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Mia madre.

Mia madre è quella che al suo esame di maturità, io c’ero, avevo poco meno di un anno, ma c’ero, e non perché si è diplomata tardi.

Mia madre è quella che ha cresciuto me, mio fratello e mia sorella riuscendo a mantenere in alcuni momenti degli equilibri che nemmeno un equilibrista saprebbe fare meglio.

Mia Madre è quella del devi sostenerti, e se non lo fai tu non lo fa nessun altro.

Mia madre è quella che mi portava con lei all’asilo nido dove lavorava, perchè secondo lei dai bambini c’è sempre da imparare, soprattutto se vuoi continuare a stupirti ed esser felice per le cose che accadono.

Mia madre è quella che di fronte ad ogni ostacolo ha preso a testate le cose per superarle, imprimendo, non solo nel mio DNA, la testardaggine e lo stacanovismo, accoppiato al senso del divertimento.

Mia madre è quella che era l’anti tecnologia per definizione fino a qualche anno fa, poi dopo aver preso un cane Terranova, non solo ha imparato a fotografare, condividere online, ritoccare foto, ma scrive sui social a nome del cane, amministra un forum di amanti di terranova, gestisce e modera più gruppi facebook dello stesso tema di un social media manager specializzato. Ma soprattutto l’ha fatto senza l’aiuto di nessuno, solo per passione e senza ricorrere a corsi, e adesso vuole anche una sua App.

Mia Madre è quella che studia in tutti i momenti liberi che ha, per prendere mille certificazioni, riconoscimenti, brevetti e abilitazioni solo per il gusto di sapere e conoscere meglio gli animali che ama, e io mi domando se prima o poi imparerà anche a parlarci con ‘sti cani.

Mia madre è quella che adesso sta sempre in giro a scattare foto ed è sempre connessa con il suo Iphone, ma non smette di passare interi giorni in mezzo a boschi completamente e beatamente disconnessa. E riesce ad esser social pure offline.

Mia madre è quella che ormai si fa chiamare Nonna da tutti, anche dagli sconosciuti, da quando lo è diventata veramente, e io ho cominciato a pensare che qualche rotella stonata ce l’abbia veramente.

Mia madre è quella che… e ne avrei altri mille ma è sufficiente così: Mia Madre.

Grazie di tutto e oggi auguri per i tuoi splendidi 55 anni.

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Il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

Caro cliente.

Mi vieni a cercare tu, per avere un servizio, quando io nemmeno sapevo esistessi. Mi presenti il tuo progetto. In fondo, sei un ennesimo progetto, già visto, ma vedo delle potenzialità nel tuo disegno.

Ti ho fatto più consulenze di qualche ora gratuite (scroccate a suon di “vediamoci per una chiacchierata per capire meglio“) durante le quali ti ho ribaltato il progetto in parecchie parti, senza avere nemmeno uno stralcio di firma ma pensando di poter instaurare un rapporto di fiducia.

Alla mia offerta formale, sufficientemente bassa visto il tuo piagnisteo “sono una startup, dobbiamo prendere ancora un investimento importante, ma stiamo trattando“, hai avuto la faccia tosta di chiedermi pure lo sconto. Ho accettato, da parte mia come investimento, visto l’interesse e le potenzialità del tuo progetto.

A metà del percorso del progetto mi avvisi che vuoi bloccare i pagamenti e fermare temporaneamente le attività “perché hai degli imprevisti e delle nuove esigenze“. Ti faccio notare che tutte le attività pianificate fino a quel momento sono state rilasciate da noi puntualmente (e confermate anche dai tuoi riferimenti interni). Accetto tranquillamente la tua richiesta e la tua esigenza, traslando pagamenti e attività, seppure con possibili problemi per me di riallocazione delle risorse. Ti chiedo però di saldare almeno quanto erogato fino a quel momento.

Nello scambio di email ti irrigidisci, alludendo a futili motivazioni di progetto, volendo scaricare su di noi la motivazione del fermo. Cerco di chiamarti per chiarire e cercare di capire come riorganizzare. In una mail mi fai passare per invasivo e poco educato per l’insistenza delle telefonate, alle quali tra l’altro non hai mai risposto. Mi rispondi male alla mail, e mi offendi. Dovresti capire che spesso una telefonata alleggerisce toni, migliora la comunicazione ed è molto più pratica di mille inutili scambi di email frammentate.

Caro cliente della generazione storica del “ti blocco i pagamenti” come leva strategica per far pesare il ruolo nel rapporto professionale alla prima incomprensione, devi capire che quella filosofia del “io sono il cliente e ho sempre ragione” è fuori luogo, non funziona più e più che mai se i rallentamenti al progetto sono i tuoi, dovresti avere almeno l’intelligenza di farti delle domande e capire che stai lavorando male. Ma non male nei miei confronti, ma del tuo business.

Dovresti capire inoltre che il rapporto cliente-fornitore, vista la tua richiesta di flessibilità, di disponibilità di tempo e di risorse aggiuntive tra una telefonata e l’altra, dà vita ad un rapporto diverso, una sorta di partnership se vuoi, nella quale non si tratta più di erogare solo un servizio, ma condividere problemi e criticità, conoscenza e tecnicismi, e magari un giorno anche rete e possibili opportunità.

Se però quando ti pare siamo dei partner, e invece quando ti fa comodo sei il cliente, che ha sempre ragione, che blocca i pagamenti, che può fare l’offeso se esigo un pagamento senza disponibilità di replica da parte tua, se ti puoi permettere di offendermi gratuitamente, vedi, non lo trovo molto giusto e professionale, soprattutto se di solito sono il primo a prendermi la responsabilità se c’è un errore, se sbaglio, se c’è una mancanza o c’è bisogno di recuperare.

Ecco, dovresti capire ancora che il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

Adesso, la novità nel nostro rapporto è questa: seppure io sia il fornitore, e tu il cliente che ha sempre ragione, visti questi presupposti e questo tuo approccio, il progetto, a mio avviso, può ritenersi chiuso qui, senza rimorsi, senza indugi e con molta soddisfazione.

Io, non, ho, intenzione di lavorare con gente così. Ciao.

#CertiClientièMeglioPerderli

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L’effetto Zuckerberg ed il fare impresa con le chiappe degli altri

Effetto Zuckerberg.

E’ così che definisco già da un po’ di tempo il trend che si sta sviluppando e che si manifesta sempre più spesso. I più affetti sono i developer (ma non solo) e tutti quelli che, presi dall’embolo della 1 billion company, si lanciano in affermazioni tipo “ho una idea galattica, l’anti facebook, cerco chi ci mette i soldi e poi la sviluppo” o peggio ancora “mi è venuta una idea adesso ci faccio un’altra startup“. Fin qui, onestamente, non vedo nessun problema e trovo corretto che ognuno abbia le proprie iniziative, i propri sogni e progetti imprenditoriali in cui credere. Più che mai in un periodo storico in cui il digitale ha in qualche modo democratizzato la possibilità di fare nuovo business grazie a nuovi modelli, nuove professioni e tanto spazio ancora disponibile.

