ROT: il Return on Trust, cosa e come implementarlo

Ho coniato il termine ROT – Return on Trust, “ritorno sulla fiducia”.

Credo fermamente che nel mondo aziendale trasformato dall’Intelligenza Artificiale la fiducia stia diventando e sarà sempre più un fattore critico da misurare e coltivare al pari dei classici e noti indicatori finanziari.

Di recente, durante una tavola rotonda su AI e mentoring, ho riflettuto in prima persona su come l’adozione di sistemi intelligenti metta alla prova la fiducia: l’AI può agire da catalizzatore ma anche da stress-test delle nostre relazioni, smontando certezze e costringendoci a ridefinire la “grammatica” dei rapporti umani e digitali.

AI amplificatore (o erosore) di relazioni

Prima di arrivare al ROS vale la pena però prima soffermarsi un attimo sull’impatto ambivalente che l’AI sta già esercitando sulle relazioni in azienda (e non solo) e gli effetti che ci troveremo a dover gestire.

Quando una organizzazione e gli strumenti di AI sono progettatati con trasparenza ed empatia, l’intelligenza artificiale si comporta da amplificatore: elimina attività ripetitive, fa emergere insight nascosti e personalizza le interazioni, così che mentor, manager e colleghi possano investire le proprie energie migliori in empatia, visione strategica e problem solving creativo. Il risultato è un engagement più profondo, cicli di feedback accelerati e una cultura dove la condivisione della conoscenza diventa naturale e gratificante.

Ma gli stessi algoritmi, se introdotti come black box opache o come meri strumenti di taglio dei costi, rischiano di trasformarsi in erosori di relazione: possono rafforzare i bias di conferma, indurre i leader ad abdicare alla responsabilità, atrofizzare il “muscolo dell’apprendimento” e impoverire la sicurezza psicologica necessaria al confronto onesto. I team allora obbediscono in apparenza, ma interiormente diffidano sia dello strumento sia di chi lo ha imposto.

L’AI amplifica il terreno relazionale che trova—che sia nutriente o tossico. Ed è proprio questa polarità a spiegare perché, insieme al Return on Trust, dobbiamo ora monitorare una seconda dimensione: il Return on Skills (ROS), ossia la capacità dell’organizzazione di trasformare quella (auspicabilmente alta) fiducia in un processo continuo di sviluppo di competenze adatte al futuro.

Da questa consapevolezza è nata l’idea del ROT come nuova chiave di lettura del cambiamento in atto.

Che cos’è il ROT (Return on Trust)?

Partiamo dalle basi del concetto che sto esplorando. ROT significa considerare la fiducia generata (o distrutta) da ogni iniziativa come un ritorno misurabile. Se il ROI (Return on Investment) è storicamente la metrica dominante per valutare progetti e strategie, soprattutto legate all’AI, oggi c’è secondo me il bisogno di affiancargli un indicatore complementare: quanto valore in termini di fiducia stiamo creando?

In altre parole, il ROT ci invita a chiederci non solo

“Questa tecnologia/processo migliorerà i profitti?” ma anche “Migliorerà la fiducia tra le persone coinvolte?”.

L’obiettivo del ROT vuol esser quello di rendere tangibile l’intangibile, ossia dare peso alla fiducia in ogni valutazione strategica. Vuole spingere leader e organizzazioni a progettare soluzioni people-centric, in cui il successo si misuri anche dal grado di fiducia che dipendenti, clienti e partner ripongono nel cambiamento.

In un contesto di AI diffusa, ciò significa, ad esempio, valutare se un algoritmo aumenta la fiducia dei clienti (grazie a trasparenza e risultati equi) o se un nuovo tool AI rafforza la fiducia dei dipendenti nel sentirsi supportati anziché rimpiazzati. Il ROT intende quindi arricchire le metriche di successo: non solo risultati economici o di efficienza, ma anche indicatori di clima, collaborazione e sicurezza psicologica.

Parlare di fiducia tocca però un perimetro ampio. Il ROT abbraccia la fiducia a 360°: tra colleghi, tra leader e team, tra azienda e clienti, e persino tra esseri umani e macchine. Ogni nuova tecnologia, riorganizzazione o scelta manageriale ha un impatto su queste dinamiche di fiducia. La complessità sta nel fatto che la fiducia è multidimensionale e delicata: è influenzata dalla cultura aziendale, dalle comunicazioni, dai comportamenti quotidiani e dall’etica con cui implementiamo gli strumenti digitali. A differenza di un KPI finanziario, la fiducia è difficile da quantificare direttamente e può variare nel tempo o tra gruppi. Ma soprattutto è asimmetrica: richiede tempo per costruirla, ma può essere persa in un attimo con un singolo passo falso. Questo rende la misurazione del ROT una sfida che richiede un mix di metriche quantitative e qualitative.

La domanda che giustamente mi è stata posta è

Come approcciare o introdurre qualcosa di cosi intangibile in una organizzazione?“.

Introdurre il ROT come metrica significa anche rivedere alcune logiche interne. In primo luogo occorre diffondere una cultura della fiducia: ambienti in cui le persone si sentono ascoltate, rispettate e sicure nel poter esprimere idee o dubbi. Le ricerche che accenanavo anche nel precedente post indicano chiaramente che un clima di alta fiducia produce benefici tangibili: aziende con elevata fiducia registrano 74% meno stress, 106% più energia, 50% più produttività, 76% più engagement rispetto a realtà a bassa fiducia.

In pratica, la fiducia funziona da moltiplicatore di valore, migliora la collaborazione, l’innovazione e la resilienza ai cambiamenti. Di conseguenza, adottare il ROT implica inserire la “gestione della fiducia” nelle responsabilità di leadership e HR: significa progettare percorsi di cambiamento coinvolgendo attivamente le persone, comunicare con trasparenza, investire in formazione etica sull’AI, e predisporre meccanismi per ascoltare feedback e preoccupazioni. Può voler dire introdurre nuove figure o competenze (ad esempio esperti di people analytics focalizzati sul clima, o comitati etici per l’AI) e includere parametri di fiducia nei report periodici.

Le aziende che decideranno di orientarsi ad un principio del genere potrebbero anche rivedere politiche di valutazione delle performance, premiando manager che sanno creare ambienti fiduciosi e team coesi. Insomma, il ROT porta con sé un’evoluzione organizzativa: dal comando-controllo alla organizzazione “trust-centric”, in cui la fiducia non è solo un valore dichiarato ma un obiettivo operativo progettato e misurato, nei piani di sviluppo, crescita e valutazione individuale.

Implementare il ROT in azienda: modello operativo

Come passare dalla teoria alla pratica? L’idea è quella di un modello scandito da alcuni step chiave, con ruoli e responsabilità ben definiti:

  1. Mappatura iniziale della fiducia: prima di tutto, è necessario misurare lo stato attuale. Questo significa condurre un’analisi del clima e della fiducia esistente,  tramite survey interne, focus group, interviste aperte, come è già in alcuni contesti applicato.
    È fondamentale ascoltare le persone a tutti i livelli per capire dove la fiducia è forte e dove presenta criticità. In questa fase si possono usare strumenti consolidati (alcuni descritti più avanti, come il Trust Index o questionari sulla sicurezza psicologica) per ottenere un baseline. Tipicamente l’HR insieme ai team di organization development o consulenti esterni specializzati in clima aziendale hanno responsabilità di questa fase.

  2. Definizione di obiettivi e governance del ROT: sulla base della mappatura, il top management, in prima persona, deve definire cosa significhi fiducia per la propria organizzazione e fissare obiettivi chiari di miglioramento. Una idea, spesso discussa, potrebbe porsi di aumentare dell’X% l’engagement o di ridurre il tasso di turnover legato a scarsa fiducia nel management.
    È utile istituire una sorta di cabina di regia del ROT: un team interfunzionale (HR, Comunicazione, IT, Legal, ecc.) guidato da un executive sponsor (ad esempio il Direttore HR o il CEO stesso) che sovrintenda alle iniziative. Assegnare ruoli e responsabilità è cruciale: i leader di funzione devono essere ambasciatori della fiducia nei propri team, l’IT deve garantire che gli strumenti di AI siano affidabili e trasparenti, la funzione Legal/Ethics assicura conformità e uso etico dei dati, e così via.

