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Life Hack

Sarà capitato a tutti nella vita di dover fronteggiare periodi di sovraccarico professionale e personale, e dover così organizzare al meglio i propri tempi, ritmi, dati e modo di lavorative. Spesso ricorriamo a trucchi, scorciatoie e semplificazioni per migliorare la produttività e i tempi di gestione delle attività che dobbiamo svolgere. Tutti queste facilitazioni sono definite, soprattutto dai programmatori Life Hack , ossia delle azioni quick and dirty. La definizione originale del termine LifeHack infatti deriva da alcuni comandi shell, script, semplici operazioni, workaround utilizzati da sviluppatori e tecnici per semplificare alcune attività.

Nulla a che vedere con il significato errato ed illegale della parola hacker, anzi. Anche questa volta il termine hack è utilizzato, secondo quanto detto nel post dell’Etica Hacker, per definire qualcosa che sia in grado di portare a nuovi miglioramenti in un dato campo.

Il termine lifehack è diventato popolare nella blogosfera e nelle comunità geek ed associato a tutti i trucchi utilizzati per gestire il sovraccarico di informazioni provenienti dalla rete. Entrato nel linguaggio comune, è utilizzato per definire tutto ciò che risolve problemi quotidiani, attraverso un trucco o un consiglio che aumenta la produttività, diminuisce lo stress, permette di divertirsi, risparmiare e migliorare la qualità della vita, in maniera intelligente, non-ovvia, ma molto spesso, allo stesso banale.

Il termine fu stato coniato dal giornalista inglese Danny O’Brien, che unì appunto la parola life e la parola hack. Nel 2004 O’Brien fece una ricerca nella sfera degli utenti geek di sua conoscenza e cercò di individuare quali fossero le “tecniche” che adottavano per poter raggiungere i loro risultati in modo più rapido. Scoprì che tutti avevano dei denominatori comuni: attenzione a procedure semplici e rapide, utilizzo di tools simili, todo list snelle e sempre sotto controllo.

Il risultato della ricerca fu pubblicato con il titolo “Life Hacks: Tech Secrets of Overprolific Alpha Geeks”, esposto da O’Brien durante la O’Reilly Emerging Technology Conference di San Diego nel 2004 e raccolto in alcuni appunti (file1file2) di Cory Doctorow. Nel stesso anno O’Brien replicò la presentazione durante il NotCon04.

Tra i siti più famosi in rete, relativi al life hacking, ci sono http://www.lifehack.org, http://lifehacker.com/ e http://www.43folders.com. Esiste anche una risorsa italiana presente all’indirizzo http://www.lifehacks.it.

Esempi di hack ne esistono tantissimi e se cercate in rete ne trovate di più strani. Per quanto mi riguarda io utilizzo moltissimo l’hack per Moleskine e la penna e il lifehack per sistemare i cavi del notebook.

Insomma piccole scorciatoie, tanto semplici e utili che aiutano a migliorare la vita. E voi quali utilizzate?

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ICT 2011, idee driver e business

All’inizio dell’anno scorso mi sono cimentato in una previsione dei driver che avrebbero spinto e trainato il mercato dell’ICT 2010 analizzando la tipologia di sviluppo che avremmo visto. Il risultato della previsione, a distanza di un anno, è stato più che positivo poiché gran parte degli argomenti affrontati, anche se ancora poco noti all’inizio dell’anno passato, hanno avuto un’impennata e una successiva crescita oltre ogni aspettativa.

Le Mobile Application, grazie ad iPhone, iPad ed Android e all’esplosione dei Location Based Service, hanno visto una crescita esponenziale: come direbbe qualcuno, ormai “c’è un App per tutto”. I social network che già nel 2009 avevano in qualche modo influenzato i mercati hanno avuto il loro ulteriore impatto sulle aziende e sul business e, hanno fatto crescere l’esigenza di un passaggio rapido a sistemi di Enterprise 2.0 ed l’utilizzo di strumenti di social Crm. Sono cresciute le applicazioni che utilizzano sistemi di Tag (Rfid, Qr…), anche se meno di quanto immaginavo, e si è cominciato a parlare in modo più consapevole di Internet delle cose.

Guardando all’anno appena iniziato, ritengo che il 2011 non sarà un anno di grossi stravolgimenti dal punto di vista dei driver trainanti del mercato, quanto invece un anno di consolidamento ed affermazione di alcune tecnologie che usciranno dal giro ristretto degli early adopter e vedranno luce nella vita di tutti i giorni. I social network che già dal 2009 hanno iniziato l’insediamento nella vita quotidiana e che nel 2010 hanno coinvolto milioni di persone, diventeranno la normalità, raggiungendo un livello tale di integrazione da poter esser visti come il “backup delle informazioni della vita personale”: una sorta di memoria della vita, in Cloud, classificabile e interrogabile su una timeline. L’integrazione vita personale-social network e lo sviluppo degli oggetti che pensano darà modo di sviluppare prodotti e soluzioni basati sul concetto di context-awareness, sistemi in grado di attivarsi e svolgere elaborazioni in modo simultaneo con una coscienza sempre maggiore del contesto in cui sono attivi anche grazie alla conoscenza dell’utente finale e dei suoi dati.

Per quanto riguarda le aziende invece il 2011 sarà un anno di ri-partenza in cui dovranno metabolizzare determinati strumenti, superare eventuali blocchi culturali e affrontare un cambiamento tecnologico che vedrà i suoi frutti nel giro dei prossimi due anni. I driver che hanno trascinato il 2010 saranno ancora validi ma con qualche sfaccettatura e declinazione diversa ma dovranno assolutamente esser affrontati per non rimanere indietro, con il rischio d’impatti negativi negli anni a venire. Si parlerà ancora di Cloud Computing, Mobile, Social Network e Analytics.

Il cloud computing avrà ancora come tema caldo principalmente la sicurezza e la continuità di servizio. Le aziende romperanno la barriera culturale e investiranno in cloud non solo dopo averne percepito il beneficio economico, ma soprattutto dopo aver preso coscienza che i propri dati non sono nelle mani di estranei e alla portata di tutti, ma sono gestiti con livelli di sicurezza elevati.  Le infrastrutture proposte dai fornitori inoltre dovranno garantire la continuità del business in caso di disastro.

Il Mobile per le aziende sarà il contatto principale verso tutti gli stakeholder. I dipendenti, sempre più in contatto con l’azienda e fuori dalle mura aziendali, utilizzeranno applicazioni mobili in modo più consistente per dialogare, comunicare e gestire informazioni. I clienti, sempre più presenti in rete ed interconnessi con smartphone, tablet e cellulari, utilizzeranno servizi in mobilità per ogni azione di relazione: informazione, acquisto, prenotazione e segnalazioni.

Per quanto riguarda i social network , le aziende dovranno necessariamente prender atto che questi fanno parte della vita quotidiana e dovranno così liberalizzarne l’utilizzo, imparando a controllarne l’uso e gli effetti. Sempre di più sarà necessario inoltre integrare le tecnologie sociali all’interno dei sistemi di CRM, collaboration e business intelligence. I sistemi di analisi nello specifico diventeranno strumenti utili al business per verificare le tendenze e il dialogo tra aziende e clienti e se integrati correttamente con i social media, diverranno anche strumenti di previsione real time.

Infine l’uscita del Mac Store ed il consolidamento dei market  store darà una spinta ulteriore alla crescita di piccole-medie imprese per lo sviluppo di applicazioni desktop e mobile. Vinceranno le applicazioni che, sì andranno sullo store, ma saranno cross piattaforma e non solamente focalizzate su un ambiente: l’HTML5 e tutto il mondo che ci gira intorno darà una bella mano a questo tipo di sviluppo.