Ma il tema è un altro.

Il tema è che questi mantra (che danno appunto vita a quello che io chiamo l’effetto Zuckerberg), che ormai si ripetono costantemente come a giustificare qualsiasi scelta professionale improvvisa o cambiamento di direzione (spesso anche e soprattutto a discapito di altri), stanno avendo ripercussioni incredibili, peggio di quello che si possa pensare: frammentazione di focalizzazione, assenza di vero commitment, discontinuità, incapacità di portare (o almeno provare) a termine quanto iniziato, sopravvalutazioe delle proprie competenze e potenzialità, superficialità, inaffidabilità o nel peggiore dei casi anche mancanza di coraggio di affrontare la chiusura di qualcosa che non ha funzionato o che andrebbe chiuso per tempo, prima di danneggiare anche altri.

Tutti sono alla continua ricerca di una next big thing, ma pochi sono in grado di capire cosa significa scommettere su se stessi e su un progetto iniziato o da inziare. Il problema è proprio qui ed è nel messaggio che sta passando a livello mediatico: sembra che fare impresa sia rischiare solo una parte del proprio tempo, trovare due soldi per partire (o anche “trovare il pollo che ci crede sulla carta“) e poi buttare tutto al secchio se non va, tanto i soldi li hanno messi altri, “io ci ho messo qualche ora di sviluppo, che sarà mai“.

Troppi pensano che fare Facebook sia facile o che sia frutto di qualche piccola scommessa, finchè non trovo quello che va. Non è così. Per fare un facebook ci vuole talento, impegno, costanza, fortuna e determinazione oltre ogni limite e credere nel proprio progetto rischiando, in prima persona, tempo, soldi, faccia. Si sta perdendo la capacità di focalizzare un obiettivo e sempre più spesso vedo una velata paura di arrivare al successo, rimandando avanti le scelte o dando la colpa al contesto o tanti altri fattori.

Quanti realmente fanno bootstrapping, quanti sono in grado di validare una idea creando la prima vendita e poi capire se il prodotto realmente può scalare? Quanti realmente sarebbero disposti a non abbandonare una nave con gli altri a bordo, e cercare di recuperare i danni o almeno decidere di affondarla – con razionalità – per ripartire? Quanti provano a cambiare un percorso e fare un vero pivoting, prima di mollare?

Pochi per quello che che vedo. E pochissimi sono pronti a scommettere realmente. Gli altri giocano a sentirsi (non fare) gli imprenditori con le chiappe degli altri, senza preoccuparsi di finanza, marketing, business, costi, sostenibilità del progetto ma solo a cercare di far vedere che l’idea che hanno è figa, fino ad abbandonarla

Tanto, al primo mal di stomaco, c’è un altra fantomatica idea da far partire.

Giusto per approfondimento, se vi interessasse fare bootstrapping vi giro questo link a questo post che ho trovato molto interessante e che ha ispirato questa riflessione, partita da Facebook, sulla quale stavo riflettendo da tempo: To bootstrap or not? 5 questions to ask yourself

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Sognare. Il sesto senso, sottovalutato.

Sognare, il sesto senso che sottovalutiamo troppo spesso e che raccoglie in se tutti gli altri sensi. È quella capacità irrazionale, inconscia, veloce, cruda e spesso violenta, incapace di mentire ed estremamente abile nel far emergere paure, sentimenti e aspirazioni di una vita in pochi ma lunghissimi secondi. Sognare è quel momento in cui siamo in grado di analizzare, capire e metterci in condizione di osservarci da un punto di vista diverso e ripensarci in un modo completamente differente da quello che frequentemente ci sforziamo di essere o non essere.

Non esiste metodo e non esiste una scuola che possa insegnarci a sognare, non esistono persone che non possono sognare. Esiste la propensione a sognare e la volontà di ricordare il sogno, bello o brutto che sia.

Ma tutti sappiamo sognare.

Voler smettere di sognare, evitare o non riuscire a ricordare i sogni, è come perdere uno degli altri sensi, senza i quali non potremmo vedere, ascoltare, odorare toccare e sentire perdendoci una esperienza nuova e l’opportunità di crescita continua.

Amo sognare, svegliarmi, scrivere ed appuntarmi quello che stavo sognando, su un taccuino per me importante, e per poi rileggerlo e capire. Questa stessa nota l’ho scritta questa notte dopo essermi svegliato con l’adrenalina altissima, il cuore che batteva a mille e la sensazione di aver rivissuto gli ultimi secondi, tutte le emozioni e le paure di un combattimento di taekwondo di anni fa e ricordarmi nitidamente l’abbraccio ed il grazie di cuore detto all’allenatore in quel momento. Era la prima mia vittoria sul tatami.

Non posso credere, quando lo sento dire, che ci siano persone che non vogliano ricordare i sogni.

Sognate e non smettete di farlo, credo sia lo strumento e la capacità più potente che abbiamo.

Buon venerdì. Looking forward.

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Internet of Everything: dall’object graph all’experience graph

Internet è ovunque.

Credo possa sembrare banale dirlo, ma è di fatto così.

Sta “invadendo” relazioni, case, auto, città e sta entrando in qualsiasi cosa. E dicendo “cosa” non sto generalizzando. Sto effettivamente dicendo che le cose, gli oggetti, sono e saranno sempre più evoluti e connessi tanto da entrare nella vita e nelle relazioni di tutti i giorni in modo meno invasivo di quanto si pensi.

Tim O’really, fondatore e CEO di O’really Media, non troppo tempo fa disse:

We’re moving to a world in which every device generates useful data, in which every action creates “information shadows” on the net.

Questa frase che poteva sembrare visionaria tempo fa, oggi è una affermazione che descrive uno stato evolutivo in atto, proprio in questa direzione. Abbiamo vissuto un rapido sviluppo negli ultimi anni che ci ha portato dal “fixed computing” ai computer connessi, dai social network alla mobilità, dall’internet of things al wearable. Evoluzione che ha consentito un passaggio epocale anche dal punto di vista della crescita dei dati (bigdata) e che ci ha portato ad una fase in cui le informazioni, i cui prefissi che ne definiscono le dimensioni si stanno spostando da terabyte a zettabyte, che provengono da social, oggetti connessi, sensori, tecnologie indossate e dal contesto, crescono all’ennesima potenza diventando quasi ingestibili.

