La crescita dell’uomo e gli stadi di sviluppo della community

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La crescita del volume degli utenti di una community ed il suo sviluppo in termini di conversazione, secondo la mia esperienza di questi ultimi anni, è equiparabile allo sviluppo biologico, psicologico e sociale della crescita dell’uomo nelle sue varie fasi. La psicologia, gli effetti biologici e le dinamiche sociali sembrano esser le stesse, ma con una sola possibile variante finale.

In particolare, partendo dalla fase post nascita le fasi di sviluppo sono: Nascita, Infanzia, Pubertà, Maturità e Vecchiaia. Nel dettaglio:

Nascita

  • Incapacità di orientamento
  • Incapacità di movimento
  • Incapacità di alimentazione in autonomia

La community è appena nata: è nata dalla voglia di condividere qualcosa da parte di più persone. E’ stato scelto il primo strumento disponibile e sono state utilizzate le minime tecniche a disposizione. Definirla ancora community è presto e non esistono ancora temi caratterizzanti (incapacità di orientamento). Il flusso di discussioni è ancora acerbo ed è alimentato da thread dei fondatori del gruppo (incapacità di movimento). . La community è strettamente dipendente dal contesto e dal mondo esterno. L’assenza delle azioni di conversazione, moderazione ed organizzazione da parte dei fondatori, il gruppo / community potrebbe anche morire (incapacità di alimentazione in autonomia).

Infanzia

  • Capacità di controllo dell’orientamento della testa
  • Capacità di camminare, prima a gattoni, poi in posizione eretta
  • Capacità di parlare

In questa fase la community è ancora molto piccola ed ancora immatura dal punto di vista dell’organizzazione: si evolve per step, si costruiscono piccole regole e netiquette a supporto per prevenire ed organizzare meglio i contenuti (capacità di camminare). I partecipanti sono tutti legati ad un valore comune, sono in grado di parlare e dialogare mantenendo toni pacati (capacità di parlare): i membri sono tendenzialmente pochi e con legami forti. Tutti sono coscienti di aver creato un gruppo di discussione, un luogo in cui condividere informazioni e sono in grado di orientare la discussione secondo i temi condivisi (orientamento e controllo). L’identità del gruppo è ancora debole.

Pubertà

  • Cambiamento della voce
  • Comparsa di peli
  • Sviluppo dei caratteri sessuali secondari

La community inizia a crescere: il livello di conversazione va aumentando ed il numero di contributi nuovi iniziano a modificare anche il livello di autorevolezza e profondità della discussione (cambiamento della voce). I nuovi membri e la presenza di più persone con punti di vista differenti determinano l’inizio delle prime discussioni e delle prime controversie: da una parte incrementano le discussioni più accese e dall’altra avvengono i primi abbandoni della community derivanti dal disinteresse per le discussioni più profonde (sviluppo dei caratteri sessuali secondari). Nella community in questa fase arrivano i primi professionisti interessati all’utilizzo per altri fini (comparsa di peli) e la conversazione diventa più dura e spesso velenosa anche grazie alla crescente identità del gruppo.

Maturità

  • Fase di stabilità dello sviluppo
  • Meccaniche immunitarie sviluppate
  • Capacità di relazione e linguaggio completo

Questa è una fase importante per la community. La conversazione è alimentata dalla stessa community e non più solo dai primi membri. Le discussioni sono in tema e gli stessi utenti invitano altri utenti ad unirsi alla conversazione (fase di stabilità dello sviluppo). La community è in grado di automoderarsi, segnalare e gestire casi critici e abilitare comportamenti difensivi (meccaniche immunitarie sviluppate) in caso di flame, abusi o spam. In particolare la community inizia ad avere forti relazione extra community, coinvolgendo altre reti e network in iniziative, ed è in grado di influenzare o abilitare comportamenti anche fuori dal suo perimetro di discussione (capacità di relazione e linguaggio completo). La community guarda verso l’esterno e non più solo a se stessa. In questa fase è crescente l’esigenza da parte della community di iniziare anche a comunicare, rivedere e adeguare la netiquette, le regole di condivisione anche in funzione della crescita, delle dinamiche e dei temi su cui si è focalizzata l’attenzione. L’interesse di terze parti, grazie alla verticalizzazione dei temi trattati e dei membri partecipanti, diventa sempre più frequente.

