Non è l’AI il problema. Ma come ci guardiamo.

In questi giorni ho letto diversi studi (tra cui The Psychological Impacts of Algorithmic and AI-Driven Social Media on Teenagers e Understanding Generative AI Risks for Youth: A Taxonomy Based on Empirical Data). Entrambi parlano dell’intelligenza artificiale, ma la verità è che parlano di noi. Non di ciò che l’AI può fare, ma di come, inconsapevolmente, stiamo insegnando alle macchine a pensarla come noi, peggiorando nel frattempo la nostra capacità di pensarla diversamente. Una deriva potenziale, difficile da correggere una volta innescata.

Siamo praticamente in una sorta di un esperimento collettivo, mai dichiarato, mai controllato: l’AI non sta semplicemente imparando da noi. Sta amplificando quello che siamo, e rimandandocelo indietro più nitido, più potente, più radicale.

E lo accettiamo. Anzi, ci fidiamo. Perché ci appare coerente. Perché suona simile. Perché riconosciamo quella voce, anche quando sbaglia.

In fisica si parla di risonanza: un sistema risponde con forza crescente quando una vibrazione esterna coincide con la sua frequenza naturale. Ma se quella frequenza è sbagliata, distorta, l’amplificazione non genera armonia. Genera rottura. Ecco cosa sta succedendo tra noi e l’AI. L’intelligenza artificiale non ci impone nulla: si sintonizza. E in questa sintonia, ci amplifica. Ma amplifica anche il nostro rumore, i nostri bias, le nostre crepe. E le rende struttura.

L’intelligenza artificiale funziona così: non impone, rispecchia. Non forza, amplifica. Il suo “tono” è il nostro. E quando quel tono combacia con le nostre insicurezze, i nostri bias, le nostre interpretazioni sfocate del reale… l’onda si ingrossa. Fino a deformare il nostro sguardo su ciò che ci circonda.

Uno di questi studi (How human–AI feedback loops alter human perceptual, emotional and social judgements) mostra come basta una lieve tendenza umana a leggere volti ambigui come tristi perché un algoritmo, allenato su quel pattern, cominci a vedere ovunque tristezza. Tra i dati emerge che se c’è un 53% umano di classificazione “triste”, l’AI passa al 65%, e con dati appena più rumorosi arriva a considerare il 100% delle facce come malinconiche.

E non finisce lì. Quando l’AI condivide con noi il suo giudizio, noi ci fidiamo. Cambiamo opinione. Adattiamo la nostra visione a quella dell’algoritmo, convinti che sia più lucido, più oggettivo, più vero. E così, giorno dopo giorno, diventiamo la versione amplificata dei nostri stessi pregiudizi. Senza accorgercene.

Lo stesso pattern emerge in esperimenti più percettivi che cognitivi. Un gruppo di puntini che si muove su uno schermo. Un compito semplice: stimare in che direzione vanno. Se l’AI ti suggerisce un’interpretazione sbagliata ma coerente, la tua percezione si allinea.

Ciò che “vedi” cambia. Ma non perché l’hai scelto. Perché si è allineata la tua frequenza percettiva a una narrazione artificiale.

Qui entra in gioco un altro aspetto: quanto profondamente l’AI ci conosce? Quanto siamo prevedibili?

La risposta sta nella potenza del prompting. Esiste un prompt che è andato virale chiamato “Prompt Divino”: un prompt talmente preciso da far emergere verità intime e pattern ricorrenti nelle risposte di un LLM “come se ci conoscesse“. Non lo fa davvero. Ma ci mostra qualcosa: l’AI è brava a giocare con la nostra coerenza. Con ciò che diciamo, come lo diciamo, quanto spesso lo ripetiamo (se non l’avete provato e siete utilizzatori intensi di ChatGPT provatelo per capire).

E questa familiarità diventa fiducia. Una fiducia pericolosa. Perché ci sembra una voce interiore. Ma non è nostra. È la nostra voce riscritta.

Poi c’è un fronte ancora più delicato, e in rapida espansione: quello degli adolescenti e come usano l’A. E questo è il vero campo minato

Tutto questo è amplificato quando l’interlocutore non è un adulto, ma un adolescente. Chatbot, assistenti personali, IA compagne. Sempre presenti. Sempre disponibili. Sempre “dalla tua parte”. Ma cosa succede quando un ragazzo inizia a preferire quel dialogo artificiale alle relazioni reali?

Succede che la realtà viene filtrata. Che il giudizio si costruisce dentro un circuito chiuso. E che l’identità si sviluppa in simbiosi con un’interfaccia che ottimizza attenzione, non verità. Connessione, non empatia. Comfort, non complessità.

Il risultato? Dipendenza affettiva. Linguaggi tossici normalizzati. Ritiro sociale. E una distorsione profonda dei modelli di relazione.

Ma allora l’AI è il male? No. Ma non è nemmeno il bene. L’AI è un amplificatore. Non distingue il giusto dallo sbagliato. Prende quello che trova e lo moltiplica. Se gli dai un piccolo bias, te lo restituisce ingigantito. Se gli dai dati coerenti, ti offrirà coerenza.

Ma se non progettiamo i contesti, se non introduciamo attriti cognitivi, se non costruiamo spazi dove l’AI ci aiuta a ragionare invece che convincerci… ci ritroveremo a essere lo specchio rotto di noi stessi. Persuasi dalla nostra stessa ombra.

Quale AI vogliamo davvero? La domanda non è tecnica. È etica, cognitiva, culturale. Vogliamo un’AI che ci renda più veloci o che ci renda migliori? Un’AI che ci confermi o che ci contraddica quando serve? Un’AI che pensa come noi… o che ci spinga a pensare meglio?

La risposta non può essere lasciata ai codici, né ai modelli. La risposta siamo noi. Ma dobbiamo porcela prima che la macchina diventi così familiare da sembrare trasparente. Perché quando l’algoritmo ci guarda, lo fa con i nostri stessi occhi.

E se non stiamo attenti, smetteremo di distinguerli e cambieremo il modo in cui ci guardiamo allo specchio.

L’era degli agenti intelligenti

Non stiamo solo usando l’intelligenza artificiale. Le stiamo delegando compiti, azioni e decisioni.

Per anni abbiamo parlato di AI come assistente. Un supporto intelligente per scrivere, analizzare, suggerire. Sempre accanto a noi, ma mai al posto nostro.

Poi sono arrivati loro: gli AI agent.

Sistemi autonomi, capaci di osservare un contesto, pianificare azioni, usare strumenti e agire per raggiungere un obiettivo. Senza dover chiedere permesso. Senza dover attendere un comando per ogni passo.

È iniziato così lo shift agentico:

un cambiamento che ridefinisce il modo in cui costruiamo processi, organizziamo il lavoro e progettiamo responsabilità.

In questo numero di InsideTheShift, provo a raccontare cosa significa questo passaggio:

  • Dal “prompt” al “goal”

  • Dal task isolato al ciclo percepisci–pianifica–agisci

  • Dalla UI tradizionale a un’interazione comportamentale

  • Dall’AI come supporto all’AI come soggetto operativo

Ma anche cosa comporta sul piano organizzativo e culturale. Perché questi agenti stanno entrando nelle aziende come nuove unità di azione, e con loro dobbiamo ripensare ruoli, governance, competenze, fiducia.

Dentro lo shift ci siamo già.

La domanda è: vogliamo continuare a supervisionare ogni azione… o iniziare a progettare delega consapevole?

📬 InsideTheShift #3 è online:

Inside the Agentic Shift

How AI Agents Are Reorganizing Action, Autonomy and Work

👉 Qui l’ultimo pezzo 

ROT: il Return on Trust, cosa e come implementarlo

Ho coniato il termine ROT – Return on Trust, “ritorno sulla fiducia”.

Credo fermamente che nel mondo aziendale trasformato dall’Intelligenza Artificiale la fiducia stia diventando e sarà sempre più un fattore critico da misurare e coltivare al pari dei classici e noti indicatori finanziari.

Di recente, durante una tavola rotonda su AI e mentoring, ho riflettuto in prima persona su come l’adozione di sistemi intelligenti metta alla prova la fiducia: l’AI può agire da catalizzatore ma anche da stress-test delle nostre relazioni, smontando certezze e costringendoci a ridefinire la “grammatica” dei rapporti umani e digitali.

AI amplificatore (o erosore) di relazioni

Prima di arrivare al ROS vale la pena però prima soffermarsi un attimo sull’impatto ambivalente che l’AI sta già esercitando sulle relazioni in azienda (e non solo) e gli effetti che ci troveremo a dover gestire.

Quando una organizzazione e gli strumenti di AI sono progettatati con trasparenza ed empatia, l’intelligenza artificiale si comporta da amplificatore: elimina attività ripetitive, fa emergere insight nascosti e personalizza le interazioni, così che mentor, manager e colleghi possano investire le proprie energie migliori in empatia, visione strategica e problem solving creativo. Il risultato è un engagement più profondo, cicli di feedback accelerati e una cultura dove la condivisione della conoscenza diventa naturale e gratificante.

Ma gli stessi algoritmi, se introdotti come black box opache o come meri strumenti di taglio dei costi, rischiano di trasformarsi in erosori di relazione: possono rafforzare i bias di conferma, indurre i leader ad abdicare alla responsabilità, atrofizzare il “muscolo dell’apprendimento” e impoverire la sicurezza psicologica necessaria al confronto onesto. I team allora obbediscono in apparenza, ma interiormente diffidano sia dello strumento sia di chi lo ha imposto.

L’AI amplifica il terreno relazionale che trova—che sia nutriente o tossico. Ed è proprio questa polarità a spiegare perché, insieme al Return on Trust, dobbiamo ora monitorare una seconda dimensione: il Return on Skills (ROS), ossia la capacità dell’organizzazione di trasformare quella (auspicabilmente alta) fiducia in un processo continuo di sviluppo di competenze adatte al futuro.

Da questa consapevolezza è nata l’idea del ROT come nuova chiave di lettura del cambiamento in atto.

Che cos’è il ROT (Return on Trust)?

Partiamo dalle basi del concetto che sto esplorando. ROT significa considerare la fiducia generata (o distrutta) da ogni iniziativa come un ritorno misurabile. Se il ROI (Return on Investment) è storicamente la metrica dominante per valutare progetti e strategie, soprattutto legate all’AI, oggi c’è secondo me il bisogno di affiancargli un indicatore complementare: quanto valore in termini di fiducia stiamo creando?

In altre parole, il ROT ci invita a chiederci non solo

“Questa tecnologia/processo migliorerà i profitti?” ma anche “Migliorerà la fiducia tra le persone coinvolte?”.

L’obiettivo del ROT vuol esser quello di rendere tangibile l’intangibile, ossia dare peso alla fiducia in ogni valutazione strategica. Vuole spingere leader e organizzazioni a progettare soluzioni people-centric, in cui il successo si misuri anche dal grado di fiducia che dipendenti, clienti e partner ripongono nel cambiamento.

In un contesto di AI diffusa, ciò significa, ad esempio, valutare se un algoritmo aumenta la fiducia dei clienti (grazie a trasparenza e risultati equi) o se un nuovo tool AI rafforza la fiducia dei dipendenti nel sentirsi supportati anziché rimpiazzati. Il ROT intende quindi arricchire le metriche di successo: non solo risultati economici o di efficienza, ma anche indicatori di clima, collaborazione e sicurezza psicologica.

Parlare di fiducia tocca però un perimetro ampio. Il ROT abbraccia la fiducia a 360°: tra colleghi, tra leader e team, tra azienda e clienti, e persino tra esseri umani e macchine. Ogni nuova tecnologia, riorganizzazione o scelta manageriale ha un impatto su queste dinamiche di fiducia. La complessità sta nel fatto che la fiducia è multidimensionale e delicata: è influenzata dalla cultura aziendale, dalle comunicazioni, dai comportamenti quotidiani e dall’etica con cui implementiamo gli strumenti digitali. A differenza di un KPI finanziario, la fiducia è difficile da quantificare direttamente e può variare nel tempo o tra gruppi. Ma soprattutto è asimmetrica: richiede tempo per costruirla, ma può essere persa in un attimo con un singolo passo falso. Questo rende la misurazione del ROT una sfida che richiede un mix di metriche quantitative e qualitative.

La domanda che giustamente mi è stata posta è

Come approcciare o introdurre qualcosa di cosi intangibile in una organizzazione?“.

Introdurre il ROT come metrica significa anche rivedere alcune logiche interne. In primo luogo occorre diffondere una cultura della fiducia: ambienti in cui le persone si sentono ascoltate, rispettate e sicure nel poter esprimere idee o dubbi. Le ricerche che accenanavo anche nel precedente post indicano chiaramente che un clima di alta fiducia produce benefici tangibili: aziende con elevata fiducia registrano 74% meno stress, 106% più energia, 50% più produttività, 76% più engagement rispetto a realtà a bassa fiducia.

In pratica, la fiducia funziona da moltiplicatore di valore, migliora la collaborazione, l’innovazione e la resilienza ai cambiamenti. Di conseguenza, adottare il ROT implica inserire la “gestione della fiducia” nelle responsabilità di leadership e HR: significa progettare percorsi di cambiamento coinvolgendo attivamente le persone, comunicare con trasparenza, investire in formazione etica sull’AI, e predisporre meccanismi per ascoltare feedback e preoccupazioni. Può voler dire introdurre nuove figure o competenze (ad esempio esperti di people analytics focalizzati sul clima, o comitati etici per l’AI) e includere parametri di fiducia nei report periodici.

Le aziende che decideranno di orientarsi ad un principio del genere potrebbero anche rivedere politiche di valutazione delle performance, premiando manager che sanno creare ambienti fiduciosi e team coesi. Insomma, il ROT porta con sé un’evoluzione organizzativa: dal comando-controllo alla organizzazione “trust-centric”, in cui la fiducia non è solo un valore dichiarato ma un obiettivo operativo progettato e misurato, nei piani di sviluppo, crescita e valutazione individuale.

Implementare il ROT in azienda: modello operativo

Come passare dalla teoria alla pratica? L’idea è quella di un modello scandito da alcuni step chiave, con ruoli e responsabilità ben definiti:

  1. Mappatura iniziale della fiducia: prima di tutto, è necessario misurare lo stato attuale. Questo significa condurre un’analisi del clima e della fiducia esistente,  tramite survey interne, focus group, interviste aperte, come è già in alcuni contesti applicato.
    È fondamentale ascoltare le persone a tutti i livelli per capire dove la fiducia è forte e dove presenta criticità. In questa fase si possono usare strumenti consolidati (alcuni descritti più avanti, come il Trust Index o questionari sulla sicurezza psicologica) per ottenere un baseline. Tipicamente l’HR insieme ai team di organization development o consulenti esterni specializzati in clima aziendale hanno responsabilità di questa fase.

  2. Definizione di obiettivi e governance del ROT: sulla base della mappatura, il top management, in prima persona, deve definire cosa significhi fiducia per la propria organizzazione e fissare obiettivi chiari di miglioramento. Una idea, spesso discussa, potrebbe porsi di aumentare dell’X% l’engagement o di ridurre il tasso di turnover legato a scarsa fiducia nel management.
    È utile istituire una sorta di cabina di regia del ROT: un team interfunzionale (HR, Comunicazione, IT, Legal, ecc.) guidato da un executive sponsor (ad esempio il Direttore HR o il CEO stesso) che sovrintenda alle iniziative. Assegnare ruoli e responsabilità è cruciale: i leader di funzione devono essere ambasciatori della fiducia nei propri team, l’IT deve garantire che gli strumenti di AI siano affidabili e trasparenti, la funzione Legal/Ethics assicura conformità e uso etico dei dati, e così via.

  3. Progettazione di iniziative “trust-driven”: in questa fase si passa alla messa a terra, disegnando interventi pratici per migliorare la fiducia. Parliamo di formazione e coaching per i manager sulla leadership empatica e inclusiva (imparare a dare feedback costruttivi, riconoscere gli errori, comunicare vulnerabilità quando serve, il tutto per far sentire i team al sicuro).
    Si introducono pratiche di trasparenza nelle decisioni: per esempio è importante a mio avviso condividere le ragioni dietro cambiamenti organizzativi o spiegare il funzionamento degli algoritmi AI che affiancano le persone, visto che molto spesso i cambiamenti sono semplicemente una comunicazione top-down e gli strumenti decisionali sono blackbox i cui razionali sono noti a pochi.
    Tra le attività che a mio avviso sono necessarie ci sono i programmi di mentoring interno (colleghi esperti che guidano i meno esperti, instaurando fiducia trasversale, indistintamente da età o ruolo, e non necessariamente su hard skills) e creare spazi di dialogo aperto (town hall meeting regolari, canali anonimi per domande difficili, ecc.). Un’altra leva operativa è rivedere i processi per assicurarsi che siano “trust-friendly”: semplificare policy troppo burocratiche che segnalano mancanza di fiducia, oppure introdurre workflow che richiedono collaborazione interfunzionale (rompendo silos e costruendo fiducia reciproca tra team). Su questo i modelli per esempio che stiamo studiando con Boundryless vanno esattamente in questa direzione. Ogni iniziativa va disegnata coinvolgendo attivamente i destinatari, co-creare soluzioni con i dipendenti aumenta sia la fiducia che la probabilità di successo.

  4. Integrazione della fiducia nelle tecnologie AI: dato che l’adozione dell’Intelligenza Artificiale è spesso il fattore scatenante del ROT, un passo operativo specifico è assicurarsi che le soluzioni AI implementate siano degne di fiducia. Questo implica adottare principi di AI etica e “explainable AI” durante lo sviluppo o l’acquisto di sistemi: modelli che sappiano spiegare le proprie decisioni, audit algoritmici per eliminare bias discriminatori, rispetto della privacy dei dati.
    Il team IT/AI deve collaborare con esperti di dominio, HR (dove necessario) e rappresentanti degli utenti finali per validare che l’AI venga percepita come alleata e non come “scatola nera” imprevedibile. Per capirci, se in un’azienda che introduce un sistema AI per suggerire decisioni ai manager riguardo valutazioni di percorso e carriera, potrebbe essere utile inizialmente affiancare suggerimenti dell’AI a spiegazioni su perché quella raccomandazione viene data, e raccogliere il feedback dei manager su quanto la ritengono affidabile, così come rendere trasparente il processo anche al valutato. In questo modo si affina il sistema e si costruisce gradualmente fiducia nell’interazione uomo-macchina.

  5. Misurazione continua e adattamento: come ogni approccio gestionale, ciò che non si misura non si migliora. Il ROT richiede di stabilire KPI di fiducia e monitorarli nel tempo. Questo significa, ad esempio, ripetere survey di clima periodiche per vedere l’evoluzione dei punteggi di fiducia o engagement, analizzare i tassi di adozione delle nuove tecnologie (quanti dipendenti usano attivamente il nuovo tool AI, segno di fiducia in esso), monitorare indicatori come il turnover volontario o l’assenteismo (spesso correlati con la rottura della fiducia). I dati vanno discussi apertamente nel team di governance ROT e col management, individuando aree di miglioramento.
    Il modello è iterativo: in base ai risultati, si adattano o rafforzano le iniziative. Se ad esempio una particolare unità aziendale mostra ancora basso livello di sicurezza psicologica, ci si può focalizzare con azioni mirate (workshop, ascolto dedicato, cambi di leadership se necessari). Implementare il ROT è un percorso continuo di apprendimento organizzativo. La responsabilità ultima di questa fase è sia del team di progetto che di ogni manager: creare un rito di accountability dove periodicamente si discute “come stiamo andando sulla fiducia” allo stesso modo in cui si discutono i numeri di vendita.

L’implementazione del ROT richiede impegno condiviso e coerenza nel tempo. Tutti in azienda, dal CEO all’ultimo arrivato, devono capire che la fiducia è una risorsa strategica “e non una leva di marketing interno“: va alimentata giorno per giorno e riconosciuta nei fatti (decisioni, comportamenti, investimenti) oltre che a parole.

KPI e metriche per misurare la fiducia oggi

Per misurare il ROT dobbiamo affidarci sia a metriche già esistenti che valutano aspetti di fiducia e coinvolgimento, sia a nuovi indicatori emergenti (che vedremo dopo). Partiamo dagli strumenti attuali che le aziende utilizzano per sondare fiducia, engagement, apertura al cambiamento e clima interno:

  • Trust Index: è l’indice di fiducia utilizzato, ad esempio, nei questionari di Great Place to Work. Si basa su survey ai dipendenti con una serie di affermazioni che esplorano 5 dimensioni chiave dell’esperienza lavorativa: Credibilità, Rispetto, Equità, Orgoglio e Coesione. Le prime tre dimensioni (Credibilità, Rispetto, Equità) misurano la fiducia dei collaboratori nel management, vale a dire quanto i leader comunicano in modo trasparente, mantengono le promesse, trattano le persone con equità e le rispettano.
    Le ultime due (Orgoglio e Coesione, detta anche Camaraderie) valutano invece il rapporto dei dipendenti con il proprio lavoro e i colleghi, indicando il livello di identificazione positiva e di spirito di squadra. Il Trust Index fornisce un termometro del clima aziendale: un punteggio alto segnala un ambiente in cui c’è fiducia verticale (verso i manager) e orizzontale (tra pari), oltre a un forte senso di appartenenza. Molte aziende lo usano annualmente per capire se sono un “great place to work” e dove intervenire sul clima.

  • Psychological Safety Score: la sicurezza psicologica è un concetto reso celebre dalle ricerche di Amy Edmondson e dal progetto Aristotle di Google. Indica il grado in cui le persone si sentono sicure nel prendere rischi interpersonali in un team: ad esempio ammettere un errore, esprimere un’idea controcorrente, o fare una domanda “sciocca” senza paura di conseguenze negative. Edmondson la definisce come “la convinzione condivisa che non si verrà puniti o umiliati per aver espresso idee, domande, preoccupazioni o errori”. In pratica è la misura della fiducia interna al team: fiducia che l’ambiente sia supportivo e non giudicante.
    Molte aziende valutano la sicurezza psicologica attraverso questionari specifici, chiedendo ai membri di indicare il loro accordo con frasi tipo “Nel mio team posso fare domande senza essere deriso” oppure “Il mio superiore accoglie bene gli errori come opportunità di apprendimento”. Da queste survey si ricava un punteggio medio di sicurezza psicologica (Psychological Safety Score) per team o reparto. Un PSI (Psychological Safety Index) alto è spesso correlato con team più innovativi e performanti, proprio perché le persone osano di più quando c’è fiducia reciproca. Al contrario, un punteggio basso è un campanello d’allarme: segnala barriere di paura che ostacolano la comunicazione onesta (e quindi frenano anche il miglioramento e l’innovazione).