Ma l’ingestibilità è frutto per adesso dell’incapacità di comprendere i nuovi modelli e le nuove opportunità. Oggi, non a caso, quando si affrontano i temi legati all’IT e si valutano progetti, prodotti ed opportunità, il focus ricade costantemente sulla tecnologia utilizzata perdendo di vista il fattore che influenza e definisce, a mio avviso, la crescita, lo sviluppo e l’adozione di un determinato progetto: la customer experience. Nella mole di dati che oggi ci ritroviamo a disposizione, abbiamo proprio la possibilità di analizzare e definire, attraverso analisi non più solo analitiche ma anche predittive e prescrittive, modelli e comportamenti che possono migliorare prodotti, servizi ed esperienza utente.

Ma la domanda che mi sono posto più volte, proprio per capire, è: ma cosa è l’esperienza dell’utente? La sintesi che sono riuscito ad estrapolare da più definizioni è la seguente:

L’esperienza è la forma di conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso e la pratica, di una determinata sfera della realtà in un arco temporale in uno o più contesti. L’esperienza nasce quindi dal ricordo ripetuto che da il via ad un processo di unificazione attraverso il quale i ricordi molteplici convergono in un’unica immagine.

In questa definizione emergono a mio avviso due elementi importanti: i ricordi e l’immagine, quella che viene associata all’emozione / sentimento che si prova nel momento in cui si vive una determinata esperienza, grazie a persone, interessi o oggetti con i quali si è in relazione.

L’associazione del concetto di ricordo ai dati che oggi abbiamo disponibili e l’abbinamento del concetto di immagine al tipo di risultato ottenibile dall’analisi dei dati, mi fa pensare che l’opportunità che abbiamo di fronte è molto più grande e potente di quello che si possa ipotizzare.

Questo significa che approcciando i dati (i ricordi) non più con una analisi analitica (che punta di fatto alla verifica di una base storica) o una analisi predittiva (che punta a definire cosa potrebbe succedere), ma con una analisi prescrittiva (il cui obiettivo è definire il comportamento ed il come le cose avverranno), si può definire una proposta (una immagine) all’utente che possa rievocare emozioni e rendere l’esperienza migliore.

E se fino ad oggi l’importanza del dato era centrata sulle relazioni sociali (social graph), o sugli interessi (interests graph) o ancora sugli oggetti connessi tra di loro (object graph), quello a cui stiamo andando incontro è di fatto un experience graph, ossia una rete di informazioni che mette l’esperienza al centro di tutto, in cui i fattori abilitanti diventano tecnologie e processi e diventano fondamentali per abilitare relazioni e connessioni tra persone, oggetti e contesto.

Internet of Everything.

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L’utente al centro dell’esperienza dell’evento

Butto giù una riflessione nata dopo la partecipazione ad un evento recentemente. In Italia.

Mi capita spesso, soprattutto in Italia appunto, che di ritorno da alcuni eventi io senta manifestare e condividere un alto livello insoddisfazione, un crescente livello di frustrazione derivante dal continuo malcontento e dell’esperienza vissuta non ne rimane nulla se non solo il ricordo dell’inefficienza organizzativa fatta di mal funzionamenti del wifi, poca disponibilità d’informazioni, livello di contenuto dei relatori non adeguato al costo o difficoltà nell’utilizzo dei servizi dell’evento grazie alla poca organizzazione della logistica.

Ritengo che la pianificazione di un evento non può esser sottovaluta, gestita senza criterio o superficialmente, più che mai se si ambisce ad esser un evento di successo, proprio come avviene negli eventi all’estero. E’ necessario che la “cultura dell’evento” entri nel DNA degli organizzatori, così come lo è già fuori dall’Italia, e l’organizzazione non si limiti alla sola scelta del catering o alla location migliore.

L’errore che si sta continuando a fare (e che spesso ritrovo anche in manifestazioni importanti, manifestazioni pubbliche o di grandi aziende) è quello di costruire l’evento intorno al brand, pensando che i partecipanti siano la parte finale dell’evento, dei meri spettatori a cui propinare un messaggio, un prodotto o un marchio.

E tutto questo si manifesta con una cattiva pianificazione dei processi, un superficiale dimensionamento del wifi o della connettività, la mancanza di comunicazione fisica e una logistica poco idone (audio, sala, temperatura, copertura 3G).

Questo approccio non può più funzionare e gli utenti se ne stanno accorgendo.

Oggi un evento deve esser progettato con un mix di più fattori e scelte organizzative integrate fra loro in maniera organica e studiate in modo tale da rendere l’esperienza dell’utente completa dalla prenotazione, alla fruizione dell’evento, per passare dal post evento fino al follow up.

L’utente di una manifestazione non è più un semplice partecipante, ma è (e deve esser) parte attiva in termini di amplificazione e costruzione del contenuto. L’utente è il motivo, primo, della riuscita dell’evento.

E’ fondamentale quindi focalizzare l’attenzione sull’utente, metterlo al centro dei processi di interazione e la sua esperienza fisica, nel contesto dell’evento, deve esser completamente integrata con quella digitale in una naturale continuità informativa.

L’utente al centro dell’esperienza dell’evento: ecco cosa fare per organizzare un evento oggi, che vuole ambire ad esser un riferimento.

Recentemente ho partecipato ad eventi internazionali, ed il livello come dicevo sopra è di gran lunga differente. Faccio l’esempio l’EMCWord di Las Vegas, al quale ho partecipato anche quest’anno per la seconda volta consecutiva, che ritengo forse uno dei migliori eventi ai quali abbia mai partecipato per livello di attenzione, dettaglio ed esperienza utente generata. Dalla qualità dei relatori, al livello di contenuto, alla modalità di interazione, alle tecnologie di prossimità, alla connettività, all’organizzazione maniacale fino ad arrivare a gadget, interazione stand/utente, engagement, gamification e tanto altro. E non parliamo di un evento da poche persone, ma di un evento da circa 15K persone partecipanti in 5gg.

Sintetizzando quanto detto sopra e che, a mio avviso, un evento deve necessariamente avere oggi affinché possa raggiungere un livello di coinvolgimento alto e un risultato eccellente, i cinque concetti chiave sono:

  • produrre contenuti rilevanti ed assicurarsi che il pubblico riceva informazioni di interesse e valore, indipendentemente dal brand
  • dare al pubblico il controllo delle informazioni ed una gestione / fruizione migliore del servizio attraverso l’utilizzo di tutti i canali informativi a disposizione evitando malfunzionamenti proprio nel momento della partecipazione all’evento
  • aumentare i touch point, che grazie alle tecnologie mobile, di prossimità (pensate a NFC, RFid, QrCode, iBeacon) e di contatto (totem, wall interattivi, pavimenti, schermi, macchinette e distributori), possano abilitare il pubblico all’interazione con il contenuto dell’evento permettendo così di contribuire alla costruzione del contenuto e del valore, come vogliono, quando vogliono e in nelle modalità che conoscono.
  • costruire una relazione con l’utente che inizi con la fase di registrazione, sia viva ed interattiva durante l’evento e prosegua post evento con informazioni rilevanti, materiale e follow up.

