Blog

These AppyDays are yours and mine (oh Happy Days)

Ci siamo quasi. l’AppyDays sta per iniziare.

L’emozione e la stanchezza, l’adrenalina e la preoccupazione dei preparativi dell’ultimo minuto si alternano velocemente. Mi sembra ieri che tutto è partito. Ora siamo alle ultime ore prima dell’inizio.

Giovedi 25 Settembre inizia tutto. Domenica 28 finisce. Saranno 4 giorni intensissimi. Workshop, panel, idee, progetti ed hackathon. Aperitivi e musica in piazza.

Tutto si svolgerà a Todi, una città che sembra sperduta nel cuore dell’Italia ma che contiene in se un clima, dei panorami e una qualità della vita eccezionale. In questi 4 giorni ospiterà l’AppyDays e sarà il palcoscenico di un forte confronto tra passato e futuro, storia di ieri e storia di oggi.

Sarà il primo evento in grado di avvicinare tutti, dai bambini agli adulti, dai professionisti alle aziende, alla rivoluzione digitale in atto, generata e spinta alla velocità della luce dalle tecnologie mobile. Avremo modo di raccontare come questa rivoluzione mobile stia modificando abitudini, processi cognitivi, modalità di ricerca di informazioni, processi di pagamento e tanto altro. Partiremo da quando ci svegliamo la mattina ed utilizziamo la sveglia sullo smartphone, passando dalla ricerca del ristorante, la lettura del giornale, l’educazione dei bambini, il fitness e lo sport, i social ed il dating, fino alla religione e tutte le tecnologie Wearable e IoT.

Ci saranno molti relatori, sviluppatori e aziende che racconteranno i loro progetti, i loro successi e le criticità che oggi il mobile, sta affrontando. Avremo modo di confrontarci sulle opportunità di business e sulle modalità per riuscire a far crescere un progetto oggi.

Non saranno solo successi, perchè il digitale non è solo questo: racconteremo anche dei fallimenti di alcuni progetti e di alcune iniziative che, nel marasma del digitale, non sono riuscite ad emergere.

Di argomenti da seguire ce ne sono, considerando che abbiamo superato i 100 relatori ed un gran numero di app presenti nei vari corner. Ci saranno le community Instagramers, programmatori e Indigeni Digitali con il Camp2014.

Io sarò presente in molti panel e workshop. In particolare mi troverete:

  • Inaugurazione Tody AppyDays: il perchè dell’evento ed il mercato delle app.
    Dove: Sala del Consiglio
    Quando: 25 settembre 2014 – 10.30 / 11.00
  • Wearable: quando la tecnologia si indossa
    Dove: Cinema Jacopone
    Quando: 25 settembre 2014 – 20.30 / 21.30
    Ruolo: moderatore
  • APPgrade: evangelizzazione e nuovi media digitali
    Dove: Sala del Consiglio
    Quando: 26 settembre 2014 – 16.00 / 17.00
    Ruolo: moderatore
  • Digital Fitness: Grazie ad App e Wearable Device, allenarsi non è mai stato cos’ Hitech (ed efficace)
    Dove: Sala Affrescata
    Quando: 28 settembre 2014 – 19.00 / 20.00
    Ruolo: relatore
  • Internet of Everything: l’esperienza dell’utente al centro di tutto
    Dove: Cinema Jacopone
    Quando: 26 settembre 2014 – 20.30 / 21.30
    Ruolo: moderatore
  • Nearable: più vicini che mai
    Dove: Sala delle ceramiche
    Quando: 27 settembre 2014 – 17.00 / 18.00
    Ruolo: moderatore
  • AppStars: storie di app italiane in store
    Dove: Sala del Consiglio
    Quando: 27 settembre 2014 – 20.30 / 21.30
    Ruolo: moderatore

Insomma, da fare ne avrò e avremo modo di incontrarci per le strade o le Piazze di Todi. Ci saranno tutti. Forse gli unici che mancheranno, saranno solo Ricky Cunningham e Arthur Fonzarelli, per adesso.

E se volete rimanere aggiornati in realtime e condividere la vostra esperienza l’hashtag #todyappydays . Se invece volete scaricarvi le app per iOS o Android dell’evento, potete farlo dal sito http://app.appydays.it

Il Festival delle App è ormai alla partenza e tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’organizzazione ed il lavoro dei miei ragazzi, in particolare Andrea e della società SediciEventi.

Io ci ho messo cuore, testa e faccia in qualità di direttore tecnico: mi auguro che l’evento sia all’altezza delle vostre aspettative ed in grado di lasciarvi qualcosa di positivo da portarvi a casa e al lavoro.

Enjoy! Ci vediamo a Todi.

0

Apple, iPhone 6 e l’NFC: Se l’educazione del mercato la fanno gli altri

Ieri è stato presentato, durante il keynote APPLE, il nuovo iPhone 6 con tecnologia NFC. Anche se per molti questo dettaglio è passato in sordina ed in tanti si son concentrati sul design, sulla dimensione, sul prezzo, ed altri dettagli estetico-religiosi, io ritengo che la vera novità (e non parlo di innovazione), che segnerà un nuovo ulteriore cambiamento nel mercato delle APP, dei pagamenti e della progettazione di nuove esperienze di interazione, è proprio qui: la presenza NFC e l’Apple Pay.

Questo può realmente esser l’inizio ed il motivo di una nuova fase di progettazione di nuovi servizi.

In un vecchio post del 2010 dal titolo “NFC: l’ingresso di Apple può fare la differenza” avevo scritto ed ipotizzato, al tempo dell’uscita dell’iPhone5, l’ingresso di Apple nel mondo del contactless. Ovviamente in quella versione di dispositivo l’integrazione non avvenne e sbagliai di fatto la previsione.

Rileggendo a posteriori le mie riflessioni penso di aver centrato quasi tutto (e solo il tempo mi dirà se veramente avevo ragione o meno) e sbagliato solo una cosa: il timing della previsione sull’uscita di NFC.

