Fine della consulenza? McKinsey cambia il rate dei partner

Tutti hanno notato la cifra, forse, ammesso che abbiate ascoltato il podcast. E quasi tutti hanno parlato di fine della consulenza guardando il dato sbagliato.

A gennaio 2026, sul podcast All In, Bob Sternfels (global managing partner di McKinsey) ha dichiarato che la sua azienda conta 60.000 dipendenti, di cui 25.000 agenti AI a fianco di 40.000 umani, con l’obiettivo di raggiungere la paritร  entro fine anno. La notizia รจ stata ripresa in tutto il mondo come prova che la consulenza strategica sta automatizzandosi piรน in fretta di qualsiasi altro settore knowledge-intensive.

C’รจ chi ha tirato fuori il termine “fine della consulenza” e chi, dall’altra parte, ha sminuito ricordando che i concorrenti EY e PwC parlano di poche unitร  di agenti capaci di fare il lavoro pesante senza bisogno di scalare a 25.000.

Trovo che entrambe le narrazioni siano interessanti, e in larga parte sbagliate. La notizia vera, secondo me, รจ arrivata pochi giorni fa, a metร  maggio, quando il Financial Times ha riferito che McKinsey sta riducendo la quota cash della remunerazione dei partner per spostarne una parte maggiore in equity. รˆ una notizia di compensation, apparentemente tecnica, ed รจ quella che racconta cosa sta cambiando davvero in quel settore.

Provo a spiegare perchรฉ.

Cambiano le compensation

Per capire l’importanza del cambio compensation serve un veloce ripasso di come รจ strutturata storicamente una grande consulenza strategica. McKinsey, BCG, Bain, e le big four nella loro componente advisory, sono partnership professionali. Il modello economico รจ semplice e ha retto per decenni: si vendono ore di consulente, organizzate in progetti, fatturate a rate molto alte, calcolate su un mix di seniority. Il partner del progetto guadagna due cose: uno stipendio base relativamente contenuto, e una quota dei profitti annuali che dipende dal volume e dalla marginalitร  dei progetti che ha portato a casa. La quota di profitto รจ cash, distribuita ogni anno, e rappresenta storicamente la parte piรน sostanziosa della remunerazione.

Questo modello si regge su un assunto: che i ricavi siano sufficientemente prevedibili anno per anno. Se conosci piรน o meno quanto fatturerai e con quanta marginalitร , puoi distribuire la maggior parte dei profitti subito ai partner senza creare instabilitร  finanziaria. Per anni questo รจ stato vero. I clienti grandi rinnovavano contratti, le tariffe orarie crescevano insieme all’inflazione, i progetti grandi si ripetevano. Non c’era bisogno di tenere capitale in azienda, perchรฉ il flusso di cassa era stabile.

Adesso quel flusso sta diventando volatile, per due ragioni che la mossa McKinsey rende esplicite. Primo: l’AI sta comprimendo le ore necessarie per fare il lavoro. Se un team che prima fatturava 5.000 ore per un progetto adesso ne fattura 2.000 perchรฉ 3.000 le fanno gli agenti, la base imponibile del fatturato si riduce. Secondo: il pricing si sta spostando dal time & materials all’outcome-based. Anzichรฉ vendere ore, McKinsey sta provando sempre di piรน a vendere risultati specifici, legando una parte significativa del compenso al raggiungimento di obiettivi misurabili per il cliente. Risultato? I ricavi diventano piรน discontinui e piรน rischiosi.

In un modello a remunerazione cash di anno in anno, la combinazione di queste due tendenze รจ esplosiva. Un cattivo anno svuota la partnership. Quindi bisogna tenere piรน capitale in azienda, distribuirne meno subito, dare ai partner una partecipazione che si valorizza nel tempo invece di pagarli a profitti annuali. Da qui lo spostamento in equity.

Perchรฉ la notizia conta piรน del numero degli agenti

Se prendi il numero 25.000 agenti, รจ una cifra grande ma di marketing. Conta cosa fanno e quanto valore generano davvero, e su questo le testimonianze esterne sono variegate. Il global engineering chief di EY, Steve Newman, ha commentato in modo pungente che “alcuni dei migliori risultati che abbiamo arrivano da una manciata di agenti che fanno il lavoro pesante” e che il numero di agenti, di per sรฉ, non si traduce automaticamente in valore. EY parla di “una manciata” di agenti che producono il valore reale, BCG dichiara che l’AI consulting sarร  il 20% dei suoi ricavi 2024, Accenture ha riorganizzato cinque unitร  nella nuova “reinvention services”. Ogni big sta giocando una partita diversa.

Il cambio compensation, invece, รจ una decisione strutturale che dice una cosa precisa: McKinsey ha smesso di scommettere sulla prevedibilitร  del proprio business e ha cominciato a gestirsi come un’azienda con ricavi volatili. รˆ la mossa di un’azienda che si sta riorganizzando per affrontare un decennio diverso, non per gestire una transizione di breve.

