Instagram Marketplace NFT: è ufficiale il lancio in USA

Alla ricerca costante dell’ultimo trend da integrare (o da cui prendere ispirazione) e nella continua evoluzione dell’esperienza utente sempre più semplice, efficace e “fidelizzante”, Meta annuncia oggi ufficialmente che la piattaforma di foto diventerà anche Instagram Marketplace NFT.

Nei prossimi mesi la piattaforma consentirà ai creators di pubblicare i propri NFT e venderli direttamente ai propri follower. Il progetto lanciato oggi con alcuni creators (Amber Vittoria, Ilsa Valfrè, Isaac Drift Wright, e altri) negli Stati Uniti, selezionati dalla stessa Meta, promette che non addebiterà commissioni aggiuntive fino al 2024 poiché la società coprirà le tariffe del gas (costo delle transazioni).

Al momento del lancio, Instagram utilizzerà la blockchain #polygon per il minting NFT. Meta sta anche lavorando inoltre per includere video digitali da collezione su Instagram, aggiungendo il supporto per #Solana e Phantom Wallets.

Dal mio punto di vista lo shift culturale che può creare una piattaforma come Instagram (alla quale sono certo che seguiranno altre) è sicuramente importante per accelerare il processo di adozione ed utilizzo di massa, seppur in questo caso Instagram non avrà la sua blockchain ed il suo wallet, ma si appoggerà all’esterno.

L’utiilizzo della blockchain all’interno di piattaforme social sarà sicuramente di grande supporto allo sviluppo di quella che ormai viene chiamata Creator Economy (qui un articolo interessante https://lnkd.in/dn6JPD4C), ma a mio avviso sarà necessario arrivare ad integrarla realmente e non solo esternamente.Le grandi piattaforme non possono rimanere indietro: Linkedin, come altre, presto introdurranno le loro modalità per dare ulteriore valore e servizio agli utenti, anche integrando piattaforme terze, ma portando su di se la centralizzazione dell’utente e dei servizi.

Intanto Meta è già partito con il suo primo passo nella direzione di Instagram Marketplace NFT.

Instagram lancia Hyperlapse: quando il brand diventa un ecosistema di APP Mobile

Instagram ha lanciato poche ore fa Hyperlapse, una applicazione mobile in grado di catturare video in time-lapse e stabilizzare i movimenti del video. Il lancio l’ha fatto con un’app separata dall’app principale di Instagram, senza intaccare l’applicazione principale.

Come è già successo per Facebook con Messenger (e altre), per Google con Gmail, Now (e altre), Zinga con molte applicazioni, Foursquare con Swarm, ora ci troviamo di nuovo di fronte ad una scelta che sembra esser diventata un “trend” tra i big delle app e dei social: lanciare un’app (Instagram lo ha fatto appunto Hyperlapse) nuova con funzioni specifiche. Se inizialmente rilasciare app verticali e con brand diversi (vedi il caso di 4SQ) poteva sembrare una eccessiva frammentazione (criticata da molti in molte circostanze), ad oggi, a mio avviso, questo tipo di scelta, come ho scritto più volte online, sta diventando per i brand una opportunità non indifferente: lo stesso brand, crea applicazioni con funzionalità ed esperienza (design, ergonomia,..) molto verticale.

Creare un’ecosistema di APP (una costellazione di app come scritto anche qui da Fred Wilson) con funzioni specifiche, linkate tra loro e con la stessa autenticazione permette di creare nicchie di utenti specializzati e molto attaccati all’applicazione.

Io vedo più vantaggi che svantaggi in questa scelta.

Svantaggi? A parte la manutenzione di più app (che nel caso di big come loro credo sia un happy problem), o la sensazione che gli utenti possano trovare frammenta l’esperienza, non ne vedo altri svantaggi.

Vantaggi? Molti, provo a sintetizzarli.