  3. Progettazione di iniziative “trust-driven”: in questa fase si passa alla messa a terra, disegnando interventi pratici per migliorare la fiducia. Parliamo di formazione e coaching per i manager sulla leadership empatica e inclusiva (imparare a dare feedback costruttivi, riconoscere gli errori, comunicare vulnerabilità quando serve, il tutto per far sentire i team al sicuro).
    Si introducono pratiche di trasparenza nelle decisioni: per esempio è importante a mio avviso condividere le ragioni dietro cambiamenti organizzativi o spiegare il funzionamento degli algoritmi AI che affiancano le persone, visto che molto spesso i cambiamenti sono semplicemente una comunicazione top-down e gli strumenti decisionali sono blackbox i cui razionali sono noti a pochi.
    Tra le attività che a mio avviso sono necessarie ci sono i programmi di mentoring interno (colleghi esperti che guidano i meno esperti, instaurando fiducia trasversale, indistintamente da età o ruolo, e non necessariamente su hard skills) e creare spazi di dialogo aperto (town hall meeting regolari, canali anonimi per domande difficili, ecc.). Un’altra leva operativa è rivedere i processi per assicurarsi che siano “trust-friendly”: semplificare policy troppo burocratiche che segnalano mancanza di fiducia, oppure introdurre workflow che richiedono collaborazione interfunzionale (rompendo silos e costruendo fiducia reciproca tra team). Su questo i modelli per esempio che stiamo studiando con Boundryless vanno esattamente in questa direzione. Ogni iniziativa va disegnata coinvolgendo attivamente i destinatari, co-creare soluzioni con i dipendenti aumenta sia la fiducia che la probabilità di successo.

  4. Integrazione della fiducia nelle tecnologie AI: dato che l’adozione dell’Intelligenza Artificiale è spesso il fattore scatenante del ROT, un passo operativo specifico è assicurarsi che le soluzioni AI implementate siano degne di fiducia. Questo implica adottare principi di AI etica e “explainable AI” durante lo sviluppo o l’acquisto di sistemi: modelli che sappiano spiegare le proprie decisioni, audit algoritmici per eliminare bias discriminatori, rispetto della privacy dei dati.
    Il team IT/AI deve collaborare con esperti di dominio, HR (dove necessario) e rappresentanti degli utenti finali per validare che l’AI venga percepita come alleata e non come “scatola nera” imprevedibile. Per capirci, se in un’azienda che introduce un sistema AI per suggerire decisioni ai manager riguardo valutazioni di percorso e carriera, potrebbe essere utile inizialmente affiancare suggerimenti dell’AI a spiegazioni su perché quella raccomandazione viene data, e raccogliere il feedback dei manager su quanto la ritengono affidabile, così come rendere trasparente il processo anche al valutato. In questo modo si affina il sistema e si costruisce gradualmente fiducia nell’interazione uomo-macchina.

  5. Misurazione continua e adattamento: come ogni approccio gestionale, ciò che non si misura non si migliora. Il ROT richiede di stabilire KPI di fiducia e monitorarli nel tempo. Questo significa, ad esempio, ripetere survey di clima periodiche per vedere l’evoluzione dei punteggi di fiducia o engagement, analizzare i tassi di adozione delle nuove tecnologie (quanti dipendenti usano attivamente il nuovo tool AI, segno di fiducia in esso), monitorare indicatori come il turnover volontario o l’assenteismo (spesso correlati con la rottura della fiducia). I dati vanno discussi apertamente nel team di governance ROT e col management, individuando aree di miglioramento.
    Il modello è iterativo: in base ai risultati, si adattano o rafforzano le iniziative. Se ad esempio una particolare unità aziendale mostra ancora basso livello di sicurezza psicologica, ci si può focalizzare con azioni mirate (workshop, ascolto dedicato, cambi di leadership se necessari). Implementare il ROT è un percorso continuo di apprendimento organizzativo. La responsabilità ultima di questa fase è sia del team di progetto che di ogni manager: creare un rito di accountability dove periodicamente si discute “come stiamo andando sulla fiducia” allo stesso modo in cui si discutono i numeri di vendita.

L’implementazione del ROT richiede impegno condiviso e coerenza nel tempo. Tutti in azienda, dal CEO all’ultimo arrivato, devono capire che la fiducia è una risorsa strategica “e non una leva di marketing interno“: va alimentata giorno per giorno e riconosciuta nei fatti (decisioni, comportamenti, investimenti) oltre che a parole.

KPI e metriche per misurare la fiducia oggi

Per misurare il ROT dobbiamo affidarci sia a metriche già esistenti che valutano aspetti di fiducia e coinvolgimento, sia a nuovi indicatori emergenti (che vedremo dopo). Partiamo dagli strumenti attuali che le aziende utilizzano per sondare fiducia, engagement, apertura al cambiamento e clima interno:

  • Trust Index: è l’indice di fiducia utilizzato, ad esempio, nei questionari di Great Place to Work. Si basa su survey ai dipendenti con una serie di affermazioni che esplorano 5 dimensioni chiave dell’esperienza lavorativa: Credibilità, Rispetto, Equità, Orgoglio e Coesione. Le prime tre dimensioni (Credibilità, Rispetto, Equità) misurano la fiducia dei collaboratori nel management, vale a dire quanto i leader comunicano in modo trasparente, mantengono le promesse, trattano le persone con equità e le rispettano.
    Le ultime due (Orgoglio e Coesione, detta anche Camaraderie) valutano invece il rapporto dei dipendenti con il proprio lavoro e i colleghi, indicando il livello di identificazione positiva e di spirito di squadra. Il Trust Index fornisce un termometro del clima aziendale: un punteggio alto segnala un ambiente in cui c’è fiducia verticale (verso i manager) e orizzontale (tra pari), oltre a un forte senso di appartenenza. Molte aziende lo usano annualmente per capire se sono un “great place to work” e dove intervenire sul clima.

  • Psychological Safety Score: la sicurezza psicologica è un concetto reso celebre dalle ricerche di Amy Edmondson e dal progetto Aristotle di Google. Indica il grado in cui le persone si sentono sicure nel prendere rischi interpersonali in un team: ad esempio ammettere un errore, esprimere un’idea controcorrente, o fare una domanda “sciocca” senza paura di conseguenze negative. Edmondson la definisce come “la convinzione condivisa che non si verrà puniti o umiliati per aver espresso idee, domande, preoccupazioni o errori”. In pratica è la misura della fiducia interna al team: fiducia che l’ambiente sia supportivo e non giudicante.
    Molte aziende valutano la sicurezza psicologica attraverso questionari specifici, chiedendo ai membri di indicare il loro accordo con frasi tipo “Nel mio team posso fare domande senza essere deriso” oppure “Il mio superiore accoglie bene gli errori come opportunità di apprendimento”. Da queste survey si ricava un punteggio medio di sicurezza psicologica (Psychological Safety Score) per team o reparto. Un PSI (Psychological Safety Index) alto è spesso correlato con team più innovativi e performanti, proprio perché le persone osano di più quando c’è fiducia reciproca. Al contrario, un punteggio basso è un campanello d’allarme: segnala barriere di paura che ostacolano la comunicazione onesta (e quindi frenano anche il miglioramento e l’innovazione).

  • eNPS (Employee Net Promoter Score): adattamento del famoso Net Promoter Score usato verso i clienti, l’eNPS misura quanto i dipendenti promuoverebbero la propria azienda come buon posto di lavoro. Viene tipicamente calcolato con una domanda molto diretta: “Con quale probabilità consiglieresti la tua azienda come luogo di lavoro a un amico o conoscente?”, da rispondere su una scala 0-10.
    I risultati sono classificati in Promotori (chi risponde 9-10, entusiasta), Passivi (7-8) e Detrattori (0-6); sottraendo la percentuale di detrattori da quella dei promotori si ottiene l’eNPS.
    Un valore alto (es. +30) indica che la maggior parte delle persone parlerebbe positivamente dell’azienda all’esterno – segnale di fiducia nell’organizzazione, di engagement e di soddisfazione generale.
    Valori negativi invece indicano prevalenza di detrattori interni (molti sconsiglierebbero l’azienda, indice di problemi di fiducia o clima).
    L’eNPS ha il pregio di essere semplice e immediato, fornendo uno “score” sintetico dello stato d’animo collettivo. Tuttavia è anche una misura abbastanza grezza (dice cosa pensano i dipendenti ma non perché). Per questo spesso viene usato in combinazione con survey più approfondite: l’eNPS come segnale generale di allerta o successo, e altre domande per diagnosticare le cause (ad esempio domande sulla fiducia nel management, sulle opportunità di crescita, ecc., che influenzano quel punteggio).

  • Altre metriche di clima e engagement: oltre ai tre indicatori citati, le aziende monitorano diversi altri KPI relativi alla salute organizzativa che intercettano dimensioni di fiducia. Ad esempio, molte imprese fanno survey di engagement più articolate, che includono domande sull’affidabilità del management, sulla chiarezza nella comunicazione dei vertici, sul livello di coinvolgimento nel cambiamento percepito dai dipendenti.
    Esistono indici compositi come l’Organizational Trust Index o il Climate Index nelle indagini di clima, che combinano vari item per dare un punteggio globale di fiducia interna. Alcune organizzazioni utilizzano metriche di open feedback (quante idee o segnalazioni vengono spontaneamente inviate dai dipendenti verso l’alto – indice di fiducia nell’essere ascoltati) o analizzano il tasso di adozione di nuovi programmi/progetti (un’adesione elevata spesso riflette fiducia nell’iniziativa e nei suoi promotori).

