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C’era una volta un Like

C’era una volta, in un web non troppo lontano, un piccolo tasto chiamato Like.

Like era un piccolo bottoncino, poco intrusivo, graficamente gradevole, molto disponibile agli utilizzi più impensabili (dai blog, ai siti istituzionali, alle landing page e anche ai sistemi di ecommerce) ma soprattutto aveva un fascino particolare: alle persone piaceva cliccarlo e poter dire velocemente “Mi piace!

Erano pochi i casi in cui le persone non cliccavano Like. Il piccolo bottoncino era molto educato, non diceva mai “fail“, “che schifo” o cose similari: al massimo diceva “non mi piace“, ma lo faceva solo dopo aver detto almeno una volta mi piace.

In poco tempo, la sua semplicità, lo fece diventare una sorta di checkin del web. La rete lo utilizzava in modo talmente tanto intenso che i numeri erano incredibili: non esisteva un angolo della rete, che non avesse il tastino presente almeno in qualche pagina o un utente che non avesse premuto almeno una volta il piccolo pulsantino.

Era talmente tanto utilizzato da tutti, che i suoi cugini Tweets e Share,  che fino a poco tempo prima avevano ricoperto l’incarico di ambasciatori della condivisione, cominciarono ad avere una certa gelosia nei suoi confronti: erano sempre più i like che i tweet e gli share. “Ma come è possibile?” si chiedevano i due.

Con il passare del tempo Tweets e Share capirono che la semplicità di Like però non era in fondo così positiva. Tutti facevano ricorso a Like in modo superficiale e non lo utilizzavano più solo per dire “Mi piace!”.

Like veniva utilizzato nei modi più svariati: dall’utilizzo di cortesia “Son passato di qua e ti ho letto, like.“, all’utilizzo di convenienza “Bah si, me lo memorizzo, magari mi serve, like.“, alla pigrizia “Uff, e che chiamo Tweets, poi devo scrivere 140 caratteri… no no, like.” fino all’utilizzo del moda “Ficooo, Laiiic!“. Malgrado questo però per Tweets non era una vita facile.

Un bel giorno, all’insaputa di tutti, durante una giornata tranquillissima, il papà di Like, in disaccordo con l’eccessiva discrezione del figlio, lo obbligò a cambiare comportamento: da quel momento in poi Like non avrebbe dovuto più esser il bravo tastino innocente che esprimeva un parere, ma bensì un invasore di bacheche, un condivisore spietato e virale di informazioni.

Come continua la storia?

Secondo me, così:

  1. Like verrà utilizzato sempre più spesso per azioni virali da siti, brand ed aziende
  2. Like non verrà più utilizzato come prima dagli utenti un pò più scaltri ed attenti all’estetica della propria bacheca: d’ora in avanti ci penseranno due volte (almeno) prima di premere un tasto like su un sito. Oggi a me è successo almeno 3 volte.
  3. Like continuerà ad esser utilizzato allo stesso modo da tutti quegli utenti che oggi hanno la bacheca invasa da notifiche di applicazioni e giochi vari.
  4. Like non sostituirà Share e Tweets, perchè verranno utilizzati in modo completamente diverso
  5. Il papà di Like rilascerà presto nuovo funzioni per poter gestire la pubblicazione sulla bacheca
  6. Il papà di Like penserà a dare degli strumenti di Insight anche per misurare i Like
  7. Like in linea generale verrà utilizzato di meno per timore

E voi, che ne pensate, come andrà la storiella ?

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Ecco le API di Instagr.am e via ad altre startup!

In queste ultime ore Instagram, una delle più popolari applicazioni per iPhone dell’ultimo periodo dedicate al photo-sharing e di cui ho già parlato qualche post fa, dopo aver raggiunto 2 milioni di utenti attivi, ha rilasciato agli sviluppatori le API che consentono di utilizzare le foto Instagram, i tag ed luoghi all’interno delle proprie applicazioni in real time.

Le API rilasciate utilizzano una autenticazione oAuth 2.0 ma non permettono di scrivere dati: attualmente infatti sono in sola lettura e quindi permettono solo di leggere le informazioni e non uplodare foto ed informazioni. Una ulteriore limitazione è legata al numero di chiamate per ora, fissata a 5000 interrogazioni.

Instagram ha rilasciato un applicazione di demo a questo indirizzo: http://demo.instagram.com/ basata su Node.js

Di applicazioni basate su Instagram in rete già se ne trovano alcune, ma queste qui di seguito sono quelle che ho trovato più interessanti:

Insomma, vista l’attenzione e la passione degli utenti per questa applicazione, c’è da aspettarsi una quantità industriale di mashup ed applicazioni, da quelle mobile (sia per iPhone che Android) ad applicazioni web. Bene, adesso che abbiamo a disposizione altri strumenti possiamo partire con qualche altra startup… no?

[UPDATE 28/02/2011]

Vi segnalo anche http://www.gramfeed.com/ un sistema che aggrega in feed i flussi di foto degli amici.

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Un libro in crowdsourcing per la Cultura Digitale

Quello che mi ha sempre affascinato della rete è la modalità in cui, in questo meta-luogo, si conoscono e si vivono ruoli e identità diverse da quelle a cui siamo abituati. La rete ci ha dato la possibilità di imparare, conoscere, sbagliare e riprovare, ed è divenuto il catalizzatore della trasformazione e dell’innovazione sociale trasformandosi in quello spazio dove si può criticare, partecipare e condividere idee, progetti e pensieri per cambiare lo stato presente delle cose.