Apparentemente sembra tutto molto semplice. Apparentemente.

Nei prossimi mesi (dal 25 al 28 settembre) supporterò, in qualità di direttore tecnico/creativo, l’evento AppyDays a Todi nel quale cercherò di capitalizzare l’esperienza fatta all’estero ed i concetti raccolti in questo post. Siete ovviamente invitati. Enjoy.

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APPYDAYS: quando il digitale entra nella vita di tutti i giorni

appydaysRullo di tamburi, calendario alla mano, bloccate l’agenda dal 25 al 28 settembre 2014 e preparatevi a partire per Todi per l’evento APPYDAYS, il festival internazionale delle APP che si terrà per la prima volta in Italia.

L’evento, dedicato ad aziende, professionisti, esperti del settore ma anche studenti, famiglie e ragazzi, si svolgerà in una città “ideale”, appunto Todi. E non è solo un gioco di parole quando parlo di città ideale. Lo è veramente ed è conosciuta come una delle città  più vivibile del mondo: lo posso dire con cognizione, soprattutto dopo averla girata a piedi per verificarne la logistica, l’esposizione, i luoghi ed aver visto personalmente le piccole bellezze messe a disposizione e che saranno scenario di sfondo dell’evento dalla connotazione digitale.

APPYDAYS sarà la prima grande iniziativa italiana dedicata al mondo delle App, alle applicazioni software per tablet e smartphone, ma soprattutto alla digital life e alle modalità con cui l’evoluzione tecnologica mobile sta modificando abitudini, generando opportunità e sta creando nuovi spazi di conversazione ed interazione.

Lo scopo dell’evento? Creare un’occasione di incontro e confronto fra programmatori, sviluppatori e imprenditori e svelare quello che per alcuni è un piccolo grande mondo segreto anche ai non addetti ai lavori, alle famiglie e ai ragazzi che vogliono avvicinarsi ad alcuni argomenti.

Vi domanderete perchè ve lo sto dicendo con tutta questa enfasi. Eh, si. con mio grande orgoglio, sarò per la prima volta il direttore creativo e tecnico di un evento di questa entità e non posso che ringraziare per questo l’agenzia SediciEventi per avermi invitato e dato questa opportunità.

Come IQUII, in qualità di partner tecnico, ci occuperemo dello sviluppo di una applicazione mobile per vivere l’esperienza dell’evento in modo nuovo e connesso ai luoghi e alle persone, mentre Indigeni Digitali sarà una delle community coinvolte ed organizzerà all’interno dell’evento stesso il nuovo #IDCAMP.

Il calendario delle manifestazioni verrà aggiornato nei prossimi giorni sul sito ufficiale ma vi posso già anticipare che esposizioni, spazi, tavoli incontro e talk tratteranno molti argomenti tra i quali kids & edutainment, health & fitness, wearable & IoT, finance & banking, mobile commerce and payments, gaming, photo & music, utility & social, travel, food, automotive & fashion e molto altro ancora.

I vari momenti di incontro in calendario spazieranno, dal tecnico culturale all’intrattenimento, con tanti appuntamenti speciali: seminari, workshop, lab, incontri tecnici e corsi di formazione si alterneranno a tornei di games per mobile, challenge e contest fotografici dove le uniche fotocamere consentite saranno quelle dei dispositivi mobili e il fotoritocco sarà possibile solo con le App. Senza dimenticare iniziative ad hoc per le scuole e uno spazio riservato ai più piccoli.

Qui sul blog racconterò nei prossimi mesi, l’esperienza e l’evoluzione di una organizzazione di questa entità e condividerò varie idee “rubate” con gli occhi in altri eventi internazionali e che mi piacerebbe portare qui grazie a questo evento.

Ho voglia veramente di divertirmi. Preparatevi al TODI APPY DAYS e #SaveTheDate, vi aspetto.

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La cultura degli alibi

Era un bel po’ di tempo che avevo in bozza questo post: mi mancava sempre quel qualcosa che facesse scattare la riflessione giusta ed il giusto impulso per pubblicarlo. Oggi l’ho ritrovato mentre rimettevo in ordine il blog e ho deciso di portarlo online così come era integrandolo di un paio di riflessioni.

Tutto era partito da un video di Velasco sulla cultura degli alibi, ed un vecchio post di Andrea dal titolo “L’estetica del fallimento” e dalla sua riflessione legata alla chiusura di un progetto su cui lavorava da tempo. In particolare nel post Andrea analizzava il fallimento definendolo:

…qualcosa che chiunque voglia fare l’imprenditore deve tenere sempre presente che il successo è l’eccezione e non la regola e che le proprie decisioni potranno portare a un punto di non ritorno. Si deve essere consapevoli di cosa si stia rischiando evitando che ciò porti all’immobilità per paura di sbagliare, perché restare immobili è il modo più veloce per fallire. D’altra parte, fallire può essere un’opportunità a patto che si sia disposti ad imparare e a fare autocritica…

Sull’importanza dell’imparare dagli errori non posso che esser d’accordo. Ma chi non lo sarebbe dopo tutto? Quante volte abbiamo sentito dire:

In every failure there is a lesson to learn. 

Fallire non è sicuramente l’ambizione principale di chiunque parta con una iniziativa propria, e certamente non si può sperare di fallire a priori, per poter imparare. Anzi, personalmente non amo pensare ad un progetto, prendendo in considerazione il fallimento dello stesso.

Però se è così “banale” ed è tanto noto il concetto dell’imparare dagli errori, perchè poi rimane così difficile parlare di errori, fallimento, ammettere uno sbaglio e condividere l’esperienza negativa? E’ sempre così complesso fermarsi ad analizzarne (e capire) passo passo i vari step fatti, ed individuare eventuali scelte errate. Forse la fretta di riprovare o forse, spesso, la mancanza di forza di riprovare.

Seguo progetti e aziende neo nate in qualità di advisor e mentor, e spesso vedo ripetere gli stessi errori. Anche su cose semplici, molte volte si ripetono gli errori, quasi come fosse una abitudine.

Nello sport, nella professione e nella vita, il fondamento della crescita, secondo il mio punto di vista, ma credo condiviso, si trova nella sperimentazione continua e nel successivo processo di analisi dei risultati e fallimenti, affinché si possa fare una evoluzione graduale e si possa poi accelerare lo sviluppo del passaggio successivo.