  • Anche il tasso di turnover volontario e il tasso di assenze vengono letti come indicatori indiretti: un aumento improvviso in specifici reparti può suggerire un calo di fiducia o problemi relazionali con un manager. In sintesi, già oggi non mancano strumenti per misurare aspetti della fiducia in azienda; il valore del concetto di ROT è semmai di riunire questi vari indicatori sotto un’unica lente strategica, evidenziandone il peso complessivo nelle trasformazioni organizzative.

Ed i nuovi indicatori da includere nel ROT

Accanto alle metriche tradizionali, un approccio ROT maturo dovrebbe sviluppare anche nuovi indicatori ad hoc, per cogliere segnali di fiducia che spesso sfuggono alle misure classiche.

Ho provato ad immaginare alcune categorie di indicatori emergenti utili a misurare il “ritorno di fiducia” in modo più completo:

  • Metriche relazionali interne: la fiducia si manifesta nella qualità delle relazioni. Possiamo quindi misurare, ad esempio, il grado di connessione e collaborazione tra reparti. Strumenti di Organizational Network Analysis potrebbero rilevare l’ampiezza e la forza delle reti informali: quanti scambi avvengono tra team diversi? Chi sono i trust broker che collegano funzioni altrimenti silos? Un aumento delle interazioni trasversali dopo un intervento organizzativo potrebbe indicare maggiore fiducia e apertura.
    Anche i programmi di mentoring o cross-training possono fornire dati: il numero di coppie mentor-mentee attive o di collaborazioni interfunzionali avviate volontariamente può essere un indicatore di fiducia reciproca crescente (le persone si affidano a colleghi di altre aree per imparare, cosa che soprattutto nelle grandi aziende, per un tema di “tifoseria” non succede). Un’altra metrica relazionale potrebbe essere un indice di coesione del team calcolato tramite survey sociali interne: chiedere fino a che punto ci si sente parte di una “famiglia lavorativa” o se si percepisce supporto dai colleghi; punteggi alti riflettono fiducia nel gruppo.

  • Segnali comportamentali e culturali: qui parliamo di tracce indirette che il comportamento organizzativo lascia. La frequenza di condivisione della conoscenza, ossia quante volte al mese un dipendente pubblica una best practice sulla intranet o tiene una sessione formativa per i colleghi? Un aumento suggerisce un clima di fiducia (ci si sente al sicuro nel condividere ciò che si sa, senza timore di perdere il proprio “vantaggio” personale).
    Oppure, il tasso di segnalazione di problemi/criticità: in un ambiente fiducioso le persone evidenziano errori o rischi prima che diventino grossi guai, perché si fidano che segnalare non comporterà punizioni. Dati dal sistema di ticketing interno, o dalle hotline etiche, potrebbero essere letti in questa chiave (un basso numero di segnalazioni non è sempre positivo, se la gente teme ritorsioni, potrebbe non parlare!).
    Un altro segnale comportamentale: la partecipazione volontaria a workshop, community interne, gruppi di miglioramento. Quando c’è fiducia nell’azienda, i dipendenti tendono a impegnarsi attivamente oltre il minimo, dando tempo ed energie extra. Monitorare quante persone si candidano spontaneamente per iniziative interne o quanti partecipano a sondaggi facoltativi può dare insight sulla fiducia/engagement. Persino l’analisi del tone of voice nelle comunicazioni interne (ad esempio usando tecniche di sentiment analysis su intranet o Slack aziendale) può fornire un termometro: parole positive, scherzi, ringraziamenti pubblici tra colleghi indicano una cultura aperta; al contrario prevalenza di toni formali o assenti può suggerire distacco e poca fiducia nel dialogo informale.

  • Dati di percezione e segnali emotivi: la fiducia ha anche una dimensione percettiva e emotiva, che possiamo cercare di catturare. Implementando delle pulse survey frequenti e brevi, dove ogni settimana o mese i dipendenti rispondono anonimamente a poche domande sul loro stato d’animo: “Mi sento motivato e fiducioso questa settimana?”, “Mi fido delle decisioni prese dal management di recente?”. Queste rilevazioni continue creano un indicatore dinamico di fiducia (un Trust Pulse?) che può essere correlato temporalmente ad eventi (es. dopo l’annuncio di una riorganizzazione, il sentiment di fiducia cala? dopo un town hall chiarificatore risale?).
    Anche i colloqui periodici con campioni di dipendenti (employee focus group) possono essere codificati in metriche: ad esempio assegnando uno score alla “qualità percepita delle relazioni” in azienda sulla base delle parole chiave che emergono. In ottica ROT, potremmo includere metriche come un indice di fiducia percepita nella leadership, misurato chiedendo “quanta fiducia hai nel fatto che il tuo leadership team prenda decisioni nel tuo migliore interesse?”. Se questo indice migliora nel tempo, è un chiaro ritorno positivo. Sul fronte clienti/partner, dati di percezione raccolti tramite sondaggio NPS o analisi reputazionali online (review, social listening) possono completare il quadro: ad esempio un incremento di commenti dove i clienti definiscono l’azienda “affidabile” o “trasparente” è un segnale che le iniziative interne di trust si riflettono anche all’esterno.

  • Indicatori di collaborazione uomo-macchina: dato il focus sull’AI, un modello ROT deve includere anche metriche che valutino la fiducia nelle soluzioni AI e la qualità della collaborazione ibrida. Questo è un campo nuovo, e non c’è dubbio che siamo ancora prima degli albori, ma i temi vanno affrontati per tempo e non come pezza di recupero, per cui credo che si possano ideare alcune misure.
    La percentuale di adozione delle raccomandazioni AI: se un algoritmo fornisce suggerimenti a un operatore, è pensabile monitorare in che percentuale questi suggerimenti vengono effettivamente seguiti vs. ignorati. Un tasso di adozione alto indica che l’utente si fida dell’AI (o quantomeno la trova utile), mentre se molti suggerimenti vengono scartati c’è forse diffidenza o scarsa utilità percepita.
    Un altro potrebbe essere il tasso di override umano: in sistemi dove l’AI può agire autonomamente ma l’umano ha facoltà di intervenire (pensiamo a sistemi di autopilota con supervisione umana), misurare quante volte gli umani intervengono per correggere l’AI. Se il valore è estremamente alto, significa che l’AI non gode di fiducia o non è ancora all’altezza (quindi le persone sentono spesso il bisogno di disabilitarla); se è moderato e decrescente nel tempo, sta crescendo la fiducia nel lasciar fare alla macchina routine operative.
    Possiamo anche considerare indici compositi come un Human-AI Trust Index, rilevato tramite survey interne specifiche: chiedendo agli utenti di un software AI quanto si fidano delle sue analisi in scala 1-5, e monitorando l’evoluzione media.
    Nella valutazione delle performance dei team ibridi, oltre a metriche classiche di produttività/errore, sarebbe utile introdurre misure della qualità dell’interazione tra umano e AI. La ricerca accademica sul tema suggerisce di guardare a come vengono prese le decisioni in coppia con l’AI, non solo a cosa si ottiene. Si può tracciare il tempo medio speso a spiegare al collega umano le decisioni dell’AI (segno che l’AI è trasparente e l’umano partecipa attivamente) oppure misurare la fiducia calibrata: quante volte l’operatore conferma l’esito dell’AI quando questo è corretto vs. quante volte lo conferma quando era errato (idealmente in un sistema fidato ma con supervisione attiva, l’operatore confermerà spesso decisioni corrette e correggerà quelle sbagliate – segno di fiducia calibrata, non cieca).

Non c’è dubbio che questi indicatori richiedono un po’ di creatività e sperimentazione nella fase attuale, ma diventano fondamentali a mio avviso per quantificare il ROT in termini di sinergia uomo-macchina. In un’era di organizzazione aumentata, mi piacerebbe vedere dashboard dove accanto ai KPI di business ci siano KPI come “Indice di fiducia team-AI: 8/10, in aumento di 1 punto rispetto al trimestre scorso”.

Naturalmente, non tutte le metriche nuove avranno la stessa importanza o facilità di raccolta, ma anche solo il processo di individuare questi indicatori è utile: forza l’organizzazione a chiarire cosa intende per fiducia nei vari contesti e a trovare modi concreti di osservarla.

L’approccio ROT, guardando oltre il semplice processo di misurazione di qualcosa, spinge a combinare dati hard e soft, dalle statistiche d’uso di un software alle percezioni emotive – per avere un’immagine più ricca e multidimensionale della salute della fiducia in azienda.

Dall’“effetto oracolo” all’etica hacker

Nel ragionare sul Return on Trust, e ricollegando letture fatte negli anni, ho trovato un legame di questo discorso con concetti culturali e scientifici che offrono prospettive complementari sul tema della fiducia nell’era digitale.

