riuscito a detronizzare Snapchat in termini di popolarità creando un pubblico più vasto. Da allora, Snapchat ha mantenuto la fedeltà del pubblico più giovane negli Stati Uniti, ma Instagram Stories ha performato molto di più in termini di numero totale di utenti, attirando gli utenti più anziani che non erano particolarmente a proprio agio con Snapchat, ed è ora più del doppio in termini dimensionali.

La strategia evidenzia la “paranoia borderline” di Facebook riguardo l’ambiente altamente volatile dei social network, dove è essenziale muoversi rapidamente per acquisire o copiare qualsiasi cosa che rischia di causare un’interruzione nelle tendenze di utilizzo e allo stesso tempo possa invece diventare uno strumento ulteriore di rafforzamento dell’attenzione dell’utente e del tempo speso nel proprio “ecosistema”.

Il forte calo della popolarità di Facebook nei segmenti più giovani sta spingendo la società di Menlo Park a trovare o creare servizi per attrarre nuovi utenti: ovviamente è troppo presto per sapere se la strategia funzionerà con Lasso o se dovrà tentare più volte finché non troverà la formula giusta, ma di certo non è un caso un certo tipo di approccio al mercato.

Quindi è giusto ragionare così: perché comprare quando puoi copiarlo?

I vantaggi che una volta il “First mover” aveva, oggi non li ha praticamente più, soprattutto se non ha una forte barriera di ingresso o una protezione importante dell’innovazione che sta introducendo nel mercato: chi parte secondo, soprattutto se a partire è uno dei player del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon o Microsoft), del  BATX (Baidu, Alibaba, Tencent et Xiaomi) o anche del NATU (Netflix, AirBNB, Tesla, Uber), ha il vantaggio di poter capire come integrare un nuovo servizio, una possibile innovazione o una funzionalità di tendenza, su una base utenti forte e consolidata, spostando in poco tempo una % utenti sufficienti per validare il modello, aumentare il tempo di permanenza, e l’attenzione, distruggendo in un nulla il mercato di un player che quel mercato lo ha aperto.

L’estensione di Facebook: l’attenzione dell’utente, il tempo, i dati e l’esigenza di fare soldi costantemente.

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Un anno fa scrissi un post, parlando della estensione quasi liquida di Facebook in più direzioni di mercato, che FB avrebbe implementato la funzione di cerca lavoro, dopo la modifica della spalla dei profili (che già prometteva tanto). In tanti commentarono che non essendo il business di Fb, non l’avrebbe fatto. E già nel 2010 avevo scritto della convergenza dei social.

È vero, per Facebook non è il loro business, come non lo è il marketplace, come non lo sono tante altre piccole / grandi funzionalità che FB introduce progressivamente ma che una volta introdotte rosicchiano fette di alcuni mercati.

Vi immaginate lo 0,5% della popolazione di Fb che utilizza una nuova funzione appena introdotta? 10milioni di utenti, circa, per dire. Vi sfido a trovare un qualsiasi progetto, che in startup, abbia questi numeri.

E così, ecco che arriva la funzione che aiuta le persone a cercare lavoro: Helping People Find Jobs and Local Businesses Hire

Facebook ha un business, su quello è focalizzata, ed è quello su cui spinge di più, e che gli consente di esser la piattaforma più efficace per connettere brand, prodotti/servizi e persone.

Per poter fare meglio il proprio mestiere FB necessità di dati, sempre più profondi, dettagliati, estesi dentro e fuori dalla piattaforma, online e offline. E per averli ha bisogno di tempo e attenzione, degli utenti ovviamente.

L’attenzione la prende costantemente dagli utenti, migliorando costantemente l’esperienza utente, erogando costante nuove funzioni, strumenti, servizi e benefici, agevolando determinate abitudini o rispondendo a necessità ed esigenze, che Facebook – tra l’altro – conosce sempre più in modo dettagliato e meglio degli utenti stessi.

Ma Facebook non vuole esser LinkedIn, vuole continuare ad esser Facebook e vuole farlo in modo sempre più efficace.

E non è un caso che Zuckerberg abbia parlato – meno di un mese fa – di voler ottimizzare l’algoritmo per migliorare la fruizione dei contenuti da parte degli utenti, pur perdendo circa 50milioni di ore spese ogni giorno. Se c’è meno rumore, c’è più qualità e quindi attenzione, e se c’è più attenzione le persone non abbandonano, si fidano di più e sono più coinvolte. E le aziende sono disposte (o sempre più spinte) a pagare di più, per arrivare a quegli utenti.

Nulla avviene per caso, più che mai, quando hai dati così profondi. E Facebook il proprio mestiere lo sa fare molto bene.

…A proposito, avete detto dove abitate per sapere chi votare nel vostro municipio o avete detto chi avete votato?

Facebook e l’advertising sempre più profondo: grafo sociale, interessi, luoghi, prossimità e… audio (?)

