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Etica hacker

Ho riletto da poco il libro “L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione” di Pekka Himanen, un libro che ho scoperto dopo aver letto “Galassia Internet” di Manuel Castells. Due letture affascinanti ed impegnative che non potevano effettivamente mancare e che non dovrebbero mancare di nessun Indigeno Digitale.

Durante la lettura molte persone si sono stupite semplicemente guardando il titolo del libro e mi hanno domandato: “Hacker? Ma che roba ti leggi, che vuoi diventare un pirata informatico?“. Ma no, no, tranquilli, non è come pensate. Purtroppo oggi quando si parla di hacker il pensiero corre subito alla visione del pirata informatico, quello dedito a cybercrimini e ad ogni forma di furto digitale, password o codici di carte di credito e non è assolutamente facile spiegare il contrario. Colpa della irresponsabile disinformazione mediatica.

In realtà il termine “hacker” ha una origine molto più “antica” (risale agli anni ’50 e ’60 circa, al MIT – Massachussets Institute of Technology ), nato prima dei pc presenti nelle nostre case e della rete internet, ed è stato coniato con un significato completamente opposto a quello attualmente si conosce e che è più diffuso. Nulla di criminale. Anzi.L’hacker, nel suo senso più nobile, è chiunque voglia mettere il proprio sapere e le proprie conoscenze a disposizione di chi sia interessato, col molteplice scopo di diffondere il sapere su una certa materia, suscitare interesse a riguardo e promuovere una discussione costruttiva in grado di portare a nuovi miglioramenti in un dato campo.

Questa definizione è estremamente interessante e mi ha colpito moltissimo, perchè, malgrado non avessi mai approfondito la cultura hacker, è la base dei valori che hanno dato vita agli Indigeni Digitali, network del quale sono fondatore e che spero continui a crescere come sta succedendo in questi mesi. Secondo Himanen, l’essenza dell’hacker è sintetizzata e definita nella “Legge di Linus“, scritta da Linus Torvalds durante un convegno all’Università di Berkeley in California, nella quale emerge che un uomo è spinto a fare qualcosa da 3 motivazioni: sopravvivenza, vita sociale e intrattenimento. Per esser felici nella vita, bisogna soddisfare tutte e tre le condizioni.

Nel libro Himmanen analizza e mette a confronto l’etica hacker e l’etica protestante, presentata da Max Weber nel libro “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” basando tutto il confronto su sette principi fondamentali: Passione, Libertà, Valore Sociale, Apertura, Attività, Responsabilità e Creatività.

  • La Passione è quella che Trovalds ha definito come “intrattenimento”. La passione non è altro che qualcosa che diverte l’hacker mentre la sta mettendo in pratica. Quando un hacker fa qualcosa che l’ho diverte è perchè lo ritiene interessante e degno di tutto il suo impegno.
  • La Libertà hacker è il principio secondo cui chi lavora sa sempre cosa significa avere scadenze da rispettare, non ha orari rigidi ai quali attenersi ma è fortemente orientato al raggiungimento dell’obiettivo.
  • Il Valore Sociale è quello che rende coinvolgente l’essere hacker, ossia il senso di appartenenza a gruppi grandi, piccoli, famosi, ignoti o riservati, quella capacità sentirsi parte di una comunità, accettato e riconosciuto.
  • Apertura e condivisione è il principio secondo cui l’hacker fa qualcosa non solo per se, ma anche e soprattutto per la comunità e quello che fa è condiviso perchè ritenuto valore e accrescimento per gli altri.
  • Attività è l’esatto contrario di passività. L’hacker non è mai un utente passivo di Internet e della tecnologia in generale. Cerca sempre di migliorare ciò che usa.
  • Responsabilità , anche se sembra strano, e altruismo. Per un hacker responsabilità significa occuparsi degli altri, aiutare il prossimo e rendere migliore la Rete.
  • Creatività saper fare in modo diverso, alternativo ciò che si può fare normalmente, saper creare qualcosa di veramente bello, anche dal punto di vista artistico.

L’etica hacker, come descritto dell’autore nel libro, è stata alla base dei grandi miglioramenti in campo informatico che si sono avuti negli ultimi decenni. L’informatica, la rete internet, i programmi opensource come Linux sono nati e si sono sviluppati proprio grazie all’impegno continuo di migliaia di persone che hanno messo a disposizione della comunità il proprio impegno, il proprio tempo, hanno condiviso in maniera aperta il sapere e hanno lasciato che altri potessero apportare dei miglioramenti liberamente, con la sola limitazione di riconoscere i crediti del lavoro precedente e di permettere successive libere modifiche anche ad altri sviluppatori.

Pekka Himanen ritiene che la società nella sua interezza e complessità dovrebbe recepire l’etica hacker, contrapponendo questo approccio a quello “dell’etica protestante” che ha dominato e domina tuttora questo momento storico ed il nostro modo di approcciare il lavoro. Himanem ritiene inoltre che oggi siamo schiavi del modo di concepire il lavoro e questo deriva dal fatto che ci riteniamo degni solo se abbiamo un lavoro che ci qualifica socialmente, se ci dedichiamo ad esso in modo continuo, e se la nostra intera vita ruota attorno al lavoro, con pochi spazi per liberare la creatività ed il divertimento. Questa cultura ci porta a lavorare senza divertirci. Spesso abbiamo sentito dire che c’è un momento per il piacere ed uno per il dovere, ma nella realtà della vita quotidiana viviamo per lavorare e soprattutto per guadagnare, invece di lavorare per vivere. Secondo l’etica hacker non è così: il lavoro dovrebbe essere divertente e coinvolgente. Dovrebbe essere la cosa che ci piace più fare e che ci dà più soddisfazione, con spazio per la creatività.

Questo libro ha il pregio di mostrare un nuovo modello di sviluppo, quello delle risorse condivise, della partecipazione, della trasparenza e dell’etica sociale: il modello dell’era dell’informazione.

Se l’etica hacker venisse applicata in tutti i settori, alla politica e alla società, le potenzialità sarebbero immense: un sapere aperto permetterebbe un progresso infinitamente più rapido ed efficiente dell’attuale. Sarebbe aperto non solo alle modifiche in grado di migliorarlo, ma sopratutto alle critiche in grado di evitare errori e forse disastri.

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Instagram: una semplice app che genera dipendenza emotiva

Da qualche giorno sono tornato in possesso di un appleFonino: l’iphone4. Questo mi ha permesso di mettere da parte (finalmente) il Blackberry che avevo da Aprile e ricominciare ad utilizzare varie app divertenti che su iPad non potevo sfruttare al massimo.