Tempo fa ho iniziato a scrivere post relativi alla Cultura Digitale al suo significato e all’impatto che ha avuto sulla nostra vita, sul modo di relazionarci, pensare ed agire. Argomento talmente tanto affascinante che è nata l’idea di scriverne un libro. Ad oggi, dopo qualche mese passato a scrivere, una buona parte del libro è pronta. Rileggendolo in questi giorni ho avuto però la sensazione che mancasse qualcosa di importante: il contributo della rete. Come si può scrivere un libro così, senza portarci dentro il contributo della rete stessa? E così ho pensato di ricorrere ad un pò di crowdsourcing. L’idea è quindi quella di raccogliere contributi dalla rete fino al 01 maggio 2011 e poi, riportare tutto nel libro a corredo di quanto già scritto.

E così in questi giorni, avendo la fortuna di essermi comprato il dominio CulturaDigitale.com già da un pò di tempo, ho tirato su un paio di pagine web per raccogliere un pò di pareri e pensieri dalla rete.

Se volete partecipare dovete semplicemente effettuare l’autenticazione con Facebook e compilare il modulo che si presenterà. Le informazioni sono poche: un indirizzo email, una risposta alla domanda “Cos’è per te la Cultura Digitale?” e 3 aggettivi che secondo voi sono associabili alla Cultura Digitale.

I dati verranno raccolti in un database e riportati sul sito in tempo reale:

  1. Sotto forma di Tag Cloud
  2. All’interno di una pagina dedicata a ciascun utente (come quella nell’immagine qui sotto)

Per correttezza e trasperenza, e visto che qualcuno mi ha chiesto come mai è stato utilizzato Facebook, vi avviso che i dati che verranno memorizzati, oltre alle informazioni che state inviando, saranno il sesso, la città e la data di nascita. Non appena il libro sarà pronto vi notificherò con una mail la pubblicazione.

Insomma, vi ho convinti? Partecipate con questo piccolo contributo? Proviamo a costruire un libro (o un eBook) in questo modo? Grazie a tutti quelli che parteciperanno 😉

PS: L’iniziativa la stiamo promovendo come Indigeni Digitali.

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Intervista con Ninja Marketing

Per chi se la fosse persa, vi segnalo l’intervista pubblicata su Ninja Marketing fatta dalla grandissima Emanuela Zaccone relativamente ad Indigeni Digitali.

Come ninja e come cool hunters siamo sempre interessati alle communities ed all’innovazione connessa al digitale. Per questo siamo costantemente in contatto con gruppi e protagonisti del cambiamento per restituirvi un po’ del fervore e delle idee che animano il nostro Web e che, spesso, si traducono in eventi e situazioni concrete. Oggi dunque vogliamo presentarvi la tribù di Indigeni Digitali: chi sono e com’è nata questa idea? Ne parliamo con uno dei fondatori, Fabio Lalli.

1) Ciao Fabio, vuoi presentarti al nostro clan?
Ciao a tutti i Ninja prima di tutto. Classe 1977, geek! Da oltre 10 anni mi occupo di ICT. Ho lavorato per diverse aziende dalla consulenza, alla sicurezza ai system integrator e spaziando su progetti eterogenei: ecommerce, erp, crm, business intelligence, info security management e social media. Ho acquisito una buona esperienza nell’analisi, progettazione ed ottimizzazione di processi, sistemi, architetture ed applicativi web e mobile. Sono appassionato di comunicazione e marketing. Nel tempo libero bloggo, twitto, comunico, telefono, programmo, navigo, cerco, penso e innoveggio. Ovviamente faccio tutto contemporaneamente. Qualcuno mi definisce startupparo compulsivo.

2) Chi sono gli Indigeni Digitali?
L’indigeno digitale, secondo noi, è colui che vive il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, testa e approfondisce le nuove tecnologie, ricerca continuamente nuove soluzioni tecniche, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, sperimenta ed applica nuovi strumenti, aiuta chi manifesta interesse per la tecnologia, mette a disposizione degli altri indigeni il proprio know how, le proprie capacità ed il proprio network. E’ pronto al confronto e alla discussione. L’Indigeno Digitale si riconosce nei valori dell’Etica Hacker. Detto tutto questo chi, tu mi chiederai, in pratica chi sono realmente… Semplice, sono tutti studenti, neo laureati, professionisti, dirigenti, startupper di tutte le età, appassionati di tecnologia e social media. Secondo me anche tu lo sei… un Ninja Indigeno Digitale

3) Com’è nata l’idea di Indigeni Digitali?
Qualche anno fa, assieme ad un ristretto gruppo di amici organizzavo serate nelle quali si discuteva di argomenti più o meno tecnici, semplicemente per il gusto di confrontarci e discutere di tematiche tecnologiche. Insomma una cricca di nerd. Da questi incontri è maturata l’idea che sta alla base del nostro network e che ha preso ufficialmente forma a febbraio del 2010. Insieme a David (@ingidavidino), Antonio (@zepod), Giuliano (@giuliano84) e altri abbiamo allargato il gruppo e successivamente disegnato il logo ufficiale: un indigeno con due orecchini, 4 penne arancioni. Le quattro penne sono i valori principali degli indigeni: passione per il digitale, voglia di confrontarsi, saper ascoltare e predisposizione alla condivisione. Il gruppo ha iniziato ad incontrarsi con cadenza regolare sperimentando di volta in volta un format differente dai precedenti: c’è stato l’aperitivo, nel quale non viene definito alcun focus e l’argomento principale è conoscere persone, e l’Ignite, nel quale ciascun presente espone progetti e casi di successo avendo a disposizione unicamente 20 slides da consumare in soli 5 minuti. Per i prossimi proveremo anche altri format: uno di quelli che vorremmo utilizzare e che abbiamo sperimentato con una cerchia ristretta di persone è quello che io ho chiamato MashupDrink, nel quale persone con competenze diverse affrontano temi e tirano fuori ipotesi di progetto e collaborazioni, presentandole agli altri nella stessa serata.