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Nel 2015 scrissi questo post “L’advertising che verrà: real time, profilato, attivo e a conversione immediata” : Facebook aveva comprato Wit.ai, una startup che trasforma le conversazioni in dati strutturati. Diciamo che tutto faceva pensare ad una analisi della conversazione (testuale o audio/video) sempre più sofisticata e ad un advertising sempre più puntuale e attivo, in grado di portare l’utente verso una azione diretta (prenota, compra, scarica, chiama).
Da tempo come sapete osservo le dinamiche della rete, ed in particolare sono affascinato dalle evoluzioni sempre più sofisticate di Facebook ed il modo in cui riesce a proporre contenuti mirati agli utenti. A volte questi contenuti sono così capillari, da sembrare assurdi “Cavolo ne stavo parlando poco fa!”.
Ho motivato questa capillarità di contenuti più volte, in varie discussioni, come il risultato di due fattori: i dati sempre più dettagliati raccolti sugli utenti e l’attenzione selettiva dell’utente stesso. Infatti se ad un utente proponi cose che potenzialmente gli interessano, al momento giusto, nel posto giusto, e nel contesto giusto, è possibile che a lui cada l’occhio proprio su questo contenuto, malgrado sia uno su N in uno stream complesso e denso. Appunto l’attenzione selettiva dell’utente filtrerà solo le cose che a lui interessano di più.
Per capirci, è un po’ come quando volete sposarvi e vedete tutti contenuti che parlano di matrimonio, o quando volete comprare una macchina e vedete in giro solo quel modello, fino al giorno dell’acquisto. Poi, passata l’esigenza, tutto tornerà alla normalità.
Giorni fa ero con un amico a cena. All’uscita, uscendo, lui apre la sua auto a distanza, e wow! Lui ha una Mini sulla quale è stato implementato un led microscopico sotto lo specchietto che, all’apertura del veicolo, proietta a terra lo stemma ad alta definizione della casa madre. Un po’ come il pipistrello di Batman per capirci, solo che a terra, invece che nel cielo. Ecco, io ne sono rimasto colpito, e ho detto che quel led era una cosa potente e che mi sarebbe piaciuto sulla mia macchina.
Il giorno dopo mi appare su Facebook un contenuto con una Mini, un sensore per l’auto, l’immagine Marvel e tanti piccoli altri dettagli interessanti.
Vi garantisco che non ho cercato Mini, ne tanto meno il sensore, ne tanto meno il sensore Marvel, malgrado la mia fissa, ne tanto meno ero in un luogo in prossimità di un punto vendita Mini.
Quindi, come si può giustificare questa cosa?
Si può giustificare in due soli modi:
  1. Dati + Attenzione selettiva: gli interessi del mio amico (Mini), integrati con la prossimità delle nostre posizioni quella sera, hanno generato un set di dati che ricadevano in modo puntuale nella parametrizzazione della campagna sopra che vi ho mostrato, e quindi il giorno dopo la mia attenzione è caduta proprio su quel contenuto per me interessante.
  2. Ascolto dell’audio: Facebook è in grado di analizzare le conversazioni audio dalle quali estrae contenuti utili alla profilazione.
Però, vi dico una cosa che non vi ho detto: il mio amico in questione non è su FB, quindi questo annulla completamente il concetto di cui al punto uno.
L’unica cosa che mi viene in mente (e su cui mi faccio mille domanda) è se ci sono parole chiave che vengono intercettate dal dispositivo e dall’app, passivamente: non credo che facciano streaming dell’audio (vorrebbe dire un traffico dati in upload enorme), ma l’applicazione potrebbe esser quindi in grado di analizzare suoni e informazioni così da intercettare parole nuove o cardine tanto poi da trasmetterle? Ovviamente è una mia valutazione possibile, ed una mia perplessità, visto che non è scritto da nessuna parte che lo facciano. Non vuol esser paranoia, anche perchè di solito cerco di combatterle.
Questa mattina però ho trovato questo articolo nel mio stream che dice questa cosa:

Facebook using people’s smartphones to listen to what they say, professor suggests

Ora, non voglio fare terrorismo psicologico e capisco che questo sia per qualcuno inquietante, ma fatevene una ragione: l’analisi del comportamento dell’utente è sempre più profonda, integrata in flussi di dati aggregati da più fonti e le informazioni che vi vengono proposte sono sempre più vicine a quello di cui avete realmente bisogno.
A me questi temi affascinano e non ne sono spaventato, ma bisogna esser consapevoli delle potenzialità che ci circondano, sia per comprenderle, sia per governarle, sia per utilizzarle.
UPDATE 05 Giugno 2016
Facebook mi ha scritto per segnalarmi la loro posizione rispetto al tema in oggetto (l’audio in particolare). Ha risposto al mio post e quelli usciti sullo stesso tema con questo post http://newsroom.fb.com/…/facebook… così da tranquillizzare tutti che non c’è intercettazione di audio direttamente dall’app di Facebook. Poi andrebbe verificato anche la stessa dinamica su WA e le altre app dell’ecosistema. Sicuramente i dati che metabolizza sono talmente tanti che allora è in grado proporre contenuti che sono cosi vicino alle preferenze delle persone , da cogliere l’attenzione al momento giusto.