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La Apple smartPhonizza il Mac e decreta l’inizio della fine dei lettori DVD

Come aveva già anticipato meno di un mese fa, la Apple oggi ha confermato l’apertura del Mac App Store, praticamente un nuovo servizio simile all’App Store per iPhone, iPod e iPad e che permette così agli utenti di acquistare e scaricare le apps per il proprio mac. Per poter utilizzare il nuovo store è necessaria l’installazione dell’ultimo aggiornamento rilasciato per Leopard versione 10.6.6.

L’accesso allo store è semplice e può esser effettuato (per gli utenti di iTunes) utilizzando lo stesso account Apple. Una volta entrati nello store ci si accorge subito che la modalità di vendita del software e l’interfaccia proposta all’utente, è uguale allo store di iTunes: ricerche veloci, software classificati in categorie semplici ed intuitive, scheda del prodotto, tasto per procedere all’acquisto (free o a pagamento), aggiornamenti del software. I vantaggi per l’utente, così a primo impatto sono:

  1. possibilità di poter acquistare software quando serve, in modo sicuro, senza preoccuparsi dell’attendibilità del sito e dello sviluppatore
  2. possibilità di acquistare con un solo metodo di pagamento, integrato e certificato
  3. superamento del concetto di installazione da CD/DVD
  4. aggiornamenti centralizzati per tutti i software installati

Insomma, gli stessi vantaggi che si percepiscono utilizzando un iPhone o un iPad. E’ come dire che la Apple stia smartphonizzando il mac!

Anche se il concetto di store del software non è nuovo al mercato e agli utenti e più aziende hanno già provato a lanciarne uno, secondo me il Mac Store avrà un impatto diverso. Personalmente ho sempre riconosciuto alla Apple la bravura di saper scegliere il tempo di uscita, la modalità e la strategia di prodotto al “momento giusto”, così come ha fatto per esempio anche con l’iPad.

Dal mio punto di vista infatti questo è il momento giusto proprio perchè dopo l’esplosione del mercato degli smartphone e conseguentemente alla crescita dell’abitudine all’acquisto di apps e musica, gli utenti saranno più propensi ad acquistare anche software, nella stessa modalità. Poco, subito e ovunque, senza dover andare al negozio a prendere un CD/DVD per esempio.

Ritengo inoltre che sia anche la modalità giusta, perchè sta uscendo con una piattaforma che utilizza un modello già funzionante, lo store: tutti comprano con una sola piattaforma di acquisto, da un solo punto, un account. Il mercato è spinto dagli sviluppatori e dalle aziende che producono software per quel “sistema”.

La strategia di prodotto è infine assolutamente puntuale: il Macbook Air è stato inserito sul mercato un attimo prima dell’uscita dello store. Questo modello di Mac per chi no lo sapesse, è un prodotto sul quale non è presente un lettore di CD/DVD, e soprattutto, a differenza della campagna pubblicitaria della precedente versione, da nessuna parte si vede mai un lettore esterno su USB. E’ un pò come voler far dimenticare qualcosa che non serve più. Vi ricordate il Floppy Disk per esempio? Quando la Apple decise di toglierlo dai suoi Mac molti degli utenti pensarono che fosse un errore strategico, eppure, non è stato così.

Insomma questa che per molti (come si legge già in rete) non è una novità o per qualcuno è l’ennesimo modo di Apple di attirare a se l’utenza e stringere ancora di più la maglia intorno al DRM, dal mio punto di vista il Mac Store sarà l’inizio di un’ennesima rivoluzione che avrà l’effetto di iniziare la dismissione dei cd/dvd, l’utilizzo del cloud e una modalità diversa di distribuzione del software.

Il prossimo passaggio sarà l’apertura di un apps store per la Apple TV, la vendita di Apps per l’home entertainment, l’apertura un sdk per lo sviluppo e l’integrazione totale desktop e mobile: tutto avverrà nel momento in cui la Apple deciderà di chiudere il mercato dei PC casalinghi… 😉

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Getting Things Done: l’arte dell’efficienza

Un annetto fa dopo aver scritto un post sul Culto del Fare ho conosciuto casualmente, in rete, un sistema di produttività personale chiamato Getting Things Done (GTD) di David Allen. A differenza di altre metodologie di time management e idee rivoluzionarie di metodi di lavoro in cui vengono fatte fantomatiche premesse inneggianti alla possibilità di “lavorare di meno“, “esser meno stressati” e cose similari, questa metodologia dal titolo “The Art of Stress-Free Productivity” o anche l’arte del “Fare in modo che le cose vengano fatte” mi ha stuzzicato l’attenzione e l’interesse. In breve tempo questa metodologia mi ha talmente attratto che ne sono diventato un fervido fautore e quando posso cerco di utilizzare questa metodologia per mettere ordine alle mille idee che mi vengono continuamente in testa.

Il concetto fondamentale del GTD è basato sulla necessità che ha una persona di sgombrare le cose da fare dalla propria mente e di registrarle ed organizzarle da qualche parte. Il metodo consiste nel «liberare la mente dal lavoro di ricordare ogni cosa che deve essere fatta» e, quindi, concentrarsi pienamente sull’ «eseguire questi compiti».

Getting Things Done nasce dal titolo del libro del 2001 nel quale David Allen ha descritto e definito la metodologia a seguito di anni di lavoro in qualità di consulente aziendale. Il libro è un breve trattato relativo a questa metodologia e rimane semplice e chiaro proprio perchè spiega in modo concreto e pratico i cardini e le caratteristiche di questo metodo, evitando voli pindarici ed esempi inutili.

A primo impatto la GTD potrebbe sembrare un metodo chiuso con le sue regole da seguire ed applicare, ma nella realtà, una volta applicato e messo in pratica, ci si accorge rapidamente che si tratta di un insieme di linee guida molto flessibili che possono essere adattate a diversi stili, tipi di lavoro individuali e professionalità e plasmata secondo la propria sensibilità personale e alcune proprie caratteristiche. A differenza di altre metodologie e altri approcci di esperti di gestione del tempo, David Allen nel suo libro non pone la sua attenzione sulle priorità dei compiti, ma raccomanda di creare delle liste di compiti, concernenti una situazione e suggerisce di eseguire immediatamente dei compiti se questi richiedono meno di 2 minuti.

La psicologia del GTD è basata su tre azioni principali: memorizzare, tracciare e ripescare dalla memoria. In questo modo riusciamo facilmente e piacevolmente a recuperare tutte le informazioni relative alle cose da fare limitandone lo sforzo cognitivo-emotivo. Allen asserisce inoltre che molti dei blocchi che noi generalmente incontriamo riguardo al portare a termine determinate attività sono causati da una insufficiente chiarezza di cosa si vuole ottenere e quali sono le specifiche azioni necessarie per ottenere il risultato. Secondo Allen il nostro ‘sistema di promemoria’ mentale è piuttosto inefficiente e raramente si ricorda che cosa dobbiamo fare, nel momento e nel luogo in cui dobbiamo farlo. Di conseguenza, il ‘sistema a fiducia‘ di memorizzazione in base al contesto delle ‘prossime azioni’ da fare (ancore mentali) agisce come un supporto esterno, che ci assicura che si presentino i giusti ricordi e al momento giusto. Nel libro sono riportati molti trucchi che possono aiutare a mettere in pratica il flusso di lavoro descritto da Allen.