  • eNPS (Employee Net Promoter Score): adattamento del famoso Net Promoter Score usato verso i clienti, l’eNPS misura quanto i dipendenti promuoverebbero la propria azienda come buon posto di lavoro. Viene tipicamente calcolato con una domanda molto diretta: “Con quale probabilità consiglieresti la tua azienda come luogo di lavoro a un amico o conoscente?”, da rispondere su una scala 0-10.
    I risultati sono classificati in Promotori (chi risponde 9-10, entusiasta), Passivi (7-8) e Detrattori (0-6); sottraendo la percentuale di detrattori da quella dei promotori si ottiene l’eNPS.
    Un valore alto (es. +30) indica che la maggior parte delle persone parlerebbe positivamente dell’azienda all’esterno – segnale di fiducia nell’organizzazione, di engagement e di soddisfazione generale.
    Valori negativi invece indicano prevalenza di detrattori interni (molti sconsiglierebbero l’azienda, indice di problemi di fiducia o clima).
    L’eNPS ha il pregio di essere semplice e immediato, fornendo uno “score” sintetico dello stato d’animo collettivo. Tuttavia è anche una misura abbastanza grezza (dice cosa pensano i dipendenti ma non perché). Per questo spesso viene usato in combinazione con survey più approfondite: l’eNPS come segnale generale di allerta o successo, e altre domande per diagnosticare le cause (ad esempio domande sulla fiducia nel management, sulle opportunità di crescita, ecc., che influenzano quel punteggio).

  • Altre metriche di clima e engagement: oltre ai tre indicatori citati, le aziende monitorano diversi altri KPI relativi alla salute organizzativa che intercettano dimensioni di fiducia. Ad esempio, molte imprese fanno survey di engagement più articolate, che includono domande sull’affidabilità del management, sulla chiarezza nella comunicazione dei vertici, sul livello di coinvolgimento nel cambiamento percepito dai dipendenti.
    Esistono indici compositi come l’Organizational Trust Index o il Climate Index nelle indagini di clima, che combinano vari item per dare un punteggio globale di fiducia interna. Alcune organizzazioni utilizzano metriche di open feedback (quante idee o segnalazioni vengono spontaneamente inviate dai dipendenti verso l’alto – indice di fiducia nell’essere ascoltati) o analizzano il tasso di adozione di nuovi programmi/progetti (un’adesione elevata spesso riflette fiducia nell’iniziativa e nei suoi promotori).

  • Anche il tasso di turnover volontario e il tasso di assenze vengono letti come indicatori indiretti: un aumento improvviso in specifici reparti può suggerire un calo di fiducia o problemi relazionali con un manager. In sintesi, già oggi non mancano strumenti per misurare aspetti della fiducia in azienda; il valore del concetto di ROT è semmai di riunire questi vari indicatori sotto un’unica lente strategica, evidenziandone il peso complessivo nelle trasformazioni organizzative.

Ed i nuovi indicatori da includere nel ROT

Accanto alle metriche tradizionali, un approccio ROT maturo dovrebbe sviluppare anche nuovi indicatori ad hoc, per cogliere segnali di fiducia che spesso sfuggono alle misure classiche.

Ho provato ad immaginare alcune categorie di indicatori emergenti utili a misurare il “ritorno di fiducia” in modo più completo:

  • Metriche relazionali interne: la fiducia si manifesta nella qualità delle relazioni. Possiamo quindi misurare, ad esempio, il grado di connessione e collaborazione tra reparti. Strumenti di Organizational Network Analysis potrebbero rilevare l’ampiezza e la forza delle reti informali: quanti scambi avvengono tra team diversi? Chi sono i trust broker che collegano funzioni altrimenti silos? Un aumento delle interazioni trasversali dopo un intervento organizzativo potrebbe indicare maggiore fiducia e apertura.
    Anche i programmi di mentoring o cross-training possono fornire dati: il numero di coppie mentor-mentee attive o di collaborazioni interfunzionali avviate volontariamente può essere un indicatore di fiducia reciproca crescente (le persone si affidano a colleghi di altre aree per imparare, cosa che soprattutto nelle grandi aziende, per un tema di “tifoseria” non succede). Un’altra metrica relazionale potrebbe essere un indice di coesione del team calcolato tramite survey sociali interne: chiedere fino a che punto ci si sente parte di una “famiglia lavorativa” o se si percepisce supporto dai colleghi; punteggi alti riflettono fiducia nel gruppo.

  • Segnali comportamentali e culturali: qui parliamo di tracce indirette che il comportamento organizzativo lascia. La frequenza di condivisione della conoscenza, ossia quante volte al mese un dipendente pubblica una best practice sulla intranet o tiene una sessione formativa per i colleghi? Un aumento suggerisce un clima di fiducia (ci si sente al sicuro nel condividere ciò che si sa, senza timore di perdere il proprio “vantaggio” personale).
    Oppure, il tasso di segnalazione di problemi/criticità: in un ambiente fiducioso le persone evidenziano errori o rischi prima che diventino grossi guai, perché si fidano che segnalare non comporterà punizioni. Dati dal sistema di ticketing interno, o dalle hotline etiche, potrebbero essere letti in questa chiave (un basso numero di segnalazioni non è sempre positivo, se la gente teme ritorsioni, potrebbe non parlare!).
    Un altro segnale comportamentale: la partecipazione volontaria a workshop, community interne, gruppi di miglioramento. Quando c’è fiducia nell’azienda, i dipendenti tendono a impegnarsi attivamente oltre il minimo, dando tempo ed energie extra. Monitorare quante persone si candidano spontaneamente per iniziative interne o quanti partecipano a sondaggi facoltativi può dare insight sulla fiducia/engagement. Persino l’analisi del tone of voice nelle comunicazioni interne (ad esempio usando tecniche di sentiment analysis su intranet o Slack aziendale) può fornire un termometro: parole positive, scherzi, ringraziamenti pubblici tra colleghi indicano una cultura aperta; al contrario prevalenza di toni formali o assenti può suggerire distacco e poca fiducia nel dialogo informale.

  • Dati di percezione e segnali emotivi: la fiducia ha anche una dimensione percettiva e emotiva, che possiamo cercare di catturare. Implementando delle pulse survey frequenti e brevi, dove ogni settimana o mese i dipendenti rispondono anonimamente a poche domande sul loro stato d’animo: “Mi sento motivato e fiducioso questa settimana?”, “Mi fido delle decisioni prese dal management di recente?”. Queste rilevazioni continue creano un indicatore dinamico di fiducia (un Trust Pulse?) che può essere correlato temporalmente ad eventi (es. dopo l’annuncio di una riorganizzazione, il sentiment di fiducia cala? dopo un town hall chiarificatore risale?).
    Anche i colloqui periodici con campioni di dipendenti (employee focus group) possono essere codificati in metriche: ad esempio assegnando uno score alla “qualità percepita delle relazioni” in azienda sulla base delle parole chiave che emergono. In ottica ROT, potremmo includere metriche come un indice di fiducia percepita nella leadership, misurato chiedendo “quanta fiducia hai nel fatto che il tuo leadership team prenda decisioni nel tuo migliore interesse?”. Se questo indice migliora nel tempo, è un chiaro ritorno positivo. Sul fronte clienti/partner, dati di percezione raccolti tramite sondaggio NPS o analisi reputazionali online (review, social listening) possono completare il quadro: ad esempio un incremento di commenti dove i clienti definiscono l’azienda “affidabile” o “trasparente” è un segnale che le iniziative interne di trust si riflettono anche all’esterno.

  • Indicatori di collaborazione uomo-macchina: dato il focus sull’AI, un modello ROT deve includere anche metriche che valutino la fiducia nelle soluzioni AI e la qualità della collaborazione ibrida. Questo è un campo nuovo, e non c’è dubbio che siamo ancora prima degli albori, ma i temi vanno affrontati per tempo e non come pezza di recupero, per cui credo che si possano ideare alcune misure.
    La percentuale di adozione delle raccomandazioni AI: se un algoritmo fornisce suggerimenti a un operatore, è pensabile monitorare in che percentuale questi suggerimenti vengono effettivamente seguiti vs. ignorati. Un tasso di adozione alto indica che l’utente si fida dell’AI (o quantomeno la trova utile), mentre se molti suggerimenti vengono scartati c’è forse diffidenza o scarsa utilità percepita.
    Un altro potrebbe essere il tasso di override umano: in sistemi dove l’AI può agire autonomamente ma l’umano ha facoltà di intervenire (pensiamo a sistemi di autopilota con supervisione umana), misurare quante volte gli umani intervengono per correggere l’AI. Se il valore è estremamente alto, significa che l’AI non gode di fiducia o non è ancora all’altezza (quindi le persone sentono spesso il bisogno di disabilitarla); se è moderato e decrescente nel tempo, sta crescendo la fiducia nel lasciar fare alla macchina routine operative.
    Possiamo anche considerare indici compositi come un Human-AI Trust Index, rilevato tramite survey interne specifiche: chiedendo agli utenti di un software AI quanto si fidano delle sue analisi in scala 1-5, e monitorando l’evoluzione media.
    Nella valutazione delle performance dei team ibridi, oltre a metriche classiche di produttività/errore, sarebbe utile introdurre misure della qualità dell’interazione tra umano e AI. La ricerca accademica sul tema suggerisce di guardare a come vengono prese le decisioni in coppia con l’AI, non solo a cosa si ottiene. Si può tracciare il tempo medio speso a spiegare al collega umano le decisioni dell’AI (segno che l’AI è trasparente e l’umano partecipa attivamente) oppure misurare la fiducia calibrata: quante volte l’operatore conferma l’esito dell’AI quando questo è corretto vs. quante volte lo conferma quando era errato (idealmente in un sistema fidato ma con supervisione attiva, l’operatore confermerà spesso decisioni corrette e correggerà quelle sbagliate – segno di fiducia calibrata, non cieca).

Non c’è dubbio che questi indicatori richiedono un po’ di creatività e sperimentazione nella fase attuale, ma diventano fondamentali a mio avviso per quantificare il ROT in termini di sinergia uomo-macchina. In un’era di organizzazione aumentata, mi piacerebbe vedere dashboard dove accanto ai KPI di business ci siano KPI come “Indice di fiducia team-AI: 8/10, in aumento di 1 punto rispetto al trimestre scorso”.

Naturalmente, non tutte le metriche nuove avranno la stessa importanza o facilità di raccolta, ma anche solo il processo di individuare questi indicatori è utile: forza l’organizzazione a chiarire cosa intende per fiducia nei vari contesti e a trovare modi concreti di osservarla.

L’approccio ROT, guardando oltre il semplice processo di misurazione di qualcosa, spinge a combinare dati hard e soft, dalle statistiche d’uso di un software alle percezioni emotive – per avere un’immagine più ricca e multidimensionale della salute della fiducia in azienda.

Dall’“effetto oracolo” all’etica hacker

Nel ragionare sul Return on Trust, e ricollegando letture fatte negli anni, ho trovato un legame di questo discorso con concetti culturali e scientifici che offrono prospettive complementari sul tema della fiducia nell’era digitale.

Helga Nowotny e l’effetto oracolo: la scienziata sociale Helga Nowotny, nel suo libro In AI We Trust”  e successivamente inLe Macchine di Dioparla di un curioso paradosso: tendiamo ad attribuire agli algoritmi predittivi un’aura di oggettività e infallibilità quasi oracolare. Un po’ come nell’antichità ci si affidava alle sibille o all’Oracolo di Delfi per conoscere il destino, oggi rischiamo di riporre fiducia cieca nei sistemi di AI, prendendo le loro previsioni come verità definitive.

Nowotny avverte che questo effetto oracolo può diventare pericoloso: se iniziamo a conformare il nostro comportamento a ciò che l’algoritmo predice, cediamo pezzi di libero arbitrio e rischiamo di trasformarci in “marionette algoritmiche” in balia dei sistemi di IA. Se la lettura la facciamo dall’angolazione ROT, questa è una chiamata alla consapevolezza: misurare la fiducia non significa promuovere fiducia indiscriminata verso la tecnologia. Al contrario, un alto “Return on Trust” implica una fiducia informata e calibrata. Dobbiamo progettare ambienti in cui le persone si fidano dell’AI quel tanto che basta per beneficiarne, ma mantengono senso critico e controllo. Il ruolo dell’umano resta centrale nel processo decisionale: l’AI può essere una consulente potente, ma non un oracolo incontestabile. Ricordarci di questo principio, come suggerisce Nowotny, ci aiuta a sviluppare pratiche di ROT che valorizzano la fiducia insieme alla trasparenza e all’autonomia individuale.

Paul Zak e la chimica della fiducia: un altro collegamento affascinante viene dal campo della neuroeconomia. Paul Zak, studioso noto come “Dr. Love” per le sue ricerche sull’ossitocina, ha dimostrato che la fiducia ha letteralmente una base biochimica. Quando qualcuno si fida di noi e ci affida qualcosa di valore (nel celebre “gioco della fiducia” in laboratorio si trattava di denaro), il nostro cervello rilascia ossitocina, un neuro-ormone che genera sensazioni di empatia e connessione. Più ossitocina, più tendiamo a comportarci in maniera cooperativa e affidabile verso l’altro. Zak ha persino mostrato che somministrando ossitocina sintetica a persone inconsapevoli, il loro livello di fiducia verso estranei aumenta significativamente (affidavano fino al 17% di denaro in più in custodia a sconosciuti).

Cosa c’entra questo col mondo aziendale e il ROT? C’entra parecchio perché dimostra che la fiducia non è un concetto astratto, ma ha effetti reali e misurabili sugli esseri umani, fin dentro il nostro organismo. Un ambiente lavorativo ad alta fiducia innesca un circolo virtuoso: i dipendenti rilasciano più ossitocina, si sentono più legati ai colleghi, più motivati ad aiutarsi a vicenda e a dare il meglio. Questo si traduce in performance superiori, come già visto (meno stress, più energia, più produttività).

In pratica, fiducia = miglior neuroclima aziendale. Inserire il ROT nella gestione d’impresa vuol dire anche tenere a mente questa dimensione “umana, troppo umana”: i KPI di fiducia non misurano solo fenomeni organizzativi, ma intercettano qualcosa di profondamente radicato nel nostro cervello sociale. Quando racconto ai manager di ossitocina e neuroscienze, il mio messaggio è: investire in fiducia paga perché rende le persone biologicamente più predisposte a impegnarsi. Non è solo buonismo: è biologia e business allo stesso tempo.

L’etica hacker di Pekka Himanen: poi c’è un aspetto culturale-valoriale che collega fiducia e innovazione tecnologica in modo ispiratore. Pekka Himanen, filosofo finlandese, descrive nella sua Etica hacker una diversa etica del lavoro nell’era digitale, contrapposta alla rigida etica protestante. Al centro dell’etica hacker ci sono valori come passione, creatività, condivisione, libertà e impegno gioioso in ciò che si crea.

Ma c’è anche un forte elemento di fiducia decentralizzata: la cultura hacker promuove la circolazione libera dell’informazione (“All information should be free”), la sfida all’autorità precostituita a favore di sistemi aperti e meritocratici, dove ci si fida del merito e delle capacità più che dei titoli.

Pensiamo al modello open source: sviluppatori di tutto il mondo collaborano volontariamente a un progetto software, spesso senza gerarchie rigide, condividendo codice liberamente, contando sulla reciproca fiducia che ognuno contribuirà al meglio delle proprie abilità. E funziona, Linux, Wikipedia e tante innovazioni ne sono la prova. Questa fiducia orizzontale “tra pari” è un ingrediente chiave dell’etica hacker e si collega al ROT in modo interessante: suggerisce che per massimizzare il ritorno della fiducia dobbiamo favorire ambienti aperti, dove le persone abbiano autonomia e responsabilità e dove l’accesso alle informazioni sia ampio.

Se i dipendenti hanno accesso alle conoscenze (anziché silo informativi) e si sentono valutati sul merito delle idee e non sul ruolo in organigramma, l’innovazione decolla e con essa la fiducia che ciascuno ripone nell’organizzazione. L’etica hacker incoraggia anche la sperimentazione senza paura dell’errore, “fail fast, learn faster”, che è possibile solo quando c’è fiducia di base.

Nel contesto ROT, adottare un po’ di questa filosofia significa strutturare le organizzazioni in modo più fluido e partecipativo: ad esempio creare comunità di pratica interne dove sviluppatori, data scientist, esperti di business condividono liberamente soluzioni AI e si aiutano (imitando l’open source); oppure dare ai team la libertà di scegliere strumenti e approcci (entro linee guida etiche) in modo che sentano fiducia riposta in loro e la ricambino con risultati eccellenti.

Fiducia chiama fiducia

come diceva anche Stephen Covey, e la cultura hacker mostra che puntando su fiducia, apertura e autonomia si possono ottenere ritorni straordinari in creatività e produttività. Per un leader, ispirarsi a questi principi vuol dire forse rinunciare a un po’ di controllo verticale, ma guadagnare in velocità, motivazione e apprendimento collettivo.

Queste prospettive (dall’oracolo di Nowotny all’ossitocina di Zak, fino all’etica hacker) condividono un principio fondante: la fiducia è un concetto sfaccettato, tecnico, umano e culturale al tempo stesso. Implementare il ROT con successo richiede di tener conto di tutte queste sfumature: dosare fede nella tecnologia e senso critico, considerare i bisogni emotivi delle persone e alimentare una cultura di apertura. È questa visione olistica che rende il Return on Trust non solo una nuova metrica, ma una vera strategia di trasformazione nell’era dell’AI.

Fiducia e oltre, verso il ROS (Return on Skills)

Definire e applicare il ROT significa dotarsi di una bussola per navigare la trasformazione digitale mettendo le persone e le relazioni al centro. Significa chiedersi, ad ogni progetto di AI o riorganizzazione, non solo “qual è il ROI?” ma anche “qual è l’impatto sulla fiducia?”.

La fiducia può essere misurata, allenata, protetta e che farlo porta benefici tangibili in performance e benessere. Il ROT è quindi un approccio che arricchisce la gestione aziendale di una dimensione etica e umana fondamentale, senza la quale le migliori tecnologie rischiano di fallire nell’adozione o di generare resistenze sotterranee.

Ma questa è solo una parte del percorso.

Riflettendo sul futuro prossimo e sulla velocità con la quale oggi le competenze tendono ad esser obsolete, mi rendo conto che accanto al ritorno sulla fiducia c’è un altro pilastro da considerare per guidare le organizzazioni attraverso l’era dell’AI: quello della formazione di nuove competenze, attraverso nuove modalità.

L’innovazione infatti richiede non solo fiducia, ma anche sviluppo continuo di nuove capacità, tanto hard skills quanto e soprattutto soft skills come il pensiero critico, l’adattabilità, l’intelligenza emotiva.

Sto iniziando a chiamare questo secondo concetto ROS – Return on Skills, il ritorno sulle competenze, inteso come la capacità di un’azienda di ottenere valore dagli investimenti in formazione, apprendimento e crescita del proprio capitale umano, non solo come elemento necessario di sopravvivenza e ottimizzazione, quanto di definizione strategica futura.

Fiducia e competenza sono gemelli siamesi da affiancare nel percorso di trasformazione attraverso questo passaggio storico, culturale e tecnologico che stiamo attraversando. La fiducia crea terreno fertile perché le persone mettano a frutto e condividano le loro competenze; allo stesso tempo, nuove competenze riducono la diffidenza e aumentano la fiducia verso le tecnologie e i colleghi.

Prossimamente approfondirò proprio il tema del Return on Skills, per esplorare come implementare nuovi modelli di formazione (da affiancare o sostituire ai metodi tradizionali non più efficaci), misurare e massimizzare il valore delle competenze in evoluzione.

Per ora, mi piace concludere sottolineando questo: nell’era dell’AI, il vero capitale competitivo risiede nelle persone, nella fiducia che riescono a costruire tra loro e nel continuo arricchimento del loro bagaglio di abilità. ROI, ROT e (presto) ROS diventeranno così le tre metriche cardinali di un’innovazione sostenibile e centrata sull’umano.

Dal Prompt Chaining al Tree of Thoughts

Qualche giorno fa ho scritto un approfondimento, partendo dal post di Nicola, sul tema del Prompt Chaining. Il post ha riscosso un discreto interesse come approccio e ha generato diverse discussioni su approcci e vantaggi. Tra queste interazioni ci sono stati due commenti in cui è emerso l’interesse per diversi approcci al prompting e ai diversi contesti in cui c’è bisogno di uno o altro approccio.

Il Prompt Engineering, tema interessante ma eccessivamente abusato in termini di narrativa, non è altro che “l’arte” di formulare richieste efficaci ai modelli di intelligenza artificiale (AI) al fine di ottenere risultati utili e pertinenti. Negli ultimi tempi sono emersi diversi approcci avanzati per guidare i modelli linguistici generativi (Large Language Models, LLM) in modo più strategico, ottimizzato e finalizzato ad uno scopo preciso.

Uno di questi è il Prompt Chaining, di cui ho parlato nel mio articolo , in cui l’output di ciascun prompt diventa l’input del successivo. Questo consente di scomporre compiti complessi in passi più piccoli e gestibili, migliorando efficacia e accuratezza delle risposte del modello. Come scrivevo, il prompt chaining “non è solo una tecnica per istruire meglio l’AI, ma può diventare una vera e propria architettura cognitiva”, un modo per strutturare il pensiero delle macchine in modo simile al nostro. In altri termini, si passa da un’interazione estemporanea a una strategia conversazionale articolata in più fasi.

Il prompt chaining è parte di una più ampia famiglia di tecniche di prompt engineering sviluppate per migliorare il dialogo con i modelli AI. In questo approfondimento ho dato maggiore dettaglio alle principali tecniche – dal zero-shot e few-shot prompting, al chain-of-thought e al framework ReAct, fino a metodologie differenti come il self-consistency, Tree of Thoughts e RAG (Retrieval-Augmented Generation).

Per ognuna troverete i principi di funzionamento, i contesti di applicazione più efficaci, i vantaggi e i limiti, includendo esempi o scenari d’uso pratici quando utili. L’obiettivo è fornire una panoramica tecnica ma accessibile a un pubblico eterogeneo di utilizzatori dell’AI (su diversi tool), condividendo spunti applicativi e indicando come queste tecniche possano contribuire a un’adozione più consapevole e proficua dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni.

Prompt Chaining (Catena di Prompt)

Cos’è e principi di base: Il Prompt Chaining consiste nel concatenare più prompt in sequenza, in modo che ogni fase guidi la successiva. Invece di porre al modello una singola richiesta molto complessa, si suddivide il compito in sotto-obiettivi: il modello produce un risultato parziale che viene poi utilizzato in un prompt successivo, e così via. Questa tecnica si basa sul principio della decomposizione del problema: affrontare un “elefante” un pezzo alla volta (parafrasando il detto, “tagliare l’elefante a pezzi e ragionare per passi”). Ad esempio, anziché chiedere direttamente “Scrivi un rapporto completo sull’andamento del mercato AI nel 2025”, si può procedere per passi: prima chiedere una scaletta dei punti chiave, poi far approfondire ogni punto, infine richiedere una sintesi finale. Ogni prompt nella catena si concentra su un sotto-compito specifico mantenendo il contesto generale, e guida il modello passo dopo passo. In questo modo l’AI “pianifica” internamente la soluzione, similmente a un flusso di lavoro umano strutturato.