Vecchiaia

  • Comparsa di capelli bianchi e perdita di capelli
  • Invecchiamento della pelle

Consapevolezza e debolezza sono i termini più adeguati per definire questa fase della community. La consapevolezza (comparsa di capelli bianchi) si manifesta con la crescita continua ed il coinvolgimento progressivo di altri nuovi membri e nuove persone in grado di accendere discussioni e attivare dibattiti. L’arrivo di nuovi utenti con linguaggi nuovi, genera fisiologicamente anche l’abbandono di vecchi membri che, nelle nuove dinamiche, non si sentono più parte di quella identità (perdita di capelli). Le discussioni ed i temi tendono a cambiare e modellarsi e si vanno definendo nuovi argomenti di dibattito (invecchiamento della pelle). In questo momento specifico la community è nel suo punto maggiore di debolezza: in questa fase possono verificarsi due casi: uno è biologicamente naturale, uno è biologicamente innaturale. Nel primo caso, biologico naturale, la community tende a frammentarsi: il contenuto si va deteriorando rispetto all’aspetto che aveva alla fase della nascita, il tasso di abbandono è alto ed il percorso porta alla morte della community. Nel secondo caso, quello biologicamente innaturale, la community rinasce e riparte un nuovo ciclo. Rinasce su valori diversi, evoluti e adattati alla presenza di nuovi interessi, tecnologie, metodologie ed approcci.

Questa è una riflessione nata di mattina, velocemente e sicuramente ancora superficiale e da approfondire. Lo sviluppo di una community è sicuramente fatta di evoluzioni, con andamenti alternati, punti di rottura e momenti di crescita che non seguono sicuramente una linearità: associare agli stadi evolutivi della community alcuni momenti della vita dell’uomo potrebbe aiutare a capirne dinamiche, aspetti e punti di miglioramento e gestione.

Voi cosa integrereste o modifichereste di questo ragionamento?

Fabio
Napoli, 10.11.2013

Le formule magiche non esistono – BIT2013

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Volevo scrivere un post relativo al BIT2013, evento che si è svolto a Milano la settimana scorsa, al quale ho partecipato per il secondo anno consecutivo (la prima volta presentai “Social Che?“) in qualità di relatore con un panel, anche questa volta, fuori dalle righe dal titolo “Harry Potter non aveva lo smartphone“.

Mentre organizzavo un po’ di appunti, questa mattina mi sono trovato a leggere una discussione in Facebook nata da una riflessione di Roberta Milano condivisa via twitter qualche giorno fa: “La sensazione forte è che la #Bit2013 non riesca ad adattarsi ai tempi ormai cambiati.

In effetti in parte condivido questo pensiero: le fiere, generalizzo appositamente, non riescono ad adattarsi ai tempi che stanno cambiando. Però la mia domanda è: ma sono solo le fiere?

Io ho partecipato appunto come relatore e l’ho vista con un occhio diverso da addetto ai lavori (non lavoro esplicitamente in ambito turismo), ne tanto meno ero un espositore o un visitatore curioso. Come qualcuno ha già scritto in rete, come ho detto alla stessa organizzazione e come ho accennato anche durante il mio panel, in effetti un eccesso di carta e una carenza totale di nuove tecnologie in sperimentazione si è notata. Arrivare e non trovare “qualcosa di tecnologico ad aspettarmi”, dover ricorrere al biglietto per tracciare i varchi e gli accessi o ancora vedere tonnellate di volantini per dare informazioni su date, riferimenti e contatti, è assolutamente deprimente soprattutto per chi come me della tecnologia e delle integrazioni ne fa il proprio mestiere ed il proprio verbo.

Certo una cosa va detta però: il QR code è ormai sdoganato… ne ho visti appiccicati ovunque, si ma soprattutto per utilizzi inutili!

Secondo me una fiera oltre ad esser aggregatore di esperienze ed organizzatore di una manifestazione, dovrebbe avere anche il compito di mostrare qualcosa di nuovo, d’avanguardia e dovrebbe esser la prima a farlo in qualità di punto di riferimento di una manifestazione di settore.

Ma il problema se proprio vogliamo scendere in verticale sul problema, non è solo qui.

Chi espone dovrebbe esser portatore di novità ed innovazione anch’esso: dopo tutto una fiera è fatta principalmente da espositori e da aziende che si mettono in mostra. E se queste si mettono in mostra con flyer, bigliettini, pupazzetti e sistemi vecchi come i dinosauri, l’effetto per il visitatore non può esser che di vecchiume o comunque di qualcosa che avanza molto lentamente e che non evolve.

Ma anche qui c’è un altro problema e non è limitato solo ad espositori e organizzazione: il visitatore.

Io ho tenuto un panel dal nome “Harry Potter non aveva lo smartphone” durante il quale, a differenza di quello che mi era stato chiesto, non ho parlato di mobile, numeri, mercato, della rava e della fava, ma ho parlato di nuove tecnologie e ho cercato di stimolare idee e attenzione su qualcosa di innovativo e non sui temi ormai noti a tutti. Non ho parlato di Facebook, Twitter o del perchè esser in rete o su Mobile. Il mio obiettivo era portare una serie di nozioni, indicazioni e segnalazioni basate sul concetto che non esistono le pozioni magiche alla Harry Potter, ma esistono le tecnologie – apparentemente futuristiche – alla Startrek. Che non ci si può fermare al “faccio la pagina su Facebook e avrò mille-mila fan” e nemmeno al “ho aggiunto il QR code alla mia insegna, adesso arriveranno sul sito milioni di utenti“.

