DeepMind Genie 3: svolta epocale per l’addestramento robotico?

DeepMind ha presentato Genie 3, un modello generativo di world simulation che, dato un prompt testuale (o un’immagine), costruisce in tempo reale un ambiente virtuale interattivo e persistente. In pratica, digitando una descrizione si materializza un mondo navigabile, non il solito video di pochi secondi, ma uno spazio “videoludico” esplorabile a piacimento.

La cosa si fa davvero interessante unendolo a SIMA, un agente AI generalista in grado di apprendere compiti in una varietà di giochi 3D: il primo può generare infiniti scenari di training, il secondo può imparare al loro interno. Questa combinazione apre prospettive inedite per la robotica, il sim-to-real e la generalizzazione dell’intelligenza artificiale.

Dalle parole ai mondi 3D interattivi

La maggior parte dei generatori di immagini o video AI oggi produce contenuti brevi e non interattivi. Genie 3, invece, fa un salto di categoria: trasforma un input testuale in un mondo tridimensionale navigabile in prima persona, con coerenza fisica e visiva su orizzonti temporali ben più lunghi del classico clip di 8 secondi. Digitando una descrizione, ad esempio “un sentiero di lava ai piedi di un vulcano attivo” , il sistema renderizza una scena 3D a 24 frame al secondo e risoluzione 720p, in cui l’utente può muoversi liberamente con controlli da videogame.

L’ambiente reagisce in tempo reale ai movimenti e ai comandi: se giri la telecamera o avanzi, il panorama cambia fluidamente; se aggiungi via testo un evento (“inizia a piovere”), Genie 3 modifica al volo le condizioni meteo nella simulazione. In demos, il team DeepMind ha mostrato scenari estremamente diversi tra loro, dall’aspro paesaggio vulcanico a una costa flagellata da un uragano, fino a un villaggio incantato di funghi giganti – tutti generati e manipolabili istantaneamente dall’AI.

Quello che rende questi mondi sorprendenti è il livello di coerenza spazio-temporale: oggetti e paesaggi rimangono stabili anche cambiando inquadratura o tornando in un luogo già visitato, grazie a una sorta di “memoria” interna che si estende fino a circa un minuto. In altre parole, Genie 3 ricorda dove ha messo le montagne o gli alberi, evitando salti logici o apparizioni/disparizioni incoerenti man mano che l’utente esplora.

Un aspetto particolarmente interessante è la possibilità di partire non solo da testo ma anche da immagini. I ricercatori hanno mostrato che Genie 3 può essere iniziato con un singolo fotogramma (ad esempio la foto di un dipinto famoso) e “gonfiare” quella scena in un ambiente tridimensionale navigabile.

Immaginate di scattare una foto o dipingere un bozzetto, e poi poterci entrare dentro: ad esempio camminare tra i cipressi sullo sfondo di un quadro o esplorare l’interno di una concept art. Questo apre possibilità creative enormi. Un artista può dipingere uno scenario surreale e poi usarlo come livello di gioco; un designer può importare schizzi o foto di riferimento e ottenere uno stage 3D immediatamente pronto da esplorare. Allo stesso modo, un filmmaker che oggi si scontra col “muro degli 8 secondi” nei video generativi, con Genie 3 vede crollare quel limite: essendo un world model persistente, permette di scegliere inquadrature e traiettorie di camera a piacere, estendendo le sequenze fin dove lo consentono la fantasia (e il budget computazionale) senza degradare subito in noise. In sintesi, Genie 3 trasforma la generazione AI da contenuto passivo a esperienza interattiva: non più immagini da guardare, ma mondi vivi da esplorare. È come se dessimo un tovagliolo a Bob Ross per uno schizzo estemporaneo e subito dopo potessimo fare due passi dentro il paesaggio che ha dipinto.

Dal punto di vista tecnico, raggiungere questo risultato non è banale. Genie 3 utilizza un’architettura auto-regressiva simile a quella dei grandi modelli linguistici, generando ogni nuovo frame in base ai frame precedenti e all’azione corrente dell’utente. Questo significa garantire coerenza frame-to-frame senza però appoggiarsi a un’esplicita modellazione 3D sottostante: a differenza di approcci come NeRF o gaussian splatting che costruiscono una mappa geometrica per avere consistenza, qui la solidità della scena “emerge” dall’aver previsto correttamente la sequenza di pixel nel tempo. È un approccio più flessibile, perché consente di alterare liberamente il mondo in corso d’opera (aggiungere oggetti, cambiare ambiente) senza dover rigenerare un intero modello geometrico; tuttavia è computazionalmente pesante, dato che il modello deve “ricordare” e ri-renderizzare ad ogni frame tutto ciò che conta della traiettoria passata. DeepMind sottolinea che Genie 3 rappresenta il primo modello di world generation capace di interazione in tempo reale, migliorando al contempo realismo e coerenza rispetto al precedente Genie 2. In appena otto mesi, infatti, il salto da Genie 2 a Genie 3 è notevole: Genie 2 (fine 2024) manteneva la scena per ~10 secondi prima di “dimenticare” e rigenerare incoerentemente, mentre Genie 3 regge diversi minuti di esplorazione continua prima che la memoria svanisca. Inoltre Genie 2 richiedeva di fornirgli a priori la sequenza di azioni (movimenti) che l’utente avrebbe fatto, poi generava il video risultante; Genie 3 invece reagisce live agli input dell’utente come un vero motore grafico. Siamo insomma davanti a un prototipo di motore generativo per mondi virtuali. Google DeepMind è probabilmente il primo laboratorio AI a spingersi così avanti su questo fronte, considerandolo un tassello strategico verso l’AGI (Artificial General Intelligence).

Naturalmente, siamo ancora in fase di ricerca (Genie 3 per ora è distribuito solo come anteprima limitata a pochi accademici e creator selezionati). Eppure le capacità dimostrate, per quanto imperfette, hanno già fatto gridare a molti che “questo è il più vicino che siamo arrivati all’Holodeck di Star Trek”. Prima di discutere sfide e limiti, vediamo perché un sistema come Genie 3 potrebbe rivoluzionare l’addestramento degli agenti AI e dei robot, e come si inserisce nelle tendenze più ampie dell’informatica spaziale e dell’UX nel mondo dell’AI.

Un nuovo terreno di gioco per agenti AI e robotica

DeepMind definisce Genie 3 un general purpose world model, ovvero un modello capace di simulare dinamicamente ambienti diversi utilizzando la sua comprensione del mondo Perché questo conta? Perché fornisce alle intelligenze artificiali un campo di addestramento illimitato e sicuro. Invece di imparare in condizioni reali (costose o rischiose) o su dati statici, gli agenti possono esercitarsi in compiti complessi dentro simulazioni realistiche e sempre nuove. In altre parole, i world model come Genie offrono all’AI “mondi-giocattolo” dove sperimentare, fallire e riprovare, il tutto a velocità accelerata e senza causare danni nel mondo vero. Non a caso DeepMind vede questi sistemi come fondamentali sulla strada verso agenti in grado di agire nel mondo reale.

Proprio qui entra in scena SIMA, l’altro pezzo del puzzle. SIMA (acronimo di Scalable, Instructable Multiworld Agent) è un agente AI generalista presentato sempre da DeepMind quest’anno, progettato per muoversi e seguire istruzioni in una vasta gamma di ambienti virtuali 3D. A differenza degli agenti specializzati in un singolo videogioco o simulazione, SIMA è stato addestrato su 9 giochi diversi (in collaborazione con 8 studi di videogame) più alcuni ambienti di ricerca, imparando centinaia di abilità di base – dal navigare e raccogliere oggetti fino al pilotare un’astronave, ed è capace di capire comandi in linguaggio naturale e tradurli in azioni (mouse e tastiera virtuali). L’obiettivo non era battere record di punti, ma seguire istruzioni varie in mondi sempre diversi, un po’ come farebbe un umano che prova tanti giochi nuovi.

Il risultato notevole è che l’agente “generalista” ha superato gli specialisti: nei test, un singolo modello SIMA addestrato su tutti e 9 i giochi ha ottenuto prestazioni migliori in ciascun gioco rispetto a modelli addestrati solo su quel gioco. Non solo – quando un agente SIMA veniva allenato su 8 giochi su 9, se la cavava quasi allo stesso livello di un agente dedicato nel 9° gioco mai visto prima. Questo è un fatto cruciale: indica un’ottima capacità di generalizzazione e trasferimento delle competenze. In pratica, l’AI che “ha visto un po’ di tutto” riesce a orientarsi anche in situazioni nuove, talvolta meglio di un’AI che ha grindato un solo compito in modo ossessivo. È un risultato controintuitivo ma che rispecchia un principio umano: saper imparare ad imparare da contesti vari può essere più potente che ottimizzarsi in un singolo dominio.

Ora, se colleghiamo i puntini, l’accoppiata Genie 3 + SIMA appare formidabile. Il punto di forza di Genie 3 – generare mondi sempre diversi a richiesta – è esattamente ciò di cui hanno bisogno agenti tipo SIMA per diventare ancora più versatili. DeepMind stesso ha già iniziato a testare i due in tandem: hanno generato con Genie 3 alcuni mondi di prova e ci hanno immerso una versione recente dell’agente SIMA, istruendolo a perseguire vari obiettivi all’interno di quei mondi. SIMA interagiva con Genie 3 mandandogli comandi di navigazione (es. vai avanti, gira a destra, prendi l’oggetto) e Genie reagiva aggiornando l’ambiente, il tutto senza avere conoscenza “interna” dello scopo dell’agente – simula semplicemente il risultato delle sue azioni.

Il fatto notevole è che Genie 3, mantenendo coerenza per minuti e supportando sequenze di azioni più lunghe rispetto al passato, permette ora all’agente di completare compiti più complessi senza reset dell’ambiente. DeepMind vede questa tecnologia come un ingrediente chiave verso sistemi più generali e infine l’AGI, dove agenti simulati giocano un ruolo crescente nello sviluppo e test di capacità prima di applicarle al mondo reale.

Perché è importante per la robotica?