Chi mi segue su Twitter, Facebook o altri social, avrà notato che da qualche giorno condivido foto scattate in qualunque posto e a qualsiasi cosa o persona. Le foto hanno la caratteristica di sembrare foto d’epoca, anticate e simili al formato delle polaroid. Emozionali, aggiungerei.

L’applicazione che sto utilizzando e che ha catturato completamente la mia attenzione tanto da generare in me “dipendenza da foto” – e credo di non esser l’unico: lucasartoni, yoriah, bastetinthesky … – si chiama Instagram (Download gratis). Si tratta di una piccola semplice app che permette di scattare foto, invecchiarle con alcuni effetti (10) , condividerle, cross-postarle e geolocalizzarle su diversi social (Facebook, Twitter, Flickr, Foursquare e Tumblr). La particolarità inoltre è la funzione di following dei propri amici e soprattutto la possibilità di poter ricevere notifiche sulla pubblicazione di foto, commenti e like in modalità push, un pò come avviene su Twitter, solo che al posto di 140 caratteri c’è una foto.

Qualcuno potrebbe dire, “E cosa c’è di nuovo?” In effetti praticamente nulla, se non la semplicità di utilizzo, caratteristica principale del sistema.

Sul sito ufficiale, il team di Instagram descrivere l’applicazione come un “divertente e bizzarro modo di condividere la tua vita con gli amici attraverso una serie di immagini. Scatta una foto, quindi scegliere un filtro per trasformare il look and feel del tiro in una memoria per tenere in giro per sempre.

Instagram è un applicazione sviluppata dallo stesso team stava sviluppando Burbn, un servizio iniziato da Kevin Systrom in HTML5 che permette di effettuare check-in su Foursquare e cresciuto grazie all’investimento di 500.000 dollari in finanziamenti da Ventures Baseline e Andreessen Horowitz all’inizio di quest’anno. Burbn però non è mai stato lanciato ufficialmente poichè il team ha deciso di focalizzarsi su Instagram, individuando in questa un vero potenziale da sfruttare grazie alla popolarità di Flickr, l’utilizzo di Facebook, l’interesse per Daily Booth ed il momento positivo per il social-foto-sharing.

Leggendo dei post in giro della rete ho trovato alcune informazioni che confermano e danno ragione alla scelta del team: infatti secondo alcuni rapporti pubblicati, Instagram ha già raggiunto oltre 200.000 utenti e ben oltre 750.000 foto caricate , così come confermato anche dal co-fondatore Kevin Systrom durante un intervista “750.000 foto? La cifra reale è di gran lunga al di sopra di questo valore”. Secondo un rapporto del New York Times , il servizio ha inoltre raggiunto la frequenza di caricamento di una foto ogni secondo.

Da un punto di vista tecnico l’applicazione di Instagram è piuttosto semplice e non utilizza particolari personalizzazioni nelle logiche di navigazione e questo la rende facile da utilizzare. La piattaforma web invece in se e per se è piuttosto base: non ha ancora funzionalità specifiche per l’utente sul web se non la modifica dei dati personali, non espone API per poter effettuare mashup e non ha funzionalità di streaming. Credo sia solo questione di tempo comunque.

Instagram, secondo me, può esser un esempio di come un app fatta bene e semplice possa esser più efficace di una buona idea, non sviluppata. Per molti versi è il prodotto giusto al momento giusto: wireless a banda larga in pieno boom, crescita esponenziale degli smartphone come iPhone (e iPod), iperconnessione e social mania crescente.

Chissà se diventerà un mainstream per il foto-sharing o verrà acquisito prima da qualcuno…. chessò da Yahoo per rimpiazziare Flickr, o magari proprio Facebook!

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Tutto non sarà più come prima

Quel giorno arriva. Dopo mesi di attesa, di preghiere, di pensieri, di letture, chiacchiere e confronti con amici e parenti, quel giorno arriva e ti trovi lì, finalmente, ad incontrare quel piccolo estraneo che ti cambierà la vita. Ma in fondo non sai ancora come.

Il momento del travaglio e del parto sembrano non passare mai, è una parentesi della vita che sembra durare un’eternità, eppure sono poche ore rispetto ai nove mesi trascorsi.

Malgrado il rumore generato da chi sta assistendo al parto, l’evolversi delle azioni e dallo strillo di tua moglie nello sforzo della spinta finale, in quel momento preciso, riesci ad isolarti in un silenzio di emozioni interne. Non senti più nulla e tutto sembra iniziare a rallentarsi sempre di più. Emozioni fortissime che si alternano tra momenti di adrenalina durante i quali ti rendi conto che stai diventando padre, e momenti di paura perché sai che non puoi far nulla per alleviare quel dolore di tua moglie.

Comincia a vedersi la testa, il corpo ed il cordone ombelicale che lo lega alla madre. Lo vedi li indifeso, sporco ed in apnea e quei secondi che trascorrono tra il suo primo rigurgito ed il primo vagito sembrano lunghissimi. Poi arriva quel pianto che lo porta definitivamente in contatto con il mondo e quel suono ti arriva dentro fino al cuore, forte e dirompente come un tuono. Ti dice che lui adesso c’è.

La voglia di vederlo da vicino è irrefrenabile, tanto da continuare a pensare ai momenti che hai vissuto e rivedere le immagini sognando ad occhi aperti. Fino a quando arriva il momento di poterlo avere tra le braccia, poterlo accarezzare e sentirne l’odore. Ancora non può vederti, ma quando ti stringe il dito nella sua mano piccolissima, hai come la sensazione che ti dica di non lasciarlo più ed il senso di responsabilità nei suoi confronti sale alle stelle, ti senti un energia che potresti spaccare il mondo e cominci a sentirti grande, forse come non ti sei mai sentito.

Ti accorgi che, adesso, tutto non sarà più come prima. Gli sforzi, le ambizioni ed i progetti saranno tutti legati a lui, tutte le cose cambieranno priorità e le scelte avranno lui al centro. Di tutto.

Lo conosci da poco quel piccoletto, ma non puoi più stare senza di lui.

Io non so se sarò un padre perfetto e non credo esista una metodologia o uno schema che delinei la giusta strada, la giusta educazione o i valori di vita corretti: dovremo imparare a fare i genitori, osservando dai nostri genitori e cercando di trasmettergli il valore più grande che è il nostro amore. Ho una sola certezza: il mio impegno sarà al massimo e in ogni momento potrà contare su di me.