Contesti di utilizzo efficaci: il prompt chaining è efficace quando il compito richiesto al modello è complesso, lungo o richiede diverse fasi logiche. Nella progettazione di contenuti articolati (es. corsi, documentazione, white paper), questa tecnica permette di mantenere coerenza e approfondimento senza sovraccaricare il modello con un’unica richiesta monolitica. In ambito educativo o formativo, ad esempio, si può usare un approccio “a catena” per sviluppare un corso: prima generare un elenco di moduli, poi i dettagli di ciascun modulo, poi esercizi per ogni modulo, ecc. Anche per analisi strategiche o problem solving multi-step, il chaining consente all’AI di seguire un ragionamento articolato invece di tentare di dedurre tutto in un solo passaggio. Questa metodologia trova applicazione ogniqualvolta si desideri avere maggiore controllo sul processo con cui l’AI arriva a una risposta, suddividendolo in tappe verificabili.

Vantaggi: scomponendo il problema, il prompt chaining riduce l’ambiguità e distribuisce lo sforzo cognitivo del modello su più interazioni. Ne derivano output più accurati e coerenti, poiché il modello può concentrarsi su un obiettivo specifico ad ogni passo. L’approccio iterativo consente di mantenere il contesto lungo tutta la conversazione e di raffinare progressivamente la risposta. Inoltre, ogni fase intermedia offre all’utente umano l’opportunità di correggere la rotta o aggiungere istruzioni, portando a un maggiore controllo sul risultato finale. Un ulteriore beneficio è legato all’ottimizzazione delle risorse: invece di generare un lungo testo potenzialmente ridondante o fuori fuoco, l’AI produce contenuti modulari più gestibili, ottimizzando l’uso della finestra di contesto (token) e riducendo il rischio di output incoerenti dovuti a contesti troppo lunghi.

Limiti: Il prompt chaining richiede una certa pianificazione e abilità nel disegnare la sequenza di prompt. È un processo più laborioso e dispendioso in termini di tempo e di chiamate al modello rispetto a un singolo prompt: ogni passo aggiuntivo comporta un’interazione separata (con relativo costo, se si utilizza un API a pagamento, e latenza). Inoltre, l’utente deve assicurarsi che il contesto venga passato correttamente da un prompt all’altro (ad esempio riassumendo brevemente le informazioni rilevanti nel prompt successivo, se la memoria del modello è limitata). Un rischio è l’errore propagato: se un passaggio intermedio genera un’informazione errata o fuorviante, questa potrebbe propagarsi nelle fasi successive. Mitigare questo rischio richiede intervento umano (controllo degli output intermedi) o strategie per ripristinare il corretto contesto in corsa. Infine, come tutte le tecniche iterative, il chaining può portare a output eccessivamente prolissi se ogni passo non è ben focalizzato, è importante definire chiaramente gli obiettivi di ciascun sottoprompt.

Esempio pratico: Un esempio semplice di prompt chaining è la generazione di un articolo complesso. Invece di chiedere direttamente all’AI l’intero articolo, si può procedere così:

  1. Prompt 1: “Elenca i principali trend del mercato AI nel 2025 di cui parlare in un articolo.”Output: lista di trend (es. adozione di LLM nelle imprese, regolamentazione AI, nuovi modelli open-source, ecc.).

  2. Prompt 2: “Per ciascun trend identificato, forniscimi un breve paragrafo di spiegazione.”Output: paragrafi esplicativi per ogni punto della lista.

  3. Prompt 3: “Scrivi un’introduzione generale all’articolo che presenti l’argomento e i trend che saranno discussi.”Output: introduzione coesa menzionando i trend.

  4. Prompt 4: “Unisci il tutto in un articolo completo, assicurandoti che i paragrafi seguano l’ordine dei trend presentati e aggiungi una conclusione.”Output: articolo finale strutturato e approfondito.

Ad ogni step, l’utente può controllare e affinare i risultati (ad esempio, aggiungendo un trend dimenticato, o correggendo un paragrafo poco chiaro) prima di passare allo step successivo. Questo processo in catena assicura che il risultato finale sia più organico e accurato rispetto a una singola generazione “one-shot”.

Zero-Shot Prompting

Cos’è e principi di base: Lo Zero-Shot Prompting si riferisce alla capacità di un modello di linguaggio di eseguire un compito senza che gli siano forniti esempi espliciti nella richiesta. In pratica, al modello viene data solo un’istruzione o domanda, confidando nelle conoscenze generali apprese durante l’addestramento per produrre la risposta corretta. Si parla di “zero-shot” (zero esempi) perché il prompt non include alcuna dimostrazione o caso specifico. Ad esempio, se vogliamo che il modello traduca una frase, in zero-shot è sufficiente scrivere: “Traduci in inglese: Oggi piove a dirotto.” senza fornire esempi di traduzione. Il modello tenterà comunque di eseguire il compito basandosi sulle sue conoscenze pregresse della lingua. Questo approccio sfrutta la generalizzazione del modello: i grandi modelli hanno visto talmente tanti dati durante l’addestramento che spesso possono dedurre come svolgere un compito nuovo solo dalla descrizione testuale del compito stesso.

Contesti di utilizzo efficaci: Il zero-shot è la modalità più immediata di interazione e risulta efficace quando:

  • Il compito è semplice o comune, ad esempio traduzione, risposta a domande di cultura generale, riassunto di un testo breve, classificazione di sentiment di una frase, ecc., per cui il modello possiede già esperienza implicita. Ad esempio, un LLM può classificare il sentimento di “Questo film è uno spreco di tempo” come negativo anche senza esempi, perché ha appreso dal corpus cosa significa esprimere un giudizio negativo.

  • Si dispone di poco contesto o dati da fornire al modello. In scenari in cui l’utente non ha esempi concreti da inserire, sfruttare la conoscenza intrinseca del modello è l’unica opzione.

  • Rapidità e versatilità sono prioritarie: il zero-shot permette di ottenere una risposta immediata senza preparare prompt complessi, ed è adatto in applicazioni in tempo reale o prototipazione veloce. Ad esempio, per avere una risposta rapida a “Chi era il presidente degli USA nel 1990?” un prompt zero-shot diretto può bastare.

Vantaggi: I punti di forza del zero-shot prompting includono la semplicità e l’efficienza. Non è necessario preparare esempi o dati di riferimento, il che fa risparmiare tempo e risorse, rendendo questo approccio subito applicabile in molti contesti. Inoltre, mostra la versatilità del modello: con un’unica configurazione di addestramento, l’LLM può affrontare un’ampia gamma di compiti senza ulteriori interventi. In ambito operativo ciò significa poter rispondere a richieste diverse (dalla scrittura creativa al coding) semplicemente cambiando l’istruzione, senza dover riprogrammarlo. Un altro vantaggio è che si evita di biasare il modello con esempi potenzialmente fuorvianti: talvolta fornire esempi può indurre il modello a riprodurli pedissequamente; in zero-shot il modello genera ex novo basandosi solo sull’obiettivo descritto.

Limiti: Lo zero-shot spesso soffre di minore accuratezza o specificità rispetto ad approcci con esempi. La mancanza di esempi di riferimento può portare il modello a interpretare la richiesta in modo diverso da quanto l’utente intendeva, soprattutto se il prompt non è perfettamente chiaro. C’è una forte dipendenza dalla formulazione del prompt: una leggera ambiguità può condurre l’AI fuori strada, non avendo esempi cui ancorarsi. Inoltre, in compiti più complessi o di nicchia, il modello potrebbe fornire risposte superficiali o sbagliate, poiché senza esempi non ha indicazioni su come strutturare la soluzione. In sintesi, la qualità dell’output è variabile: alcuni LLM molto avanzati (es. GPT-4) riescono sorprendentemente a fare ragionamenti zero-shot, ma modelli meno sofisticati potrebbero fallire senza qualche guida aggiuntiva.

Esempio pratico: Un utilizzo tipico del zero-shot è porre domande dirette al modello. Ad esempio: “Spiega la differenza tra energia rinnovabile ed energia non rinnovabile.”  Senza fornire esempi, il modello dovrà attingere alla sua conoscenza generale per articolare una spiegazione. Se il modello ha una buona base, risponderà elencando cosa sono le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.) e non rinnovabili (combustibili fossili, nucleare tradizionale), evidenziando vantaggi e svantaggi, tutto basandosi sulla singola istruzione ricevuta. Se la domanda fosse più vaga (“Parlami dell’energia.”), il rischio zero-shot è di ottenere una risposta generica o non centrata sull’aspetto desiderato. Per questo, anche in zero-shot, spesso si cerca di rendere il prompt chiaro e specifico, ad esempio aggiungendo “in modo conciso e focalizzato sugli aspetti ambientali”. In assenza di esempi, ogni parola nel prompt conta per orientare la risposta.

Few-Shot Prompting

Cos’è e principi di base: Il Few-Shot Prompting è una tecnica in cui al modello vengono forniti uno o più esempi della richiesta all’interno del prompt, per guidarlo verso la risposta desiderata. In pratica, il prompt include sia l’istruzione sia alcune coppie di input-output di esempio (tipicamente 1 a 5 esempi, da cui “few”). Ad esempio, per insegnare al modello a rispondere con un certo stile, potremmo fornire due Q&A di esempio e poi porre una nuova domanda simile. Questo approccio sfrutta la capacità del modello di apprendimento contestuale: grazie agli esempi, l’LLM può dedurre il pattern di soluzione voluto e replicarlo per l’input nuovo. Il modello, in sostanza, viene “calibrato” sul momento tramite i prompt di esempio, senza necessitare di un addestramento esterno aggiuntivo.

Contesti di utilizzo efficaci: Il few-shot è indicato quando:

  • Il compito è specifico o poco comune e vogliamo mostrare al modello esattamente il formato o il ragionamento atteso. Ad esempio, per far generare titoli creativi in rima per articoli, potremmo dare 2–3 esempi di titoli in rima.

  • Si dispone di esempi rappresentativi della richiesta. In scenari aziendali, spesso si hanno storici o set di dati di riferimento (es. FAQ con domande e risposte). Includendone alcune nel prompt, il modello comprenderà meglio come deve rispondere in quello stile o dominio.

  • Precisione e coerenza sono critiche. Il few-shot può drasticamente migliorare la pertinenza delle risposte rispetto al zero-shot. In applicazioni come customer support automatizzato, fornire esempi di domande dei clienti e risposte appropriate può far sì che il modello risponda in modo più accurato ai nuovi quesiti dei clienti (es. mostrando il tono e il livello di dettaglio giusto).

Vantaggi: Aggiungendo pochi esempi nel prompt, il modello si adatta rapidamente al contesto specifico, producendo risposte più accurate e contestuali. Si ottiene spesso una maggiore precisione perché il modello replica la logica o lo stile mostrato negli esempi. Il few-shot permette anche una certa flessibilità: con un piccolo insieme di dati di esempio, si “sposta” l’LLM su un dominio o task desiderato senza bisogno di costosi re-training o fine-tuning esterni. È come fornire un mini-brief al modello: in base a pochi casi, capisce meglio cosa fare. Inoltre, gli esempi aiutano a ridurre ambiguità ed errori: se la domanda da risolvere può essere interpretata in modi diversi, mostrare un esempio toglie dubbi su quale interpretazione sia corretta (il modello tenderà a imitare la soluzione data nell’esempio).

Limiti: Il principale costo del few-shot è la necessità di curare esempi di qualità. Preparare gli esempi pertinenti richiede tempo e competenza sul problema. Inoltre, inserire esempi nel prompt consuma spazio nella finestra di contesto del modello, limitando la lunghezza della richiesta o della risposta possibile (soprattutto con modelli con contesto ridotto). C’è poi la questione della varietà: se gli esempi forniti non coprono sufficientemente i diversi casi, il modello potrebbe generalizzare male. In alcuni casi può addirittura overfittare sugli esempi: ad esempio, se diamo 3 esempi tutti con la stessa risposta, il modello potrebbe rispondere sempre quella (anche quando non dovrebbe). È dunque cruciale che gli esempi siano rappresentativi e diversificati. Un altro limite è che il modello potrebbe copiare parti dell’esempio nella risposta (soprattutto se l’input nuovo assomiglia molto a un esempio): questo può introdurre errori se l’output dell’esempio non si applica esattamente al nuovo caso. In sintesi, il few-shot bilancia un miglioramento di performance con un aumento di complessità nella progettazione del prompt.

Esempio pratico: Poniamo di voler usare l’AI per classificare recensioni di prodotti come positive o negative. In zero-shot potremmo dire: “Etichetta la seguente recensione come positiva o negativa: ‘Il prodotto funziona malissimo, sono molto deluso’.” Il modello potrebbe capire, ma con few-shot faremo meglio. Costruiamo il prompt con esempi:

  1. Prompt: Recensione: “Questo gadget è fantastico! Ha superato le mie aspettative.” Sentiment: Positivo. Recensione: “Purtroppo il dispositivo si è rotto dopo un giorno. Che spreco di soldi.” Sentiment: Negativo. Ora etichetta la seguente recensione “Il prodotto funziona malissimo, sono molto deluso.”

Fornendo questi esempi, l’AI apprende dal contesto come svolgere il compito: vede il formato Recensione -> Sentiment e i criteri (nel primo caso entusiasmo = Positivo, nel secondo caso problema grave = Negativo). Di conseguenza risponderà molto probabilmente “Negativo” per la recensione data, con maggiore affidabilità rispetto a zero-shot. Questo paradigma few-shot simula in miniatura quello che sarebbe un addestramento supervisionato, ma avviene interamente nel prompt.

Chain-of-Thought (CoT) Prompting

Cos’è e principi di base: Il Chain-of-Thought (CoT) prompting è una tecnica avanzata in cui si induce il modello a svolgere un ragionamento passo-passo esplicito per arrivare alla soluzione. Invece di limitarsi a fornire direttamente la risposta finale, al modello viene richiesto (in modo implicito o esplicito) di “pensare a voce alta”, elencando la sequenza logica di deduzioni o calcoli che conducono alla risposta. In pratica, il prompt incoraggia il modello a suddividere il problema complesso in passaggi intermedi risolvibili individualmente. Ciò può avvenire tramite istruzioni come “mostra il ragionamento” o con esempi di soluzione in cui viene illustrato il processo (“Prima fai questo calcolo, poi quest’altro, infine…”). L’idea alla base è che i LLM, se guidati a articolare un chain of thought, possano raggiungere una comprensione più profonda del problema e quindi risposte più corrette, simili a come un umano risolverebbe mostrando i calcoli su carta.

Contesti di utilizzo efficaci: Il CoT è particolarmente potente in compiti che richiedono logica, calcoli o multi-step reasoning:

  • Problemi matematici o aritmetici a più operazioni: ad esempio, risolvere problemi di testo (“se Maria ha 5 mele e ne compra altre 3, quante mele ha?”) chiedendo al modello di procedere per passaggi (conta mele iniziali, aggiungi nuove mele, ecc.).

  • Puzzle o problemi di logica (indovinelli, sillogismi, deduzioni): far esplicitare al modello le informazioni date e i passi per arrivare alla conclusione aiuta ad evitare salti logici errati.

  • Domande di common sense o implicazioni: es. “Un pallone bucato può rimbalzare?” – inducendo il ragionamento (“Un pallone bucato perde aria, senza aria non può rimbalzare, quindi no”) si aumenta la probabilità di correttezza su questioni non banali.

  • Pianificazione e scenari complessi: ad esempio chiedere al modello di elaborare una strategia marketing strutturata: col CoT si può ottenere che elenchi prima analisi, poi obiettivi, poi tattiche in ordine logico. In generale, il chain-of-thought è ideale in qualunque contesto dove una soluzione deve emergere da più step concatenati, permettendo al modello di “concentrarsi” su un passo alla volta.

Vantaggi: Far esprimere al modello una catena di pensieri porta diversi benefici. Innanzitutto migliora la coerenza logica dell’output: le risposte risultano più strutturate e fondate, soprattutto su problemi complessi che altrimenti il modello potrebbe affrontare in modo superficiale. Il CoT aiuta il modello a comprendere meglio la natura del problema, perché nel generare il ragionamento intermedio esso stesso “riscopre” i sotto-obiettivi necessari. Ciò conduce in genere ad una maggiore accuratezza finale. Un altro vantaggio cruciale è la trasparenza: vedere il ragionamento passo-passo fornisce agli utenti umani insight sul perché il modello arriva a una certa risposta, rendendo più facile individuare eventuali errori o passi poco convincenti. Questo aumenta la fiducia e consente di intervenire, se necessario, su uno specifico passo (ad esempio correggendo un calcolo intermedio sbagliato). Inoltre, la tecnica CoT ha dimostrato di estendere le capacità dei modelli sui task di ragionamento: ricerche hanno mostrato che LLM di media dimensione, se istruiti a fare chain-of-thought, possono risolvere problemi che altrimenti sbaglierebbero, raggiungendo performance paragonabili a modelli più grandi non-CoT.

Limiti: L’uso di chain-of-thought richiede solitamente prompt più complessi e aumenta la lunghezza delle risposte, quindi può rallentare il tempo di risposta e consumare più token. C’è un overhead computazionale nel generare tutti i passi intermedi. Inoltre, la formulazione del prompt CoT deve essere accurata: non tutti i modelli seguono l’istruzione di fare ragionamenti espliciti di default. Spesso si utilizzano frasi trigger (ad es. “Reason step by step:”) o esempi formattati in modo da indurre il comportamento. Se il prompt è mal concepito, l’LLM potrebbe elencare passi poco utili o addirittura allucinare ragionamenti sbagliati. Un altro aspetto è che CoT, pur migliorando la logicità, non garantisce infallibilità: il modello potrebbe comunque compiere errori in uno step, e questi errori comprometteranno la risposta finale (garbage in, garbage out). In alcuni casi, soprattutto con modelli più piccoli, abbiamo visto ragionamenti fittizi , il modello produce un chain-of-thought che sembra coerente ma porta comunque a una risposta errata. Infine, non tutti i problemi richiedono CoT: per domande semplici, forzare un ragionamento dettagliato può essere inefficiente. Bisogna dunque decidere caso per caso se vale la pena attivare questa modalità.

Esempio pratico: Consideriamo un problema matematico a parole: “In una fattoria ci sono 3 galline e 2 mucche. Quante zampe ci sono in totale?”. Un approccio chain-of-thought potrebbe essere innescato da un prompt come: “Rispondi passo-passo: prima calcola le zampe delle galline, poi delle mucche, e somma.”. Il modello allora potrebbe produrre:

  • “Ogni gallina ha 2 zampe. Ce ne sono 3, quindi 3×2 = 6 zampe di gallina. Ogni mucca ha 4 zampe. Ce ne sono 2, quindi 2×4 = 8 zampe di mucca. In totale le zampe sono 6 + 8 = 14.”Risposta: 14.

Qui vediamo il chain-of-thought esplicito. Senza questa guida, il modello potrebbe semplicemente dare una risposta (si spera 14), ma non mostrando il calcolo sarebbe difficile capire se l’ha ottenuta per via corretta o per fortuna. Con CoT, anche se il numero finale fosse sbagliato, l’utente può vedere dove il ragionamento ha fallito (ad esempio, se avesse calcolato male 3×2). Nell’uso pratico, CoT è risultato determinante per migliorare task di matematica, logica e persino comprensione di testi complessi, al punto che è diventata una delle tecniche standard per sfruttare al meglio i LLM in scenari di reasoning avanzato.

ReAct (Reasoning + Acting)

Cos’è e principi di base: ReAct è un paradigma che unisce il ragionamento (Reasoning) tipico del chain-of-thought con la capacità di agire (Acting) nell’ambiente esterno. Proposto da Yao. nel 2022, il framework ReAct prevede che il modello generi sia tracce di ragionamento verbale sia azioni specifiche per il task in modo intercalato. In pratica, durante l’elaborazione, l’LLM alterna pensieri e azioni: i pensieri sono passi di ragionamento interni, le azioni sono operazioni compiute all’esterno, come effettuare una ricerca, interrogare una base di conoscenza, eseguire un calcolo o chiamare un’API. Questa interazione avviene ciclicamente: il modello pensa -> compie un’azione -> ottiene un’osservazione dall’ambiente -> continua a pensare in base a quella nuova informazione, e così via. L’idea chiave è che combinando ragionamento e azione, l’AI possa iterare verso la soluzione integrando conoscenze esterne e aggiornando il proprio piano man mano.

Contesti di utilizzo efficaci: ReAct si rivela potente in scenari in cui il modello da solo non ha tutte le informazioni o capacità per completare il compito e deve interagire con strumenti o dati esterni. Ad esempio:

  • Question answering su conoscenze aggiornate: se chiediamo “Chi è l’attuale CEO di <una certa azienda>?”, un LLM addestrato su dati vecchi potrebbe non sapere la risposta. Un agente ReAct potrebbe eseguire un’azione di ricerca sul web, leggere la pagina trovata (osservazione), poi rispondere in base alle info aggiornate.

  • Risoluzione di problemi che richiedono calcoli o simulazioni: es. chiedere “Qual è la radice quadrata di 1048576?” – invece di far affidamento sulle sue capacità matematiche (che possono essere limitate o soggette a errori), il modello ReAct potrebbe invocare una calcolatrice esterna come azione, ottenere il risultato e poi comunicarlo.

  • Interazione con ambienti o database: in un contesto di assistente personale, l’AI potrebbe dover controllare il calendario, inviare email, o eseguire azioni nel mondo reale. ReAct fornisce un quadro per farlo: il modello decide un’azione (ad es. “Apri calendario”), l’ambiente restituisce l’esito (“Calendario aperto, prossimi eventi…”), il modello ragiona e decide la prossima mossa.

  • Task di decision-making complessi: ad esempio nella risoluzione di un mistero o di un gioco di avventura testuale, l’agente ReAct può pianificare (ragionamento) e testare mosse (azione) esplorando attivamente il problema.

Vantaggi: Il principale vantaggio di ReAct è che supera i limiti di conoscenza chiusa del modello, permettendo accesso a informazioni aggiornate o specifiche durante la generazione. Questo riduce drasticamente il fenomeno delle allucinazioni: se il modello può verificare fatti tramite azioni (es. cercare su Wikipedia), è meno incline a inventare risposte. ReAct inoltre migliora l’accuratezza fattuale e l’affidabilità delle risposte, come dimostrato da esperimenti che hanno visto l’agente ReAct superare approcci puramente basati su ragionamento o su azione isolate. Un altro benefit è la trasparenza e controllabilità: poiché il modello elenca i suoi pensieri e azioni, un osservatore umano può seguire passo passo il processo e intervenire se necessario (ad esempio, interrompere l’esecuzione di un’azione non voluta). In ambito applicativo, ReAct apre la strada a LLM “agenti” in grado di compiere operazioni utili: molti sistemi pratici (come i plugin di ChatGPT, o framework tipo LangChain) adottano proprio questo paradigma per far sì che l’AI consulti documenti, esegua codice o chiami servizi in base alla richiesta dell’utente. In sintesi, ReAct aumenta la capacità di problem solving del modello combinando il meglio di due mondi: il ragionamento interno e l’interazione con l’esterno.