La formula magiche non funzionano e chi le propina è una sorta di Harry Potter, simpatico si, ma inefficace. Esiste la ricerca, l’innovazione, esistono tecnologie da adottare, contestualizzare ed integrare all’interno di progetti di comunicazione e strategie di marketing. 

Le persone non conoscono ancora queste cose. Veramente, aimè lo dico.

Sapete quale è stato l’effetto in una sala piena di gente, durante il mio panel, quando ho chiesto chi utilizzasse l’NFC, l’RFID o altre tecnologie affini? Si è alzata una sola mano su circa 250/300 persone.

Preso dallo sconforto ho rifatto la domanda: Chi conosce le tecnologie RFID o NFC?” Si sono alzate 10 mani.

Ecco, questo è il punto. Non tutti sanno cosa siano questi acronomi e molti non sanno nemmeno che esistano. Un tizio mi ha domandato a fine panel se veramente è sicuro e si può pagare con il cellulare. Volevo morì.

Quelli che di queste cose “geek/nerd/tech” ne masticano tutti i giorni, siamo noi, quelli che si informano e che le vivono in prima persona. Ma non tutti hanno questo livello di conoscenza, proprio come succedeva con i social qualche anno fa. Noi siamo quelli che si lamentano che la fiera sia poco tech/innovativa, ma dobbiamo renderci conto che la maggior parte di quelli che partecipano, per quanto la mia sala non per forza possa esser un campione significativo, è un indicatore culturale su determinati temi.

Questi eventi devono portare case history, storie e devono “digitalizzarsi” (per quanto io odi questo termine) affinchè siano promotori e trasmettano nuove idee e nuovi spunti. Anche io pensavo, fino a poco tempo fa, che il problema fossero le fiere (intese come logica e tipo di evento) e li ritenevo degli appuntamenti morti. Ma non è così. Le fiere ancora servono, ma devono evolvere a 360 gradi: l’organizzazione deve farsi promotrice anche di nuove soluzioni e tecnologie, gli espositori devono portare innovazione (che oggi non fanno – quindi come fanno a portarla in fiera? O_o) e che bisogna portare ai visitatori delle storie, dei casi applicati per far capire anche il valore di quanto fatto e non solo la marketta.

Tutti dovrebbero comunque capire che le formule magiche non esistono, esistono solo le eccezioni (cit).

Management 2.0

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Qualche giorno fa sono stato contattato da una rivista per scambiare due chiacchiere sul tema del Management 2.0. Visto che l’articolo che verrà pubblicato su imprenditori.it è stato mixato con altri interventi (tra i quali quello di Alessandro), vi riporto le domande che mi erano state poste e le risposte integrali.

Da cosa deve partire un’azienda che voglia passare a un modello di management 2.0?
Oggi, a mio avviso, per affrontare una azienda che vuole affrontare un cambiamento di questo tipo ed arrivare ad un management 2.0 deve necessariamente intraprendere un nuovo percorso di gestione e governo. Prima di pensare quindi ad un management 2.0 è fondamentale che l’azienda acquisisca la consapevolezza dell’importanza di una “organizzazione 2.0″ basata su:

  • visione etica, non solo scritta su un pezzo di carta o su una sito, ma applicata con coerenza anche nell’operatività;
  • velocità e flessibilità nel cambiamento continuo sia dal punto di vista dei ruoli che delle modalità operative. Modalità che richiedono una forte adattabilità dei sistemi informativi nei tempi di risposta che, oggi come oggi, devono esser sempre più rapidi e reattivi rispetto alle esigenze del business e ai cambiamenti del mercato, per supportare processi organizzativi in rapido cambiamento e spesso destrutturati;
  • collaborazione e capacità di stimolare una relazione e una partecipazione delle persone indipendentemente dagli schemi organizzativi e dalle gerarchie;
  • cultura della cocreazione e capacità di attrarre e coinvolgere nei processi di ri-definizione e creazione di prodotti e servizi attori esterni come clienti, partner e fornitori;
  • apertura al dialogo e trasparenza e spinta alla socialità nella comunicazione e nei rapporti sia on line che offline;
  • accessibilità alle informazioni e agli strumenti indipendentemente dalla localizzazione fisica e dagli orari di lavoro per i dipendenti ed i collaboratori;

Quali sono le soluzioni irrinunciabili da realizzare all’interno di un’azienda perché questa arrivi a essere gestita con modalità di leadership condivisa e con un passaggio più fluido delle informazioni da un settore a un altro?
Per costruire un modello di impresa 2.0, che trasformi l’azienda in una social organization, è necessaria l’applicazione di un nuovo paradigma che metta al centro le persone e le informazioni, che permetta a tutti di poter contribuire attraverso la condivisione di esperienze personali e professionali e permetta soprattutto di accedere alle informazioni in modo semplice, così da creare una conoscenza condivisa e una valorizzazione del merito, delle competenze, del talento e della creatività. Un modello di impresa che ambisce ad una leadership condivisa e che permetta una fruizione di informazioni in modo fluido e trasparente, deve svilupparsi su alcuni fattori chiave quali cultura, strategia, leadership, community management, contenuti, governance, strumenti, metriche, hr, learning comunicazione interna ed esterna e corporate responsibility. Per ottenere risultati, diventa necessario rivedere politiche e strumenti di comunicazione, di formazione, di change management, di relazione con gli stakeholder interni ed esterni. Lo sviluppo di strumenti di collaborazione, piattaforme di Enterprise2.0 e community management e possibili articolazioni del community management diventa, così, prioritario. Possiamo riepilogare alcune soluzioni, aggregandole per 3 aree:

  • Soluzioni interne all’organizzazione: le community fungono da hub e generano interazione, relazione, comunicazione e formazione all’ interno dell’azienda. Gli strumenti ideali sono quindi Intranet 2.0, Social network aziendali, Corporate blog, piattaforme di Social Learning, Collaboration tools
  • Soluzioni per la comunicazione all’esterno dell’organizzazione: con lo sviluppo del marketing conversazionale e di relazione verso tutti gli stakeholder esterni all’azienda, è necessario impiantare strumenti di Social media monitoring, Brand Community, Social Innovation, CRM 2.0
  • Soluzioni strettamente legate ai processi di innovazione: in questo caso non ci sono a mio avviso strumenti specifici, ma iniziative che utilizzando gli strumenti e le soluzioni descritte nei punti precedenti, stimolino e facilitino all’ interno delle community – luogo principale della condivisione delle conoscenze e dell’innovazione partecipata – lo sviluppo e la creazione di nuove idee e nuovi progetti.

Quale percorso fa, solitamente, una persona che entri in un’azienda dove si applica il management 2.0? Come viene “allenata” ad adattarsi a una organizzazione aziendale diversa dagli standard?
Secondo la mia esperienza, una persona che entra all’interno di una azienda che sta sviluppando un management 2.0 e ha con una radicata cultura organizzativa basata sulla partecipazione, trasparenza e trasversalità, ha molti meno problemi di integrazione ed acquisizione di informazione rispetto ad altre aziende diversamente organizzate. L’allenamento e l’adattamento saranno molto più semplici poichè l’approccio 2.0 facilità il passaggio delle informazioni e rende le persone che entrano a far parte dell’organizzazione più responsabili e con un alto livello di accountability, maggiormente coinvolte dal punto di vista emotivo e professionale e con un forte senso di appartenenza. La diversità percepita al momento dell’ingresso, rispetto agli standard – se così possiamo definirli – di altre aziende , verrà modificata in poco tempo. Quella “diversità” percepita non sarà più quella dell’azienda con un management 2.0, ma del resto delle aziende che verranno viste come poco innovative, meno coinvolgenti e con un ambiente meno gratificante.

Minimum Viable Post

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Non so se capita anche a voi, ma ultimamente per me è difficilissimo riuscire a scrivere con una certa costanza sul mio blog. E non è mancanza di spunti o idee.

Sarà il nuovo impegno lavorativo, saranno i progetti o semplicemente la frammentazione di tweet, post e commenti che continuamente lascio sui social,  ma mi sembra quasi impossibile scrivere, ma allo stesso tempo non vorrei trascurare il mio blog. Ci sono volte in cui mi appunto un link o un pensiero, così da svilupparlo successivamente, ma puntualmente mi passa l’attimo, l’ispirazione e mi rimane appeso in bozza.

Oggi, mentre ero al mare, tra uno scambio di email con un paio di amici che mi hanno stuzzicato, ho pensato di provare a trasformare i miei post in short post: più brevi, sintetici – alternati a post più lunghi di approfondimento –  con riflessioni su temi correnti o che mi passano sotto il naso.

Li chiamerò MVP, ma non “Minimum Viable Product” – lo so che l’avete pensato! – ma “Minimum Viable Post” 🙂

E così ho deciso: comincio subito. Buona lettura.

 

2012 Happy new year. E adesso… si parte!

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E rieccomi qui come ogni anno a scrivere il post di chiusura di questi 365 giorni oramai trascorsi.

Anche quest’anno come l’anno scorso lo faccio in “zona cesarini“: ho appena finito di mangiare una serie indefinita di antipasti e primi piatti messi a tavola e per cercare di smaltire un pò, e fare spazio al resto, ho deciso di scrivere al volo questo post.

Beh, che dire: il 2011 è stato un anno veramente particolare. Non è stato entusiasmante come mi aspettavo, ma nemmeno eccessivamente negativo. Non ho raggiunto tutti gli obiettivi che mi ero dato nel 2011, anzi ne ho bucati parecchi, ho avuto qualche delusione e allo stesso tempo ho realizzato alcune cose che non mi aspettavo (l’Associazione Indigeni Digitali, Followgram, IQUII, Bebaloo). Insomma un anno che potrei definire di assestamento, di pianificazione e sviluppo e molto, ma molto formativo.