4) Quali sono le vostre attività principali?
Il network è nato con l’obiettivo di confrontarsi e condividere esperienze, casi di successo ed insuccesso, avere un parere tecnico e una soluzione in momenti critici e non, e bersi un bicchiere di vino dopo una giornata di lavoro chiacchierando di bit e byte in modo rilassato. La nostra principale attività è proprio questa: generare un punto di incontro e di confronto tra professionisti e tecnici che vogliono interagire, collaborare e creare opportunità, sia online che offline. Da questo stanno veramente nascendo delle opportunità, delle startup e per alcuni degli sbocchi lavorativi. Baby20.me, Ibiqi.com sono progetti che stanno nascendo proprio da gruppi di Indigeni che si sono conosciuti durante gli aperitivi.

5) Che sviluppi prevedi nel futuro di indigeni Digitali?
Beh prima di tutto mi auguro che la “filosofia” degli indigeni digitali si diffonda molto più di quello lo è già oggi: c’è bisogno di un bel po’ di sana cultura digitale e partecipazione affinchè ci sia un futuro di innovazione. Per quanto riguarda gli Indigeni noi ci stiamo muovendo in più direzioni. Prima di tutto abbiamo una nuova organizzazione territoriale e questo ci permetterà di avere dei riferimenti locali in ogni città e che potranno gestire ed intensificare il numero di aperitivi ed incontri. Anzi, colgo l’occasione per fare un primo appello: se pensate di poter attivare un network nella vostra città e volete portare un po’ di filosofia indigena, parliamone! Mi trovate on line. Stiamo inoltre programmando delle lezioni e alcuni interventi nelle università per entrare in contatto con gli studenti e fare da ponte verso il mercato e le aziende. Infine ci stiamo muovendo per dare supporto alle startup. Sempre più spesso sentiamo parlare di Venture Capitalist e investitori, che certo sono importanti per una startup, ma noi siamo dell’idea che ai giovani nuovi imprenditori, serva una forte mentorship che li instradi e gli dia metodologie e strumenti per poter migliorare il modo di lavorare. Questo noi possiamo farlo, perché nel network ci sono persone che hanno già fatto imprisa e possono condividere la loro esperienza.

Insomma mi avevi chiesto un’intervista, ma è venuto un mega post! Grazie a tutti i Ninja per la disponibilità e lo spazio di questa intervista. A presto, magari facciamo qualcosa insieme no?

Grazie a te Fabio e a tutti gli Indigeni! E voi ninja cosa ne pensate?

Che dire, oltre ad essere emozionato e soddisfatto, vi consiglio di leggere assiduamente il blog dei Ninja e seguire gli Indigeni Digitali!

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L’immaginazione è più importante della conoscenza

Imagination is more important than knowledge. For knowledge is limited , wheras imagination embraces the entire world, stimulating progress, giving birth to evolution

Albert Einstein: Interview by George Sylvester Viereck” in The Saturday Evening Post (26 October 1929)

L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione.

Condivido questa frase di Einstein. Dal mio punto di vista infatti l’immaginazione è qualcosa di infinitamente ampio, senza limiti di spazio e di tempo, orientato al futuro, mentre la conoscenza, invece, per quanto illimitata possa essere, ha un limite temporale relativo alla durata della vita dell’uomo. Un uomo in una frazione millesimale di tempo può immaginare cose che non potrà mai studiare in una vita.

Potrebbe esistere quindi l’innovazione ed il progresso senza l’immaginazione? Io dico di no.

Nota: Ringrazio Max per avermi stimolato alla scrittura di queste due righe dopo aver condiviso questa immagine su Facebook. In effetti ho questa foto come sfondo del mio mac da parecchio tempo, ma non avevo mai pensato di scriverne un post. Tnx! 😉

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Il Venture Capital non è tuo amico

Ieri pomeriggio tra i vari tweet che leggevo con la coda dell’occhio, mentre lavoravo tra una mail e l’altra, sullo stream di twitter ad un certo punto mi è apparso questo tweet: VC’s Are Not Your Friends .

Visto quanto in questo momento sia caldo il tema legato al mondo delle startup e al mondo dei VC, vedere un post del genere mi ha stupito e allo stesso tempo mi ha lasciato con un certo livello di soddisfazione visto che questo è un consiglio che sto dando da almeno un anno a questa parte, soprattutto da quando ho dato vita agli Indigeni Digitali, ai giovani startupper che sto conoscendo in giro per l’Italia.

Si lo so che sembrerà strano, ma ho sempre pensato e condiviso il pensiero che il Venture Capital non sia un amico dello startupper. Mi spiego.

Mi è capitato, e dal mio punto di vista troppo spesso, di sentir parlare alcuni giovani startupper del loro rapporto con il proprio investitore ed esaltarsi al pensiero di essere IL progetto più importante e l’investimento sul quale verrà messa maggiore attenzione da parte dell’investitore stesso. Sicuramente l’apporto che un investitore porta alla startup, soprattutto nella fase di lancio e quindi sul recruiting, sulla pianificazione, il coaching e la ricerca di contatti non è banale ed ha un importanza forse fondamentale per far decollare un progetto . Il punto però è proprio questo: tutto queste sono consulenze, non “coccole” e non nascono per missione divina o chissà per quale visione celestiale.. I nuovi imprenditori devono capire che un VC non è altro che una forma nuova di investitore finanziario che a sua volta deve soddisfare i propri investitori e periodicamente fornire ai soci i ritorni pianificati. Il non raggiungimento dei risultati (anche nel loro caso), non darà vita ad altri fondi ed investimenti.