People-Based Marketing e l’ADV di domani

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Che l’AppleTv fosse un bomba atomica, ve l’ho detto. Che Facebook abbia rilasciato l’SDK per AppleTV, lo sapete. Che la TV stia per entrare nella sua seconda vita, immagino lo abbiate capito. Che l’ADV a cui siamo esposti è sempre più preciso e capillare, lo state notando e ne avevo già parlato parecchio tempo fa nel post “l’ADV che verrà“. Che siamo in un momento in cui i dati utilizzati, tra interessi, grafi sociali e localizzazione, siano ormai utilizzati per l’applicazioni in molti ambiti in modo pesante, anche.

Ora, immaginate l’integrazione di queste cose e poi pensate al momento in cui rientrate a casa, e vi sedete a guardare la vostra TV, connessa, al palinsesto che state guardando, ma soprattutto immaginate gli spot pubblicitari che si rimappano in funzione dei vostri interessi, delle persone che avete incontrato, dei luoghi in cui vi siete stati in giornata e che in modo interattivo vi incentivino a delle azioni.

L’ADV che verrà sarà people-based.

Sarà basato sulle persone e le utilizzerà come vettore di dati nel mondo reale, sarà sempre più di prossimità e basato su interessi anche del contesto in cui la persona è presente. Entrerà in più punti della nostra vita grazie all’interconnessione degli oggetti, nel momento giusto, con il messaggio sempre più vicino al nostro stile e punterà alla cattura dell’attenzione delle persone cercando di anticipare esigenze, generandone anche di nuove, sempre più vicine alle abitudini delle persone.

Come dicevo parlando di Experience Graph,

L’intersezione dei dati di questi grafi, è quella che ho definito ormai un paio di anni fa Experience Graph: ossia un grafo in cui i dati di persone, interessi, oggetti diventano elementi di influenza di prossimità e di contesto.

Questo sarà il People-Based Marketing.

L’impatto economico di Facebook in Italia in un convegno al MiSE

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Qualche giorno fa è stato presentato un report di Deloitte UK sul tema Facebook e gli impatti economici su Italia, Europa e mondo.

Proprio su questo tema, sono stato invitato a partecipare giovedì 19 marzo, come relatore, al convegno “L’impatto economico di Facebook in Italia: nuove opportunità per la crescita delle PMI, del lavoro e dell’economia”.

Nel mio intervento illustrerò in che modo lo sviluppo dei social media e delle applicazioni mobile stia profondamente rivoluzionando la vita delle persone. Oggi, l’accesso alle informazioni e il loro utilizzo, la condivisione di interessi e attività personali, la socializzazione dei percorsi di acquisto e molte altre abitudini sono cambiate radicalmente, generando grandi sfide non solo per le grandi aziende, ma anche per le PMI.

Sulla base dei dati Deloitte che saranno presentati proprio il 19 marzo, l’impatto economico di Faceboook a livello globale è di 227 miliardi di dollari, di cui 6 miliardi in Italia, con un indotto complessivo per l’occupazione italiana di circa 70 mila unità.

Il digitale facilita e incoraggia lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, abbatte i confini linguistici e geopolitici, stimola i processi di innovazione e favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro, soprattutto tra i più giovani. I vantaggi sono numerosi, ma, per poter essere colti appieno, vanno ridefiniti due aspetti fondamentali del rapporto tra utenti e brand: il concetto di esperienza utente e i modelli organizzativi e di business dei vari player.

Il mobile sta contribuendo a delineare nuove relazioni tra persone, brand, servizi e oggetti, creando una dimensione sempre più connessa e sempre più estesa. La possibilità di utilizzare lo smartphone come strumento di interazione diretta con i brand, i servizi online e gli oggetti, genera opportunità di business uniche e irrinunciabili per i player.

La dinamicità di questa nuova era lancia una sfida virtuosa alle organizzazioni: rinnovare i processi operativi, alla luce dei nuovi trend e attraverso l’applicazione di nuovi modelli di business e tecnologie evolute, è una fase cruciale che apre alla possibilità di creare nuovo valore sul mercato.

Le organizzazioni si confrontano con un ambiente caratterizzato da costanti cambiamenti; questi influenzano la loro capacità di attuare processi operativi in grado di fare propri i nuovi trend attraverso la sperimentazione e l’applicazione di nuovi modelli di business e tecnologie capaci di offrire nuovo valore al mercato.

Allo stesso tempo, il digitale ridisegna all’interno delle aziende il ruolo di persone, mansioni e responsabilità. L’impatto del mobile è evidente fin nelle piccole cose: da coloro che hanno fatto proprio l’approccio BYOD (Bring Your Own Device) per bypassare i limiti interni di strumenti e infrastrutture, fino a chi prende su di sé la responsabilità di cambiare mentalità per adattarsi con maggiore rapidità ai cambiamenti portati dai vorticosi ritmi del digitale.

I dati che emergono nel report di Deloitte sono del resto molto evidenti: la maggior parte degli utenti di Facebook utilizzano regolarmente l’applicazione mobile. Facebook, di fatto, sta contribuendo ad abituare le persone ad essere connesse in mobilità, trasformando lo smartphone in uno strumento indispensabile di relazione e accesso.

Di conseguenza, la capacità delle aziende di essere presenti nel momento in cui le persone si attivano grazie al mobile è diventato un asset indispensabile per far crescere il business. Inoltre, la capacità di governare i processi di Digital Transformation, anticipando le evoluzioni del mercato e le necessità degli utenti in base ai loro comportamenti, farà la differenza.