Formativo perchè una serie di errori fatti ed esperienze vissute mi hanno insegnato ancora una volta che le relazioni migliori, quelle che durano veramente tanto, sono quelle che nascono con le persone con le quali condividi passioni e valori prima di tutto: non c’è interesse, c’è stima e apprezzamento e questo consolida veramente il rapporto.

Ho appreso che ci sono persone che è meglio perdere che trovare, purtroppo. Soprattutto, purtroppo, non ho capito ancora come capirlo… prima di trovarle!

Ho consolidato un idea che ho da tempo: è possibile riuscire a fare quello che vogliamo anche di fronte a obbiettivi insormontabili, e non serve la fortuna. Bisogna solo volere le cose, avere fede ed impegnarsi con ardore, forza, passione e coinvolgimento. Poi tutto viene da se. La fortuna non esiste, è un falso mito, semmai esistono doni e grazie di qualcuno più grande di noi.

Ho capito che se non sei da solo, le cose riesci a farle molto meglio e più grandi. Ho avuto la fortuna, anche grazie allo sviluppo di Indigeni Digitali, di circondarmi di persone di talento, brillanti, professionali e determinate con le quali è possibile costruire qualcosa di veramente importante. Cristiano, Giuliano, Annalisa, David, Diego, Lorenzo, Gabriele, Alessandro, Emanuele, Tommaso, Francesca, Massimiliano, Jacopo, Luca, Massimo, Giovanni e molti altri ancora: grazie a tutti voi.

Ho capito che sperimentare, provare e fallire è importante: solo così si può crescere e riuscire a fare il salto.

Ora, cosa mi aspetto dal 2012? Uscire dalla mia zona di comfort, e riuscire a farlo al massimo, anche perchè – sarà che mi piacciono gli anni pari – sono convinto che il 2012 sarà un anno particolarmente intenso e pieno di cambiamenti. Il 2010 lo avevo iniziato con un lancio da 4000m… questa volta lo inizio con un altro lancio. Un pò diverso. I dettagli li saprete tra qualche giorno 😉

Vabbè, ora mi preparo per il secondo e per il brindisi…. vi faccio i miei più sinceri auguri.

Buon anno nuovo pieno di soddisfazioni e risultati! Daje!

Send Button di Facebook: il segnala ad un amico si evolve

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In queste ore Facebook ha rilasciato una nuova funzionalità tra i Social PlugIn. Il nome di questa funzionalità è SEND BUTTON e, anche se apparentemente non è nulla di nuovo (praticamente è l’evoluzione social del “Segnala ad un amico”, a mio avviso questa sarà un’altra ennesima rivoluzione per la condivisione e lo share di informazioni.

Il pulsante Send consente agli utenti di inviare facilmente i contenuti di un sito ad amici e non solo. Le persone avranno la possibilità di inviare il link della pagina attraverso un messaggio di posta elettronica ai propri amici Facebook, al wall di un gruppo di Facebook (di cui si è membro), e anche come e-mail a qualsiasi indirizzo di posta.

A differenza del LIKE che permette agli utenti di condividere un contenuto con tutti i propri amici attraverso la pubblicazione sulla bacheca, il pulsante SEND consente di inviare un messaggio privato a pochi amici. Il messaggio generato dalla nuova funzione conterrà un link, una immagine recuperata dalla pagina (stessa modalità dei post all’interno di FB), e una breve descrizione del link.

L’amministratore di una pagina web può specificare ciò che viene mostrato nel titolo, l’immagine e la descrizione utilizzando gli Open meta tag Graph. È possibile costruire il pulsante di invio per conto proprio, ma se volete attivare rapidamente il SEND come si fa anche con il pulsante LIKE , è possibile aggiungere semplicemente send = true come un attributo al codice del tasto Like già esistente. Questa modifica attiverà il testo mi piace ed il testo Send, uno accanto all’altro. Se volete attivare il vostro pulsante SEND potete accedere alla pagina Developer.

Il pulsante ha le seguenti proprietà:

  • Href: indirizzo da spedire
  • Font: il tipo di carattere da visualizzare nel pulsante. Opzioni: ‘Arial’, ‘Lucida Grande’, ‘Segoe UI’, ‘Tahoma’, ‘ms trabucco’, ‘Verdana’
  • Colorscheme: la combinazione di colori per il pulsante. Opzioni: ‘luce’, ‘dark’
  • Ref: un’etichetta per il monitoraggio del numero di click provenienti da una specifica pagina; Questo valore deve essere inferiore a 50 caratteri e può contenere caratteri alfanumerici e alcuni segni di punteggiatura (attualmente +/=-.:_). Specificando l’attributo ref si aggiunge il parametro ‘fb_ref’ all’URL del referrer quando un utente fa clic su un link dal plugin.

Quello che vedete qui sotto è l’implementazione del bottone all’interno del mio sito (lo trovate in alto a destra).