Oggi per addestrare robot si fa largo uso di simulazioni e di tecniche come la domain randomization: in pratica, si creano tante varianti di un ambiente (ad es. decine di cucine virtuali con colori, illuminazioni e arredi diversi) e ci si allena il robot, così quando lo si trasferisce in una cucina reale che non ha mai visto, è più probabile che generalizzi bene senza rimanere spiazzato da un dettaglio fuori posto.

Genie 3 porta questo concetto all’estremo: invece di variare manualmente alcuni parametri in un simulatore, genera da zero mondi completamente nuovi, con fisiche, oggetti, texture e layout ogni volta differenti. Il robot quindi non impara solo su “tutti i tipi di cucina”, ma su ambienti che vanno ben oltre la sua missione specifica, costringendolo a sviluppare capacità di adattamento più profonde. Come ha scritto Ben Dickson, di fronte alla scarsità inevitabile di dati reali per addestrare robot in ogni scenario possibile, avere infiniti mondi sintetici da esplorare potrebbe consentire agli agenti di scoprire soluzioni del tutto nuove ai problemi. Non sappiamo ancora quale sarà la killer application di Genie 3 – nemmeno DeepMind può prevederlo con certezza – ma scommette che dentro questa “scatola magica” ci sia un potenziale enorme da sbloccare col giusto approccio.

Le ricadute pratiche vanno oltre il classico robot domestico. Pensiamo alle operazioni autonome in settori come logistica, manifattura, costruzioni, trasporti: poter simulare a piacere migliaia di scenari rari o pericolosi – un guasto improvviso a un macchinario, un ostacolo inatteso sul percorso di un veicolo, condizioni meteo estreme in cantiere – e addestrare agenti AI ad affrontarli, prima di metterli in campo, sarebbe di enorme aiuto. Con Genie 3 è teoricamente possibile ”mintare” (coniarsi) infiniti mondi con combinazioni diverse di fattori di disturbo, molto oltre ciò che si potrebbe progettare manualmente. Inoltre, il fatto che un modello generativo possa valutare il comportamento di un altro agente in simulazione (vedi SIMA) apre alla possibilità di usare l’AI non solo per training ma anche per testing: Genie può funzionare da banco di prova per vedere dove il robot sbaglia più spesso, quali condizioni lo mandano in tilt, e quindi aiutare gli ingegneri a identificare le debolezze di un sistema prima che sia fuori nel mondo. DeepMind evidenzia proprio questo aspetto: Genie 3 fornisce un vasto spazio dove addestrare agenti come robot o sistemi autonomi, ma anche dove valutarne le prestazioni e sondarne i limiti in sicurezza.

Va detto che già oggi simulatori avanzati e digital twin vengono usati in ambito industriale, ad esempio per ottimizzare linee produttive o testare robotica mobile nei magazzini. Tuttavia, creare e mantenere a mano queste simulazioni è costoso e richiede aggiornamenti continui per riflettere la realtà. Un sistema come Genie 3 lascia intravedere un futuro in cui molte di queste esperienze virtuali possano essere generate on-demand dall’AI, semplicemente descrivendo la situazione desiderata. Certo, non è garantito che la simulazione generata sia perfettamente accurata in ogni dettaglio (anzi, come vedremo a breve, al momento non lo è). Ma potrebbe bastare a coprire casi “long tail” difficilmente programmabili a mano.

Elon Musk ha commentato di aspettarsi già dall’anno prossimo videogiochi generati interamente dall’AI, dinamici e imprevedibili, “potrai letteralmente descrivere il gioco che vuoi e lui prenderà vita”. Al di là dell’hype, è chiaro che se questa tecnologia matura, avrà impatto anche nell’industria dei videogame e della simulazione formativa: scenari unici per ogni partita, NPC (personaggi) comportamentialmente generati, missioni che si adattano sul momento. Siamo ai primissimi passi, ma Genie 3 indica la strada verso mondi virtuali plasmati dalla creatività dell’utente insieme all’intelligenza della macchina, più che da un team di sviluppatori che pre-scrive tutto.

Verso lo Spatial Computing: il mondo diventa l’interfaccia

La comparsa di modelli come Genie 3 si inserisce in una trasformazione più ampia del rapporto fra digitale e reale, quello che dall’uscita del mio libro Spatial Shift ho definito The Shift verso lo spatial computing. Per decenni abbiamo interagito con la tecnologia attraverso schermi bidimensionali: monitor, smartphone, tablet. Le informazioni stavano dietro un “vetro”, separate dal mondo fisico. Ora quella barriera si sta dissolvendo. Come ho detto e scritto più volte  lo spazio intorno a noi sta diventando l’interfaccia.

In altre parole, invece di portare noi verso i contenuti sullo schermo, le nuove tecnologie portano contenuti e intelligenza dentro il nostro contesto fisico. Lo spatial computing e l’AI insieme fanno “uscire” l’informazione dagli schermi, integrandola nell’ambiente che viviamo. Genie 3, pur operando ancora in un dominio virtuale su monitor, incarna perfettamente questa filosofia: prende conoscenza (da testi, immagini, dati) e la incarna in un mondo digitale concreto con cui possiamo interagire quasi fosse reale. È il concetto di ambiente che prevale su quello di interfaccia: l’utente non clicca bottoni su un menu, ma si muove dentro uno spazio e vive l’esperienza.

Si intravede qui una convergenza con la realtà aumentata e virtuale. Prodotti come Apple Vision Pro, Meta Quest o Magic Leap sono i primi spiragli verso un computing immersivo, in cui contenuti 3D compaiono intorno a noi integrandosi con il mondo reale. DeepMind Genie 3 spinge in avanti il lato AI di questa equazione: mondi 3D generati a comando, personalizzati al volo.

Non è difficile immaginare un futuro in cui indossando un visore AR/VR si possa letteralmente “spawnare” ambienti tramite AI generativa: per training, per intrattenimento o per creatività. Un tecnico potrebbe, stando nel proprio ufficio, chiedere al computer di mostrargli una ricostruzione virtuale della fabbrica in scala 1:1 e provare a interagirci; un progettista potrebbe visualizzare e modificare prototipi di veicoli o edifici come ologrammi spaziali generati dall’AI. In generale, l’AI unita allo spatial computing promette di far dissolvere l’interfaccia fino a renderla trasparente: “non sarà il prossimo gadget, ma il contesto il vero protagonista”, come sintetizza Darunte.

Quando l’intelligenza vive nello spazio intorno a noi, i flussi di lavoro possono diventare così naturali da non accorgerci nemmeno della “tecnologia”, vediamo solo il compito che stiamo svolgendo, arricchito da informazioni contestuali. L’informatica ambientale (ambient computing) è proprio questo: intelligenza diffusa, attivata dalla nostra presenza e dalle nostre intenzioni, più che da click o tap su uno schermo.

Genie 3 può essere visto come un precursore di un “sistema operativo spaziale” generativo. Oggi genera mondi di fantasia su uno schermo, ma concettualmente ci sta dicendo che possiamo chiedere a un’AI di creare ambienti completi in cui poi entriamo e compiamo azioni. È una sorta di Holodeck a bassa risoluzione: uno spazio virtuale creato dall’intelligenza artificiale su cui abbiamo un certo controllo. Se guardiamo avanti di qualche anno, possiamo immaginare di avere ambienti generati in real time non solo nel computer ma nelle stanze intorno a noi – proiettati via occhiali AR o tramite installazioni immersive – dove persone e agenti virtuali coesistono.

Ad esempio, potremmo mescolare ambienti reali e simulati: un robot potrebbe allenarsi metà del tempo in VR su scenari generati, e l’altra metà spostarsi nel nostro mondo fisico, portandosi dietro l’esperienza accumulata. Già ora alcune aziende fanno addestramento in VR per operatori (come simulatori di impianti industriali): un modello come Genie renderebbe la creazione di questi scenari molto più rapida e dinamica, magari anche interattiva con l’utente (lo scenario che si adatta alle azioni del tirocinante in VR).

C’è poi l’aspetto dell’esperienza utente (UX) e del design in era di AI generativa. Tradizionalmente, progettare un’esperienza significava definire ogni stato dell’interfaccia, ogni possibile percorso utente, in modo deterministico. Se invece l’ambiente o l’interfaccia vengono creati on-the-fly da un’AI in base a una richiesta, come si garantisce una buona UX? Si apre un nuovo campo in cui i designer dovranno definire vincoli, regole e linee guida per l’output generativo, piuttosto che progettare ogni pixel.

Ad esempio, come faccio a dire a Genie 3 cosa non deve fare? Come inserisco dei punti fermi (es. un oggetto che deve assolutamente essere presente e funzionare in un certo modo) senza soffocare la creatività spontanea del modello? Nel contesto gaming, gli sviluppatori potrebbero voler generare livelli con Genie, ma vorranno anche controllare difficoltà, obiettivi e comportamenti dei NPC (non-player characters).

Insomma, serviranno strumenti di directability e scripting capaci di dialogare con il modello generativo. Alcuni progetti nascenti (es. la startup Intangible AI fondata da ex-Unity) puntano proprio a iniettare maggior controllabilità in questi mondi generati proceduralmente. Si profila il ruolo di un “AI experience designer”: una figura che non disegna schermate, ma allena e modula i modelli perché producano esperienze utente coerenti, sicure e piacevoli. È un cambio di paradigma nel design: dall’essere creatori dei contenuti a essere curatori di sistemi generativi. Chi saprà padroneggiare quest’arte, definire vincoli creativi all’AI senza bloccarne l’inventiva – avrà un enorme vantaggio.

La sfida non è più costruire prodotti, ma progettare ambienti intelligenti e context-aware in cui gli utenti vivono. 

La UX diventa quasi regia di un’esperienza dinamica, più che statico design di interfacce.

Sfide aperte e passi necessari

Nonostante l’entusiasmo per Genie 3, ci sono diversi limiti e questioni aperte da affrontare perché questa tecnologia possa avere impatti concreti su larga scala. Anzitutto, le limitazioni tecniche attuali: la versione di ricerca di Genie 3 può sostenere solo pochi minuti di interazione continua prima che la coerenza inizi a degradare.