  • Sperimentazione: un po’ come avviene nel modello lean startup si punta a creare un MVP, e seguendo il mantra del “Build, measure, learn“, se questo modello realizzato non va, si chiude. Senza impatti sul brand o sul prodotto principale. Questo approccio prevede non solo successi ovviamente, ma anche tanti fallimenti: pensate a Facebook e le app che hanno avuto una cattiva sorte come Paper, Camera, Mentions, Slingshot o Home. 
  • User experience: ogni progetto ha i suoi processi, le sue interazioni e le sue funzionalità specifiche. Una esperienza utente studiata ad hoc permette, con grande probabilità, di avere una maggior conversione ed una maggiore esperienza utente.
  • Utenza verticale: avere applicazioni con funzionalità specifiche permette di avere utenza molto competente ed esperta, maggiormente fedele e con maggior stickiness. Un’utenza specializzata si trasforma “facilmente” in una opportunità di revenue.
  • Posizionamento in store : avere app differenti permette di esser presenti in store con nomi, immagini e keywords specifiche (e magari in categorie diverse). A livello di ASO e SEO diventa sicuramente un vantaggio in termini di posizione e visibilità ;
  • Occupazione di spazio “utente”: vista la crescita del numero di app installate e presenti sul dispositivo dell’utente (ed soprattutto consideriamo anche il numero limitato di app che l’utente utilizza), vista l’importanza della posizione nella home del device ( di particolari folder organizzati dall’utente) e del numero di app visualizzabili in una unica schermata, avere più app vuol dire poter presidiare a livello di brand (e di utilizzo) lo spazio dell’utente;
  • Modelli di revenue specifici: ogni funzione specifica può avere diversi modelli di revenue. Inserire più modelli di revenue nella stessa applicazione rischia di infastidire l’utente “Ma come, ti ho dato già soldi per questo filtro, questa funzione ect ect, devo dartene altri per questa nuova?“. Il processo di acquisto in app potrebbe esser molto specifico e puntuale per ogni applicazione: immaginate di proporre l’acquisto di un filtro particolare (durante la composizione della foto) o di portare l’utente ad acquistare un altro servizio alla fine della pubblicazione di un video di certo tipo in una particolare sezione ;
  • Architettura: ogni applicazione ha le sue criticita architetturali e le sue esigenze: progettare una archittettura unica che possa sostenere tutto rischia di diventare eccessivamente costosa, poco manutenibile e poco scalabile. Avere invece una struttura dedicata permette di poter scalare, modificare e rivedere la logica con meno impatto e performance migliori.
  • Manutenzione: anche se sembra apparentemente un contro, avere più app permette di avere una manutenibilità delle applicazioni più snella, rapida, e fatta da team più specializzati.

Vi starete domandando se questa tendenza sia applicabile a tutti, vero? Personalmente non credo: la forza di questa azione è anche nel brand che può spostare fin da subito tanti utenti da una applicazione ad una applicazione specifica. Facebook, Google e pochi altri possono permetterselo.

Instagram, la crescita, le API ed il miele

Che sono un Instagram Addicted lo sapete. E sapete anche che fin dalla prima volta che l’ho utilizzata, ho scritto che avrebbe generato dipendenza negli utenti. Poi l’ho definita una startup perfetta, prima ancora che iniziasse a crescere esponenzialmente.

In soli tre anni dal primo lancio Instagram ha avuto una sviluppo esplosivo, superando, ad oggi, oltre 120 milioni di utenti con una crescita giornaliera impressionante ed un numero di foto condivise ogni secondo che farebbe rabbrividire qualsiasi esperto di architetture software . Se non ci credete guardate l’infrastruttura di Instagram, le tecnologie ed il modo di lavorare o seguite il loro team di ingegneri.

La strategia di sviluppo di Instagram in questi anni è stata a mio avviso perfetta e ha insegnato molto a chi ha seguito da vicino il progetto da più punti di vista:

  1. comunicazione: il progetto è nato solo per iPhone. Questa scelta ha creato inizialmente un senso di esclusività per i possessori, aumentando l’attesa degli utenti Android e la voglia di poter diventare utente Instagram;
  2. scalabilità: la scelta della partenza mono device, seppur apparentemente legata ad una scelta solamente di comunicazione, a mio avviso, era legata in realtà a motivi di crescita e scalabilità. Questa scelta ha permesso infatti ad Instagram di non collassare prima del previsto sotto i costi di infrastruttura (come successo a PicPlz) e gli ha permesso di consolidare il progetto, recuperare capitali da VC e poter continuare lo sviluppo successivamente su Android senza dover ricercare un business model nel breve termine;
  3. design, performance e semplicità: una applicazione dall’interfaccia semplice e performante (sono stati i primi a realizzare il modello di upload asincrono anticipando l’operazione rispetto alla conclusione dello sharing) ed allo stesso tempo affascinante grazie ai filtri che hanno appassionato milioni di utenti e provetti-fotografi. Instagram ha definito nuove linee guida di sviluppo ed interazione che son state riprese successivamente da molte altre applicazioni;
  4. community ed Instagramers: Instagram ha dimostrato come la community, non solo online ma anche fisica, costruita intorno ad una piattaforma, possa muovere interessi, partecipazione e riesca a generare engagement. Ha dimostrato inoltre come una community può far crescere il prodotto stesso grazie alle modalità – completamente diverse alle modalità progettate – di utilizzo degli utenti (eventi, mostre, contest, raccolte, ecommerce, stampe…)
  5. crescita ed exit: Instagram è stata venduta a Facebook per la cifra da capogiro di un 1 miliardo di dollari in soli 2 anni, realizzando la transazione al momento del maggior boost (coincidenza con il lancio della versione Android) e del maggior interesse da parte di Facebook (quotazione in borsa in corso) e Google (lancio di G+ ed esigenza di presidiare il segmento del photo sharing).

