Il 57% di McKinsey รจ il numero sbagliato per fare scelte aziendali
Il 25 novembre 2025 il McKinsey Global Institute ha pubblicato uno dei report piรน discussi dell’ultimo semestre, Agents, Robots, and Us: Skill Partnerships in the Age of AI. La cifra che รจ girata su tutti i media internazionali รจ una: il 57% delle ore lavorative negli Stati Uniti รจ tecnicamente automatizzabile oggi, senza attendere ulteriori breakthrough. Il 44% via agenti AI, il 13% via robotica. Una percentuale cosรฌ alta che, raccontata male, suona come un annuncio di disoccupazione di massa.
Leggere cosรฌ quel numero, secondo me, รจ il modo peggiore di usare quel report. Il 57% misura il potenziale tecnico in laboratorio, non lo scenario reale di adozione. Usarlo per fare scelte aziendali porta nella direzione opposta a quella utile. Ho letto il report intero in questi giorni e provo a dare la mia lettura, da chi lavora in azienda con le aziende, non da chi commenta da fuori.
Il 40% รจ il dato da cui partire
Il 57% รจ il limite superiore in laboratorio. Risponde alla domanda: se prendiamo gli strumenti AI e robotici che giร esistono, quante ore di lavoro umano potrebbero in teoria essere svolte dalle macchine? La risposta รจ oltre la metร . Ma McKinsey stesso sottolinea che questa cifra non si tradurrร in posti persi nella stessa proporzione, per tre ragioni che il report spiega bene.
- Tempo di adozione: l’adozione richiederร anni, in molti casi decenni, perchรฉ le aziende devono ridisegnare i flussi prima di poter automatizzare.
- Mix di attivitร dentro ogni ruolo: la maggior parte dei lavori contiene un mix di attivitร , e raramente un singolo lavoro รจ automatizzabile al 100%.
- Gap fra laboratorio e produzione: molte attivitร che oggi sembrano automatizzabili in laboratorio non lo sono in produzione, per ragioni di affidabilitร , responsabilitร legale, accettabilitร sociale o semplice costo del bilanciamento errore-supervisione.
Il numero che secondo me andrebbe letto in parallelo รจ un altro che si nasconde nel report: circa il 40% dei lavori cade nelle categorie a piรน alta automatizzabilitร , principalmente attivitร amministrative, legali junior, programmazione di routine. Quel 40% non sparisce, ma cambierร natura entro l’orizzonte 2030, e cambierร bruscamente per chi non si attrezza per tempo. Questo dovrebbe essere il dato da cui partono le riunioni di leadership team in questi mesi, non il 57% da titolo apocalittico.
Persone, agenti software, robot fisici: il framework di McKinsey
Il contributo piรน interessante del report รจ il framework dei sette archetipi di lavoro che McKinsey costruisce mappando 800 occupazioni rispetto a tre dimensioni: quanto รจ people-centric, quanto รจ agent-centric (cioรจ automatizzabile da AI software), quanto รจ robot-centric (cioรจ automatizzabile da hardware). Ne emergono profili misti che rispecchiano quello che si vede nei contesti reali. Un radiologo รจ people-centric per la responsabilitร clinica e agent-centric per l’analisi delle immagini, e la combinazione delle due dimensioni in un’unica figura professionale รจ un nodo organizzativo nuovo da governare.
La parola chiave del framework รจ partnership. McKinsey parla di collaborazione fra persone, agenti software e robot fisici, ciascuno con la propria competenza, orchestrati in workflow ridisegnati. La parte piรน scomoda del messaggio รจ che il framework funziona solo se l’organizzazione fa il lavoro di ridisegno. Se prendi un workflow esistente, ci ficchi dentro un agente AI sopra al processo che hai sempre fatto, non ottieni il 57%, ottieni nel migliore dei casi un risparmio del 10-15% e una serie di frustrazioni operative.
Per chi compra AI in azienda, questo punto vale piรน di mille slide. Il valore non sta nel tool, sta nel ridisegno del processo intorno al tool. Senza ridisegno, il ROI delle implementazioni AI rimane sotto le attese e i progetti finiscono nel limbo dei pilot perpetui.