Non siamo quindi vicini a mondi persistenti per ore o giorni di simulazione; tuttavia, il trend di miglioramento dal Genie 2 suggerisce che la finestra temporale potrà estendersi con modelli più grandi e ottimizzati. Altra limitazione è la fisica imperfetta: sebbene il modello mostri comprensione di concetti fisici base (gravità, illuminazione, dinamiche di fluidi in modo qualitativo), può produrre fenomeni bizzarri o poco accurati. Sono stati osservati, ad esempio, personaggi che camminano all’indietro senza motivo, o oggetti che compenetrano altri oggetti – insomma glitch nel rispetto delle leggi fisiche. Questo pone un problema se l’obiettivo è usare queste simulazioni per addestrare robot: come garantire che un robot impari il comportamento giusto se il mondo virtuale talvolta “bara” sulla fisica? I ricercatori stessi riconoscono che, allo stato attuale, mondi così non sono affidabili al punto da garantire che un agente addestrato lì si comporterà correttamente nel mondo reale. Semmai, possono essere utili per far emergere casi in cui l’agente fallisce (dentro la simulazione stessa) e quindi indicare che non sarebbe ancora pronto per la realtà.

In altre parole, per adesso possiamo usare Genie 3 più come stress test per agenti che come oracolo definitivo di validazione.

Un altro vincolo è l’azione limitata dell’agente all’interno di Genie 3: attualmente può inviare comandi di navigazione (muoversi nello spazio), ma non può ad esempio afferrare oggetti, premere pulsanti o costruire cose dettagliate nel mondo generato. L’interazione fisica complessa e la presenza di più agenti indipendenti nello stesso ambiente sono frontiere ancora aperte nella ricerca. Inoltre, al momento Genie 3 accetta soltanto prompt testuali come input iniziale, non immaginib,  la possibilità di partire da una foto o da uno screenshot di un videogioco e “entrarci” resta per ora un intrigante demo, ma non è supportata out-of-the-box nell’anteprima attuale. Su questo punto, curiosamente, il predecessore Genie 2 consentiva input misti testo+immagine, mentre Genie 3 pare aver sacrificato questa flessibilità per concentrarsi sulla generazione interattiva in tempo reale. Non è detto che in futuro non si riacquisti anche la semina visiva (anzi, si parla già di esperimenti per fornire video di input in Genie 3, ad esempio per continuare scene dal mondo reale).

Oltre ai limiti tecnici, ci sono sfide pratiche di adozione. Questi modelli sono enormemente affamati di calcolo: generare grafica 3D fotorealistica via AI frame dopo frame richiede potenza computazionale molto maggiore rispetto a riprodurre scene con un tradizionale motore 3D basato su assets predefiniti. Genie 3 per ora gira su infrastrutture specializzate; portarli in applicazioni consumer o nei flussi di lavoro quotidiani richiederà ottimizzazioni e probabilmente nuovo hardware (es. i progressi di NVIDIA nel settore fanno pensare che GPU dedicate a AI world generation diventeranno realtà).

C’è anche un tema di tooling e integrazione: i creativi e sviluppatori dovranno avere strumenti intuitivi per collaborare con questi generatori di mondi. Non basta rilasciare un’API che sputa fuori ambienti: serviranno interfacce per editare, correggere, salvare e versionare i mondi generati. In ambito professionale, uno studio vorrà poter dire “ok, la versione 3 del livello generato ieri era quasi buona, la riprendo e la modifico un po’ invece di rigenerarla da capo oggi”. Questo implica capacità di controllo fine sui contenuti generati, memorizzazione di seed o parametri per riprodurre ambienti, e magari funzioni di esportazione verso formati standard (immagini, mesh 3D, ecc.) per rifinire il lavoro con software tradizionali. La qualità grezza dei modelli generativi da sola non basta: l’esperienza utente per i creator sarà cruciale quanto i progressi dell’AI.

Vanno considerati aspetti di sicurezza e responsabilità. DeepMind, ben conscia della natura aperta e “magica” di Genie 3, sta procedendo con cautela: il modello è distribuito a un piccolo gruppo in forma di ricerca controllata, proprio per studiarne i rischi e mitigare usi impropri. Un mondo generato in cui l’utente può vagare pone sfide nuove per la moderazione dei contenuti: cosa impedisce che un prompt generi scene violente, o traumatizzanti, o implicitamente offensive? Bisognerà incorporare vincoli e filtri robusti nei modelli, perché un conto è generare un’immagine sgradevole (già problematico), un altro è trovarsi immersi in una scena sgradevole. Anche la proprietà intellettuale è un tema: usare dipinti famosi come “seed” per mondi 3D è affascinante, ma bisognerà chiarire i diritti su quelle creazioni derivate.

Se un utente crea un livello ispirato a un artwork esistente, quell’artista andrebbe compensato? E se il mondo generato contiene marchi o elementi riconoscibili, di chi è la responsabilità? Sono dilemmi già sollevati con la generazione di immagini e musica da parte delle AI, ma nel caso di mondi complessi si aggiunge la difficoltà di monitorare ogni dettaglio generato. Serviranno quindi policy di utilizzo e controlli accurati prima di un rilascio pubblico più ampio. DeepMind dichiara di voler sviluppare Genie in modo responsabile, con feedback interdisciplinare, proprio per capirne le implicazioni e i potenziali impatti negativi.

La scelta di limitare l’accesso e raccogliere le prospettive di eticisti, creatori e ricercatori fa parte di questo approccio prudente

Il turismo sportivo: un motore economico in crescita – Riflessioni dal TTG di Rimini

Ho avuto l’opportunità di parlare al TTG di Rimini del potenziale del turismo sportivo, un settore spesso sottovalutato ma in rapida crescita, con una presentazione dal titolo “Sport e Turismo nell’Era Digitale: tra Trasformazione, Tech e Fan Engagement“. È affascinante vedere come lo sport possa trasformare il modo in cui viaggiamo e viviamo le destinazioni. Non è solo una questione di sport, ma di connessioni umane, di scoperta e di come il movimento possa arricchire le nostre vite e le comunità locali.

La convergenza tecnologica nella Sport Industry

La convergenza tecnologica sta rivoluzionando il mondo dello sport e del turismo, creando nuove opportunità che vanno ben oltre la semplice attività fisica. Stiamo assistendo a una trasformazione del business dello sport, dove tecnologie come l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata e l’analisi dei dati stanno cambiando il modo in cui gli atleti si allenano, i tifosi interagiscono e le destinazioni turistiche si promuovono.

Con un valore stimato dell’industria globale dello sport di circa 620 miliardi di dollari, questo settore rappresenta una potenza economica che si intreccia con il turismo per ampliare l’impatto sul territorio. Il potenziale dello sport come media di comunicazione è in forte crescita: non solo è in grado di connettere persone e culture attraverso eventi internazionali, ma si sta affermando come uno strumento di marketing potente per promuovere destinazioni turistiche e attrarre investimenti, creando esperienze uniche e memorabili che rendono il viaggio non solo un movimento nello spazio, ma una vera connessione con la storia e l’identità dei luoghi.

Le Dimensioni del Turismo Sportivo: Mercato e Opportunità

Il turismo sportivo è un mercato in rapida crescita e rappresenta una parte significativa dell’industria turistica globale. Attualmente, il valore del turismo sportivo è stimato attorno ai 600 miliardi di dollari, con proiezioni di crescita che potrebbero raggiungere il trilione di dollari entro il 2030. Questa crescita è alimentata dall’aumento della partecipazione agli eventi sportivi, sia come atleti sia come spettatori, e dalla crescente ricerca di esperienze attive e significative. Le maratone internazionali, gli eventi di triathlon, i grandi tornei di calcio e le competizioni di ciclismo attirano milioni di partecipanti e spettatori da tutto il mondo, generando un forte impatto economico per le destinazioni ospitanti.

Oltre all’incremento diretto nelle spese per alloggio, ristorazione e trasporti, il turismo sportivo ha anche la capacità di stimolare lo sviluppo infrastrutturale e di migliorare la visibilità internazionale delle località, creando opportunità significative per le imprese locali e regionali. È un settore che non solo incrementa i flussi turistici, ma contribuisce alla riduzione della stagionalità, favorendo la sostenibilità e lo sviluppo economico anche nelle destinazioni meno conosciute.

Ma chi sono i turisti sportivi?

Il turismo sportivo attira una vasta gamma di persone, tutte unite dall’entusiasmo per l’attività fisica e gli eventi sportivi, ma con motivazioni diverse. Possono essere partecipanti attivi che si spostano per prendere parte a una maratona, una gara di triathlon o un evento ciclistico, oppure spettatori appassionati che viaggiano per assistere ai loro sport preferiti e per vivere l’emozione di un evento dal vivo.

  • Età: I turisti sportivi sono estremamente eterogenei. Dai giovani adulti ai viaggiatori più esperti di oltre 50 anni, dimostrano che la passione per lo sport non conosce età. Molte persone iniziano a viaggiare per motivi sportivi durante i trentenni e continuano a farlo fino a tarda età.
  • Genere: Tradizionalmente, il turismo sportivo è stato dominato dagli uomini, ma negli ultimi anni si sta assistendo a un significativo equilibrio di genere. Oggi, circa il 40% dei partecipanti agli eventi sportivi più importanti sono donne, e questo dato continua a crescere. Il turismo sportivo sta diventando un’opportunità per donne e uomini di tutte le età di misurarsi, scoprire il mondo e creare nuove connessioni.
  • Spesa: I turisti sportivi hanno un potere di spesa superiore rispetto ai turisti tradizionali. Questo perché cercano esperienze uniche e di qualità, investendo in alloggi migliori, attività collaterali, ristorazione di alto livello e attrezzatura necessaria per praticare il loro sport preferito. Questi turisti sono propensi a spendere fino al 20% in più rispetto agli altri, contribuendo in maniera significativa all’economia locale delle destinazioni che visitano.

Dal turismo passivo a quello attivo

Il turismo sportivo incarna perfettamente il passaggio dal turismo passivo a quello attivo. Sempre più persone desiderano essere protagoniste delle proprie vacanze, non semplicemente spettatori, ma partecipanti attivi che vivono esperienze autentiche e sfidanti.