Nel 2011, prima Juniper Research, poi Gartner avevano decretato, con una serie di report ed analisi, il flop dell’NFC nel medio breve termine ed avevano evidenziato come il ciclo dell’hype sul tema NFC, dopo l’uscita anche di dispositivi Samsung e altri, fosse in totale discesa.

Nel 2013 in effetti, sempre da un report Gartner, emergeva che l’NFC era stato utilizzato in poco meno del 2% del totale delle transazioni. Le nuove previsioni rimandavano al 2015/2017 l’esplosione dei pagamenti contactless.

I motivi di tale “flop”, confermati anche da clienti e banche con le quali mi son trovato a lavorare, e che avevo in parte evidenziato anche nel mio precedente post, erano i seguenti:

  1. Il consumatore doveva esser in possesso di uno dispositivo NFC-enabled, ma la diffusione dei dispositivi era in quel momento molto bassa;
  2. Il punto vendita doveva esser fornito di un terminale NFC, ma se pensiamo ad esempio quanto ci è voluto solo per la sostituzione dei pos da banda magnetica a chip, potete immaginare da soli l’impatto e la criticità della nuova sostituzione;
  3. Il rivenditore doveva esser in possesso di un sistema di back-end in grado per elaborare la transazione e / o abbonarsi a qualcun altro servizio, per esempio un fornitore di servizi finanziari.
  4. Il processo di interazione, sopratutto in una prima fase educativa dell’utente, deve esser più semplice possibile più che mai se si vuole modificare una abitudine dell’utente. La verità è che i sistemi di pagamento nuovi non son stati riprogettati per una nuova interazione ed una nuova esperienza.
  5. Il costo della transazione, al fine di stimolare l’utilizzo da parte dell’utente, dovrebbe essere ragionevolmente migliore sia per il consumatore che per il rivenditore;
  6. Il servizio deve integrare completamente nel processo l’esperienza di pagamento così da evitare fasi morte o possibilità che l’utente scelga un altra modalità per se stesso “più semplice”. Pensate al pagamento del caffè al Bar: che bisogno c’è di dover fare la fila alla cassa se potrei effettuare la transazione al momento della consegna del caffè?
  7. Il consumatore doveva essere presente sul posto per utilizzare lo smartphone (ma qualsiasi acquisto da mobile invece prevedeva una transazione a distanza via SMS, Web mobile o app). Doveva quindi esser colmata una carenza culturale in termini di interazione e nuova modalità di pagamento.

Apple aveva ragione nella gestione del time to market, per l’ennesima volta. Partire per primi non sempre è la cosa migliore, soprattutto in mercati in cui c’è da cambiare completamente la cultura, le infrastrutture, i processi di interazione e spingere all’adozione di un nuovo dispositivo.

In fondo per Apple inserire un pezzettino di ferro con tecnologia NFC dentro i propri dispositivi, poteva mai esser un problema di produzione? A mio avviso, assolutamente no.

C’è da imparare, sicuramente, da tutto questo: Apple non fa educazione del mercato. Apple aspetta che la facciano gli altri, aspetta che una esigenza inizi a diffondersi, che una tecnologia raggiunga un livello di quasi maturità. Poi, quando il mercato è pronto, Apple arriva e lo prende. Come ha sempre fatto. Sembrerà arrogante come approccio, ma è come se facesse “giocare” gli altri con la tecnologia per poi arrivare, migliorare l’esperienza ed entrare su un mercato di massa.

Ed i casi di questo tipo non sono pochi:

  • Napster + Mp3 + Walkman > iPod e Itunes
  • iPod + Telefonini > iPhone
  • Tablet + Sim dati > iPad
  • Cloud + APP > MacStore
  • QrCode + SmartPhone > Passbook
  • Proximity + BLE > iBeacon
  • Wearable > iWatch, Beats 

Ma anche iHealth, iHome, CarPlay su cui si sta già muovendo. E potrei continuare.

L’educazione del mercato, soprattutto per chi si occupa di innovazione, è la parte più onerosa.

Fare educazione significa investire per far conoscere, per far utilizzare e per portare quella innovazione ad ogni utente. Fare educazione costa dal punto di vista della tecnologia: una tecnologia non di massa ha prezzi meno accessibili. Fare educazione costa dal punto di vista della progettazione: immaginate l’interazione, l’ergonomia ed il design da dover far evolvere in funzione dell’utente, della sua cultura e dei nuovi processi. Fare educazione costa dal punto di vista della comunicazione: far conoscere il proprio prodotto vuol dire investire molto.

Se l’educazione del mercato la fanno gli altri, l’opportunità più grande è nel saper migliorare l’esperienza utente e portare il prodotto alla massa, investendo capitali per arrivare a tutti quelli che già sanno di cosa si parla e riuscire ad attivare sugli altri un esigenza indotta.

E per Apple questo passaggio è più semplice: ha un ecosistema hardware-software proprietario e una potenza economica enorme.

In questo nuovo prodotto c’è molto di più di quello che sembra.

C’è un nuovo potenziale composto di mattoncini già messi sotto al naso dell’utente da tempo e altri mattoncini nuovi che vogliono modificare il mondo dei pagamenti: riconoscimento di impronta digitale + Apple Pay + NFC.

Ora siamo alla fine del 2014, ed il 2015 anno del boom NFC, come da previsione anche di analisti, è dietro l’angolo. Ed Apple è arrivata giusto in tempo, non entrando in punta di piedi.

0

Instagram lancia Hyperlapse: quando il brand diventa un ecosistema di APP Mobile

Instagram ha lanciato poche ore fa Hyperlapse, una applicazione mobile in grado di catturare video in time-lapse e stabilizzare i movimenti del video. Il lancio l’ha fatto con un’app separata dall’app principale di Instagram, senza intaccare l’applicazione principale.

Come è già successo per Facebook con Messenger (e altre), per Google con Gmail, Now (e altre), Zinga con molte applicazioni, Foursquare con Swarm, ora ci troviamo di nuovo di fronte ad una scelta che sembra esser diventata un “trend” tra i big delle app e dei social: lanciare un’app (Instagram lo ha fatto appunto Hyperlapse) nuova con funzioni specifiche. Se inizialmente rilasciare app verticali e con brand diversi (vedi il caso di 4SQ) poteva sembrare una eccessiva frammentazione (criticata da molti in molte circostanze), ad oggi, a mio avviso, questo tipo di scelta, come ho scritto più volte online, sta diventando per i brand una opportunità non indifferente: lo stesso brand, crea applicazioni con funzionalità ed esperienza (design, ergonomia,..) molto verticale.