Diventa in questo modo determinante analizzare e ripensare l’intera esperienza dell’utente, compresi tutti i punti di contatto con Brand e prodotti.

E’ sul mobile che si gioca la partita più importante per i brand: oggi è fondamentale non restare indietro, prendere posizione, attivarsi in modo proattivo ed affrontare il mercato in modo strutturato, affrontando i cambiamenti con flessibilità, velocità e adattabilità.

L’advertising che verrà: real time, profilato, attivo e a conversione immediata

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Facebook acquisisce Wit.ai, una startup già presente in Y Combinator, fondata 18 mesi fa, con l’obiettivo di trasformare il linguaggio parlato in azioni. In poche parole, il sistema acquisisce uno stream audio, lo converte in testo attraverso un sistema di voice-to-text, trasforma le informazioni della conversazione in dati strutturati ed espone la struttura analizzata tramite API per permettere a sviluppatori di terze parti di integrare nuove funzionalità e dati.

Esempio 1 : impostare la temperature del bagno

Riconoscimento della necessità manifestata dall’utente di impostare la temperature della camera da letto

Ho già letto alcuni articoli, interviste e pareri online e nella maggior parte dei casi il focus della discussione verte sull’importanza della semplificazione per aziende e developer, attraverso API appunto, della possibile integrazione del riconoscimento vocale in applicazioni di terze parti.

Anche dal mio punto vista questo aspetto è particolarmente rilevante, ma di piattaforme che stanno puntando al servizio di integrazione ne esistono altre ed in alcuni casi sono sicuramente più avanzate.

L’opportunità per Facebook potrebbe esser legata all’integrazione con Messenger: immaginate di essere in grado di parlare a mani libere attraverso Messenger,  veder trascritto il discorso in testo, e quindi inviare il messaggio con comando vocale. Fantastico no? Ma non c’è nulla di nuovo in questo.

Google e Apple infatti, come sapete, hanno entrambi i loro sistemi di comando vocale come Siri, ed è già possibile utilizzare il voice-to-text per trascrivere il parlato in testo all’interno delle applicazioni. In entrambe i casi i sistemi però sono progettati per gli esseri umani per permettere di dare ai dispositivi dei comandi vocali più o meno complessi. Facebook potrebbe invece concentrarsi nell’interpretazione del parlato per migliorare le chat tra persone integrando automaticamente emoticon, simboli o riferimenti/azioni.

Il fondatore di Wit.ai nel post in cui spiega l’acquisizione, dice:

Facebook’s mission is to connect everyone and build amazing experiences for the over 1.3 billion people on the platform – technology that understands natural language is a big part of that, and we think we can help.”

Ma il punto non è qui, ed il valore enorme di questa acquisizione è altrove. Mi spiego.

Facebook fino ad oggi non ha fatto acquisizioni  – solo – per generare una nuova esperienza: Facebook fa acquisizioni per fare business, il suo business, e farlo in modo sempre più preciso. Ed il business di Facebook è l’ADV.

L’ha fatto con Instagram aggiungendo allo stream fotografico adv e post sponsorizzati, potendo analizzare i dati di preferenze, i tag e la localizzazione degli utenti. Lo ha fatto con Whatsapp, analizzando le conversazioni private e poter fare retargeting adv su Facebook. Lo ha fatto con Glancee con la geolocalizzazione, oggi anche rilevata dall’applicazione in background per poter proporre nuove amicizie e possibili conoscenze.

Ora arriviamo al punto e partiamo con un esempio: immaginate che a seguito di uno status su FB, di un messaggio su Whatsapp o Messenger in cui l’utente manifesta l’intenzione, con amici taggati, di andare a cena e mangiare un hamburger, a San Francisco.

L’attuale ADV prevede già la possibilità di presentarvi un ADV profilato per le informazioni scritte dall’utente o presenti nel profilo. E anche fin qui nulla di nuovo.

Ma con la nuova acquisizione tutto diventerebbe più completo come segue:Esempio 3 - Prenotare un ristorante per 3 persone

E da un semplice status update, proprio grazie Wit.ai, si avrebbe il dato strutturato in questo modo:

  • Esigenza: andare a cena / prenotare
  • Persone: 3
  • Luogo: Barney’s Burger
  • Data: 27 aprile

Ora immaginate se, invece di apparire il solito ADV con foto e payoff più o meno generico, vi apparisse un adv con action diretta, i dati precompilati e possibilità di prenotazione immediata e conversione senza ulteriori click da parte dell’utente:

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Possiamo quindi pensare all’ADV come qualcosa non solo di rimando, ma di azione? Secondo me si. Più che mai perchè già Facebook sta testando i tasti con action dirette (book, view, rates..) all’interno delle fan page.

L’advertising del futuro realtime, profilato, attivo (e interattivo) e con la possibilità di conversione immediata (e fortemente misurabile).

E Facebook e Google sono molto avanti, e a mio avviso pronti, per poter realizzare uno sviluppo del genere.

I social network, il cocco, le bibite e la paura di esser tagliati fuori

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Immaginiamo una spiaggia lunghissima di qualche chilometro: spazi enormi, tantissime persone presenti.