Credo sia condivisibile quanto scritto da Steve Blank nel post nel quale racconta questa esperienza:

…But while I was just seeing a single board member, I was just one of twenty companies in their current fund portfolio. Their fiduciary responsibility was to manage a portfolio of investments for their limited partners. And what they promised their own investors was that they would invest money in deals that would grow in value and achieve liquidity. As much as they liked me as the entrepreneur, they couldn’t throw good money after bad when they thought the deal went south…

Attenzione però, non vorrei esser frainteso: non sto dicendo che l’investitore sia un nemico dal quale prendere le distanze. Anzi. Dico che deve esser chiaro fin da subito che si tratta di un rapporto di convenienza, come qualsiasi rapporto basato su un legame economico e di investimento. Il VC, se crede nella vostra idea, ha bisogno di voi per far capitalizzare il suo investimento, e lo startupper ha bisogno del capitale per alimentare e dare forma alla progetto. L’interesse è reciproco e non può esser sbilanciato.

Ho trovato molto interessante un intervento di Tara Kelly nel gruppo Italian Startup Scene nel quale spiega quali sono i segnali che dovrebbero suggerire allo startupper di scartare l’investitore (e non solo il contrario!). Vi riporto fedelmente il contenuto del post:

Essere scartati da un’investitore per un seed capita spesso, certo. Ma quand’è dovresti TU scartare loro? Ecco alcuni punti su cui ci siamo trovati unaninamente daccordo durante un piacevole conversazione fra imprenditori. Scartate gli investitori che…

  1. Credono che si possa fare delle previsionni a 3-5 anni credibile prima ancora di aver raggiunto il product/market fit. Giusto che devi farti una stima, ma se lo credono più di quella – scappate!
  2. Entrano troppo nel dettaglio nel spreadsheet delle financials (“qualcosa non mi quadra nella cella AZ534, sei sicuro di aver calcolato bene i costi di telefonia nel 2013?”). Indica sia che credono nelle previsioni di cui sopra, sia una tendenza alla micromanagement, sia che non hanno idea del fatto che il tuo tempo è meglio speso lavorando sul business, e non dentro excel.
  3. Se dimostra un *qualsiasi* accenno al micromanagement. L’azienda è tua. Sempre. Comunque.
  4. Se dicono “investiamo sul business plan.” Tradotto, vuol dire che quando dovrai cambiare ruota (il famoso pivot), si opporranno con veemenza, rallentando tutto, e forse anche bloccando la crescita dell’azienda. In caso peggiore, potrebbe cercare di rimpiazzarti con qualcuno che seguirà il piano.
  5. Vogliono più del 15-20% per un seed, o più del 5-10% per un micorseed. Se prende quote del genere, non riuscierai mai a prendere fondi da altre parti. Nel futuro sarai condanatto a cercare fondi solo ed esclusivemente in Italia. Perche limitarsi così le possibilità future??
  6. Se si oppongono alle quote di cui sopra perche “portano un valore aggiunto”. Vendi le tue quote per denaro, null’altro. Il valore aggiunto migliore che possono portare sono i contatti. Qundi prima controllare che hanno di fatto MOLTI contatti che servono per crescere il tuo business. Allora è un buon investitore per te, gli puoi dare il privilegio di investire nella tua azienda… ma mica gli devi dare più quote.
  7. Se non ti piace, o se porta avanti un negoziato sporco. Il corteggiemento prima dell’investimento è la parte migliore. Se non ti piace ora, non ti piacerà mai. (understatement)

A proposito di investitori vi segnalo una iniziativa che potenzialmente potrebbe esser interessante: la Banca dell’Innovazione della quale se ne è parlato anche a Montecitorio il 2 febbrario durante l’evento Rifare l’Italia. Trovate un post di spiegazione su Wired  di Dettori, e anche sul sito di Working Capital.

Personalmente, come ho anche detto in tweet durante un intervento di Riccardo Luna, io non l’avrei chiamata “Banca”. A me personalmente il termine Banca ricorda troppo quella sensazione di qualcuno che ti tiene per le palle e al quale devi qualcosa.

Io se faccio una startup voglio un partner, non uno che mi ammanetta: se ci crede, lui mette i soldi e i contatti, ed io la testa, l’idea ed il talento.

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L’agenda digitale della Borghesia 2.0

Qualche giorno fa ho scritto un post relativo ai principi dell’ Hacktivism e all’importanza della partecipazione attraverso gli strumenti della rete e la tecnologia e i valori dell’etica hacker. Uno dei passaggi che secondo me è più importante è:

La partecipazione, l’accesso a queste relazioni e la volontà di fare network è il presupposto dell’hacktivism ossia l’evoluzione delle forme dell’attivismo sociale che presuppongono un utilizzo efficace, basato sui principi dell’ etica hacker, degli strumenti di comunicazione, e in particolare dei computer e della rete. Questi ultimi smettono di essere soltanto strumenti di produttività e diventano mezzi attraverso i quali gli hacktivisti agiscono per produrre informazione indipendente e “dal basso” contrastando i modelli e i simboli della comunicazione dominante e, al tempo stesso, producendo i luoghi e gli strumenti di una comunicazione libera e orizzontale.

A proposito di iniziative della rete e di attivismo, proprio questa notte è partito un tam tam in rete relativo al progetto agenda digitale, un’iniziativa che invita i politici italiani a costruire una strategia strutturata per mettere il digitale al centro dell’agenda politica italiana , con l’obiettivo di ottenere la redazione, entro 100 giorni, di proposte organiche per un’Agenda Digitale per l’Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo paese, operano in prima linea su questo tema.

Ho subito dato la mia adesione. Trovo che queste forme di attivismo, che si propongono di migliorare la società e lo stato delle cose attraverso l’utilizzo costruttivo della rete, debbano esser sostenute perché, attraverso queste, si può diffondere conoscenza, scatenare curiosità dei meno addetti ai lavori e far crescere un pò la cultura digitale.

Ultimamente però sono un pò diffidente verso certe iniziative, e anche se sono tra quelli che pensano possa esistere un marketing buono, ritengo che progetti di importanza sociale come questo debbano partire si dal basso, come è successo anche in questo caso, ma sfruttando il valore della rete, la partecipazione e la conoscenza (o l’esigenza!?) di tutti e non solo di alcuni, secondo i veri principi del crowdsourcing .