Helga Nowotny e l’effetto oracolo: la scienziata sociale Helga Nowotny, nel suo libro In AI We Trust”  e successivamente inLe Macchine di Dioparla di un curioso paradosso: tendiamo ad attribuire agli algoritmi predittivi un’aura di oggettività e infallibilità quasi oracolare. Un po’ come nell’antichità ci si affidava alle sibille o all’Oracolo di Delfi per conoscere il destino, oggi rischiamo di riporre fiducia cieca nei sistemi di AI, prendendo le loro previsioni come verità definitive.

Nowotny avverte che questo effetto oracolo può diventare pericoloso: se iniziamo a conformare il nostro comportamento a ciò che l’algoritmo predice, cediamo pezzi di libero arbitrio e rischiamo di trasformarci in “marionette algoritmiche” in balia dei sistemi di IA. Se la lettura la facciamo dall’angolazione ROT, questa è una chiamata alla consapevolezza: misurare la fiducia non significa promuovere fiducia indiscriminata verso la tecnologia. Al contrario, un alto “Return on Trust” implica una fiducia informata e calibrata. Dobbiamo progettare ambienti in cui le persone si fidano dell’AI quel tanto che basta per beneficiarne, ma mantengono senso critico e controllo. Il ruolo dell’umano resta centrale nel processo decisionale: l’AI può essere una consulente potente, ma non un oracolo incontestabile. Ricordarci di questo principio, come suggerisce Nowotny, ci aiuta a sviluppare pratiche di ROT che valorizzano la fiducia insieme alla trasparenza e all’autonomia individuale.

Paul Zak e la chimica della fiducia: un altro collegamento affascinante viene dal campo della neuroeconomia. Paul Zak, studioso noto come “Dr. Love” per le sue ricerche sull’ossitocina, ha dimostrato che la fiducia ha letteralmente una base biochimica. Quando qualcuno si fida di noi e ci affida qualcosa di valore (nel celebre “gioco della fiducia” in laboratorio si trattava di denaro), il nostro cervello rilascia ossitocina, un neuro-ormone che genera sensazioni di empatia e connessione. Più ossitocina, più tendiamo a comportarci in maniera cooperativa e affidabile verso l’altro. Zak ha persino mostrato che somministrando ossitocina sintetica a persone inconsapevoli, il loro livello di fiducia verso estranei aumenta significativamente (affidavano fino al 17% di denaro in più in custodia a sconosciuti).

Cosa c’entra questo col mondo aziendale e il ROT? C’entra parecchio perché dimostra che la fiducia non è un concetto astratto, ma ha effetti reali e misurabili sugli esseri umani, fin dentro il nostro organismo. Un ambiente lavorativo ad alta fiducia innesca un circolo virtuoso: i dipendenti rilasciano più ossitocina, si sentono più legati ai colleghi, più motivati ad aiutarsi a vicenda e a dare il meglio. Questo si traduce in performance superiori, come già visto (meno stress, più energia, più produttività).

In pratica, fiducia = miglior neuroclima aziendale. Inserire il ROT nella gestione d’impresa vuol dire anche tenere a mente questa dimensione “umana, troppo umana”: i KPI di fiducia non misurano solo fenomeni organizzativi, ma intercettano qualcosa di profondamente radicato nel nostro cervello sociale. Quando racconto ai manager di ossitocina e neuroscienze, il mio messaggio è: investire in fiducia paga perché rende le persone biologicamente più predisposte a impegnarsi. Non è solo buonismo: è biologia e business allo stesso tempo.

L’etica hacker di Pekka Himanen: poi c’è un aspetto culturale-valoriale che collega fiducia e innovazione tecnologica in modo ispiratore. Pekka Himanen, filosofo finlandese, descrive nella sua Etica hacker una diversa etica del lavoro nell’era digitale, contrapposta alla rigida etica protestante. Al centro dell’etica hacker ci sono valori come passione, creatività, condivisione, libertà e impegno gioioso in ciò che si crea.

Ma c’è anche un forte elemento di fiducia decentralizzata: la cultura hacker promuove la circolazione libera dell’informazione (“All information should be free”), la sfida all’autorità precostituita a favore di sistemi aperti e meritocratici, dove ci si fida del merito e delle capacità più che dei titoli.

Pensiamo al modello open source: sviluppatori di tutto il mondo collaborano volontariamente a un progetto software, spesso senza gerarchie rigide, condividendo codice liberamente, contando sulla reciproca fiducia che ognuno contribuirà al meglio delle proprie abilità. E funziona, Linux, Wikipedia e tante innovazioni ne sono la prova. Questa fiducia orizzontale “tra pari” è un ingrediente chiave dell’etica hacker e si collega al ROT in modo interessante: suggerisce che per massimizzare il ritorno della fiducia dobbiamo favorire ambienti aperti, dove le persone abbiano autonomia e responsabilità e dove l’accesso alle informazioni sia ampio.

Se i dipendenti hanno accesso alle conoscenze (anziché silo informativi) e si sentono valutati sul merito delle idee e non sul ruolo in organigramma, l’innovazione decolla e con essa la fiducia che ciascuno ripone nell’organizzazione. L’etica hacker incoraggia anche la sperimentazione senza paura dell’errore, “fail fast, learn faster”, che è possibile solo quando c’è fiducia di base.

Nel contesto ROT, adottare un po’ di questa filosofia significa strutturare le organizzazioni in modo più fluido e partecipativo: ad esempio creare comunità di pratica interne dove sviluppatori, data scientist, esperti di business condividono liberamente soluzioni AI e si aiutano (imitando l’open source); oppure dare ai team la libertà di scegliere strumenti e approcci (entro linee guida etiche) in modo che sentano fiducia riposta in loro e la ricambino con risultati eccellenti.

Fiducia chiama fiducia

come diceva anche Stephen Covey, e la cultura hacker mostra che puntando su fiducia, apertura e autonomia si possono ottenere ritorni straordinari in creatività e produttività. Per un leader, ispirarsi a questi principi vuol dire forse rinunciare a un po’ di controllo verticale, ma guadagnare in velocità, motivazione e apprendimento collettivo.

Queste prospettive (dall’oracolo di Nowotny all’ossitocina di Zak, fino all’etica hacker) condividono un principio fondante: la fiducia è un concetto sfaccettato, tecnico, umano e culturale al tempo stesso. Implementare il ROT con successo richiede di tener conto di tutte queste sfumature: dosare fede nella tecnologia e senso critico, considerare i bisogni emotivi delle persone e alimentare una cultura di apertura. È questa visione olistica che rende il Return on Trust non solo una nuova metrica, ma una vera strategia di trasformazione nell’era dell’AI.

Fiducia e oltre, verso il ROS (Return on Skills)

Definire e applicare il ROT significa dotarsi di una bussola per navigare la trasformazione digitale mettendo le persone e le relazioni al centro. Significa chiedersi, ad ogni progetto di AI o riorganizzazione, non solo “qual è il ROI?” ma anche “qual è l’impatto sulla fiducia?”.

La fiducia può essere misurata, allenata, protetta e che farlo porta benefici tangibili in performance e benessere. Il ROT è quindi un approccio che arricchisce la gestione aziendale di una dimensione etica e umana fondamentale, senza la quale le migliori tecnologie rischiano di fallire nell’adozione o di generare resistenze sotterranee.

Ma questa è solo una parte del percorso.

Riflettendo sul futuro prossimo e sulla velocità con la quale oggi le competenze tendono ad esser obsolete, mi rendo conto che accanto al ritorno sulla fiducia c’è un altro pilastro da considerare per guidare le organizzazioni attraverso l’era dell’AI: quello della formazione di nuove competenze, attraverso nuove modalità.

L’innovazione infatti richiede non solo fiducia, ma anche sviluppo continuo di nuove capacità, tanto hard skills quanto e soprattutto soft skills come il pensiero critico, l’adattabilità, l’intelligenza emotiva.

Sto iniziando a chiamare questo secondo concetto ROS – Return on Skills, il ritorno sulle competenze, inteso come la capacità di un’azienda di ottenere valore dagli investimenti in formazione, apprendimento e crescita del proprio capitale umano, non solo come elemento necessario di sopravvivenza e ottimizzazione, quanto di definizione strategica futura.

Fiducia e competenza sono gemelli siamesi da affiancare nel percorso di trasformazione attraverso questo passaggio storico, culturale e tecnologico che stiamo attraversando. La fiducia crea terreno fertile perché le persone mettano a frutto e condividano le loro competenze; allo stesso tempo, nuove competenze riducono la diffidenza e aumentano la fiducia verso le tecnologie e i colleghi.

Prossimamente approfondirò proprio il tema del Return on Skills, per esplorare come implementare nuovi modelli di formazione (da affiancare o sostituire ai metodi tradizionali non più efficaci), misurare e massimizzare il valore delle competenze in evoluzione.