Creare un’ecosistema di APP (una costellazione di app come scritto anche qui da Fred Wilson) con funzioni specifiche, linkate tra loro e con la stessa autenticazione permette di creare nicchie di utenti specializzati e molto attaccati all’applicazione.

Io vedo più vantaggi che svantaggi in questa scelta.

Svantaggi? A parte la manutenzione di più app (che nel caso di big come loro credo sia un happy problem), o la sensazione che gli utenti possano trovare frammenta l’esperienza, non ne vedo altri svantaggi.

Vantaggi? Molti, provo a sintetizzarli.

  • Sperimentazione: un po’ come avviene nel modello lean startup si punta a creare un MVP, e seguendo il mantra del “Build, measure, learn“, se questo modello realizzato non va, si chiude. Senza impatti sul brand o sul prodotto principale. Questo approccio prevede non solo successi ovviamente, ma anche tanti fallimenti: pensate a Facebook e le app che hanno avuto una cattiva sorte come Paper, Camera, Mentions, Slingshot o Home. 
  • User experience: ogni progetto ha i suoi processi, le sue interazioni e le sue funzionalità specifiche. Una esperienza utente studiata ad hoc permette, con grande probabilità, di avere una maggior conversione ed una maggiore esperienza utente.
  • Utenza verticale: avere applicazioni con funzionalità specifiche permette di avere utenza molto competente ed esperta, maggiormente fedele e con maggior stickiness. Un’utenza specializzata si trasforma “facilmente” in una opportunità di revenue.
  • Posizionamento in store : avere app differenti permette di esser presenti in store con nomi, immagini e keywords specifiche (e magari in categorie diverse). A livello di ASO e SEO diventa sicuramente un vantaggio in termini di posizione e visibilità ;
  • Occupazione di spazio “utente”: vista la crescita del numero di app installate e presenti sul dispositivo dell’utente (ed soprattutto consideriamo anche il numero limitato di app che l’utente utilizza), vista l’importanza della posizione nella home del device ( di particolari folder organizzati dall’utente) e del numero di app visualizzabili in una unica schermata, avere più app vuol dire poter presidiare a livello di brand (e di utilizzo) lo spazio dell’utente;
  • Modelli di revenue specifici: ogni funzione specifica può avere diversi modelli di revenue. Inserire più modelli di revenue nella stessa applicazione rischia di infastidire l’utente “Ma come, ti ho dato già soldi per questo filtro, questa funzione ect ect, devo dartene altri per questa nuova?“. Il processo di acquisto in app potrebbe esser molto specifico e puntuale per ogni applicazione: immaginate di proporre l’acquisto di un filtro particolare (durante la composizione della foto) o di portare l’utente ad acquistare un altro servizio alla fine della pubblicazione di un video di certo tipo in una particolare sezione ;
  • Architettura: ogni applicazione ha le sue criticita architetturali e le sue esigenze: progettare una archittettura unica che possa sostenere tutto rischia di diventare eccessivamente costosa, poco manutenibile e poco scalabile. Avere invece una struttura dedicata permette di poter scalare, modificare e rivedere la logica con meno impatto e performance migliori.
  • Manutenzione: anche se sembra apparentemente un contro, avere più app permette di avere una manutenibilità delle applicazioni più snella, rapida, e fatta da team più specializzati.

Vi starete domandando se questa tendenza sia applicabile a tutti, vero? Personalmente non credo: la forza di questa azione è anche nel brand che può spostare fin da subito tanti utenti da una applicazione ad una applicazione specifica. Facebook, Google e pochi altri possono permetterselo.

0

Fail Fast, Fail Often, Fail Forward e l’errore di interpretazione

L’euforia del self made man e dell’imprenditore seriale avanza velocemente: forza di volontà, spirito di sacrificio, idee, tante idee, fallimento rapido, ripartenza. E via. Ed il successo te lo costruisci da solo. In teoria.

In pratica poi, non è proprio così.

Si dice:

Fail Fast, Fail Often, Fail Forward. 

Bello. Finché si interpreta correttamente.

Quello del fallimento sembra sia uno di quei principi fondamentali nella Silicon Valley. Uno di quelli che si ripete all’infinito, come un mantra. Ed è importante perché, nella sua definizione di base, questa frase valorizza il concetto e l’approccio dell’iterazione rapida (tanto cara alle metodologie agili). In un’epoca in cui la tecnologia cresce esponenzialmente, questo approccio veloce e snello, può diventare il fattore critico di successo di un progetto.

Tanto più sei bravo ad iterare, validare e rivedere il tuo percorso/prodotto, tanto più sei in grado di capire se stai “fallendo” o meno, e scegliere di prendere altre direzioni o ritornare su alcuni passi, e continuare a lavorare sul tuo progetto.

Piccoli passi, anche parziali, ma molto veloci e continui. Cambi di direzione ragionati e valutati. Stesso progetto.

Fin qui tutto chiaro, no? Io sono assolutamente d’accordo su un modello di questo tipo, e sono un fautore della validazione, del modello della Customer Development e della sperimentazione continua.

Il tema però è che il concetto del fallimento veloce è ormai stato interpretato in modo completamente errato.

Il fallimento sta diventando una sorta di moda distorta, secondo cui chi fallisce (o sta fallendo) tende a ritenersi un eroe dell’innovazione. Della serie “Tanto più fallisco, tanto più sono un fico e ho provato tanto. Ora inizio un altro progettino”.

La realtà è che questa cattiva interpretazione sta generando imprenditori (se così son definibili) superficiali: troppi pensano che fallire voglia dire abbondare un progetto che non ha performato al primo colpo, per saltare su un altro progetto, senza preoccuparsi degli impatti della loro scelta e senza la responsabilità caratterizzante dell’imprenditore verso persone, investitori e stakeholder vari. E così via si riparte per una “seconda startup”, poi una terza, una quarta e via dicendo.