Mi sembra che qui invece si sia fatta l’agendina per gli appuntamenti e le iniziative che interessano ai soliti comunicatori digitali e nomi noti della rete – la Borghesia 2.0 della nostra rete, come l’ha definita Nicola De Carne in un commento sul blog di Nicola Mattina – , che ritengono di poter parlare a nome di molti, portando a conoscenza di tutti un qualcosa di già scelto e definito attraverso una campagna Viral, e chiedendo l’adesione ma non permettendo però un interazione, una partecipazione e una discussione aperta attraverso strumenti collaborativi tipici del web 2.0.

Il vero problema che dovrebbe esser affrontato è relativo al bisogno reale di eventi ed iniziative che inneschino il meme del cambiamento e dell’innovazione e rompano le barriere del culture divide. Affinchè si diffonda la cultura digitale e l’uso delle tecnologie e della rete per scopi sociali, dobbiamo raggiungere la consapevolezza che le opportunità sono date prima dalla comprensione dei nuovi paradigmi sociali, e poi dalla tecnologia, che è si importante, ma rimane un fattore abilitante. Il digital divide per esempio, non è solo un problema infrastrutturale. E’ soprattutto una barriera culturale e se non costruiamo le condizioni per infrangerla, focalizzandoci solo sull’aspetto tecnologico,  generiamo un muro e una divisione ancora più forte.

Ovviamente in rete se ne sta già discutendo parecchio, dal blog di Nicola che ne identifica alcuni e pro e contro, al post di Mantellini, e Stefano Vitta che manifesta la sua adesione e raccoglie alcuni post della rete, fino alle discussioni su Friendfeed.

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Forum della Comunicazione Digitale 2011

Il 16 febbraio a Milano presso il Palazzo Mezzanotte (Piazza Affari) si svolgerà il Forum della Comunicazione Digitale e la partecipazione è gratuita. L’evento, ideato ed organizzato da Comunicazione Italiana, è un appuntamento per innovatori, top manager di imprese e pubblica amministrazione, tecnologi, comunicatori e ha l’obiettivo di fare network, creare opportunità di business e condividere know how.

Allo stesso tempo il Forum si pone l’obiettivo di creare conversazione tra i protagonisti dell’innovazione e i rappresentanti delle istituzioni, dei media, delle università e delle associazioni al fine di promuovere lo sviluppo della comunicazione digitale per lo sviluppo del paese.

Durante l’evento ci sarà anche una sessione di Ignite.

Io sarò presente all’evento. Ci vediamo li. Se volete qui di seguito trovate il link al mio profilo sul sito Comunicazione Italiana.

Guarda il profilo

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Life Hack

Sarà capitato a tutti nella vita di dover fronteggiare periodi di sovraccarico professionale e personale, e dover così organizzare al meglio i propri tempi, ritmi, dati e modo di lavorative. Spesso ricorriamo a trucchi, scorciatoie e semplificazioni per migliorare la produttività e i tempi di gestione delle attività che dobbiamo svolgere. Tutti queste facilitazioni sono definite, soprattutto dai programmatori Life Hack , ossia delle azioni quick and dirty. La definizione originale del termine LifeHack infatti deriva da alcuni comandi shell, script, semplici operazioni, workaround utilizzati da sviluppatori e tecnici per semplificare alcune attività.

Nulla a che vedere con il significato errato ed illegale della parola hacker, anzi. Anche questa volta il termine hack è utilizzato, secondo quanto detto nel post dell’Etica Hacker, per definire qualcosa che sia in grado di portare a nuovi miglioramenti in un dato campo.

Il termine lifehack è diventato popolare nella blogosfera e nelle comunità geek ed associato a tutti i trucchi utilizzati per gestire il sovraccarico di informazioni provenienti dalla rete. Entrato nel linguaggio comune, è utilizzato per definire tutto ciò che risolve problemi quotidiani, attraverso un trucco o un consiglio che aumenta la produttività, diminuisce lo stress, permette di divertirsi, risparmiare e migliorare la qualità della vita, in maniera intelligente, non-ovvia, ma molto spesso, allo stesso banale.

Il termine fu stato coniato dal giornalista inglese Danny O’Brien, che unì appunto la parola life e la parola hack. Nel 2004 O’Brien fece una ricerca nella sfera degli utenti geek di sua conoscenza e cercò di individuare quali fossero le “tecniche” che adottavano per poter raggiungere i loro risultati in modo più rapido. Scoprì che tutti avevano dei denominatori comuni: attenzione a procedure semplici e rapide, utilizzo di tools simili, todo list snelle e sempre sotto controllo.

Il risultato della ricerca fu pubblicato con il titolo “Life Hacks: Tech Secrets of Overprolific Alpha Geeks”, esposto da O’Brien durante la O’Reilly Emerging Technology Conference di San Diego nel 2004 e raccolto in alcuni appunti (file1file2) di Cory Doctorow. Nel stesso anno O’Brien replicò la presentazione durante il NotCon04.

Tra i siti più famosi in rete, relativi al life hacking, ci sono http://www.lifehack.org, http://lifehacker.com/ e http://www.43folders.com. Esiste anche una risorsa italiana presente all’indirizzo http://www.lifehacks.it.

Esempi di hack ne esistono tantissimi e se cercate in rete ne trovate di più strani. Per quanto mi riguarda io utilizzo moltissimo l’hack per Moleskine e la penna e il lifehack per sistemare i cavi del notebook.

Insomma piccole scorciatoie, tanto semplici e utili che aiutano a migliorare la vita. E voi quali utilizzate?