Nel turismo sportivo, questo significa correre una maratona, fare trekking in montagna o persino esplorare un nuovo territorio in bicicletta. L’elemento fondamentale non è solo la destinazione, ma il percorso personale che il viaggiatore intraprende. Il turismo sportivo offre la possibilità di immergersi nelle bellezze naturali e culturali di una località, arricchendo la propria esperienza di viaggio con la dimensione dell’azione e della sfida personale.

Due facce della stessa medaglia

Il turismo sportivo si divide principalmente in due categorie:

  1. Turismo sportivo praticato: Riguarda quei viaggiatori che scelgono una destinazione con l’intenzione di praticare uno sport specifico. Ad esempio, il trekking nelle Dolomiti, il surf lungo le coste della Liguria, o il ciclismo attraverso i suggestivi paesaggi toscani. Questi viaggiatori sono alla ricerca di esperienze che permettano loro di connettersi con la natura, migliorare la propria condizione fisica e vivere emozioni autentiche a contatto con il territorio.
  2. Turismo sportivo per eventi: Questo tipo di turismo riguarda chi viaggia per assistere a grandi eventi. Le maratone di città come Roma o Milano, il Gran Premio di Monza o gli Internazionali di Tennis di Roma sono esempi di eventi che attirano decine di migliaia di persone ogni anno. Questi eventi non solo generano un importante afflusso di spettatori, ma creano anche un indotto significativo per le comunità ospitanti. La partecipazione a questi eventi è spesso motivata dal desiderio di vivere l’energia e l’atmosfera di grandi manifestazioni dal vivo.

Lo sport come catalizzatore per le destinazioni

Una delle tematiche più affascinanti del mio intervento ha riguardato il ruolo dello sport come catalizzatore per le destinazioni turistiche e le imprese locali. Lo sport non è solo un’attività fisica, ma un veicolo di trasformazione capace di migliorare la percezione e l’attrattività di un territorio.

  • Per le destinazioni: Gli eventi sportivi possono mettere in luce il patrimonio culturale e naturale di una località, offrendo una vetrina internazionale e contribuendo a migliorare la sua visibilità. Pensiamo alle città che ospitano maratone iconiche o gare ciclistiche attraverso scenari naturali mozzafiato: non solo offrono esperienze uniche ai partecipanti, ma promuovono anche il territorio stesso come destinazione da esplorare. Lo sport può raccontare la storia di un luogo, valorizzarne le tradizioni e far scoprire i suoi paesaggi.
  • Per le imprese: Lo sport offre un’opportunità per le imprese locali di sviluppare nuovi servizi e prodotti in grado di soddisfare le esigenze dei turisti sportivi. Dall’accoglienza specializzata per chi partecipa a eventi, alla creazione di attività complementari, come escursioni, degustazioni o tour guidati. Le strutture locali possono così trasformare l’afflusso di turisti sportivi in una leva per lo sviluppo economico e l’innovazione dei propri servizi.

La tecnologia nel turismo sportivo

La tecnologia sta giocando un ruolo sempre più importante nel turismo sportivo. L’intelligenza artificiale e la realtà aumentata stanno trasformando il modo in cui le persone vivono e partecipano agli eventi sportivi:

  • Intelligenza artificiale: L’AI viene utilizzata per personalizzare l’esperienza del turista sportivo. Attraverso l’analisi dei dati, le destinazioni possono offrire percorsi personalizzati e suggerimenti in base alle preferenze e alle attività passate. Ad esempio, un’app di intelligenza artificiale può suggerire i migliori sentieri di trekking per un appassionato, basandosi sulle sue preferenze precedenti e sulle condizioni climatiche attuali.
  • Realtà aumentata: La realtà aumentata consente ai visitatori di immergersi in esperienze digitali che arricchiscono la visita. Pensiamo alla possibilità di esplorare uno stadio attraverso il proprio smartphone, con informazioni sovrapposte su giocatori, storia e curiosità legate alla squadra. L’AR rende possibile trasformare una visita ordinaria in una esperienza educativa e interattiva, coinvolgendo i turisti a livelli sempre più profondi.
  • Gamification: L’introduzione di elementi di gamification nel turismo sportivo aggiunge un ulteriore livello di coinvolgimento. Le sfide sportive, i punteggi accumulabili e i riconoscimenti digitali motivano i turisti a esplorare di più, a competere e a connettersi con altri partecipanti, creando una vera e propria community di appassionati.

Un potenziale economico in crescita

Il turismo sportivo è una risorsa straordinaria per il settore turistico globale, con un impatto economico crescente. Si stima che il valore del turismo sportivo sia già di 600 miliardi di dollari, con una previsione di crescita fino a 1 trilione di dollari entro il 2030. Questi numeri parlano di un settore che non si limita a offrire intrattenimento, ma che rappresenta una vera e propria strategia di sviluppo per molte comunità locali.

  • Riduzione della stagionalità: Il turismo sportivo contribuisce in modo significativo alla riduzione della stagionalità, poiché molti eventi sportivi si svolgono in periodi considerati “bassa stagione”. Questo genera un afflusso costante di visitatori e riduce la dipendenza dalle tradizionali stagioni turistiche.
  • Benefici per la comunità locale: L’impatto economico si traduce in nuovi posti di lavoro, nella crescita delle attività locali e in un miglioramento delle infrastrutture, con benefici che vanno ben oltre la durata dell’evento sportivo.

Guardando al futuro

Il turismo sportivo ha il potenziale per ridefinire il modo in cui pensiamo ai viaggi. Non si tratta solo di numeri e cifre economiche, ma di creare connessioni autentiche tra persone, culture e luoghi attraverso la passione condivisa per lo sport. Ogni evento sportivo, ogni esperienza outdoor, rappresenta un’opportunità per conoscere nuove culture, stringere nuove amicizie e costruire ricordi duraturi.

È un settore che continuerà a evolversi, alimentato dall’innovazione tecnologica e dalla crescente domanda di esperienze che siano sia sfidanti che significative. Lo sport non è solo una sfida fisica, è anche uno strumento che ci permette di scoprire il mondo con occhi diversi, di superare i nostri limiti e di connetterci con gli altri in modo profondo e autentico.

“Il turismo sportivo ci permette di vivere il mondo con occhi nuovi, attraverso sfide che ci ispirano e comunità che ci accolgono.”

Questa citazione riassume perfettamente l’essenza del turismo sportivo: non si tratta solo di competere o assistere a un evento, ma di partecipare a una storia più grande, fatta di emozioni condivise e di esplorazioni autentiche.

Un nuovo senso alla parola Fiducia, nell’intersezione Blockchain e AI. Non solo.

Fino a poco tempo fa, ciò che vedevamo e ascoltavamo sembrava essere la verità (non sempre) assoluta. Le immagini che scorrevano sui nostri schermi, le voci che ci arrivavano dagli altoparlanti, erano per noi un riflesso di una realtà alquanto tangibile. Ma questa sensazione di certezza, a cui ci siamo affidati per decenni, sta rapidamente crollando.

Oggi, voci, immagini, video e persino testi possono essere creati, manipolati e distorti con una facilità senza precedenti, grazie alle potenzialità dell’intelligenza artificiale generativa e agli strumenti sempre più accessibili. Ciò che un tempo era una rappresentazione affidabile della realtà è ora diventato un’ombra di quella stessa realtà. In questo contesto, ci troviamo di fronte a una domanda fondamentale: in un mondo in cui tutto può essere falsificato, cosa è realmente autentico? E, soprattutto, come possiamo fidarci di ciò che vediamo e ascoltiamo?

Cyber attacchi e truffe: una criticità crescente

Negli ultimi anni, le truffe e i cyber attacchi alimentati dall’intelligenza artificiale sono aumentati drasticamente, con conseguenze economiche e sociali gravi. Le frodi legate a identità e transazioni hanno portato, solo nel 2023, a perdite globali di miliardi di dollari. Tecniche avanzate come la sintesi vocale e la manipolazione video consentono ai criminali di creare attacchi sempre più sofisticati. Il problema non risiede solo nel danno economico immediato, ma nella crescente sfiducia che questi fenomeni generano. Più credibile è l’attacco, più difficile è ripristinare la fiducia nelle informazioni digitali.

Quali soluzioni abbiamo per lavorare su questo concetto di fiducia?

AI e Blockchain: un’opportunità nella convergenza tecnologica

Uno dei temi che maggiormente sto trattando recentemente e di cui ho scritto nel libro Spatial Shit, è quelllo della convergenza tecnologica, che vede, in questo momento storico, la maturità di diverse tecnologie raggiungere uno di contatto con tutte le altre. Intelligenza artificiale, Spatial Computing, Blockchain, Iot stanno iniziando appunto un processo di convergenza in cui ognuna di queste introduce vantaggi per le altre.

Se ci soffermiamo a osservare il rapporto tra l’intelligenza artificiale (AI) e la blockchain, per esempio, in riferimento alla domanda principale, è facile dedurre come queste due tecnologie, sebbene apparentemente diverse, siano in grado di integrarsi perfettamente. L’AI, da un lato, si basa su algoritmi capaci di apprendere dal passato, analizzare grandi quantità di dati e, attraverso processi predittivi, fornire scenari futuri per aiutare le aziende a prendere decisioni in tempo reale. In questo flusso costante di dati e previsioni, le informazioni però possono essere potenzialmente manipolate o modificate con facilità, soprattutto in un ambiente sempre più digitale e complesso.

Ed è qui che entra in gioco la blockchain, che svolge il ruolo di custode del passato. A differenza dell’AI, che è in continua evoluzione e ottimizzazione, la blockchain non prevede adattamenti o cambiamenti: una volta che un’informazione viene registrata in questo registro distribuito, diventa permanente. Ogni decisione o transazione è tracciabile e verificabile da tutti i partecipanti alla rete, garantendo che nulla possa essere alterato senza che l’intero sistema ne prenda atto.

Questa complementarità tra AI e blockchain crea un equilibrio a mio avviso fondamentale. L’AI offre velocità e capacità predittiva, ma in un contesto in cui è sempre necessario valutare quanto ci si possa fidare dei dati. La blockchain fornisce invece un contesto di trasparenza e integrità, assicurando che ogni dato, una volta registrato, non sia più soggetto a manipolazioni o alterazioni. Insieme, le due tecnologie, non solo accelerano il processo decisionale, ma lo rendono anche verificabile e sicuro. Pensiamo per esempio a un sistema aziendale in cui l’AI ottimizza le operazioni in base a scenari futuri, ma ogni scelta chiave è tracciata su blockchain per garantirne la trasparenza.