Una sintetica descrizione del GTD tratta dal libro di Allen Ready for Anything e ripresa da Wikipedia:

Get everything out of your head. Make decisions about actions required on stuff when it shows up — not when it blows up. Organize reminders of your projects and the next actions on them in appropriate categories. Keep your system current, complete, and reviewed sufficiently to trust your intuitive choices about what you’re doing (and not doing) at any time.

che si potrebbe tradurre con:

Fai uscire ogni cosa dalla tua mente. Prendi le decisioni riguardo le azioni necessarie quando il problema si presenta – non quando esplode. Organizza i promemoria dei tuoi progetti e le loro prossime azioni in categorie appropriate. Tieni il tuo sistema aggiornato, completo e rivisto sufficientemente per dare fiducia alle scelte su quello che stai facendo (e quello che non stai facendo) in ogni momento.

Il principi fondamentali su cui si basa la GTD sono una rivisitazione del ciclo di trasmissione dell’informazione del Knowledge management: nello specifico i cinque termini che identificano le fasi sono Raccolta, Metodo, Organizzazione, Revisione e Fare.

Insomma, applicando questi 5 principi e le relative azioni, secondo la tesi di David Allen ed il suo metodo Getting Things Done, si può rendere semplice, facile e divertente lo svolgimento di attività che bisogna svolgere, ed essere meno incline a procrastinare o ad essere sopraffatto da troppi ‘anelli aperti’. Io lo sto facendo.

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Problemi di sicurezza per WordPress: vulnerabilità XSS

Il 29/12/2010 mentre me ne stavo tranquillamente in ufficio, il mio blog  è stato defacciato e la home page è stata sostituita con un reindirizzamento ad un sito contenente immagini porno. Non è la prima volta che avviene, e quando succede è una gran rottura di balle, perchè bisogna ripristinare alcuni file del sistema e rivedere tutti i folder nei quali sono stati caricati file.

Per chi non lo sapesse il termine Defacing, nell’ambito della sicurezza informatica, viene utilizzato per definire il cambiamento illecito della home page di un sito web (la sua “faccia”) e la modifica di una o più pagine interne. Questa pratica è condotta da persone non autorizzate (detti cracker, non hacker) e all’insaputa di chi gestisce il sito. E’ illegale in tutti i paesi del mondo.

Le motivazioni di tale atto vandalico possono essere di vario tipo, dalla dimostrazione di abilità fino a ragioni ideologiche e politiche. Le tecniche utilizzate per ottenere i permessi di accesso in scrittura al sito sfruttano solitamente i bug presenti nel software di gestione del sito oppure nei sistemi operativi sottostanti: nel mio caso, questa volta, credo che il daface sia stato effettuato tramite un bug di WordPress.

Casualmente mentre ero li che aggiornavo e ripristinavo il mio blog, ecco che mi arriva una mail del simpatico Matt Mullenweg, che dopo aver comunicato la presenza di un aggiornamento critico, mi augura Merry WordPressing in 2011!

First off, happy holidays. 🙂 I hope this time of the year, chilly for many of you, has given you time to enjoy family, friends, and loved ones and reflect on the year before and the year to come.

My last message to you this year is an important but unfortunate one: we’ve fixed a pretty critical vulnerability in WordPress’ core HTML sanitation library, and because this library is used lots of places it’s important that everyone update as soon as possible. I realize an update during the holidays is no fun, but this one is worth putting down the eggnog for. In the spirit of the holidays, consider helping your friends as well. You can update in your dashboard, on the “updates” tab, or download the latest WordPress here: http://wordpress.org/download/

The official release announcement is here: http://wp.me/pZhYe-qt

Merry WordPressing in 2011

Matt Mullenweg
http://ma.tt | http://wordpress.org | http://automattic.com

Cliccando sul comunicato ufficiale, si parla proprio di vulnerabilità XSS:

3.0.4 Important Security Update

Posted December 29, 2010 by Matt Mullenweg. Filed under Releases,Security.

Version 3.0.4 of WordPress, available immediately through the update page in your dashboard or for download here, is a very important update to apply to your sites as soon as possible because it fixes a core security bug in our HTML sanitation library, called KSES. I would rate this release as “critical.”

I realize an update during the holidays is no fun, but this one is worth putting down the eggnog for. In the spirit of the holidays, consider helping your friends as well.

If you are a security researcher, we’d appreciate you taking a look over this changeset as well to review our update. We’ve given it a lot of thought and review but since this is so core we want as many brains on it as possible. Thanks to Mauro Gentile and Jon Cave (duck_) who discovered and alerted us to these XSS vulnerabilities first.

Apperò, Matt classifica questa release Critical e ce lo dice sorridendo: peccato che su una vulnerabilità XSS (anche detta di Cross Site Scripting) non c’è una fava da ridere!

Insomma, alla fine grazie a questo “buchetto” ho passato 2 ore serali a ripristinare il blog, un pò di autorizzazioni e soprattutto dopo aver aggiornato WordPress alla versione 3.0.4 .

[Provocazione ON]

Beh questo è secondo me il brutto dei prodotti Open Source: con chi te la prendi in caso di danni generati da una falla di questo tipo?

[Provacazione OFF]

PS: ovviamente faccio riferimento a tutti i blog / siti che utilizzano wordpress come piattaforma su hosting privati e non su WordPress.com

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3… 2… 1… Happy new year!

E’ finito il primo decennio e per me questo finale è stato veramente con il botto! Al lavoro fino all’ultimo momento per concludere delle attività ancora pending, qualche disastro (tecnologico) da recuperare, progetti in partenza e qualche brutta notizia da comunicare e gestire. In generale, comunque il 2010 è stato grandioso e non sarà un anno che potrò facilmente dimenticare. Dalla nascita di Mattia, al cambio di azienda che è stato un vero e proprio rilancio professionale, il numero di persone che ho conosciuto grazie ai Social Network e ai vari network offline (se solo iniziassi una lista penso che potrei mandare in tilt il database di wordpress…), il numero di novità, la mole di informazioni, gli eventi e le cose che ho fatto sono veramente tante.

Come avevo anticipato nel precedente post ero alla ricerca dei miei nuovi propositi per il 2011, e mi sono preso qualche giorno di riflessione. Bene eccomi qui ad elencarli, anche se a differenza dell’anno precedente saranno un pò di più. Ecco cosa mi aspetto dal 2011:

  • una migliore organizzazione del tempo e dei viaggi in compagnia di mia moglie e del mio piccoletto
  • il consolidamento di un progetto partito nel 2010
  • l’avvio di un nuovo progetto che ho in mente da una vita con mio fratello
  • il conseguimento della cintura nera di taekwondo (non raggiunta l’anno precedente – Umpf!)
  • il superamento di almeno 3 esami dei 5 mancanti (non raggiunta l’anno precedente, e due – Umpf!)
  • una continua crescita professionale basata su etica e trasparenza
  • lo sviluppo e la diffusione della cultura e dei valori degli Indigeni Digitali

Mi piacerebbe anche che il 2011 fosse un anno di cambiamento per tutti: una maggiore diffusione dei valori della cultura digitale, una politica più giusta e corretta, una crescita esponenziale di persone che hanno voglia di rivoluzionare tutto quello che non va nella nostra società, nuove riforme per le Università e per le nuove imprese, finanziamenti per la ricerca, maggiori investimenti per le startup che nascono da giovani brillanti, il superamento del momento di crisi che viviamo da qualche anno e la diffusione di maggiore ottimismo e positività nelle persone.

Leggendo in rete un pò di buoni propositi mi è piaciuto molto quello che ha scritto Gianluigi sul suo blog WebConoscenza: meno opportunismo e più solidarietà, ricerca e condivisione delle cose che ci uniscono, meno televisione e più teatro e infine meno lavoro e più tempo libero (molto hacker).