Tre competenze umane che si fanno scarse
Una parte del report che mi ha colpito riguarda le competenze umane che diventano piรน rare, e quindi piรน richieste, man mano che l’AI assorbe i compiti standardizzati. McKinsey mappa migliaia di skill estratte dagli annunci di lavoro e individua tre cluster che resistono e crescono.
Il primo รจ quello delle skill relazionali avanzate: gestione del conflitto, negoziazione, coaching, costruzione del consenso in gruppi diversi. Sono attivitร che richiedono lettura del contesto sociale, contestualizzazione, judgement etico, e che le macchine fanno male anche quando sanno parlare bene.
Il secondo รจ quello del problem framing: la capacitร di formulare la domanda giusta da porre all’AI, di distinguere un buon prompt da uno mediocre, di interpretare un output e capire quando merita fiducia e quando no. ร una skill che ha piรน a che fare con il pensiero critico che con la tecnica, e curiosamente รจ una skill che il sistema scolastico italiano non ha mai sviluppato in modo sistematico.
Il terzo รจ quello dell’orchestrazione: tenere insieme processi multi-step in cui interagiscono persone diverse, agenti diversi, sistemi diversi. Project manager evoluti che capiscono dove inserire un agente nel flusso e dove tenere fermo l’umano. Sono profili che fino a un anno fa non esistevano e che adesso le aziende si contendono.
Tre skill scarse, prezzi che si muovono. ร quasi un piccolo manuale di come riallocare il budget HR per il prossimo triennio.
Tre conversazioni che i board italiani dovrebbero aprire entro fine anno
In Italia il dibattito sull’AI nel lavoro รจ ancora dominato da due narrative simmetriche e sbagliate. La prima dice che l’AI ci ruberร i posti e che bisogna proteggerli con qualche regolazione. La seconda dice che l’AI รจ un super-strumento neutro, basta adottarlo per essere piรน competitivi. Il report di McKinsey mostra che entrambe queste narrative perdono il punto.
Le aziende che vinceranno il prossimo decennio non saranno quelle che adottano l’AI prima, ma quelle che ridisegnano i propri processi intorno alla collaborazione fra persone, agenti software e robot fisici. Per farlo serve qualcosa che in Italia abbiamo strutturalmente poco, ovvero capacitร di trasformazione organizzativa profonda. Non capacitร di acquistare tool, ne abbiamo a sufficienza. Capacitร di rimettere mano a chi fa cosa, di toccare le abitudini consolidate, di accettare che metร del valore di un’implementazione AI si gioca prima ancora di accenderla, nella riprogettazione del flusso che le sta intorno.
Per chi guida un’azienda strutturata, oggi, ci sono tre conversazioni che meritano di essere portate al tavolo del board nei prossimi tre mesi.
La prima: quali nostri workflow contengono il maggior numero di ore standardizzabili, e quali no? Una mappa di alto livello del 57% dentro la nostra realtร specifica.
La seconda: chi sono i nostri orchestratori naturali? Persone che hanno giร la capacitร di tenere insieme processi multi-attore, che capiscono dove servono le competenze relazionali e dove serve la disciplina tecnica. Le aziende che riescono a identificarli e a metterli nei posti giusti partiranno con un vantaggio enorme.
La terza: dove possiamo permetterci di pilotare un workflow completamente ridisegnato, e non solo automatizzato a strati? Dove ci possiamo permettere il rischio di romperlo e ricostruirlo, su uno scope contenuto, per imparare come si fa prima di doverlo fare su scala?
Sono tre domande che non hanno bisogno di numeri da 57% per essere utili. Hanno bisogno di tempo dedicato dalla leadership, e di sufficiente coraggio per dare risposte concrete entro fine anno. Da imprenditore vedo molte aziende ferme alla prima delle tre, alcune che hanno provato la seconda, pochissime che hanno avuto il coraggio della terza. ร lรฌ, secondo me, che si decide la parte interessante del prossimo ciclo competitivo italiano. Non nei budget AI, che ormai tutti hanno. Nelle scelte organizzative dietro a quei budget.
Articolo di riferimento: McKinsey Global Institute, Agents, Robots, and Us: Skill Partnerships in the Age of AI, 25 novembre 2025.