Ma non solo. Nel 2011, dopo il caso eclatante di ban di una applicazione non ufficiale che faceva crawling di dati e prima dell’inizio della crescita esplosiva, Instagram ha lanciato le sue API. Grazie anche all’ecosistema che si è sviluppato intorno alle API e alla quantità di applicazioni che son state sviluppate dalla comunità di sviluppatori, Instagram è passata dai 2 milioni di utenti che aveva al momento del lancio delle API, ai numeri di oggi (oltre 120 milioni di utenti) passando rapidamente dall’esser un progetto promettente ad una delle applicazioni più richieste e scaricate in iTunes fino a diventare il primo sistema di Photo sharing e Photo Discovery dando  alla fotografia una nuova vita.

In due anni son nate migliaia di applicazioni web e mobile – Instagram based – che hanno dato vita a svariati modelli di Business : dalla nostra Followgram e le sue brand page e account pro, a Statigram e le statistiche per utenti, Nitrogram per le statistiche business, Copygram per il backup delle foto, Instatalks con la chat, Jewelgram per la stampa su anelli, ai sistemi di scrittura su foto come Tweegram, o ancora Pinstagram, Gramfeed, Luxgram fino ad arrivare ai più svariati sistemi di stampa fotografica su formati e supporti diversi.

In comune tutti questi progetti che ho citato hanno due cose:

  1. sono basati sulla API di Instagram
  2. contengono, nella maggior parte dei casi, la parola Insta o la parola Gram nel nome del prodotto

Ma soprattutto tutti questi progetti sono nati su dei termini di servizio che permettevano, oltre all’utilizzo delle API, la possibilità di creare applicazioni in cui non comparisse per esteso “Instagram”, ma solo il prefisso “Insta” o il suffisso “Gram”. 

Ma ieri è cambiato qualcosa.

Instagram ha deciso di segnare un nuovo cambiamento nel suo percorso inibendo l’utilizzo della parola Insta e della parola Gram, a tutti i progetti basati su API Instagram.

Personalmente, alla lettura di una delle prime notizie, son rimasto basito come credo la maggior parte dei developer. Sono convinto e non discuto la decisione, visto che è anche specificato nei TOS relativi alle API, che Instagram possa far quello che vuole e modificare la struttura ed i termini di servizio in qualsiasi momento e senza preavviso. Ho sempre sostenuto infatti che chiunque sviluppi applicazioni API based su piattaforme gratuite debba tenere in considerazione certe possibili dinamiche e una possibile discontinuità di servizio ed è il motivo per cui non ho mai definito Followgram una startup, ma sempre un progetto-esperimento su cui fare esperienza.

Questa volta però il problema non è la continuità del servizio o la chiusura delle API come successo anche con Twitter un anno fa: quello che mi ha lasciato veramente a bocca aperta è la modifica retroattiva delle regole di naming delle app e gli impatti che questa scelta avrà nel medio breve termine.

Instagram grazie alle applicazioni ha imparato e appreso i comportamenti degli utenti, ha studiato numeri, trend, modelli di business e interfacce grazie ai developers e alle community. Grazie al naming dei progetti di terze parti chiamati Insta* o *Gram ha rafforzato il proprio brand. E lo ha fatto anche in modo palese spesso sostenendo i progetti linkandoli e condividendoli, richiamandoli nel proprio blog, nei tweet o nella sezione Help e Supporto. Praticamente riconoscendo ai progetti un ruolo “ufficiale”. Anzi Instagram incoraggiava all’utilizzo proprio nei suoi TOS precedenti.

Con questa modifica di servizio, non stiamo parlando quindi di discontinuità delle API e dei dati, ma di politiche di brand. Io mi domando se sia corretto modificare in modo retroattivo un TOS che può danneggiare progetti dal punto di vista del naming e del brand. Immaginate cosa significa per un progetto (APP mobile o Stampa) dover rivedere tutto il brand e modificare quindi il nome dell’applicazione nello store, rivedere le stampe dei pacchi di spedizione o tutta la comunicazione del progetto.

Io credo che questo sia un precedente importante che caratterizzerà ancora di più il futuro dei servizi di API in rete. Quello che ha fatto Instagram è a mio avviso grave perchè non impatta sulla logica di servizio ma sul brand. Avrei capito le API a pagamento ( che non escludo vanga fatto, anzi ) e lo avrei trovato corretto in termini di business e di relazione con i vari player di sviluppo di APP.