A sinistra un venditore di cocco inizia il suo percorso verso destra. Alla parte opposta, a destra, un venditore di noccioline, snack e bibite inizia il percorso verso sinistra. Nessuno dei due e a conoscenza dell’altro, ma entrambi hanno qualcosa in comune: la voglia di fare business. Partono alla conquista della spiaggia, sanno che non sarà semplice conquistare tutto.

Cocco bello, cocco…” strilla il venditore di cocco mentre cammina a passo spedito in spiaggia, tra gli ombrelloni, con il suo secchio pieno del suo prodotto. Il suo modo di attirare l’attenzione è efficace e caratterizzante: la sua voce, la sua cantilena ed il suo accento si riconosce a distanza. Accontenta molti utenti con il suo prodotto, il suo modo di fare la relazione diretta con le persone, anche se ne perde alcuni che non amano il cocco. Ma lui è determinato e focalizzato: vuole vendere il suo cocco, il migliore cocco in circolazione e lo fa con un prezzo alto per molti, ma non ha concorrenti su quella parte di spiaggia e può permetterselo.

Noccioline, snack… bibite fresche!” ed un gingle musicale di sottofondo accompagna invece il secondo venditore mentre fa il suo percorso. Lui è più lento, percorre meno velocemente la spiaggia perchè è appesantito da un carretto più impegnativo che gli permette però di mantenere le bibite – più pesanti – fresche. Il suo servizio è più completo, ma richiede un maggior sforzo da parte sua e gli utenti devono avvicinarsi al carretto che cammina solo sulla sabbia bagnata.

Tutti e due lavorano, hanno i loro clienti e procedono verso il centro.

Poco dopo la metà del percorso si incontrano. Non ci sono accavallamenti apparentemente e non sembrano tenersi in considerazione.

Continuando il percorso cominciano ad accorgersi di qualcosa di strano. Più avanzano e cresce la distanza dal punto di partenza, più diventa difficile vendere i propri prodotti. Chi ha le noccioline non vuole il cocco e ha già speso dei soldi. Ma succede anche il contrario: chi ha il cocco non vuole noccioline, ma il cocco mette sete e compra l’acqua.

Qui ha inizio la convergenza: il venditore di noccioline, snack e bibite inizia ad insediare il territorio ed il clienti dell’altro venditore. Il venditore di cocco, preoccupato del suo mercato e pensando di colmare un’esigenza dei suoi utenti, dalla mattina successiva inizierà a vendere anche le bibite. Per farlo si doterà di un carretto, più grande di quello del suo concorrente, che non gli permetterà più di esser più veloce e snello in spiaggia come prima. A sua volta il venditore di noccioline, vedendo un agguerrito avversario muoversi in una certa direzione, si doterà anche lui di cocco, di chupa chups e altri piccoli prodotti.

Fine della storia.

Non c’è una vera e propria morale in questo racconto, ma questa storia secondo me sintetizza bene quello che sta succedendo con i social network e la loro convergenza evolutivaGoogle vuole fare Facebook, Facebook vuole fare Foursquare, Instagram fa Twitter, ma Twitter vuole esser anche Instagram…

Da qui una riflessione personale: in tutti e due i casi i venditori perderanno di vista le loro caratteristiche principali, il loro core business iniziale e la centricità su quegli utenti che avevano all’inizio con un prodotto mirato ed un servizio studiato ad hoc. Tutti e due faranno un po’ tutto sperando di cannibalizzare il più possibile l’altro, aggiungendo servizi e prodotti che “funzionano” per il concorrente, senza verificare l’effettiva esigenza, la migliore esperienza e senza concentrarsi su quello che veramente sanno fare bene.

Stefano Bernardi, che ringrazio, citando un mio tweet mi ha segnalato l’effetto FOMO – Fear of Missing Out  ossia la paura di rimanere tagliati fuori. Questo genera una convergenza fisiologica e va a discapito dell’innovazione e della qualità del servizio all’utente.

E’ già successo, sta succedendo di nuovo con Twitter, Facebook, Instagram e succederà ancora: è fisiologico e tutto questo ha pro e contro. Da una parte genera un appiattimento delle piattaforme, dall’altra genera spazi verticali per nuove imprese e nuovi servizi maggiormente focalizzati sulla propria competenza e sul proprio valore.

 

Viddy, l’instagram dei video, apre le API: Developer e Brand, siete pronti?

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Si chiama Viddy, è una applicazione iPhone – per adesso – che permette agli utenti di condividere filmati e video da 15 secondi. Fin da quando è nata è stata battezzata l’Instagram dei video o anche il Twitter dei microfilmati. L’applicazione, malgrado abbia tra i concorrenti applicazioni del calibro di SocialCam (disponibile tra l’altro sia per iPhone che per Android), nel giro di un anno ha raggiunto circa 40 milioni di utenti. A differenza di altre applicazioni ed altre startup l’ideatore in questo caso non è un ragazzetto giovane e smanettone, ma un imprenditore della Silicon Valley Brett O’Brien già noto per il progetto xDrive e PluggedIn.