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ICT 2011, idee driver e business

All’inizio dell’anno scorso mi sono cimentato in una previsione dei driver che avrebbero spinto e trainato il mercato dell’ICT 2010 analizzando la tipologia di sviluppo che avremmo visto. Il risultato della previsione, a distanza di un anno, è stato più che positivo poiché gran parte degli argomenti affrontati, anche se ancora poco noti all’inizio dell’anno passato, hanno avuto un’impennata e una successiva crescita oltre ogni aspettativa.

Le Mobile Application, grazie ad iPhone, iPad ed Android e all’esplosione dei Location Based Service, hanno visto una crescita esponenziale: come direbbe qualcuno, ormai “c’è un App per tutto”. I social network che già nel 2009 avevano in qualche modo influenzato i mercati hanno avuto il loro ulteriore impatto sulle aziende e sul business e, hanno fatto crescere l’esigenza di un passaggio rapido a sistemi di Enterprise 2.0 ed l’utilizzo di strumenti di social Crm. Sono cresciute le applicazioni che utilizzano sistemi di Tag (Rfid, Qr…), anche se meno di quanto immaginavo, e si è cominciato a parlare in modo più consapevole di Internet delle cose.

Guardando all’anno appena iniziato, ritengo che il 2011 non sarà un anno di grossi stravolgimenti dal punto di vista dei driver trainanti del mercato, quanto invece un anno di consolidamento ed affermazione di alcune tecnologie che usciranno dal giro ristretto degli early adopter e vedranno luce nella vita di tutti i giorni. I social network che già dal 2009 hanno iniziato l’insediamento nella vita quotidiana e che nel 2010 hanno coinvolto milioni di persone, diventeranno la normalità, raggiungendo un livello tale di integrazione da poter esser visti come il “backup delle informazioni della vita personale”: una sorta di memoria della vita, in Cloud, classificabile e interrogabile su una timeline. L’integrazione vita personale-social network e lo sviluppo degli oggetti che pensano darà modo di sviluppare prodotti e soluzioni basati sul concetto di context-awareness, sistemi in grado di attivarsi e svolgere elaborazioni in modo simultaneo con una coscienza sempre maggiore del contesto in cui sono attivi anche grazie alla conoscenza dell’utente finale e dei suoi dati.

Per quanto riguarda le aziende invece il 2011 sarà un anno di ri-partenza in cui dovranno metabolizzare determinati strumenti, superare eventuali blocchi culturali e affrontare un cambiamento tecnologico che vedrà i suoi frutti nel giro dei prossimi due anni. I driver che hanno trascinato il 2010 saranno ancora validi ma con qualche sfaccettatura e declinazione diversa ma dovranno assolutamente esser affrontati per non rimanere indietro, con il rischio d’impatti negativi negli anni a venire. Si parlerà ancora di Cloud Computing, Mobile, Social Network e Analytics.

Il cloud computing avrà ancora come tema caldo principalmente la sicurezza e la continuità di servizio. Le aziende romperanno la barriera culturale e investiranno in cloud non solo dopo averne percepito il beneficio economico, ma soprattutto dopo aver preso coscienza che i propri dati non sono nelle mani di estranei e alla portata di tutti, ma sono gestiti con livelli di sicurezza elevati.  Le infrastrutture proposte dai fornitori inoltre dovranno garantire la continuità del business in caso di disastro.

Il Mobile per le aziende sarà il contatto principale verso tutti gli stakeholder. I dipendenti, sempre più in contatto con l’azienda e fuori dalle mura aziendali, utilizzeranno applicazioni mobili in modo più consistente per dialogare, comunicare e gestire informazioni. I clienti, sempre più presenti in rete ed interconnessi con smartphone, tablet e cellulari, utilizzeranno servizi in mobilità per ogni azione di relazione: informazione, acquisto, prenotazione e segnalazioni.

Per quanto riguarda i social network , le aziende dovranno necessariamente prender atto che questi fanno parte della vita quotidiana e dovranno così liberalizzarne l’utilizzo, imparando a controllarne l’uso e gli effetti. Sempre di più sarà necessario inoltre integrare le tecnologie sociali all’interno dei sistemi di CRM, collaboration e business intelligence. I sistemi di analisi nello specifico diventeranno strumenti utili al business per verificare le tendenze e il dialogo tra aziende e clienti e se integrati correttamente con i social media, diverranno anche strumenti di previsione real time.

Infine l’uscita del Mac Store ed il consolidamento dei market  store darà una spinta ulteriore alla crescita di piccole-medie imprese per lo sviluppo di applicazioni desktop e mobile. Vinceranno le applicazioni che, sì andranno sullo store, ma saranno cross piattaforma e non solamente focalizzate su un ambiente: l’HTML5 e tutto il mondo che ci gira intorno darà una bella mano a questo tipo di sviluppo.

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La Apple smartPhonizza il Mac e decreta l’inizio della fine dei lettori DVD

Come aveva già anticipato meno di un mese fa, la Apple oggi ha confermato l’apertura del Mac App Store, praticamente un nuovo servizio simile all’App Store per iPhone, iPod e iPad e che permette così agli utenti di acquistare e scaricare le apps per il proprio mac. Per poter utilizzare il nuovo store è necessaria l’installazione dell’ultimo aggiornamento rilasciato per Leopard versione 10.6.6.

L’accesso allo store è semplice e può esser effettuato (per gli utenti di iTunes) utilizzando lo stesso account Apple. Una volta entrati nello store ci si accorge subito che la modalità di vendita del software e l’interfaccia proposta all’utente, è uguale allo store di iTunes: ricerche veloci, software classificati in categorie semplici ed intuitive, scheda del prodotto, tasto per procedere all’acquisto (free o a pagamento), aggiornamenti del software. I vantaggi per l’utente, così a primo impatto sono:

  1. possibilità di poter acquistare software quando serve, in modo sicuro, senza preoccuparsi dell’attendibilità del sito e dello sviluppatore
  2. possibilità di acquistare con un solo metodo di pagamento, integrato e certificato
  3. superamento del concetto di installazione da CD/DVD
  4. aggiornamenti centralizzati per tutti i software installati

Insomma, gli stessi vantaggi che si percepiscono utilizzando un iPhone o un iPad. E’ come dire che la Apple stia smartphonizzando il mac!