Per ora, mi piace concludere sottolineando questo: nell’era dell’AI, il vero capitale competitivo risiede nelle persone, nella fiducia che riescono a costruire tra loro e nel continuo arricchimento del loro bagaglio di abilità. ROI, ROT e (presto) ROS diventeranno così le tre metriche cardinali di un’innovazione sostenibile e centrata sull’umano.

Mentoring, AI e Return of Trust (ROT): dall’ROI alle relazioni nell’era digitale

Ieri sera, 7 maggio 2025, ho avuto il piacere di partecipare, grazie all’invito di Ruggero Parrotto e di iKairos, alla tavola rotonda “Intelligenza Artificiale, Mentoring ed Economia Sociale”, all’interno del ciclo Il mondo che vorrei.

Un momento di confronto aperto e stimolante, che ha messo insieme visioni ed esperienze diverse, dalla filosofia alla cybersecurity, dalla pubblica amministrazione al mondo dell’innovazione , per affrontare uno dei nodi più rilevanti del nostro tempo: cosa accade quando l’intelligenza artificiale incontra le persone e le relazioni?

Ho condiviso il tavolo con Mario De Caro, Concettina Cassa, Gerardo Costabile, Emanuele Gentili, Pietro Pacini e con altri contributi trasversali, in un dialogo che si è mosso fin da subito su una domanda fondamentale:

L’AI può diventare davvero uno strumento accessibile, equo e umano-centrico? E soprattutto, come si allena la fiducia in un contesto sempre più mediato da sistemi intelligenti?

Proprio il tema della fiducia è stato il filo conduttore della mia riflessione.

In un passaggio del mio intervento ho affermato che «l’AI è al tempo stesso catalizzatore e stress-test della fiducia: smonta certezze consolidate e ci obbliga a ridefinire le grammatiche delle nostre relazioni, prima tra persone e tecnologia, poi tra persone stesse». Ed è da questa consapevolezza che nasce il concetto che ho proposto come chiave di lettura per leggere il cambiamento in atto: il ROT – Return on Trust.

ROT – Return on Trust: la fiducia come nuovo valore misurabile

Il ROT è un acronimo che ho introdotto per sottolineare un punto che ritengo cruciale: se il ROI (Return on Investment) è da sempre la metrica dominante per valutare progetti e strategie, e ancora più oggi quando si parla di AI, oggi serve forse affiancargli un nuovo indicatore, capace di misurare qualcosa di meno tangibile ma altrettanto determinante: la fiducia generata.

Ogni nuova tecnologia, ogni riorganizzazione interna, ogni scelta manageriale ha impatto sulla fiducia.

Fiducia tra colleghi, tra leader e team, tra azienda e clienti, tra esseri umani e macchine. E se questa fiducia viene meno, se non viene coltivata, progettata, mantenuta, anche l’innovazione più performante rischia di fallire nel medio periodo. Al contrario, un ambiente in cui la fiducia circola e cresce è un contesto dove le persone collaborano meglio, si sentono ascoltate, imparano di più e innovano con maggiore libertà.

Le ricerche lo confermano. In aziende ad alto tasso di fiducia si registrano, rispetto a quelle a bassa fiducia, il 74% in meno di stress, il 106% in più di energia, il 50% in più di produttività, il 76% in più di engagement e molti altri valori incredibili.

Numeri che parlano chiaro.

E che ci dicono una cosa semplice: la fiducia è un moltiplicatore di valore. Il ROT, quindi, non è solo una provocazione lessicale che ho portato ma un tema centrale. È una metrica da costruire, un approccio per ridare centralità alla qualità delle relazioni nei processi di innovazione.

AI gentile & Mentoring inclusivo

Nel mio intervento ho portato una riflessione sul tema dell’AI gentile e del mentoring come leva per l’inclusione. L’intelligenza artificiale, se progettata con cura, può diventare uno strumento che affianca, e non sostituisce, il ruolo del mentore. Ho usato un’espressione a cui tengo molto

“l’AI non sostituirà il mentore, ma può diventarne la cassetta degli attrezzi”

Pensiamo a un’AI in grado di supportare percorsi formativi personalizzati, rispondere a domande semplici, suggerire materiali su misura, liberando così tempo prezioso per il mentore umano. Il tempo “ritrovato”, abilitato dal delegare agli agenti AI azioni ripetitive, può essere dedicato a ciò che fa davvero la differenza: ascolto, orientamento, accompagnamento emotivo.

È questo lo “spazio relazionale” che l’AI può contribuire ad allargare, rendendo il mentoring più accessibile, scalabile e inclusivo, ma senza snaturarne l’anima profondamente umana.

Il mentoring, se integrato con strumenti digitali pensati con empatia e trasparenza, può guidare l’adozione dell’AI nelle organizzazioni. Può aiutare chi è meno esperto a comprendere non solo come usare questi strumenti, ma soprattutto perché. E può farlo con una pedagogia gentile, che smonta paure, costruisce competenze e restituisce alle persone il ruolo di protagonisti.

Verso l’organizzazione aumentata

Un altro passaggio chiave che ho trattato è stato quello dell’organizzazione aumentata, tema che da un po’ di tempo tratto. Ho voluto introdurre questo concetto per descrivere un nuovo modello organizzativo in cui persone e agenti AI collaborano nella definizione e nell’esecuzione dei processi, ma soprattutto ho parlato di organizzazioni che nei prossimi anni si troveranno a rivedere completamente l’organizzazione e l’organigramma integrando umani e macchine.

Ci troviamo già immersi in un contesto in cui l’AI prende decisioni operative, gestisce task, propone soluzioni. Questo impone un cambiamento di paradigma: non possiamo più immaginare l’AI come uno strumento esterno, ma come parte integrante dei team. Tre concetti chiave che ho portato alla discussione:

  • Competenze ibride, dove la capacità tecnica si unisce a pensiero critico, empatia e lettura del contesto.

  • Ruoli fluidi, perché con l’automazione cambiano le attività e serve maggiore adattabilità.

  • Leadership diffusa, dove ogni membro del team può contribuire, supportato da insight e dati intelligenti.

Ho richiamato in questo contesto alcuni principi del libro “L’etica hacker” (2001) di Pekka Himanen: passione, apertura, condivisione del sapere, tensione al miglioramento continuo. Una cultura che può ispirare i team aumentati, rendendoli non solo efficienti ma anche creativi e resilienti.

Naturalmente, tutto questo apre anche interrogativi e ho citato un libro che a me ha compito molto: Helga Nowotny, in Le macchine di Dio, mette in guardia dall’effetto oracolo: quando l’AI diventa troppo autorevole, c’è il rischio che le persone si appiattiscano sulle sue risposte e smettano di interrogarsi. Ecco perché serve un equilibrio continuo tra automazione e arbitrio umano, tra dati e valori, tra velocità ed empatia.

Mentoring come cerniera tra strategia e talento

In un mondo che cambia così velocemente, il mentoring può fare da cerniera tra strategia e talento. Permette di tradurre la visione dell’organizzazione in esperienze concrete di crescita, e al tempo stesso consente alle persone di influenzare la strategia portando idee, energie, domande.

Il mentoring non è solo trasferimento di competenze. È anche (e forse soprattutto) trasmissione di fiducia, di valori, di visione. È il luogo dove si può sbagliare, dove si può imparare, dove si costruisce senso. E questo è il terreno ideale per far maturare il ROT.

ROI + ROT: ripensare le metriche della trasformazione

Ttorno alla frase che ha guidato tutto il mio intervento e che, spero, continui a stimolare riflessioni anche oltre questo evento:

“Nell’era dell’AI, invece di pensare solo al ROI, impariamo a misurare anche il Return on Trust.”

Perché la vera trasformazione non si misura solo in efficienza, ma nella qualità delle relazioni che lascia, nella fiducia che costruisce, nella capacità di rigenerare apprendimento e collaborazione nel tempo.

Ringrazio ancora Ruggero, l’associazione iKairos, i relatori e tutte le persone che hanno partecipato. È stato un confronto aperto, utile, e soprattutto necessario. Perché è da qui, da queste conversazioni, che passa la possibilità concreta di costruire un futuro in cui l’intelligenza, anche quella artificiale, sia davvero un bene comune.

Sul tema del Rot ci tornerò con un approfondimento sulla misurazione e come implementarlo.

L’essenza del networking

Un guerriero della luce condivide con gli altri tutto ciò che conosce del cammino. Chi aiuta, viene sempre aiutato, e ha bisogno di insegnare ciò che ha appreso. Perciò egli si siede intorno al fuoco e racconta com’è andata la giornata di lotta. Un amico gli sussurra: “Perchè parlare tanto apertamente della tua strategia? Non vedi che, comportandoti così. Corri il rischio di dover dividere le tue conquiste con altri?” Il guerriero si limita a sorridere, e non risponde. Sa che, se giungerà alla fine del viaggio in un paradiso vuoto, la sua lotta non avrà avuto alcun valore.