Viddy, come Instagram, mette a disposizione degli utenti un set di filtri per abbellire i video e renderli più emozionali e completi. I video possono durare al massimo 15 secondi. Ad ogni filtro nell’app è associato un loop o una breve brano musicale, che può attivato o disattivato dall’utentedi volta in volta. Le clip preparate e abbellite dagli strumenti messi a disposizione dall’utente possono esser poi condivise sui social network (Facebook, Twitter, YouTube e Tumblr), o via e-mail o Sms. Ovviamente come tutte le piattaforme social che si rispettino, e Instagram su questo ha definito delle “linee guida” che ormai troviamo ovunque, è possibile commentare i contenuti e segnalare la propria preferenza attraverso il tasto, ormai noto, del like.

Non mi dilungo sulla descrizione dell’app, di cui potete trovate in rete già molti post tra cui quello di Silvio e quello di Federico, e vorrei focalizzarmi su una notizia di oggi che, secondo me, potrebbe far diventare questa applicazione il prossimo obiettivo per gli sviluppatori e brand: Viddy apre le API e con un post sul proprio blog dal titolo “Rule the Beach: Hack Your Way into Viddy“, di cui vi riporto uno stralcio

During August and September we’ll work with you, and our developers, on adoption of the apps you build, as well as promotion to our 40 Million+ Viddy Community. On Friday, September 28th Team Viddy will pick our favorite API partner, and fly you (or your team of up to 4 people) to Venice Beach for an interview at Viddy. The cash prize of $10,000 will be awarded at Viddy HQ.

In Viddy invitano gli sviluppatori e la community a creare nuove app per una competizione da 10K dollari e la permanenza nell’HQ di Viddy in Silicon Valley. Coders in ascolto, che fate, vi perdete questa occasione?

Viddy secondo me si è mossa molto bene dal punto di vista della gestione e dello sviluppo del progetto, un po’ come fece anche Instagram nel momento della sua crescita. Il fatto di non aver puntato direttamente al multi device le ha permesso di crescere e non morire di “Scalabilità Precoce” (come successo a Picplz per non aver trovato investitori avendo costi alti di infrastruttura e nessun modello di business), e arrivare a prendere due investimenti da 36 milioni di dollari tra febbraio e aprile 2012 (un anno preciso dalla nascita del 2011).

Inoltre Viddy, proprio per la modalità con cui sta facendo crescere la propria user base (coinvolgimento personaggi famosi, brand) e creando al momento giusto “l’evento” per coders, penso riesca a scatenare la sviluppo di un ecosistema di applicazioni intorno al prodotto tale da crescere più velocemente di altri.

A mio avviso gli sviluppatori che hanno in mente di sviluppare qualche prodotto in questa direzione, dovrebbero farci una pensata: in questo momento, visto che il video è e sarà un mercato su cui sviluppare prodotti per i prossimi anni, ha molto spazio e dovrebbe esser presidiato. Ricordiamoci comunque che sviluppare prodotti legati alle API di altri comunque ci mette nelle condizioni di esser “vincolati” e non autosufficienti. Più che mai se pensate che Viddy è nel mirino di Facebook già da un po’.

I brand infine dovranno iniziare a pensare di utilizzare il video e/o pillole di video per comunicare e presentare i propri prodotti, i concept e l’azienda, così come oggi hanno iniziato a fare con Instagram in modo continuo, avvicinando l’utente anche dal punto di vista emozionale.

Io un paio di idee per partecipare già le ho, forse mi serve il tempo… ma se qualcuno volesse unirsi, ben disponibile 🙂

UPDATE 01/08/2012
Mi hanno appena abilitato le API di Viddy: il primo problema per un eventuale applicazione che cresce velocemente, sapete qual’è? Il rate limit! 2 chiamate massime al secondo, 5000 chiamate massime al giorno! Considerate che Instagram (che già di suo è particolarmente limitato) ne ha 5000 l’ora [Guarda lo screenshoot http://cl.ly/IRj9]

UPDATE 07/08/2012
Ho appena rilasciato un primo test di applicazione di mashup tra le API di Viddy e di Dropbox: ho realizzato un sistema che permette agli utenti, attraverso la doppia autenticazione Viddy e DropBox di effettuare il Backup dei video di Viddy in formato mp4 direttamente su DropBox. In pochi minuti (a seconda della velocità della vostra connessione) avrete i video direttamente sul vostro pc. L’applicazione Viddy Backup la trovate qui http://dev.fabiolalli.com/viddy/

Parlando di social con la nonna – Workshop Medioera

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Ad ottobre del 2011 partecipai ad un evento di Medioera a Viterbo dedicato allo startup d’impresa durante il quale parlai di Business Model Canvas. Ieri, Mauro e tutti gli amici di Medioera, mi hanno invitato di nuovo per parlare di social network, twitter e facebook e come utilizzare questi strumenti per fare business ad un target di giovani studenti ed alcuni imprenditori del viterbese.

Sapendo che il talk si sarebbe tenuto in orario aperitivo in un ambiente poco formale e molto rilassato, ho deciso di fare una presentazione un pò fuori dagli schemi dal titolo “Parlando di social network con la nonna” partendo da alcune immagini del film di Verdone con la grande “sora Lella”. Ho cercato di tenere un linguaggio semplice, simulando appunto il racconto di un giovane alla nonna.

