Come usiamo l’AI nel 2026: l’uso emotivo che sorpassa il tecnico

Il primo giugno 2026 Harvard Business Review ha pubblicato la terza edizione di “How People Are Really Using AI”, la ricerca che Marc Zao-Sanders porta avanti dal 2023 dentro il progetto AI in the Wild. Quest’anno ha analizzato oltre dodicimila casi d’uso reali, raccolti per dodici mesi da post pubblici sui social, dieci volte il campione dell’edizione precedente. Il dato che resta in testa dopo aver chiuso la pagina non riguarda il coding né la produttività, riguarda noi, e in particolare un uso emotivo che ha superato quello tecnico.

In cima alla classifica, per il secondo anno consecutivo, c’è la terapia e la compagnia. Non l’automazione di un processo, non la generazione di codice, non l’analisi di dati. Le persone aprono un modello di linguaggio per parlare di sé, e lo fanno più di prima.

La voce numero uno è emotiva

Zao-Sanders riporta che terapia e compagnia oggi valgono circa l’11% di tutto il dataset, contro il 5% di dodici mesi fa. In un anno l’uso emotivo è raddoppiato in peso relativo, mentre gli usi tecnici scivolavano verso il basso della classifica. Generare codice per professionisti, che nel 2025 stava al quinto posto, lascia spazio a categorie come l’intrattenimento, i consigli sulle relazioni, perfino l’astrologia e le letture dei tarocchi.

C’è una lettura comoda di questo dato, quella che lo derubrica a curiosità statistica. La gente si annoia, chiacchiera con il chatbot, niente di serio. Io credo che sia il contrario, e che dentro quel raddoppio ci sia il fenomeno culturale più interessante degli ultimi anni. La macchina che avevamo costruito per scrivere email e risolvere problemi tecnici è diventata, per milioni di persone, un interlocutore sulle cose che contano davvero, la solitudine, il senso, le relazioni.

In Pelle Digitale avevo provato a descrivere la tecnologia come estensione cognitiva, una superficie che si appoggia alla mente e ne allarga il raggio. Quello che vedo nei dati di Zao-Sanders è qualcosa di più intimo, l’estensione ha smesso di toccare solo il pensiero e ha iniziato a toccare l’affetto.

Fonte: elaborazione su dati Marc Zao-Sanders, How People Are Really Using AI in 2026, Harvard Business Review.

Thinkslop, quando deleghiamo il pensiero

L’edizione di quest’anno introduce un termine che vale la pena tenere, thinkslop. La preoccupazione non è più che la macchina scriva al posto nostro, quella battaglia è persa da tempo e a conti fatti non era nemmeno così grave. La preoccupazione è che le deleghiamo il pensiero stesso, le decisioni, le idee, le intenzioni, cioè proprio le funzioni in cui restiamo, almeno per ora, insostituibili.

Qui mi fermo, perché è il punto dove la mia esperienza personale si scontra con il dato. Uso modelli ogni giorno, in ICONICO e in ZeroFive.AI, e ho imparato a riconoscere il momento esatto in cui smetto di pensare e comincio solo a copiare. È un attrito che sparisce senza che te ne accorga, una scivolata morbida verso la risposta pronta. Il debito cognitivo di cui ho scritto altrove funziona così, non lo contrai con una decisione, lo accumuli rinunciando ogni volta a un piccolo sforzo che sembrava superfluo.

Eppure la stessa ricerca lascia aperta la porta opposta. Uno degli utenti citati nello studio descrive l’AI come uno specchio, non un genio. La differenza la fa chi la usa, se la interroga come oracolo da cui ricevere la verità o come sparring partner contro cui mettere alla prova le proprie ipotesi. Lo strumento è identico, l’esito è opposto.

Gli agenti entrano in classifica, ma da sotto

Per la prima volta nella storia di questa ricerca compaiono nell’elenco le operazioni autonome di agenti AI, al sesto posto tra gli usi del 2026. È un ingresso simbolico, perché di agenti si parla da due anni come della prossima frontiera, e finalmente la frontiera lascia una traccia nei comportamenti reali delle persone, non solo nei comunicati dei vendor.

Lascia una traccia piccola, però. Zao-Sanders è cauto, e fa bene, gli agenti restano esperimenti su scala ridotta, l’AI che fa invece di consigliare è ancora più promessa che pratica diffusa. È esattamente la tensione che racconto in un altro pezzo del blog sul manager di umani e di agenti, il ruolo esiste già nei framework di HBR e di Anthropic, mentre nelle aziende italiane medie sta appena cominciando a materializzarsi.

Al lavoro vince la Shadow AI

Un dato che a chi guida aziende dovrebbe togliere il sonno, sessantatré dei cento usi principali sono professionali, ma quasi sempre nascono dal basso, spesso di nascosto. Uno degli utenti racconta di chiudere i ticket al doppio della velocità grazie all’AI, e aggiunge che nessuno in azienda sa che la usa.