Benvenuto nella mia vita Mattia [14.10.2010 – ore 19.11]

Papà

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Enterprise 2.0: Modelli organizzativi e gestione dei social media per l’innovazione in azienda

Qualche mese fa durante un aperitivo, Alessandro Prunesti, mi chiese se avevo voglia di contribuire al suo nuovo libro Enterprise 2.0. Vista la fresca esperienza fatta sulla progettazione di alcuni sistemi di Enterprise Social Network, l’idea emergente di un sviluppare una nuova logica di E2.0 e la passione e l’interesse per questo tipo di progetti, ho ovviamente accettato.

Il libro affronta una serie di argomenti che riguardano, oltre agli aspetti tecnologici, anche quelli organizzativi e di gestione. Oggi i sistemi di E20 sono infatti strumenti di innovazione dirompenti, capaci di generare un nuovo tipo di organizzazione aziendale, nuovi spazi di lavoro condivisi, community aziendali, ambienti digitali all’interno dei quali dare vita ad attività collaborative in grado di generare benefici reciproci per i dipendenti delle aziende, i clienti, i fornitori e i partner commerciali  e rendere l’organizzazione aziendale aperta, flessibile e dinamica, nella quale la creatività delle persone diviene un fattore strategico per il raggiungimento degli obiettivi di business.

Il mio contributo, un paragrafo di qualche pagine nella parte finale del libro, affronta nello specifico la fase della progettazione tecnica ed i fattori critici, oggetto di una attenta analisi, progettazione e monitoraggio ed elenca le funzionalità tipiche e basilari di un progetto di Enterprise 2.0.

Il libro Enterprise 2.0: Modelli organizzativi e gestione dei social media per l’innovazione in azienda, tra i primi a trattare integralmente l’argomento dell’Enterprise 2.0, è secondo me una buonissima base di partenza per tutte quelle aziende che decidono di affrontare un progetto di questo tipo.

Questa è la prima volta che contribuisco alla pubblicazione di un libro e devo dire che ho trovato veramente emozionante ricevere una copia del libro completo, stampato e con un bellissima dedica: grazie Ale.

Vi segnalo un elenco dei libri pubblicati da Alessandro su IBS, mentre la scheda di questo libro è sul sito della Franco Angeli. Altri approfondimenti e articoli li trovate sul sito Enterprise2. Buona lettura.

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Internet for peace. Il marketing “buono” esiste

Nel novembre del 2009 il professor Umberto Veronesi scriveva un articolo, pubblicato anche sulla Stampa, in occasione dell’uscita del numero di Wired che lanciava la candidatura di Internet per il Nobel per la Pace. Un appello firmato anche da Giorgio Armani, dal Nobel Shirin Ebadi, Riccardo Luna, Negroponte, Chris Andersoon e molti altri ancora.

Da li in avanti di Pace e Scienza, di Internet, libertà e della rivoluzione digitale, ne abbiamo discusso un pò tutti, abbiamo criticato, condiviso e promosso l’iniziativa: da Veronesi a tanti altri premi Nobel, Luna e suoi interventi in sedi governative, dalle testate giornalistiche ai blog, da facebook a twitter, fino ai Flash Mob for Peace.

Alla fine il premio è stato assegnato a Liu Xiaobo, oppositore al governo cinese. Internet non ha vinto, ma questa è stata una grande iniziativa, sono stati presentati e diffusi tanti giusti princìpi ed un manifesto importante. E’ stato un bellissimo il progetto ed è stata una grandissima campagna. Grazie all’iniziativa Internet for Peace, Wired ha praticamente creato un “movimento” per far riconoscere Internet come strumento di costruzione di massa, di pace, libertà e democrazia, come giustamente evidenziano quelli di Ninja Marketing nel loro post.

Per molti questa è stata una vera e propria campagna di Marketing e niente altro. Personalmente non la vedo così.

Anche se questo “scoop” è stato per molti una delusione, e per quanto anche io mi sia sentito un pò preso in giro, trovo che l’iniziativa sia stata fatta per una giusta causa e ritengo che sia stato un utilizzo “buono” del marketing. Forse uno dei pochi casi in cui un brand si fa promotore di argomenti condivisi per dare visibilità al proprio marchio, attraverso iniziative benefiche, pacifiste o umanitarie.

Complimenti a Wired e a tutti quelli che hanno alimentato attivamente l’iniziativa.

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Telecom: il call center su Twitter? Bello, se non è solo marketing

A partire dal 30 settembre, Telecom Italia, con un comunicato pubblicato sulla sezione corporate del proprio sito, ha avviato il nuovo canale di assistenza su Twitter e Facebook. La notizia è rimbalzata sui principali siti internet, testate, borsa italiana, siti tecnologici e blog, su twitter stesso e su molti status degli utenti, tra curiosità ed entusiamo.

Dal comunicato si evince che l’obiettivo principale di questo nuovo canale è quello di creare una comunicazione dedicata ai propri clienti e caratterizzato da un’interazione diretta ed immediata e dalla velocità nei tempi di risposta a tutti gli utenti. Il nuovo canale permetterà ad un team specializzato di rispondere durante la giornata a domande e segnalazioni nelle pagine Telecom Italia, Tim e Impresa Semplice su Facebook e su Twitter. Da quanto comunicato inoltre, gli specialisti del team di Telecom Italia avranno le competenze per rispondere a diverse esigenze, sia consumer – fisso e mobile -, sia a tematiche proprie del mondo business, e risponderanno dal lunedì al venerdì. Telecom, che da qualche anno sta investendo in nuovi media e sta aprendo a nuovi canali comunicativi per rimanere in contatto con i propri utenti, con questo progetto si propone come la prima società in Italia a lanciare una nuova attività di caring (twitter care come definito da Mantellini) evoluto nel mondo dei Social Media.

Da una parte c’è da riconoscere a Telecom l’importante passo nel campo della comunicazione: chi conosce infatti le regole di governance che indirizzano la comunicazione delle grandi aziende, sa che una scelta di questo tipo non è facile da far digerire e non è così scontata e banale come sembra. Personalmente però non riesco a vedere questa operazione solo come un passo verso il cliente, ma bensì un operazione markettara. Altro che social crm, clienti ed altro.