Limiti: Implementare ReAct è complesso. Richiede definire una sorta di protocollo che il modello segua nei prompt, ad esempio una sintassi per distinguere Thought (pensiero) e Action e Observation (risultato dell’azione). Non tutti i modelli seguono facilmente questo schema – in genere si usano LLM molto obbedienti e capienti, e prompt di contesto con esempi di formato ReAct. C’è poi il tema della sicurezza: dare a un modello la possibilità di agire (eseguire codice, cercare online) comporta rischi; bisogna porre limiti sulle azioni possibili onde evitare comportamenti indesiderati. Un altro limite è la dipendenza dalla qualità degli strumenti esterni: se il sistema di ricerca fornisce risultati sbagliati o se un’API chiamata fallisce, l’agente potrebbe andare in stallo o prendere decisioni errate. Inoltre, orchestrare ragionamenti e azioni iterativamente può essere costoso in termini computazionali – ogni ciclo ragionamento/azione equivale a più chiamate modello + costi delle operazioni esterne. Vi è anche una maggiore possibilità di bug logici: l’agente potrebbe entrare in loop (continuare a cercare senza mai rispondere) o tentare azioni non supportate se il prompt non lo vincola bene. Infine, leggere e interpretare le osservazioni (ad esempio il contenuto di una pagina web) è vincolato alla finestra di contesto: bisogna spesso riassumere o filtrare i dati esterni prima di reinserirli nel prompt successivo.

Esempio pratico: Un caso concreto di ReAct è un assistente QA con accesso al web. Supponiamo l’utente chieda: “Quanti astronauti sono attualmente sulla Stazione Spaziale Internazionale?”. Un semplice LLM addestrato fino al 2021 non ha questa informazione aggiornata. Un agente ReAct potrebbe operare così:

  • Thought: “La domanda richiede un dato aggiornato. Devo cercarlo online.”

  • Action: Search("numero astronauti attualmente ISS")

  • Observation: (il sistema di ricerca restituisce un risultato: una pagina Wikipedia o news con l’informazione).

  • Thought: “Ho trovato un risultato che sembra pertinente, ora lo leggo.”

  • Action: Open(URL_pagina)

  • Observation: (testo della pagina: “… attualmente sulla ISS ci sono 7 astronauti …”).

  • Thought: “Ora ho l’informazione, posso formulare la risposta.”

  • Final Answer: “Al momento attuale, ci sono 7 astronauti a bordo della ISS.”

Durante questo processo, l’AI ha ragionato sui passi necessari e utilizzato strumenti (search e open web) per colmare le sue lacune di conoscenza. Tutto ciò avviene in pochi secondi e l’utente finale vede solo la risposta corretta con eventualmente la fonte. Questo esempio illustra come ReAct renda l’AI proattiva e affidabile per domande altrimenti fuori portata per un modello statico.

Nota: poichè mi è stato chiesto in aula, anche se il processo sembra simile al comportamento di ChatGPT 4o , parliamo di cose diverse:

  • ReAct = paradigma di prompting (schema per orchestrare ragionamenti + azioni).
  • ChatGPT-4o = modello multimodale, che può integrare o ispirarsi a logiche ReAct ma non è basato su di esso.

Self-Consistency

Cos’è e principi di base: La Self-Consistency è una tecnica avanzata che mira a migliorare la correttezza delle risposte del modello attraverso un approccio di aggregazione statistica dei ragionamenti. Proposta da Wang (2022), nasce come metodo per sostituire il tradizionale greedy decoding usato nel chain-of-thought con qualcosa di più robusto. In pratica, invece di generare una singola catena di ragionamento (che potrebbe essere fallace), si fa in modo che il modello ne generi molteplici varianti indipendenti, quindi si osservano le diverse risposte finali e si sceglie quella più comune – presumendo che sia la più correttapromptingguide.ailearnprompting.org. È un po’ come porre la stessa domanda a tanti “cloni” del modello e poi fare una votazione di maggioranza sulle risposte. L’idea è che il modello, seguendo vie diverse di pensiero grazie alla casualità nel processo di generazione, potrebbe arrivare a risposte differenti; tuttavia, se c’è una risposta oggettivamente corretta, è probabile che molte di quelle catene di pensiero convergano su di essa, rendendola la risposta più frequente.

Contesti di utilizzo efficaci: La self-consistency si applica in particolare a compiti con una sola risposta corretta ben definita, dove piccoli errori nel ragionamento possono portare a risposte sbagliate. Ad esempio:

  • Problemi di matematica e aritmetica: un LLM anche con chain-of-thought può occasionalmente errare un calcolo. Facendogli risolvere lo stesso problema più volte (con variazioni stocastiche nel generare i passaggi), possiamo mitigare l’errore scegliendo il risultato più frequente, che statisticamente sarà quello giusto nella maggioranza dei casi.

  • Logica e common sense: domande vero/falso, causali o di completamento logico dove il modello potrebbe indecidersi. Esempio: “Se ieri era lunedì, che giorno sarà domani?”. Alcune catene di ragionamento difettose potrebbero dare risposte errate, ma la maggior parte convergerà su mercoledì. La self-consistency prende quel consenso.

  • QA a risposta chiusa: domande di conoscenza generale con risposta univoca. Se il modello è incerto può produrre risposte diverse (soprattutto con temperature più alte), ma con self-consistency possiamo filtrare il rumore.

  • Situazioni in cui si valuta la affidabilità: la tecnica permette di assegnare una sorta di “confidence” alla risposta scelta (data appunto dalla percentuale di catene di pensiero che l’hanno prodotta). Questo può essere utile per sapere quando il modello è incerto (es. se c’è spaccatura tra due risposte, forse serve intervento umano).

Vantaggi: La self-consistency ha mostrato un netto aumento delle prestazioni del chain-of-thought su molti task di ragionamento complesso. Aggregando i risultati di molteplici chain, si elimina l’influenza di ragionamenti outlier o casuali: l’effetto è simile a quello di una committee di esperti che discutono, dove l’errore di uno può essere compensato dal corretto ragionamento di altri. In pratica, si riduce la varianza delle risposte del modello, ottenendo output più stabili e corretti. Sulle domande aritmetiche e di logica, questo metodo ha portato a risolvere correttamente problemi che un singolo CoT spesso sbagliava. Un altro beneficio è che non richiede modifiche all’addestramento del modello: è una tecnica di decoding, quindi applicabile in post-processing a qualunque LLM. Inoltre, fornisce una misura di sicurezza: se tutte le 10 catene di ragionamento danno risposte diverse, chiaramente il modello non è affidabile su quella query – informazione utile per decidere di non fidarsi o di riformulare la domanda.

Limiti: La self-consistency aumenta il costo computazionale in modo lineare con il numero di ragionamenti generati: se facciamo 10 “shot” di ragionamento per ogni domanda, stiamo usando 10 volte il modello. Questo la rende onerosa in situazioni di produzione a larga scala, salvo ottimizzazioni. Inoltre, scegliere la risposta più frequente funziona bene quando effettivamente c’è una risposta dominante corretta; ma se la domanda è ambigua o aperta, il concetto di risposta “consistente” perde significato. Ad esempio, su una domanda aperta (es. “Qual è un buon titolo per un romanzo di fantascienza?”), le risposte potranno essere tutte diverse e non ce n’è una “migliore” oggettivamente – in questi casi la self-consistency non si applica (o potrebbe addirittura essere controproducente scegliendo una risposta generica). Va notato poi che la qualità delle catene di pensiero iniziali è fondamentale: se il modello ha forti bias o lacune e tende a sbagliare sistematicamente un certo tipo di problema, generare più ragionamenti non aiuterà (tutti convergeranno sulla risposta sbagliata!). Quindi la self-consistency aiuta soprattutto quando il modello ha competenza sufficiente ma può incorrere in errori casuali. Infine, tecnicamente serve poter campionare diverse risposte: ciò implica impostare una temperatura di generazione > 0 e magari usare nucleus sampling per ottenere sufficiente diversità nelle chain – parametri che vanno tarati con cura per bilanciare diversità e qualità.

Esempio pratico: Immaginiamo di sottoporre al modello un piccolo indovinello matematico: “Quando avevo 8 anni, mio fratello ne aveva la metà. Ora che ho 14 anni, quanti anni ha mio fratello?”. Molti LLM tendono a rispondere frettolosamente “7” (sbagliato) se non ragionano bene. Con self-consistency, faremmo generare al modello magari 5 diverse spiegazioni/soluzioni. Esempio di possibili catene:

  1. “Fratello aveva 4 quando io 8. La differenza età è 4. Ora ho 14, fratello 10.” → Risposta: 10.

  2. “Differenza di 4 anni. A 14 anni, fratello 14-4=10.” → Risposta: 10.

  3. “Io 8, lui 4. Gap 4. Io 14, lui 14-4=10.” → Risposta: 10.

  4. “Se fratello metà di 8, aveva 4. Ora 14 e fratello 4+ (14-8)=10.” → Risposta: 10.

  5. “Fratello età attuale? Forse 7.” → Risposta: 7.

Notiamo che 4 catene su 5 danno risposta 10, una dà 7. Facendo majority voting, la risposta consistente è 10 (che è quella corretta). In questo modo abbiamo evitato l’errore della catena #5. In effetti, studi hanno osservato che la majority vote di più catene aumenta notevolmente l’accuratezza in problemi aritmetici e di logica rispetto a singola risposta CoT. Naturalmente, è importante che ogni catena sia indipendente: tipicamente si ottiene ciò ripetendo la query con un diverso seed stocastico o fondendo la richiesta in prompt diversi (variazioni nell’esposizione del problema per stimolare percorsi differenti). La self-consistency incarna un principio semplice: più voci possono essere meglio di una, quando si tratta di affidarsi a un AI per ragionare.

Tree of Thoughts (ToT)

Cos’è e principi di base: Il Tree-of-Thoughts (ToT) è un framework di prompting che generalizza l’idea del chain-of-thought espandendola in forma di albero decisionale. Invece di sviluppare un singolo percorso lineare di ragionamento, il modello esplora più possibili ramificazioni di pensiero da uno stesso stato, un po’ come valutare diverse strade per risolvere un problema. Questo simula strategie cognitive umane in cui, di fronte a un problema complesso, consideriamo varie ipotesi o sottosoluzioni parallele prima di impegnarci in una. Nel prompting ToT, ad ogni step il modello può generare diversi “pensieri” alternativi (nodi figli), costruendo così un albero di stati. Si definiscono criteri per valutare i pensieri (ad esempio tramite una funzione di valutazione o chiedendo al modello di dare un punteggio a ciascuno) e una politica per esplorare l’albero (in profondità, in ampiezza, con tagli potati dei rami meno promettenti). Questo approccio incorpora anche meccanismi come il lookahead (guardare avanti alcuni passi per stimare dove porta un certo ramo) e la già citata self-consistency per valutare l’affidabilità di un ramo tramite generazioni multiple. In breve, ToT è ispirato alle tecniche di ricerca AI classiche (come gli algoritmi di tree search) applicate all’ambito generativo: il prompt engineering diventa orchestrazione di un search tree di pensieri.

Contesti di utilizzo efficaci: Il Tree-of-Thoughts è indicato per problemi di deliberate problem solving, ovvero situazioni in cui:

  • Il percorso verso la soluzione non è unico o scontato e potrebbe richiedere di provare varie strade. Ad esempio, puzzle complessi, labirinti logici, giochi tipo scacchi o enigmi di pianificazione.

  • È possibile valutare parzialmente una soluzione prima di completarla. Ad esempio, nella scrittura creativa ramificata: generare diversi possibili proseguimenti di una storia e poi scegliere quello più interessante per continuare la narrazione.

  • Decision making con branching: scenari in cui ad ogni decisione ne conseguono altre (tipo choose your own adventure). Un sistema ToT può esplorare diverse sequenze di decisioni e identificare l’outcome ottimale secondo un certo criterio.

  • Problemi che beneficiano di tentativi ed errori: in un chain-of-thought lineare, un errore incorrerebbe e bloccherebbe il risultato; in ToT, se un ramo fallisce, se ne possono percorrere altri. Ad esempio, risolvere un rompicapo dove bisogna combinare mosse diverse: l’AI può provare un certo ordine di mosse (ramo A) e se porta a un vicolo cieco, tornare indietro e provare un ordine diverso (ramo B).

Vantaggi: Il ToT aumenta notevolmente la capacità esplorativa del modello. Invece di vincolarsi a un singolo ragionamento che potrebbe essere subottimale, l’AI può considerare molteplici alternative, aumentando la probabilità di trovare una soluzione corretta o creativa. Questo porta ad una maggiore efficacia nei compiti di problem solving generali. Inoltre, consente di implementare comportamenti di backtracking: se un certo filone di pensiero non funziona, l’agente può tornare a un nodo precedente e percorrere un altro ramo, un po’ come farebbe un programmatore nel debug di un algoritmo o una persona nel risolvere un puzzle. Il risultato finale è che il modello con ToT può risolvere problemi che richiedono tentativi multipli, laddove un CoT lineare fallirebbe se il primo tentativo è errato. Un altro beneficio è la possibilità di inserire heuristiche di valutazione: ad esempio, per ogni stato intermedio si può far valutare al modello quanto è vicino alla soluzione o se le condizioni necessarie sono ancora soddisfatte. Queste euristiche guidano la ricerca nell’albero in modo più intelligente, concentrando gli sforzi sui rami promettenti. In letteratura si è visto che ToT può combinare con successo ragionamento e ricerca strutturata, portando l’AI più vicina a un processo deliberativo umano nel risolvere problemi complessi. La possibilità di lookahead e di rivedere decisioni rende le soluzioni più ottimizzate e ponderate.

Limiti: Il rovescio della medaglia è la complessità computazionale: un’esplorazione combinatoriale di pensieri cresce esponenzialmente se non limitata. Bisogna definire attentamente il branching factor (quanti pensieri alternativi generare per step) e la depth massima dell’albero, altrimenti si rischia un’esplosione di possibilità ingestibili. Anche con euristiche, il costo può essere molto elevato per problemi appena un po’ più grandi. Un altro limite è che orchestrare un ToT richiede un controllo fine che oggi non è nativamente supportato dai modelli: tipicamente si devono scrivere script esterni che interfacciano col modello generando e valutando i nodi. Questo è più complesso di un semplice prompt singolo o di un chain-of-thought lineare. Inoltre, la qualità dipende fortemente da come viene progettata la funzione di valutazione dei rami: se la valutazione è sbagliata, il modello potrebbe scartare il ramo giusto e seguire quelli sbagliati (analogia: local minima in una ricerca). Dal punto di vista dell’usabilità, ToT rende il comportamento dell’AI meno prevedibile in termini di tempo di risposta (potrebbe finire molto presto se trova subito un ottimo ramo, oppure esplorare a lungo se indecisa). Infine, per alcuni task creativi troppo aperti, la struttura ad albero può essere eccessiva: conviene in problemi con un obiettivo chiaro da raggiungere, meno in quelli dove non c’è un “goal” definito. In sintesi, il ToT è molto potente ma va applicato con criterio a problemi che ne giustificano la complessità e laddove altre tecniche più semplici (CoT, self-consistency) non bastano.

Esempio pratico: Un esempio intuitivo può essere un gioco di labirinto testuale: il modello deve trovare l’uscita descrivendo passo a passo il percorso. Con un chain-of-thought tradizionale, l’AI potrebbe fare un tentativo lineare e se sbaglia strada arrivare a un vicolo cieco senza sapere come “tornare indietro”. Con Tree-of-Thoughts, invece, l’approccio sarebbe:

  • Stato iniziale: stanza di partenza.

  • Pensieri possibili: “vai a sinistra”, “vai a destra”, “vai avanti”.

    • Se “vai a sinistra” porta a un vicolo cieco (dopo qualche passo di esplorazione), quel ramo viene chiuso.

    • Si torna al nodo iniziale e si prova “vai a destra”.

  • Si esplorano così diversi percorsi come rami. Magari “vai a destra” -> “poi avanti” -> “poi sinistra” porta all’uscita. Il sistema lo individua come ramo di successo.

Durante la ricerca, il modello può avere una euristica: ad esempio, ogni volta che descrive la posizione attuale, può valutare se sembra più vicina all’uscita (magari l’uscita è descritta come “luce visibile” e solo in alcuni rami appare questo dettaglio). Usando questa valutazione, l’algoritmo può potare i rami che sembrano allontanarsi dall’uscita e approfondire quelli promettenti. In ambito accademico, Yao et al. (2023) hanno dimostrato che Tree-of-Thoughts può risolvere puzzle e problemi di pianificazione che i normali LLM faticano a completare, evidenziando come questa tecnica renda l’AI più vicina a un problema solver generale deliberativo. Anche se attualmente è una frontiera sperimentale, illustra il potenziale delle future interfacce di prompt engineering: non solo chat o singole richieste, ma vere e proprie esplorazioni guidate delle capacità del modello.

Retrieval-Augmented Generation (RAG)

Cos’è e principi di base: La Retrieval-Augmented Generation (RAG) è una tecnica che combina i modelli generativi con sistemi di recupero di informazioni esterne per migliorare accuratezza e attualità delle risposte. In un flusso RAG tipico, alla domanda dell’utente l’AI effettua prima una ricerca in una base di conoscenza (database, documenti, web, ecc.) per recuperare i contenuti più pertinenti, e poi genera la risposta condizionata su quei contenuti. In altre parole, il modello non si affida solo alla conoscenza immagazzinata nei propri parametri, ma la integra con informazioni fresche o specifiche prelevate al momento. Questa tecnica può essere vista come un “open book approach” in cui il modello ha un libro aperto (la knowledge base) da cui può consultare i fatti prima di rispondere, invece di rispondere “a memoria”. RAG non è un singolo algoritmo ma un’architettura: tipicamente coinvolge un componente di retriever (spesso un motore di ricerca semantica o un indice vettoriale) e un componente di reader/generator (l’LLM) che utilizza i risultati della ricerca per formulare l’output.

Contesti di utilizzo efficaci: RAG è indicato praticamente ogni volta che:

  • Si richiedono informazioni fattuali aggiornate o di dominio specifico che il modello potrebbe non conoscere di suo. Ad esempio domande su eventi accaduti dopo la data di addestramento del modello (es: “Chi ha vinto l’Oscar come miglior film nel 2024?”), o domande molto specialistiche (es: “Qual è la formula chimica del tal farmaco presente nel database X?”).

  • Document QA: l’utente vuole interrogare una collezione di documenti (manuali, contratti, articoli scientifici). Un sistema RAG può cercare nei documenti rilevanti e poi rispondere citando le parti trovate.

  • Chatbot aziendali su conoscenza interna: per costruire un assistente che risponde su policy aziendali, schede prodotto, dati interni, è impensabile addestrare ex-novo un modello su quei dati (troppo costoso e rischioso). RAG consente di mantenere un corpus di documenti aziendali e far sì che l’AI li consulti al volo per rispondere ai dipendenti o clienti con riferimenti precisi.

  • Assistenza decisionale: in cui vogliamo che l’AI fornisca non solo un’opinione, ma anche le fonti. Esempio: “Mi consigli un investimento azionario?” – un assistente RAG potrebbe recuperare gli ultimi dati di mercato e notizie sulle aziende prima di elaborare una risposta, così da essere fondato su evidenze.

Vantaggi: Il RAG migliora significativamente l’accuratezza e l’affidabilità delle risposte, perché le ancora su fonti reali. Questo riduce le allucinazioni: invece di inventare, il modello può dire cose come “Secondo <documento X> …” riportando contenuti veritieri. Un grande vantaggio è la capacità di aggiornamento: la knowledge base può essere costantemente aggiornata (pensiamo alle notizie del giorno, o ai dati di vendita settimanali) senza dover ri-addestrare il modello AI. Ciò risolve uno dei limiti principali degli LLM statici, ossia la loro conoscenza ferma alla data di training. Inoltre, RAG consente trasparenza e verificabilità: spesso i sistemi RAG forniscono le fonti a corredo della risposta (ad esempio citazioni o link ai documenti da cui hanno tratto l’informazione). Questo è fondamentale per la fiducia: l’utente può controllare e confermare se la risposta è supportata da fonti autorevoli. Dal punto di vista pratico, RAG è efficiente: evita di dover ingurgitare nel prompt una mole enorme di contesto (si recupera solo ciò che serve) e scala meglio, perché si può aumentare il knowledge store senza appesantire il modello stesso. Infine, RAG diminuisce il bisogno di training continuo dell’LLM su nuovi dati: l’azienda può mantenere un repository delle informazioni e l’LLM rimane generale, interrogando quel repository. Ciò comporta benefici economici (meno fine-tuning) e anche di sicurezza: i dati sensibili rimangono nel database e non necessariamente dentro i pesi del modello, riducendo il rischio che l’AI li “trapeli” in output inappropriati.

Limiti: Un sistema RAG è più complesso di un modello standalone: bisogna avere un buon modulo di retrieval. Se la ricerca fallisce (ad esempio non trova i documenti giusti o recupera testi irrilevanti), la generazione sarà scadente. Quindi, la qualità delle risposte dipende fortemente dalla qualità dei dati e dell’indicizzazione. Inoltre, l’LLM deve essere capace di integrare bene le informazioni recuperate: c’è il rischio che ignori le fonti (specialmente se non opportunamente istruito) e dia comunque una risposta di fantasia, oppure che le usi male (ad esempio citando un fatto fuori contesto). Bisogna quindi affinare i prompt in modo che il modello “legga e utilizzi” effettivamente i documenti forniti. Un’altra sfida è gestire informazioni contraddittorie: se il retriever pesca documenti discordanti, il modello potrebbe confondersi o dover decidere quale è corretto – cosa non banale. Sul piano computazionale, c’è un overhead dovuto al retrieval (che può implicare ricerca full-text o vettoriale su larga scala) e alla necessità di inserire i testi trovati nel prompt di generazione (consumando token). Per knowledge base piccole è trascurabile, ma su scala web o di grandi dataset ciò richiede infrastrutture robuste (motori di ricerca interni, embedding semantici, ecc.). Dal punto di vista dell’utente, RAG introduce una dipendenza: serve mantenere aggiornata e di qualità la base di conoscenza, il che comporta un lavoro continuo (ad esempio upload di nuovi documenti, pulizia di quelli obsoleti). In sintesi, RAG sposta parte del problema dall’AI ai dati: “garbage in, garbage out” rimane vero – se i documenti sono sbagliati o mancanti, l’AI non potrà fare miracoli.

Esempio pratico: Un esempio comune è l’integrazione di GPT con Wikipedia. Immaginiamo una domanda: “Qual è la capitale più popolosa del mondo e qual è la sua popolazione?”. Un LLM standard potrebbe sapere che è Tokyo (metropoli) o Beijing a seconda di come interpreta, ma potrebbe confondersi o non avere dati precisi di popolazione. Un sistema RAG farebbe:

  1. Query di ricerca: estrarre le keyword “capitale più popolosa mondo popolazione” e cercare in Wikipedia (o in un indice apposito).

  2. Documenti recuperati: ad esempio la pagina “Tokyo” o una classifica di città per popolazione.

  3. Prompt generativo: fornire all’LLM un contesto tipo: “Usa le seguenti informazioni per rispondere: [estratto della pagina Tokyo con dati popolazione] [estratto pagina sulle megalopoli] Domanda: Qual è la capitale…?”.

  4. Risposta generata: “La capitale più popolosa del mondo è Tokyo, con una popolazione di circa 37 milioni di abitanti nella sua area metropolitana.” (L’AI include magari la citazione della fonte se configurato per farlo).