La Shadow AI è la versione contemporanea di un fenomeno antico, le persone trovano lo strumento utile prima che l’organizzazione lo approvi, e lo adottano in silenzio per non doverne rispondere. Il problema per l’azienda è doppio, perde la mappa di come il lavoro viene realmente svolto, e perde il controllo sui dati che finiscono nei prompt. Per questo continuo a insistere sulla sovranità tecnologica e sull’AI privata, non come slogan ma come precondizione, se non sai dove passa l’informazione non puoi governare nulla, nemmeno l’entusiasmo dei tuoi.

I benefici aziendali, intanto, restano marginali. Efficienza sì, qualche crescita nelle vendite, pochissima trasformazione vera dei processi. Tre anni e mezzo dopo l’esplosione generativa, la distanza tra l’adozione individuale, intensa e affettiva, e la trasformazione organizzativa, lenta e cauta, è il vero dato politico di questa ricerca.

L’attaccamento alle macchine è una frontiera fragile

C’è un ultimo segnale che mi tocca più degli altri, cresce l’attaccamento emotivo. Persone che danno un nome al modello, che gli assegnano un genere, che provano qualcosa di simile al lutto quando un modello viene dismesso e sostituito. Lo abbiamo visto succedere davvero, ogni volta che un laboratorio ritira una versione e gli utenti protestano per la voce che hanno perso.

Da osservatore che lavora dentro questa trasformazione, e non da spettatore distante, trovo la cosa affascinante e fragile insieme. Affascinante perché conferma che la relazione uomo-macchina è entrata in un territorio che credevamo riservato agli umani. Fragile perché un affetto rivolto a un sistema che può cambiare, scadere o essere spento da remoto è un affetto esposto, costruito su una base che non controlli.

La ricerca di Zao-Sanders, edizione dopo edizione, racconta una cosa sola sotto le classifiche che cambiano. L’AI è entrata nelle nostre teste e nei nostri cuori prima ancora di entrare davvero nei nostri uffici. Custodire la capacità di pensare con la propria voce, e di sentire senza delegare anche quello, sta diventando una scelta quotidiana, qualcosa che va difeso ogni mattina invece di darlo per acquisito. Senza dubbio è la domanda che mi porto dietro chiudendo l’articolo, quanto di noi siamo disposti a far gestire alla macchina prima di accorgerci che gestirlo era il nostro mestiere di esseri umani?


Fonte: Marc Zao-Sanders, How People Are Really Using AI in 2026, Harvard Business Review, 1 giugno 2026.

SPATIAL SHIFT : La convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain

Quando nel 2007 Steve Jobs presentò al mondo l’iPhone, pochi potevano immaginare l’impatto rivoluzionario che questo dispositivo avrebbe avuto sulle nostre vite. In quel momento storico, non solo assistevamo alla nascita di un nuovo prodotto, ma eravamo testimoni dell’alba di un’era completamente nuova: l’era dello smartphone, un’epoca in cui la tecnologia mobile avrebbe ridefinito il modo in cui comunichiamo, ci connettiamo, lavoriamo, giochiamo e viviamo.

Oggi, mentre scrivo queste righe, sento un senso di déjà vu, una sensazione che l’”iPhone moment” sta per arrivare di nuovo, ma per una tecnologia diversa, o forse meglio, per una convergenza di diverse tecnologie che stanno arrivando ad una fase di maturità, tutte nello stesso momento. Forse come non è mai successo in modo così impattante. Un momento che sta preparando il terreno per una trasformazione altrettanto monumentale e che appunto non riguarda solo una tecnologia come successe con il mobile, ma riguarda l’intelligenza artificiale, la blockchain, la mixed reality e diverse altre tecnologie come la sensoristica, la connettività e che stanno definendo la nuova fase di internet.

Una fase che viene battezzata come web3 e che porta internet dal bidimensionale (2D) al tridimensionale (3D) integrando in questo processo di transizione una serie di nuovi paradigmi legati all’ownership delle informazioni, la decentralizzazione, l’intelligenza artificiale ed una nuova capacità computazionale e capacità di interazione.

Il cambiamento introdotto da questa convergenza tecnologica e lo sviluppo di nuovi dispositivi che stanno entrando sul mercato stanno consentendo la crescita di un altro trend che prende il nome di Spatial Computing. Il computing spaziale, con la sua promessa di unire il mondo fisico e quello virtuale in un continuum senza percezione di discontinuità, insieme all’AI che offre capacità di comprensione, previsione e personalizzazione a livelli prima inimmaginabili, rappresenta un ulteriore cambio di paradigma nell’interazione uomo-macchina.