L’attenzione alle performance e alle attività svolte permette di individuare elementi positivi, meno positivi e critici che ci mettono in condizione di valutare, riflettere ed agire di conseguenza.

Ogni altro pensiero e valutazione, che non riguarda direttamente la nostra sfera d’azione, è semplicemente un alibi. E qui è l’errore più frequente: “Ah, ma la colpa è di … che non ha…

Si chiama “adeguamento naturale” ed è quella azione ci fa trovare sollievo in fattori a noi estranei: rappresenta una “cultura”, la cultura degli alibi appunto. E dalla sua assuefazione, dipende l’insicurezza ed l’incapacità di fare cose, commettere errori, prendere iniziativa e portare a termine i progetti.

Quante volte accusiamo la sabbia di esser sabbia?

Non credo ci sia qualcuno che non sia mai caduto in questa trappola. A me personalmente è capitato spesso e forse il momento in cui ho capito come dovevo agire è proprio quando ho cominciato a chiedermi se la sabbia non fossi  io.

Vi condivido un video, che probabilmente avrete già visto, ma che non fa mai male rivedere. Io l’ho rivisto molte volte e che secondo me contiene molti messaggi importanti per chi vuole affrontare con positività, divertimento e crescita percorsi di vita o professionali.

Velasco, allenatore sportivo, in questo video spiega la cultura degli alibi attraverso alcuni esempi e riferimenti alla sua esperienza.

Assolutamente da vedere. Tutto.

“Voglio vedere se trovo uno schiacciatore che schiaccia anche con con le palle alzate male” – Velasco.

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Due etti di idee a portare via, grazie.

Questa mattina, come capita spesso, son partito all’alba da Roma verso Milano. In treno, aperto il pc, ho iniziato a leggere le email ricevute questa notte. Ad un certo punto leggo una mail, dall’oggetto “Opportunità”, che recita testualmente:

 “Ciao Fabio, ho tutti grossi clienti. So che tu hai tante idee e sei sempre sul pezzo, vedi se ti viene in mente qualcosa da proporre. Se me ne mandi qualcuna per i miei clienti, le metto su due slide e ci vado a parlare. Ovviamente poi se parte la cosa ti attivo una nostra email”

Eh si, mi sembra un approccio perfetto: du’ etti de idee a portà via, grazie.

Ora io mi domando a vorrei domandare alle persone che ragionano così oggi:

  • se ho tante idee perché dovrei mandarle a te, e tu dovresti andare dal tuo cliente, con il tuo brand a proporle valorizzando così solo te e non me?
  • perché non mi proponi di andare insieme? Penso che potrei valorizzarle anche di più quello che ho in mente e magari potrei contestualizzare meglio il tutto, conoscendo anche l’interlocutore. Che ne dici?
  • non pensi che una idea, possa avere necessariamente bisogno di tempo per esser partorita e anche di studio, analisi e perchè no di un confronto per capire processi, problemi, criticità, punti di forza?
  • non sarebbe meglio forse parlare di “hai per caso spunti o casi interessanti da cui prendere spunto”?
  • se si tratta di una opportunità, come scrivi nell’oggetto, deve esserlo per tutti e due, fin dall’inizio: il cliente e la sua esigenza + il tuo contatto e la tua competenza + la mia idea e la mia competenza, questa è l’opportunità principale. Poi tu conoscerai la mia idea, io il tuo contatto, il tuo contatto me: e l’opportunità è win per tutti.
  • ti è mai capitato di giocare al gioco del telefono? E se si, non hai imparato che il passaggio di parole con informazioni mancanti o non poca chiarezza, genera distorsioni e mostruosità?
  • se non hai idee e non hai prodotti, in un mercato come questo, fortemente aggressivo e veloce, ma forse una domanda su di te, sulla tua azienda, sul tuo modo di aggiornarti ed il tuo vero business, dovresti anche fartela, no?
  • se non conosci il tuo cliente tanto da capirne le esigenze, individuare dei problemi da risolvere, avere la consapevolezza di cosa puoi migliorargli, ma tu nel rapporto che ci stai a fare, il link? No, non lo sei, sei più precisamente un referral link e l’unico beneficio che porti è a te stesso.
  • non ti viene in mente che se io/noi siamo sempre sul pezzo, questo esser sempre aggiornati e freschi di idee abbia un costo ed un valore?
  • ma non pensi che una volta che hanno il mio nome e cognome, anche se io fingessi di lavorare con te, il buon santo google, potrebbe smentirci e farci fare una galattica figura di merda?
  • non pensi che sarebbe meglio mettersi a tavolino un secondo, capire – anche rapidamente – con chi vogliamo andare a parlare, individuare delle criticità e delle opportunità e andare con le idee chiare?
  • ti sei domandato cosa succede se dopo la presentazione non si concludesse nulla? Tu saresti comunque il suo contatto sempre sul pezzo e preparato, ed io il perfetto sconosciuto.
  • visto che mi chiedi di firmare anche un NDA per potermi dire chi è il cliente, ti dispiace se ti faccio firmare un NDA che ti blocchi dal poter vendere qualsiasi soluzione vicino alla mia idea?
  • pensi forse che io sia il genio della lampada che lo strofini quando vuoi e sforna desideri?

Personalmente ho sempre ritenuto che il network e la rete di contatti di una persona sia un enorme valore sul quale poter costruire anche delle opportunità. Ma non è questo il modo di “usare” una rete di contatti e generare valore. E non si può esser alla ricerca di idee di business, dagli altri.

Questo approccio è il male del business, soprattutto in questo momento: venditori di servizi e prodotti di altri che, oltre ad un contatto, non mettono valore aggiunto ne per il cliente, ne per la relazione professionale, ne tanto meno economicamente. E’ un danno per tutti, è uno stratificare tempi e costi, senza valore aggiunto.

Le idee, la visione del mercato e la capacità di eseguire progetti, non può esser merce di scambio continuamente e non si può pretendere di svenderla solo perché “tanto al cliente non ci arrivi” o “se ci arrivi devi passare da me”.

Non abbiamo più la possibilità di continuare a lavorare in questo modo: il mercato richiede – e verifica – che ci sia trasparenza, disintermediazione, competenza, velocità, aggiornamento e sperimentazione continua.

Al prossimo che mi chiede due etti di  idee a portà via, risponderò “Che faccio metto anche due fette di culo vicino all’osso? Lascio, signò?

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Wearable: second display, notifications e nuove interazioni

Da qualche tempo sono entrato in possesso dei Google Glass e del nuovo Samsung Gear. Mi sono preso qualche giorno per provare tutto ed utilizzare un sistema completo fatto da smartphone Android + Account google + dispositivi wearable prima di dare feedback e condividere pensieri ed opinioni in modo prematuro.