Credo sia l’essenza del networking e del fare rete.

Tratto dal “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coelho.

Hacktivism, partecipare al cambiamento

Poco meno di un anno fa scrissi un post per un blog relativamente al concetto di Hacktivism. Lo ripropongo sul mio blog perchè ritengo sia sempre più attuale.

La rete, com’è ormai noto, è divenuta uno straordinario strumento di relazione per costruire luoghi dove sperimentare nuovi modelli di socialità. In questi luoghi digitali – blog, social network, forum, sistemi di instant messaging – si è sviluppata e continua a crescere costantemente una forte interazione tra persone attraverso la partecipazione libera ed lo scambio di informazioni e conoscenze.

Questo meta-luogo, dove si conoscono e si vivono ruoli e identità diverse da quelle a cui siamo abituati e che ci ha dato la possibilità di imparare, conoscere, sbagliare e riprovare, è divenuto il catalizzatore della trasformazione e dell’innovazione sociale. Non solo, la rete si è trasformata in quello spazio dove si può criticare, partecipare e condividere idee, progetti, pensieri e coordinare le azioni e le decisioni da intraprendere per cambiare lo stato presente delle cose.

La partecipazione, l’accesso a queste relazioni e la volontà di fare network è il presupposto dell’hacktivism ossia l’evoluzione delle forme dell’attivismo sociale e della militanza politica che presuppongono un utilizzo efficace, basato sui principi dell’ etica hacker, degli strumenti di comunicazione, e in particolare dei computer e della rete. Questi ultimi smettono di essere soltanto strumenti di produttività e diventano mezzi attraverso i quali gli hacktivisti agiscono per produrre informazione indipendente e “dal basso” contrastando i modelli e i simboli della comunicazione dominante e, al tempo stesso, producendo i luoghi e gli strumenti di una comunicazione libera e orizzontale.

In questi ultimi anni, in Italia, abbiamo assistito sempre di più alla mancanza di una vera identità dei partiti, all’immobilismo delle organizzazioni, ma soprattutto alla perdita di interesse per la discussione sulla cosa pubblica, lasciando le decisioni in balia di un’angosciante e deprimente dirigenza politica. Quello che mi fa preoccupare è la mancanza di partecipazione, oggi ridotta esclusivamente alle proteste e alle manifestazioni in piazza, che sono senza dubbio un momento importante, ma che non possono essere l’unico modo di fare politica. Non si può pensare di trasformare un sistema politico-sociale obsoleto, partecipando 3 volte l’anno, in 100.000, in una piazza.

Per far si che le cose cambino e per riuscire a riprenderci la politica, c’è bisogno di partecipazione fatta di azioni e presenza volontaria, di responsabilità e sostegno attivo, di condivisione e diffusione di dati, che possa generare veramente valore e cultura. Questo può avvenire attraverso l’utilizzo dei mezzi che oggi abbiamo a disposizione.

La rete appunto e tutto quello che questo strumento può attivare.

Intervista con Ninja Marketing

Per chi se la fosse persa, vi segnalo l’intervista pubblicata su Ninja Marketing fatta dalla grandissima Emanuela Zaccone relativamente ad Indigeni Digitali.

Come ninja e come cool hunters siamo sempre interessati alle communities ed all’innovazione connessa al digitale. Per questo siamo costantemente in contatto con gruppi e protagonisti del cambiamento per restituirvi un po’ del fervore e delle idee che animano il nostro Web e che, spesso, si traducono in eventi e situazioni concrete. Oggi dunque vogliamo presentarvi la tribù di Indigeni Digitali: chi sono e com’è nata questa idea? Ne parliamo con uno dei fondatori, Fabio Lalli.

1) Ciao Fabio, vuoi presentarti al nostro clan?
Ciao a tutti i Ninja prima di tutto. Classe 1977, geek! Da oltre 10 anni mi occupo di ICT. Ho lavorato per diverse aziende dalla consulenza, alla sicurezza ai system integrator e spaziando su progetti eterogenei: ecommerce, erp, crm, business intelligence, info security management e social media. Ho acquisito una buona esperienza nell’analisi, progettazione ed ottimizzazione di processi, sistemi, architetture ed applicativi web e mobile. Sono appassionato di comunicazione e marketing. Nel tempo libero bloggo, twitto, comunico, telefono, programmo, navigo, cerco, penso e innoveggio. Ovviamente faccio tutto contemporaneamente. Qualcuno mi definisce startupparo compulsivo.

2) Chi sono gli Indigeni Digitali?
L’indigeno digitale, secondo noi, è colui che vive il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, testa e approfondisce le nuove tecnologie, ricerca continuamente nuove soluzioni tecniche, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, sperimenta ed applica nuovi strumenti, aiuta chi manifesta interesse per la tecnologia, mette a disposizione degli altri indigeni il proprio know how, le proprie capacità ed il proprio network. E’ pronto al confronto e alla discussione. L’Indigeno Digitale si riconosce nei valori dell’Etica Hacker. Detto tutto questo chi, tu mi chiederai, in pratica chi sono realmente… Semplice, sono tutti studenti, neo laureati, professionisti, dirigenti, startupper di tutte le età, appassionati di tecnologia e social media. Secondo me anche tu lo sei… un Ninja Indigeno Digitale

3) Com’è nata l’idea di Indigeni Digitali?
Qualche anno fa, assieme ad un ristretto gruppo di amici organizzavo serate nelle quali si discuteva di argomenti più o meno tecnici, semplicemente per il gusto di confrontarci e discutere di tematiche tecnologiche. Insomma una cricca di nerd. Da questi incontri è maturata l’idea che sta alla base del nostro network e che ha preso ufficialmente forma a febbraio del 2010. Insieme a David (@ingidavidino), Antonio (@zepod), Giuliano (@giuliano84) e altri abbiamo allargato il gruppo e successivamente disegnato il logo ufficiale: un indigeno con due orecchini, 4 penne arancioni. Le quattro penne sono i valori principali degli indigeni: passione per il digitale, voglia di confrontarsi, saper ascoltare e predisposizione alla condivisione. Il gruppo ha iniziato ad incontrarsi con cadenza regolare sperimentando di volta in volta un format differente dai precedenti: c’è stato l’aperitivo, nel quale non viene definito alcun focus e l’argomento principale è conoscere persone, e l’Ignite, nel quale ciascun presente espone progetti e casi di successo avendo a disposizione unicamente 20 slides da consumare in soli 5 minuti. Per i prossimi proveremo anche altri format: uno di quelli che vorremmo utilizzare e che abbiamo sperimentato con una cerchia ristretta di persone è quello che io ho chiamato MashupDrink, nel quale persone con competenze diverse affrontano temi e tirano fuori ipotesi di progetto e collaborazioni, presentandole agli altri nella stessa serata.

4) Quali sono le vostre attività principali?
Il network è nato con l’obiettivo di confrontarsi e condividere esperienze, casi di successo ed insuccesso, avere un parere tecnico e una soluzione in momenti critici e non, e bersi un bicchiere di vino dopo una giornata di lavoro chiacchierando di bit e byte in modo rilassato. La nostra principale attività è proprio questa: generare un punto di incontro e di confronto tra professionisti e tecnici che vogliono interagire, collaborare e creare opportunità, sia online che offline. Da questo stanno veramente nascendo delle opportunità, delle startup e per alcuni degli sbocchi lavorativi. Baby20.me, Ibiqi.com sono progetti che stanno nascendo proprio da gruppi di Indigeni che si sono conosciuti durante gli aperitivi.

5) Che sviluppi prevedi nel futuro di indigeni Digitali?
Beh prima di tutto mi auguro che la “filosofia” degli indigeni digitali si diffonda molto più di quello lo è già oggi: c’è bisogno di un bel po’ di sana cultura digitale e partecipazione affinchè ci sia un futuro di innovazione. Per quanto riguarda gli Indigeni noi ci stiamo muovendo in più direzioni. Prima di tutto abbiamo una nuova organizzazione territoriale e questo ci permetterà di avere dei riferimenti locali in ogni città e che potranno gestire ed intensificare il numero di aperitivi ed incontri. Anzi, colgo l’occasione per fare un primo appello: se pensate di poter attivare un network nella vostra città e volete portare un po’ di filosofia indigena, parliamone! Mi trovate on line. Stiamo inoltre programmando delle lezioni e alcuni interventi nelle università per entrare in contatto con gli studenti e fare da ponte verso il mercato e le aziende. Infine ci stiamo muovendo per dare supporto alle startup. Sempre più spesso sentiamo parlare di Venture Capitalist e investitori, che certo sono importanti per una startup, ma noi siamo dell’idea che ai giovani nuovi imprenditori, serva una forte mentorship che li instradi e gli dia metodologie e strumenti per poter migliorare il modo di lavorare. Questo noi possiamo farlo, perché nel network ci sono persone che hanno già fatto imprisa e possono condividere la loro esperienza.