Stiamo percorrendo la strada che ci porterà a un futuro in cui l’estensione della realtà diventerà la norma, i nostri ambienti di vita e di lavoro saranno arricchiti da informazioni e interazioni virtuali, rendendo la nostra quotidianità più connessa, intuitiva e più avanzata tecnologicamente e potenzialmente più umana. L’impatto che queste tecnologie potranno avere, in particolare lo Spatial Computing, sulla società moderna è enorme ed abbraccia non solo la sfera personale ed empatica, ma anche quella professionale e la sua efficacia ed efficienza. Se da una parte avremo accesso ad informazioni in una modalità nuova, dall’altra avremo strumenti di interazione, nuove forme di apprendimento e di lavoro.

Se il pensiero, mentre si leggono queste prime righe di libro, è che il mondo stia andando verso un contesto distopico in cui avremo permanentemente un casco in testa o una maschera sul volto, come nelle visioni fantascientifiche di serie Tv e film iconici come Black mirror o Ready Player One, beh no, lo dico subito, non credo in questo tipo mondo. Ma soprattutto lo spero dal più profondo del cuore.

Il motivo per cui ho deciso di scrivere questo libro, e di cui ringrazio #Egea per la fiducia, “Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain“, nasce da una convinzione profonda che il momento che stiamo vivendo è un punto di svolta per la nostra società, paragonabile appunto all’uscita dell’iPhone e lo sviluppo degli smartphone nella direzione come la conosciamo oggi.

La recente introduzione di dispositivi come il Vision Pro, l’aggiornamento del Quest 3 e l’evoluzione di altri dispositivi e smart glass, insieme agli sviluppi nell’intelligenza artificiale generativa, stanno alimentando un hype ed un entusiasmo che non vedevamo da anni nel settore tecnologico. Tuttavia, questo entusiasmo non è infondato; è il preludio a un cambiamento epocale nel modo in cui interagiamo con le informazioni, gli ambienti e tra di noi.

Il percorso che ho fatto in questi anni e che mi ha portato a scrivere questo libro è stato tanto personale quanto professionale. Negli ultimi anni, ho avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con persone brillanti nell’ambito del design, della user Experience e dello sviluppo di nuove tecnologie, collaborando con aziende, progetti ed eventi che spingevano i confini del possibile, nel loro ambito, sempre al limite. Ho visto da vicino cosa significa progettare progetti di mixed reality in contesti ed industrie differenti, tra successi incredibili e le sfide impreviste che hanno portato anche al fallimento di progetti che apparentemente sembrano eterni. Ho inoltre avuto modo di sperimentar l’entusiasmo di vedere un progetto passare da un’idea su carta a un’applicazione reale e poi vedere l’impatto che questo ha avuto sulle persone, sul come interagiscono con il mondo intorno a loro e come sono cambiate alcune abitudini.

Quando recentemente poi ho avuto modo di provare due nuovi strumenti Quest3, VisionPro e trovarmi a sperimentare con sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa in modo diretto, mi sono reso conto che esisteva un vuoto. Mancava un testo che da una parte esplorasse le potenzialità tecniche e le applicazioni del computing spaziale e dell’AI, ma che considerasse anche le implicazioni più ampie di queste tecnologie, tra modalità di progettazione e riflessioni più etiche.

Come questo Spatial Shift influenzerà il nostro modo di vivere, di pensare, di relazionarci? Quali sfide progettuali, tecniche, etiche e sociali dobbiamo anticipare e affrontare? E, forse più pressante di tutto, come possiamo assicurarci che queste tecnologie siano utilizzate in modo corretto nel suo complesso, piuttosto che trasformarci in esseri completamente isolati e assuefatti da stimoli digitali e virtuali?

Queste domande mi hanno stimolato nella ricerca e la stesura di questo libro. Ho voluto creare una testo che fosse una prima guida ed un punto di partenza per coloro che sono nuovi a questi concetti, e anche una punto di unione di diversi concetti per coloro che, come me, sono immersi in questi temi da anni.

Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain” non è quindi solo un titolo; è una dichiarazione d’intenti. In queste pagine, esploreremo insieme un po’ di storia della realtà aumentata, la convergenza tecnologica che ci ha portato fino ad oggi, termini, contesti e ambiti in cui lo spatial computing e l’intelligenza non sono (e non saranno) solo strumenti nelle nostre mani, ma fondamenti di una nuova realtà. In modo non del tutto esteso, anche perché siamo all’inizio di questo viaggio, vedremo come queste tecnologie potranno avere un impatto trasformativo in diverse industrie, dalla sanità all’educazione, dal retail all’intrattenimento, e di come stiano riscrivendo le regole del gioco in termini di interazione umana, produttività e creatività.

Attraverso questo libro, mi auguro di trasmettere non solo la conoscenza e la comprensione di queste potenti tecnologie, ma anche di ispirare una riflessione su come possiamo utilizzarle per creare un futuro in cui la tecnologia arricchisce le nostre vite senza sopraffarle. Un futuro in cui la convergenza tra il mondo fisico e quello digitale ci porta a nuove altezze di innovazione e intimità umana, senza perdere di vista i valori che ci rendono veramente umani.

Benvenuti in un viaggio verso il futuro.

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