Prima di tutto ritengo questa operazione di Telecom semplicemente una rincorsa ad un mercato non ancora presidiato in modo importante: analizzando un pò la presenza degli operatori sui social network partendo da Facebook, possiamo notare infatti che Vodafone con i suoi 560mila fan, è il primo operatore, seguito da Tim (50mila fan), Tre (40mila fan) e Wind (30mila fan), mentre per quanto riguarda i sistemi di microblogginng invece Tre Italia , da tempo attiva, può contare su oltre 11mila follower di twitter e quasi 1.400 su FriendFeed, seguita da Vodafone (5000 follower), Tim (circa 1000) e Wind (meno di 500). Probabilmente qualcuno in Telecom ha capito che quei pochi utenti italiani in Twitter, sono quelli che in qualche modo poi influenzano la rete: e allora perchè non iniziare a farsi vedere un pò, come fa già Tre?

Andando oltre, vi è mai capitato di chiamare il 187 per problematiche tecniche?  Penso di si. Vi sarete sentiti rispondere sicuramente con soluzioni estremamente tecniche tipo “riavviare il pc“, “riavviare il router“, “spenga il firewall“, “aggiorniamo i driver“, “installiamo un antivirus” o altre risposte di questo tipo, quando il problema, palesemente, è lato Telecom. Oppure, avete mai chiamato per avere informazioni relative a bollette e pagamenti? Beh, provate a chiamare, poi attaccate e chiamate di nuovo. Ogni operatore vi darà risposte completamente diverse e la cosa stupefacente sarà che nessuna è vera. A me sta succedendo da quando ho fatto il trasferimento della linea verso Fastweb (…non che sia meglio di Telecom). La sensazione è che le persone non siano preparate vero?

Si. Il problema secondo me NON è il mezzo di comunicazione, ma solo ed esclusivamente il contenuto, quello che gli operatori comunicano al cliente. Spesso infatti chi risponde non è all’altezza delle problematiche poste dal cliente, non è formato sulle tematiche tecniche o commerciali o non è aggiornato su quanto comunicato su altri canali dall’azienda stessa. Trovo assurdo che un azienda come Telecom, che ha nel servizio 187 una delle maggiori inefficienze verso il cliente (qualità e contenuto), pensi di risolvere la comunicazione con gli utenti aggiungendo un altro strumento invece di modificare l’approccio, formare le persone del call center e migliorare i processi verso il cliente. Mi auguro, e lo dico senza interesse visto che ormai sono su altro operatore, che le persone che risponderanno da twitter siano persone di Telecom – non dei PR come succede per altri servizi – o per lo meno siano veramente preparate come affermato nel comunicato.

Infine mi chiedo come mai una notizia del genere debba avere tutto questo eco, come se comunicare con il cliente sia per un azienda una grossa novità e vorrei evidenziare che non stiamo parlando della ditta Formaggi e Salumi con sede in aperta campagna (e che forse comunica di più con i propri clienti). Stiamo parlando di Telecom, la prima società di telecomunicazioni italiana che, in teoria, dovrebbe permetterci di comunicare e che, oltre a non riuscirci bene (vedi migliaia di persone che tutt’oggi non posso avere un adsl), dovrebbe esser tra le prime ad esplorare nuovi canali per migliorare la relazione e la comunicazione con il cliente.

Mi domando: potremmo quindi dire addio alle frustranti, lunghe ed inutili attese al telefono e poter invece chiedere assistenza o informazioni a Telecom Italia tramite Twitter?

Io un tweet di richiesta l’ho inviato (e sono stato forse uno dei primi). Per adesso la mia domanda è stata girata ad un altro account, che poi mi ha chiesto di fare follow per potermi mandare un DM. Per adesso sono passati 3gg, ma giustamente (!?), il sabato e la domenica non rispondono.

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Senatur Per Quanto Resisti, ancora?

Non mi piace scrivere di politica e soprattuto di certi politici, ma a volte, certe affermazioni, ti fanno veramente cadere le braccia: “L’acronimo S.P.Q.R.? Qui al nord si dice ‘Sono porci questi romani‘”.

La frase in se stessa è stupida e si tratta di una battuta vecchia come il mondo. Ma il problema non è la frase. Il problema è l’eco che questa frase ha quando a dirlo è un deputato della Repubblica Italiana. Bossi. E tutti quelli che si porta dietro.

Io sono romano, e anche se il comportamento di quest’uomo mi fa arrabbiare da morire, onestamente non mi sento offeso da questa frase. Non mi sento offeso perchè ho sempre ritenuto Bossi un politico – se così si può definire – non degno del titolo che porta e dell’incarico istituzionale che ricopre, sia in termini di professionalità sia etici.

Come si può dar peso ad uno che attacca il tricolore in più circostanze, condannato per vilipendio alla bandiera Italiana (ha pagato solo 3000 euro contro i 3 anni di reclusione che gli spettavano), punta alla secessione e proclama la Padania una Repubblica federale indipendente e sovrana, indagato e condannato durante il periodo di tangentopoli per finanziamenti ai partiti, deride l’inno di Mameli puntando il dito medio sulla frase “…e schiava di Roma…”, incita all’utilizzo delle armi e della forza per avere l’indipendenza della Padania, crea il parlamento padano in barba alla Costituzione Italiana e propone una riforma scolastica per permettere l’insegnamento al nord ai soli insegnanti padani. Insomma tutte piccole birbanterie. No?

Mi domando fin quando questo atteggiamento verrà tollerato dalle istituzioni e non sanzionato, per quanto ancora dovremo vederlo al governo o anche solo in parlamento o al senato, e soprattutto mi domando quanto ancora le persone possano continuare a votarlo.

Senatur, Per Quanto Resisti ancora? Ovviamente non è un mal augurio, non sia mai…

Dice giustamente Nichi Vendola su Twitter : “chi fa politica nel nostro Paese dovrebbe ingentilire il linguaggio ed irrobustire il pensiero“. Condivido pienamente.

Chiudo postando un link, forse utile, per capire la gravità di alcuni gesti, di alcune azioni ed affermazioni e che forse qualcuno dovrebbe stampare e portare a più di un politico. La costituzione Italiana.

UPDATE 28 settembre 2010 – ore 17.40
Come giustamente si poteva immaginare e dopo l’uscita del post, ecco che il Corriere riporta il monito del Premier Berlusconi al ministro Bossi:  “Da Bossi solo una battuta Ma bisogna comportarsi da ministri“. Beh molto bene, come giustamente dice Insopportabile su Twitter, da oggi dare del porco a qualcuno sarà ironico.