Per concludere mando un augurio speciale ad alcune persone con le quali quest’anno ho condiviso veramente molti momenti personali e professionali speciali: David Funaro, Giuliano Iacobelli, Luca La Mesa, Roberto Macina, Nicola Celiento, Cristiano Severini, Francesca StanzaniNicola Mattina, Claudio Vaccaro e Andrea Serravezza 🙂 Grazie a tutti

Auguri a tutti, e…. Happy New Year!

PS: Se parte prima di mezzanotte vuol dire che ho l’orario del server errato! Damn!

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Auguri e buon feste

Si in effetti arrivo un pò in ritardo con gli auguri di Natale, ma meglio tardi che mai.

L’anno scorso avevo chiuso l’anno augurandovi un grande 2010 e anticipando che il mio nuovo anno sarebbe stato pieno di cambiamenti. In effetti è stato così: c’è stato un radicale cambiamento professionale, l’avvio di alcuni progetti che avevo in testa e che ora si stanno materializzando, ma soprattutto l’arrivo del mio piccolo Mattia.

Tirando le somme, rispetto ai 5 obiettivi che mi ero dato, devo dire che posso ritenermi soddisfatto: ne ho centrati 3 di 5. I due non raggiunti cercherò di perseguirli l’anno prossimo, però con calma. Per i prossimi obiettivi mi prendo ancora qualche giorno di riflessione. Li metterò nel post del 31 dicembre 🙂

Vi lascio con un abbraccio enorme, un mega augurio digitale e un buon Natale con un pezzo che non stanca mai:
Last Christmas di George Michael / WHAM!

Durante queste feste sarò social ma meno del solito: mi godo il primo Natale del mio piccoletto Mattia. Augurii!

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Ci hanno fatto il Pacco di Natale

L’Italia politicamente non cambia. E nemmeno culturalmente. La fiducia per il Governo c’è ancora, e ci hanno fatto il Pacco di Natale. Per 3 voti, come aveva previsto Totò, malgrado tutto il casino e tutte le pippe che ci siamo sorbiti questi giorni.

Ogni volta rimango senza parole. E’ incredibile. Quello che succede in Italia è veramente ridicolo: voti comprati come al mercato, offese tra parlamentari, politici che esultano come avessero vinto la coppa del mondo, ribaltoni improvvisi e deputati che hanno paura di votare contro l’attuale governo per la paura di perdere l’immunità e con lei, la copertura e la tranquillità di poter continuare a fare i proprio interessi.

Pensare che tutto quello che fanno è legittimato dal fatto che loro rappresentano il popolo italiano, mi fa rabbrividire. Perchè io, non sono quel popolo lì.

Mentre scrivevo questo post anche Kawakumi ha pubblicato un post dal titolo Povera Patria, e ha riportato il testo della canzone di Battiato, che esprime, in modo attualissimo lo stato d’animo di molte persone. Compreso il mio.

Sono d’accordo con Nicola che scendere in piazza oggi è anacronistico e questo risultato ce lo dimostra. Bisogna lavorare su un livello diverso, con strumenti diversi, con un informazione diversa. Dobbiamo lavorare sulla cultura, creare contenuto di valore, motivare e incentivare al cambiamento, puntare ad una politica più giusta e libera.

Io insisto che vorrei una politica diversa e sto lavorando per questo.

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Internet, libertà e Costituzione

Leggere articoli relativi alla libertà di internet, alla sua gratuità, alla necessità di modificare la costituzione ed altre riflessioni riguardo alla sua utilità o meno, mi fa pensare. Mi fa pensare che siamo ancora parecchio indietro, non solo tecnologicamente e strutturalmente, ma soprattutto culturalmente.

Alcune analisi recenti riportano che oggi soltanto il 20% delle persone presenti sul nostro pianeta accede ad Internet. Secondo Tim Berners-Lee questi numeri possono esser letti guardando l’altro lato della medaglia, ossia, il restante 80% della popolazione attraverso l’utilizzo di internet potrebbe riuscire ad avere beni e servizi di primaria necessità come acqua e sanità, che oggi non riesce ad avere.

L’attenzione, secondo questa lettura, ricade sul fatto che internet sia, per queste popolazioni, non solo un mezzo aggiuntivo o una commodities, ma un valido strumento per migliorare anche le condizioni di vita: la rete aiuterebbe le popolazioni nello sviluppo culturale, alla condivisione di informazioni, permetterebbe la crescita della consapevolezza e tutti potrebbero beneficiare dell’intelligenza collettiva. Sbloccare l’accesso alla rete, anche a velocità minime o anche solamente locali, sarebbe quindi già un passo avanti di enorme importanza.

Il padre del World Wide Web, durante l’intervento alla conferenza del Nokia World, ha promosso la diffusione di Internet in tutto il mondo ed ha espresso la propria filosofia in merito a quel che dovrebbe essere un diritto invece di un lusso. Secondo Berners-Lee sarebbe sufficiente offrire connessioni a banda stretta così da offrire a tutti la possibilità di collegarsi al Web e sfruttare tutti i vantaggi offerti dalla rete. La chiave per arrivare ad una diffusione massiva ed in larga scala di Internet, secondo Berners-Lee sta nelle connessioni mobili e nella copertura mondiale che potrebbe infatti essere sufficiente ad offrire una connessione limitata in qualsiasi area del globo. Tutti dovrebbero avere la possibilità di accedere ad Internet. A titolo gratuito.

E mentre nel resto del mondo si dibatte sulla gratuità della rete affinchè si possa dare a chiunque, in Italia ci preoccupiamo di modificare la Costituzione per rendere Internet un diritto.

Stefano Rodotà, costituzionalista che già nel 2006 aveva accennato alla Carta dei Diritti per Internetqualche giorno fa a Roma durante l’Internet Governance Forum, ha lanciato la proposta dell’ articolo 21 bis della Costituzione, dedicato a difendere e promuovere il diritto dei cittadini di accedere a Internet:

Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

Anche Wired si è schierata a favore dell’articolo 21 bis, aprendo addirittura una petizione on line per far diventare internet un diritto costituzionale.

Mmm. Cioè ci stiamo dicendo che per poter accedere a qualcosa che è nato gratuito, neutrale, aperto ed accessibile, c’è bisogno di modificare la Costituzione?

Al di là della posizione presa da Wired che ritengo l’ennesima azione di Marketing buono al limite tra eccessivo fanatismo a supporto della rete e azione commerciale per la rivista, mi sono letto un bel pò di post per provare a farmi un idea più precisa riguardo a questa proposta.

Tra i vari post che ho letto, oltre quelli di Roberto Dadda e Massimo Melica che ho trovato particolarmente approfonditi e condivisibili, mi è piaciuta molto la nota di Vittorio Bertola su facebook e la discussione che si è generata. Nello specifico ho trovato interessanti un paio di passaggi di Vittorio quando dice:

“…credo che sia importante capire che ciò che si vuole difendere non è uno specifico sistema di telecomunicazione – altrimenti ci si dovrebbe chiedere perché la Costituzione non parli del telefono – ma il modello di interazione sociale, primo nella storia delle comunicazioni, che è sotteso al concetto originario di Internet…”

e ancora

“…ciò che si vuole difendere non è una tecnologia ma una pratica democratica di condivisione e organizzazione dal basso, che permette la realizzazione delle persone e dei loro diritti in modo mai visto prima, e che provvede a una redistribuzione del potere dall’alto verso il basso…”

Ritengo che Internet possa esser utilizzato come forma di tutela della Democrazia e della Costituzione e non il contrario. Pensare di chiudere internet in un articolo della Costituzione o in una legge, sarebbe, secondo me, come dire che lo Stato Italiano si prenda, ingiustamente, un esclusivo ed indipendente potere sulla rete.

