La politica sull’AI non sa cosa promettere, e questo รจ un problema

Mi รจ capitato sotto gli occhi nelle ultime settimane un saggio di Dan Kagan-Kans, The left is missing out on AI, che parte da una constatazione sull’America ma vale anche per l’Italia e probabilmente per buona parte d’Europa. Il dibattito politico sull’intelligenza artificiale, dice in sostanza, ha un buco preciso al centro. Da una parte ci sono i tecnici e gli imprenditori che progettano i sistemi e ne disegnano gli usi. Dall’altra ci sono i policy maker che cercano di limitare i danni, regolare l’esistente, mettere paletti. Manca quasi del tutto, in mezzo, una cosa che invece c’era stata in abbondanza durante la Rivoluzione Industriale: la voce dei movimenti politici che proponevano una loro visione di come la nuova tecnologia avrebbe dovuto servire un progetto di societร . Saint-Simon, Owen, Fourier, Marx, ciascuno con un’idea diversa, talvolta opposta, ma tutti con un’idea precisa di cosa fare delle macchine a vapore e dei telai meccanici per costruire il mondo che volevano.

Adesso, in piena rivoluzione AI, quella voce non c’รจ. O meglio, c’รจ in modo asimmetrico, in alcune frange della destra americana e in pochissimi nodi accademici, mentre la sinistra in particolare arriva all’AI con due posture parallele: o regolatoria-difensiva oppure indifferente. Manca il terzo movimento, quello che Kagan-Kans identifica come essenziale: una proposta di societร  in cui l’AI faccia certe cose specifiche per costruire un futuro migliore, immaginate non da chi vende la tecnologia ma da chi rappresenta gli interessi delle persone che ci dovranno vivere dentro.

Questa lettura mi sembra istruttiva e provo a portarla a casa, in Italia, dove la situazione รจ ancora piรน acuta.

Il vuoto che non vediamo

Per spiegare bene di cosa parla Kagan-Kans serve riallineare la prospettiva storica. Quando, a inizio Ottocento, le filande meccaniche cominciavano a riorganizzare la produzione manifatturiera in Inghilterra e Francia, non si limitarono a sostituire lavoratori artigiani: scatenarono un dibattito intellettuale e politico che durรฒ decenni, in cui movimenti diversi presero posizione su come usare quelle macchine per fini sociali diversi. I sansimoniani volevano un’industria razionalizzata e gestita da scienziati per il benessere collettivo. Robert Owen sperimentava comunitร  modello in cui le macchine alleviavano il lavoro e generavano tempo libero per la formazione. Fourier immaginava i falansteri. Marx ed Engels costruivano un’analisi del rapporto capitale-lavoro che attraversa due secoli di pensiero.

Si puรฒ essere d’accordo o no con ognuno di questi progetti, ma tutti condividevano una cosa: la pretesa di prescrivere usi specifici della tecnologia per fini politici dichiarati. Non si chiedevano solo come limitare i danni delle macchine, si chiedevano come usarle per costruire la societร  che volevano.

Oggi, davanti all’AI, questo livello di proposta รจ quasi assente. C’รจ abbondanza di analisi sui rischi, di richieste di regolazione, di paure articolate. C’รจ una quantitร  ancora maggiore di entusiasmo tecnocratico da parte di chi costruisce i sistemi. In mezzo, perรฒ, manca il livello propositivo. Mancano i movimenti che dicono: l’AI dovrebbe essere usata per fare X, Y, Z, secondo un disegno di societร  che si chiama in questo modo, perchรฉ crediamo a queste idee specifiche sul bene comune.

Perchรฉ รจ un vuoto, non un’attesa

Una risposta facile sarebbe dire che รจ presto. Che si tratta di tecnologie nuove, di applicazioni in corso di stabilizzazione, di scenari ancora sfumati, e che la politica arriverร  dopo, quando ci sarร  piรน chiarezza su cosa effettivamente questa tecnologia faccia.