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#newTwitter: non dire social, se non ce l’hai nel sacco

Ecco il nuovo Twitter.com. Questo è il titolo utilizzato da Twitter per annunciare la nuova versione della propria piattaforma. Nuovo.

A primo impatto, leggendo la pagina di presentazione e guardando il video di spiegazione, ho pensato subito che twitter stia cambiando, evolvendo e snaturando il suo DNA, nella direzione di Social Network. Poi leggendo in rete i commenti e le opinioni ho rischiato di convincermi del contrario, soprattutto quando Evan Williams, Ceo di twitter, durante la conferenza Nokia World 2010 ribadisce un concetto: “twitter non è dedicato soltanto all’invio di messaggi” e non è un Social Network.

Quel “nuovo”, contenuto nel titolo, secondo Twitter sembra avere un significato molto più importante: Twitter è in evoluzione verso un sistema completo di news, contenuti e informazioni.

In effetti sembra così. La nuova versione di Twitter infatti non riguarda solo un restiling grafico e la visualizzazione dei tweet, ma molto di più, soprattutto se si analizzano le nuove funzionalità: è stata implementata la possibilità di integrare video (da YouTube, Vimeo e ustream), sono state aggiunte le mappe relative alle informazioni geolocalizzate, le immagini sono visualizzabili direttamente nel sito anche se caricate da diversi servizi, tra cui Flickr e Twitpic, è presente un dettaglio delle conversazioni e sono state sofisticate le ricerche di approfondimento sui singoli hashtag. Insomma un evoluzione – rivoluzione di funzionalità che comunque sono già contenute in altri Social Network.

Di fatto la piattaforma si è sviluppata su due piani diversi: tipologia di informazione e velocità di fruizione. Se da una parte l’utente adesso ha un flusso di informazioni più articolato e completo che gli permette, restando all’interno dello stream stesso, di vedere immagini e video che vengono incorporate, dall’altra può ottenere informazioni aggiuntive sull’utente che sta leggendo (profilo, tweet, mappa georeferenziata dei luoghi da cui ha tweettato, liste) e tutto questo senza la necessità di saltare da una pagina all’altra.

Secondo me, l’effetto che Twitter otterrà da questa nuova piattaforma sarà una forte crescita dei tempi di permanenza degli utenti sul sito, a discapito delle applicazioni sviluppate da terzi ed integrate tramite API e soprattutto contrariamente a quanti dicevano che il web è morto. La nuova piattaforma meno minimalista e più “appeal” attirerà nuovi utenti, farà crescere l’abitudine dell’utente al controllo dei tweets e dello status update, l’attenzione ai video segnalati dai following e lo sbircio alle foto condivise. Un pò come succede su Facebook e sugli altri social…

Qualche tempo fa nel mio post “La strana convergenza dei Social Network” ho descritto quella che secondo me è l’evoluzione naturale dei sistemi e che vede stringere sempre di più i confini tra social network, piattaforme di comunicazione e le loro differenze funzionali.

Insomma con questa nuova piattaforma Twitter, che secondo me sta snaturando quello che ha sempre comunicato nella propria mission “The constraint of 140 characters drives conciseness and lets you quickly discover and share what’s happening”, va proprio nella direzione che ho descritto nel mio post: sta diventando una “NON”-social piattaforma di comunicazione, news ed informazioni potente, che ha le stesse caratteristiche di un Social Network per funzioni, tempi di permanenza, modalità di utilizzo e comportamenti.

Per rispondere a Paolo, concludo dicendo che, per adesso, non è una sfida diretta a Facebook, ma a breve lo diventerà.

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iPad iOS 4.2, problemi e nuove funzioni

Ieri pomeriggio dopo aver aggiornato per errore dalla versione 3.2.1 alla versione 3.2.2 il mio ipad, ed aver così buttato al vento la possibilità di poterlo di nuovo Jailbrekkare, ho deciso di installare la versione beta di iOS 4.2 appena rilasciata agli sviluppatori. La versione definitiva dovrebbe arrivare a novembre 2010.

Dopo una giornata di utilizzo e qualche “martellata” mi son deciso a scrivere due righe di riflessioni relativamente alle novità introdotte, alle potenzialità e anche la segnalazione di qualche problemino riscontrato. Da una prima esplorazione di iOS 4.2 per iPad la prima cosa che ovviamente balza all’occhio è il supporto al multitasking, la mailbox unificata, la gestione delle cartelle ed il Game Center.

Il multitasking si abilita cliccando due volte sul tasto Home e fa apparire la barra delle applicazioni attive. Per chiudere definitivamente una delle applicazioni attive è sufficiente tenere l’icona dell’applicazione che si vuole chiudere (come avviene per la disinstallazione delle apps) per poi cliccare sul pallino nero. Scorrendo in orizzontale è possibile visualizzare tutte le applicazioni attive.

Per quanto riguarda la mailbox unificata devo dire che poter leggere in unico punto tutte le email di più caselle è una vera comodità, soprattutto per chi come me gestisce almeno 3 o 4 account. Tra le altre novità della client di posta c’è un altra funzionalità interessante ed utile e riguarda l’aggregazione delle discussioni. Se avete ricevuto più email relative alla stessa discussione vedrete un quadratino dagli angoli stondati in prossimità della email contenente un numero (rappresenta il numero di email). Se ci cliccate sopra vi porterà all’elenco delle email della discussione.

Aldilà del Game Center e del tasto per il blocco dell’audio che personalmente non utilizzo, un’altra novità importante è AirPrint (questo è il nome ufficiale), attualmente in beta, ed è una funzione che in modo del tutto trasparente permetterà di cercare le stampanti sulla rete locale alle quali inviare testi, foto ed elementi grafici senza bisogno di installare drivers o scaricare software. All’interno del browser la funzionalità contenute nel tasto Inoltra sono infatti diventate 4 e l’ultima è proprio Stampa. Riguardo a questa funzione Apple ha già dato il via ad una serie di accordi con produttori di stampanti (HP per prima).