Del fallimento vero ne rimangono solo parole: pochi analizzano realmente gli errori, reiterano e cercano di fare realmente un pivoting o hanno un piano di recupero dove necessario, così come pochi cercano di capire se realmente si è arrivati ad un punto di non ritorno o se semplicemente si è scelta una soluzione non ottimale.

Nel 2010 Mark Suster, un imprenditore, disse che non erano i progetti a dover morire rapidamente, ma il mantra stesso del fallimento perché era “sbagliato, irresponsabile, immorale e senza cuore“.

Gli imprenditori che affermano che avviano nuovi progetti per sperimentare nuove idee, senza nessuna preoccupazione di investire ulteriore tempo, abbandonando il progetto precedente, perdendo di focalizzazione, rischiando di non riuscire a gestire tutto al meglio, sono a mio avviso incoscienti e superficiali.

Sarebbe interessante in effetti chiedere a chi ha investito soldi in un progetto, cosa ne pensa e che idea ha del fallimento rapido, dei suoi soldi buttati al vento da uno che ha deciso di sperimentare un altro progetto e che adesso si diverte a fare codice per un altro prodotto, invece di cercare una soluzione o una strada per recuperare quello che non funziona.

Il fallimento, quello vero, non può esser preso alla leggera..

 

0

Perchè Yo, un’applicazione stupida, e molte altre app simili no?

Conoscete Yo!?

Se ne parla molto in questi giorni (TC, Mashable e tanti altri anche in Italia Marco e Andrea). E’ una semplicissima App che ti permette di inviare una notifica “Yo!” ad un contatto telefonico. Un po’ lo squilletto di tanti anni fa, della serie “ti sto pensando” o “scendi” o “cala la pasta che sono sotto casa“. Insomma una applicazione stupida come l’hanno definita in molti.

Yo! è una applicazione inutile, perchè dovrei installarla se posso fare lo stesso con Whatsapp, sms o altro?

E questa è stata una delle frasi più ricorrenti che ho letto tra discussioni tecniche e “addetti ai lavori”. Anche TC ne ha scritto un post “Why A Stupid App Like Yo May Have Billion-Dollar Platform Potential.

Quello che mi stupisce e mi lascia ancora più basito è il perchè nessuno tra gli “osservatori esperti”, oltre a gridare alla “bolla” e sentenziare, ha approfondito il tema, il progetto ed il tecnicismo messo in atto.

La mia curiosità è emersa proprio per il fatto che questa inutilissima applicazione avesse preso un funding da 1,5mio di dollari quando ancora non era online. Ecco, io credo che il progetto invece sia ancora più sofisticato (il tempo magari mi smentirà) di quello che si possa pensare.

Per il lancio di Yo! è stata fatta una azione potente di hype, molto virale tanto da aver raccolto oltre 1milione di utenti in meno di 10gg, giocando proprio sul fatto che una applicazione stupida abbia preso 1,5mio$, prima ancora di partire. E l’hanno fatto con estrema astuzia e finezza. E tutti ci sono cascati, senza approfondire o capire che il progetto di comunicazione partiva proprio da qui.

A dimostrazione dell’idea che mi son fatto io, vi mostro alcune milestone:

  • 01 aprile 2014 – Creazione società e lancio su store US (vedi scheda Yo su crunchbase)
  • 14 luglio 2014 – Data pubblicazione in store world (ios, android, windows phone, kindle)
  • 15 luglio 2014 – Funding 1.5 mio $
  • 16 luglio 2014 – Prima notizia pubblicata sul prodotto  (TC/Mashable)
  • 23 luglio 2014 – Prima aggiornamento app + rilascio API
  • 12 agosto 2014 – Aggiornamento app e integrazioni servizi

Ora, immagino che i più attenti critici l’abbiano notato (o anche no) che tra gli tra gli investitori, oltre agli altri tanti nomi, ci sono anche Pete Cashmore (mashable), Ed Baker (Head of Growth di Uber), il CIO di Tancent e Betaworks che proprio dei pirla qualsiasi, in termini di influenza e capacità, non sono.

Detto questo ecco perchè penso che sia il progetto che la strategia applicata sia geniale:

  1. hanno creato una versione zero dell’app (simulando un MVP), stupida appunto, che facesse parlare (farla uscire nella primissima versione il 1 aprile, la dice lunga). E quale metodo più potente se non quello di far parlare di una applicazione stupida, che prende un funding così importante, da su tutti i media. E così, con poco più di qualche digital PR (considerando Cashmore a bordo, è stato semplice) hanno fatto rimbalzare la notizia nel mondo, tanto da acquisire qualche milione di utenti, a costo zero. Il funding magari sta li fermo ancora intatto.
  2. hanno acquisito rapidamente molti dati utente. Praticamente molti hanno definito yo lo squilletto o l’sms scemo, perfetto, ed è proprio lì che sta la forza, perché è un sistema di notifica semplice, facilmente integrabile che ha una differenza rispetto agli sms: gli utenti sono in un grafo sociale (a differenza del SMS, in cui gli utenti sono di fatto un grafo, ma solo la telco lo sa), ed è possibile mandare notifiche indipendentemente dell’app installata dall’utente. Se hai Yo, ricevi le notifiche.
  3. dopo aver fatto parlare escono nel giro di pochi giorni (10gg) con le prime API (dimostrazione che poi così all’arrembaggio magari non erano). La roadmap tenuta fino ad oggi, non è una roadmap improvvisata. Ora, immaginate ora YO come un sistema per le applicazioni (brand o altro) che possa smistare notifiche ad utenti cross piattaforma, ma con delle profilazioni ulteriori (che magari implementeranno a breve).
  4. hanno integrato YO in IFTTT come sistema per mandare notifiche (e magari attivare comportamenti profilati), e che, così… ha già oltre 119 regole ad oggi create, per mandare Yo a qualsiasi oggetto.

Infondo, anche IFTTT per molti non era altro che un IF THEN ELSE che tutti avrebbero potuto fare, eppure loro l’hanno fatto, gli altri no.