Non penso che sia cosรฌ, per due ragioni che credo importanti. La prima รจ che la storia non funziona cosรฌ. I sansimoniani non aspettarono che la rivoluzione industriale fosse completata per immaginare cosa farne. Cominciarono a immaginarla mentre era ancora in corso, mentre i contorni erano sfumati, e proprio per questo riuscirono a influenzare la direzione. Aspettare la chiarezza significa rinunciare al diritto di disegnare. La seconda รจ che mentre la politica aspetta, qualcun altro disegna. Quel qualcun altro sono in larga parte le imprese tech, che hanno priori molto definiti sull’uso desiderabile dell’AI: massimizzare l’efficienza, ridurre i costi del lavoro, accelerare il ciclo di sviluppo dei prodotti, espandere la capacitร  di calcolo. Nessuno di questi obiettivi รจ cattivo in sรฉ, ma neanche uno coincide automaticamente con un disegno di societร  sostenibile, equa, capace di sostenere chi rimane indietro.

Il rischio reale di questo vuoto, secondo me, non รจ la sopraffazione politica della tecnologia. รˆ il contrario: che la politica, non avendo proposte proprie, finisca per importare le prioritร  del settore tecnologico come se fossero prioritร  collettive. Giร  adesso, in molte agende governative italiane, si parla di AI in termini ripresi quasi letteralmente dai pitch di aziende che vendono soluzioni AI. Senza un livello propositivo autonomo, la politica resta in posizione subordinata, regolatoria nel migliore dei casi, ancillare nel peggiore.

Tre cose che potrebbe dire chi volesse riempirlo

Provo a immaginare cosa proporrebbe un movimento politico contemporaneo serio, se decidesse di occupare quel vuoto. Non parlo di programmi elettorali completi, parlo di idee-cardine attorno a cui costruire una visione propositiva sull’AI.

La prima idea potrebbe riguardare il tempo. L’AI puรฒ comprimere drasticamente il tempo necessario per certe attivitร  cognitive e operative. Cosa ne facciamo di quel tempo? In una visione economicista, lo trasformiamo in maggior output a paritร  di ore. In una visione diversa, lo restituiamo alle persone sotto forma di settimana lavorativa piรน corta, riduzione del lavoro non retribuito, aumento del tempo per la cura, lo studio, la cittadinanza attiva. รˆ una scelta politica, non tecnica. Ma serve un movimento che la metta sul tavolo, perchรฉ di default non si sceglierร  mai questa direzione.

La seconda idea potrebbe riguardare la conoscenza. L’AI sta concentrando rapidamente l’accesso a una nuova generazione di strumenti cognitivi nelle mani di chi puรฒ pagarseli o di chi lavora in aziende che li adottano per primi. La differenza tra chi ha accesso a un assistente AI di alto livello e chi non ce l’ha รจ giร  oggi un nuovo divario, e crescerร  rapidamente. Un movimento politico serio dovrebbe avere un’idea su come democratizzare quell’accesso: scuole pubbliche che integrano questi strumenti, biblioteche civiche come hub di accesso, formazione adulta non come optional ma come servizio universale. Anche qui, รจ una scelta politica.

La terza idea potrebbe riguardare l’autonomia. Piรน gli agenti AI diventano capaci di agire sul mondo, piรน diventa critica la domanda: chi controlla davvero questi sistemi quando decidono al posto nostro? L’attuale architettura, dominata da una manciata di aziende USA e cinesi, non รจ l’unica possibile. Esistono alternative open, federate, locali, che richiedono investimenti pubblici per essere competitive. Un movimento che voglia tenere il controllo democratico sulle infrastrutture cognitive del futuro dovrebbe finanziare e proteggere questi modelli alternativi, prima che la concentrazione attuale diventi irreversibile.

Sono tre proposte ovvie, in un certo senso. Eppure non vedo una forza politica italiana che le abbia formulate insieme, dentro una cornice coerente, con la pretesa di costruire un futuro specifico anzichรฉ solo gestire l’esistente.

Il punto che mi tocca personalmente

In Pelle Digitale avevo provato a descrivere come la frontiera tra noi e le macchine si stesse facendo piรน sottile e piรน aderente, e in Spatial Shift avevo allargato la prospettiva guardando come si stesse riconfigurando lo spazio in cui agiamo. Tornando su quei libri oggi mi accorgo che entrambi descrivono fenomeni in corso senza prescrivere un esito politico. Faccio l’analista, non il proponente. รˆ una scelta legittima per chi scrive da imprenditore. รˆ anche, perรฒ, un sintomo del problema che Kagan-Kans diagnostica.