Articolo 21bis, no grazie. Io amo internet. Libero e responsabile.

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La fine di Microfox a Roma

Qualche giorno fa il sito ecommerce del negozio romano Microfox portava un banner con su scritto svendita totale. La cosa mi è sembrata strana, sapeva di qualcosa di negativo, ma ho pensato che in fondo potesse essere una trovata “commerciale”. No, non era un azione di marketing. Questa volta si è trattato di un fallimento: ora che sia una azione per intascarsi tutto e portarsi via il “bottino” o che sia realmente un fallimento non lo so, ma la cosa certa è che qualcosa non ha funzionato.

Per anni ho comprato il materiale per i miei pc, l’hardware per amici, ho cercato pezzi per potenziare i desktop di casa e le consolle presso il loro negozio, e quel posto è sempre stato pieno di gente, addirittura da dover aspettare 50 minuti in coda. Secondo quanto riportato sul loro sito e che vi riporto qui di seguito, i motivi sono riconducibili ad un sistema degradato che non ha permesso ad una piccola realtà di sopravvivere.

Pubblico, con dispiacere perchè in fondo io mi son sempre trovato bene, quanto scritto sul loro sito e sul perchè della chiusura:

  1. Perché dopo anni di lavoro massacrante certa concorrenza, ormai indebolita e ferita come un animale, ti vuole annichilire (chi ha orecchie per intentedere, intenda) non chiedendosi il vero perché del tuo successo. Verità di successo riassumibile esclusivamente in:
    • non si è vissuto e non si è dormito per anni
    • si è stati chiusi in azienda giorno e notte senza tregua, senza un briciolo di tempo libero e fino al punto di sviluppare gravi malattie
    • si è combattuto anno dopo anno affinché ogni membro dell’azienda, nonostante appartenesse al malato sistema di questo paese, raggiungesse consapevolezza del lavoro e delle difficoltà sociali del contesto in cui esso quotidianamente si svolgeva
  2. Perché quando vengono come commandos a chiederti le tasse, ti domandi dove fossero quando non avevi un centesimo e cercavi qualcuno che ti aiutasse anche solo a comprendere come fare i primi passi e dove trovare la prima misera manciata di soldi.
  3. Perché se un organo ispettivo viene a farti un sacrosanto e legittimo controllo scopri che alla fine del medesimo anche se è tutto a posto, finiscono per incolparti non di tue azioni illecite od omissioni di legge ma di loro interpretazioni provenienti dalla cattiva fama che terzi hanno costruito su di te.
  4. Perché quando chiedi un fido ad una Banca ti senti dire: “cosa ci offre a garanzia che sia di superiore importo rispetto a quello richiesto?”. E quando gli rispondi che hai un business plan, un progetto di lavoro basato su esperienza e studio, ti devi sorbire impotente quel sorrisino tra il sarcastico ed il compassionevole che i bancari notoriamente abbinano al loro secco “mi dispiace, si rivolga altrove”.
  5. Perché i dipendenti di corrieri e trasportatori rubano la merce in quantità talmente grandi che un comune cittadino non può immaginarne il danno. Essi si appropriano del materiale con sopraffine tecniche di furto. E cosa succede? A loro certamente nulla, alle aziende danni economici di proporzioni esagerate e spese burocratiche proibitive per attivare i risarcimenti, sempre che questi siano stati previsti da apposite e costosissime polizze i cui premi aumentano in progressione ai sinistri.
  6. Perché per trovare fornitori seri, affidabili e convenienti, occorrono tragici anni (si parla di anni, signori) di esperienze negative:
    • perdite economiche
    • merce pagata in anticipo e mai consegnata
    • merce mancante e mai rimpiazzata
    • improvvisa scoperta di viltà personali provenienti da persone di cui ti fidavi
    • improvviso abbandono del rapporto commerciale: “scusa ma me so stancato de fa sta vitaccia”
    • merce promessa per uno specifico giorno che ritarda di oltre un mese
    • schede madri da 100 euro sostituite con schede video da 18 euro
    • merce difettosa e mai sostituita ma con il costante impegno del: “non ti preoccupare ti ho promesso che te la porto e te la porterò
  7. Perché ogni volta che paghi le tasse ti domandi:
    • come mai quando sono malato e voglio essere trattato come un essere umano (cioè curandomi per tempo) mi tocca sempre pagare la sanità privata?
    • Come mai per strada devo schivare le buche ma quando viaggio per lavoro o vado in vacanza, per arrivare a destinazione devo pagare fior di quattrini per imboccare l’unico cammino scorrevole (e spesso neanche quello) ovvero l’autostrada?
    • Come mai ovunque io vada con la macchina sono costretto ad organizzarmi ed angosciarmi visto che probabilmente dove andrò non troverò parcheggio e sarà uno strazio?
  8. Perché, anche se sembra impossibile, il reinvestimento dei guadagni, in Italia è tassato. Cosa vuol dire? Vuol dire che se guadagni del denaro e questo guadagno non lo vuoi percepire e divedere come utile ma lo vuoi investire nell’azienda (per esempio comprando più merce per implementare vendite, struttura aziendale e personale dipendente), il calcolo del medesimo a fine anno ti comporta il computo dell’imponibile fiscale (nell’esempio citato sotto forma di tassazione sulle rimanenze di magazzino). Tradotto in termini sociali: devi rimanere piccolo, desiderare soltanto i quattro soldi che ti sudi dalla mattina alla sera e non reinvestire in implementazioni, creatività e migliorie. Chi legge, se interessato all’argomento, si vada a studiare cosa invece accade negli altri paesi CEE…
  9. Perché se un produttore di fama mondiale riconosce sui propri prodotti la garanzia di un anno, tu devi riconoscerne tre e nessuno ti spiega come recuperare i costi di questo diritto del consumatore che nel caso dell’informatica inficiano ogni ricarico o guadagno.
  10. Perché l’energia elettrica, fonte di produttività e di ricchezza costa il doppio rispetto agli altri paesi europei che la generano e ce la vendono.
  11. Perché in questo paese e soprattutto in questa città tutti sono disposti a chiamare “casa” un qualcosa che non è altro che la cella di un alveare chiamato erroneamente palazzo. Perché tutti pagano queste orrende gattabuie centinaia di migliaia di euro con mutui trentennali o sacrifici disumani, incapaci di riconoscere che quello è il prezzo di fantastiche ville con piscina negli U.S.A. o in altre prestigiose località (comprese le capitali) di terzi paesi europei.
  12. Perché fare impresa immersi nel grigiore e nel simultaneo nervosismo di milioni di persone soffocate dalle preoccupazioni e dalla vita persa ad affrontare code e disservizi equivale a degradare se stessi e l’impresa.
  13. Perché in questo paese infernale puoi essere giovane e conservare la solarità della tua età solamente se non sei intraprendente, in caso contrario vieni frustrato per ogni tua iniziativa, per piccola che essa sia… E il remare controcorrente finisce per demolirti nel più profondo del tuo io.
  14. Perché tutti dicono che lo sport nazionale sia il calcio quando nessuno vuole riconoscere che in realtà è l’invidia.
  15. Perché in questo paese si invidia chi ha di più, anche poco di più, non avendo imparato che se c’è chi ha di più sarà per merito dei propri sacrifici e delle proprie notti insonni.
  16. Perché in questo paese non si insegna ad osservare e ad imparare da chi ha ottenuto un potere ma si istiga a giudicarlo e a catalogarlo in precise divisioni sociali che si tramandano di generazione in generazione fomentando odio e pregiudizio.