Come dicevo, dopo una giornata di utilizzo ho individuato questi problemini (ovviamente presenti sulla versione 4.2 beta e che spero vengano corretti quanto prima):

  • Gestore APN non attivo: la funzione non è più abilitata e quindi al cambio della MicroSim o alla prima configurazione non è possibile navigare. Per personalizzare l’APN dell’iPad con iOS 4.2 è necessario attivare una connessione Wifi e da browser navigare sul sito Unlockit e creare una configurazione per il proprio provider. Questa applicazione web è navigabile solo dal dispositivo e funziona anche su iPhone.
  • Il sistema tendenzialmente sembra lento, alcune operazioni impiegano molto tempo per completare il caricamento
  • Uso in aereo non funzionante: quando viene messo in modalità aereo il sistema rimane connesso alla rete dell’operatore. Per disattivare la rete è necessario entrare in Generali > Rete e disabilitare Dati cellulare
  • La ricezione del segnale dati mi sembra tendenzialmente più bassa
  • Il Wifi va spesso in blocco ed è necessario riavviare l’iPad
  • Il Multitasking tende a consumare molto di più la batteria, soprattutto se le applicazioni lasciate attive hanno un refresh automatico e si connettono ad internet (Twitter per esempio)
  • La navigazione del browser sembra più lenta

Per ora penso di lasciare questa versione malgrado i problemi riscontrati. Trovo assolutamente evolutiva ed utile la funzione del multitasking. Poter lasciare aperte applicazioni come Skype, Twitter, sistemi di IM ed altre applicazioni, mentre si lavora sulla posta o alla scrittura di documenti è assolutamente comodo. Enjoy!

UPDATE

18-09-2010 – ore 21.50 Ho riscontrato altri problemi su Wifi e connessione 3G. Ci sono anche problemi di stabilità con applicazioni non sviluppate per 4.x. Non è inoltre possibile tornare alla versione 3.1 se non con metodi “brutali”

18-09-2010 – ore 17.00 Attenzione ad installare la versione beta 4.2 su device sui quali non è attivato un certificato per Developer. L’installazione non potrà esser completata e ci saranno grosse difficoltà a procedere con il downgrade della versione (purtroppo l’ho testato oggi sull’ipad di un amico!)

09-11-2010 – ore 0.04 Vi segnalo un link veramente interessante che contiene una linea completa a tutte le nuove funzionalità del iOS 4.2: AirPlay, Air

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Google Instant è arrivato

Google Instant è arrivato. Dopo due giorni di loghi (doodles) che hanno fatto chiacchierare la rete, ecco il vero botto (il logo di ieri): la ricerca istantanea. Le palline colorate che si spostavano al passaggio del mouse, rappresentavano i molteplici risultati che la nuova ricerca di Google avrebbe fornito all’utente, mentre il logo grigio di oggi, rappresenteva la ricerca real time, live. Proprio su questo si è focalizzato l’evento presentato in live streaming : Google Instant.

La nuova funzionalità praticamente mostra i risultati durante la digitazione, appunto Instant. Nella pagina dedicata alla nuova funzionalità, il team di Google afferma che l’azienda sta spingendo al limite le potenzialità delle infrastrutture tecnologiche per aiutare l’utente ad ottenere risultati di ricerca migliori, più precisi e più veloci.

Il cambiamento più evidente del nuovo motore è il modo veloce di visualizzare l'”anteprima” del risultato, praticamente in real time: il corpo del risultato di ricerca si modifica man mano che viene completata la parola da ricercare dando all’utente, a colpo d’occhio, la possibilità di velocizzare la ricerca.

L’ulteriore cambiamento è il suggerimento della parola che si sta cercando: il suggerimento, oltre ad apparire nel menù a tendina, viene visualizzato in grigio direttamente nel campo di ricerca.

Google afferma che un utente in media impiega 9 secondi per digitare nel campo di ricerca una parola e altri 15 secondi per selezionare il risultato, portando a termine la ricerca. Con Google Instant invece sarà possibile effettuare ricerche più rapide con un risparmio medio di 5 secondi su ogni ricerca e di conseguenza ben 11 ore al mese ad ogni utente.

Secondo Google, ed è già evidente, ci sono i seguenti vantaggi:

  • Ricerche più veloci
  • Previsione delle ricerche
  • Risultati immediati

Anche se ritengo che si tratta di una funzionalità eccezionale e importantissima per il search, c’è qualcosa che comunque vorrei approfondire:

  • Traffico della rete: se ci pensate ad ogni carattere digitato, viene eseguita una chiamata al server di Google. Da un mio rapido calcolo (da approfondire), prendendo in considerazione che in ogni pagina di 10 risultati, il peso del contenuto caricato si aggira tra i 5Kb e i 9Kb. Ipotizzando un peso medio di 7Kb per 10 risultati caricati, la ricerca “Fabio Lalli” genera un traffico di 7Kb x 11 caratteri = 77Kb. Solo per la ricerca della prima pagina. Personalmente ritengo che se dovessi cercare solo una parola della quale sono sicuro, e considerando la velocità con la quale digito, trovo sia uno spreco effettuare questa quantità di chiamate.
  • Utente loggato durante la ricerca: ma secondo voi, perchè Google abiliterebbe questa funzionalità solo agli utente loggati? Personalmente non credo sia solo per spingere gli utenti a registrarsi, ne tanto meno per diminuire il numero delle chiamate. Non è da Google. Secondo me questa mossa ha un unico scopo: memorizzare ancora più dati degli utenti e archiviare sempre di più abitudini, gusti e informazioni. Teneniamo in considerazione che questa cosa già avviene su tutti gli utenti registrati a Google che effettuano ricerche: si chiama WebHistory (cronologia web).
  • SEO: che impatti avrà questa nuova funzionalità sul SEO? Non mi occupo di questo ma credo che delle evoluzioni e delle modifiche importanti ci saranno. L’utente in questo modo può esser “distratto” dal suggerimento. I siti dovranno ottimizzare per particolari combinazioni di lettere, non solo parole chiave intere.
  • Advertising: mi domando che effetto avrà sulle inserzioni sponsorizzate di Adwords? Se provate la nuova ricerca, e cercate una parola chiave che restituisce inserzioni a pagamento, queste vanno e vengono in base all’anteprima mostrata nel live. Che effetto ha questa cosa sull’utente? Forse un incremento delle impression e magari un abbassamento dei CTR (medi) anche di Adwords

Sulla pagina dedicata a Google Instant ci sono un pò di domande e risposte interessanti.

La domanda che secondo me è più interessante, e che non ho trovato nel sito è: “Chi ha più bisogno di Instant, gli utenti o Google?” (provocazione di Ezekiel) Io dico Google : – )

Vabbè, insomma, Google Instant ci farà discutere ancora per un bel pò, finchè non ne avremo appreso tutti i benefici e non potremo più farne a meno! Vi lascio al video.