Un altro aspetto senza dubbio interessante da approfondire è che l’AI, per la sua stessa natura, tende a centralizzare il potere: ha bisogno di enormi risorse di calcolo e di dati per funzionare in modo ottimale, dati però spesso concentrati in pochi grandi centri. La blockchain, invece, opera esattamente all’opposto. La sua forza risiede nella decentralizzazione: ogni nodo della rete è autonomo ma collegato agli altri, il che significa che non esiste un singolo punto di controllo. Questo riduce la possibilità di manipolazione e aumenta la fiducia tra i partecipanti, creando un ecosistema in cui il potere è distribuito equamente.

Se l’AI quindi punta a risolvere problemi complessi attraverso la competizione e il miglioramento continuo, la blockchain mira a creare un ambiente di cooperazione, dove ogni partecipante ha la certezza che ciò che è registrato è reale e immutabile. Questo connubio tra previsione e sicurezza, centralizzazione e decentralizzazione, potrebbe rappresentare una nuova via per affrontare le sfide del mondo digitale di oggi, in cui la fiducia è diventata il bene più prezioso.

Fiducia e trasparenza: il cuore della blockchain

Un altro punto cruciale che differenzia AI e blockchain è la spiegabilità. Gli algoritmi di AI agiscono di fatto come scatole nere, con processi decisionali che spesso non sono chiari neanche ai loro creatori. Al contrario, la blockchain è costruita su principi di trasparenza. Ogni azione registrata è tracciabile e spiegabile da chiunque partecipi alla rete, offrendo così un sistema verificabile in ogni momento, e tale meccanismo è fondamentale per costruire una nuova architettura di fiducia in un mondo in cui ciò che vediamo e ascoltiamo non può più essere dato per scontato.

La blockchain non solo protegge l’integrità dei dati, ma cambia radicalmente il concetto di fiducia. In passato, questa fiducia era mediata da istituzioni, autorità centrali e relazioni umane. Oggi, potenzialmente, grazie alla blockchain, potremmo affidare il compito della fiducia a un sistema distribuito che verifica ogni passaggio. La fiducia, quindi, non sarebbe più una questione puramente umana o istituzionale, ma diventerebbe un processo tecnologico, una fiducia “computazionale”, come già alcuni la definiscono.

Ma non tutto è verità: i limiti della blockchain

Nonostante il suo potenziale, la blockchain non è una panacea. Pur avendo evidenziato un enorme potenziale, restano però alcuni limiti nella sua implementabilità rispetto al problema della fiducia. Un limite importante è che la blockchain può registrare informazioni false, rendendole permanenti e inalterabili nel tempo, ed una volta registrata, un’informazione errata, rimarrà nella blockchain per sempre, con la sola traccia di chi l’ha inserita. Questo significa che, sebbene la blockchain possa garantire l’integrità, non può garantire la sua veridicità. Un aspetto che spesso viene frainteso e che non può esser sottovalutato.

C’è poi un altro punto di debolezza che va affrontato nel provare a comprendere questo tema: la blockchain funziona solo in reti dove esiste una comunione di interessi tra i partecipanti. Se gli attori della rete non condividono gli stessi obiettivi, o non sono d’accordo su cosa monitorare, l’efficacia della blockchain diminuisce. E se, soprattutto, all’interno della rete esistono gerarchie rigide, l’intera filosofia decentralizzata della blockchain viene compromessa. In altre parole, la blockchain funziona meglio quando tutti i partecipanti della rete sono su un piano di parità e condividono gli stessi scopi. Ma questo è possibile realisticamente parlando?

Quindi cosa manca?

Guardando ad un possibile futuro, la fiducia nel mondo digitale richiederà un ecosistema di tecnologie integrate. Alcuni elementi chiave che potrebbero completare il puzzle, ad oggi, potrebbero appunto esser:

  1. Intelligenza Artificiale (AI): l’AI, utilizzata in modo trasparente e con logiche etiche ben definite, può aiutare a verificare e validare la qualità dei dati prima che vengano registrati sulla blockchain. Ad esempio, strumenti di AI avanzati potrebbero essere impiegati per analizzare i dati in tempo reale e distinguere tra contenuti genuini e falsificati, riducendo il rischio che informazioni false vengano immortalate su blockchain.
  2. Zero-Knowledge Proofs (ZKP): le prove a conoscenza zero sono un elemento fondamentale per garantire la privacy senza sacrificare la verificabilità. Con ZKP, sarà possibile dimostrare che un’informazione è vera senza rivelarla esplicitamente. Questo potrebbe rappresentare un miglioramento fondamentale per assicurare la fiducia nelle interazioni digitali senza violare la riservatezza dei dati sensibili.
  3. Regolamentazione e Governance: la fiducia ovviamente non può basarsi solo su tecnologia. Devono essere implementati chiari quadri normativi e regolamentazioni che definiscano le regole di ingaggio per le tecnologie come blockchain e AI. Una governance trasparente e condivisa permetterebbe di bilanciare l’uso di queste tecnologie con i diritti e le aspettative delle persone.
  4. Identità Digitale Decentralizzata (DID): infine uno degli elementi più critici per stabilire la fiducia nel futuro sarà la creazione di identità digitali sicure, che possano essere verificate in modo decentralizzato. La blockchain può giocare un ruolo chiave qui, ma sarà necessario integrarla con altri strumenti per garantire che le identità non possano essere falsificate o compromesse.

Un nuovo senso della parola fiducia

In un mondo in cui tutto può essere manipolato o falsificato, la fiducia deve essere ricostruita in modo diverso, più profondo. La regolamentazione giocherà un ruolo essenziale nel garantire che queste tecnologie convergenti operino all’interno di un quadro etico e sicuro, ma il vero cambiamento sarà culturale: la costruzione di una responsabilità distribuita e una governance decentralizzata, incarnata dal concetto di Web3.

Il bilanciamento tra il mondo probabilistico dell’intelligenza artificiale e quello deterministico della blockchain, integrate al un modello di regolamentazione, rappresenta un nuovo modo di costruire fiducia. In questa direzione, ownership e trasparenza diventano i pilastri portanti di un futuro in cui potremo non solo verificare ciò che vediamo e ascoltiamo, ma anche agire con consapevolezza e responsabilità se ciò che percepiamo non risulta affidabile.

Spatial Intelligence: l’immersività-tangibile tra AI e Robotica

La robotica sta vivendo una trasformazione radicale. E di questo forse ne abbiamo già preso coscienza ultimamente guardando diversi video di Boston Dynamics e similari, in cui robot quadrupedi o androidi bipedi fanno cose incredibili.

Nell’era della convergenza di diverse tecnologie, tema che ho raccontato nel libro Spatial Shift, ognuna delle evoluzioni tecnico-tecnologiche che stiamo vivendo influenza e potenzia altre tecnologie, abilitandole di nuove possibilità. La convergenza dell’Intelligenza artificiale e della robotica, che prende il nome di “Spatial Intelligence” è forse quello che potenzialmente più spaventa e allo stesso tempo affascina per gli impatti che potrebbe avere sull’umanità.

Investitori come Khosla Ventures, Andreessen Horowitz, e General Catalyst stanno supportando una serie di startup che sviluppano robot capaci di ragionamento avanzato e elaborazione dei dati visivi, a dimostrazione che l’interesse sul tema è già piuttosto avanzato e soprattutto di progetti in fase di sviluppo con risultati già validati ce ne sono.

La spatial intelligence permette ai robot di navigare e interagire con l’ambiente in modo più efficiente, migliorando la precisione e l’adattabilità nei compiti complessi, migliorare efficacia ed efficienza e soprattutto come questo segmento possa potenziare l’uomo veramente.

Evoluzione della robotica e della Spatial Intelligence

Fin dagli anni ’60, i robot sono stati utilizzati principalmente per compiti ripetitivi in ambienti controllati, dove la variabilità era minima. La mancanza di “intelligenza” limitava la capacità dei robot di adattarsi a situazioni inaspettate. Con l’avvento della spatial intelligence, la robotica sta passando ad una nuova generazione di macchine che possono percepire, vedere, prendere decisioni e agire in base agli obiettivi e all’ambiente circostante.

Questa evoluzione è paragonabile alla rivoluzione portata dagli smartphone, trasformando dispositivi semplici in strumenti potenti e versatili che hanno negli anni di fatto esteso le potenzialità del singolo utente.