Tradotto in linguaggio operativo: la consulenza piรน elite del mondo ha appena ammesso pubblicamente che il proprio modello di ricavo non sta piรน funzionando come prima. Per un settore che vive di certezze trasmesse al cliente, รจ un’ammissione importante.

E chi fruisce della consulenza cosa deve valutare?

Per chi guida un’azienda italiana e ha rapporti consolidati con grandi societร  di consulenza, ci sono tre conseguenze pratiche da iniziare a osservare nei prossimi mesi.

La prima รจ sui pricing. Il modello time & materials non scomparirร  del tutto, ma diventerร  sempre piรน residuale. Nelle nuove proposte ti aspetterai sempre piรน spesso una struttura mista: una parte fissa contenuta, una parte legata al raggiungimento di KPI predefiniti. รˆ una buona notizia per chi compra, perchรฉ allinea gli incentivi del consulente con il valore generato. รˆ anche una sfida nuova, perchรฉ obbliga a definire ex ante quali sono gli outcome misurabili, e questo richiede una capacitร  di scoping che molte aziende clienti non hanno ancora sviluppato.

La seconda รจ sulla struttura dei team. Se le ore si riducono e gli agenti AI fanno parte del lavoro analitico, il team di progetto che ti arriva sarร  piรน snello. Meno junior, piรน senior consultant che orchestrano agenti. Per il cliente, questo cambia la dinamica di interazione quotidiana, perchรฉ spariscono i punti di contatto routinari, gli incontri operativi di follow-up, le revisioni intermedie che fino a ieri tenevano il progetto incollato alla tua organizzazione. C’รจ un rischio di disconnessione che va gestito con governance esplicita.

La terza รจ sui contenuti. Quando una consulenza ti vende un outcome, ha incentivo a portarti la soluzione che funziona, non quella che fattura di piรน. รˆ un’inversione che storicamente molti clienti hanno sperato e raramente ottenuto. La domanda diventa: come misuriamo davvero l’outcome? Se la definizione del successo la scrive il consulente, sarร  tarata in modo da renderlo raggiungibile. Se la scrivi tu cliente, devi avere chiaro cosa stai chiedendo, e questa รจ di nuovo una capacitร  interna che va costruita.

Il pezzo che mi convince meno

Una cosa che leggo in molti commentatori, e che secondo me รจ prematura, รจ che la consulenza tradizionale stia per essere disintermediata dagli stessi modelli AI che le grandi societร  stanno usando. La logica รจ: se McKinsey usa Claude per fare le sue analisi, perchรฉ io cliente non posso usare Claude direttamente e saltare McKinsey?

La logica funziona, ma solo per una fetta del lavoro che la consulenza fa. La parte di sintesi documentale, ricerca di mercato strutturata, benchmark settoriale, รจ effettivamente sempre piรน replicabile in autonomia con un buon prompt e un team interno competente. Quella parte sta scomparendo dalla value proposition delle consulenze, e infatti i partner di McKinsey lo stanno giร  dicendo apertamente.

Ma c’รจ una parte che resta scarsa e che non si comprime: l’autoritร  simbolica del consulente esterno nelle decisioni difficili. Quando un board deve prendere una decisione che spaccherร  il management, una societร  di consulenza serve a fornire copertura politica piรน che analitica. Quando una famiglia proprietaria deve fare la transizione generazionale, serve una voce terza che dia legittimitร  alla scelta. Quando un CFO deve giustificare una ristrutturazione, serve un report con un logo riconoscibile. Tutto questo l’AI non lo sostituisce, perchรฉ non รจ informazione, รจ autoritร . E l’autoritร  si costruisce con persone, relazioni, presenza fisica nei posti che contano.

Il cambio compensation di McKinsey, in questa lettura, ha senso. La consulenza non sparisce ma si sdoppia. Una parte commodity, sempre piรน automatizzata e a basso margine. Una parte high-touch, fatta di partner senior che vendono autoritร  e relazioni in situazioni dove conta piรน chi parla di cosa dice. รˆ sulla seconda parte che si concentreranno gli equity stake. La prima parte, in qualche anno, sarร  gestita quasi interamente da agenti, e questo i partner di McKinsey lo sanno bene.

Fine della consulenza o solo del suo vecchio modello?

Se questo รจ lo scenario, allora chi prende consulenza in Italia farebbe bene a chiedersi due cose, oggi. La prima: sto pagando per la parte commodity o per la parte high-touch? Se il mio rapporto con la consulenza รจ prevalentemente fatto di deliverable analitici, ricerche, benchmark, decking, allora sto pagando una cosa che fra tre anni potrรฒ fare da solo con un team minuscolo armato di buoni agenti, magari su un’infrastruttura di AI privata sotto il mio controllo. Conviene cominciare ad attrezzarsi adesso, prima che il mercato si riallinei. La seconda: sto comprando vera autoritร  decisionale, e se sรฌ, da chi? Perchรฉ la promessa di autoritร  del brand consulenza tradizionale dipende dalla stabilitร  del modello che la sosteneva. Se il modello cambia, anche l’autoritร  si rinegozia.