Io credo che il modello di business principale dei grandi sistemi e piattaforme mainstream, nel medio breve termine, sarà principalmente l’erogazione del dato a pagamento a fronte di continuità e SLA. In un ecosistema di servizi API, un approccio di questo tipo sarebbe Win Win per tutti. Ma per adesso non sembra andare così.

Altra lezione da imparare da Instagram: non fidarsi di piattaforme con TOS poco chiari o esclusivamente free perchè probabilmente non è un servizio API per fare business, ma miele per api-developer da allevare e spolpare.

 

UPDATE / Spunto ulteriori di riflessione: Grazie Davide Folletto Casali 

Io ho un unico dubbio che aggiungerei al tuo post: che il cambiamento sia stato fatto per una svista legale. Ovvero, un bel giorno i legali hanno “visto” i TOS e si sono accorti di quella dicitura che va contro i requisiti di legge per il mantenimento del marchio registrato.

Non sarebbe cosa nuova. Oggi innumerevoli ingiunzioni vengono mandate “a priori” perché “non mandarle significa perdere il diritto di avere il marchio registrato, in quanto si dimostra in modo fattuale di NON avere fatto enforcing del marchio.

 

 

I social network, il cocco, le bibite e la paura di esser tagliati fuori

Immaginiamo una spiaggia lunghissima di qualche chilometro: spazi enormi, tantissime persone presenti.

A sinistra un venditore di cocco inizia il suo percorso verso destra. Alla parte opposta, a destra, un venditore di noccioline, snack e bibite inizia il percorso verso sinistra. Nessuno dei due e a conoscenza dell’altro, ma entrambi hanno qualcosa in comune: la voglia di fare business. Partono alla conquista della spiaggia, sanno che non sarà semplice conquistare tutto.

Cocco bello, cocco…” strilla il venditore di cocco mentre cammina a passo spedito in spiaggia, tra gli ombrelloni, con il suo secchio pieno del suo prodotto. Il suo modo di attirare l’attenzione è efficace e caratterizzante: la sua voce, la sua cantilena ed il suo accento si riconosce a distanza. Accontenta molti utenti con il suo prodotto, il suo modo di fare la relazione diretta con le persone, anche se ne perde alcuni che non amano il cocco. Ma lui è determinato e focalizzato: vuole vendere il suo cocco, il migliore cocco in circolazione e lo fa con un prezzo alto per molti, ma non ha concorrenti su quella parte di spiaggia e può permetterselo.

Noccioline, snack… bibite fresche!” ed un gingle musicale di sottofondo accompagna invece il secondo venditore mentre fa il suo percorso. Lui è più lento, percorre meno velocemente la spiaggia perchè è appesantito da un carretto più impegnativo che gli permette però di mantenere le bibite – più pesanti – fresche. Il suo servizio è più completo, ma richiede un maggior sforzo da parte sua e gli utenti devono avvicinarsi al carretto che cammina solo sulla sabbia bagnata.

Tutti e due lavorano, hanno i loro clienti e procedono verso il centro.

Poco dopo la metà del percorso si incontrano. Non ci sono accavallamenti apparentemente e non sembrano tenersi in considerazione.

Continuando il percorso cominciano ad accorgersi di qualcosa di strano. Più avanzano e cresce la distanza dal punto di partenza, più diventa difficile vendere i propri prodotti. Chi ha le noccioline non vuole il cocco e ha già speso dei soldi. Ma succede anche il contrario: chi ha il cocco non vuole noccioline, ma il cocco mette sete e compra l’acqua.

Qui ha inizio la convergenza: il venditore di noccioline, snack e bibite inizia ad insediare il territorio ed il clienti dell’altro venditore. Il venditore di cocco, preoccupato del suo mercato e pensando di colmare un’esigenza dei suoi utenti, dalla mattina successiva inizierà a vendere anche le bibite. Per farlo si doterà di un carretto, più grande di quello del suo concorrente, che non gli permetterà più di esser più veloce e snello in spiaggia come prima. A sua volta il venditore di noccioline, vedendo un agguerrito avversario muoversi in una certa direzione, si doterà anche lui di cocco, di chupa chups e altri piccoli prodotti.

Fine della storia.

Non c’è una vera e propria morale in questo racconto, ma questa storia secondo me sintetizza bene quello che sta succedendo con i social network e la loro convergenza evolutiva: Google vuole fare Facebook, Facebook vuole fare Foursquare, Instagram fa Twitter, ma Twitter vuole esser anche Instagram…

Da qui una riflessione personale: in tutti e due i casi i venditori perderanno di vista le loro caratteristiche principali, il loro core business iniziale e la centricità su quegli utenti che avevano all’inizio con un prodotto mirato ed un servizio studiato ad hoc. Tutti e due faranno un po’ tutto sperando di cannibalizzare il più possibile l’altro, aggiungendo servizi e prodotti che “funzionano” per il concorrente, senza verificare l’effettiva esigenza, la migliore esperienza e senza concentrarsi su quello che veramente sanno fare bene.