Notiamo che la risposta è ora grounded: l’AI non ha inventato il dato, l’ha preso dalla fonte. Ciò è verificabile e, salvo errore nella base, corretto. In questo caso RAG ha permesso al modello di superare un limite (i dati demografici esatti) recuperando l’informazione aggiornata. Sistemi come Bing Chat, il motore di ricerca di Bing con GPT-4, funzionano essenzialmente in questo modo: eseguono ricerche sul web e poi generano risposte combinando i risultati, citando le fonti. Anche in ambito enterprise, soluzioni di cognitive search e assistenti su documenti aziendali adottano RAG per garantire che l’AI dica cose supportate dai documenti forniti. In definitiva, RAG rappresenta un approccio pragmatico per unire la capacità generativa dei LLM con la precisione dei sistemi di ricerca, ottenendo il meglio da entrambi.

Ci sono prompt per tutto, ma non un prompt per tutti.

Le tecniche di prompt engineering, dal prompt chaining alle varianti zero-shot e few-shot, fino ai metodi di ragionamento avanzati come chain-of-thought, ReAct, self-consistency, tree-of-thoughts e all’integrazione con fonti esterne via RAG, mostrano che oggi abbiamo a disposizioen una sorta di cassetta degli attrezzi per ottenere il massimo dai modelli di intelligenza artificiale.

Ciascuna tecnica ha i propri punti di forza e i propri ambiti d’elezione, ma tutte condividono un principio fondamentale: guidare e strutturare l’interazione con l’AI in modo da allineare l’output agli obiettivi dell’utente. In un certo senso, il prompt engineering ci insegna che porre le giuste domande (e farlo nel modo giusto) è tanto importante quanto la potenza del modello stesso.

Dal punto di vista strategico, il ruolo del prompt engineering appare sempre più centrale per un’adozione consapevole dell’AI.

Senza tecniche adeguate, un modello generativo rischia di essere percepito come una “scatola magica” dalle risposte imprevedibili, il che ne limita la fiducia e l’utilità. Al contrario, approcci come il prompt chaining trasformano l’AI in un collaboratore logico, che segue processi trasparenti e verificabili, sui quali possiamo intervenire in itinere. Questo approccio aumenta la fiducia degli utenti e amplifica il valore dell’AI nell’operatività quotidiana, perché si passa da output grezzi a risultati più affidabili e raffinati.

In sostanza, il prompt engineering unisce il meglio del pensiero umano (analitico, strutturato, consapevole degli obiettivi) con la velocità e versatilità di calcolo dell’IA, offrendo il meglio di entrambi i mondi.

Per capitalizzare queste opportunità, diventa importante sviluppare nuove skill conversazionali e progettuali:

  • Conversazionali perché interagire con un’AI è un po’ come dialogare in un linguaggio speciale: saper formulare richieste precise, dare il giusto contesto, suddividere i problemi e persino “pensare” in termini utili per la macchina sono abilità da coltivare.
  • Progettuali perché occorre saper progettare i prompt e i flussi di prompt come si progettano soluzioni software: con logica, modularità, e attenzione all’utente finale. Figure professionali come il Prompt Engineer stanno emergendo proprio per colmare questo spazio, combinando competenze di linguistica, programmazione e design delle informazioni. Ma al di là dei ruoli dedicati (e considerato che non credo alle etichette) è auspicabile che un po’ tutti, dai manager ai creativi, sviluppino almeno in parte queste competenze.

L’adozione consapevole dell’AI significa infatti comprendere quando e come coinvolgere l’intelligenza artificiale nei processi decisionali e creativi, conoscendone i limiti (bias, allucinazioni, esigenze di contesto) e le potenzialità (velocità, capacità di sintesi, generazione di alternative). Il prompt engineering funge da interfaccia critica in questo rapporto uomo-macchina: è lo strumento che ci permette di tradurre gli obiettivi strategici in istruzioni operative per l’AI, e di incanalare l’output dell’AI in risultati di valore. Man mano che i modelli diverranno più potenti e diffusi, il prompt engineering evolverà di pari passo, potenzialmente automatizzando alcune parti (ad es. con sistemi che suggeriscono come formulare i prompt) ma richiedendo comunque una supervisione e una creatività umana nel definire problemi e interpretarne le soluzioni.

Investire del proprio tempo in sperimentazione di prompt e analisi, vuol dire investire in alfabetizzazione AI: imparare a “parlare” con le macchine intelligenti in modo efficace. Così come l’avvento dei computer ha reso importante saper programmare o utilizzare certi software, l’era dell’AI generativa renderà fondamentale saper orchestrare conversazioni e flussi con i modelli. Le aziende che svilupperanno per tempo queste capacità potranno sfruttare l’AI in modo più affidabile e innovativo, mentre gli individui che le coltiveranno diventeranno preziosi facilitatori tra tecnologia e business.

Guidare l’AI con consapevolezza e metodo è la chiave per integrarla come alleato nei nostri processi – un alleato veloce, instancabile e creativo, ma che necessita della giusta guida umana per dare il meglio di sé. In questo equilibrio di ruoli risiede il futuro di una collaborazione uomo-AI realmente efficace e fidata.

Dalla previsione alla creazione: il vero shift dell’Intelligenza Artificiale è appena iniziato

Per anni abbiamo considerato l’intelligenza artificiale come uno strumento predittivo. Un sistema capace di analizzare grandi moli di dati per dirci cosa sarebbe potuto accadere: dalla domanda di un prodotto all’andamento di un mercato, fino alla prossima mossa di un cliente.

Era l’epoca dell’AI come prediction machine, come l’hanno definita Agrawal, Gans e Goldfarb nel loro libro. Un’epoca in cui il valore si generava ottimizzando: supply chain, previsioni finanziarie, raccomandazioni personalizzate.

Oggi, però, stiamo assistendo a un vero e proprio cambio di paradigma. Un shift profondo, culturale prima ancora che tecnologico: l’AI non si limita più a prevedere, inizia a creare.

L’avvento dei modelli generativi ha trasformato l’AI in un alleato nella progettazione, nella scrittura, nella scoperta scientifica. Algoritmi capaci di produrre contenuti originali, generare codice, disegnare prodotti, ipotizzare molecole. Non è solo efficienza: è creatività aumentata. E chi lavora sull’innovazione non può più ignorarlo.

Il nuovo mindset dell’innovatore

In questa prima newsletter di InsideTheShift, che esce il lunedi alle 9:41, racconto proprio questo cambiamento: il passaggio dall’AI come oracolo statistico a co-creatore artificiale. Una trasformazione che ridefinisce il ruolo di chi guida il cambiamento, obbligando aziende e professionisti a rivedere approcci, processi, ruoli e strumenti.

Non parliamo più solo di usare l’AI per “prevedere meglio”. Parliamo di usarla per “immaginare di più”. Le aziende più lungimiranti stanno già applicando questo approccio: avviano brainstorming con modelli generativi, prototipano idee in tempo reale, validano alternative attraverso simulazioni aumentate.

Dati, segnali e accelerazione

Il cambiamento è documentato e accelerato. L’adozione di strumenti generativi ha raggiunto livelli senza precedenti. ChatGPT ha superato i 100 milioni di utenti mensili in meno di due mesi. Secondo l’AI Index Report di Stanford, nel 2024 il 71% delle aziende ha già integrato l’AI generativa in almeno un’area del proprio business. Gli investimenti privati sono esplosi. I costi si sono abbattuti drasticamente, rendendo queste tecnologie accessibili anche a startup e singoli professionisti.

La domanda non è più se adottare queste tecnologie, ma come integrarle strategicamente, in modo consapevole e sostenibile.

L’AI generativa come leva strategica

In newsletter esploro anche il funzionamento dei modelli generativi, dai Transformer ai modelli di diffusione, e il loro impatto concreto: non solo nella produzione creativa, ma anche nella trasformazione delle organizzazioni. Dall’emergere di nuove figure professionali (AI strategist, prompt engineer, ethics designer) alla necessità di nuove strutture di governance.

È un momento in cui serve visione, ma anche capacità operativa. Ecco perché condivido anche i pattern e strumenti concreti che uso nel mio lavoro quotidiano: dai modelli “human outlining + AI filling” alla simulazione narrativa con agenti AI.

E poi? Verso un futuro co-creato

Il futuro che si sta delineando è quello della co-creazione continua, della strategia aumentata, della personalizzazione radicale. Dove i team creativi collaborano con modelli generativi, e ogni idea nasce da un dialogo ibrido tra mente umana e intelligenza artificiale. Un futuro in cui non si tratta solo di produrre più velocemente, ma di progettare meglio, con più varianti, più intelligenza, più prospettiva.

Con un messaggio chiaro: la vera trasformazione non sta nell’AI in sé, ma in come scegliamo di usarla per creare ciò che davvero ha senso, impatto e valore.


📩 Leggi la newsletter completa (in inglese):
InsideTheShift #1 – The Shift in Focus

📌 In arrivo nel prossimo numero:
“Quando l’AI diventa interfaccia: la nascita delle piattaforme cognitive”

RAG o CAG, Cercare o Ricordare, questo è il dilemma? No.

Certe domande nascono per caso, durante una call tecnica o nel mezzo di una demo. “Ma se il modello avesse già tutto in memoria, servirebbe ancora il retrieval?

È cominciata così, tra una riflessione sul design di un assistant interno e l’analisi delle performance di risposta. Da lì, il passo è stato breve: fare un po’ di ricerca, testare e confrontare due approcci che stanno ridefinendo il modo in cui i modelli conversano con la conoscenza.

RAG (Retrieval-Augmented Generation) e CAG (Cache-Augmented Generation). Due strategie diverse per un obiettivo comune: aumentare la capacità dei modelli generativi di rispondere meglio, più velocemente, con più contesto. Una cerca, l’altra ricorda. Una si connette al mondo, l’altra se lo carica dentro.

Da un lato, RAG arricchisce dinamicamente le risposte di un modello cercando informazioni esterne al volo. Immaginiamolo come un instancabile bibliotecario digitale: ad ogni domanda, va a consultare un archivio vastissimo e riporta i documenti più pertinenti da fornire al modello. Dall’altro, CAG pre-carica il sapere necessario prima ancora che la domanda venga posta. È più simile a uno studente preparato che, avendo studiato e memorizzato tutto in anticipo, può rispondere all’istante senza sfogliare manuali durante l’esame.

Ho fatto un po’ di approfondiremo sul funzionamento di entrambi gli approcci, confrontandone vantaggi e limitiper capire come RAG e CAG possano essere usati in modo complementare, persino combinati, per ottenere il meglio da entrambi. Pronti a immergervi in questo viaggio tra retrieval e cache?

Procediamo con ordine, iniziando dalle basi.

Cos’è RAG (Retrieval-Augmented Generation)

Retrieval-Augmented Generation (RAG) è un paradigma in cui un modello di linguaggio estende la propria conoscenza ricercando informazioni aggiuntive al momento della generazione della risposta. Il flusso tipico di RAG coinvolge diversi step:

  • Embedding della query: la domanda dell’utente viene convertita in una rappresentazione vettoriale (embedding), catturandone il significato semantico.

  • Ricerca nel database vettoriale: questo vettore di query viene usato per cercare similarità all’interno di un database di conoscenza pre-indicizzato (spesso un vector store contenente documenti rappresentati a loro volta come vettori). Si identificano così i documenti più rilevanti rispetto alla query. In pratica, il sistema fa una ricerca semantica: non cerca solo parole chiave, ma contenuti dal significato affine alla domanda.

  • Recupero dei documenti pertinenti: i migliori risultati di questa ricerca – tipicamente alcuni paragrafi o frammenti di documenti – vengono recuperati. Per migliorare la qualità, spesso si applicano algoritmi di re-ranking (riordinamento) per filtrare e ordinare i documenti in base alla loro effettiva rilevanza. Questo riduce il “rumore” e assicura che il modello riceva solo informazioni utili, mitigando il rischio di allucinazioni (ovvero dettagli inventati dovuti a contesto fuorviante).

  • Costruzione del prompt con contesto: i documenti recuperati vengono poi aggiunti al prompt del modello, tipicamente formulando qualcosa come: “Ecco alcuni contenuti rilevanti: [documenti]. Ora rispondi alla domanda: [query utente]”. In questo modo, il modello dispone di conoscenza fresca e mirata mentre genera la sua risposta.

  • Generazione della risposta: il modello di linguaggio (LLM) elabora il prompt aumentato dal contesto e produce una risposta che integra sia le informazioni apprese durante l’addestramento sia i dettagli pertinenti appena recuperati. In altre parole, RAG fa sì che l’LLM abbia sempre informazioni aggiornate e contestuali: il modello funge da “cervello”, mentre il modulo di retrieval funge da “memoria esterna” a cui attingere all’occorrenza.

Questo processo permette ai sistemi RAG di essere dinamici e aggiornati. Se domandiamo a un assistente RAG qualcosa su un evento accaduto dopo il periodo di addestramento del modello, esso può cercare in tempo reale tra le fonti più recenti e includerle nella risposta. In tal senso, RAG “collega” il modello a un motore di ricerca specializzato. I risultati sono spesso impressionanti: risposte contestualizzate e ricche di dettagli puntuali.

RAG però non è privo di sfide e possibili problematiche. Ogni ricerca introduce una certa latenza, poiché bisogna eseguire query sul database esterno, aspettare i risultati e comporre il prompt​: la qualità finale dipende in larga misura da ciò che viene recuperato. Se il modulo di retrieval sbaglia mira (ad esempio selezionando un documento non pertinente o obsoleto), anche la risposta del modello ne risente. Gestire un sistema RAG significa mantenere sia il modello linguistico sia l’infrastruttura di ricerca: un’architettura più complessa, con componenti da indicizzare, aggiornare e monitorare​.

Cos’è CAG (Cache-Augmented Generation)

Cache-Augmented Generation (CAG) è un approccio recente che cerca di semplificare e velocizzare l’integrazione di conoscenza nei modelli linguistici, sfruttando i loro contesti estesi e una sorta di “memoria interna” cache. L’idea di fondo è: perché andare a cercare informazioni ogni volta (come fa RAG) se possiamo caricare tutto in anticipo?. Con CAG, si mette “in cache” la conoscenza rilevante, in modo che il modello ce l’abbia già a disposizione al momento del bisogno.

Ecco come funziona, per step:

  • Pre-caricamento del contesto: prima che l’utente ponga una domanda, si raccolgono tutti i documenti e le informazioni che potrebbero servire a rispondere in un dato dominio. Questa collezione di conoscenza (chiamiamola D) viene curata e ridotta a una dimensione gestibile, in modo che possa rientrare nella finestra di contesto del modello. Ad esempio, se stiamo costruendo un assistente per il supporto clienti di una certa azienda, potremmo raccogliere il manuale dei prodotti, le FAQ e le linee guida di assistenza. L’insieme D deve essere sufficientemente ristretto e rilevante (non includiamo tutto Wikipedia, ma solo ciò che serve per le query previste) e statico (cioè non cambia di continuo).

  • Creazione della cache KV (Key-Value): i documenti pre-caricati vengono forniti al modello in un’unica grande sessione di inferenza. In pratica, si effettua una chiamata all’LLM passando tutto il testo di D (formattato opportunamente, ad esempio come contesto in un prompt di sistema). Il modello processa questo lungo contesto e, così facendo, costruisce delle rappresentazioni interne – i cosiddetti Key-Value pairs (KV) dell’attenzione trasformazionale – che catturano lo stato di conoscenza derivato da D. Queste KV, che sono essenzialmente i “ricordi compressi” del modello su D, vengono salvate come cache. È come se avessimo congelato lo stato mentale del modello dopo aver “letto” tutti i documenti rilevanti.

  • Utilizzo della cache in inferenza: a questo punto il sistema è pronto a rispondere alle domande. Quando l’utente pone una query Q, non c’è bisogno di effettuare una ricerca esterna. Si prende la domanda, la si inserisce nel modello insieme alla cache precomputata, e si avvia la generazione​. Tecnicamente, il modello riceve Q come input successivo ai documenti D già elaborati (la cache funge da contesto persistente). Poiché il modello ha “in mente” tutta la conoscenza caricata, può rispondere immediatamente attingendo a quella base di conoscenza interna. La latenza si riduce drasticamente: l’LLM deve solo concentrarsi sul reasoning (ragionamento) e la formulazione della risposta, non sull’assimilazione di nuovi dati in quel momento.

  • Reset/aggiornamento della cache: col passare del tempo o dopo diverse domande, la cache potrebbe crescere (ad esempio includendo anche le query già poste come parte del contesto interno). CAG prevede meccanismi per resettare o aggiornare la cache quando serve. Ad esempio, si può troncare la cache per rimuovere i turni di domanda-risposta passati e fare spazio a nuove query, senza dover ricaricare da zero tutti i documenti statici. Se cambia la base di conoscenza (D), bisognerà rigenerare una nuova cache aggiornata – operazione comunque eseguita di rado, ad esempio caricando il nuovo manuale se esce una versione aggiornata.

In poche parole CAG elimina completamente la fase di retrieval dinamico. Il modello opera come se sapesse già tutto ciò che gli serve, perché glielo abbiamo già fatto leggere in anticipo. Questo approccio è diventato praticabile grazie ai recenti LLM capaci di gestire contesti lunghissimi (si pensi ai modelli con finestre di 32K, 100K o persino milioni di token). Questi contesti estesi permettono di inserire decine e decine di pagine di conoscenza direttamente nel prompt. Ad esempio, Llama 3.1 70B supporta fino a 64K token e modelli come Claude 2 arrivano a 200K – abbastanza per contenere documentazione aziendale, log di supporto o database di FAQ in un colpo solo.

I benefici immediati sono evidenti: zero latenza di retrieval (non c’è attesa perché nulla viene cercato al momento), architettura semplificata (non serve un motore di ricerca interno né pipeline di indicizzazione), minori errori di contesto (si evitano problemi di selezione dei documenti, perché il contesto è predefinito e controllato)​. In scenari dove la base di conoscenza è relativamente stabile e circoscritta, CAG può risultare sorprendentemente efficace e coerente. Esperimenti e studi recenti hanno mostrato che, su certi benchmark di QA, CAG può eguagliare se non superare RAG in accuratezza, proprio perché elimina gli errori dovuti a retrieval sub-ottimali.

Il rovescio della medaglia è che CAG richiede che l’intero corpo della discussione stia nel contesto del modello e sia definito a priori. Se una query esula dal perimetro di quella conoscenza pre-caricata, il modello non potrà recuperare altro e potrebbe fallire (ad esempio, chiedendo qualcosa non contenuto nei documenti caricati, l’LLM finirà per inventare o ammettere di non sapere). Inoltre preparare la cache KV ha un costo computazionale non banale, anche se lo si fa solo una tantum. CAG brilla quindi in casi statici e ripetitivi, mentre è meno adatto in scenari dove i dati cambiano di continuo o la varietà di domande possibili è molto ampia rispetto al contesto pre-caricato.

Confronto tra RAG e CAG: vantaggi e svantaggi

Entrambi gli approcci presentano punti di forza e debolezze. La scelta dipende dal contesto d’uso e dai vincoli del progetto (dimensioni della conoscenza, necessità di aggiornamenti, requisiti di latenza, ecc.). Ecco un confronto diretto che aiuta a comprendere meglio quando conviene usare RAG o CAG.

  • Gestione della conoscenza:

    • RAG: Recupera conoscenza in tempo reale da fonti esterne ampie. Ideale per attingere a database enormi o in continuo aggiornamento (es. notizie, documenti in evoluzione) senza doverli caricare integralmente nel modello. La conoscenza resta esterna al modello e viene integrata “on demand”.

    • CAG: Richiede di pre-selezionare e caricare in blocco tutti i dati rilevanti. Funziona meglio quando il dominio informativo è ben definito e limitato in dimensioni, così che tutto ciò che serve possa essere messo in cache nel modello. La conoscenza diventa parte del contesto interno del modello durante l’inferenza.

  • Velocità e latenza:

    • RAG: Introduce una latenza aggiuntiva per via della fase di ricerca e recupero. Ogni domanda può richiedere centinaia di millisecondi (o più) solo per il retrieval, prima ancora di generare la risposta​. In applicazioni real-time questo può essere un collo di bottiglia, soprattutto se le query sono frequenti.

    • CAG: Offre risposte quasi istantanee poiché elimina completamente il passaggio di ricerca. In alcune implementazioni, CAG risulta decine di volte più veloce di RAG proprio grazie all’assenza di overhead di retrieval. È indicato per applicazioni dove la rapidità è critica e non si può attendere il risultato di una query esterna.

  • Accuratezza e affidabilità:

    • RAG: La correttezza della risposta dipende dall’efficacia del motore di ricerca sottostante e dal ranking dei documenti. Se vengono recuperate informazioni non pertinenti o superate, il modello potrebbe fornire risposte scorrette o incoerenti con la query. C’è inoltre il rischio di mescolare contesti diversi se la query attiva documenti eterogenei (“frammentazione della conoscenza”).

    • CAG: Utilizza un contesto predefinito e validato, riducendo la probabilità di errori dovuti a informazioni irrilevanti. Le risposte tendono a essere più consistenti, perché il modello lavora su un blocco di conoscenza coeso e pensato ad hoc​. Di contro, se la base pre-caricata contiene inesattezze o manca di qualche informazione, tutti gli output ne risentiranno (il modello non può “uscire” da quella conoscenza).

  • Complessità del sistema:

    • RAG: Richiede un’architettura più articolata. Bisogna predisporre un indice (ad es. un database vettoriale), gestire l’aggiornamento dei documenti, implementare meccanismi di ricerca e ranking, oltre a orchestrare il tutto con il modello generativo​. Questa complessità si traduce in maggiori costi di sviluppo e manutenzione: c’è più che un semplice LLM da tenere in funzione.

    • CAG: Snellisce l’architettura eliminando del tutto il modulo di retrieval. Servono certamente risorse computazionali robuste per gestire contesti estesi, ma la pipeline concettuale è più lineare (carica contesto una tantum → genera risposte)​. Meno componenti significa anche meno punti di guasto: ad esempio, un sistema CAG non rischia errori dovuti a un indice non aggiornato o a una chiamata API esterna fallita.

  • Casi d’uso ideali:

    • RAG: È la scelta obbligata quando la base di conoscenza è enorme, volatile o in costante crescita – pensiamo a motori di ricerca web, assistenti su contenuti di attualità, o knowledge base aziendali con migliaia di documenti che cambiano ogni giorno. RAG eccelle anche quando il modello deve poter rispondere a domande completamente nuove attingendo da fonti eterogenee non prevedibili a priori. In breve, ogni volta che non possiamo caricare tutto il sapere dentro il modello, RAG viene in nostro soccorso.

    • CAG: Brilla in scenari con conoscenza delimitata e relativamente stabile. Ad esempio, un chatbot di supporto per un prodotto specifico, dove l’insieme di possibili domande è noto e coperto da un manuale di poche centinaia di pagine; oppure un assistant interno che deve fare riferimento a un corpus statico (policy aziendali, procedure interne, manuali tecnici) che viene aggiornato raramente. In tali casi, pre-caricare queste informazioni e tenerle in cache consente risposte rapidissime e affidabili, senza l’onere di mantenere un sistema di ricerca complesso.