Da imprenditore che vede passare diverse aziende attraverso questi rapporti, dico che il vero rischio non รจ essere disintermediati. Il rischio รจ continuare a pagare la consulenza come se non stesse cambiando, mentre dall’altra parte i partner di McKinsey hanno giร  accettato che il loro mondo รจ cambiato e si stanno organizzando di conseguenza. Quando il fornitore si ristruttura prima del cliente, il cliente paga il conto della ristrutturazione del fornitore. รˆ sempre andata cosรฌ. Lo รจ ancora di piรน adesso, con tutta questa AI in mezzo.

Se volete ragionare su come attrezzarvi, lavoro esattamente su questo nei percorsi di advisory.

Quanta intelligenza artificiale stai davvero governando?

Usare intelligenza artificiale e governarla sono due cose diverse. Quasi nessuna organizzazione che conosco ha ancora fatto il salto dalla prima alla seconda, e il conto sta arrivando, in modo molto concreto, sotto forma di budget esplosi a fine mese.

Le due cose sembrano simili. Non lo sono per niente.

Ho visto circolare nelle ultime settimane un grafico che mi ha colpito per la sua semplicitร , il tipo di visualizzazione che riesce a mettere insieme in modo immediato qualcosa che si intuiva ma non si riusciva ancora a formulare bene. Su scala logaritmica, due curve: i ricavi da abbonamento per posto, piatti e stabili nel tempo, e il costo reale per token di inferenza, che cresce in modo esponenziale con l’intensitร  d’uso. Finchรฉ le linee restano separate, il margine esiste, le aziende che costruiscono su questi modelli respirano. Dopo l’incrocio, il grafico lo chiama “Profit Collapse.” Non รจ un modello accademico, รจ quello che le aziende che hanno messo intelligenza artificiale in produzione su larga scala stanno giร  vedendo nelle loro dashboard finanziarie.

Un caso che ha fatto girare molto rumore nelle ultime settimane: il CTO di Uber ha dichiarato di aver consumato in quattro mesi l’intero budget previsto per l’anno intero. Non perchรฉ i modelli non funzionassero. Perchรฉ nessuno aveva progettato il workflow con la consapevolezza che ogni chiamata ha un peso, che la somma di migliaia di micro-interazioni che sembrano gratuite diventa, alla scala di un’azienda come Uber, una spesa concreta, reale, non pianificata.

Il prezzo del flat-rate รจ stato l’ignoranza

Per due anni, i modelli di pricing a tariffa fissa hanno fatto una cosa molto precisa: hanno reso invisibile il costo reale dell’inferenza. La subscription mensile, il “paga X al mese e usa quanto vuoi”, ha creato nelle organizzazioni un’abitudine pericolosa, quella di non porsi le domande giuste sul consumo. Quanti token stiamo generando davvero? Chi li genera? Quale parte del flusso di lavoro produce valore misurabile e quale รจ ridondanza computazionale, automazione per automazione?

Quelle domande non venivano poste perchรฉ il modello economico non le rendeva urgenti. Adesso lo diventano, perchรฉ il pricing a token le mette sul tavolo ogni mese, come voce di costo separata, attribuibile, visibile.

La reazione che osservo piรน spesso รจ quella sbagliata: tagliare le licenze, ridurre l’accesso, aspettare che i costi scendano ancora. รˆ una risposta di gestione del budget, non una risposta di strategia. E rischia di far perdere il vantaggio competitivo che si stava costruendo nel momento peggiore.

Adottare e governare sono due fasi diverse

C’รจ una distinzione che mi sembra fondamentale e che non viene fatta abbastanza, anche tra le persone che lavorano sul tema con serietร .

Adottare vuol dire integrare strumenti nei processi, formare le persone, misurare i primi risultati, dimostrare che funziona. รˆ la fase in cui quasi tutte le organizzazioni si trovano, o si sono trovate nell’ultimo anno e mezzo. รˆ necessaria, รจ il punto di partenza, ed รจ giusta.

Governare รจ qualcosa di diverso, piรน granulare e piรน esigente. Significa sapere dove ogni interazione con un modello si inserisce nel flusso operativo, quali sono le condizioni di attivazione, quanto pesa in termini di contesto, quanto costa ogni singola risposta e perchรฉ vale quello che costa. Significa avere visibilitร  sul consumo in tempo reale, non scoprirlo a consuntivo a fine mese. Significa, soprattutto, aver progettato i processi attorno agli strumenti, non aver semplicemente incollato un modello linguistico sopra un flusso di lavoro che esisteva giร  prima e che continua a funzionare esattamente come prima, solo con un layer di testo generato in piรน.

La gran parte delle organizzazioni che conosco รจ ancora nella fase dell’adozione. Si vede dai sintomi: budget che arrivano come sorprese, utilizzi distribuiti in modo caotico tra team diversi, nessuna metrica di efficienza sul consumo, nessuna distinzione operativa tra le interazioni che creano valore e quelle che lo consumano senza restituirlo.