Applicazioni della Spatial Intelligence

La spatial intelligence sta trovando già applicazione in numerosi ambiti e settori, nei quali, in modo più o meno impattante sta già ridefinendo il modo in cui i robot vengono utilizzati. Tra le aree più promettenti e nelle quali stanno già entrando capitali e investimenti ci sono:

  • logistica e automazione industriale: i robot dotati di spatial intelligence possono navigare autonomamente nei magazzini, identificare e raccogliere oggetti, e consegnare pacchi con una precisione incredibile. Startup come Waabi stanno sviluppando camion autonomi, mentre Vayu sta creando robot per la consegna dell’ultimo miglio che utilizzano piste ciclabili.
  • sanità: in campo medico, i robot dotati di intelligenza spaziale possono assistere nelle procedure chirurgiche, fornendo supporto preciso e adattabile in tempo reale. Questo non solo migliora l’efficienza, ma riduce anche il rischio di errori umani e supporta il processo decisionale in determinati momenti, fortemente time critical. Un esempio innovativo è l’uso di robot che eseguono compiti come la sutura di ferite con precisione millimetrica.
  • agricoltura: Carbon Robotics utilizza laser intelligenti per eliminare le erbacce e piante infestanti nei campi, migliorando l’efficienza, riducendo l’uso di erbicidi, e mitigando l’impatto di utilizzo di componenti chimiche eccessive . Questa tecnologia già da tempo sta accelerando la gestione agricola, rendendola più sostenibile e produttiva
  • servizi di consegna: robot autonomi possono essere utilizzati per consegnare pacchi e cibo in ambienti urbani, adattandosi alle condizioni stradali e alle esigenze dei clienti in tempo reale Ovviamente sono solo primi esempi di ambiti in cui questa adozione è già avanzata ed i primi impatti sono già visibili.
  • superhuman: il potenziamento delle persone con gap, e non solo. La spatial intelligence ha il potenziale inoltre a mio avviso per supportare significativamente il potenziamento delle persone, specialmente quelle con handicap, malformazioni o menomazioni: protesi intelligenti: AI, robotica e sensoristica possono essere integrate in protesi avanzate che possono dotare la persona di una gamma di movimenti e funzioni molto più ampia rispetto alle protesi tradizionali e normali capacità. Queste protesi, in grado di adattarsi dinamicamente all’ambiente, possono non solo migliorare l’autonomia e la qualità della vita delle persone, ma possono aumentarne le capacità.
  • supporto alla mobilità: esoscheletri e dispositivi di supporto alla mobilità dotati di spatial intelligence possono aiutare le persone con difficoltà motorie a camminare e muoversi con maggiore sicurezza e autonomia. In questo caso dispositivi di questo tipo possono esser utilizzati per rilevare dinamicamente il contesto e adattarsi al terreno e alle superfici, prevenendo cadute e riducendo il rischio di incidenti interazione migliorata: La capacità dei robot di percepire e comprendere l’ambiente può essere utilizzata per sviluppare assistenti domestici intelligenti che aiutano le persone con disabilità a svolgere compiti quotidiani. Un esempio che gira in rete già da qualche mese è un assistente robotico che può aiutare preparare pasti, pulire la casa o ricordare appuntamenti importanti, erogare medicinali e supportare l’assistito nella gestione e pianificazione
  • riabilitazione e terapia: automi con spatial intelligence possono essere utilizzati in programmi di riabilitazione personalizzati, garantendo precisione e specificità di esercizi ed il monitoraggio dell’esecuzione e dei progressi in tempo reale. Questi sistemi possono adattare i programmi di riabilitazione in base alle esigenze individuali, modellare il piano in funzione del miglioramento del singolo utente, e accelerando il recupero e migliorando i risultati complessivi. Oltre al fatto che l’analisi del comportamento dei singoli può gradualmente creare la condizione di apprendimento progressivo dell’intelligenza stessa.
  • interfacciamento con mondo esterno: con l’avvento di dispositivi come i Vision Pro, dotati di telecamere avanzate, intelligenza artificiale e interfacce conversazionali, possiamo già immaginare un futuro (attuale) in cui le persone saranno dotate “vista aumentata”. Questi visori, in grado di interpretare ed interagire con informazioni in tempo reale, possono abilitare persone non vedenti o ipovedenti, a nuove possibilità di mobilità, movimento nello spazio, assistenza e supporto.

Verso una Immersività-Tangibile

Nello shift spaziale, la Spatial Intelligence sta iniziando il processo di ridefinizione di quella che io chiamo la fase dell’Immersività-Tangibile. Questa integrazione perfetta tra i mondi fisico e digitale permette ai robot non solo di eseguire compiti complessi con precisione, ma anche di interagire con l’ambiente e le persone in modo intuitivo e naturale. Allo stesso tempo, le persone, potenziate da nuove tecnologie e immerse in un contesto aumentato grazie all’uso di sensori avanzati, AI ed estensioni robotiche, possono non solo connettersi a un livello di realtà aumentata ma anche toccarla, sentirla e percepirla come reale. L’immersività-tangibile implica una trasformazione delle esperienze visive, cognitive e sensoriali.

Da un lato, l’esperienza visiva e cognitiva viene potenziata, permettendo alle persone di vedere dati e informazioni sovrapposte al mondo reale, facilitando una comprensione immediata e approfondita di ciò che le circonda. Un esempio, già attuale, è quello di un chirurgo che può vedere proiezioni tridimensionali di immagini mediche direttamente sul paziente, migliorando la precisione e la sicurezza delle operazioni.

Dall’altro lato, l’aspetto tangibile e sensoriale rende questa immersione ancora più profonda. Grazie a tecnologie aptiche e feedback sensoriali avanzati, le persone possono percepire fisicamente la presenza e le caratteristiche degli oggetti virtuali. Immaginiamo di poter “toccare” un modello virtuale di un oggetto in fase di progettazione, sentire la sua superficie e consistenza. Questa combinazione di immersione visiva, cognitiva e sensoriale crea un’esperienza totale, dove il confine tra reale e virtuale si dissolve.

La tecnologia non è più solo uno strumento, ma diventa un’estensione del corpo e della mente umana, migliorando la capacità di percepire, creare, interagire e comprendere il mondo in modi che prima erano inimmaginabili. L’immersività-tangibile rappresenta quindi non solo un avanzamento tecnologico, ma una vera e propria evoluzione del modo in cui viviamo e percepiamo la realtà.

Futuro della Spatial Intelligence

Nei prossimi anni, considerata la velocità a cui stiamo viaggiando, mi aspetto di vedere una diffusione più ampia della Spatial Intelligence in molti settori. Innovazioni come l’integrazione con la realtà aumentata e virtuale, nonché l’uso di reti neurali avanzate, guideranno ulteriormente questa evoluzione.

La combinazione di intelligenza artificiale, computing edge e 5G permetterà ai robot di operare con maggiore efficienza e reattività, trasformando radicalmente il nostro modo di vivere e lavorare e per quanto brutto il pensiero possa sembrare, farci compagnia.

La spatial intelligence, oggi ancora tema poco noto, rappresenta senza dubbio in questa convergenza ed evoluzione un ulteriore frontiera evolutiva dell’uomo, e grazie alla sua capacità di combinare il mondo fisico, digitale e virtuale, si rivelerà sempre più un elemento chiave per il futuro della robotica e delle tecnologie immersive.

Il futuro dell’Immersività nello Sport: intervista in università parlando di tecnologia, spatial computing e fan engagement

Nel mondo dello sport, le tecnologie immersive come la realtà aumentata (AR) e la realtà virtuale (VR) stanno rivoluzionando l’esperienza dei tifosi e l’ottimizzazione delle prestazioni degli atleti. Ho presentato qualche giorno fa il libro “Spatial Shift” che ho recentemente scritto, partecipando a un’intervista con un’università per discutere del futuro dello sport e dell’immersività.

In questa intervista, che riporto, ho condiviso la mia visione su come queste tecnologie vengono sfruttate oggi nell’NBA, le loro potenzialità future e l’apertura delle società sportive all’adozione di queste innovazioni. Scopriamo insieme come AR e VR stanno trasformando il panorama sportivo e quali prospettive ci attendono. Ho anche annunciato la prossima uscita del libro “Sport Tech, una nuova era dello sport business e della trasformazione digitale.”

Come vengono sfruttate queste tecnologie al giorno d’oggi? C’è o ci sarà secondo Lei un’apertura da parte di tutte le società sportive all’utilizzo di esse? Le nuove tecnologie, come la realtà aumentata (AR) e la realtà virtuale (VR), sono già ampiamente sfruttate nell’NBA per migliorare l’esperienza dei tifosi e ottimizzare le performance dei giocatori. Le applicazioni includono la trasmissione di partite in VR per una visione immersiva (da punti in cui sono situate camere 360), l’uso di sensori e analisi avanzate per monitorare e migliorare le prestazioni degli atleti (ed i cui dati sono poi utilizzati per ambiti di simulazione immersiva), e la creazione di contenuti interattivi per i social media che coinvolgono i fan in modo più profondo (AI, Video Recognition, Image Recognition). Credo fermamente che tutte le società sportive seguiranno questa tendenza, poiché l’adozione di queste tecnologie può offrire vantaggi competitivi significativi, sia in termini di ingaggio del pubblico che di miglioramento delle prestazioni sportive e diventerà una condizione necessaria anche di sopravvivenza a tendere in termini di possibili forme di ricavo.

Come si possono coinvolgere sempre più emotivamente le persone rispetto ad una partita live vista con i propri occhi? Per coinvolgere emotivamente le persone in modo paragonabile a una partita live, le tecnologie immersive come la VR possono giocare un ruolo cruciale. Offrendo esperienze che replicano la sensazione di essere presenti fisicamente all’evento, si può creare un legame emotivo più forte. Ad esempio, trasmettere le partite in VR permetterà ai tifosi di vivere l’emozione del gioco da diverse prospettive, come se fossero seduti a bordo campo. L’uso di AR per fornire statistiche in tempo reale, replay e angolazioni esclusive arricchisce l’esperienza visiva e mantiene l’attenzione del pubblico. Il tutto poi deve esser sempre corredato di servizi a valore aggiunto, come loyalty, reward e accesso ad esclusività differenziante. Se prima del covid il fisico era ormai commodity ed il digitale l’opportunità derivante dalla novità, ora stiamo vivendo un processo inverso in cui il digitale è l’elemento di commodity in cui avvengono naturalmente fruizioni, interazioni e servizi all’utente con contenuti esclusivi per il digitale, ed il fisico è la componente dell’esperienza in cui viene creato un valore unico e raro per l’utente.

Come si possono “convincere” le persone scettiche a provare ad indossare un visore per provare un’esperienza immersiva del genere? Per convincere le persone scettiche a provare i visori VR, è fondamentale offrire dimostrazioni gratuite e esperienze pilota che mostrino chiaramente i vantaggi di queste tecnologie. Questo nella fase educativa, senza dubbio. Eventi promozionali in cui i tifosi possono sperimentare la VR senza costi iniziali potrebbero essere molto efficaci. Dopodiché, passata la fase di evangelizzazione, l’utilizzo di testimonianze di celebrità e atleti che raccontano le loro esperienze positive attraverso l’uso dell’extended reality, possono aumentare l’interesse e ridurre le riserve. Non c’è dubbio che per migliorare l’esperienza ed accelerare poi l’adozione del visore ci siano tre condizioni che devono verificarsi nello stesso momento (e ci siamo quasi)

  • ergonomia, semplicità d’uso e user experience del device
  • abbattimento del prezzo dei device consumer per la massa
  • creazione di contenuto esclusivo e unico fruibile da device (come sta facendo AppleTV con MLS e contenuti solo visibili in vision pro)

Secondo Lei siamo solo all’inizio, o già con quello che accade in NBA siamo ad un buon punto rispetto all’utilizzo di a.r. e v.r. in campo sportivo? Ritengo che siamo ancora agli inizi di un lungo percorso evolutivo nell’uso della AR e VR nello sport e delle nuove tecnologie convergenti (AI e Blockchain incluse). Sebbene l’NBA stia facendo passi significativi nell’adozione di queste tecnologie, sia per temi di cultura, budget e approccio, c’è ancora un ampio margine per l’innovazione e la diffusione. Le possibilità offerte dal computing spaziale e dall’intelligenza artificiale, come discusso nel mio libro, promettono di trasformare ulteriormente l’esperienza sportiva e di renderla sempre più coinvolgente e personalizzata oltre che generare nuove opportunità per brand e partner in termini di forme di nuova monetizzazione.