Di solito non scrivo recensioni di prodotti tech, e questo post non vuole appunto una recensione. Piuttosto vorrei condividere una riflessione molto pratica sul futuro dei dispositivi indossabili e delle opportunità che si possono aprire con la diffusione e l’adozione di queste nuove tecnologie.

Second display, notifications e nuovi processi. Questa è la sintesi della mia esperienza. Dopo aver indossato insieme Gear e Glass, abilitati da un sistema completo come quello Android, durante una giornata tipo, posso confermare che il vero valore è nella possibilità di liberare le mani dallo smartphone ed avere una fruizione più naturale delle informazioni. In mobilità. Una esperienza molto meno vincolante.

In pratica il vantaggio di questi dispositivi non è nell’aggiungere nuove funzionalità ma migliorare l’esperienza attuale e la fruizione di alcune informazioni disponibili già sullo smartphone, trasformando il processo di ricerca, fruizione e consumo in modo più naturale, annullando quasi completamente la necessità di tenere impegnate mani o sguardo.

L’esempio testato personalmente, è un viaggio in scooter per andare da un cliente:

GalaxyS3 nella borsa, Gear al polso e Glass indossati. Navigatore attivo tramite il Galaxy. Informazioni, notifiche, ed eventi al polso in realtime. Sul display dei glass  il tragitto ed altre notifiche. Squilla il telefono, vedo dall’orologio il chiamante, rispondo e faccio lo switch dell’audio sui Glass. Continuo il percorso, completo la chiamata, arrivo a destinazione sapendo di aver ricevuto 8 email e aver visto in anteprima l’sms ricevuto. Sano e salvo. Senza toccare lo smartphone.

Qualcuno mi dice che sono troppo multitasking. Vero, ma sarà necessario in futuro esser ancora più multitasking? Secondo me no, anzi, le cose potrebbero cambiare. L’orologio siamo abituati a guardarlo già normalmente. Il display dei Glass si controlla con la stessa esperienza d’uso e colpo d’occhio con il quale si controlla lo specchietto retrovisore della macchina. In linea generale la mia esperienza mi porta a pensare il contrario: utilizzando i sensi e gli arti in modo più naturale, tutto si facilità e ritorna ad “esser normale”. Non avremo bisogno di tenere impegnata la mano per impugnare il cell, controllare il display e guardare avanti e potremmo allontanarci da molti altri piccoli “tic” che abbiamo (controllare le notifiche, accendere il cell anche quando in standby…). Forse ne avremo altri? Possibile.

Il concetto che comunque vorrei sottolineare è l’importanza del display secondario e delle notifiche: sempre in modo più pervasivo siamo bombardati da notifiche e suoni che ci distraggono portando l’attenzione sullo smartphone. Avere un sistema integrato che ci permetterà di estendere il display ed indossarlo in parti del corpo comode (polso, dito, occhiali) , avere delle notifiche in punti più funzionali e leggibili, sarà necessario.

Pensate banalmente al pagamento possibile con gli occhiali. Avete il moribondo QrCode? Ecco, immaginate di poter guardare lo scontrino con il suo codice attraverso l’occhiale, veder apparire la conferma di pagamento, processare il tutto senza fare almeno 4 azioni (prendi il portafogli, metti la carta, inserisci il pin, riprendi la carta). Ma non solo, le applicazioni sarebbere tantissime.

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Il tema del futuro non sarà la quantità e la qualità della tecnologia indossata ma l’attenzione richiesta per gestire la tecnologia.

Chi riuscirà a progettare sistemi sempre più utente centrici ed integrati, vincerà la battaglia sul mercato.

Sulla base di questa esperienza fatta (e che continuerò a fare per capire sempre meglio come inserire queste tecnologie nei processi di vita) e sulla base dei progetti che stiamo portando avanti, ho pensato di realizzare un elenco di principi per la progettazione di tecnologie indossabili. In particolare, secondo me, un progetto wearable dovrà:

  1. risolvere un problema sostanziale e ricorrente per la persona
  2. avere una progettazione che parte dall’uomo e non dalla tecnologia
  3. migliorare l’esperienza e non distrarre con notifiche eccessive
  4. aumentare le capacità umane, non sostituirle
  5. diminuire i problemi generati dall’aumento degli oggetti tech indossati
  6. connettere anche altri sistemi senza necessariamente aver N dispositivi tra di loro “sordi”
  7. permettere una scalabilità del software indipendentemente dallo sviluppo hardware
  8. ridurre l’invasività dell’hardware in modo inversamente proporzionale al software sempre crescente
  9. evocare una sensazione naturale e non richiedere alla persona di adattare e forzare il comportamento.
  10. rafforzare l’esperienze dell’utente rendendola più ricca e memorabile 
  11. automatizzare e snellire interazioni uomo / dispositivo

Se si progettano strumenti in questo modo, la tecnologia non diventa un qualcosa in più, ma realmente una estensione della persona e dell’esperienza. E la battaglia all’esperienza, dovranno affrontarla non solo le aziende che producono le tecnologie, ma anche chi progetta servizi in cui le tecnologie sono parti integranti di uno o più processi.

L’experience e la customer experience saranno i campi su cui ci si batterà per farsi spazio tra tutti i competitor.

Mi hanno chiesto come vedo io il futuro delle tecnologie in mobilità. Io direi: un tablet, un wristband-phone e gli occhiali, tutti connessi verso il dispositivo connesso ad internet.

Sarà una esperienza magnifica. Futuristica, ma nemmeno troppo.

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La crescita dell’uomo e gli stadi di sviluppo della community

La crescita del volume degli utenti di una community ed il suo sviluppo in termini di conversazione, secondo la mia esperienza di questi ultimi anni, è equiparabile allo sviluppo biologico, psicologico e sociale della crescita dell’uomo nelle sue varie fasi. La psicologia, gli effetti biologici e le dinamiche sociali sembrano esser le stesse, ma con una sola possibile variante finale.

In particolare, partendo dalla fase post nascita le fasi di sviluppo sono: Nascita, Infanzia, Pubertà, Maturità e Vecchiaia. Nel dettaglio:

Nascita

  • Incapacità di orientamento
  • Incapacità di movimento
  • Incapacità di alimentazione in autonomia

La community è appena nata: è nata dalla voglia di condividere qualcosa da parte di più persone. E’ stato scelto il primo strumento disponibile e sono state utilizzate le minime tecniche a disposizione. Definirla ancora community è presto e non esistono ancora temi caratterizzanti (incapacità di orientamento). Il flusso di discussioni è ancora acerbo ed è alimentato da thread dei fondatori del gruppo (incapacità di movimento). . La community è strettamente dipendente dal contesto e dal mondo esterno. L’assenza delle azioni di conversazione, moderazione ed organizzazione da parte dei fondatori, il gruppo / community potrebbe anche morire (incapacità di alimentazione in autonomia).