Perchรฉ tenere l’intelligenza dentro cambia tutto

In questo contesto, spostare i modelli dentro perimetri controllati, on-premise o in architetture ibride dove il dato sensibile non esce, smette di essere una posizione ideologica sulla sovranitร  del dato e diventa una scelta molto concreta, economica e operativa insieme.

I vantaggi sono due, e si sovrappongono. Il primo รจ la prevedibilitร  dei costi: un modello che gira su infrastruttura propria ha un costo fisso che si pianifica, con una variabile di consumo che rimane interna, controllabile, non affidata all’intensitร  d’uso di tremila dipendenti distribuiti su fusi orari diversi. Il secondo รจ la compliance, che con l’AI Act in vigore e la pressione normativa che continua a crescere รจ diventata un requisito operativo con scadenze e responsabilitร , ben oltre il perimetro di chi si occupa di legale.

Non tutti i casi d’uso hanno bisogno di modelli privati. Molti flussi di lavoro funzionano perfettamente su API pubbliche, purchรฉ siano stati progettati con la consapevolezza del costo. Ma la scelta tra pubblico e privato non puรฒ essere presa senza aver prima risposto alle domande di governo: chi usa cosa, con quale frequenza, per fare cosa, e quanto rende.

I token come risorsa operativa

C’รจ un cambio culturale che secondo me non sta avvenendo alla velocitร  giusta, ed รจ quello di trattare il consumo di token come una risorsa operativa, con la stessa serietร  con cui si trattano le ore di computing, la banda di rete, lo storage.

In ogni organizzazione tecnologicamente matura, queste metriche hanno un owner, un budget, un ciclo di ottimizzazione. Il consumo di token, finora, non ne ha avuto uno. Era nascosto nel flat-rate, o era abbastanza economico da sembrare irrilevante come singola voce.

Non รจ piรน cosรฌ, e la risposta non รจ tagliare, come dicevo. La risposta รจ costruire la governance prima che il budget esploda: monitoraggio in tempo reale, attribuzione del consumo per team e per processo, soglie di allerta, revisione periodica dei flussi ad alto costo. รˆ lavoro di ingegneria, di processo, di cultura organizzativa. รˆ il lavoro che separa chi sta ancora adottando da chi sta davvero costruendo.

C’รจ un parallelo che mi viene in mente pensando a come siamo arrivati qui. Nel mondo dello sport professionistico, c’รจ stato un momento in cui le squadre hanno smesso di valutare i giocatori a occhio e hanno iniziato a misurare tutto, ogni azione, ogni metro percorso, ogni contatto. Quella trasformazione non ha reso lo sport meno umano, ha reso le decisioni piรน informate. Qualcosa di simile sta per succedere con l’intelligenza artificiale in azienda: chi impara a misurare prima, e a misurare le cose giuste, arriverร  avvantaggiato alla fase successiva.

La competizione si sposta

Ci sarร  un punto, e credo non lontano, in cui la competizione sull’intelligenza artificiale in azienda non si giocherร  piรน sull’accesso ai modelli. I modelli sono giร  disponibili, i costi di inferenza scendono, la barriera tecnica all’ingresso si abbassa. La competizione si giocherร  su chi riesce a usarli in modo economicamente sostenibile, con processi progettati per reggere la scala, non solo la demo, e con la capacitร  di misurare, ottimizzare, correggere in tempo reale.

Le organizzazioni che arriveranno avvantaggiate a quella fase sono quelle che adesso, mentre la conversazione pubblica รจ ancora tutta sull’adozione e sui casi d’uso, stanno costruendo la governance. Stanno ponendo ai loro team le domande scomode. Stanno mettendo metriche dove prima c’erano impressioni. Stanno disegnando flussi di lavoro che hanno senso economico oltre che funzionale.

Senza dubbio, la domanda che conta adesso non รจ “stai usando intelligenza artificiale?” ma “sai cosa sta facendo l’intelligenza artificiale che stai usando, e quanto ti costa davvero governarla?”

Tutti a caccia di CAIO (Chief AI Officer). Ma nessuno che pensa a Sempronio

Lโ€™intelligenza artificiale รจ l’attore principale della scena che stiamo vivendo, ormai in tutte le riunioni, richieste e riflessioni. Ed รจ un tema talmente caldo che, come succede sempre, ne รจ nata una nuova stella ai piani alti delle aziende: il Chief AI Officer (CAIO).

La โ€œfebbreโ€ dellโ€™AI รจ tale che quasi la metร  (48%) delle aziende FTSE 100 ha giร  nominato un CAIO o una figura equivalente, e oltre il 40% di questi incarichi รจ stato creato solo dallโ€™inizio del 2024. Questo trend riflette lโ€™importanza strategica crescente attribuita allโ€™AI.