Secondo Lei i visori quando potranno cominciare ad essere accessibili ai più in termini di prezzo e di “comodità” d’utilizzo? Prevedo che i visori VR diventeranno accessibili al grande pubblico nei prossimi 3-5 anni. La rapida evoluzione tecnologica e la competizione tra i produttori stanno già portando a una riduzione dei costi e a miglioramenti significativi nella comodità d’uso. La miniaturizzazione dei componenti, l’aumento della durata della batteria e il miglioramento dell’ergonomia sono tutti fattori che contribuiranno a rendere questi dispositivi più attraenti e accessibili. L’avvento del Vision pro ha accelerato già il contesto di competizione: se da una parte Meta ha iniziato ad adeguare ed evolvere il proprio sistema operativo nella direzione introdotta da Apple con lo Spatial Computing, dall’altra altri competitor di device hardware hanno capito che diminuzione della dimensione, l’integrazione di sensori, camere e display e la progettazione ergonomica per creare accessibilità e inclusività sono elementi progettuali necessari.

Molte persone si rifiutano di provare la realtà virtuale solo perché devono indossare un caschetto, quindi i visori anche se diventeranno sempre più piccoli e accessibili potranno sostituire gli smartphone? O le persone si rifiuteranno perché si tratta di “indossare” qualcosa sulla propria testa? È vero che molte persone sono riluttanti a indossare un caschetto VR ed in generale per persone sono poco predisposte a modificare il proprio visus se non hanno una reale necessità (problemi di vista per capirci…). Con il continuo miglioramento del design e la riduzione delle dimensioni dei visori, ritengo che questa resistenza diminuirà trasformando il visore da maschera / caschetto ad occhiale, indossabile tutti i giorni (esattamente la strada che sta facendo Meta e Luxottica). Anche se i visori VR potrebbero non sostituire completamente gli smartphone, diventeranno probabilmente un complemento importante per determinate esperienze immersive che non possono essere replicate su uno schermo piatto. La chiave sarà offrire valore aggiunto che giustifichi l’uso di un dispositivo indossabile, in determinate circostanze. Sono dell’idea che non avremo mai un uso costante di un occhiale in testa, ma utilizzi specifici e fortemente contestualizzate e caratterizzanti in cui saremo ben predisposti a farlo.

Attualmente negli sport, da parte delle società è più utilizzata la realtà aumentata o la realtà virtuale? Attualmente, la realtà aumentata è più utilizzata rispetto alla realtà virtuale, soprattutto per le sue applicazioni immediate e facilmente integrabili nelle trasmissioni televisive e nelle app mobili o nei siti internet attraverso la WebAR. La AR è utilizzata per sovrapporre grafici, statistiche e replay durante le partite, o per mostrare asset tridimensionali e contestualizzati nello spazio fisico, migliorando l’esperienza visiva senza la necessità di attrezzature speciali. La VR sta guadagnando terreno, soprattutto per le esperienze immersive, simulazioni e allenamenti degli atleti.

Nel calcio l’utilizzo di queste tecnologie è ancora un miraggio? L’utilizzo della v.r. nella finale di Copa América è un approccio o gli esperimenti attualmente si fermeranno a quella partita? Nel calcio, l’adozione delle tecnologie AR e VR sta crescendo. L’uso della VR nella finale di Copa América rappresenta un passo importante verso l’integrazione di queste tecnologie, ma è ancora in fase sperimentale. Ritengo che con i successi iniziali e il feedback positivi di queste inizaitive, si creerà l’effetto “follower” e vedremo un’adozione più ampia e sistematica nel prossimo futuro, non solo limitata a eventi singoli ma integrata regolarmente nelle competizioni sportive. Il tema dei diritti da sbloccare è in corso, e questo sarà inoltre un abbattimento enorme di barriere.

In quanto tempo si potrebbe arrivare all’utilizzo totale di queste tecnologie in tutti gli sport? L’adozione totale di AR e VR in tutti gli sport potrebbe avvenire entro i prossimi 5-10 anni. Questo dipenderà dall’evoluzione tecnologica, dalla riduzione dei costi e dall’accettazione da parte del pubblico e degli atleti. Man mano che le tecnologie diventano più avanzate e accessibili, e i benefici diventano più evidenti, la loro integrazione nei vari sport diventerà inevitabile. Questa è una valutazione “lineare” ma non ho dubbi sul fatto che potremmo vedere una accelerazione di adozione come successo con il mobile.

Potrebbero capitare casi in futuro di spettatori presenti solo virtualmente allo stadio e non fisicamente? È plausibile e a mio avviso inevitabile, che in futuro vedremo spettatori che partecipano agli eventi sportivi esclusivamente tramite realtà virtuale. Questo permetterà ai fan (e non solo) di tutto il mondo di “essere presenti” a una partita senza dover viaggiare, offrendo un’esperienza simile a quella dal vivo, permettendo l’estensione del business per il brand e le opportunità di coinvolgere una nuova utenza. L’esperienza fisica – quella di andare allo stadio – manterrà sempre un fascino unico e anzi, il ruolo di esclusività / rarità di posti e unicità, renderà il fisico ancora più attraente e probabilmente vedremo un’integrazione di entrambe le modalità, fisica e virtuale, per soddisfare le diverse esigenze e preferenze dei tifosi.

La convergenza: AI, Blockchain e Spatial Computing

Stiamo vivendo un momento di convergenza senza precedenti tra intelligenza artificiale (AI), blockchain e spatial computing, una trasformazione che promette di ridefinire i processi in molti settori, influenzando la trasparenza, la sicurezza e l’efficienza in tempi brevi.

Recentemente ho avuto modo di approfondire un paper pubblicato dall’AI & Blockchain Convergences Task Force in collaborazione con esperti internazionali del settore. Questo studio esamina in dettaglio come queste tecnologie stiano convergendo e offre una panoramica delle implicazioni per il futuro. I razionali del lavoro includono un’analisi approfondita degli sviluppi tecnologici e delle loro applicazioni reali, con contributi di vari esperti come Mariana de la Roche, Erwin Voloder, e altri professionisti provenienti da organizzazioni come Cheqd, Hyperledger Foundation e UNJSPF.

Questi esperti hanno unito le loro competenze per delineare un quadro chiaro di come l’integrazione di AI e blockchain possa rivoluzionare vari settori.

Anche nel mio libro Spatial Shift, ho esplorato come la convergenza tecnologica stia trasformando il nostro mondo, e ho trovato molteplici punti di contatto con quanto trattato nel paper. Innanzitutto, la combinazione di AI e blockchain crea un nuovo paradigma nella gestione dei dati, noto come “dataconomy“. La Blockchain offre una piattaforma sicura e immutabile per la gestione dei dati, garantendo che i dati utilizzati dagli algoritmi di AI siano autentici e di alta qualità. Questo approccio migliora la trasparenza e l’integrità dei dati, affrontando problemi di accesso e sicurezza.

La decentralizzazione offerta dalla blockchain potrà ridurre i bias nei modelli di AI, distribuendo il controllo e le decisioni su una rete di nodi piuttosto che concentrarle in un’unica entità. Questo aumenterà la sicurezza e la trasparenza dei processi decisionali, rendendo l’AI più equa e affidabile. Inoltre, l’addestramento distribuito dei modelli di AI su una rete blockchain permette di accelerare i tempi di elaborazione e migliorare l’efficienza dei modelli su larga scala. La decentralizzazione del calcolo distribuisce il carico su più nodi, riducendo i colli di bottiglia e migliorando la scalabilità dei modelli di AI.

Gli smart contracts basati su blockchain possono automatizzare la gestione del consenso e la revoca dell’accesso ai dati. Questi contratti intelligenti potranno (e possono già) garantire che i dati vengano utilizzati solo per gli scopi autorizzati, aumentando la fiducia degli utenti e rispettando la privacy. Inoltre, l’AI migliora la sicurezza delle reti blockchain monitorando e rilevando comportamenti anomali in tempo reale. Questo permetterà di prevenire attività fraudolente come hacking e riciclaggio di denaro, garantendo la protezione delle risorse digitali.

La convergenza di AI, blockchain e spatial computing sta trasformando anche le esperienze di realtà mista (Mixed Reality, MR). L’AI crea ambienti virtuali più realistici e interattivi in tempo reale attraverso la sua capacità generativa e predittiva, mentre la blockchain gestisce la proprietà e le transazioni di asset digitali, assicurando autenticità e tracciabilità. Questa combinazione renderà sempre più le esperienze di MR coinvolgenti e sicure, permettendo agli utenti di interagire in modo naturale e protetto.

L’integrazione di AI e blockchain sarà inoltre il boost di miglioramento alla sostenibilità e l’autenticità delle operazioni in vari settori. Per esempio, nella gestione delle catene di approvvigionamento, l’AI potrà prevedere le complessità logistiche, mentre la blockchain garantirà la trasparenza e l’autenticità dei prodotti, promuovendo pratiche sostenibili e responsabili. Un esempio pratico che ho trattato nel libro riguarda il settore agricolo, dove la blockchain sarà la base su cui tracciare l’intero ciclo di vita di un prodotto agricolo, dall’origine alla tavola del consumatore, mentre l’AI può ottimizzare la gestione delle risorse e prevedere le condizioni meteorologiche per migliorare la resa delle colture e lo spatial computing sarà l’elemento di visualizzazione immersiva.