That’s all, ecco perchè ritengo che sia geniale, tutto, da come hanno lanciato il prodotto a cosa, secondo me (ma nemmeno troppo difficile da capire leggendo anche questo post “There is no app. The Notification is the Message“), puntano a breve termine.

Perchè YO! e le altre app no? Strategia, marketing e comunicazione, elementi che spesso nei progetti nostrani vengono trascurati dando attenzione solo al prodotto.

Non fermatevi a guardare quello che vedete in superficie: approfondite un attimo di più per capire che Yo! non è nata per caso, non è frutto del sogno “con le app divento ricco” e non è fatta da due sfigati sviluppatori che hanno fatto una applicazione stupida che gli è esplosa tra le mani.

Il sogno dell’app che fa il botto e fa cambiare la vita, solo per un colpo di fortuna, può succedere una volta ogni tanto: tutti gli altri successi sono il frutto di iterazioni, studio, fallimenti di progetti ed esperienza riportata su un piano ben strutturato e comunicato.

Ripeterò all’infinito che la differenza la fa il “saper far sapere di saper fare“.

Yo!

0

L’imprenditore non è colui che ha tante idee

Lo ammetto. Anni fa ero tra quelli che ritenevano che un imprenditore che riusciva a fare la differenza fosse colui che sforna idee continuamente. L’esperienza personale fatta negli ultimi anni mi ha insegnato tutt’altro.

Nella mia “cantina mentale” in questi anni ho accantonato centinaia di idee: alcune negli anni sono state sviluppate, altre regalate, altre eccessivamente precoci sono morte prima di partire (magari oggi avrebbero ragion d’esistere), altre invece sono ancora lì in attesa di esser riprese e sviluppate.

Alcune di queste idee sono state realizzate più o meno velocemente e hanno preso forma: qualcuna è morta, qualcuna ha finito il ciclo di vita in modo naturale e altre sono in corso e probabilmente necessitano di ulteriore lavoro.

Ad oggi però nessuna di queste idee è diventata ancora milionaria e forse non succederà ancora.

Il problema non credo siano la quantità di idee, ma la percentuale di quelle che rimangono nel cassetto, l’incapacità di provare e riuscire a portare in porto la restante percentuale.

L’imprenditore non è colui che ha tante idee di business, né tanto meno uno che sente che un giorno avrà un’idea milionaria, ne tanto meno uno che vuole diventare imprenditore di se stesso senza mettersi in gioco.

Un imprenditore è colui che esegue, immediatamente, mixando esperienza, pancia, visione e tecnicismo. E’ colui che impara dalle precedenti esperienze e se non le ha, impara dalla ricerca e dalla lettura e dallo studio di quello che sta avvenendo. L’imprenditore è focalizzato sul suo progetto e riduce il rumore circostante con il fine di alzare il livello di attenzione. E’ colui che usa il diversivo e la sperimentazione come distrazione creativa.

Ho imparato che non è necessario fare mille “startup” o micro progetti incompleti per esser (o sentirsi) un imprenditore. L’imprenditore è colui che si assume la responsabilità, il governo e la gestione di un progetto da eseguire e lo porta alla crescita, o alla morte se necessario, ed è consapevole dell’impegno preso nei confronti dei collaboratori, degli investitori, degli utenti.

Un imprenditore è colui che non permette ad una idea di annidarsi nella mente: ma inizia a chiedersi fin da subito come può far accadere quello che ha in mente.

E fa in modo che le cose avvengano.

1

Mia madre.

Mia madre è quella che al suo esame di maturità, io c’ero, avevo poco meno di un anno, ma c’ero, e non perché si è diplomata tardi.

Mia madre è quella che ha cresciuto me, mio fratello e mia sorella riuscendo a mantenere in alcuni momenti degli equilibri che nemmeno un equilibrista saprebbe fare meglio.

Mia Madre è quella del devi sostenerti, e se non lo fai tu non lo fa nessun altro.

Mia madre è quella che mi portava con lei all’asilo nido dove lavorava, perchè secondo lei dai bambini c’è sempre da imparare, soprattutto se vuoi continuare a stupirti ed esser felice per le cose che accadono.

Mia madre è quella che di fronte ad ogni ostacolo ha preso a testate le cose per superarle, imprimendo, non solo nel mio DNA, la testardaggine e lo stacanovismo, accoppiato al senso del divertimento.

Mia madre è quella che era l’anti tecnologia per definizione fino a qualche anno fa, poi dopo aver preso un cane Terranova, non solo ha imparato a fotografare, condividere online, ritoccare foto, ma scrive sui social a nome del cane, amministra un forum di amanti di terranova, gestisce e modera più gruppi facebook dello stesso tema di un social media manager specializzato. Ma soprattutto l’ha fatto senza l’aiuto di nessuno, solo per passione e senza ricorrere a corsi, e adesso vuole anche una sua App.

Mia Madre è quella che studia in tutti i momenti liberi che ha, per prendere mille certificazioni, riconoscimenti, brevetti e abilitazioni solo per il gusto di sapere e conoscere meglio gli animali che ama, e io mi domando se prima o poi imparerà anche a parlarci con ‘sti cani.

Mia madre è quella che adesso sta sempre in giro a scattare foto ed è sempre connessa con il suo Iphone, ma non smette di passare interi giorni in mezzo a boschi completamente e beatamente disconnessa. E riesce ad esser social pure offline.

Mia madre è quella che ormai si fa chiamare Nonna da tutti, anche dagli sconosciuti, da quando lo è diventata veramente, e io ho cominciato a pensare che qualche rotella stonata ce l’abbia veramente.

Mia madre è quella che… e ne avrei altri mille ma è sufficiente così: Mia Madre.

Grazie di tutto e oggi auguri per i tuoi splendidi 55 anni.

0

Il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

Caro cliente.

Mi vieni a cercare tu, per avere un servizio, quando io nemmeno sapevo esistessi. Mi presenti il tuo progetto. In fondo, sei un ennesimo progetto, già visto, ma vedo delle potenzialità nel tuo disegno.