Praticamente non c’è un “vincitore” assoluto: RAG e CAG sono due strumenti diversi per esigenze diverse. Anzi possono (ed in molti casi devono) persino lavorare insieme in architetture ibride.

Esempi pratici d’uso

Per concretizzare le differenze che ho descritto (e nemmeno tutte), ho buttato giù alcuni esempi di applicazione su cui ultimamente ho lavorato differenziando l’utilizzo di RAG o CAG (o entrambi) e come possano essere utilizzati.

  • Chatbot su knowledge base statiche: un assistente virtuale per le FAQ di un sito web o il manuale di un elettrodomestico. Le domande degli utenti rientrano tipicamente in un ambito ristretto (il dominio del prodotto). Qui CAG è una scelta eccellente: il manuale e le FAQ possono essere caricati interamente nel contesto del modello, che fornirà risposte immediate e precise senza dover cercare altrove. La coerenza è alta, perché il modello risponde solo in base a informazioni ufficiali pre-caricate, eliminando deviazioni. Se però la knowledge base è in continuo aggiornamento, si potrebbe adottare un approccio ibrido: rigenerare la cache CAG ogni giorno con le nuove informazioni, o integrare una componente RAG per gestire eventuali domande fuori scope.

  • Assistenti interni aziendali: un assistente AI che aiuta i dipendenti a reperire procedure, policy HR, linee guida legali, ecc. In un’azienda grande, questi documenti possono essere numerosi e aggiornati periodicamente. Si può adottare RAG per mantenere l’assistente sempre aggiornato: ogni volta che un dipendente chiede qualcosa, l’LLM recupera gli ultimi documenti rilevanti dal repository aziendale (intranet, database documentale) e formula la risposta. Ciò garantisce che anche se ieri è uscita una nuova procedura, oggi l’assistente la possa già citare. In aziende più piccole, o per ambiti specifici (es. documentazione di onboarding), CAG può invece fornire maggiore velocità: caricando in anticipo tutto il manuale dipendente e le policy, l’assistente risponde in un lampo, risultando molto reattivo nelle conversazioni.

  • Code assistant (assistenti per programmatori): un assistente AI che aiuta a scrivere codice o risolvere bug. Deve poter accedere a documentazione API, esempi di codice, e magari al codice base del progetto. Due strategie emergono: con RAG, l’assistente potrebbe effettuare ricerche nel repository del codice per trovare le funzioni o i file pertinenti alla domanda (es. “cerca dove è definita questa classe e includi quel snippet come contesto”). Oppure cercare nella documentazione ufficiale online per fornire dettagli sull’uso di una libreria. Con CAG, se il progetto è di dimensioni moderate, si potrebbe precaricare l’intero codice (o i componenti chiave) nella finestra di contesto: l’LLM avrebbe così “letto” tutto il codice base e potrebbe ragionare sulle domande del programmatore conoscendo già l’architettura del software. In pratica, diventerebbe un collega sviluppatore che conosce a memoria il codice. In casi reali, una combinazione è ideale: RAG per cercare informazioni su librerie esterne o porzioni di codice molto grandi, e CAG per mantenere in cache i file fondamentali con cui l’assistente interagisce continuamente.

  • Knowledge base dinamiche (news, ricerche scientifiche, ecc.): per assistenti personali che ti aggiornano sulle notizie quotidiane, o un sistema che risponde a domande su ricerche scientifiche recentissime, la conoscenza è troppo ampia e in costante rinnovo. Qui RAG è praticamente d’obbligo. Un assistant sulle news userà RAG per cercare gli articoli del giorno relativi alla domanda posta (es. “ultimi sviluppi del mercato X”) e offrirà un riassunto pescando da più fonti. Un sistema CAG in questo scenario rischierebbe di essere obsoleto non appena la cache viene caricata, a meno di aggiornarla ogni minuto (cosa impraticabile). D’altro canto, RAG ben progettati possono includere tecniche di re-ranking e filtri temporali per assicurare che le fonti recuperate siano rilevanti e recenti. L’utente finale ottiene così risposte attuali e dettagliate, con la consapevolezza delle fonti utilizzate.

Modelli ibridi e tecniche emergenti

È chiaro che RAG e CAG non si escludono a vicenda, come ho detto, anzi possono essere usati in tandem per sfruttare il meglio di ciascuno. Immaginiamo, per esempio (già descritto brevemente sopra), un assistente intelligente per una grande azienda: il volume di conoscenza totale intranet, documenti, wiki, ecc.) è enorme, ma un singolo dipartimento ha una documentazione specifica più limitata. Un approccio ibrido potrebbe funzionare così: il sistema usa RAG per fare una prima selezione di documenti rilevanti tra migliaia (es. cerca tutte le policy attinenti alla domanda dell’utente), poi prende questi risultati (diciamo i top 5 documenti trovati) e li pre-carica in un contesto esteso facendone una sorta di mini-cache CAG per quel turno di conversazione. In seguito, l’LLM risponde sfruttando questa cache locale, magari permettendo anche domande di follow-up senza dover rifare la ricerca da zero. In pratica, RAG fornisce il perimetro del sapere e CAG offre il ragionamento veloce all’interno di quel perimetro. Questo può essere utile anche per il multi-hop reasoning: se per rispondere a una domanda servono informazioni provenienti da diversi documenti, RAG li recupera tutti e CAG – avendoli in memoria contemporaneamente – può sintetizzare una risposta unitaria, cosa difficile se le fonti fossero usate una alla volta.

Un altro ambito di complementarità è la gestione sessione in chatbot conversazionali. Un sistema potrebbe usare RAG per recuperare conoscenza all’avvio di una conversazione o al primo quesito su un certo argomento; dopodiché le informazioni chiave vengono mantenute nel contesto (cache) per i turni successivi, evitando ulteriori query a meno che non si cambi argomento. Questo approccio misto riduce le chiamate di retrieval e quindi la latenza, senza rinunciare alla flessibilità di attingere a nuovi dati quando necessario.

Oltre alla combinazione RAG+CAG, vale la pena menzionare alcune tecniche emergenti che rafforzano questi sistemi:

  • Re-ranking avanzato: Già citato in ambito RAG, il re-ranking si sta evolvendo con modelli di apprendimento dedicati (es. cross-encoder neurali) che ordinano i documenti non solo per somiglianza con la query ma per effettiva probabilità di contenere la risposta. Questo migliora drasticamente la qualità del contesto fornito al modello generativo. Un RAG con un buon re-ranking può permettersi di recuperare più documenti (per sicurezza) sapendo poi filtrare quelli utili. Anche in sistemi ibridi, un re-ranking può selezionare quali documenti passare alla fase CAG.

  • Segmented summarization (riassunto segmentato): Quando si hanno testi lunghissimi, una strategia è segmentarli in parti più piccole, riassumere ciascuna parte separatamente, e infine combinare i riassunti. Questa tecnica è preziosa se la finestra di contesto del modello non è abbastanza grande da contenere tutto il testo originale. In un pipeline ibrido, si potrebbe usare un modulo RAG o un modulino di summarization per accorciare i documenti (pur mantenendo i concetti chiave) prima di caricarli nella cache CAG. Così, anche se un documento eccede i limiti, il sistema lo condensa e riesce comunque ad includerlo. Inoltre, la summarization segmentata aiuta a mantenere la coerenza: suddividendo per argomento, ci si assicura che ogni parte sia compresa bene dal modello, riducendo il rischio che informazioni importanti vadano perse o che il modello si confonda a causa di dettagli superflui. È una specie di divide et impera applicato alla comprensione di testi lunghi.

  • Modelli ibridi neuro-simbotici: Uno scenario in esplorazione è combinare le capacità neurali dei LLM con strutture più simboliche o basi di conoscenza strutturate. Ad esempio, un sistema potrebbe usare RAG per interrogare una base di conoscenza grafica o un database SQL per informazioni factuali precise, mentre usa CAG per mantenere nel contesto altri dati testuali. Oppure, come proposto da alcuni ricercatori, utilizzare RAG per la conoscenza e un modello specializzato separato per la reasoning chain, orchestrando i due. Anche se andiamo oltre lo scopo di questo articolo, queste idee mostrano come RAG e CAG siano tasselli componibili in architetture più complesse, non silos isolati.

La complementarità tra RAG e CAG apre possibilità interessanti. Possiamo progettare sistemi su misura, scegliendo di volta in volta l’approccio più adatto o fondendoli in soluzioni multi-fase. Ad esempio, un assistant potrebbe usare RAG per “documentarsi” su un argomento e poi passare in modalità CAG per discussioni approfondite su quanto appreso, fornendo sia freschezza di informazioni che fluidità conversazionale.

Cercare o Ricordare, questo è un dilemma? No.

Il Retrieval-Augmented Generation e il Cache-Augmented Generation rappresentano due elementi interessanti di progettazione dei sistemi AI conversazionali e di question answering: da una parte la potenza di un modello linguistico connesso a un vasto mondo di informazioni esterne (RAG), dall’altra l’efficienza di un modello che porta con sé, nel proprio “zaino” contestuale, tutto il sapere necessario (CAG).

Questi approcci, lungi dall’essere mere sigle, incarnano a mio avviso filosofie diverse: cercare vs ricordare. RAG eccelle , come abbiamo visto, nel permettere ai modelli di restare aggiornati e versatili, ampliando continuamente i propri orizzonti tramite il retrieval. CAG, al contrario, trae forza dalla continuità interna, trasformando un LLM in una sorta di enciclopedia specialistica portatile, rapida e focalizzata. I loro vantaggi e svantaggi si bilanciano a vicenda – dove uno è debole, spesso l’altro è forte. Per questo, più che competere, RAG e CAG possono collaborare: uniti in architetture ibride, promettono sistemi AI capaci sia di imparare all’istante sia di rispondere in un lampo.

Ci deve implementare deve aver chiaro quindi il punto: non esiste una soluzione unica per l’generazione aumentata da AI. Bisogna valutare la natura dei dati e delle domande del proprio dominio, il processo e il risultato atteso. Se il vostro assistant deve sapere sempre l’ultima novità, RAG sarà il vostro alleato fedele. Se invece avete un tesoro di conoscenza ben delineato da sfruttare fino in fondo, CAG vi darà prestazioni sbalorditive. E se volete il meglio dei due mondi, sperimentate con approcci ibridi, re-ranking intelligente e tecniche di summarization – i mattoni ci sono, tocca a voi combinarli con creatività.

La sinergia tra recupero e memoria interna sta ridisegnando il modo in cui i modelli dialogano con la conoscenza. Siamo solo agli inizi di progetti di questo tipo. Proprio come un bravo artigiano digitale, possiamo ora scegliere se dare al nostro modello un potente motore di ricerca, una memoria enciclopedica pre-caricata, o magari entrambi. Il futuro dell’AI conversazionale sarà scritto da chi saprà orchestrare al meglio queste possibilità, creando esperienze utente sempre più fluide, informate e straordinariamente veloci. In fondo, che si tratti di sfogliare un libro al volo o di ricordare tutto a memoria, l’obiettivo finale è lo stesso: fornire all’utente la miglior risposta possibile, nel minor tempo possibile. RAG e CAG sono due strade diverse per raggiungere questa vetta – sta a noi decidere quale sentiero, o combinazione di sentieri, prendere.

Prompt-Chaining: tagliare (il prompt) l’elefante a pezzi e ragionare per passi

Negli ultimi mesi ho seguito e condiviso con attenzione il lavoro di  Nicola Mattina, che attraverso l’implementazione del progetto #Serena (di cui vi parlerò ancora), sta esplorando in modo sperimentale continuo l’interazione uomo-macchina: il prompt chaining.

I suoi post, in particolare uno degli ultimi che riporto qui, mi hanno spinto a riflettere sul fatto che il prompt chaining non è solo una tecnica per “istruire meglio” l’AI, ma può diventare una vera e propria architettura cognitiva. Un modo per strutturare il pensiero delle (e con le) macchine, in modo simile a come strutturiamo il nostro.

Da questo spunto nascono le seguenti righe che condivido qui sotto, ad integrazione del lavoro di Nicola, ossia una breve riflessione sulle potenzialità del prompt chaining, in particolare nella progettazione di contenuti educativi, ma con uno sguardo più ampio su cosa può rappresentare per chi, come molti di noi, lavora con strumenti generativi in contesti strategici o formativi.

Prima di tutto cos’è il Prompt Chaining

In parole semplici, prompt chaining significa collegare insieme più prompt in sequenza, facendo sì che l’output di un prompt diventi l’input del successivo . Invece di chiedere a un modello linguistico di svolgere un compito complesso tutto in una volta, lo si scompone in passi più piccoli e gestibili, rendendo più efficiente l’elaborazione, l’accuratezza ed il consumo sottostante che viene impiegato per elaborare la richiesta.

Per capirci, come succederebbe nella relazione umana, invece di dire ad un copywriter “Scrivimi l’articolo sull’AI” creando la condizione per cui l’interlocutore deve decidere a cosa dare priorità, su quali argomenti soffermarsi e ottimizzare il tempo a disposizione, si chiede qualcosa di più specifico, più nel dettaglio, progressivamente sempre più in profondità, raffinando il concetto.

Ogni prompt nella catena dei prompt si concentra su un sotto-compito specifico, mantenendo il contesto e guidando il modello passo dopo passo . Questo processo iterativo permette all’AI di affrontare compiti complessi in modo più efficace, migliorando accuratezza e coerenza delle risposte .

“Eh, ma Chat è stupido…”

Quando mi sento dire “Eh ma Chat è stupido, mi risponde con testi banali“, spesso rispondo che è normale perchè cosicome esistono principi di LIFO, FIFO e via dicendo, nell’ai più che mai esiste anche il MIMO ossia Merd-In Merd-Out (o come direbbero i fighi Shit-in Shit Out).

Se chiediamo all’AI di scrivere un intero report in un solo prompt, otterremo con molta probabilità un risultato superficiale, disorganizzato o incoerente. Perché? Perché il modello deve fare tutto in una volta sola: strutturare, scrivere, sintetizzare, scegliere priorità, tono e contenuti, senza una guida chiara. È come chiedere a qualcuno di cucinare una cena gourmet mentre corre una maratona. Serve ordine, energia e tempo – ma se tutto viene concentrato in un colpo solo, il risultato ne risente.

Con il prompt chaining, invece, possiamo scomporre il compito in step successivi. Prima chiediamo un elenco dei punti chiave, poi sviluppiamo ciascun punto in un paragrafo, infine rivediamo e affiniamo il testo. Ogni fase prepara la successiva, mantenendo un filo logico chiaro. Questo approccio non solo aiuta l’IA a produrre contenuti migliori, ma ottimizza anche il modo in cui consuma le sue risorse.

Ogni interazione con un modello AI, infatti, utilizza dei token: piccole unità che rappresentano parole, punteggiatura e spazi. Ogni prompt e ogni risposta consumano token, e ogni modello ha un limite massimo oltre il quale inizia a “dimenticare” o a perdere contesto: è la cosiddetta finestra di contesto. Se proviamo a incastrare troppa roba in un solo prompt, superiamo questo limite e il modello rischia di produrre un risultato povero o scollegato.

Qui si nota una differenza concreta tra chi usa la versione Free di ChatGPT (basata su GPT-3.5, con un limite di circa 4.000 token, cioè poche pagine di testo complessivo) e chi ha attivato la versione Plus, che usa GPT-4-turbo, in grado di gestire fino a 128.000 token – l’equivalente di un libro intero. Con GPT-4, quindi, possiamo costruire catene di prompt molto più lunghe, mantenendo la coerenza del discorso e una memoria estesa.

È come viaggiare con un’auto che ha un serbatoio piccolo (GPT-3.5) o con una che può contenere molta più benzina (GPT-4): entrambe ti portano a destinazione, ma nel primo caso dovrai fermarti spesso e ridurre il carico, nel secondo puoi affrontare tragitti più lunghi, con meno compromessi e migliori prestazioni.

Oltre l’ingegneria dei prompt

Il prompt chaining non è solo un modo “furbo” di scrivere prompt, ma si avvicina a una forma di architettura cognitiva. In pratica stiamo progettando la struttura del ragionamento dell’IA. Come un architetto progetta l’organizzazione di un edificio, chi utilizza il prompt chaining progetta come l’IA suddivide e affronta un problema. Ricorda il modo in cui noi umani affrontiamo compiti complessi: li dividiamo in step, li risolviamo uno per uno, e infine uniamo tutto. Allo stesso modo, il chaining fa sì che il modello di AI “pensi ad alta voce” attraverso passaggi intermedi, mimando un processo cognitivo umano .

Non a caso, ricercatori e sviluppatori vedono queste catene di prompt come elementi di agenti AI più evoluti. In diversi studi e articoli si nota che aggiungere flussi di controllo interni come il prompt chaining ai modelli linguistici porta a una nuova generazione di “agenti” IA, capaci di ragionare e interagire in modo più strutturato . In altre parole, concatenare prompt è un modo per orchestrare la cognizione dell’AI: stiamo dando al modello un percorso da seguire, un po’ come una scaletta mentale. Questo approccio apre le porte a sistemi AI più affidabili e “pensanti”, anziché limitarsi a mere scatole nere che sputano fuori una risposta senza farci capire il come e il perché.

Scomporre i problemi per soluzioni migliori

“Perché spezzettare un compito aiuta l’AI a produrre risultati migliori?” mi chiedono spesso in aula. I motivi sono intuitivi. Innanzitutto, ogni parte del problema riceve attenzione dedicata: affrontando un passo alla volta, il modello può dedicare più risorse cognitive a ciascun aspetto, senza essere sopraffatto dalla complessità generale . Questo porta a risposte più complete e approfondite su ogni sotto-tema, migliorandone la qualità complessiva .

In secondo luogo, il prompt chaining aumenta la coerenza e il mantenimento del contesto: ogni prompt successivo eredita le informazioni dai precedenti, evitando che l’AI “dimentichi” dettagli importanti lungo il percorso . Questo è cruciale, ad esempio, quando si crea una narrazione o un progetto articolato, perché garantisce che tutte le parti “parlino la stessa lingua” e si integrino bene.

Un altro vantaggio è la maggiore trasparenza del ragionamento. Richiedendo all’AI di mostrare passo dopo passo il processo (ad esempio elencando ragionamenti o calcoli intermedi), diventa più facile per noi umani seguire il filo logico e capire come si è arrivati a una certa conclusione. Questa tracciabilità (tema che affronterò in modo dedicato in un altro post) non solo aumenta la fiducia nell’output — possiamo vedere perché l’AI suggerisce X invece di Y — ma ci consente anche di individuare eventuali errori logici in itinere.

Infatti, suddividendo il problema, possiamo correggere il tiro a metà strada se notiamo che l’AI sta deviando: il chaining facilita l’isolamento di quale passo ha generato un errore, semplificando interventi e debug. È lo stesso principio su cui si basano i nuovi modelli di AI avanzati, come GPT-4 o Claude Opus, che stanno iniziando a integrare forme esplicite di reasoning interno, strutturato in catene di pensiero (chain-of-thought reasoning), per spiegare le decisioni che prendono. Il prompt chaining è oggi uno strumento manuale per ottenere ciò che i modelli di domani inizieranno a fare da soli: pensare per passaggi visibili e controllabili (e quindi revisionabili).

Infine, questo approccio metodologico aiuta a mitigare i limiti pratici dei modelli. I modelli linguistici hanno una finestra di contesto limitata (una quantità massima di testo che possono gestire alla volta); fornire tutte le istruzioni in un unico prompt lungo può essere inefficace o impossibile. Con una catena di prompt, in sinstesi, si alimenta gradualmente l’informazione restando nei limiti, senza perdere il contesto e allo stesso tempo, si riduce il rischio di allucinazioni fuori tema, mantenendo il modello concentrato su un sub-compito alla volta e reintegrando il contesto ad ogni passo.

Praticamente in questo modo abbiamo una AI sempre “sul pezzo” e le facciamo evitare divagazioni fantasiose.

Progettare un corso con l’AI passo dopo passo

Per rendere concreto tutto questo, immaginiamo di utilizzare il prompt chaining per un compito manageriale comune: progettare un corso di formazione o creare contenuti didattici strutturati.

Invece di chiedere subito all’AI “Scrivi il programma dettagliato di un corso su X”, potremmo procedere per fasi:

  1. Definire l’obiettivo e il pubblico: In un primo prompt, chiediamo al modello di delineare gli obiettivi formativi del corso X e di identificare il pubblico target (es. principianti, livello avanzato, ecc.). Questo stabilisce il contesto e la direzione generale.

  2. Creare un elenco di moduli/lezioni: Con gli obiettivi chiari, un secondo prompt potrebbe chiedere una struttura a moduli o lezioni chiave del corso. L’AI proporrà, ad esempio, 5-10 moduli tematici in sequenza logica.

  3. Dettagliare i contenuti di ciascun modulo: Per ogni modulo individuato, possiamo generare a catena un ulteriore prompt che ne chiede i dettagli: concetti da coprire, esempi pratici, esercitazioni o casi di studio da includere.

  4. Sviluppare materiali o approfondimenti: Una volta approvata la struttura, ulteriori prompt possono concentrarsi sulla creazione di contenuti specifici – ad esempio, “Genera una dispensa introduttiva per il Modulo 1” o “Suggerisci 3 domande quiz per verificare l’apprendimento nel Modulo 2”. Così, gradualmente, si popola l’intero corso.

  5. Revisione e rifinitura: Infine, si può usare un prompt conclusivo per fare un check generale, ad esempio “Rivedi il syllabus completo del corso e verifica che il linguaggio sia adatto a [pubblico target] e coerente in tutti i moduli”. Oppure chiedere un riepilogo executive da presentare al team.

Ad ogni passo, l’output dell’AI alimenta il passo successivo. Il risultato finale è molto più ricco e strutturato di quello ottenibile con un singolo prompt generico. Chi ha sperimentato questo approccio nota che “pensare in catene, anziché tentare il colpo grosso con un solo prompt di quelli da fanta-guru-brillante, ha segnato un punto di svolta e ha raggiunto un goal in modo più preciso” . In altre parole, il prompt chaining aiuta l’AI a seguire un filo logico simile a come lo seguirebbe un istruttore umano, con il vantaggio di poter generare rapidamente contenuti per ogni punto del programma.

Questo approccio non è utile solo per corsi ovviamete: qualunque progetto che richieda output complessi e ben organizzati (dai piani strategici, alla stesura di rapporti articolati, fino alla ricerca di mercato) può trarre beneficio da una suddivisione in prompt sequenziali. Il bello è che il controllo rimane all’utente umano: possiamo intervenire tra uno step e l’altro, aggiustare il tiro o inserire input aggiuntivi, guidando l’IA come faremmo con un collaboratore umano.

Ma non è lo stesso che chiedere “approfondisci”?

Una domanda legittima è: “Ma non è la stessa cosa di quando scrivo un prompt generico e poi chiedo all’AI di approfondire o usare Deep Research”. La risposta è no, non è la stessa cosa — né per approccio, né per controllo, né per qualità del ragionamento.