La veritร  รจ che osservare e descrivere รจ la parte facile. Proporre cosa fare di queste tecnologie per costruire la societร  che vogliamo รจ la parte difficile, perchรฉ richiede una visione politica esplicita, e in questo momento storico in Italia รจ quasi imbarazzante esprimerne una. Si fa fatica a discutere di visioni politiche di lungo periodo senza essere immediatamente catalogati su un asse destra-sinistra che ha smesso di catturare le distinzioni rilevanti.

Eppure, se non lo facciamo noi, lo faranno altri al posto nostro. Lo faranno bene, perchรฉ hanno interesse a farlo. E nessuno di loro avrร  come prioritร  le persone che oggi sento attorno a me ogni giorno, lavoratori cinquantenni che dovranno reinventarsi, studenti che non sanno se le loro lauree avranno valore tra cinque anni, imprenditori medi che si chiedono se le loro aziende riusciranno a stare in piedi nel decennio.

Non ho una proposta politica completa da offrire qui. Ho una sensazione precisa che mi accompagna da mesi: che il pezzo piรน importante della partita sull’AI non si stia giocando nei laboratori di Anthropic o nelle policy room di Bruxelles, ma in una stanza vuota che nessuno ancora sta occupando. La stanza in cui qualcuno dovrebbe stare disegnando un’idea di societร  che dia un senso politico a tutta questa potenza tecnica. Senza quel disegno, anche le tecnologie migliori finiscono per servire fini che nessuno ha mai esplicitamente scelto. รˆ successo giร  due secoli fa, con conseguenze che paghiamo ancora. Mi piacerebbe che questa volta facessimo meglio.

Industrial revolution mechanized muscles. AI revolution is mechanizing minds.

Era il diciottesimo secolo e l’avvento delle macchine iniziava a spostare equilibri che sembravano consolidati. La rivoluzione industriale, con la sua meccanizzazione massiccia, sollevรฒ preoccupazioni e timori ovvi in prossimitร  dei grandi ed imminenti cambiamenti.

Cosa sarebbe stato dell’uomo e della sua essenza di fronte a questa trasformazione?

Una serie di evoluzioni, miglioramenti e criticitร  in divenire in vari ambiti che poi nella storia abbiamo letto: da grandi impatti industriali a lavorativi, dal tempo liberato dalle macchine, l’emergere del lavoro part-time, l’incremento dei consumi, nuove dinamiche di aggregazione sociale, la riduzione delle distanze e tempi, nuovi ambiti normativi da sviluppare ma soprattutto – di base – la facilitazione delle attivitร  fisiche, e la conseguente meccanizzazione dei muscoli.

E cosa sarร  dell’uomo e della sua essenza di fronte all’imminente crescita dell’AI?

Oggi siamo nel pieno (non si puรฒ e non si deve parlare di inizio perchรฉ questo processo di cambiamento รจ nato ben prima di chatgpt…) di nuova rivoluzione “industriale”, derivante appunto dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, e che presenta incredibili parallelismi con la storia giร  vissuta. L’IA sta creando nuova forma di libertร  temporale, destabilizzando processi e modelli consolidati, forgiando nuove forme di comunitร  e conoscenza. Stiamo assistendo e partecipando, in modo diretto o indiretto, consapevole o meno, ognuno di noi, ad uno shift di competenze, creativitร , apprendimento, segnando temporalmente quella che verrร  con certezza chiamata l’era della meccanizzazione delle menti.

AI’s societal impact mirrors industrialization: disruptive, transformative, yet inevitably integrated

E cosรฌ come la meccanizzazione รจ divenuta parte integrante delle industrie, trasformando il modo in cui operavano, l’IA diventerร  essenziale in termini di sopravvivenza e competitivitร  (se giร  non lo รจ per molti ambiti), integrandosi pienamente nei modelli e nella consapevolezza aziendale. Nessuna impresa potrร  ormai prescindere dall’adozione dell’IA per “meccanizzare” processi di studio, analisi e conoscenza, creando nuovi modelli operativi.

Tanto meno riusciremo a fare a meno di utilizzare strumenti di AI per sviluppare competenze, comprendere e cercare, e non รจ detto che lo faremo coscientemente perchรฉ l’AI ci sarร  e sarร  sempre piรน invisibile ai nostri occhi, esattamente come la tecnologia che indossiamo ed usiamo, e di cui non ci accorgiamo piรน.