Ti ho fatto più consulenze di qualche ora gratuite (scroccate a suon di “vediamoci per una chiacchierata per capire meglio“) durante le quali ti ho ribaltato il progetto in parecchie parti, senza avere nemmeno uno stralcio di firma ma pensando di poter instaurare un rapporto di fiducia.

Alla mia offerta formale, sufficientemente bassa visto il tuo piagnisteo “sono una startup, dobbiamo prendere ancora un investimento importante, ma stiamo trattando“, hai avuto la faccia tosta di chiedermi pure lo sconto. Ho accettato, da parte mia come investimento, visto l’interesse e le potenzialità del tuo progetto.

A metà del percorso del progetto mi avvisi che vuoi bloccare i pagamenti e fermare temporaneamente le attività “perché hai degli imprevisti e delle nuove esigenze“. Ti faccio notare che tutte le attività pianificate fino a quel momento sono state rilasciate da noi puntualmente (e confermate anche dai tuoi riferimenti interni). Accetto tranquillamente la tua richiesta e la tua esigenza, traslando pagamenti e attività, seppure con possibili problemi per me di riallocazione delle risorse. Ti chiedo però di saldare almeno quanto erogato fino a quel momento.

Nello scambio di email ti irrigidisci, alludendo a futili motivazioni di progetto, volendo scaricare su di noi la motivazione del fermo. Cerco di chiamarti per chiarire e cercare di capire come riorganizzare. In una mail mi fai passare per invasivo e poco educato per l’insistenza delle telefonate, alle quali tra l’altro non hai mai risposto. Mi rispondi male alla mail, e mi offendi. Dovresti capire che spesso una telefonata alleggerisce toni, migliora la comunicazione ed è molto più pratica di mille inutili scambi di email frammentate.

Caro cliente della generazione storica del “ti blocco i pagamenti” come leva strategica per far pesare il ruolo nel rapporto professionale alla prima incomprensione, devi capire che quella filosofia del “io sono il cliente e ho sempre ragione” è fuori luogo, non funziona più e più che mai se i rallentamenti al progetto sono i tuoi, dovresti avere almeno l’intelligenza di farti delle domande e capire che stai lavorando male. Ma non male nei miei confronti, ma del tuo business.

Dovresti capire inoltre che il rapporto cliente-fornitore, vista la tua richiesta di flessibilità, di disponibilità di tempo e di risorse aggiuntive tra una telefonata e l’altra, dà vita ad un rapporto diverso, una sorta di partnership se vuoi, nella quale non si tratta più di erogare solo un servizio, ma condividere problemi e criticità, conoscenza e tecnicismi, e magari un giorno anche rete e possibili opportunità.

Se però quando ti pare siamo dei partner, e invece quando ti fa comodo sei il cliente, che ha sempre ragione, che blocca i pagamenti, che può fare l’offeso se esigo un pagamento senza disponibilità di replica da parte tua, se ti puoi permettere di offendermi gratuitamente, vedi, non lo trovo molto giusto e professionale, soprattutto se di solito sono il primo a prendermi la responsabilità se c’è un errore, se sbaglio, se c’è una mancanza o c’è bisogno di recuperare.

Ecco, dovresti capire ancora che il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

Adesso, la novità nel nostro rapporto è questa: seppure io sia il fornitore, e tu il cliente che ha sempre ragione, visti questi presupposti e questo tuo approccio, il progetto, a mio avviso, può ritenersi chiuso qui, senza rimorsi, senza indugi e con molta soddisfazione.

Io, non, ho, intenzione di lavorare con gente così. Ciao.

#CertiClientièMeglioPerderli

0

L’effetto Zuckerberg ed il fare impresa con le chiappe degli altri

Effetto Zuckerberg.

E’ così che definisco già da un po’ di tempo il trend che si sta sviluppando e che si manifesta sempre più spesso. I più affetti sono i developer (ma non solo) e tutti quelli che, presi dall’embolo della 1 billion company, si lanciano in affermazioni tipo “ho una idea galattica, l’anti facebook, cerco chi ci mette i soldi e poi la sviluppo” o peggio ancora “mi è venuta una idea adesso ci faccio un’altra startup“. Fin qui, onestamente, non vedo nessun problema e trovo corretto che ognuno abbia le proprie iniziative, i propri sogni e progetti imprenditoriali in cui credere. Più che mai in un periodo storico in cui il digitale ha in qualche modo democratizzato la possibilità di fare nuovo business grazie a nuovi modelli, nuove professioni e tanto spazio ancora disponibile.

Ma il tema è un altro.

Il tema è che questi mantra (che danno appunto vita a quello che io chiamo l’effetto Zuckerberg), che ormai si ripetono costantemente come a giustificare qualsiasi scelta professionale improvvisa o cambiamento di direzione (spesso anche e soprattutto a discapito di altri), stanno avendo ripercussioni incredibili, peggio di quello che si possa pensare: frammentazione di focalizzazione, assenza di vero commitment, discontinuità, incapacità di portare (o almeno provare) a termine quanto iniziato, sopravvalutazioe delle proprie competenze e potenzialità, superficialità, inaffidabilità o nel peggiore dei casi anche mancanza di coraggio di affrontare la chiusura di qualcosa che non ha funzionato o che andrebbe chiuso per tempo, prima di danneggiare anche altri.

Tutti sono alla continua ricerca di una next big thing, ma pochi sono in grado di capire cosa significa scommettere su se stessi e su un progetto iniziato o da inziare. Il problema è proprio qui ed è nel messaggio che sta passando a livello mediatico: sembra che fare impresa sia rischiare solo una parte del proprio tempo, trovare due soldi per partire (o anche “trovare il pollo che ci crede sulla carta“) e poi buttare tutto al secchio se non va, tanto i soldi li hanno messi altri, “io ci ho messo qualche ora di sviluppo, che sarà mai“.

Troppi pensano che fare Facebook sia facile o che sia frutto di qualche piccola scommessa, finchè non trovo quello che va. Non è così. Per fare un facebook ci vuole talento, impegno, costanza, fortuna e determinazione oltre ogni limite e credere nel proprio progetto rischiando, in prima persona, tempo, soldi, faccia. Si sta perdendo la capacità di focalizzare un obiettivo e sempre più spesso vedo una velata paura di arrivare al successo, rimandando avanti le scelte o dando la colpa al contesto o tanti altri fattori.