Quando chiediamo a un’AI “approfondisci questo punto” o “fammi un elenco di motivi”, stiamo delegando completamente al modello la scelta di cosa approfondire, in che ordine e con quale criterio. L’AI fa del suo meglio in base al contesto ricevuto, ma decide lei come interpretare la richiesta e cosa restituire. È un approccio reattivo, utile ma passivo.

Nel prompt chaining, invece, è l’utente a guidare attivamente e intenzionalmente il processo: decide in anticipo i passi, li struttura in modo progressivo e ne controlla coerenza e profondità. Ogni sotto-domanda è pensata come parte di un flusso, e l’output di ciascun passaggio è validato prima di passare al successivo. In altre parole, il chaining costruisce un ragionamento architettato, mentre l’approccio a “prompt singolo + follow-up” si limita a inseguire l’output, senza reale regia.

Questo è il punto di contatto e insieme di differenziazione rispetto ai nuovi modelli con reasoning interno automatizzato, che iniziano a generare da soli le domande intermedie, gli step di verifica o gli scratchpad (una specie di taccuino mentale in cui “annotano” i passaggi logici). In quel caso l’AI sta simulando un flusso cognitivo autonomo, ma resta comunque opaco all’utente se non viene esplicitato. Il prompt chaining, invece, porta alla luce il processo, lo rende trasparente, ispezionabile e — cosa non da poco — intervenibile.

Chiedere “approfondisci” è come affidare un tema all’AI e sperare che interpreti bene la traccia. Il prompt chaining è come costruire insieme all’AI una scaletta, definire ogni paragrafo e correggere lungo il percorso. È la differenza tra reattività e progettualità.

Strumenti e casi emergenti

Il concetto di prompt chaining si è diffuso così rapidamente che sono nati strumenti e framework dedicati. La libreria open-source LangChain ne è un esempio e permette agli sviluppatori di creare facilmente pipeline di prompt collegate, integrando anche memoria esterna e chiamate a strumenti, per costruire agenti AI sofisticati. Esistono anche altre piattaforme più user friendly come Voiceflow e altre soluzioni no-code che offrono interfacce visuali per orchestrare conversazioni multi-turno e flussi di prompt, così che anche chi non programma possa progettare l’interazione step-by-step.

All’inizio del boom di ChatGPT, alcuni esperimenti come AutoGPT hanno mostrato il potenziale di un’AI che autonomamente insegue un obiettivo tramite una sequenza di azioni e sottocompiti. In pratica AutoGPT crea i propri prompt in catena per raggiungere un fine assegnato, simulando un agente quasi “autonomo”. Questi esempi, seppur embrionali, dimostrano la potenza dell’idea: spezzando i problemi e pianificando i passi, l’AI può affrontare anche compiti molto articolati. Non sorprende che aziende come OpenAI, Microsoft e altri stiano investendo in queste direzioni, integrando meccanismi di chaining e ragionamento nei loro sistemi .

Stiamo assistendo ai primi passi di una nuova orchestrazione cognitiva, dove l’intelligenza artificiale non è più vincolata a rispondere istantaneamente a un singolo prompt, ma può elaborare un piano d’azione interno prima di fornire la soluzione. Questo è un cambio di prospettiva entusiasmante, perché avvicina l’operato dell’AI a un processo decisionale più umano e strategico.

Perché oggi tutti dovrebbero interessarsene?

Da un punto di vista manageriale e business, il prompt chaining offre risultati più affidabili e raffinati dalle AI, il che può tradursi in decisioni migliori e contenuti di qualità superiore. Ad esempio, nei team di L&D (Learning & Development) o di content marketing, utilizzare l’AI in modalità “a catena” permette di sviluppare corsi, tutorial, documentazione o white paper in maniera organizzata e coerente, riducendo il lavoro di editing successivo. Si passa da un’AI percepita come scatola magica imprevedibile a un’AI vista come collaboratore logico: un assistente che segue un processo, su cui possiamo intervenire in itinere. Ciò aumenta la fiducia nell’utilizzo e ne amplifica il valore nell’operatività quotidiana.

La trasparenza fornita dai passi intermedi è preziosa per la governance dell’AI in azienda: poter spiegare come una macchina ha elaborato un output (grazie ai ragionamenti esposti nella chain) può essere fondamentale per conformità, auditing o semplicemente per convincere gli stakeholder dell’affidabilità di una soluzione AI. In ambito educativo o formativo, come già notato, l’approccio step-by-step “alla insegnante” migliora l’attenzione ai dettagli e l’efficacia pedagogica . Insomma, il prompt chaining unisce il pensiero analitico umano con la velocità di calcolo dell’IA, offrendo il meglio di entrambi i mondi.

Verso un futuro di AI più “umana”

Il prompt chaining rappresenta uno step avanti: da semplici richieste isolate a una collaborazione più strutturata uomo-macchina. Questa metodologia deve farci notare che l’AI può (e deve) essere guidata a pensare per passi, e che spesso la chiave per risultati straordinari sta nel porre le giuste domande nell’ordine giusto. È un campo in rapido sviluppo, con implicazioni che vanno oltre la tecnologia e toccano l’organizzazione del lavoro e la progettazione di conoscenza.

Oltre l’efficienza: l’AI generativa e la trasformazione del lavoro quotidiano

Ogni giorno che passa, vedo l’Intelligenza Artificiale generativa insinuarsi sempre più nelle attività professionali quotidiane. Non si tratta solo di aumentare l’efficienza, ma di ridefinire il modo in cui apprendiamo, progettiamo e prendiamo decisioni. Da imprenditore (e consulente negli ultimi anni su questi temi), ho imparato che l’AI non è una bacchetta magica calata dall’alto: è uno strumento potente da comprendere a fondo e da sfruttare in modo pragmatico.

Che l’adozione dell’AI generativa stia rivoluzionando il lavoro non c’è dubbio, ma dobbiamo sfatare alcuni miti e abbracciare un approccio sperimentale basato sui dati. La collaborazione tra uomo e macchina evolve, ed è importante capire quali impatti trasformativi attendono i modelli di business e le organizzazioni, dalla personalizzazione dei servizi ai nuovi ruoli professionali, fino al modo in cui una organizzazione rivedrà modello completamente i modelli organizzativi e l”integrazione di “competenze specifiche” agentive.

Nuovi modi di imparare, creare e decidere oltre l’efficienza

L’adozione dell’AI generativa sta già andando oltre il semplice risparmio di tempo: sta aprendo nuove modalità di apprendimento, di creatività progettuale e di decision-making informato. Qui di seguito, anche in vista di un workshop che ho settimana prossima, ho buttato giù alcuni esempi quotidiani di come questi strumenti stiano cambiando il nostro modo di lavorare:

  1. Apprendimento e ricerca dinamica: professionisti di ogni settore usano chatbot avanzati come fossero tutor personali o ricercatori instancabili. È possibile approfondire argomenti complessi dialogando con modelli tipo ChatGPT, Perplexity o Claude, che sintetizzano informazioni dal web e dai documenti. Se voglio capire per esempio un caso studio di business o le vicende di un personaggio citato in un talk ispirazionale, posso interrogarne l’AI integrata nella ricerca Internet e ottenere risposte contestuali e approfondite. Questo approccio interattivo all’apprendimento sta sostituendo molte ricerche tradizionali: si pone una domanda, si ottiene una spiegazione, poi si chiedono chiarimenti e dettagli aggiuntivi, in un ciclo rapido di domande-risposte. Immaginiamo un giovane manager che vuole approfondire tecniche di leadership situazionale: con un’AI generativa può esplorare concetti psicologici e consigli pratici in una conversazione, anziché leggere decine di articoli separati. Il sapere diventa più accessibile e personalizzato.

  2. Creatività e progettazione aumentata: designer, architetti, marketer innovativi sfruttano l’AI per generare bozze, schemi e prototipi in pochi istanti. Esistono modelli text-to-image come lo stesso ChatGpt, DALL-E o Midjourney o tanti altri che, fornito un concept, producono visualizzazioni e schizzi utili a ispirare il lavoro creativo. Un designer di prodotto chiede all’AI di immaginare varianti di un concept e ottenere in output immagini o diagrammi da affinare. Allo stesso modo, un team di innovazione può usare l’AI per brainstorming: generare idee di nuovi servizi o campagne marketing a partire da pochi spunti testuali. Questo non significa delegare del tutto la creatività alla macchina, ma ampliare la portata dell’ingegno umano: l’AI fornisce suggerimenti grezzi, l’esperto umano li seleziona e sviluppa quelli vincenti. Si abilitano così processi di progettazione iterativi più rapidi, dove l’umano e l’AI giocano di sponda per arrivare a soluzioni originali.

  3. Comunicazione e linguaggio assistito: nella scrittura professionale l’AI è divenuta, come era ovvio, un’alleata preziosa. Non tanto per scrivere testi interamente al posto nostro (il valore autentico di una voce umana resta fondamentale nel content marketing e nella comunicazione aziendale), bensì come “editor aumentato”. Strumenti come ChatGPT vengono usati per revisionare bozze, ridurre ambiguità e ottimizzare toni e stili. Un imprenditore può ad esempio farsi aiutare dall’AI a controllare se una mail importante risulta chiara e persuasiva, puntuale e priva di bias, chiedendo al modello di evidenziare possibili fraintendimenti o migliorare certe frasi. Allo stesso tempo, le AI generative eccellono nella traduzione contestuale: in azienda ormai si preferisce spesso dare in pasto un paragrafo all’AI chiedendo “come posso esprimere questo concetto in inglese in modo efficace?”, ottenendo traduzioni/adattamenti su misura, spesso migliori dei vecchi traduttori automatici. La capacità di comunicare migliora perché abbiamo un feedback istantaneo e intelligente su tutto ciò che scriviamo, in qualsiasi lingua.

  4. Automazione di task tecnici e ripetitivi: questo è uno dei punti sul tema della produttività che personalmente sto vedendo come enorme beneficio. L’AI generativa sta alleggerendo il carico di lavoro su molti compiti ripetibili o tecnici, permettendo di concentrarsi su attività più strategiche. Un esempio lampante è il coding assistito: sviluppatori software usano strumenti come GitHub Copilot o ChatGPT per generare porzioni di codice, debuggare errori o configurare ambienti, riducendo il tempo speso in ricerche su StackOverflow (non a caso il traffico su forum tradizionali sta calando, segno che molti preferiscono chiedere direttamente all’AI). Questo non elimina la figura del programmatore, ma la potenzia: problemi ostici – ad esempio risolvere un conflitto di dipendenze in un progetto – possono essere inquadrati dall’AI che propone soluzioni, mentre lo sviluppatore mantiene il controllo verificando e integrando il codice suggerito. Altre forme di automazione quotidiana includono la generazione di report, di gestione di dati attraverso strumenti misti di marketing automation ed ai, o ancora slide (per quanto personalmente sia un esteta delle slide fatte a mano): oggi un chiunque può chiedere a un’AI di riassumere dati di vendita in un briefing o persino di creare la bozza di una presentazione, svolgendo in minuti lavori preparatori che avrebbero richiesto ore. Queste automazioni selettive liberano tempo umano prezioso, trasformando l’approccio al lavoro: meno micro-attività manuali, più supervisione e creatività.

  5. Analisi e decision-making data-driven: altro tema che a mio avviso è anche troppo sottovalutato, con l’AI diventano più accessibili anche analisi complesse su dati e scenari decisionali. Strumenti di generative AI addestrati su dati numerici possono esplorare dataset, trovare trend e presentare risultati in linguaggio naturale. Un analista di mercato può interrogare un modello per confrontare le performance di diverse strategie, oppure un appassionato di finanza personale può farsi riassumere dall’AI i bilanci di un’azienda prima di decidere un investimento, o analizzare la distribuzione di un investimento o la riallocazione. Nel mio caso, ho usato più volte Claude (e altri strumenti) per confrontare benchmark, analizzare prodotti, confrontare titoli, o fare ricerche e confronti su tariffe, usando vari prompt iterativi. Certo, serve occhio critico – l’AI a volte commette imprecisioni – ma usata con attenzione diventa un assistente per prendere decisioni più informate e più rapidamente. Molte aziende stanno iniziando a comprenderne il potenziale impatto: integrazioni di AI nei fogli di calcolo e nei BI tools consentiranno sempre più a manager di porre domande in linguaggio naturale (“Quali prodotti hanno avuto la crescita più alta quest’anno e perché?”) ottenendo insight immediati, senza dover attendere lunghe analisi manuali dei data analyst.

Questi casi d’uso, per quanto semplici, dimostrano che l’AI generativa sta rimodellando le nostre abitudini professionali. Non è solo questione di fare più in fretta ciò che già facevamo: spesso permette di fare cose che prima non erano fattibili, o di approcciare i problemi da angolazioni completamente nuove.

Va anche sottolineato che esiste un intero ecosistema di strumenti a supporto di questi nuovi modi di lavorare. Oggi abbiamo AI specializzate per quasi ogni esigenza: modelli di linguaggio generali come ChatGPT di OpenAI (e le sue alternative come Claude di Anthropic, Gemini di Google, o gli assistenti integrati nei motori di ricerca) dominano nella generazione di testi e conoscenza generale .

Per la creatività visiva ci si rivolge a generatori di immagini come Midjourney, DALL-E, Stable Diffusion, o strumenti come Ideogram specializzati in grafica. Nel campo dello sviluppo software proliferano i copilota di programmazione, addestrati su repository di codice, pronti a suggerire soluzioni in ambienti come Visual Studio Code, Cursor e altri. Non manca l’offerta di soluzioni “on premise” per i più esperti: dalle librerie open-source (basate su modelli open come Llama 2) a piattaforme come Ollama che consentono di eseguire LLM locali con modelli distillati.

Non esiste AI per tutto, ma esistono AI per tutto: ma una cassetta degli attrezzi variegata. Un professionista lungimirante oggi combina strumenti diversi a seconda del caso, invece di cercare la soluzione magica universale. E non solo li combina ma li usa, nel modo e tempo corretto, senza innamoramento, passando allo strumento che successivamente darà la miglior resa. Insomma sperimenta.

Dal mito dell’AI “magica” ad un approccio pragmatico e sperimentale

Nonostante questi progressi tangibili, attorno all’Intelligenza Artificiale aleggia ancora una narrazione “magica” e sensazionalistica. Quante volte post di vario genere hanno titolato in modo strillato su AI quasi onniscienti destinate a rimpiazzare l’uomo in un baleno, oppure su catastrofi imminenti degne di fantascienza? Questo mito dell’AI come entità quasi mistica è alimentato sia da hype mediativo sia da timori irrazionali. Ma in qualità di innovatori e ricercatori attivi dobbiamo andare oltre il mito e guardare le cose come stanno: l’AI non è stregoneria, è tecnologia fallibile ma migliorabile.

Adottare un approccio pragmatico significa sporcarsi le mani con gli strumenti, provarli sul campo, misurarne i risultati. Invece di aspettarci miracoli da un algoritmo sconosciuto, dobbiamo capire come funziona, quali dati richiede, quali sono i suoi punti deboli. Chiunque si sia occupato di innovazione e tecnologia sa che ogni nuova tecnologia attraversa una fase di maturazione: l’AI generativa di oggi è potentissima rispetto a pochi anni fa, ma presenta ancora limitazioni (dall’invenzione di fatti inesatti, al bias se i dati di addestramento sono distorti, fino ai costi computazionali non trascurabili). Senza una comprensione concreta di questi aspetti, rischiamo sia di sovrastimare sia di sottostimare l’AI.

Un esempio pratico? Pensiamo all’analisi dati con l’AI citata prima: per arrivare a un risultato affidabile ho dovuto iterare più volte il prompting, ripulendo anomalie e verificando l’output step by step. Non è stato affatto un processo “premi il bottone e magia fatta”; al contrario, ha richiesto spirito sperimentale, capacità critica e adattamento continuo, quasi fosse un dialogo con un giovane analista da istruire e correggere. Questo rispecchia un principio chiave: la GenAI va guidata dall’intelligenza umana. Chi la dipinge come una black box infallibile commette un errore tanto quanto chi la liquida come gioco inutile.

Fortunatamente, iniziano a diffondersi dati e studi che smontano la narrazione magica per restituirci un quadro più realistico. Anthropic ha analizzato milioni di conversazioni utente per capire in quali ambiti la gente utilizza davvero l’AI. Ne è emerso che l’uso effettivo dell’AI si concentra su compiti molto “terra-terra”, con una forte prevalenza di attività come programmazione e scrittura (insieme quasi la metà degli utilizzi ). Altro che scenari fantascientifici… le persone sfruttano l’AI dove serve concretamente, oggi, nel risolvere problemi quotidiani di lavoro. Inoltre, dallo stesso studio arriva un dato a mio avviso illuminante: nel 57% dei casi l’AI è usata per collaborare a un’attività umana, mentre solo nel 43% è delegata ad automatizzare un compito intero . Questo sfata l’illusione di massa di un’AI che lavora in autonomia totale: nella maggior parte degli scenari reali è un partner, non un sostituto completo.

Alla luce di questi elementi, il messaggio è chiaro: per abbracciare davvero l’AI occorre togliersi gli occhiali dell’illusione e adottare un approccio pratico, data-driven. Significa incoraggiare nelle aziende la sperimentazione controllata:

Piccoli progetti pilota per valutare l’impatto degli strumenti AI in specifiche aree, raccolta di metriche di performance, confronto dei risultati con i metodi tradizionali.

Solo così si costruisce una conoscenza solida su cosa funziona e cosa no. Per fare un parallelo, è come passare dall’alchimia alla chimica: meno incantesimi, più metodo scientifico.

Un imprenditore con background tecnico (e ne so qualcosa) sa bene che il valore di una tecnologia si misura sul campo. Se voglio introdurre un assistente AI nel servizio clienti, non mi fido di slide mirabolanti ma faccio un test su una piccola percentuale di chiamate, osservo come reagiscono i clienti, quantifico i tempi di risoluzione e la soddisfazione. Posso così iterare e migliorare il sistema, magari scoprendo che va bene per rispondere a FAQ semplici ma deve passare la mano a un umano per i casi complessi. Questo è un approccio sperimentale e iterativo, diametralmente opposto all’adozione “magica” dove ci si aspetta che la sola implementazione di un’AI porti risultati miracolosi.

Dobbiamo demistificare l’AI, credo sia fondamentale. Riconoscerne le capacità straordinarie ma anche i limiti attuali, e soprattutto capire che il fattore critico di successo risiede nell’uso che ne facciamo. L’AI non sostituisce la visione strategica, i dati solidi e la competenza umana – li amplifica, se usata con giudizio. Chi adotta questa mentalità pragmatica riuscirà a capitalizzare davvero sull’AI generativa, evitando sia le delusioni da aspettative irrealistiche sia il rischio di rimanere indietro ignorando una rivoluzione in atto.

Lavoro aumentato: collaborazione uomo-AI e competenze ibride

Uno degli aspetti più affascinanti ed intriganti dell’AI generativa e di questo momento storico è come sta ridefinendo il rapporto tra tecnologia e lavoro umano. Non stiamo assistendo a un semplice processo di sostituzione automatica, bensì alla nascita di un modello collaborativo uomo-macchina. Si parla spesso di augmented intelligence: l’intelligenza aumentata dove il risultato finale è dato dalla somma delle capacità umane e artificiali.

Abbiamo già visto che in oltre la metà dei casi d’uso l’AI affianca l’uomo anziché agire in autonomia . Questo si traduce in scenari quotidiani molto concreti. Un copywriter oggi lavora fianco a fianco con l’AI: lascia che il modello generi una prima bozza di testo o qualche idea creativa, poi interviene con il suo tocco umano per aggiustare tono, accuratezza e intuito narrativo. Il risultato finale è spesso migliore (e ottenuto più velocemente) di quello che avrebbe potuto fare l’AI da sola o il copywriter da solo. Allo stesso modo un medico radiologo può utilizzare un algoritmo di visione artificiale per evidenziare possibili anomalie in una lastra: l’AI segnala zone sospette, il medico le passa in rassegna una per una applicando la propria esperienza clinica prima di dare la diagnosi definitiva. Due teste – una silicea e una umana – lavorano meglio di una.

Questa collaborazione aumentata richiede però nuove competenze ibride. In passato, ciascun professionista si specializzava nel proprio dominio (il marketer nelle campagne, l’avvocato nei contratti, l’ingegnere nel progetto, etc.), interagendo con strumenti relativamente statici. Oggi invece diventa cruciale saper dialogare con l’AI, guidarla e controllarne i risultati. È la famosa abilità del prompting: formulare le richieste alla macchina nel modo giusto per ottenere output utili. Ma non solo. Servono capacità di valutazione critica dei risultati generati: il professionista deve saper individuare errori o incongruenze nell’output dell’AI (che spesso si presenta con tono sicuro anche quando sbaglia) e correggerli grazie alla propria expertise. In pratica la competenza tecnica si fonde con quella settoriale: nasce il marketer-prompt engineer, l’analista finanziario che padroneggia i modelli predittivi, l’avvocato che conosce i limiti dell’AI nel processing del linguaggio giuridico e la usa per le prime stesure.

Le competenze ibride stanno diventando così importanti che molte aziende le ricercano attivamente. In fase di assunzione già oggi si valuta non solo l’esperienza tradizionale, ma anche l’“AI aptitude” del candidato, ovvero la sua capacità di lavorare efficacemente con strumenti di intelligenza artificiale. In una ricerca Microsoft/LinkedIn, i manager hanno dichiarato che la padronanza dell’AI potrebbe presto pesare quanto gli anni di esperienza nel curriculum . È un cambiamento notevole nei criteri di selezione: chi ha intuito e familiarità nel farsi aiutare dall’AI parte avvantaggiato, perché potenzialmente più produttivo e adattabile alle nuove sfide.

D’altronde, stiamo vedendo emergere ruoli professionali prima impensabili proprio a cavallo tra competenze umane e AI. Il Prompt Engineer è l’esempio più citato, seppur a mio avviso non sarà una figura professionale ma una skill necessaria per molte professionalità (se non tutte) così come saper elaborare prompt e istruzioni per ottenere il meglio dai modelli generativi, soprattutto in contesti dove serve alta precisione. Ci sono poi il Model Trainer o AI Specialist, che all’interno di un’azienda si occupano di istruire i modelli sui dati proprietari e di definire come integrarli nei processi. Anche ruoli classici si stanno evolvendo: l’analista dati diventa AI data analyst quando lavora in tandem con algoritmi di Machine Learning; il designer UX inizia a considerare non solo l’esperienza utente tradizionale ma anche l’interazione uomo-AI; il responsabile del customer service diventa un orchestratore di team ibridi composti da operatori umani e chatbot AI.

È importante notare che l’automazione non avanza in blocco, ma in modo selettivo. I compiti ripetitivi e standardizzati sono i primi candidati a essere delegati interamente alle macchine (ad esempio la classificazione automatica di email, l’instradamento di chiamate, la verifica iniziale di dati). Altri compiti invece rimarranno saldamente in mano umana, magari supportati dall’AI: sono quelli che richiedono creatività, empatia, pensiero critico e contestualizzazione profonda. Questo equilibrio automazione vs intervento umano va calibrato con attenzione. Le aziende più avanti nel processo di ragionamento su questi temi oggi non cercano di rimpiazzare indiscriminatamente i lavoratori con l’AI, bensì di ridisegnare i flussi di lavoro in modo che ogni attività sia svolta dal “cervello” – biologico o artificiale – più adatto. Ne risulta una sorta di automazione aumentata: la macchina fa il grosso in alcuni step, l’uomo supervisiona e aggiunge valore in altri. Uno studio legale può utilizzare  l’AI per compilare una prima bozza di contratto standard raccogliendo clausole da template esistenti, e un avvocato controllerà ogni riga e adatterà le parti delicate alle specificità del cliente.