Ho parlato di Facebook e Twitter e come questi strumenti possono essere utilizzati sia dalle persone che dalle aziende. Il discorso si è poi focalizzato sull’impatto dei due social network nella vita di tutti i giorni, del legame con il mondo “mobile”, del commercio elettronico e del mobile commerce.

Il workshop è stato introdotto dall’assessore all’Innovazione del Comune Chiara Frontini che ha presentato il progetto in corso d’opera per la città di Viterbo sugli hotspot per la connessione a internet. E’ poi intervenuto l’assessore provinciale alla Formazione e alle Politiche giovanile Paolo Bianchini che, invece, ha fatto il punto sul bando che sarà pubblicato a breve dalla Provincia relativo alle start up d’impresa per i giovani, progetto partito proprio in seguito ad un altro degli scorsi appuntamenti di Medioera.

Marco De Carolis ha annunciato le date del festival di Medioera che si terrà dal 14 al 21 luglio (durante il quale si svolgerà probabilmente il primo Indigeni Camp).

View more presentations from Fabio Lalli

Il valore degli investimenti fatti sui Social network e startup, è corretto?

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Seguo ormai da tempo e con attenzione e passione il mondo delle startup straniere ed italiane e sto osservando le varie dinamiche del mercato e tutto ciò che ne influenza la crescita, le scelte, i comportamenti ed modelli di investimento. Da un pò di giorni in rete e nei gruppi di facebook si discute, in modo più o meno acceso e con punti di vista completamente opposti, le valutazioni astronomiche di alcune startup, social network e alcuni investimenti apparentemente insensati su modelli di business non chiari o su sistemi ancora in fase di studio o ancora nemmeno implementati.

Anche se è evidente che stiamo in un momento in cui sembrano esserci tanti soldi da investire, il dubbio al centro di queste discussioni è: ci troviamo di fronte ad una nuova bolla o realmente il valore degli investimenti fatti su questi Social network / startup è corretto?

Provo a buttare giù alcune considerazioni personali ed un pò di numeri che mi sono appuntato in questi giorni e che ho letto in altri post in rete e provo fare un pò di ragionamenti partendo da alcuni esempi noti che a mio avviso sono i primi segnali di un sistema che “sta funzionando in modo strano“.

Partiamo da Groupon, azienda particolarmente criticata in questo periodo per il suo modello di business ed il cui obiettivo è quello di organizzare acquisti di gruppo su prodotti fortemente scontati: rifiuta da Google 6 miliardi di dollari, prende altri 950 milioni di fundraising e raggiunti i 2700 dipendenti punta ad un IPO che intorno ai 20 miliardi di dollari. Nello stesso segmento di Groupon, la piattaforma cinese Lashou.com, ha preso nel suo ultimo foundraising 1,1 miliardi di dollari a fronte si di un fatturato in forte crescita, ma a dicembre supera di poco i 150 milioni di dollari.

Facebook, società nata nel 2004, all’inizio del 2011 viene valutata circa 50 miliardi. Il Wall Street Journal ai primi di maggio valuta che Facebook possa avere un valore di oltre 100 miliardi per un possibile IPO per il 2012. Il fatturato del social network è atteso intorno ai 4 miliardi ed un ebitda di quasi 2 miliardi.

Gli altri tre social network, Linkedin, Twitter e Foursquare hanno avuto anche loro una crescita del valore in modo esponenziale. Twitter, oggetto del desiderio di Google e Facebook (ma che a mio avviso, vista anche l’integrazione di iOS 5 , potrebbe diventare invece obiettivo di Apple come già si rumoreggiava nel 2009) viene valutata tra gli 8 ed 10 miliardi di dollari, mentre alla fine del 2010 valeva poco meno della metà, e con un fatturato atteso per il 2011 di circa 250 milioni.

Linkedin invece con il suo fatturato di circa 175 milioni di dollari, vede una quotazione a circa 6 miliardi di dollari. Infine l’ultimo arrivato tra i social di “livello” e che recentemente ha raggiunto la quota di 10 milioni di utenti, Foursquare, dicono possa valere 250 milioni di dollari, ma tranne i dati relativi al finanziamento ricevuto nel 2010 di circa 95 milioni di dollari, non pubblica da nessuna parte dati ufficiali relativi al fatturato (poca trasparenza o …?).

Nell’ambito del gaming il colosso Zynga, social gaming company nata nel 2007 e che nel 2008 ottenne 29 milioni di dollari da alcuni venture capitalist, tra ottobre 2010 e febbraio 2011 passa da una valutazione di 5 miliardi a quasi 10: nel 2010 il fatturato è stato di circa 850 milioni di dollari e un utile di 400 milioni.

Poi ci sono anche altri casi come per esempio Color, startup sulla quale a Marzo 2011 sono stati investiti 41 milioni di dollari ed oggi ancora non è altro che un applicazione incompleta e senza significato e con pochi utenti. Infine l’altro caso Renren, social network cinese nato nel 2005 e ad oggi valutato ben oltre 70 volte il suo fatturato 2010 di 76 milioni di dollari. Potrei continuare con molti altri casi, ma per il fine di questo post, credo siano sufficienti gli esempi fatti.

Insomma, quindi tornando alla domanda iniziale, siamo o no ad una nuova bolla 2.0? Rischiamo di rifare lo stesso botto del 2000?