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Six Thinking Hats, approccio alternativo al brainstorming

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere ed applicare in alcuni contesti la tecnica del Six Thinking Hats. Ne sono rimasto affascinato e mi ero ripromesso di scriverne un post di condivisione, soprattutto dopo aver scritto il post relativo alla Creazione di Cultura della Creatività e dell’Innovazione.

La tecnica del Six Thinking Hats è stata creata da Edward de Bono, lo stesso del Pensiero Laterale e nasce agli inizi degli anni ’80. De Bono inventò il suo sistema per condurre, in modo efficace, le riunioni con successo, mandando in pensione l’antiquato ed inefficiente “brainstorming”. Il sistema Six Thinking Hats, nella sua semplicità ed intuitività, è un potente metodo per migliorare la comunicazione, aumentare la produttività di un team, promuovere la creatività, e velocizzare il processo decisionale di un gruppo. La tecnica di Six Thinking Hats è un modello che viene utilizzato per esplorare prospettive differenti verso una situazione, un problema o una sfida complessa. Secondo De Bono, vedere le cose in vari modi è spesso una buona idea, utile sia nella formazione della strategia che nei processi decisionali complessi.

La STH o tecnica dei Sei Cappelli consiste nell’indossare metaforicamente un cappello colorato che identifica un pensiero, un ruolo, praticamente l’immedesimazione di se stessi in una prospettiva particolare, diversa da quella naturale. Per esempio, in una discussione si può decidere di fare appositamente “l’avvocato del diavolo“, anche se solamente per generare discussioni, ma con lo scopo di sfidare deliberatamente un’idea, essendo critici e cercando di capire cosa c’è di sbagliato.

Ciascuno dei Cappelli è identificato appunto con il nome di un colore che, mnemonicamente, descrive la prospettiva che dovrà esser adottata quando si verrà investiti di tale ruolo. Per esempio, se facciamo il ruolo del critico distruttivo, quello appunto dell’avvocato del diavolo, porteremo il Cappello di Pensiero Nero. Ogni cappello ha quindi un ruolo e un tipo di approccio:

  • Cappello Bianco (Osservatore). Carta bianca; Neutro; focalizzato sulle informazioni disponibili, i FATTI obiettivi, quello che è necessario, come può essere ottenuto
  • Cappello Rosso (Ego, Altro). Fuoco, calore; EMOZIONI, SENSAZIONI, intuizione, presentimenti; visioni attuali senza spiegazioni, giustificazioni
  • Cappello Nero (Ego, Altro). Giudice severo che indossa un abito nero; giudiziale; critico; perchè qualcosa è sbagliata; Visione LOGICA NEGATIVA
  • Cappello Giallo (Ego, Altro). Solare; ottimismo; Visione LOGICA POSITIVA; cerca i benefici, quello che c’è di buono.
  • Cappello Verde (Ego, Altro). Vegetazione; Piensiero CREATIVO; possibilità ed ipotesi; nuove idee
  • Cappello Blu (Osservatore). Cielo; freddo; visione generale; CONTROLLO del PROCESSO, delle FASI, degli ALTRI CAPPELLI; presidente, organizzatore; pensa al modo migliore di pensare (meta-analisi)

Ovviamente ogni cappello è indicativo sia degli stati che delle strutture mentali e della prospettiva da cui si dovrà osservare la dinamica della discussione. De Bono nella sua spiegazione precisa che “Le emozioni sono una parte essenziale della nostra abilità di pensare e non una cosa extra che confonde i nostri pensieri, (1985, p27). Uno stile di pensiero (o cappello) non è insitamente “migliore di un altro. Un team equilibrato riconosce la funzione necessaria di tutti i cappelli affinchè il team stesso possa considerare tutti gli aspetti di qualunque questione si debba affrontare.

I benefici principali dell’applicazione del metodo dei Six Thinking Hats, posso esser riassunti come segue:

  • Permette alle persone di parlare senza rischi e impedisce la Spirale di Silenzio
  • Crea la consapevolezza che esistono prospettive multiple della stessa problematica
  • Richiede uno sforzo creativo ed innovativo
  • Diminuisce le fasi dei mugugni degli oppositori e dei bastian contrari, nei momenti di disaccordo
  • Incoraggia i presenti a vedere tutti i lati positivi, ed i vantaggi, di quanto si sta discutendo
  • Focalizza i pensieri, fa risparmiare tempo, grazie alla diminuzione delle classiche dispersioni che nascono nelle contrapposizioni per partito preso
  • Migliora la comunicazione ed il processo decisionale
  • Rende maggiormente efficaci le riunioni con decisioni operative prese, quasi sempre, senza contrasti o lacerazioni

Nella maggior parte delle riunioni, sarà capitato a tutti, le persone sedute al tavolo tendono a sentirsi come costrette ad adottare costantemente una specifica prospettiva (ottimista, pessimista, obiettiva, ecc.). Questo comportamento limita i modi ed il grado di ogni individuo, e quindi la potenzialità del gruppo di esaminare una problematica. Attraverso l’utilizzo del Six Thinking Hats, ogni individuo non è limitato ad una singola prospettiva nel suo concetto, ma deve sforzarsi ad approcciare il problema in modo diverso.

I cappelli, come specificato nelle varie letterature riguardo a questo argomento, sono categorie del comportamento del pensiero e non categorie di persone, che è ben diverso. Lo scopo dei cappelli è quello di dirigere il pensiero verso un certo tipo di visione e approccio, non di classificare il pensiero o il pensatore. Indossando un cappello invece di un altro, ci si imbatte inaspettatamente in un gran numero di nuove idee, diverse, non focalizzate sul primo e naturale punto di vista. Indossare un cappello, sempre metaforicamente, significa deliberatamente adottare una prospettiva che non è necessariamente la nostra.

È fondamentale che tutti i membri del gruppo, presenti alla discussione e partecipanti attivi di questa modalità, ne siano consapevoli. Un membro del gruppo che si identifica chiaramente nel colore del cappello che sta portando, mentre fa una dichiarazione, dovrebbe riuscire a separare l’ego dalla performance e questo è un passaggio importante. Ciascun partecipante coinvolto è in grado di contribuire all’esplorazione e alla discussione del problema, a seconda del cappello indossato in quel momento, senza che il suo ego venga in alcun modo intaccato o coinvolto. In pratica il sistema SHT è stato sviluppato per incoraggiare le persone nello sviluppo della prestazione piuttosto che nella difesa dell’ego e far si che tutti siano in grado di poter contribuire sotto qualsiasi cappello, anche se con punti di vista completamente opposti.