Quanti realmente fanno bootstrapping, quanti sono in grado di validare una idea creando la prima vendita e poi capire se il prodotto realmente può scalare? Quanti realmente sarebbero disposti a non abbandonare una nave con gli altri a bordo, e cercare di recuperare i danni o almeno decidere di affondarla – con razionalità – per ripartire? Quanti provano a cambiare un percorso e fare un vero pivoting, prima di mollare?

Pochi per quello che che vedo. E pochissimi sono pronti a scommettere realmente. Gli altri giocano a sentirsi (non fare) gli imprenditori con le chiappe degli altri, senza preoccuparsi di finanza, marketing, business, costi, sostenibilità del progetto ma solo a cercare di far vedere che l’idea che hanno è figa, fino ad abbandonarla

Tanto, al primo mal di stomaco, c’è un altra fantomatica idea da far partire.

Giusto per approfondimento, se vi interessasse fare bootstrapping vi giro questo link a questo post che ho trovato molto interessante e che ha ispirato questa riflessione, partita da Facebook, sulla quale stavo riflettendo da tempo: To bootstrap or not? 5 questions to ask yourself

0

Sognare. Il sesto senso, sottovalutato.

Sognare, il sesto senso che sottovalutiamo troppo spesso e che raccoglie in se tutti gli altri sensi. È quella capacità irrazionale, inconscia, veloce, cruda e spesso violenta, incapace di mentire ed estremamente abile nel far emergere paure, sentimenti e aspirazioni di una vita in pochi ma lunghissimi secondi. Sognare è quel momento in cui siamo in grado di analizzare, capire e metterci in condizione di osservarci da un punto di vista diverso e ripensarci in un modo completamente differente da quello che frequentemente ci sforziamo di essere o non essere.

Non esiste metodo e non esiste una scuola che possa insegnarci a sognare, non esistono persone che non possono sognare. Esiste la propensione a sognare e la volontà di ricordare il sogno, bello o brutto che sia.

Ma tutti sappiamo sognare.

Voler smettere di sognare, evitare o non riuscire a ricordare i sogni, è come perdere uno degli altri sensi, senza i quali non potremmo vedere, ascoltare, odorare toccare e sentire perdendoci una esperienza nuova e l’opportunità di crescita continua.

Amo sognare, svegliarmi, scrivere ed appuntarmi quello che stavo sognando, su un taccuino per me importante, e per poi rileggerlo e capire. Questa stessa nota l’ho scritta questa notte dopo essermi svegliato con l’adrenalina altissima, il cuore che batteva a mille e la sensazione di aver rivissuto gli ultimi secondi, tutte le emozioni e le paure di un combattimento di taekwondo di anni fa e ricordarmi nitidamente l’abbraccio ed il grazie di cuore detto all’allenatore in quel momento. Era la prima mia vittoria sul tatami.

Non posso credere, quando lo sento dire, che ci siano persone che non vogliano ricordare i sogni.

Sognate e non smettete di farlo, credo sia lo strumento e la capacità più potente che abbiamo.

Buon venerdì. Looking forward.

0

Internet of Everything: dall’object graph all’experience graph

Internet è ovunque.

Credo possa sembrare banale dirlo, ma è di fatto così.

Sta “invadendo” relazioni, case, auto, città e sta entrando in qualsiasi cosa. E dicendo “cosa” non sto generalizzando. Sto effettivamente dicendo che le cose, gli oggetti, sono e saranno sempre più evoluti e connessi tanto da entrare nella vita e nelle relazioni di tutti i giorni in modo meno invasivo di quanto si pensi.

Tim O’really, fondatore e CEO di O’really Media, non troppo tempo fa disse:

We’re moving to a world in which every device generates useful data, in which every action creates “information shadows” on the net.

Questa frase che poteva sembrare visionaria tempo fa, oggi è una affermazione che descrive uno stato evolutivo in atto, proprio in questa direzione. Abbiamo vissuto un rapido sviluppo negli ultimi anni che ci ha portato dal “fixed computing” ai computer connessi, dai social network alla mobilità, dall’internet of things al wearable. Evoluzione che ha consentito un passaggio epocale anche dal punto di vista della crescita dei dati (bigdata) e che ci ha portato ad una fase in cui le informazioni, i cui prefissi che ne definiscono le dimensioni si stanno spostando da terabyte a zettabyte, che provengono da social, oggetti connessi, sensori, tecnologie indossate e dal contesto, crescono all’ennesima potenza diventando quasi ingestibili.

Ma l’ingestibilità è frutto per adesso dell’incapacità di comprendere i nuovi modelli e le nuove opportunità. Oggi, non a caso, quando si affrontano i temi legati all’IT e si valutano progetti, prodotti ed opportunità, il focus ricade costantemente sulla tecnologia utilizzata perdendo di vista il fattore che influenza e definisce, a mio avviso, la crescita, lo sviluppo e l’adozione di un determinato progetto: la customer experience. Nella mole di dati che oggi ci ritroviamo a disposizione, abbiamo proprio la possibilità di analizzare e definire, attraverso analisi non più solo analitiche ma anche predittive e prescrittive, modelli e comportamenti che possono migliorare prodotti, servizi ed esperienza utente.

Ma la domanda che mi sono posto più volte, proprio per capire, è: ma cosa è l’esperienza dell’utente? La sintesi che sono riuscito ad estrapolare da più definizioni è la seguente:

L’esperienza è la forma di conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso e la pratica, di una determinata sfera della realtà in un arco temporale in uno o più contesti. L’esperienza nasce quindi dal ricordo ripetuto che da il via ad un processo di unificazione attraverso il quale i ricordi molteplici convergono in un’unica immagine.

In questa definizione emergono a mio avviso due elementi importanti: i ricordi e l’immagine, quella che viene associata all’emozione / sentimento che si prova nel momento in cui si vive una determinata esperienza, grazie a persone, interessi o oggetti con i quali si è in relazione.