Insomma mi avevi chiesto un’intervista, ma è venuto un mega post! Grazie a tutti i Ninja per la disponibilità e lo spazio di questa intervista. A presto, magari facciamo qualcosa insieme no?

Grazie a te Fabio e a tutti gli Indigeni! E voi ninja cosa ne pensate?

Che dire, oltre ad essere emozionato e soddisfatto, vi consiglio di leggere assiduamente il blog dei Ninja e seguire gli Indigeni Digitali!

L’agenda digitale della Borghesia 2.0

Qualche giorno fa ho scritto un post relativo ai principi dell’ Hacktivism e all’importanza della partecipazione attraverso gli strumenti della rete e la tecnologia e i valori dell’etica hacker. Uno dei passaggi che secondo me è più importante è:

La partecipazione, l’accesso a queste relazioni e la volontà di fare network è il presupposto dell’hacktivism ossia l’evoluzione delle forme dell’attivismo sociale che presuppongono un utilizzo efficace, basato sui principi dell’ etica hacker, degli strumenti di comunicazione, e in particolare dei computer e della rete. Questi ultimi smettono di essere soltanto strumenti di produttività e diventano mezzi attraverso i quali gli hacktivisti agiscono per produrre informazione indipendente e “dal basso” contrastando i modelli e i simboli della comunicazione dominante e, al tempo stesso, producendo i luoghi e gli strumenti di una comunicazione libera e orizzontale.

A proposito di iniziative della rete e di attivismo, proprio questa notte è partito un tam tam in rete relativo al progetto agenda digitale, un’iniziativa che invita i politici italiani a costruire una strategia strutturata per mettere il digitale al centro dell’agenda politica italiana , con l’obiettivo di ottenere la redazione, entro 100 giorni, di proposte organiche per un’Agenda Digitale per l’Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo paese, operano in prima linea su questo tema.

Ho subito dato la mia adesione. Trovo che queste forme di attivismo, che si propongono di migliorare la società e lo stato delle cose attraverso l’utilizzo costruttivo della rete, debbano esser sostenute perché, attraverso queste, si può diffondere conoscenza, scatenare curiosità dei meno addetti ai lavori e far crescere un pò la cultura digitale.

Ultimamente però sono un pò diffidente verso certe iniziative, e anche se sono tra quelli che pensano possa esistere un marketing buono, ritengo che progetti di importanza sociale come questo debbano partire si dal basso, come è successo anche in questo caso, ma sfruttando il valore della rete, la partecipazione e la conoscenza (o l’esigenza!?) di tutti e non solo di alcuni, secondo i veri principi del crowdsourcing .

Mi sembra che qui invece si sia fatta l’agendina per gli appuntamenti e le iniziative che interessano ai soliti comunicatori digitali e nomi noti della rete – la Borghesia 2.0 della nostra rete, come l’ha definita Nicola De Carne in un commento sul blog di Nicola Mattina – , che ritengono di poter parlare a nome di molti, portando a conoscenza di tutti un qualcosa di già scelto e definito attraverso una campagna Viral, e chiedendo l’adesione ma non permettendo però un interazione, una partecipazione e una discussione aperta attraverso strumenti collaborativi tipici del web 2.0.

Il vero problema che dovrebbe esser affrontato è relativo al bisogno reale di eventi ed iniziative che inneschino il meme del cambiamento e dell’innovazione e rompano le barriere del culture divide. Affinchè si diffonda la cultura digitale e l’uso delle tecnologie e della rete per scopi sociali, dobbiamo raggiungere la consapevolezza che le opportunità sono date prima dalla comprensione dei nuovi paradigmi sociali, e poi dalla tecnologia, che è si importante, ma rimane un fattore abilitante. Il digital divide per esempio, non è solo un problema infrastrutturale. E’ soprattutto una barriera culturale e se non costruiamo le condizioni per infrangerla, focalizzandoci solo sull’aspetto tecnologico,  generiamo un muro e una divisione ancora più forte.

Ovviamente in rete se ne sta già discutendo parecchio, dal blog di Nicola che ne identifica alcuni e pro e contro, al post di Mantellini, e Stefano Vitta che manifesta la sua adesione e raccoglie alcuni post della rete, fino alle discussioni su Friendfeed.

Life Hack

Sarà capitato a tutti nella vita di dover fronteggiare periodi di sovraccarico professionale e personale, e dover così organizzare al meglio i propri tempi, ritmi, dati e modo di lavorative. Spesso ricorriamo a trucchi, scorciatoie e semplificazioni per migliorare la produttività e i tempi di gestione delle attività che dobbiamo svolgere. Tutti queste facilitazioni sono definite, soprattutto dai programmatori Life Hack , ossia delle azioni quick and dirty. La definizione originale del termine LifeHack infatti deriva da alcuni comandi shell, script, semplici operazioni, workaround utilizzati da sviluppatori e tecnici per semplificare alcune attività.

Nulla a che vedere con il significato errato ed illegale della parola hacker, anzi. Anche questa volta il termine hack è utilizzato, secondo quanto detto nel post dell’Etica Hacker, per definire qualcosa che sia in grado di portare a nuovi miglioramenti in un dato campo.

Il termine lifehack è diventato popolare nella blogosfera e nelle comunità geek ed associato a tutti i trucchi utilizzati per gestire il sovraccarico di informazioni provenienti dalla rete. Entrato nel linguaggio comune, è utilizzato per definire tutto ciò che risolve problemi quotidiani, attraverso un trucco o un consiglio che aumenta la produttività, diminuisce lo stress, permette di divertirsi, risparmiare e migliorare la qualità della vita, in maniera intelligente, non-ovvia, ma molto spesso, allo stesso banale.

Il termine fu stato coniato dal giornalista inglese Danny O’Brien, che unì appunto la parola life e la parola hack. Nel 2004 O’Brien fece una ricerca nella sfera degli utenti geek di sua conoscenza e cercò di individuare quali fossero le “tecniche” che adottavano per poter raggiungere i loro risultati in modo più rapido. Scoprì che tutti avevano dei denominatori comuni: attenzione a procedure semplici e rapide, utilizzo di tools simili, todo list snelle e sempre sotto controllo.

Il risultato della ricerca fu pubblicato con il titolo “Life Hacks: Tech Secrets of Overprolific Alpha Geeks”, esposto da O’Brien durante la O’Reilly Emerging Technology Conference di San Diego nel 2004 e raccolto in alcuni appunti (file1file2) di Cory Doctorow. Nel stesso anno O’Brien replicò la presentazione durante il NotCon04.

Tra i siti più famosi in rete, relativi al life hacking, ci sono http://www.lifehack.org, http://lifehacker.com/ e http://www.43folders.com. Esiste anche una risorsa italiana presente all’indirizzo http://www.lifehacks.it.

Esempi di hack ne esistono tantissimi e se cercate in rete ne trovate di più strani. Per quanto mi riguarda io utilizzo moltissimo l’hack per Moleskine e la penna e il lifehack per sistemare i cavi del notebook.

Insomma piccole scorciatoie, tanto semplici e utili che aiutano a migliorare la vita. E voi quali utilizzate?

Etica hacker

Ho riletto da poco il libro “L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione” di Pekka Himanen, un libro che ho scoperto dopo aver letto “Galassia Internet” di Manuel Castells. Due letture affascinanti ed impegnative che non potevano effettivamente mancare e che non dovrebbero mancare di nessun Indigeno Digitale.

Durante la lettura molte persone si sono stupite semplicemente guardando il titolo del libro e mi hanno domandato: “Hacker? Ma che roba ti leggi, che vuoi diventare un pirata informatico?“. Ma no, no, tranquilli, non è come pensate. Purtroppo oggi quando si parla di hacker il pensiero corre subito alla visione del pirata informatico, quello dedito a cybercrimini e ad ogni forma di furto digitale, password o codici di carte di credito e non è assolutamente facile spiegare il contrario. Colpa della irresponsabile disinformazione mediatica.

In realtà il termine “hacker” ha una origine molto più “antica” (risale agli anni ’50 e ’60 circa, al MIT – Massachussets Institute of Technology ), nato prima dei pc presenti nelle nostre case e della rete internet, ed è stato coniato con un significato completamente opposto a quello attualmente si conosce e che è più diffuso. Nulla di criminale. Anzi.L’hacker, nel suo senso più nobile, è chiunque voglia mettere il proprio sapere e le proprie conoscenze a disposizione di chi sia interessato, col molteplice scopo di diffondere il sapere su una certa materia, suscitare interesse a riguardo e promuovere una discussione costruttiva in grado di portare a nuovi miglioramenti in un dato campo.