Durante una riunione o un workshop è possibile utilizzare la tecnica dei sei cappelli con una certa sequenza strutturata secondo la natura della questione. Qui di seguito vi riporto un tipico approccio con il metodo del Six Thinking Hats:

  • Punto 1: Presentare i fatti del caso (Cappello Bianco)
  • Punto 2: Generare idee su come il caso potrebbe essere affrontato (Cappello Verde)
  • Punto 3: Valutare i meriti delle idee – elencare i benefici (Cappello Giallo), elencare gli svantaggi (Cappello Nero)
  • Punto 4: Scervellarsi sulle possibili alternative (Cappello Rosso)
  • Punto 5: Ricapitolare e sospendere la seduta (Cappello Blu)

Il concetto fondante della teoria del Six Thinking Hats è quindi la constatazione che il cervello umano lavora in modo diverso in funzione del tipo di prestazione che gli viene richiesta.

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My Birthday 2.0: Grazie a tutti

Oggi è il mio compleanno, compio 33 anni.

Ho ricevuto una marea di auguri. Dalle persone che son venute a trovarmi a casa, agli SMS, alle email, le telefonate, i messaggi sui social e una lettera. Si una lettera, spedita qualche giorno fa da un amico, scritta a mano: un emozione incredibile. Fantastico, della serie quando si dice l’ Happy Birthday cross mediale!

Per ringraziarvi tutti, a parte le risposte che vi ho inviato su Twitter, Friendfeed e Facebook, ho riassunto tutto in una infografica, ovviamente aggiornata alle 18 circa quando ho iniziato a riepilogare i dati. Nel frattempo infatti vedo che arrivano ancora tanti messaggi, soprattutto sulla bacheca di Facebook, ma questo non cambia di molto i dati.

Grazie ancora a tutti, veramente. Per me questo anno è iniziato con un grande salto e tante aspettative. Molte ci sono già state, ma il cambiamento più bello, quello che veramente trasformerà la mia vita sta per arrivare: un piccolo indigeno digitale!

Nota: per l’infografica non è stato utilizzato nessun tools. E’ fatta con Fireworks, una selezione di icone, dati ed un pò di pazienza

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Infografiche, tra moda e utilità

Questa mattina ho letto il post relativo alle infografiche sul blog di Paolo Ratto, che leggo ormai da qualche giorno. Bei post, sintetici e precisi.

Riprendo il discorso relativo alle infografiche per poi rispondere alle domande che si pone Paolo: “Cosa ne pensate dell’utilizzo delle infografiche? Le ritenete utili per la comprensione di un fenomeno, o superflue? Le utilizzate nelle vostre pubblicazioni?

Bene, prima di tutto inquadriamo l’argomento: cosa sono le Infografiche. Wikipedia definisce le infografiche in questo modo:

(…) graphic visual representations of information, data or knowledge. These graphics present complex information quickly and clearly, such as in signs, maps, journalism, technical writing, and education. With an information graphic, computer scientists, mathematicians, and statisticians develop and communicate concepts using a single symbol to process information ()

Un infografica non è altro che una rappresentazione di dati ed informazioni in formato grafico, con un layout che privilegia l’estetica per far risaltare alcune informazioni importanti. Le infografiche non sono un tema così moderno come si potrebbe pensare, anzi tutt’altro. Le prime infografiche sono riconducibili alla preistoria, poi successivamente alle prime cartografie e agli sviluppi successivi della toponomastica, dell’astronomia e dell’astrologia.

Oggi le infografiche sono il pane quotidiano degli Information Designers e l’utilizzo è diffusissimo dal web ai giornali, dalle riviste e pubblicazioni di statistica a libri di testo, fino al frequente utilizzo da parte di matematici, informatici e persone del marketing. La comunicatività di queste rappresentazioni, la semplicità di distribuzione e il design semplifica notevolmente i processi di comunicazione di informazioni astratte o meno.

La disponibilità dei dati in rete ha dato inoltre vita ad una nuova forma di comunicazione:  l’infografica animata. I dati messi a disposizioni da testate giornalistiche, siti specializzati, società di ricerche di mercato, ha portato molti grafici e designer dell’informazione a pubblicare in rete una mole crescente di grafici animati integrando attraverso l’utilizzo di standard come l’HTML5 o il Flash, da così vita a grafici interattivi e consultabili.

Nel blog Information is beautiful di David McCandless, architetto dell’informazione che raccoglie esempi interessanti di utilizzo della componente visiva per migliorare la comprensione e la memorizzazione dei messaggi, emerge in modo evidente  l’utilità e l’importanza delle immagini ed il valore delle infografiche per raccontare un fenomeno in maniera molto sintetica e mirata, che io condivido pienamente. L’utente che si trova davanti ad una serie di numeri e dati graficamente coordinati ed impostati, secondo me è  favorito nella lettura, nella comprensione e nella memorizzazione e soprattutto viene stimolato all’approfondimento.

Però, c’è un però e un grosso Mah!

Qualche giorno fa ho scritto un tweet “Continuo a non capire l’utilità della condivisione di infografiche non commentate. I numeri vanno letti e commentati, no? #infographic“.

Sì, a cosa servono? Perchè stanno proliferando in questo modo, a volte, inutilmente?

Le infografiche, a mio avviso, stanno diventando una moda, purtroppo: la moda di chi condivide l’infografica più bella e più fashion, quella più cool e quella che parla del tema più caldo in quel momento, solo per esser retwittato. Poi c’è chi addirittura le mette così, as is, sul proprio blog, senza commentarle, come per dire “Toh, guarda che numeri e che stile! Ma mi raccomando, …commentateli da solo…

Quindi, rispondendo a Paolo, con il quale mi trovo d’accordo sull’utilità e sul tipo di utilizzo delle infografiche, posso dire che trovo completamente inutile chi condivide dati aggregati e informazioni senza dirci cosa ne pensa e perchè, ma solo per il gusto di fare un pò di traffico e perchè no, fare attività di marketing per il proprio (personal) brand. Dopotutto, se ho bisogno di un quadro da commentare, magari me ne vado al museo, no?

Secondo me le infografiche sono sicuramente uno strumento efficace e con un forte impatto sulla comunicazione, sono un integrazione ad un contenuto e una modalità diversa di vedere i dati, ma soprattutto sono utili e generano dibattito, se commentate e approfondite.

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