Anche se il concetto di store del software non è nuovo al mercato e agli utenti e più aziende hanno già provato a lanciarne uno, secondo me il Mac Store avrà un impatto diverso. Personalmente ho sempre riconosciuto alla Apple la bravura di saper scegliere il tempo di uscita, la modalità e la strategia di prodotto al “momento giusto”, così come ha fatto per esempio anche con l’iPad.

Dal mio punto di vista infatti questo è il momento giusto proprio perchè dopo l’esplosione del mercato degli smartphone e conseguentemente alla crescita dell’abitudine all’acquisto di apps e musica, gli utenti saranno più propensi ad acquistare anche software, nella stessa modalità. Poco, subito e ovunque, senza dover andare al negozio a prendere un CD/DVD per esempio.

Ritengo inoltre che sia anche la modalità giusta, perchè sta uscendo con una piattaforma che utilizza un modello già funzionante, lo store: tutti comprano con una sola piattaforma di acquisto, da un solo punto, un account. Il mercato è spinto dagli sviluppatori e dalle aziende che producono software per quel “sistema”.

La strategia di prodotto è infine assolutamente puntuale: il Macbook Air è stato inserito sul mercato un attimo prima dell’uscita dello store. Questo modello di Mac per chi no lo sapesse, è un prodotto sul quale non è presente un lettore di CD/DVD, e soprattutto, a differenza della campagna pubblicitaria della precedente versione, da nessuna parte si vede mai un lettore esterno su USB. E’ un pò come voler far dimenticare qualcosa che non serve più. Vi ricordate il Floppy Disk per esempio? Quando la Apple decise di toglierlo dai suoi Mac molti degli utenti pensarono che fosse un errore strategico, eppure, non è stato così.

Insomma questa che per molti (come si legge già in rete) non è una novità o per qualcuno è l’ennesimo modo di Apple di attirare a se l’utenza e stringere ancora di più la maglia intorno al DRM, dal mio punto di vista il Mac Store sarà l’inizio di un’ennesima rivoluzione che avrà l’effetto di iniziare la dismissione dei cd/dvd, l’utilizzo del cloud e una modalità diversa di distribuzione del software.

Il prossimo passaggio sarà l’apertura di un apps store per la Apple TV, la vendita di Apps per l’home entertainment, l’apertura un sdk per lo sviluppo e l’integrazione totale desktop e mobile: tutto avverrà nel momento in cui la Apple deciderà di chiudere il mercato dei PC casalinghi… 😉

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Getting Things Done: l’arte dell’efficienza

Un annetto fa dopo aver scritto un post sul Culto del Fare ho conosciuto casualmente, in rete, un sistema di produttività personale chiamato Getting Things Done (GTD) di David Allen. A differenza di altre metodologie di time management e idee rivoluzionarie di metodi di lavoro in cui vengono fatte fantomatiche premesse inneggianti alla possibilità di “lavorare di meno“, “esser meno stressati” e cose similari, questa metodologia dal titolo “The Art of Stress-Free Productivity” o anche l’arte del “Fare in modo che le cose vengano fatte” mi ha stuzzicato l’attenzione e l’interesse. In breve tempo questa metodologia mi ha talmente attratto che ne sono diventato un fervido fautore e quando posso cerco di utilizzare questa metodologia per mettere ordine alle mille idee che mi vengono continuamente in testa.

Il concetto fondamentale del GTD è basato sulla necessità che ha una persona di sgombrare le cose da fare dalla propria mente e di registrarle ed organizzarle da qualche parte. Il metodo consiste nel «liberare la mente dal lavoro di ricordare ogni cosa che deve essere fatta» e, quindi, concentrarsi pienamente sull’ «eseguire questi compiti».

Getting Things Done nasce dal titolo del libro del 2001 nel quale David Allen ha descritto e definito la metodologia a seguito di anni di lavoro in qualità di consulente aziendale. Il libro è un breve trattato relativo a questa metodologia e rimane semplice e chiaro proprio perchè spiega in modo concreto e pratico i cardini e le caratteristiche di questo metodo, evitando voli pindarici ed esempi inutili.

A primo impatto la GTD potrebbe sembrare un metodo chiuso con le sue regole da seguire ed applicare, ma nella realtà, una volta applicato e messo in pratica, ci si accorge rapidamente che si tratta di un insieme di linee guida molto flessibili che possono essere adattate a diversi stili, tipi di lavoro individuali e professionalità e plasmata secondo la propria sensibilità personale e alcune proprie caratteristiche. A differenza di altre metodologie e altri approcci di esperti di gestione del tempo, David Allen nel suo libro non pone la sua attenzione sulle priorità dei compiti, ma raccomanda di creare delle liste di compiti, concernenti una situazione e suggerisce di eseguire immediatamente dei compiti se questi richiedono meno di 2 minuti.

La psicologia del GTD è basata su tre azioni principali: memorizzare, tracciare e ripescare dalla memoria. In questo modo riusciamo facilmente e piacevolmente a recuperare tutte le informazioni relative alle cose da fare limitandone lo sforzo cognitivo-emotivo. Allen asserisce inoltre che molti dei blocchi che noi generalmente incontriamo riguardo al portare a termine determinate attività sono causati da una insufficiente chiarezza di cosa si vuole ottenere e quali sono le specifiche azioni necessarie per ottenere il risultato. Secondo Allen il nostro ‘sistema di promemoria’ mentale è piuttosto inefficiente e raramente si ricorda che cosa dobbiamo fare, nel momento e nel luogo in cui dobbiamo farlo. Di conseguenza, il ‘sistema a fiducia‘ di memorizzazione in base al contesto delle ‘prossime azioni’ da fare (ancore mentali) agisce come un supporto esterno, che ci assicura che si presentino i giusti ricordi e al momento giusto. Nel libro sono riportati molti trucchi che possono aiutare a mettere in pratica il flusso di lavoro descritto da Allen.