Per sapere se qualcuno utilizza il tasto SEND è possibile, attraverso un minimo di programmazione in JS, intercettare l’evento dell’invio utilizzando il ‘message.send’ del FB.Event.subscribe. Se avete la necessità di modificare la lingua del vostro tasto e volete per esempio utilizzare l’italiano (SEND -> INVIA) dovete semplicemente modificare il codice della lingua da en_US ad it_IT (se state utilizzando XFBML) oppure modificare il parametro “…?locale=en_US &…” presente nella URL del vostro iFrame.

Per quanto riguarda l’analisi del traffico generato, Facebook comunica che nelle prossime settimane rilascerà il parametro ‘ref’ per il plugin e si potrà quindi utilizzare Insight per il monitoraggio del traffico generato. E’ importante segnalare che gli invii generati dal SEND saranno conteggiati nel numero totale dei Like. Il totale dei Like sarà quindi calcolato sommando il numero di preferenze, azioni, commenti e messaggi di posta in arrivo contenente un URL.

Ho provato il servizio autoinviandomi un messaggio sia verso la mia casella di posta Gmail, che verso la posta di Facebook e verso un gruppo al quale sono iscritto, segnalando il mio blog: l’effetto è immediato. Nei gruppi viene visto come un post, mentre verso la posta elettronica e verso un account è visto come un messaggio di chat.

Io sono sicuro che il pulsante Send diventerà “onnipresente” sui siti internet come il pulsante Mi piace.

 

La Convergenza Evolutiva dei social

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La scienza definisce Convergenza Evolutiva il fenomeno per cui specie diverse che vivono nello stesso tipo di ambiente, o in nicchie ecologiche simili, sulla spinta delle stesse pressioni ambientali, si evolvono sviluppando per selezione naturale determinate strutture o adattamenti che li portano ad assomigliarsi fortemente. Tali specie sono dette convergenti.

Come avevo scritto in qualche post fa “La strana convergenza dei social” questo fenomeno, la convergenza evolutiva, si sta verificando anche all’interno di internet, agli strumenti e alle piattaforme del web: sistemi con funzionalità, target e segmenti di mercato differenti, spinti dalle veloci dinamiche della rete, dall’evolversi delle abitudini degli utenti e dalle pressioni derivanti – in molti casi – da modelli di business non sempre monetizzabili, integrano le stesse caratteristiche e strutture di altri sistemi, con l’obiettivo di attirare altri utenti, raggiungere la massa critica ed aggiudicarsi il titolo di mainstream. Ogni funzionalità accolta in massa dagli utenti, diventa una best practices e viene replicata sugli altri.

Di casi eclatanti, oltre quelli già descritti nel precedente post di agosto, ce ne sono stati altri e la convergenza prosegue a grandi passi.

Twitter ha aperto alla grande massa aggiungendo funzionalità di geolocalizzazione, condivisione di oggetti multimediali, le liste e una gestione più dettagliata dei profili degli utenti. Intorno a Google rumoreggia l’uscita di GoogleMe e procedono acquisizioni ed integrazioni di piattaforme di pagamento elettronico e prepara la sfida al social gaming e ai pagamenti virtuali.

Facebook integra nella sua piattaforma i gruppi, le funzionalità di gestione documenti e le notifiche facendo evolvere le comunità e le nicchie. Dal punto di vista della localizzazione avvia Places e lancia ufficialmente la piattaforma di Deal e le funzionalità di rewards, cominciando la vera battaglia a Foursquare dal punto di vista del local marketing e a Groupon, attraverso funzionalità di vendita di coupon-offerte a gruppi di utenti.

Foursquare dal canto suo, sentito il fiato sul collo di altri sistemi emergenti come Shopkick o Checkpoints, decide (finalmente) di fare un pò di battaglia ai Check-In fasulli e recuperare un pò di credibilità e attendibilità verso il lato business e non solo gaming.

Nasce Miso, un social che permette agli utenti di fare CheckIn, in modo simile a Gowalla e Foursquare, su un programma televisivo, condividere con gli altri commenti e messaggi e guadagnare badge.

Linkedin lancia Signal e si proietta nell’orgia social integrando i feed da Twitter e gli status da LinkedIn, migliorando la ricerca avanzata e i trending topics, e dando la possibilità agli utenti di segmentare le ricerche per rete di appartenenza, mercato o per azienda.

Dal lato del photostream Flickr dopo aver integrato la localizzazione delle foto ed il tagging degli utenti, sembra essersi fermata. Intanto nasce Instagram, che non è ancora un mainstream che integra funzionalità di cross posting, sharing di foto, commenti e like, assomigliando a Twitter.

Insomma l’ecosistema della rete si comporta nello stesso identico modo dell’ecosistema biologico, dimostrazione che la rete è fatta di persone. To be continued…

My Birthday 2.0: Grazie a tutti

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Oggi è il mio compleanno, compio 33 anni.