Nel campo della sanità, la blockchain, già oggi utilizzata in alcuni progetti, potrà gestire le credenziali digitali portatili dei pazienti, mantenendo la loro storia medica sicura e sotto il controllo del paziente. L’IA potrà invece analizzare questi dati per prevedere tendenze di salute o epidemie, mentre la blockchain assicurerà che i dati rimangano immutabili e tracciabili. Nel mio libro, discuto anche di un caso studio in cui un sistema basato su blockchain e AI ha migliorato la gestione delle malattie croniche, permettendo ai pazienti di condividere i propri dati con i ricercatori in cambio di incentivi sotto forma di token, promuovendo così la ricerca medica senza compromettere la privacy.

La convergenza di queste tecnologie si sta estendendo a diversi settori, tra cui anche quello finanziario, dove l’AI verrà sempre più utilizzata per creare strategie di trading automatizzate e personalizzate, di asset allocation, di analisi dinamica dei parametri finanziari, mentre la blockchain assicurerà a tutte le transazioni la trasparenza e la verificabilità. Questo non solo migliorerà l’efficienza, ma ridurrà anche il rischio di frodi e manipolazioni ed introdurrà modalità nuove per lo sviluppo degli investimenti.

Infine, uno dei temi più discussi ultimamente – e attualmente fuori hype – trattati nel paper è l’applicazione delle tecnologie convergenti nel contesto del metaverso. L’IA come già visto in una fase ancora immatura sar utilizzata per creare avatar realistici e ambienti interattivi, mentre la blockchain garantirà che gli asset digitali all’interno del metaverso siano autentici, posseduti dagli utenti, realmente visualizzati in un determinato contesto e garantirà inoltre la veridicità delle informazioni a cui l’utente sarà esposto in termini di sollecitazioni visive. Questo apre una nuova strada a nuove forme di interazione sociale e economica, in cui gli utenti potranno possedere, scambiare e monetizzare beni digitali, ma soprattutto “collegare” alla realtà un layer virtuale sicuro e trasparente, e condivisibile.

Questa convergenza tecnologica non solo sta rendendo le esperienze digitali più coinvolgenti e sicure, ma sta mettendo le basi per promuovere una fase nuovo del web (il “famoso” web3) e un ambiente di sviluppo e utilizzo più inclusivo e collaborativo.

L’integrazione di AI, blockchain e spatial computing sta costruendo le fondamenta per un futuro in cui il digitale, il fisico e il virtuale si fondono armoniosamente, offrendo soluzioni innovative e sostenibili per le sfide globali.

Per approfondire questi temi e capire come queste tecnologie stanno rivoluzionando il nostro mondo, vi invito a leggere il mio libro Spatial Shift, disponibile su Amazon.

SPATIAL SHIFT : La convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain

Quando nel 2007 Steve Jobs presentò al mondo l’iPhone, pochi potevano immaginare l’impatto rivoluzionario che questo dispositivo avrebbe avuto sulle nostre vite. In quel momento storico, non solo assistevamo alla nascita di un nuovo prodotto, ma eravamo testimoni dell’alba di un’era completamente nuova: l’era dello smartphone, un’epoca in cui la tecnologia mobile avrebbe ridefinito il modo in cui comunichiamo, ci connettiamo, lavoriamo, giochiamo e viviamo.

Oggi, mentre scrivo queste righe, sento un senso di déjà vu, una sensazione che l’”iPhone moment” sta per arrivare di nuovo, ma per una tecnologia diversa, o forse meglio, per una convergenza di diverse tecnologie che stanno arrivando ad una fase di maturità, tutte nello stesso momento. Forse come non è mai successo in modo così impattante. Un momento che sta preparando il terreno per una trasformazione altrettanto monumentale e che appunto non riguarda solo una tecnologia come successe con il mobile, ma riguarda l’intelligenza artificiale, la blockchain, la mixed reality e diverse altre tecnologie come la sensoristica, la connettività e che stanno definendo la nuova fase di internet.

Una fase che viene battezzata come web3 e che porta internet dal bidimensionale (2D) al tridimensionale (3D) integrando in questo processo di transizione una serie di nuovi paradigmi legati all’ownership delle informazioni, la decentralizzazione, l’intelligenza artificiale ed una nuova capacità computazionale e capacità di interazione.

Il cambiamento introdotto da questa convergenza tecnologica e lo sviluppo di nuovi dispositivi che stanno entrando sul mercato stanno consentendo la crescita di un altro trend che prende il nome di Spatial Computing. Il computing spaziale, con la sua promessa di unire il mondo fisico e quello virtuale in un continuum senza percezione di discontinuità, insieme all’AI che offre capacità di comprensione, previsione e personalizzazione a livelli prima inimmaginabili, rappresenta un ulteriore cambio di paradigma nell’interazione uomo-macchina.

Stiamo percorrendo la strada che ci porterà a un futuro in cui l’estensione della realtà diventerà la norma, i nostri ambienti di vita e di lavoro saranno arricchiti da informazioni e interazioni virtuali, rendendo la nostra quotidianità più connessa, intuitiva e più avanzata tecnologicamente e potenzialmente più umana. L’impatto che queste tecnologie potranno avere, in particolare lo Spatial Computing, sulla società moderna è enorme ed abbraccia non solo la sfera personale ed empatica, ma anche quella professionale e la sua efficacia ed efficienza. Se da una parte avremo accesso ad informazioni in una modalità nuova, dall’altra avremo strumenti di interazione, nuove forme di apprendimento e di lavoro.

Se il pensiero, mentre si leggono queste prime righe di libro, è che il mondo stia andando verso un contesto distopico in cui avremo permanentemente un casco in testa o una maschera sul volto, come nelle visioni fantascientifiche di serie Tv e film iconici come Black mirror o Ready Player One, beh no, lo dico subito, non credo in questo tipo mondo. Ma soprattutto lo spero dal più profondo del cuore.

Il motivo per cui ho deciso di scrivere questo libro, e di cui ringrazio #Egea per la fiducia, “Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain“, nasce da una convinzione profonda che il momento che stiamo vivendo è un punto di svolta per la nostra società, paragonabile appunto all’uscita dell’iPhone e lo sviluppo degli smartphone nella direzione come la conosciamo oggi.

La recente introduzione di dispositivi come il Vision Pro, l’aggiornamento del Quest 3 e l’evoluzione di altri dispositivi e smart glass, insieme agli sviluppi nell’intelligenza artificiale generativa, stanno alimentando un hype ed un entusiasmo che non vedevamo da anni nel settore tecnologico. Tuttavia, questo entusiasmo non è infondato; è il preludio a un cambiamento epocale nel modo in cui interagiamo con le informazioni, gli ambienti e tra di noi.

Il percorso che ho fatto in questi anni e che mi ha portato a scrivere questo libro è stato tanto personale quanto professionale. Negli ultimi anni, ho avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con persone brillanti nell’ambito del design, della user Experience e dello sviluppo di nuove tecnologie, collaborando con aziende, progetti ed eventi che spingevano i confini del possibile, nel loro ambito, sempre al limite. Ho visto da vicino cosa significa progettare progetti di mixed reality in contesti ed industrie differenti, tra successi incredibili e le sfide impreviste che hanno portato anche al fallimento di progetti che apparentemente sembrano eterni. Ho inoltre avuto modo di sperimentar l’entusiasmo di vedere un progetto passare da un’idea su carta a un’applicazione reale e poi vedere l’impatto che questo ha avuto sulle persone, sul come interagiscono con il mondo intorno a loro e come sono cambiate alcune abitudini.

Quando recentemente poi ho avuto modo di provare due nuovi strumenti Quest3, VisionPro e trovarmi a sperimentare con sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa in modo diretto, mi sono reso conto che esisteva un vuoto. Mancava un testo che da una parte esplorasse le potenzialità tecniche e le applicazioni del computing spaziale e dell’AI, ma che considerasse anche le implicazioni più ampie di queste tecnologie, tra modalità di progettazione e riflessioni più etiche.

Come questo Spatial Shift influenzerà il nostro modo di vivere, di pensare, di relazionarci? Quali sfide progettuali, tecniche, etiche e sociali dobbiamo anticipare e affrontare? E, forse più pressante di tutto, come possiamo assicurarci che queste tecnologie siano utilizzate in modo corretto nel suo complesso, piuttosto che trasformarci in esseri completamente isolati e assuefatti da stimoli digitali e virtuali?

Queste domande mi hanno stimolato nella ricerca e la stesura di questo libro. Ho voluto creare una testo che fosse una prima guida ed un punto di partenza per coloro che sono nuovi a questi concetti, e anche una punto di unione di diversi concetti per coloro che, come me, sono immersi in questi temi da anni.

Spatial Shift, la convergenza tecnologica di Computing, Mixed Reality, Artificial Intelligence e Blockchain” non è quindi solo un titolo; è una dichiarazione d’intenti. In queste pagine, esploreremo insieme un po’ di storia della realtà aumentata, la convergenza tecnologica che ci ha portato fino ad oggi, termini, contesti e ambiti in cui lo spatial computing e l’intelligenza non sono (e non saranno) solo strumenti nelle nostre mani, ma fondamenti di una nuova realtà. In modo non del tutto esteso, anche perché siamo all’inizio di questo viaggio, vedremo come queste tecnologie potranno avere un impatto trasformativo in diverse industrie, dalla sanità all’educazione, dal retail all’intrattenimento, e di come stiano riscrivendo le regole del gioco in termini di interazione umana, produttività e creatività.

Attraverso questo libro, mi auguro di trasmettere non solo la conoscenza e la comprensione di queste potenti tecnologie, ma anche di ispirare una riflessione su come possiamo utilizzarle per creare un futuro in cui la tecnologia arricchisce le nostre vite senza sopraffarle. Un futuro in cui la convergenza tra il mondo fisico e quello digitale ci porta a nuove altezze di innovazione e intimità umana, senza perdere di vista i valori che ci rendono veramente umani.

Benvenuti in un viaggio verso il futuro.

Per acquistarlo