  17. Perché l’italiano e specialmente il romano si scherma dicendo che “tutto il mondo è paese” quando è sufficiente uscire dall’Italia per vedere, fosse anche dal semplice sguardo delle persone o dallo scorrere del traffico, come questo non sia vero.
  18. Perché gli abitanti di questo paese, anche i più poveri, acquistano biglietti aerei low cost e quando li guardi camminare per le strade straniere vedi chiaramente come non prestino ravvedente attenzione e non si sconvolgano per l’ordine e per la sobrietà urbanistica che rende degna la vita degli altri popoli.
  19. Perché in questo paese si scarica ogni colpa sui politici che altro non sono che cittadini aventi le stesse mancanze del popolo che rappresentano.
  20. Perché questo paese non ha mai imparato che quei pochi che hanno cercato di cambiare le cose si sono dovuti immolare e morire esplodendo in sanguinosi attentati. Perché non ci si domanda a chi vada di andare a morire per una giusta causa quando a nessuno gliene frega niente, quando è lo Stato stesso che non ti protegge.
  21. Perché in altri paesi senti parlare con gioia e vanto delle nuove linee di treni ad alta velocità mentre qui si grida allo scandalo ambientale e all’esproprio dei terreni.
  22. Perché i grandi ponti e le colossali e moderne opere architettoniche degli altri paesi sono i luoghi visitati da ogni turista italiano mentre in patria, il ponte sullo stretto è dagli stessi individui giudicato un latrocinio, uno scempio ambientale nonché una oscenità estetica.
  23. Perché nessuno combatte per riconoscere che a Roma (ma non solo) si circola bene e ci sono parcheggi soltanto nelle aree e nelle vie progettate e costruite ottant’anni orsono, ovvero in epoche dove non vigeva quella che oggi chiamiamo “democrazia”. Democrazia del parlare non potendo realizzare… Perché? Perché la propria parola vale come quella dell’altro… E di altri ce ne sono talmente tanti che tra essi è sufficiente una opinione diversa per non poter realizzare alcunché.
  24. Perché nessuno si accorge che le conquiste sindacali degli anni di piombo pur essendo basate sulla equità e sulla giustizia sociale stanno comportando per l’Italia la fuga degli investimenti privati. Si dice sempre ma nessuno capisce che questo vuol veramente dire: NOI CHE FACCIAMO IMPRESA VI MOLLIAMO PER STRADA, CE NE ANDIAMO IN PAESI CHE CI AMANO, CI INCENTIVANO E CI INVOCANO A GRAN VOCE COME PORTATORI DI OCCUPAZIONE E DI BENESSERE. E quando non ci saranno più imprenditori da incriminare e ragioni sociali da vertenziare?
  25. Perché meraviglie della creatività come la Bugatti, la Ferrari, la Maserati, la Lamborghini, la Ducati, l’arte, la musica, l’alta moda, tutto il design italiano, le prestigiosità alimentari e chi più ne ha più ne metta… Sono frustrate da questo popolo di depressi e repressi abitanti di casermoni da speculazione edilizia anni 50 e 60. Tutti incolonnati in strade buie o spente, stanchi, incazzati e avviliti. Sorridenti solo quando si tratta di cazzeggiare tra amici costretti alla stessa sorte. Tutti avvelenati con gli yacht dei ricchi e potenti che a loro dire “magnano alla faccia de chi nun c’ha manco l’occhi pe’ piagne” quando in realtà probabilmente sono gli unici che combattono per mantenere alto il livello di vita di questo paese.
  26. Perché esci da una giornata di duro lavoro e incontri il degrado della prostituzione stradale che avvilisce il rapporto tra genitori e figli quando negli altri paesi della CEE specifiche normative hanno risolto il problema nel quadro di una degna ed accettabile compagine igienico-sanitaria. Perché in questo paese si lascia consapevolmente questo mercato in mano alla criminalità incrementando il degrado.
  27. Perché se vai da un professionista (commercialista, avvocato, consulente) e lo rendi partecipe dei tuoi alti fatturati (che tra l’altro assolutamente non equivalgono a ricchezza viste le briciole che, se va bene, rimangono da una frenetica e demolente attività quotidiana), ottieni una tariffa/parcella da esproprio proletario… Come se in un normale bar, per un semplice caffè, alla gente comune si chiedessero 80 centesimi mentre a quelli che hanno la parvenza di ricchi si esigessero 10 euro.
  28. Perché in questo paese si proibiscono slot machines e casinò ma… Procapite la gente spende in proporzione doppia rispetto agli altri paesi attraverso i gratta e vinci, le lotterie e il superenalotto.
  29. Perché quei pochi italiani, specialmente romani, che ritagliano un tempo della propria giornata per praticare sport, chiamano “centro sportivo” o “palestra” luoghi e locali che tali non sono. Chi ha avuto modo di vivere all’estero e ha frequentato un centro sportivo sa cosa vuol dire. In Italia e maggiormente a Roma questi centri non sono altro che affollati e malmessi tuguri, pieni di schizzi di sudore freschi, antichi e a volte anche preistorici.
  30. Perché in questo paese e specialmente in questa città si costruiscono stazioni ferroviarie, giardini pubblici, aeroporti ed infrastrutture di ogni genere senza prevedere un piano di manutenzione. Perché le uniche aiuole e gli unici prati ben mantenuti appartengono a proprietà di multinazionali private con sedi legali e manager provenienti da paesi civili. Perché negli aeroporti della capitale tutte le vetrate sono luride e schizzate di lerciume di varia natura.
  31. Perché negli stadi e nelle manifestazioni sportive di questo paese si inneggia ad una identità patriottica che non ha alcun senso compiuto. I turisti che visitano le nostre città, specialmente Roma, escono nauseati dalla puzza di rifiuti e di urina presente sulle strade, dalle defecate dei cani, dai muri sgretolati ed avviliti dalle bombolette spray e dai ristoratori di borgata con lo sguardo spento e scazzato che gli passano conti da ristorante “nouvelle cousine” della quinta strada di New York.
  32. Perché i negozi (salvo il nostro punto Microfox) praticano prezzi altissimi perché a nessuno va di lavorare veramente e tutti vogliono guadagnare tanto investendo poco e dunque ricaricando la merce con percentuali proibitive. E se qualcuno esce da questo seminato, si incazzano, diventano bombaroli e complottano.
  33. Perché quando torni da un paese estero ed entri in un mercato rionale romano ti sembra di essere entrato in un campo nomadi… Campo nomadi dove però, frutta e verdura nostrane, trattate con disprezzante scazzamento romano, costano di più che in un lussuoso mercato invernale della capitale norvegese di Oslo.
  34. Perché le vie e le piazze che fanno da cornice a tutta questa vita romana fanno pietà. Perché a Montesacro e a Centocelle ci sono pini piantati letteralmente in mezzo alla strada. Perché in ogni quartiere si contano decine di degradate, misere, buie e povere stradine senza uscita. Perché i tre centri commerciali più grandi della capitale dispongono di parcheggi labirinto costruiti con la stessa “logica” con cui è stato costruito il “quartiere alveare” Marconi (e tanti altri). Perché le strade che portano ai grandi centri commerciali sono misere e inidonee al traffico che devono sostenere.
  35. Perché troppa gente per strada ha lo sguardo criminale e la faccia sporcata dai pensieri ostili alla creatività ed al buon senso. Perché quando entri nei bar ti accorgi che ognuno di essi è popolato da parassiti fancazzisti. Perché quando guardi negli occhi le persone, leggi in loro una profonda voglia di uccidere al contempo mescolata con la frustrazione del non poter farlo. Perché ogni suonata di clacson che duri più di mezzo secondo è espressione di profondo odio e insulto verso il prossimo. Perché sono troppo pochi gli anziani romani da cui puoi veramente trarre qualche saggio insegnamento.