Ho ricevuto una marea di auguri. Dalle persone che son venute a trovarmi a casa, agli SMS, alle email, le telefonate, i messaggi sui social e una lettera. Si una lettera, spedita qualche giorno fa da un amico, scritta a mano: un emozione incredibile. Fantastico, della serie quando si dice l’ Happy Birthday cross mediale!

Per ringraziarvi tutti, a parte le risposte che vi ho inviato su Twitter, Friendfeed e Facebook, ho riassunto tutto in una infografica, ovviamente aggiornata alle 18 circa quando ho iniziato a riepilogare i dati. Nel frattempo infatti vedo che arrivano ancora tanti messaggi, soprattutto sulla bacheca di Facebook, ma questo non cambia di molto i dati.

Grazie ancora a tutti, veramente. Per me questo anno è iniziato con un grande salto e tante aspettative. Molte ci sono già state, ma il cambiamento più bello, quello che veramente trasformerà la mia vita sta per arrivare: un piccolo indigeno digitale!

Nota: per l’infografica non è stato utilizzato nessun tools. E’ fatta con Fireworks, una selezione di icone, dati ed un pò di pazienza

La strana convergenza dei Social Network

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In questi giorni mi sono soffermato ad osservare la crescita dei social network più importanti, gli sviluppi degli ultimi tempi, gli utenti e le funzionalità rilasciate o in rilascio. Ho notato alcune cose che mi hanno fatto riflettere. La cosa che più mi ha colpito sono le poche novità: nessuno ha rilasciato funzionalità veramente innovative e differenti dagli altri.

Twitter , cavalcando l’ondata della geolocalizzazione, ha aggiunto recentemente la possibilità di localizare i tweet prendendo spunto da Foursquare (e ovviamente anche da altri LBS) e ha lanciato il servizio Places. Poi ha rilasciato la funzionalità Who to follow che suggerisce ad un utente quali account potrebbe conoscere permettendo un aumento dei legami e della socializzazione, copiando la funzionalità da Facebook. Sempre seguendo Facebook e scavalcando Tweetmeme ha comunicato il lancio del pulsante ufficiale per il retweet. Alcuni rumors dicono che potrebbe integrare l’anteprima delle immagini e dei video nello stream copiando da Friendfeed e Facebook.

Facebook ha aggiunto l’anteprima dei profili al passaggio del mouse su una foto copiando la funzionalità da Twitter, che a sua volta l’aveva copiata precedentemente da Friendfeed, se non erro. A breve inserirà anche la geolocalizzazione nello stream nelle attività e la possibilità di condividere foto e localizzarle prendendo spunto da Foursquare e rincorrendo Twitter. Facebook ha acquisito Friendfeed per poterne ereditare il realtime dello stream e fare così concorrenza a Twitter.

Foursquare, nell’ambito dei location based services, rincorso da Facebook e da Twitter ed in continua competizione con Gowalla dal canto suo non poteva rimaner fermo. Prima ha dato maggior visibilità ai Tips trasformandoli in una sorta di status update alla Twitter, poi ha modificato la scheda utente dando maggior visibilità ai badge e alle informazioni condivise dall’utente. Poi ha aggiunto la possibilità di visualizzare i Tips per data o popolarità (i’ve done this!) prendendo spunto dal Like di Facebook.

Google ha provato a copiare Twitter con Jaiku, poi ha lasciato perdere per passare ad Orkut e poi dare vita a Buzz cercando di sviluppare qualcosa di simile a Facebook e a Twitter. Poi ha avviato Latitude, che non essendo integrato con altri sistemi non ha preso piede. Mi aspetto che prima o poi permetterà di vedere i buzz, le foto di Picasa e gli amici posizionati su mappa.

Insomma, Twitter copia da Foursquare. Foursquare copia da Facebook. Facebook copia Twitter. Google copia un pò da tutti. Tutti copiano da tutti. Ma è normale?

Secondo me si, ovviamente una mia opinione, ma questa rincorsa allo sviluppo delle funzionalità degli altri e questa sempre maggiore similarità fra i vari servizi, mi fa pensare che stiamo arrivando ad una fase di stabilità e tutta l’euforia legata alla novità dei social network, della geolocalizzazione e del mobile potrebbe leggermente affievolirsi.

Se il 2009/2010 infatti è stato l’anno dell’esplosione dei sistemi di Social Network, del mobile e dei sistemi di geolocalizzazione, secondo me, il periodo che stiamo per affrontare, e che va dalla fine del 2010 e forse per gran parte del 2011 sarà caratterizzato da una maggiore omogeneizzazione di alcuni servizi, vedremo meno novità funzionali, probabilmente molte integrazioni e perchè no parecchie acquisizioni (?). Le novità rallenteranno e saranno poche le aziende che rilasceranno qualcosa di veramente nuovo. Sarà invece una fase di consolidamento, secondo me molto importante, perchè il mercato avrà modo di recepire l’ondata delle novità dell’ultimo anno. Le aziende, metabolizzate le potenzialità degli ultimi tempi, cominceranno ad investire in sviluppo, integrazioni e marketing e saranno l’acceleratore che porterà questi sistemi alla portata di tutti. Gli utenti avranno modo di utilizzare tutti queste tecnologie e sistemi nella vita di tutti i giorni e sempre di più troveremo la geolocalizzazione e funzionalità sociali nella routine giornaliera.