Tutti pensano a CAIO: cโ€™รจ grande enfasi su strumenti, modelli e piattaforme da implementare, nella speranza che lโ€™AI porti innovazione e vantaggio competitivo.ย Ma dietro lโ€™entusiasmo tecnologico, come dico da po’, c’รจ una domanda cruciale che non tutti si stanno ponendo: ci stiamo preparando adeguatamente sul lato organizzativo, culturale e umano? In altre parole, mentre nelle aziende tutti corrono a pensare a “Caio”, forse dovremmo iniziare a mettere la testa su “Sempronio” un nome di fantasia per indicare ciรฒ che spesso manca allโ€™appello: lโ€™attenzione al fattore umano nel successo dellโ€™AI.

Giร , perchรฉ lโ€™AI non si limita a hardware e algoritmi; trasforma il lavoro delle persone, i processi decisionali e la cultura aziendale. Ed รจ proprio su questo che si gioca la vera partita dellโ€™innovazione e dell’adozione, in modo corretto.

Il paradosso: enfasi sulla tecnologia, ma la cultura resta indietro

Cโ€™รจ un paradosso evidente nellโ€™adozione dellโ€™AI oggi. Da un lato, le aziende investono in tecnologie allโ€™avanguardia e creano ruoli dedicati come il CAIO, spesso affidati a esperti con un solido background tecnico (il 67% dei Chief AI Officer proviene da data science, ingegneria o IT). Dallโ€™altro lato, molti progetti di AI stentano a produrre risultati concreti o falliscono del tutto, nonostante le risorse impiegate. Anzi, alcune ricerche stimano che oltre lโ€™80% dei progetti di AI non riesca a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Perchรฉ succede? Spesso perchรฉ ci si concentra piรน sulla tecnologia in sรฉ che sui problemi reali da risolvere e sulle persone coinvolte.ย In pratica, molte organizzazioni finiscono col costruire โ€œcattedraliโ€ tecnologiche che perรฒ non risolvono alcun problema concreto, per citare le parole di un esperto del settore. Succede quando si adotta lโ€™AI per moda o pressione competitiva, senza una chiara focalizzazione sugli obiettivi di business e senza considerare lโ€™impatto sui collaboratori. Il risultato? Iniziative sperimentali che rimangono al palo, diffidenza interna e valore aggiunto vicino allo zero.

La veritร  รจ che il principale ostacolo non รจ (solo) tecnico, ma culturale. Molte imprese scoprono che implementare lโ€™AI richiede un cambiamento profondo nel modo di lavorare e pensare. Ad esempio, esperienza personale vissuta, nelle aziende italiane una delle sfide maggiori รจ proprio la resistenza culturale e organizzativa: lโ€™AI รจ spesso percepita come una minaccia per lโ€™occupazione o come una complessitร  non necessaria, generando sfiducia e approcci conservativi. In queste condizioni lโ€™innovazione viene rallentata, mentre lโ€™adozione efficace dellโ€™AI richiede un cambiamento culturale profondo, che parta dalla leadership e coinvolga tutti i livelli aziendali.

Unโ€™altra dimensione del paradosso รจ la differenza di velocitร : la tecnologia evolve a ritmo esponenziale, mentre le persone e la cultura aziendale cambiano a ritmo molto piรน lento. Questo crea un โ€œgapโ€ pericoloso. Come ha osservato Javier Zamora dellโ€™IESE Business School, lโ€™unico modo per colmare questo divario รจ che il top management dia prioritร  strategica allโ€™adozione dellโ€™AI, investendo risorse e promuovendo attivamente una cultura aperta al cambiamento.

In teoria, lo stesso CAIO dovrebbe essere il regista di questa trasformazione culturale: il suo ruolo ideale infatti โ€œnon รจ solo guidare lโ€™adozione dellโ€™AI, ma orchestrare il cambiamento culturale necessario perchรฉ la tecnologia sia integrata nellโ€™organizzazioneโ€. Nella pratica perรฒ, ciรฒ avviene di rado se lโ€™attenzione dellโ€™azienda resta puntata unicamente su algoritmi e dashboard invece che su persone, processi e mindset, ma soprattutto su professionisti con un background estremamente (solo) tecnico.

Ma dopo tutto come hanno sintetizzato diversi studi โ€œil percorso verso maggiore efficienza ed efficacia grazie allโ€™AI non รจ tecnico, bensรฌ umanoโ€. Servono competenze di change management, adozione culturale diffusa e formazione, ambiti che non sono tradizionalmente il forte di data scientist e ingegneri. Ecco il cuore del paradosso: stiamo investendo tantissimo in CAIO e tecnologia, ma troppo poco in quel lavoro paziente di evoluzione culturale e organizzativa senza cui lโ€™AI rimane un corpo estraneo.

Ma chi รจ โ€œSempronioโ€?