Infanzia

  • Capacità di controllo dell’orientamento della testa
  • Capacità di camminare, prima a gattoni, poi in posizione eretta
  • Capacità di parlare

In questa fase la community è ancora molto piccola ed ancora immatura dal punto di vista dell’organizzazione: si evolve per step, si costruiscono piccole regole e netiquette a supporto per prevenire ed organizzare meglio i contenuti (capacità di camminare). I partecipanti sono tutti legati ad un valore comune, sono in grado di parlare e dialogare mantenendo toni pacati (capacità di parlare): i membri sono tendenzialmente pochi e con legami forti. Tutti sono coscienti di aver creato un gruppo di discussione, un luogo in cui condividere informazioni e sono in grado di orientare la discussione secondo i temi condivisi (orientamento e controllo). L’identità del gruppo è ancora debole.

Pubertà

  • Cambiamento della voce
  • Comparsa di peli
  • Sviluppo dei caratteri sessuali secondari

La community inizia a crescere: il livello di conversazione va aumentando ed il numero di contributi nuovi iniziano a modificare anche il livello di autorevolezza e profondità della discussione (cambiamento della voce). I nuovi membri e la presenza di più persone con punti di vista differenti determinano l’inizio delle prime discussioni e delle prime controversie: da una parte incrementano le discussioni più accese e dall’altra avvengono i primi abbandoni della community derivanti dal disinteresse per le discussioni più profonde (sviluppo dei caratteri sessuali secondari). Nella community in questa fase arrivano i primi professionisti interessati all’utilizzo per altri fini (comparsa di peli) e la conversazione diventa più dura e spesso velenosa anche grazie alla crescente identità del gruppo.

Maturità

  • Fase di stabilità dello sviluppo
  • Meccaniche immunitarie sviluppate
  • Capacità di relazione e linguaggio completo

Questa è una fase importante per la community. La conversazione è alimentata dalla stessa community e non più solo dai primi membri. Le discussioni sono in tema e gli stessi utenti invitano altri utenti ad unirsi alla conversazione (fase di stabilità dello sviluppo). La community è in grado di automoderarsi, segnalare e gestire casi critici e abilitare comportamenti difensivi (meccaniche immunitarie sviluppate) in caso di flame, abusi o spam. In particolare la community inizia ad avere forti relazione extra community, coinvolgendo altre reti e network in iniziative, ed è in grado di influenzare o abilitare comportamenti anche fuori dal suo perimetro di discussione (capacità di relazione e linguaggio completo). La community guarda verso l’esterno e non più solo a se stessa. In questa fase è crescente l’esigenza da parte della community di iniziare anche a comunicare, rivedere e adeguare la netiquette, le regole di condivisione anche in funzione della crescita, delle dinamiche e dei temi su cui si è focalizzata l’attenzione. L’interesse di terze parti, grazie alla verticalizzazione dei temi trattati e dei membri partecipanti, diventa sempre più frequente.

Vecchiaia

  • Comparsa di capelli bianchi e perdita di capelli
  • Invecchiamento della pelle

Consapevolezza e debolezza sono i termini più adeguati per definire questa fase della community. La consapevolezza (comparsa di capelli bianchi) si manifesta con la crescita continua ed il coinvolgimento progressivo di altri nuovi membri e nuove persone in grado di accendere discussioni e attivare dibattiti. L’arrivo di nuovi utenti con linguaggi nuovi, genera fisiologicamente anche l’abbandono di vecchi membri che, nelle nuove dinamiche, non si sentono più parte di quella identità (perdita di capelli). Le discussioni ed i temi tendono a cambiare e modellarsi e si vanno definendo nuovi argomenti di dibattito (invecchiamento della pelle). In questo momento specifico la community è nel suo punto maggiore di debolezza: in questa fase possono verificarsi due casi: uno è biologicamente naturale, uno è biologicamente innaturale. Nel primo caso, biologico naturale, la community tende a frammentarsi: il contenuto si va deteriorando rispetto all’aspetto che aveva alla fase della nascita, il tasso di abbandono è alto ed il percorso porta alla morte della community. Nel secondo caso, quello biologicamente innaturale, la community rinasce e riparte un nuovo ciclo. Rinasce su valori diversi, evoluti e adattati alla presenza di nuovi interessi, tecnologie, metodologie ed approcci.

Questa è una riflessione nata di mattina, velocemente e sicuramente ancora superficiale e da approfondire. Lo sviluppo di una community è sicuramente fatta di evoluzioni, con andamenti alternati, punti di rottura e momenti di crescita che non seguono sicuramente una linearità: associare agli stadi evolutivi della community alcuni momenti della vita dell’uomo potrebbe aiutare a capirne dinamiche, aspetti e punti di miglioramento e gestione.

Voi cosa integrereste o modifichereste di questo ragionamento?

Fabio
Napoli, 10.11.2013

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Instagram, la crescita, le API ed il miele

Che sono un Instagram Addicted lo sapete. E sapete anche che fin dalla prima volta che l’ho utilizzata, ho scritto che avrebbe generato dipendenza negli utenti. Poi l’ho definita una startup perfetta, prima ancora che iniziasse a crescere esponenzialmente.

In soli tre anni dal primo lancio Instagram ha avuto una sviluppo esplosivo, superando, ad oggi, oltre 120 milioni di utenti con una crescita giornaliera impressionante ed un numero di foto condivise ogni secondo che farebbe rabbrividire qualsiasi esperto di architetture software . Se non ci credete guardate l’infrastruttura di Instagram, le tecnologie ed il modo di lavorare o seguite il loro team di ingegneri.