Stefano Bernardi, che ringrazio, citando un mio tweet mi ha segnalato l’effetto FOMO – Fear of Missing Out  ossia la paura di rimanere tagliati fuori. Questo genera una convergenza fisiologica e va a discapito dell’innovazione e della qualità del servizio all’utente.

E’ già successo, sta succedendo di nuovo con Twitter, Facebook, Instagram e succederà ancora: è fisiologico e tutto questo ha pro e contro. Da una parte genera un appiattimento delle piattaforme, dall’altra genera spazi verticali per nuove imprese e nuovi servizi maggiormente focalizzati sulla propria competenza e sul proprio valore.

 

La fotografia è morta? No, è cambiata ed evoluta

In questi mesi si è parlato spesso di PhotoSharing, PhotoDiscovery, fotografia e fotografi, professionisti o amatori, iphonografia e molto altro.

Molti hanno scritto che la fotografia, quella tradizionale sia morta. Ma in fondo, per qualcuno, ad ogni novità ed evoluzione muore sempre qualcosa.

Qualcuno ha scritto che la fotografia digitale, ma sopratutto la iPhonografia abbia ucciso la vera fotografia: quantità smisurate di foto, qualità sempre più basse, meno dettagli, meno tecnicismi, meno arte. Altri invece hanno scritto che questo nuovo modo di fare fotografia sia fondamentalmente una esigenza dettata dal tempo, sempre meno a disposizione, dalla voglia di condivisione ma soprattutto sia un cambiamento fisiologico dettato dall’evoluzione e dalla diffusione degli smartphone. L’esplosione mobile ha evidentemente cambiato molte cose, forse sulla fotografia in particolar modo.

Secondo me, non è morto nulla, è semplicemente evoluta la fotografia e cambiata la modalità di fruizione, il tempo a disposizione delle persone, e le esigenze nonchè le modalità di costruire una propria memoria di emozioni.

Come ho scritto più volte, quello che è successo con Instagram è un po’ come quello che è successo con gli MP3 e la musica.

Instagram, ma in generale il PhotoSharing, ha reso di massa la fotografia intesa come istantanea di un momento e di nicchia la fotografia tecnica, fatta di tecnicismi. Ma la fotografia, in se e per se, è rimasta quella che è sempre stata nel suo valore e nel suo contenuto.

La fotografia è ancora arte, sentimenti e momenti della vita, ma ha guadagnato con questa evoluzione l’aggiunta di meta informazioni che la rendono più completa. Una foto non racconta più una emozione ma una storia fatta di date, luoghi, interazioni e relazioni con persone che in quel momento erano nello stesso posto.

Mobile Photography [Infographic]
Grazie ad Overgram per questa infografica.

Quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

Per chi non lo sapesse – ma non ci credo nemmeno un po’ – Instagram (e non solo loro) da questa mattina è completamente KO.

Colpa di Amazon, si dice.

Da quello che ho letto, tanti instagrammers hanno scoperto il problema di Instagram verso la mezza mattinata di oggi, quando, ripresi dalla serata del venerdì o ancora impegnati nella vita familiare del sabato mattina, dopo aver impugnato lo smartphone per scattare qualche foto, hanno trovato un messaggio che diceva che il servizio non era disponibile. Tutti hanno cominciato a twittare che qualcosa non andava, che non era possibile caricare foto e così, tra il turbamento, lo shock, l’ansia da scatto frenetico mancato e la sindrome da InstagrammersSenzaInstagram, si è diffusa la notizia del problema.

World wide, Instagram è down. E la colpa è di Amazon.

A me non è andata esattamente così. O meglio, lo shock l’ho avuto anche io, ma per colpa delle API. Quelle di Followgram.

Praticamente le notifiche del problema di Instagram le ho iniziate a ricevere dalle ore 5.30 di questa mattina, mentre dormivo: prima ricevo un DM su Twitter da un brasiliano che mi dice di avere problemi ad autenticarsi. Poi dalle ore 5.45 circa, iniziano ad arrivare in sequenza segnalazioni e mentions sull’account di Followgram da parte di utenti che segnalano malfunzionamenti sul sito e lamentano di non poter accedere.