A questo punto entra in scena โ€œSempronioโ€. Nellโ€™antico detto italiano โ€œTizio, Caio e Sempronioโ€ i nomi valgono per chiunque; qui li usiamo per rappresentare due approcci. Se CAIO (Caio) incarna lโ€™approccio focalizzato sulla componente tecnologica dellโ€™AI, ย strategie algoritmiche, modelli da implementare, infrastrutture IT โ€“ Sempronio rappresenta invece tutto ciรฒ che riguarda le persone, la cultura e i processi nellโ€™era dellโ€™intelligenza artificiale.

Immaginiamo Sempronio come la funzione o lโ€™insieme di competenze dedicato a far sรฌ che lโ€™AI attecchisca davvero nel tessuto aziendale. Non รจ necessariamente una singola persona o un nuovo titolo formale (anche se qualcuno ironicamente potrebbe proporre un โ€œChief Adoption Officerโ€ o un โ€œChief Change Officerโ€ per lโ€™AI). Piรน che un ruolo unico, Sempronio รจ un approccio integrato: รจ chi cura il cambiamento culturale, la formazione continua, la definizione di governance etica e la gestione quotidiana del cambiamento organizzativo legato allโ€™AI.

Possiamo dire che Sempronio รจ, metaforicamente, il โ€œpartnerโ€ invisibile del CAIO. Mentre il CAIO spinge lโ€™AI dallโ€™alto, Sempronio crea le condizioni perchรฉ lโ€™AI venga accolta positivamente dal basso. Sempronio parla con i team, rassicura chi teme di essere sostituito dalle macchine, spiega ai non-tecnici cosa puรฒ (e non puรฒ) fare lโ€™AI, e li coinvolge nella co-creazione di soluzioni. Sempronio aggiorna le politiche interne per incorporare lโ€™AI in modo responsabile, assicurandosi che vengano rispettati valori ed etica aziendale. Sempronio, in sostanza, mette le persone al centro dellโ€™innovazione tecnologica.

Oggi, tutti guardano a CAIO, perchรฉ รจ naturale focalizzarsi sulla novitร  tangibile (la tecnologia, lโ€™esperto che la guida). Ma la vera differenza la farร  Sempronio, ovvero la capacitร  dellโ€™organizzazione di adattarsi e imparare. Sempronio รจ quel collega (o quellโ€™insieme di colleghi e leader) che si premura di fare domande come: โ€œI nostri dipendenti sono pronti per questa innovazione? Come possiamo aiutarli a esserlo? Abbiamo cambiato i nostri processi, le metriche, la mentalitร  per sfruttare davvero lโ€™AI?โ€ Senza qualcuno che si ponga queste domande, senza un Sempronio, il rischio รจ di inseguire lโ€™AI come fine a se stessa, implementando soluzioni che sulla carta sono potenti, ma che nessuno utilizza appieno o di cui non ci si fida.

Sempronio incarna la consapevolezza che lโ€™AI nelle aziende รจ prima di tutto una trasformazione umana. รˆ un richiamo a non lasciare indietro le persone mentre la tecnologia avanza. E ora vediamo piรน concretamente cosa significa attivare questo โ€œspirito di Sempronioโ€ nelle nostre organizzazioni.

Cosa serve alle aziende (oltre al CAIO)

Come possono le aziende passare dalla semplice implementazione di tecnologie AI a una vera integrazione dellโ€™AI nel modo in cui lavorano e creano valore? Di seguito i โ€œpilastriโ€ del lavoro di Sempronio per abilitare unโ€™adozione efficace e sostenibile dellโ€™intelligenza artificiale.