In fondo, facendo un rapido riepilogo, con i sistemi attuali possiamo stringere amicizia, aggiornarci rapidamente, micro-messaggiare, condividere foto e video, esprimere pareri e dare feedback con like, retweet e commenti, geolocalizzare informazioni e vedere dove sono i nostri amici, comprare on line e trovare ogni tipo di informazione. Cosa altro vogliamo in questo momento da un social network?

Chiudi i Social e scaccia la crisi?

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Leggevo un articolo su MyMarketing.net relativo alla chiusura dei siti di Social Network (come Twitter e Facebook) in alcune aziende australiane. Il blocco dei siti sarebbe un tentativo per rendere i propri dipendenti più produttivi in un momento difficile per l’economia. Della serie “Chiudi il social e scaccia la crisi…” .

Vi riporto uno stralcio dell’articolo e un pò di numeri:

…i dati diffusi da Telstra e dagli specialisti nella sicurezza di Internet MessageLabs evidenziano un netto aumento (di circa quattro volte) dei datori di lavoro che hanno bloccato l’accesso ai social network ad aprile 2009 rispetto a giugno 2008. Circa 6.000 tentativi di accesso vengono infatti bloccati ogni giorno, rispetto ai 2.000 al giorno di 10 mesi fa. “Se un dipendente passa un’ora al giorno su Facebook, può arrivare a costare all’azienda migliaia di dollari in tempo perso nel corso di un anno”, ha detto il direttore esecutivo di Telstra, Brian Harcourt. “Chattare o navigare su siti di social network durante l’orario di lavoro potrebbe non essere il modo migliore per aumentare la produttività delle piccole imprese che stanno lottando per resistere alle condizioni attuali dell’economia”, ha detto in una nota.
Secondo un rapporto sulle tendenze dell’utilizzo di internet nelle piccole e medie imprese australiane, il numero totale di Url “bloccati” dalle organizzazioni è cresciuto del 193% da gennaio, e per la maggior parte dei casi si tratta di siti di social network. Le compagnie più grandi, inclusa Telstra, hanno introdotto linee guida per lo staff sull’utilizzo consentito di internet, si legge nella nota. I social network stanno vedendo un’espansione incredibile, infatti gli ultimi dati diffusi da Nielsen online hanno mostrato che i minuti passati su questi siti web sono quasi raddoppiati negli Usa nell’ultimo anno.

La cosa che mi stupisce è che dall’altra parte della terra succede l’inverso. In un post di qualche giorno fa ho riportato uno studio recente dell’Università di Melbourne che avrebbe invece dimostrato che chi utilizza Internet per ragioni personali al lavoro è più produttivo di circa il 9% rispetto agli altri. Ho letto inoltre una recente ricerca di Deloitte, ripresa dalla newsletter quotidiana di eMarketer, che afferma che quasi un terzo dei manager aziendali statunitensi (il 30%, precisamente) ha iniziato ad utilizzare le attività di social networking come strumento strategico per le loro attività di comunicazione integrata. Il grafico qui di seguito ne riporta un pò di numeri:

uso aziendale dei social network

Quindi, per combattere la crisi è necessario chiudere la comunicazione dei dipendenti?

Riflettevo sulla politica da adottare in azienda: è meglio una politica repressiva o una politica aperta all’utilizzo degli strumenti di comunicazione? Ho sempre pensato che uno degli aspetti più importanti da tenere in considerazione in caso di politica repressiva (e quindi blocco dei siti e delle chat) sia proprio il clima che ne consegue. Usare metodi troppo repressivi, come per l’appunto inibire Skype/MSN, chiudere gli accessi a social network o reti esterne, mettere i propri dipendenti sotto una campana di vetro controllata 24 ore su 24, ha il solo effetto di farli vivere in un clima di terrore: se l’azienda spera di ricevere dalle proprie risorse idee creative e costruttive che possano dare un vantaggio competitivo in questo momento di crisi, secondo me, questo è il primo modo per azzerarle completamente.

Dall’altra parte però una politica di non controllo genera di solito una continua disattenzione e la perdita di vista degli obiettivi aziendali. Appurato quindi che inibire l’accesso ai social network e ai servizi 2.0 non sia è una soluzione appropriata perché crea scontento fra i dipendenti, quale potrebbe essere l’idea? Secondo me l’introduzione di soluzioni enterprise 2.0 può essere una strada da prendere in considerazione e che, oltre ad aiutare l’azienda a rinnovarsi, permetterebbe di incanalare l’attenzione della propria forza lavoro usando gli stessi strumenti che l’utente utilizza a scopo personale.

Chi secondo voi è l’eretico: chi dice che non servono strumenti di social o chi ne fa strumento di comunicazione integrata? E perchè?