E così, ancora cotto di sonno, mi alzo, controllo la posta, poi uservoice, guardo twitter e trovo una quantità industriale di segnalazioni relative al malfunzionamento di Followgram. Tra un tweet ed un altro, leggo che si tratta di un problema di Amazon che ha colpito anche altri siti (Pinterest, Netflix and Heroku). Faccio due verifiche, il server è su, il Db anche, il dominio si vede… e Amazon?!? Ma dai, è perfetto e non ha problemi. Siamo up e running: Amazon fino ad ora non ci ha mai tradito, è sempre su, e poi noi siamo tranquilli, abbiamo anche una VPS dove manteniamo un clone per sicurezza, perchè ci piace dormire tranquilli, non su Amazon.

Ma allora che problema c’è? In effetti, Amazon è giù. Ma non il nostro che si trova in un’altra area: è giù quello che sta in Virginia, dove è passata una mega tempesta che ha spento tutto. E si, Instagram è proprio lì. “Solo lì”.

Peccato che se noi siamo su, e loro sono giù, anche noi siamo giù. O meglio, un pò meno giù di loro (magra consolazione), ma allo stesso tempo incasinati perchè strettamente legati alle loro API: non cresciamo, non eroghiamo il servizio, non acquisiamo nuovi utenti, non fatturiamo.

Ed ecco qui la riflessione: quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

C’è qualcosa che non va perchè se hai un modello di business o un servizio basato su altri (nel nostro caso tramite API di Instagram), sei praticamente come un apetta lavoratrice legata all’Ape regina. Se quella non funziona (o peggio ancora muore), tu sei nei casini. E non pochi.

C’è qualcosa che non va, soprattutto, perchè, come giustamente ha detto anche Alessio nel suo post, la Cloud sembra perfetta ma non lo è ancora e non ci si può ancora fidare al 100%. Ed il problema, secondo me, non è solo un problema tecnologico, ma di strategia, perchè ogni azienda, ogni applicazione, ogni progetto ha una sua struttura, un suo dna, un suo funzionamento e i suoi tempi di batch, allineamento, backup e gestione dei dati e nessuna infrastruttura potrà mai, singolarmente, sostituire in modo standard ogni singolo modello.

La dimostrazione l’abbiamo avuta oggi con Amazon e Instagram: un’applicazione comprata per milioni di dollari che non è raggiungibile per quasi 20h consecutive perchè il suo carrier è andato giù per una tempesta. Praticamente Amazon è stato il Single Point of Failure di Instagram.

All’inizio del post ho detto, non a caso, “Colpa di amazon, si dice”. Il si dice fa riferimento al fatto che tutti stanno guardando al problema di Amazon, ma nessuno (o quasi nessuno, leggete il post di Ingrid Lunden su techcrunch) sta pensando al fatto che Instagram, ribadisco, progetto pagato milioni di dollari, non abbia un piano di Disaster Recovery e Business Continuity tale da garantire il funzionamento anche a fronte di una tempesta e non abbia saputo garantire ai suoi utenti e al suo ecosistema di API e applicazioni, un ripristino immediato o in tempi ragionevoli.

Credo che questo tema, la business continuity, sia un tema caldo da affrontare su molti progetti di startup che sottovalutano ampiamente il concetto di continuità operativa.

Alla fine, la cosa positiva di oggi è che, non sapendo stare fermo ad aspettare, mi son messo a lavorare su altro.

Photo Sharing + Social Discovery = Photo Discovery

Il mondo della fotografia negli ultimi due anni ha subito una esponenziale evoluzione grazie allo sviluppo del photosharing, raggiungendo numeri importanti per numero di foto condivise, frequenza e qualità degli scatti. Evoluzione dovuta sicuramente al numero di smartphone sul mercato e alla diffusione della connettività da mobile ma anche, a mio avviso, all’esplosione di sistemi e piattaforma social come Instagram che, come ho detto più volte, ha generato una rivoluzione nel mondo della fotografia pari di quella degli Mp3 nell’ambito musicale.

Le persone hanno “imparato” a scattare foto da smartphone e non più da macchina fotografica seppur piccola e compatta, hanno migliorato i loro scatti attraverso l’applicazione di filtri che hanno reso le foto più belle ed emozionali, hanno imparato piccole-nuove tecniche di scatto seguendo altri utenti, hanno condiviso luoghi, momenti ed emozioni. Questa rivoluzione ha definitivamente generato una divisione netta tra il fotografo professionista, che scatta con strumenti professionali e molta tecnica, ed il fotografo amatoriale che scatta in mobilità, con strumenti alla portata di – quasi – tutti e con molta meno esperienza e professionalità.

Proprio come è successo tra l’ascoltatore di musica di qualità, e l’utilizzatore di Mp3. Meno tecnica, meno qualità, meno esperienza, strumenti meno sofisticati, ma alta frequenza di scatto, disponibilità dei contenuti on line, condivisione e socializzazione.