  36. Perché qui, sono in troppi ad essere organizzati per scaricare le proprie frustrazioni attraverso l’abuso psicologico in famiglia, la pornografia e le perversioni sessuali, le manie, lo sballo da assunzione di stupefacenti, l’utilizzo sfrenato di videogames, la visione compulsiva di film che facciano fuggire dalla realtà.
  37. Perché sei sempre imbottigliato nel traffico e quelle poche volte che l’autostrada è sgombera inizia la tortura dei rilevamenti di velocità tramite sistema tutor, magari mentre sei alla guida di macchine sicurissime che a 130 ci vanno in seconda. Perché nessuno protesta o si coalizza per l’iniquità tutta italiana del non avere scampo per via del calcolo della velocità media che questa sequela di “tutor-trappole” comporta. Negli altri paesi CEE l’autovelox funziona come il toro nella corrida: se sei bravo ti salvi! Qui invece ti inchiodano quelli che hanno il coltello dalla parte del manico, e chi sono? Altri fancazzisti bevi caffè, tutti seduti davanti ai terminali del sistema tutor… E per cosa? Per la sicurezza stradale? Certo che no, i morti vengono prevalentemente dalle statali abbandonate e dall’assunzione di stupefacenti legata alla depressione cronica di questo popolo… Queste trappole reprimenti servono per fare cassa visto che la tassazione tra le più alte del mondo non è sufficiente all’ingordigia fiscale delle istituzioni.
  38. Perché se hai la sfortuna di entrare in un ospedale pubblico, oltre al fatiscente degrado delle strutture, devi subire la visione di infermieri volgari, scazzati, annoiati, spesso ostili… Ed insieme ad essi, le loro bacheche sindacali appiccicose di bolscevismo d’altri tempi e di proclami di diritti contrattuali. Corsie di ospedali con gente anziana trattata come pezze da piedi, obitori straripanti di insensibilità e di sporco mercantilismo del caro estinto in combutta con le imprese funebri.
  39. Perché neanche da morti in questo paese, specialmente a Roma, si rimane liberi dal degrado. Cimiteri infernali, sfondati, scomodi, edificati in quartieracci dai palazzoni fatiscenti. Che bello! Andare al cimitero per ricordare una persona cara e trovarsi a bestemmiare perché non si è trovato parcheggio…
  40. Perché nelle scuole pubbliche a formare le nuove generazioni ci sono faziosi catto-fascisti, catto-comunisti, pseudo rivoluzionari, sinistro-catto-depressi, sinistro-confusi, demo-storditi… Mai nessuno che spieghi i mercati ed insegni ad imparare da chi si arricchisce costruendo e creando. Mai nessuno che insegni che un ricco egoista e sbruffone è probabilmente soltanto un eccentrico creativo che vuol trasformare la propria vita in una emozionante avventura e che per questo va preso come esempio che migliora il mondo e combatte la monotonia dell’uguaglianza e della depressione cronica.
  41. Perché in questo paese tutti fanno tutto allo stesso momento, senza equilibrio alcuno. Tutti in vacanza insieme, tutti al bar insieme, tutti a pranzo e a cena insieme, tutti in file chilometriche per andare al mare insieme. Anche da Microfox venivano tutti insieme per poi dire: “da Microfox c’è sempre la fila…”
  42. Perché se chiedi giustizia, il giorno in cui la ottieni non te ne frega più niente di averla raggiunta visto che sono passati talmente tanti anni che l’attesa è stata ben peggiore ed umiliante del torto subito.
  43. Perché quando uno straniero giunge ospite di un italiano andrebbe offerta a caro prezzo, in cambio di un po’ di civiltà, l’unica mercanzia apparentemente riservata alla sola Italia, l’unica proprietà sociale di ricchi e di poveri, vera prodezza sanitaria ed indiscussa comodità assente negli altri paesi ma presente nel nostro: il bidet.
  44. Perché se non siamo bravi a gestire i budget per migliorare le infrastrutture del nostro paese dovremmo accettare con umiltà l’aiuto di popoli che invece lo sanno fare bene.
  45. Perché le imprese cinesi ci costruirebbero in un decimo del tempo e con la metà del denaro delle magnifiche strade ed autostrade multi corsia nonché delle superbe ferrovie con treni a levitazione magnetica.
  46. Perché le imprese americane gestirebbero con affidabile, puntuale, ordinata e rispettosa professionalità i nostri monumenti e i nostri siti archeologici.
  47. Perché le imprese tedesche ristrutturerebbero e ottimizzerebbero la nostra burocrazia.
  48. Perché le imprese francesi creerebbero per noi molteplici siti funzionali dal basso impatto ambientale per la produzione di energia e per lo smaltimento dei rifiuti.
  49. Perché noi, in cambio di questi aiuti avremmo da offrire meraviglie del design, della avionica, dell’ingegneria, della meccanica e di tutta la genialità che caratterizza alcuni soggetti illuminati del nostro popolo.
  50. Perché dopo che ho lavorato tutto il giorno non mi va di sopportare di dover schivare pericolose radici di alberi che negli anni di abbandono hanno finito per sollevare l’asfalto. Perché non mi va di usare mezzi di trasporto affollati all’inverosimile e climatizzati malissimo (questo quando un mezzo pubblico climatizzato si ha l’onore di trovarlo). Perché non mi va di digerire che a Roma ci siano solo due linee di metrò e che le altre linee dovevano essere pronte da oltre 30 anni. Perché non mi va di rimanere impantanato nei sottopassi per colpa di due fottute gocce di pioggia e di una manica di sfaticati che non effettuano le manutenzione cui sono preposti.
  51. Perché è troppo sfiancante la sicurezza in se stessi dei romani. Sicuri di cosa? Di quale magnificenza? Di quale superiorità? Di quale onore? Di quali ricchezze? Di quali finezze? Di quali invenzioni? Di quali innovazioni? Di quali funzionalità? Di quali forze di volontà creative?
  52. Si! Gli stessi romani che dicono “ma guarda questo chi se crede de esse” mentre loro sono perlopiù (qui si parla di percentuali maggioritarie) dei nevrotici e indebitati depressi cronici che sfogano le proprie frustrazioni in esultanze sportive o colorite espressioni dal carattere troppo volgare per essere considerato una ricchezza per l’umanità.
  53. Perché sono troppi coloro che in questo paese ma soprattutto in questa capitale, promettono senza mantenere. Negli anni abbiamo imparato che la maggior parte dei bugiardi romani non lo fa con cattiveria e nemmeno con malafede, lo fanno per un motivo ben più grave: LO SCAZZAMENTO. Sono semplicemente incapaci di mantenere una promessa perché nel giro di qualche ora (qualche giorno nella migliore delle ipotesi) perdono il senso e l’emozione che l’ha generata. E sapete qual è la cosa peggiore? Che non mantengono le promesse nemmeno se esse rappresentano per i medesimi un grande guadagno… Perché? Perché è più forte l’attrazione magnetica della passività rispetto ai benefici di un guadagno o di un traguardo raggiunto.
  54. Perché non se ne può più di combattere per cose serie e non essere presi sul serio. Non se ne può più di non essere creduti quando si esprime con passione un progetto da realizzare. Non se ne può più di aver già dimostrato di saper fare e nonostante questo, di continuare ad essere trattati (dai comuni cittadini, dalle istituzioni e dalle banche) come gente qualunque.
  55. Perché anche questo scritto non verrà compreso dalla maggior parte dei lettori e forse non sarà neppure letto completamente.
  56. Perché dopo tante frustrazioni è troppo bello essere diventati un’altra gocciolina che alimenta quel bel mare… Quel mare di aziende italiane che chiudono i battenti alla faccia di tutti i parassiti e le “sanguitasse” che inevitabilmente si impoveriranno sempre di più e che, lo speriamo col cuore, periranno con in mano la bandiera della propria fancazzista e passiva ingordigia.