L’associazione del concetto di ricordo ai dati che oggi abbiamo disponibili e l’abbinamento del concetto di immagine al tipo di risultato ottenibile dall’analisi dei dati, mi fa pensare che l’opportunità che abbiamo di fronte è molto più grande e potente di quello che si possa ipotizzare.

Questo significa che approcciando i dati (i ricordi) non più con una analisi analitica (che punta di fatto alla verifica di una base storica) o una analisi predittiva (che punta a definire cosa potrebbe succedere), ma con una analisi prescrittiva (il cui obiettivo è definire il comportamento ed il come le cose avverranno), si può definire una proposta (una immagine) all’utente che possa rievocare emozioni e rendere l’esperienza migliore.

E se fino ad oggi l’importanza del dato era centrata sulle relazioni sociali (social graph), o sugli interessi (interests graph) o ancora sugli oggetti connessi tra di loro (object graph), quello a cui stiamo andando incontro è di fatto un experience graph, ossia una rete di informazioni che mette l’esperienza al centro di tutto, in cui i fattori abilitanti diventano tecnologie e processi e diventano fondamentali per abilitare relazioni e connessioni tra persone, oggetti e contesto.

Internet of Everything.

1

L’utente al centro dell’esperienza dell’evento

Butto giù una riflessione nata dopo la partecipazione ad un evento recentemente. In Italia.

Mi capita spesso, soprattutto in Italia appunto, che di ritorno da alcuni eventi io senta manifestare e condividere un alto livello insoddisfazione, un crescente livello di frustrazione derivante dal continuo malcontento e dell’esperienza vissuta non ne rimane nulla se non solo il ricordo dell’inefficienza organizzativa fatta di mal funzionamenti del wifi, poca disponibilità d’informazioni, livello di contenuto dei relatori non adeguato al costo o difficoltà nell’utilizzo dei servizi dell’evento grazie alla poca organizzazione della logistica.

Ritengo che la pianificazione di un evento non può esser sottovaluta, gestita senza criterio o superficialmente, più che mai se si ambisce ad esser un evento di successo, proprio come avviene negli eventi all’estero. E’ necessario che la “cultura dell’evento” entri nel DNA degli organizzatori, così come lo è già fuori dall’Italia, e l’organizzazione non si limiti alla sola scelta del catering o alla location migliore.

L’errore che si sta continuando a fare (e che spesso ritrovo anche in manifestazioni importanti, manifestazioni pubbliche o di grandi aziende) è quello di costruire l’evento intorno al brand, pensando che i partecipanti siano la parte finale dell’evento, dei meri spettatori a cui propinare un messaggio, un prodotto o un marchio.

E tutto questo si manifesta con una cattiva pianificazione dei processi, un superficiale dimensionamento del wifi o della connettività, la mancanza di comunicazione fisica e una logistica poco idone (audio, sala, temperatura, copertura 3G).

Questo approccio non può più funzionare e gli utenti se ne stanno accorgendo.

Oggi un evento deve esser progettato con un mix di più fattori e scelte organizzative integrate fra loro in maniera organica e studiate in modo tale da rendere l’esperienza dell’utente completa dalla prenotazione, alla fruizione dell’evento, per passare dal post evento fino al follow up.

L’utente di una manifestazione non è più un semplice partecipante, ma è (e deve esser) parte attiva in termini di amplificazione e costruzione del contenuto. L’utente è il motivo, primo, della riuscita dell’evento.

E’ fondamentale quindi focalizzare l’attenzione sull’utente, metterlo al centro dei processi di interazione e la sua esperienza fisica, nel contesto dell’evento, deve esser completamente integrata con quella digitale in una naturale continuità informativa.

L’utente al centro dell’esperienza dell’evento: ecco cosa fare per organizzare un evento oggi, che vuole ambire ad esser un riferimento.

Recentemente ho partecipato ad eventi internazionali, ed il livello come dicevo sopra è di gran lunga differente. Faccio l’esempio l’EMCWord di Las Vegas, al quale ho partecipato anche quest’anno per la seconda volta consecutiva, che ritengo forse uno dei migliori eventi ai quali abbia mai partecipato per livello di attenzione, dettaglio ed esperienza utente generata. Dalla qualità dei relatori, al livello di contenuto, alla modalità di interazione, alle tecnologie di prossimità, alla connettività, all’organizzazione maniacale fino ad arrivare a gadget, interazione stand/utente, engagement, gamification e tanto altro. E non parliamo di un evento da poche persone, ma di un evento da circa 15K persone partecipanti in 5gg.

Sintetizzando quanto detto sopra e che, a mio avviso, un evento deve necessariamente avere oggi affinché possa raggiungere un livello di coinvolgimento alto e un risultato eccellente, i cinque concetti chiave sono:

  • produrre contenuti rilevanti ed assicurarsi che il pubblico riceva informazioni di interesse e valore, indipendentemente dal brand
  • dare al pubblico il controllo delle informazioni ed una gestione / fruizione migliore del servizio attraverso l’utilizzo di tutti i canali informativi a disposizione evitando malfunzionamenti proprio nel momento della partecipazione all’evento
  • aumentare i touch point, che grazie alle tecnologie mobile, di prossimità (pensate a NFC, RFid, QrCode, iBeacon) e di contatto (totem, wall interattivi, pavimenti, schermi, macchinette e distributori), possano abilitare il pubblico all’interazione con il contenuto dell’evento permettendo così di contribuire alla costruzione del contenuto e del valore, come vogliono, quando vogliono e in nelle modalità che conoscono.
  • costruire una relazione con l’utente che inizi con la fase di registrazione, sia viva ed interattiva durante l’evento e prosegua post evento con informazioni rilevanti, materiale e follow up.

Apparentemente sembra tutto molto semplice. Apparentemente.

Nei prossimi mesi (dal 25 al 28 settembre) supporterò, in qualità di direttore tecnico/creativo, l’evento AppyDays a Todi nel quale cercherò di capitalizzare l’esperienza fatta all’estero ed i concetti raccolti in questo post. Siete ovviamente invitati. Enjoy.

0