Socializzazione, questa è stata la chiave e l’ulteriore evoluzione del Photo sharing è nella direzione Social: persone e brand che attraverso le foto comunicano, condividono emozioni ed esperienze. E grazie ad affinità di scatti, luoghi e contenuti si incontrano e si conoscono.

Photo Sharing + Social Discovery = Photo Discovery.

Le foto possono questo e molto di più.

Instagram l’ha capito, Facebook lo sta rilasciando, Followgram lo sta facendo già da qualche mese. 😉

La crescita esplosiva di Instagram #infografica

Chi segue il mio blog sa quanto io sia innamorato e addicted di Instagram, e quanto, da quando hanno rilasciato le API del loro servizio, mi sia focalizzato sul suo studio, sullo sviluppo di Followgram con Lorenzo e su tutto l’ecosistema che si è creato intorno a questa applicazione.

Instagram è a mio avviso un progetto di startup perfetto: i numeri riportati in questa infografica ne sono la conferma.

 Instagram Nation: The Smartphone Photographer’s App of Choice
Courtesy of: Online Colleges

Paper by FiftyThree: un app semplice come il suo modello di business

Mi è capitato solo una volta fino ad ora di innamorarmi di un’applicazione in modo così forte da scriverne dei post: era novembre del 2010 e scrissi il mio primo post su Instagram, “un’applicazione che genera dipendenza emotiva“. Beh, a distanza di un anno e poco, più posso dire, in linea di massima, di aver avuto una buona intuizione.

Instagram ha superato il billione di foto caricate, oltre 30 milioni di utenti e dopo l’uscita della versione per Android, sta facendo parlare di se per la valutazione che ha ricevuto per il suo round b.

Qualche giorno fa mi è successo di nuovo: mi sono innamorato di un’altra applicazione. Questa volta si chiama Paper di FiftyThree.

Si tratta di una applicazione elegante e minimale e nella sua semplicità e sensibilità diventa perfetta per chi vuole scarabocchiare a mano libera o con pennino su un ipad e vuole divertirsi con gli acquerelli o pennarelli. L’applicazione permette di creare dei taccuini, personalizzarli, disegnarne il contenuto con diversi tipi di punte e colori, e poi condividere il risultato finale, per adesso, su Facebook, Twitter e Tumblr. L’applicazione è gratuita ed il suo modello di business è basato sulla vendita dei pennini aggiuntivi che attualmente possono esser comprati in-App alla cifra di 1,59€ singolarmente o 5.99€ per l’intero pacchetto.

Sullo store di Apple non esiste ovviamente solo questa applicazione per disegnare, ma questa devo ammettere che mi ha colpito in particolar modo. Perchè? Prima di tutto per il design: un’ interfaccia molto pulita, chiara e con pochi fronzoli, funzioni minime ed una interazione efficace. Secondo, mi ha colpito il semplice modello di business, applicato in modo efficacissimo: ti regalano l’app con la miglior “punta”, ti fanno vedere che funziona bene, ti fanno vedere le altre punte e ti incentivano a completare tutto il set con un pricing vantaggioso rispetto all’acquisto singolo, direttamente in-app. Senza perder tempo, sull’emotività e l’impulsività di acquisto.

Per quanto sia molto ben curata, facilmente utilizzabile e con un livello di comunicazione puntualissimo (buttate un occhio al loro sito), l’applicazione secondo me può ancora crescere, sia dal punto di vista delle funzionalità, sia dell’aspetto social, sia dal punto di vista delle possibilità di integrazione con altre piattaforme. Pensavo per esempio alla possibilità di poter fare direttamente il backup su dropbox o altro storage in cloud, o esportare i disegni in PDF o ancora salvare in formati grafici diversi da poter utilizzare in presentazioni o direttamente programmi di fotoritocco.

Poco fa ho proposto, sul sito del loro supporto, l’attivazione delle API per gli sviluppatori : a mio avviso l’attivazione di un’area utenti dove poter caricare i lavori sviluppati e contestualmente l’apertura delle API agli sviluppatori, darebbe una forte spinta alla crescita all’app, aumenterebbe gli utenti e l’utilizzo per utente, renderebbe l’app ancora più social e con un potenziale di crescita enorme.

Secondo me, con una scelta de genere si potrebbe sviluppare lo stesso ecosistema di applicazioni che è nato intorno ad Instagram, e Paper potrebbe diventare l’ “instagram” dei disegni ed una startup perfetta 😉

Instagram, può esser un modello di startup perfetta?

Instagram nell’ultimo anno è divenuta una delle applicazioni più popolari nell’app store ma soprattutto è diventata il social per il photo sharing con maggior crescita.