  1. Visione chiara e sponsorship dallโ€™alto: ogni trasformazione riuscita parte da una leadership convinta e coinvolta. Il top management deve includere lโ€™AI nella strategia aziendale e comunicarne lโ€™importanza a tutta lโ€™organizzazione. Senza una sponsorizzazione attiva da parte del management, le iniziative AI faticano a decollare. Inoltre, i vertici devono prepararsi a un percorso non banale: come detto, la cultura non cambia alla stessa velocitร  della tecnologia, quindi servono pazienza e investimenti costanti. La direzione deve creare un senso di urgenza positivo attorno allโ€™AI (non paura), definendo obiettivi concreti e condivisi che lโ€™AI aiuterร  a raggiungere (es. migliorare lโ€™esperienza cliente, rendere i processi interni piรน efficienti, ecc.), anzichรฉ puntare sullโ€™AI come moda del momento. In poche parole, serve una visione in cui lโ€™AI sia un mezzo per un fine chiaro, e questa visione va raccontata e incarnata dal management giorno per giorno.
  2. Cambiamento culturale e mindset aperto: adottare lโ€™AI richiede nuove abitudini di lavoro e mentalitร . Non basta installare un software di machine learning se poi le persone non si fidano dei suoi output o continuano a prendere decisioni come prima. รˆ dunque fondamentale coltivare una cultura aziendale โ€œAI-readyโ€, in cui lโ€™innovazione venga accolta con curiositร  anzichรฉ timore. Come ho detto in diversi articoli, molte iniziative falliscono perchรฉ โ€œsi perde di vista lโ€™obiettivo utente e di businessโ€, costruendo soluzioni spettacolari ma inutili. Per evitarlo, bisogna partire dal problema da risolvere, non dalla tecnologia: chiedersi quale risultato concreto vogliamo ottenere e solo poi come lโ€™AI possa contribuire. Questa รจ una vera svolta di mindset. Inoltre, i leader devono incoraggiare un ambiente di sperimentazione e apprendimento continuo. Creare spazi in cui fare prove, anche sbagliare, e imparare insieme รจ cruciale per assimilare lโ€™AI. Servono quindi iniziative per diffondere curiositร  e sicurezza psicologica: ad esempio, promuovere domande aperte (โ€œCome potremmo usare lโ€™AI perโ€ฆ?โ€) e dare il buon esempio nel mettersi in gioco con le nuove tecnologie. Le aziende AI-ready sono quelle dove cโ€™รจ apertura mentale a tutti i livelli e dove lโ€™AI non รจ vista come una minaccia, ma come unโ€™opportunitร  da esplorare collettivamente. In poche parole occorre riallineare la cultura: dallโ€™avversione al rischio tipica di contesti tradizionali, verso un atteggiamento di exploration guidata, in cui lโ€™AI รจ uno strumento per innovare insieme.
  3. Formazione diffusa e sviluppo di competenze: lโ€™AI non potrร  mai diventare parte del DNA aziendale se rimane appannaggio di pochi esperti. รˆ vitale investire in upskilling e ** alfabetizzazione ai dati e allโ€™AI (data literacy)** su larga scala. Tutti i livelli organizzativi dovrebbero avere lโ€™opportunitร  di capire, almeno nelle basi, cosa sia un algoritmo di AI, quali tipi di problemi puรฒ risolvere e come collaborare con esso. Questo non significa trasformare ogni dipendente in un data scientist, ma fornire il contesto e la confidenza necessari per interagire con le soluzioni AI senza paura. Ad esempio, formare i manager non tecnici a porre le domande giuste sui progetti AI, o i knowledge worker ad usare strumenti AI (come i sistemi di machine learning o le piattaforme di analytics) nei propri processi quotidiani. Come osserva Zamora, il CAIO dovrebbe farsi promotore di questa democratizzazione, formando i dipendenti e diffondendo la โ€œdata literacyโ€ in azienda. Ciรฒ puรฒ avvenire tramite workshop, e-learning, progetti pilota in cui i team imparano facendo (test & learn o learning by doing). Un altro aspetto formativo รจ la condivisione di best practice interne: far raccontare alle persone i successi (e fallimenti) nellโ€™uso dellโ€™AI, per normalizzare lโ€™AI come parte del lavoro. In ogni caso, lโ€™obiettivo รจ creare una forza lavoro che si senta partecipe della trasformazione AI, competente abbastanza da utilizzarla e da dare feedback. Senza questo sforzo educativo, il rischio รจ di avere da un lato una ristretta รฉlite tecnica che โ€œfa cose con lโ€™AIโ€, e dallโ€™altro la maggioranza dei dipendenti che guarda da lontano con scetticismo. La formazione diffusa abbatte questa barriera, creando coinvolgimento e fiducia.
  4. Governance ed etica nellโ€™uso dellโ€™AI: un elemento spesso sottovalutato, ma fondamentale, รจ la definizione di una solida governance per lโ€™AI. Significa stabilire regole, processi e ruoli chiari per assicurare che lโ€™AI venga utilizzata in modo responsabile, trasparente e allineato ai valori aziendali. Le domande etiche e di compliance abbondano: come evitare che un algoritmo di recruiting sia influenzato da bias discriminatori? Chi รจ responsabile se un modello AI prende una decisione errata con impatti su clienti o operazioni? Come garantire la privacy dei dati usati per allenare i modelli? Per affrontare questi temi, le imprese devono dotarsi di principi e policy ad hoc โ€“ talvolta riuniti in codici etici per lโ€™AI โ€“ e meccanismi di controllo. Si parla molto spesso di rischio FATE (Fairness, Accountability, Transparency, Ethics) per lโ€™AI, a indicare le principali sfide da governare. A livello pratico, servirร  ad esempio un comitato di governance dellโ€™AI, che coinvolga oltre al CAIO anche figure di compliance, HR, legali ed esperti di processo, per valutare rischi e impatti delle soluzioni AI introdotte. Costruire fiducia รจ la parola chiave: i dipendenti e gli utenti finali adotteranno lโ€™AI solo se la percepiranno come affidabile e fair. Quindi, trasparenza sugli algoritmi (per quanto possibile), spiegabilitร  dei risultati, test rigorosi prima del deployment e possibilitร  di intervento umano in caso di errore sono tutti aspetti da curare. Come indicato in una recente lista di linee guida, le aziende dovrebbero predisporre fin da subito meccanismi per aumentare la comprensione e la fiducia in come lโ€™AI viene testata, validata e introdotta nei flussi di lavoro, oltre a pianificare la scalabilitร  con unโ€™adeguata infrastruttura e readiness culturale. In pratica: governare lโ€™AI significa sia gestire i rischi (etici, legali, reputazionali), sia preparare il terreno per unโ€™adozione in grande scala, creando standard interni e linee guida che facciano sentire tutti piรน sicuri nellโ€™utilizzo di queste tecnologie.
  5. Change management e coinvolgimento attivo: ultimo ma non meno importante pilastro รจ la gestione del cambiamento vero e proprio. Lโ€™introduzione dellโ€™AI impatta su processi, ruoli e abitudini quotidiane โ€“ รจ quindi fondamentale accompagnare le persone in questo percorso, comunicando, ascoltando e coinvolgendo. Un errore classico รจ calare dallโ€™alto nuovi strumenti AI aspettandosi che vengano adottati automaticamente. Al contrario, come avverte Zamora, se i progetti sono percepiti come imposti da un comitato centrale, le resistenze allโ€™adozione aumentano significativamente. Serve dunque un approccio partecipativo: coinvolgere sin dallโ€™inizio i team destinatari delle soluzioni AI nella loro progettazione, raccogliere feedback, individuare insieme i casi dโ€™uso piรน rilevanti. Le figure di change agent (che possono essere manager illuminati o referenti interni formati allo scopo) dovrebbero fare da ponte tra il team AI e il resto dellโ€™organizzazione, spiegando benefici e affrontando le preoccupazioni. Una comunicazione chiara รจ essenziale: raccontare perchรฉ si adotta una certa AI, quali vantaggi porterร  e come cambierร  (o non cambierร ) il lavoro quotidiano delle persone. Bisogna anche riconoscere e gestire le paure legittime: ad esempio, rassicurare sul fatto che lโ€™AI supporta le decisioni umane senza automatizzare via il giudizio critico, oppure che lโ€™introduzione di automazione libererร  tempo per attivitร  a maggior valore aggiunto. Un buon piano di change management include quick win (piccoli successi iniziali da pubblicizzare internamente), formazione sul campo, e magari il coinvolgimento di champion interni (persone rispettate che fanno da ambasciatori positivi dellโ€™AI verso i colleghi). Lโ€™obiettivo finale รจ far sรฌ che lโ€™AI non sia vista come il โ€œprogetto dellโ€™ITโ€ o unโ€™imposizione misteriosa, ma come unโ€™evoluzione naturale e condivisa del modo di lavorare. Quando le persone si sentono parte del cambiamento, lo abbracciano con molta piรน convinzione. Ecco perchรฉ il ruolo di Sempronio โ€“ cioรจ di chi orchestra questo processo umano โ€“ รจ cruciale tanto quanto quello di chi installa lโ€™ultima tecnologia.