Pur ascoltando e leggendo pareri più o meno esperti che dicono che la situazione di oggi sia ben diversa da quella del 2000 sia dal punto di vista di chi mette i soldi, che dal punto di vista del modello di business delle aziende, ma non pensate che i numeri appena esposti abbiano comunque qualcosa di strano?

Io non ho fatto moltissimi esami di economia e finanza, ma quello che ho sempre saputo è che uno dei parametri su cui poter valutare finanziariamente un azienda è partendo dall’analisi dell’ebitda e soprattutto dal suo margine operativo lordo. Correggetemi se sbaglio. Ma qui come siamo messi?

Io credo che il problema più grosso in questo momento sia legato alle dinamiche finanziarie e agli investitori stessi, che avendo tutto l’interesse nel vedere crescere i numeri delle aziende sulle quali hanno investito, drogano il mercato con ipervalutazioni. Come è già successo nella bolla immobiliare.

Quello che mi vien da pensare, è che non saranno molte le aziende che rimarranno in vita se non quelle che saranno in grado di rispondere alle aspettative del mercato con i numeri reali.

 

Send Button di Facebook: il segnala ad un amico si evolve

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In queste ore Facebook ha rilasciato una nuova funzionalità tra i Social PlugIn. Il nome di questa funzionalità è SEND BUTTON e, anche se apparentemente non è nulla di nuovo (praticamente è l’evoluzione social del “Segnala ad un amico”, a mio avviso questa sarà un’altra ennesima rivoluzione per la condivisione e lo share di informazioni.

Il pulsante Send consente agli utenti di inviare facilmente i contenuti di un sito ad amici e non solo. Le persone avranno la possibilità di inviare il link della pagina attraverso un messaggio di posta elettronica ai propri amici Facebook, al wall di un gruppo di Facebook (di cui si è membro), e anche come e-mail a qualsiasi indirizzo di posta.

A differenza del LIKE che permette agli utenti di condividere un contenuto con tutti i propri amici attraverso la pubblicazione sulla bacheca, il pulsante SEND consente di inviare un messaggio privato a pochi amici. Il messaggio generato dalla nuova funzione conterrà un link, una immagine recuperata dalla pagina (stessa modalità dei post all’interno di FB), e una breve descrizione del link.

L’amministratore di una pagina web può specificare ciò che viene mostrato nel titolo, l’immagine e la descrizione utilizzando gli Open meta tag Graph. È possibile costruire il pulsante di invio per conto proprio, ma se volete attivare rapidamente il SEND come si fa anche con il pulsante LIKE , è possibile aggiungere semplicemente send = true come un attributo al codice del tasto Like già esistente. Questa modifica attiverà il testo mi piace ed il testo Send, uno accanto all’altro. Se volete attivare il vostro pulsante SEND potete accedere alla pagina Developer.

Il pulsante ha le seguenti proprietà:

  • Href: indirizzo da spedire
  • Font: il tipo di carattere da visualizzare nel pulsante. Opzioni: ‘Arial’, ‘Lucida Grande’, ‘Segoe UI’, ‘Tahoma’, ‘ms trabucco’, ‘Verdana’
  • Colorscheme: la combinazione di colori per il pulsante. Opzioni: ‘luce’, ‘dark’
  • Ref: un’etichetta per il monitoraggio del numero di click provenienti da una specifica pagina; Questo valore deve essere inferiore a 50 caratteri e può contenere caratteri alfanumerici e alcuni segni di punteggiatura (attualmente +/=-.:_). Specificando l’attributo ref si aggiunge il parametro ‘fb_ref’ all’URL del referrer quando un utente fa clic su un link dal plugin.

Quello che vedete qui sotto è l’implementazione del bottone all’interno del mio sito (lo trovate in alto a destra).

Per sapere se qualcuno utilizza il tasto SEND è possibile, attraverso un minimo di programmazione in JS, intercettare l’evento dell’invio utilizzando il ‘message.send’ del FB.Event.subscribe. Se avete la necessità di modificare la lingua del vostro tasto e volete per esempio utilizzare l’italiano (SEND -> INVIA) dovete semplicemente modificare il codice della lingua da en_US ad it_IT (se state utilizzando XFBML) oppure modificare il parametro “…?locale=en_US &…” presente nella URL del vostro iFrame.

Per quanto riguarda l’analisi del traffico generato, Facebook comunica che nelle prossime settimane rilascerà il parametro ‘ref’ per il plugin e si potrà quindi utilizzare Insight per il monitoraggio del traffico generato. E’ importante segnalare che gli invii generati dal SEND saranno conteggiati nel numero totale dei Like. Il totale dei Like sarà quindi calcolato sommando il numero di preferenze, azioni, commenti e messaggi di posta in arrivo contenente un URL.

Ho provato il servizio autoinviandomi un messaggio sia verso la mia casella di posta Gmail, che verso la posta di Facebook e verso un gruppo al quale sono iscritto, segnalando il mio blog: l’effetto è immediato. Nei gruppi viene visto come un post, mentre verso la posta elettronica e verso un account è visto come un messaggio di chat.

Io sono sicuro che il pulsante Send diventerà “onnipresente” sui siti internet come il pulsante Mi piace.