Poco più di un mese fa, con il team di sviluppo di Followgram, abbiamo realizzato la nostra infografica “Fun and Fact” nella quale avevamo raccolto alcuni numeri importanti e segnalato la vertiginosa crescita di Instagram fino a 7 milioni di utenti in un anno e 150 milioni di foto caricate. Durante il TechCrunch’s Disrupt conference tenutosi pochi giorni fa, Instagram ha annunciato alcuni nuovi numeri: 9 milioni di utenti, (praticamente come Foursquare, ma nella metà tempo) e oltre 200 milioni di foto.

Incredibile, un incremento di oltre 50 milioni di foto e una crescita di poco meno di 2 milioni di utenti in poco più di un mese . Impressionante.

Chi legge il mio blog sa quanto sono affascinato da questa applicazione, ma quello che mi ha colpito di più negli ultimi mesi, è il modello con il quale Kevin e Mike, fondatori di Instagram, stanno portando avanti il progetto. Ci sono almeno 4 punti fondamentali che, secondo me, fanno di questa gestione, e quindi di Instagram, un modello di startup perfetta e che dovrebbe esser preso come esempio.

Costi e struttura. Fino a pochi anni fa per raggiungere 10 milioni di utenti era necessario immaginare una società composta da migliaia di persone e una rete di vendita o sedi distribuita su territorio mondiale. Instagram ha invece solo 5/6 dipendenti a tempo pieno, una sede non troppo grande, una infrastruttura estremamente scalabile. Eppure, raggiunge quasi 10 milioni utenti e processa un numero di documenti (foto) incredibilmente alto, ogni secondo. Una startup oggi deve puntare ad una struttura snella, ad una infrastruttura basata su cloud e software open source, e mantenere e razionalizzare i costi quanto più possibile.

Mercato. Instagram è una applicazione che attualmente è solo su iPhone. Non è presente su Android, ed è appena presente sul web, pur non avendo tutte le funzionalità di base dell’app, grazie alla pubblicazione delle API che hanno permesso lo sviluppo di applicazioni di terze parti. Qualcuno ha più volte detto “Ma come è possibile che ancora non abbiano investito anche su Android!?“. Il punto è proprio questo: è stata una strategia e fin ora hanno avuto ragione: oggi il mercato è talmente grande, pieno di tecnologie, ambienti diversi (basti vedere al Mobile con iOS, Android, WindowsPhone, Blackberry, Symbian…) e una forte diffusione tra gli utenti, che un prodotto immesso sul mercato può crescere molto, anche se focalizzato su uno solo di essi, riducendo così i costi iniziali di sviluppo e manutenzione.

Crescita e distribuzione. Negli ultimi 4 anni Facebook ha mantenuto un trend di crescita altissimo tanto da stravolgere completamente l’importanza dei motori di ricerca, e sviluppando numeri incredibili in termini di condivisione e contenuti generati dagli utenti (commenti, like, post, foto, video…). Ormai ogni 12 mesi i social network raddoppiano i contenuti condivisi in rete. Instagram grazie a questa crescita (e all’astuta integrazione con le piattaforme più note) sta crescendo due volte più veloce Foursquare che sta crescendo a sua volta più velocemente di Twitter. Questo dimostra che un prodotto sviluppato e ben integrato nei social network, può sfruttare lo sviluppo esponenziale delle piattaforme social e la quantità crescente di dati condivisi, riducendo notevolmente i costi di posizionamento e marketing.

Modello di business. Chi l’ha detto che una startup non può partire se non ha un modello di business? Instagram attualmente non ce l’ha, e non monetizza. Non ha pubblicità, e non vende funzionalità premium. Probabilmente ad un certo punto dovrà tirare fuori un modello di business e cominciare a generare revenue e questo è fuori dubbio. Adesso però non ce l’ha e momentaneamente non ne ha bisogno: malgrado questo ha già avuto circa 8 milioni di dollari founding. Perchè? Il punto è che l’esecuzione e la realizzazione è costata pochissimo, la manutenzione e lo sviluppo anche, la struttura è crescente ma sotto controllo, ed il team è ridotto. Per un investitore Instagram è quindi decisamente appetibile: costa poco e cresce tanto. Si può aspettare ancora prima che questa trovi il modello di business vincente, e magari attendere una acquisizione.

Secondo voi quindi, esiste un modello di startup perfetto?

 

UPDATE 8 dicembre 2011
Vi segnalo un paio di risorse che potrebbero farvi intuire il livello di architettura e progettazione messo su da Instagram. Se vi fate una lettura approfondita di questi due post vi rendete conto che una architettura di questo tipo, non costa poco e scalarla vuol dire avere un discreto impatto su budget.