Una sintetica descrizione del GTD tratta dal libro di Allen Ready for Anything e ripresa da Wikipedia:

Get everything out of your head. Make decisions about actions required on stuff when it shows up — not when it blows up. Organize reminders of your projects and the next actions on them in appropriate categories. Keep your system current, complete, and reviewed sufficiently to trust your intuitive choices about what you’re doing (and not doing) at any time.

che si potrebbe tradurre con:

Fai uscire ogni cosa dalla tua mente. Prendi le decisioni riguardo le azioni necessarie quando il problema si presenta – non quando esplode. Organizza i promemoria dei tuoi progetti e le loro prossime azioni in categorie appropriate. Tieni il tuo sistema aggiornato, completo e rivisto sufficientemente per dare fiducia alle scelte su quello che stai facendo (e quello che non stai facendo) in ogni momento.

Il principi fondamentali su cui si basa la GTD sono una rivisitazione del ciclo di trasmissione dell’informazione del Knowledge management: nello specifico i cinque termini che identificano le fasi sono Raccolta, Metodo, Organizzazione, Revisione e Fare.

Insomma, applicando questi 5 principi e le relative azioni, secondo la tesi di David Allen ed il suo metodo Getting Things Done, si può rendere semplice, facile e divertente lo svolgimento di attività che bisogna svolgere, ed essere meno incline a procrastinare o ad essere sopraffatto da troppi ‘anelli aperti’. Io lo sto facendo.

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Problemi di sicurezza per WordPress: vulnerabilità XSS

Il 29/12/2010 mentre me ne stavo tranquillamente in ufficio, il mio blog  è stato defacciato e la home page è stata sostituita con un reindirizzamento ad un sito contenente immagini porno. Non è la prima volta che avviene, e quando succede è una gran rottura di balle, perchè bisogna ripristinare alcuni file del sistema e rivedere tutti i folder nei quali sono stati caricati file.

Per chi non lo sapesse il termine Defacing, nell’ambito della sicurezza informatica, viene utilizzato per definire il cambiamento illecito della home page di un sito web (la sua “faccia”) e la modifica di una o più pagine interne. Questa pratica è condotta da persone non autorizzate (detti cracker, non hacker) e all’insaputa di chi gestisce il sito. E’ illegale in tutti i paesi del mondo.

Le motivazioni di tale atto vandalico possono essere di vario tipo, dalla dimostrazione di abilità fino a ragioni ideologiche e politiche. Le tecniche utilizzate per ottenere i permessi di accesso in scrittura al sito sfruttano solitamente i bug presenti nel software di gestione del sito oppure nei sistemi operativi sottostanti: nel mio caso, questa volta, credo che il daface sia stato effettuato tramite un bug di WordPress.

Casualmente mentre ero li che aggiornavo e ripristinavo il mio blog, ecco che mi arriva una mail del simpatico Matt Mullenweg, che dopo aver comunicato la presenza di un aggiornamento critico, mi augura Merry WordPressing in 2011!

First off, happy holidays. 🙂 I hope this time of the year, chilly for many of you, has given you time to enjoy family, friends, and loved ones and reflect on the year before and the year to come.

My last message to you this year is an important but unfortunate one: we’ve fixed a pretty critical vulnerability in WordPress’ core HTML sanitation library, and because this library is used lots of places it’s important that everyone update as soon as possible. I realize an update during the holidays is no fun, but this one is worth putting down the eggnog for. In the spirit of the holidays, consider helping your friends as well. You can update in your dashboard, on the “updates” tab, or download the latest WordPress here: http://wordpress.org/download/

The official release announcement is here: http://wp.me/pZhYe-qt

Merry WordPressing in 2011

Matt Mullenweg
http://ma.tt | http://wordpress.org | http://automattic.com

Cliccando sul comunicato ufficiale, si parla proprio di vulnerabilità XSS:

3.0.4 Important Security Update

Posted December 29, 2010 by Matt Mullenweg. Filed under Releases,Security.

Version 3.0.4 of WordPress, available immediately through the update page in your dashboard or for download here, is a very important update to apply to your sites as soon as possible because it fixes a core security bug in our HTML sanitation library, called KSES. I would rate this release as “critical.”

I realize an update during the holidays is no fun, but this one is worth putting down the eggnog for. In the spirit of the holidays, consider helping your friends as well.

If you are a security researcher, we’d appreciate you taking a look over this changeset as well to review our update. We’ve given it a lot of thought and review but since this is so core we want as many brains on it as possible. Thanks to Mauro Gentile and Jon Cave (duck_) who discovered and alerted us to these XSS vulnerabilities first.

Apperò, Matt classifica questa release Critical e ce lo dice sorridendo: peccato che su una vulnerabilità XSS (anche detta di Cross Site Scripting) non c’è una fava da ridere!

Insomma, alla fine grazie a questo “buchetto” ho passato 2 ore serali a ripristinare il blog, un pò di autorizzazioni e soprattutto dopo aver aggiornato WordPress alla versione 3.0.4 .

[Provocazione ON]

Beh questo è secondo me il brutto dei prodotti Open Source: con chi te la prendi in caso di danni generati da una falla di questo tipo?

[Provacazione OFF]

PS: ovviamente faccio riferimento a tutti i blog / siti che utilizzano wordpress come piattaforma su hosting privati e non su WordPress.com

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