La strategia di sviluppo di Instagram in questi anni è stata a mio avviso perfetta e ha insegnato molto a chi ha seguito da vicino il progetto da più punti di vista:

  1. comunicazione: il progetto è nato solo per iPhone. Questa scelta ha creato inizialmente un senso di esclusività per i possessori, aumentando l’attesa degli utenti Android e la voglia di poter diventare utente Instagram;
  2. scalabilità: la scelta della partenza mono device, seppur apparentemente legata ad una scelta solamente di comunicazione, a mio avviso, era legata in realtà a motivi di crescita e scalabilità. Questa scelta ha permesso infatti ad Instagram di non collassare prima del previsto sotto i costi di infrastruttura (come successo a PicPlz) e gli ha permesso di consolidare il progetto, recuperare capitali da VC e poter continuare lo sviluppo successivamente su Android senza dover ricercare un business model nel breve termine;
  3. design, performance e semplicità: una applicazione dall’interfaccia semplice e performante (sono stati i primi a realizzare il modello di upload asincrono anticipando l’operazione rispetto alla conclusione dello sharing) ed allo stesso tempo affascinante grazie ai filtri che hanno appassionato milioni di utenti e provetti-fotografi. Instagram ha definito nuove linee guida di sviluppo ed interazione che son state riprese successivamente da molte altre applicazioni;
  4. community ed Instagramers: Instagram ha dimostrato come la community, non solo online ma anche fisica, costruita intorno ad una piattaforma, possa muovere interessi, partecipazione e riesca a generare engagement. Ha dimostrato inoltre come una community può far crescere il prodotto stesso grazie alle modalità – completamente diverse alle modalità progettate – di utilizzo degli utenti (eventi, mostre, contest, raccolte, ecommerce, stampe…)
  5. crescita ed exit: Instagram è stata venduta a Facebook per la cifra da capogiro di un 1 miliardo di dollari in soli 2 anni, realizzando la transazione al momento del maggior boost (coincidenza con il lancio della versione Android) e del maggior interesse da parte di Facebook (quotazione in borsa in corso) e Google (lancio di G+ ed esigenza di presidiare il segmento del photo sharing).

Ma non solo. Nel 2011, dopo il caso eclatante di ban di una applicazione non ufficiale che faceva crawling di dati e prima dell’inizio della crescita esplosiva, Instagram ha lanciato le sue API. Grazie anche all’ecosistema che si è sviluppato intorno alle API e alla quantità di applicazioni che son state sviluppate dalla comunità di sviluppatori, Instagram è passata dai 2 milioni di utenti che aveva al momento del lancio delle API, ai numeri di oggi (oltre 120 milioni di utenti) passando rapidamente dall’esser un progetto promettente ad una delle applicazioni più richieste e scaricate in iTunes fino a diventare il primo sistema di Photo sharing e Photo Discovery dando  alla fotografia una nuova vita.

In due anni son nate migliaia di applicazioni web e mobile – Instagram based – che hanno dato vita a svariati modelli di Business : dalla nostra Followgram e le sue brand page e account pro, a Statigram e le statistiche per utenti, Nitrogram per le statistiche business, Copygram per il backup delle foto, Instatalks con la chat, Jewelgram per la stampa su anelli, ai sistemi di scrittura su foto come Tweegram, o ancora Pinstagram, Gramfeed, Luxgram fino ad arrivare ai più svariati sistemi di stampa fotografica su formati e supporti diversi.

In comune tutti questi progetti che ho citato hanno due cose:

  1. sono basati sulla API di Instagram
  2. contengono, nella maggior parte dei casi, la parola Insta o la parola Gram nel nome del prodotto

Ma soprattutto tutti questi progetti sono nati su dei termini di servizio che permettevano, oltre all’utilizzo delle API, la possibilità di creare applicazioni in cui non comparisse per esteso “Instagram”, ma solo il prefisso “Insta” o il suffisso “Gram”. 

Ma ieri è cambiato qualcosa.

Instagram ha deciso di segnare un nuovo cambiamento nel suo percorso inibendo l’utilizzo della parola Insta e della parola Gram, a tutti i progetti basati su API Instagram.

Personalmente, alla lettura di una delle prime notizie, son rimasto basito come credo la maggior parte dei developer. Sono convinto e non discuto la decisione, visto che è anche specificato nei TOS relativi alle API, che Instagram possa far quello che vuole e modificare la struttura ed i termini di servizio in qualsiasi momento e senza preavviso. Ho sempre sostenuto infatti che chiunque sviluppi applicazioni API based su piattaforme gratuite debba tenere in considerazione certe possibili dinamiche e una possibile discontinuità di servizio ed è il motivo per cui non ho mai definito Followgram una startup, ma sempre un progetto-esperimento su cui fare esperienza.

Questa volta però il problema non è la continuità del servizio o la chiusura delle API come successo anche con Twitter un anno fa: quello che mi ha lasciato veramente a bocca aperta è la modifica retroattiva delle regole di naming delle app e gli impatti che questa scelta avrà nel medio breve termine.

Instagram grazie alle applicazioni ha imparato e appreso i comportamenti degli utenti, ha studiato numeri, trend, modelli di business e interfacce grazie ai developers e alle community. Grazie al naming dei progetti di terze parti chiamati Insta* o *Gram ha rafforzato il proprio brand. E lo ha fatto anche in modo palese spesso sostenendo i progetti linkandoli e condividendoli, richiamandoli nel proprio blog, nei tweet o nella sezione Help e Supporto. Praticamente riconoscendo ai progetti un ruolo “ufficiale”. Anzi Instagram incoraggiava all’utilizzo proprio nei suoi TOS precedenti.

Con questa modifica di servizio, non stiamo parlando quindi di discontinuità delle API e dei dati, ma di politiche di brand. Io mi domando se sia corretto modificare in modo retroattivo un TOS che può danneggiare progetti dal punto di vista del naming e del brand. Immaginate cosa significa per un progetto (APP mobile o Stampa) dover rivedere tutto il brand e modificare quindi il nome dell’applicazione nello store, rivedere le stampe dei pacchi di spedizione o tutta la comunicazione del progetto.

Io credo che questo sia un precedente importante che caratterizzerà ancora di più il futuro dei servizi di API in rete. Quello che ha fatto Instagram è a mio avviso grave perchè non impatta sulla logica di servizio ma sul brand. Avrei capito le API a pagamento ( che non escludo vanga fatto, anzi ) e lo avrei trovato corretto in termini di business e di relazione con i vari player di sviluppo di APP.

Io credo che il modello di business principale dei grandi sistemi e piattaforme mainstream, nel medio breve termine, sarà principalmente l’erogazione del dato a pagamento a fronte di continuità e SLA. In un ecosistema di servizi API, un approccio di questo tipo sarebbe Win Win per tutti. Ma per adesso non sembra andare così.

Altra lezione da imparare da Instagram: non fidarsi di piattaforme con TOS poco chiari o esclusivamente free perchè probabilmente non è un servizio API per fare business, ma miele per api-developer da allevare e spolpare.

 

UPDATE / Spunto ulteriori di riflessione: Grazie Davide Folletto Casali 

Io ho un unico dubbio che aggiungerei al tuo post: che il cambiamento sia stato fatto per una svista legale. Ovvero, un bel giorno i legali hanno “visto” i TOS e si sono accorti di quella dicitura che va contro i requisiti di legge per il mantenimento del marchio registrato.

Non sarebbe cosa nuova. Oggi innumerevoli ingiunzioni vengono mandate “a priori” perché “non mandarle significa perdere il diritto di avere il marchio registrato, in quanto si dimostra in modo fattuale di NON avere fatto enforcing del marchio.

 

 

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