Questa definizione è estremamente interessante e mi ha colpito moltissimo, perchè, malgrado non avessi mai approfondito la cultura hacker, è la base dei valori che hanno dato vita agli Indigeni Digitali, network del quale sono fondatore e che spero continui a crescere come sta succedendo in questi mesi. Secondo Himanen, l’essenza dell’hacker è sintetizzata e definita nella “Legge di Linus“, scritta da Linus Torvalds durante un convegno all’Università di Berkeley in California, nella quale emerge che un uomo è spinto a fare qualcosa da 3 motivazioni: sopravvivenza, vita sociale e intrattenimento. Per esser felici nella vita, bisogna soddisfare tutte e tre le condizioni.

Nel libro Himmanen analizza e mette a confronto l’etica hacker e l’etica protestante, presentata da Max Weber nel libro “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” basando tutto il confronto su sette principi fondamentali: Passione, Libertà, Valore Sociale, Apertura, Attività, Responsabilità e Creatività.

  • La Passione è quella che Trovalds ha definito come “intrattenimento”. La passione non è altro che qualcosa che diverte l’hacker mentre la sta mettendo in pratica. Quando un hacker fa qualcosa che l’ho diverte è perchè lo ritiene interessante e degno di tutto il suo impegno.
  • La Libertà hacker è il principio secondo cui chi lavora sa sempre cosa significa avere scadenze da rispettare, non ha orari rigidi ai quali attenersi ma è fortemente orientato al raggiungimento dell’obiettivo.
  • Il Valore Sociale è quello che rende coinvolgente l’essere hacker, ossia il senso di appartenenza a gruppi grandi, piccoli, famosi, ignoti o riservati, quella capacità sentirsi parte di una comunità, accettato e riconosciuto.
  • Apertura e condivisione è il principio secondo cui l’hacker fa qualcosa non solo per se, ma anche e soprattutto per la comunità e quello che fa è condiviso perchè ritenuto valore e accrescimento per gli altri.
  • Attività è l’esatto contrario di passività. L’hacker non è mai un utente passivo di Internet e della tecnologia in generale. Cerca sempre di migliorare ciò che usa.
  • Responsabilità , anche se sembra strano, e altruismo. Per un hacker responsabilità significa occuparsi degli altri, aiutare il prossimo e rendere migliore la Rete.
  • Creatività saper fare in modo diverso, alternativo ciò che si può fare normalmente, saper creare qualcosa di veramente bello, anche dal punto di vista artistico.

L’etica hacker, come descritto dell’autore nel libro, è stata alla base dei grandi miglioramenti in campo informatico che si sono avuti negli ultimi decenni. L’informatica, la rete internet, i programmi opensource come Linux sono nati e si sono sviluppati proprio grazie all’impegno continuo di migliaia di persone che hanno messo a disposizione della comunità il proprio impegno, il proprio tempo, hanno condiviso in maniera aperta il sapere e hanno lasciato che altri potessero apportare dei miglioramenti liberamente, con la sola limitazione di riconoscere i crediti del lavoro precedente e di permettere successive libere modifiche anche ad altri sviluppatori.

Pekka Himanen ritiene che la società nella sua interezza e complessità dovrebbe recepire l’etica hacker, contrapponendo questo approccio a quello “dell’etica protestante” che ha dominato e domina tuttora questo momento storico ed il nostro modo di approcciare il lavoro. Himanem ritiene inoltre che oggi siamo schiavi del modo di concepire il lavoro e questo deriva dal fatto che ci riteniamo degni solo se abbiamo un lavoro che ci qualifica socialmente, se ci dedichiamo ad esso in modo continuo, e se la nostra intera vita ruota attorno al lavoro, con pochi spazi per liberare la creatività ed il divertimento. Questa cultura ci porta a lavorare senza divertirci. Spesso abbiamo sentito dire che c’è un momento per il piacere ed uno per il dovere, ma nella realtà della vita quotidiana viviamo per lavorare e soprattutto per guadagnare, invece di lavorare per vivere. Secondo l’etica hacker non è così: il lavoro dovrebbe essere divertente e coinvolgente. Dovrebbe essere la cosa che ci piace più fare e che ci dà più soddisfazione, con spazio per la creatività.

Questo libro ha il pregio di mostrare un nuovo modello di sviluppo, quello delle risorse condivise, della partecipazione, della trasparenza e dell’etica sociale: il modello dell’era dell’informazione.

Se l’etica hacker venisse applicata in tutti i settori, alla politica e alla società, le potenzialità sarebbero immense: un sapere aperto permetterebbe un progresso infinitamente più rapido ed efficiente dell’attuale. Sarebbe aperto non solo alle modifiche in grado di migliorarlo, ma sopratutto alle critiche in grado di evitare errori e forse disastri.

La politica che vorrei

Oggi ho ricevuto una mail da un amico che mi ha invitato a leggere la lettera aperta che ha scritto al partito, con lo scopo di discuterne, criticarla, magari integrarla e condividerla in rete. Di solito non mi piace scrivere di politica, fantapolitica, destra o sinistra. Ci sono argomenti che secondo me, malgrado siano borderline tra politica e cultura è giusto condividere e affrontare. Indipendentemente dallo schieramento politico.

Leggere il post mi ha fatto riflettere su alcuni temi, e sulla politica che vorrei.

Un sistema senza trasparenza non può costruire fiducia perché favorisce i furbi e costringe gli onesti in uno stato di illegalità latente; la trasparenza, al contrario, promuove la responsabilità e il merito. Nell’epoca della cultura digitale essere trasparenti significa adottare il modello dell’open government.

Lo Stato del ventunesimo secolo deve puntare alla co-produzione dei servizi pubblici, riconoscendo che i cittadini hanno competenze da mettere in campo e rappresentano delle risorse da coinvolgere. Gli individui, le famiglie, i vicinati, le comunità locali rappresentano il sistema operativo sul quale funzionano i servizi assicurati dalle pubbliche amministrazioni. Quando queste ultime operano in contrasto con i primi i risultati sono performance scadenti, un basso livello di fiducia, una scarsa volontà di partecipazione. Il riferimento al computer non è casuale perché il tipo di tecnologia che viene sviluppata e che si diffonde in una società ne plasma in modo decisivo la struttura materiale e la politica non può continuare a ignorare la cultura digitale, che sottolinea valori come la responsabilità, la collaborazione, l’innovazione e la libertà.

Nella politica attuale i cittadini hanno veramente poca influenza sulle decisioni prese nel loro nome dai rappresentanti eletti durante il lungo periodo del mandato.

Oggi, secondo me, è necessario creare dei canali di comunicazione e dei luoghi di aggregazione aggregazione, virtuali e reali, in cui il cittadino possa partecipare attivamente alle scelte, cancellando quel confine e quella distanza che si crea tra l’elettore e l’eletto: luoghi di deliberazione pubblica che, oltre al valore dato dalla condivisione della conoscenza e delle esperienze, diano la possibilità ai partecipanti di accrescere il proprio senso civico e il proprio senso di responsabilità verso ciò che è collettivo.

La partecipazione genera un maggior coinvolgimento, un maggior grado di informazione e trasparenza, la fiducia nelle informazioni condivise, un senso di responsabilità e lo sviluppo di momenti di riflessione partecipativa. Essere “costretti” a confrontarsi in pubblico, attenua tramite il pudore la ricerca dell’interesse personale, a vantaggio di comportamenti finalizzati al bene generale.

La politica che vorrei è fatta dei valori condivisi dal popolo della rete e che si trovano nei principi della Cultura Digitale: trasparenza, etica, fiducia, responsabilità, partecipazione e coinvolgimento.

Vi invito a leggere anche il post di Nicola.

Usiamo internet in modo responsabile, libero e sicuro.

Parte questa settimana la seconda edizione (2009) della settimana della Sicurezza in Rete, la campagna nazionale di sensibilizzazione per la protezione e la sicurezza online che si propone di aiutare gli utenti della Rete anche mediante la diffusione di risorse certificate.

Credo sia un ottima iniziativa e una buona dimostrazione di come le aziende del settore (social network e non), se vogliono, possano essere portatrici di informazioni comprensibili, utili e concrete, facendo anche da moderatore su quelle notizie che generano allarmismo e terrorismo psicologico pubblicate da “non addetti ai lavori” e politicanti che, purtroppo, in Italia sono sempre più frequenti.

In questi giorni ho pubblicato un articolo relativo alla protezione della propria Privacy in Facebook, che vi invito a leggere se siete “nuovi” nei Social Network o comunque se non avete mai messo mano alle impostazioni di sicurezza di Facebook. Non è una guida tecnica, ne tanto meno un manuale delle inefficienze del social network, ma una breve guida composta da 9 semplici  punti di  configurazione.

Ci pensate come sarebbe bello sapere di poter navigare senza problemi, senza incappare in qualche truffa, in video non graditi, e senza la preoccupazione di subire un furto d’identità?

Io amo internet e sono a favore di un uso responsabile, libero e sicuro della rete.