Una adozione necessaria

Il messaggio รจ chiaro: lโ€™adozione efficace dellโ€™AI รจ un gioco a due dimensioni. Da un lato la dimensione tecnica, guidata dal CAIO o figure simili, fondamentale per scegliere le giuste soluzioni AI, implementarle e portarle in produzione. Dallโ€™altro la dimensione umana-organizzativa, incarnata da โ€œSempronioโ€, che รจ altrettanto fondamentale per far fiorire quelle soluzioni nellโ€™ecosistema aziendale.

Oggi molte aziende hanno fretta di mettere in piedi la prima dimensione ย โ€œAssumiamo un esperto AI, compriamo questa piattaforma di machine learning, e il futuro รจ risoltoโ€ ma poche dedicano la stessa cura alla seconda. รˆ comprensibile: i risultati di un algoritmo si possono misurare subito, mentre i cambiamenti culturali sono piรน sfumati e richiedono tempo. Eppure, ignorare Sempronio significa condannare lโ€™iniziativa AI a restare lettera morta. Senza investire in cultura, competenze e change management, lโ€™AI migliore del mondo rimarrร  inutilizzata o osteggiata, un potenziale mai realizzato.

La provocazione finale che voglio condividere รจ questa: nel prossimo meeting strategico, accanto alla domanda โ€œQual รจ la nostra strategia AI?โ€ iniziate a chiedervi โ€œQual รจ il nostro piano di cambiamento culturale per lโ€™AI?โ€. Se avete nominato (o state per nominare) un CAIO, pensate a chi o cosa sarร  il vostro โ€œSempronioโ€. Potrebbe essere una task force interfunzionale, un programma di trasformazione interna, o semplicemente un insieme di leader illuminati che si fanno carico di guidare le persone attraverso il cambiamento. Lโ€™etichetta conta poco; ciรฒ che conta รจ riconoscere esplicitamente questa esigenza.

In unโ€™epoca in cui lโ€™AI promette di ridisegnare interi settori, le aziende di successo non saranno solo quelle con gli algoritmi piรน avanzati, ma quelle con le persone piรน preparate e una cultura abbastanza adattiva per sfruttarli al meglio. In altre parole, vincerร  chi saprร  far collaborare Caio e Sempronio, ossia tecnologia e umanitร , in una orchestra ben sincronizzata.