La lettera si conclude così:

ADDIO A TUTTI. E CHE DIO PROTEGGA QUEI POCHI CHE NON APPARTENGONO ALLE CATEGORIE SOPRA DESCRITTE.

In rete ci sono pareri contrastanti sulla legalità di Microfox e sulle modalità di approvvigionamento del materiale, ed è difficile capire che cosa non ha funzionato. Certo, questo sembra lo sfogo di chi si è proprio rotto le balle e non sembra uno che sta facendo un pacco. Che ne pensate?

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Il lato oscuro del Cloud Computing

Nel 2010 la parola Cloud Computing è stato uno dei termini più citati dai CIO, dagli addetti ai lavori dell’IT, dalla maggior parte degli utenti della rete ed è stato come avevo anticipato uno dei driver dell’anno. Tendenzialmente tutti hanno valutato, preso in considerazione e utilizzato, almeno una volta, soluzioni Cloud per scopi privati o business. Basti pensare alle email, e magari al caso specifico di Google Gmail o delle Google Apps, per rendersi conto di quante persone utilizzano questo tipo di sistemi, o al crescente utilizzo di DropBox o sistemi di disco remoto per foto, video e hosting.

Gli esperti di Stonesoft Corporation, nota società americana finlandese (Grazie a Francesco per la segnalazione dell’errore) che si occupa da anni di sicurezza informatica, già in una nota di Marzo 2010, stimava un aumento dei servizi di Cloud Computing per l’anno in corso e allo stesso tempo segnalavano il potenziale aumento anche di minacce per la sicurezza.

Dal mio punto di vista se non si tiene nella giusta considerazione la sicurezza dei dati affidati a terzi, il Cloud Computing può rappresentare un rischio sia se si tratti di un azienda, sia per il privato. Nel momento in cui le società o le persone utilizzano i servizi in Cloud e affidano i propri servizi IT a terze parti, consegnano a tutti gli effetti la riservatezza, l’integrità e la disponibilità dei loro dati e sottomettono tutte queste informazioni alla legislazione del territorio sul quale depositano i dati.

Anche se la qualità del servizio (QoS  – Quality of Service) è garantita da accordi tendenzialmente forti come quelli sul livello del servizio (SLA – Service Level Agreement), raramente questi livelli di servizio considerano alcuni aspetti della sicurezza strettamente legata al business specifico del cliente. Nella scelta del fornitore, nel caso del Cloud si può parlare di partner tecnologico piuttosto, i responsabili IT delle aziende o gli utenti che scelgono di portare i propri dati su una nuvola, dovrebbero prestare molta attenzione ai sistemi di sicurezza di cui dispongono le aziende, dovrebbero analizzare le caratteristiche tecniche del servizio e approfondire i requisiti dell’azienda dal punto di vista della solidità dei sistemi, delle procedure di disaster recovery, della business continuity e di tutti i sistemi di audit, logging e reporting qualora si verificasse un abuso ai dati o un danno.

Purtroppo, troppo spesso, l’attenzione per la sicurezza emerge solo a seguito di gravi incidenti legati alla perdita o alla violazione di dati distribuiti “on the cloud” o non gestiti correttamente.

Nel mia esperienza privata, malgrado la mia “maniacale” attenzione per backup e ridondanza di dati, un mese fa sono stato vittima del cloud di Google Gmail: per circa 48 ore la mia casella di posta elettronica e quindi tutti i miei dati non sono stati accessibili per un “disservizio” sul mio account. Panico. Per fortuna tutto è tornato disponibile in “poco” tempo. La prima cosa che ho fatto al momento del ripristino del servizio è stato configurare un ulteriore download della posta su un pc di backup. Ma se non fosse tornato su?

Ma quindi esiste un lato oscuro del Cloud Computing? Secondo me si. Andare in Cloud ha tantissimi vantaggi e lati positivi, ma in fondo, il fattore più importante, la disponibilità del dato e la riservatezza, viene sottovalutato.

Quindi attenzione: portate i dati in cloud, ma non rimanete con la testa fra le nuvole.

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La Convergenza Evolutiva dei social

La scienza definisce Convergenza Evolutiva il fenomeno per cui specie diverse che vivono nello stesso tipo di ambiente, o in nicchie ecologiche simili, sulla spinta delle stesse pressioni ambientali, si evolvono sviluppando per selezione naturale determinate strutture o adattamenti che li portano ad assomigliarsi fortemente. Tali specie sono dette convergenti.

Come avevo scritto in qualche post fa “La strana convergenza dei social” questo fenomeno, la convergenza evolutiva, si sta verificando anche all’interno di internet, agli strumenti e alle piattaforme del web: sistemi con funzionalità, target e segmenti di mercato differenti, spinti dalle veloci dinamiche della rete, dall’evolversi delle abitudini degli utenti e dalle pressioni derivanti – in molti casi – da modelli di business non sempre monetizzabili, integrano le stesse caratteristiche e strutture di altri sistemi, con l’obiettivo di attirare altri utenti, raggiungere la massa critica ed aggiudicarsi il titolo di mainstream. Ogni funzionalità accolta in massa dagli utenti, diventa una best practices e viene replicata sugli altri.

Di casi eclatanti, oltre quelli già descritti nel precedente post di agosto, ce ne sono stati altri e la convergenza prosegue a grandi passi.

Twitter ha aperto alla grande massa aggiungendo funzionalità di geolocalizzazione, condivisione di oggetti multimediali, le liste e una gestione più dettagliata dei profili degli utenti. Intorno a Google rumoreggia l’uscita di GoogleMe e procedono acquisizioni ed integrazioni di piattaforme di pagamento elettronico e prepara la sfida al social gaming e ai pagamenti virtuali.

Facebook integra nella sua piattaforma i gruppi, le funzionalità di gestione documenti e le notifiche facendo evolvere le comunità e le nicchie. Dal punto di vista della localizzazione avvia Places e lancia ufficialmente la piattaforma di Deal e le funzionalità di rewards, cominciando la vera battaglia a Foursquare dal punto di vista del local marketing e a Groupon, attraverso funzionalità di vendita di coupon-offerte a gruppi di utenti.

Foursquare dal canto suo, sentito il fiato sul collo di altri sistemi emergenti come Shopkick o Checkpoints, decide (finalmente) di fare un pò di battaglia ai Check-In fasulli e recuperare un pò di credibilità e attendibilità verso il lato business e non solo gaming.

Nasce Miso, un social che permette agli utenti di fare CheckIn, in modo simile a Gowalla e Foursquare, su un programma televisivo, condividere con gli altri commenti e messaggi e guadagnare badge.

Linkedin lancia Signal e si proietta nell’orgia social integrando i feed da Twitter e gli status da LinkedIn, migliorando la ricerca avanzata e i trending topics, e dando la possibilità agli utenti di segmentare le ricerche per rete di appartenenza, mercato o per azienda.

Dal lato del photostream Flickr dopo aver integrato la localizzazione delle foto ed il tagging degli utenti, sembra essersi fermata. Intanto nasce Instagram, che non è ancora un mainstream che integra funzionalità di cross posting, sharing di foto, commenti e like, assomigliando a Twitter.

Insomma l’ecosistema della rete si comporta nello stesso identico modo dell’ecosistema biologico, dimostrazione che la rete è fatta di persone. To be continued…

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