Per prepararsi a questo futuro del lavoro aumentato, investire nelle competenze ibride del personale è fondamentale. Formazione continua sull’AI per tutti i livelli (dai neolaureati ai dirigenti) è la parola d’ordine nelle organizzazioni vincenti. Non serve che tutti diventino data scientist, ma ciascuno deve essere messo in grado di capire le potenzialità e i limiti delle AI nel proprio ambito, e di collaborarci proficuamente. Chi lo fa godrà di un aumento di produttività significativo: non a caso, un recente Work Trend Index ha rilevato che ben 75% dei knowledge worker globali già utilizza strumenti di AI nel proprio lavoro , segno che chi ha queste skill non aspetta permessi ma abbraccia subito l’aiuto tecnologico.

Per gli altri c’è il rischio di rimanere tagliati fuori: “l’AI non ti rimpiazzerà, ma un professionista che usa l’AI potrebbe farlo” è diventato un mantra che suona ormai in ogni settore.

Business model e organizzazione: evoluzione sotto la spinta dell’AI

L’impatto dell’AI generativa non si ferma alle singole attività: investe la struttura stessa dei modelli di business e delle organizzazioni aziendali. Ci troviamo di fronte a cambiamenti che vanno dal modo in cui gestiamo la conoscenza interna, alle scelte strategiche sui prodotti e servizi, fino ai nuovi ruoli professionali e ai principi di governance da adottare. In sostanza, le aziende stanno ripensando se stesse per allinearsi al potenziale trasformativo dell’AI.

Dal knowledge management alla governance data-driven

Ogni impresa è, in fondo, una rete di conoscenze e processi decisionali. Oggi, grazie all’AI, stiamo assistendo a un salto di qualità nel knowledge management: la gestione e valorizzazione della conoscenza interna. Prima, informazioni preziose (documentazione, procedure, insight dai progetti) rischiavano di rimanere nascoste in qualche cartella o nelle teste di pochi esperti. Ora è possibile creare assistenti virtuali aziendali – basati su LLM addestrati sul corpus di documenti aziendali – che forniscono risposte immediate ai dipendenti. Immaginiamo un nuovo assunto che deve trovare rapidamente le linee guida di compliance aziendale: anziché cercare manualmente nel wiki interno, può chiedere in linguaggio naturale a un “AI collega” che in pochi secondi cita la policy corretta e magari suggerisce i passi da seguire. Questo porta a decisioni più veloci e informate, perché l’informazione giusta raggiunge la persona giusta al momento giusto. Strumenti come il recente NotebookLM di Google (per l’ambito individuale) mostrano la strada: possiamo interrogare i nostri documenti con la stessa naturalezza con cui cerchiamo su Google sul web, ma ottenendo risposte contestualizzate al patrimonio informativo interno.

Allo stesso tempo, l’AI sta cambiando il modo di prendere decisioni a livello strategico. Le aziende veramente data-driven iniziano a usare AI avanzate nei processi di business intelligence e analytics, integrandole con i classici dashboard. Invece di limitarsi a guardare grafici, i manager possono porre domande complesse all’AI (“Quali sono i trend emergenti nelle vendite dell’ultimo trimestre per area geografica e segmento di clientela?”) e ottenere analisi descrittive e predittive in tempo reale. Si passa da decisioni basate su intuito ed esperienza (pur preziosi) a decisioni supportate da una mole di dati prima ingestibile manualmente . La governance aziendale diventa quindi più scientifica: meno discussioni su opinioni, più confronto su evidenze fornite dall’analisi aumentata dei dati. L’AI può essere utilizzata per simulare scenari: prima di una scelta di investimento importante, un team dirigenziale può chiedere a modelli generativi di proiettare diversi scenari economico-finanziari sulla base di variabili di mercato, ottenendo così una “seconda opinione” da affiancare alle valutazioni degli analisti umani.

Tutto ciò richiede però una robusta governance dell’AI stessa. Integrando strumenti di AI generativa nei processi chiave, le aziende devono dotarsi di linee guida etiche e operative: come e dove è lecito usare l’AI (ad esempio vietando di darle in pasto dati sensibili non anonimizzati), come verificare la qualità delle risposte (sistemi di human-in-the-loop per validare output critici), come evitare bias e discriminazioni involontarie nei risultati. Molte organizzazioni stanno istituendo comitati o task force dedicati all’AI, coinvolgendo figure legali, esperti di dati, HR e IT, per assicurare un’adozione responsabile e strategica. In alcuni casi si è introdotto in organigramma il Chief AI Officer (CAIO), un ruolo dirigenziale dedicato proprio a massimizzare le opportunità dell’intelligenza artificiale e mitigarne i rischi. Gartner prevede che entro il 2025 oltre il 35% delle grandi imprese avrà un Chief AI Officer che riporta direttamente al CEO o al COO . Questo riflette la convinzione che l’AI sia ormai un asset talmente centrale da meritare una responsabilità di alto livello, al pari di quanto avvenuto in passato con il CIO per l’IT. Il CAIO definisce la strategia AI dell’azienda, coordina i progetti trasversali e garantisce che l’uso dei modelli generativi sia allineato agli obiettivi di business e ai valori etici aziendali.

Dalla personalizzazione dei servizi ai nuovi ruoli professionali

Un altro impatto dirompente dell’AI generativa è sulla personalizzazione su larga scala di prodotti e servizi. Nel marketing e nel customer care, ad esempio, l’AI consente di creare esperienze “tailor-made” per milioni di utenti contemporaneamente. Piattaforme e-commerce avanzate già utilizzano modelli generativi per dialogare con i clienti in modo unico: il messaggio promozionale che ricevo io non è più generico, ma è scritto e calibrato dall’AI sulla base delle mie interazioni e preferenze, diverso da quello che riceverà il mio vicino. Allo stesso modo, nel supporto clienti, i chatbot di nuova generazione sono in grado di riconoscere l’intento dell’utente e modulare la risposta di conseguenza, arrivando persino a variare tono e registro linguistico in base al profilo del cliente (più formale con un utente business, più colloquiale con un giovane consumatore). La personalizzazione massiva diventa realtà: un vero cambio di paradigma rispetto alla produzione di contenuti “one size fits all”. Pensiamo anche al settore media: con l’AI si possono generare articoli, raccomandazioni o persino video personalizzati per ciascun utente, mescolando informazioni in modi un tempo impraticabili manualmente. Questo apre modelli di business nuovi, dove il valore sta nella capacità di servire ogni cliente in modo unico tramite l’automazione intelligente, aumentando engagement e soddisfazione.

Parallelamente, l’organizzazione aziendale vede nascere nuovi ruoli e nuove strutture in risposta all’adozione massiccia di AI. Abbiamo citato il Chief AI Officer come figura apicale, ma le novità avvengono a tutti i livelli. Squadre multidisciplinari uniscono esperti di dominio con specialisti AI: ad esempio, team di progetto dove un data scientist lavora gomito a gomito con un responsabile di prodotto e un designer, assicurando che sin dall’ideazione di un nuovo servizio le funzionalità AI siano ben integrate e orientate all’utente. In alcune aziende pionieristiche compaiono laboratori interni di AI (AI lab), incubatori di idee dove piccoli gruppi sperimentano prototipi di soluzioni AI da poi trasferire alle unità operative.

Quanto ai profili professionali specifici, oltre al già menzionato Prompt Engineer, vediamo ruoli come il Data Curator (specialista nel curare e preparare i dati da dare in pasto ai modelli, assicurandone qualità e rappresentatività), l’AI Ethicist (consulente che valuta implicazioni etiche e di compliance nell’uso dell’AI), o il Trainer AI (figura tecnica che “allena” e ottimizza i modelli sulle esigenze dell’azienda, un po’ come un addestratore fa con un giovane talento grezzo). Persino i ruoli decisionali stanno cambiando pelle: alcune aziende parlano di Chief Decision Officer, Decision Engineer o Decision Designer – posizioni focalizzate su come si prendono decisioni data-driven e su come algoritmi e persone interagiscono in questi processi . Si tratta di evoluzioni dei classici CIO o Chief Data Officer, segno che l’attenzione si sta spostando dalla gestione dell’infrastruttura e dei dati alla gestione delle decisioni supportate dall’AI.

In molti si chiedono: tutti questi nuovi ruoli significano che i vecchi scompariranno? In parte, alcuni ruoli tradizionali potrebbero ridursi (pensiamo a mansioni amministrative di base, se automatizzate da sistemi AI). Ma storicamente, ogni ondata tecnologica ha portato più a trasformare i lavori che a eliminarli completamente. Le persone vengono riallocate su attività diverse, spesso più qualificanti. Ad esempio, con l’introduzione di chatbot avanzati, il classico operatore di call center può evolvere in supervisore di chatbot: monitora le conversazioni gestite dall’AI, interviene solo sui casi anomali o delicati, e contemporaneamente addestra il sistema segnalando dove ha sbagliato. Il suo lavoro diventa meno ripetitivo ma più orientato alla risoluzione creativa dei problemi fuori standard. Allo stesso modo, in produzione, un tecnico di linea può diventare un analista di manutenzione predittiva grazie ai modelli AI che prevedono i guasti: non si limita più a reagire ai problemi, ma previene i fermi macchina interpretando i segnali forniti dall’algoritmo.

Insomma, l’organizzazione che incorpora l’AI generativa tende a farsi più fluida e adattabile. Meno silos, più contaminazione di competenze; meno routine, più innovazione continua. Ciò comporta anche una sfida culturale: le persone in azienda vanno accompagnate nel cambiamento, rassicurandole che l’obiettivo non è rimpiazzarle ma farle crescere insieme alle nuove tecnologie. I ruoli di supervisione e strategia rimangono saldamente umani – le macchine, per quanto intelligenti, non prenderanno il posto di chi deve avere visione d’insieme, responsabilità etica e creatività imprenditoriale. Ma quei ruoli umani guideranno squadre in cui gli “assistenti AI” saranno parte integrante. Prepararsi a questo significa ridefinire organigrammi, percorsi di carriera e modelli di leadership.

Verso il futuro del lavoro e della leadership nell’era dell’AI

Guardando avanti, appare evidente che l’intelligenza artificiale diventerà pervasiva in ogni attività lavorativa, così come l’elettricità o Internet. Il futuro del lavoro non sarà una contrapposizione uomo vs macchina, ma un intreccio virtuoso di capacità umane aumentate da quelle delle macchine. In questo scenario in rapida evoluzione, anche la leadership deve fare un salto di qualità.

I leader d’azienda oggi sono chiamati a un duplice compito: da un lato ispirare una visione coraggiosa su come l’AI può trasformare il proprio settore, dall’altro mantenere i piedi per terra, guidando l’adozione con consapevolezza e responsabilità. Non basta annunciare “metteremo l’AI ovunque”; occorre delineare come e perché, quali benefici concreti ci si attende e come prepararvisi. Le organizzazioni di successo saranno quelle i cui leader sapranno creare una cultura in cui sperimentazione e apprendimento continuo siano incoraggiati. L’AI è un terreno nuovo per tutti – anche gli esperti sbagliano previsioni – quindi la qualità più importante sarà la capacità di adattamento. Bisogna essere pronti a iniziare progetti pilota, apprendere dai risultati (positivi o negativi), correggere la rotta rapidamente e scalare ciò che funziona. In altre parole, leadership agile e data-driven.

Un altro aspetto cruciale è la fiducia. I dipendenti devono potersi fidare dell’AI che usano, e questo nasce dalla fiducia nei leader che l’hanno introdotta. La trasparenza è fondamentale: spiegare al team con chiarezza quali decisioni verranno supportate dall’AI, come funziona (nei limiti del possibile) un certo algoritmo implementato, quali dati utilizza e con quali limiti. Così come vanno condivisi i risultati ottenuti: ad esempio, se l’AI nel customer service ha ridotto i tempi di risposta del 30% migliorando la soddisfazione del cliente, questo successo va comunicato internamente, per far capire perché ne è valsa la pena e stimolare altre unità aziendali ad abbracciare strumenti simili. Celebrando i casi d’uso virtuosi si crea un effetto moltiplicatore e si combatte la resistenza al cambiamento.

Non dimentichiamo poi che i leader stessi devono aggiornare le proprie competenze. Un dirigente nel 2025 non può più permettersi di essere del tutto estraneo ai concetti di AI: senza diventare tecnico, deve però conoscere le basi (cosa può o non può fare un LLM, cos’è il machine learning e come si “allena” un modello, quali sono i rischi di bias, ecc.). Solo così potrà dialogare proficuamente con i propri esperti e prendere decisioni informate. In molti consigli di amministrazione si inizia a discutere di alfabetizzazione AI per il top management, talvolta inserendo nei board advisor con esperienza specifica nel campo. Questo è segno di maturità: governare la trasformazione richiede competenza diffusa ai vertici, non basta delegare tutto ai tecnologi. La trasformazione digitale in cui l’AI gioca un ruolo chiave è innanzitutto trasformazione culturale.

Uno sguardo al futuro del lavoro ci suggerisce scenari insieme stimolanti e impegnativi. Potremmo avere orari e modalità di lavoro più flessibili grazie all’automazione di molti compiti – se le macchine lavorano “instancabilmente” per noi, forse potremo dedicarci a orari ridotti o a focalizzarci su ciò che ci appassiona davvero. La creatività e l’intelligenza emotiva diventeranno abilità sempre più importanti man mano che l’AI toglierà peso alle mansioni ripetitive e analitiche: le aziende cercheranno persone capaci di pensare fuori dagli schemi, di costruire relazioni, di guidare il cambiamento. In un certo senso, l’AI ci costringerà a essere più umani, a eccellere proprio in quelle qualità che ci distinguono dalle macchine.

Nel breve termine, è probabile che vedremo nascere ruoli che oggi neppure immaginiamo, e modelli di business completamente nuovi abilitati dall’AI (così come lo smartphone ha creato tutta l’economia delle app, l’AI generativa potrebbe creare nuove industrie basate su servizi personalizzati on-demand, educazione immersiva, intrattenimento interattivo e così via). Chi saprà anticipare questi trend e sperimentare per primo godrà di un vantaggio competitivo enorme. Stiamo già notando che le aziende che adottano l’AI diffusamente riescono a gestire costi meglio, innovare prodotti più velocemente e offrire maggiore valore ai clienti, creando un divario rispetto a chi resta attendista . È la classica dinamica delle grandi rivoluzioni tecnologiche: first mover advantage per chi investe con visione e rischio calcolato.

Girando lo sguardo indietro, possiamo trarre conforto dal passato: ogni tecnologia dirompente inizialmente ha generato scetticismo o visioni distorte. La fotografia nell’800 veniva bollata come un “surrogato” senz’anima rispetto alla pittura; il telefono fu accolto dai professionisti del telegrafo come un giocattolo destinato a fallire; perfino Internet, negli anni ‘90, vedeva guru della tecnologia dubitare che il commercio elettronico potesse davvero decollare su larga scala. La storia insegna che tendiamo a sovrastimare l’impatto immediato di una nuova tecnologia, ma a sottovalutarne l’effetto a lungo termine. L’AI generativa oggi può avere difetti e limitazioni, ma il suo potenziale trasformativo è immenso e si dispiegherà negli anni a venire, probabilmente in modi che ora fatichiamo a immaginare.

La differenza la farà, come sempre, l’atteggiamento con cui affrontiamo il cambiamento. Rimanere alla finestra ad osservare può forse evitare errori nel breve periodo, ma preclude la crescita. Al contrario, chi sperimenta, impara e si adatta costruisce un vantaggio destinato a durare. Il futuro del lavoro e della leadership in epoca di AI non è scritto in modo predeterminato: il futuro non va solo osservato, va costruito attivamente. È un invito a imprenditori, manager e professionisti: rimbocchiamoci le maniche e guidiamo noi la rivoluzione aumentata dell’AI, trasformando la “magia” in realtà concreta, una decisione informata dopo l’altra.

Il lavoro di domani sarà ciò che noi decideremo di farne oggi, con coraggio, visione e responsabilità. E personalmente, non potrei immaginare un’epoca più entusiasmante per essere un innovatore.

Organizzazioni Riflessive: progettare aziende consapevoli nell’era dell’AI e della complessità

Tra i numerosi spunti che Simone Cicero (qui se non lo conoscete) condivide regolarmente sui temi della progettazione organizzativa, il suo recente post nella newsletter di Boundaryless (il progetto su cui tra l’altro pochi giorni fa con Iconico ho investito) sul concetto di Organizzazioni Riflessive mi ha particolarmente stimolato una serie di riflessioni (e qui ne riporto solo una parte eh!).

Il punto che solleva arriva infatti in un momento perfetto, molto vicino ai temi che sto affrontando in questo periodo professionalmente parlando, sia nelle progettualità che sto sviluppando sia negli studi che sto approfondendo. Questa riflessione sulle Organizzazioni Riflessive si collega direttamente al lavoro che sto sviluppando attorno al paradigma del Model Context Protocol (MCP), evidenziando ancora di più la necessità, per le organizzazioni, di sviluppare nuovi modelli capaci di gestire l’accelerazione e la complessità prodotte dall’intelligenza artificiale e dall’integrazione tecnologica diffusa.

Riprendendo alcuni spunti di Simone, voglio condividere una visione personale integrativa che possa essere di stimolo e punto di partenza per ulteriori conversazioni e sperimentazioni, sia con me che con Boundaryless, approfondendo alcuni temi essenziali per progettare organizzazioni efficaci e consapevoli nell’era digitale e cognitiva.

Partiamo da un punto: cosa è veramente un’organizzazione riflessiva?

Un’organizzazione riflessiva non è semplicemente un’organizzazione che apprende. È qualcosa di più profondo: è un’organizzazione capace di guardare continuamente se stessa, di leggere e interpretare costantemente il proprio contesto, mettendo in discussione la propria struttura, cultura, decisioni e obiettivi. È consapevole delle proprie capacità, ma anche dei propri limiti, e utilizza entrambi per evolvere intenzionalmente in risposta a stimoli interni ed esterni. È un’organizzazione che non teme la complessità, ma la abbraccia come una leva fondamentale per costruire valore, adattarsi rapidamente e prendere decisioni efficaci e sostenibili. In parole povere, una vera organizzazione si può definire riflessiva se è capace di auto-osservazione continua, di adattamento intenzionale e di apprendimento integrato nel DNA aziendale. E questo a maggior ragione in un momento storico caratterizzato da accelerazione tecnologica estrema e complessità esponenziale.

Un’organizzazione riflessiva ha bisogno di un’ontologia.

Perché un’organizzazione possa essere realmente riflessiva (e potersi definire tale), è necessario prima di tutto dotarla di una lente comune con cui leggere e interpretare costantemente la propria realtà interna ed esterna. Questa lente è proprio l’ontologia: un insieme strutturato di concetti, termini e relazioni condivise che costituiscono un linguaggio chiaro, coerente e diffuso. Senza questa base semantica condivisa, ogni riflessione interna rischia di perdersi nell’ambiguità, creando disallineamenti interpretativi (noti nella maggior parte della aziende) e ostacolando la capacità di adattamento e innovazione dell’organizzazione. Un’ontologia ben definita di contro rende la riflessività non solo possibile ma molto più efficace, consentendo di analizzare rapidamente decisioni, processi e risultati, e soprattutto garantendo che ciò che viene compreso e imparato sia immediatamente traducibile in azione concreta. Per dirla in modo semplice, l’ontologia è quello che permette di evitare quella classica situazione del “Parlamm e nun ce capaimm” (cit): aiuta tutti a parlare la stessa lingua e, soprattutto, a capirsi davvero.

Ontologie condivise e affordance semantiche come infrastruttura strategica

Una ontologia condivisa, in un’organizzazione veramente riflessiva, è molto più di un linguaggio comune: è l’infrastruttura che consente di integrare rapidamente persone, tecnologie e processi, riducendo drasticamente il debito organizzativo generato da fraintendimenti e disallineamenti. Non basta avere strumenti sofisticati; dobbiamo costruire significati condivisi, chiaramente definiti e facilmente accessibili a tutti. Questa scelta strategica trasforma la semantica in una vera e propria piattaforma di crescita e innovazione, facilitando nuove integrazioni tecnologiche, migliorando la qualità delle interazioni interne e consentendo una collaborazione reale, fluida e consapevole.

Il costo nascosto della mancata condivisione semantica

Quando manca un’ontologia ben definita o quando questa non è costantemente aggiornata, l’organizzazione inevitabilmente “accumula” un problema. Questo debito è composto da inefficienze nascoste, decisioni rimandate, ambiguità interpretative e processi non allineati, che rallentano e appesantiscono il cambiamento e l’adattamento al contesto esterno. È un “costo invisibile” che emerge con evidenza solo nel momento in cui l’organizzazione prova a evolvere rapidamente, integrare nuove tecnologie o necessità di un cambio di passo immediato. La mancanza di linguaggi comuni porta spesso a progetti avviati e non conclusi, a colli di bottiglia decisionali e a tempi lunghi di onboarding e integrazione. Misurare concretamente questo debito significa osservare indicatori chiari: il tempo necessario a inserire nuove figure in azienda, la quantità di rework necessario per correggere incomprensioni o, ancora, il numero di iniziative strategiche bloccate o rallentate da conflitti interpretativi. Ecco perché una solida base semantica condivisa non rappresenta soltanto una best practice: è un vero e proprio investimento strategico per prevenire, gestire e utilizzare intenzionalmente il debito organizzativo come leva di trasformazione.

Il debito organizzativo come leva di trasformazione intenzionale

Affrontare seriamente il concetto di debito organizzativo non significa eliminarlo completamente, ma trasformarlo in un potente strumento di gestione strategica del cambiamento. Un’organizzazione riflessiva impara continuamente dai propri processi decisionali, sa riconoscere le proprie inefficienze e le usa come stimolo per ridefinire se stessa con tempestività e chiarezza. Accumulare temporaneamente debito organizzativo può essere una scelta consapevole, purché accompagnata da una chiara visione di lungo termine e da periodici momenti di rifattorizzazione organizzativa. In questo scenario, leader e progettisti diventano veri e propri architetti dell’adattabilità, capaci di bilanciare agilmente efficienza immediata e sostenibilità futura.

AI e learning culture come paradigma centrale

La crescente accelerazione dei processi decisionali e operativi, guidata dall’intelligenza artificiale, rende indispensabile una radicale evoluzione culturale: dobbiamo progettare le nostre organizzazioni per essere veri ecosistemi di apprendimento continuo, dove sperimentazione, analisi e feedback siano parte integrante della cultura operativa quotidiana. In questo senso, l’AI non solo automatizza e velocizza, ma diventa essa stessa strumento essenziale di riflessività organizzativa, rivelando schemi invisibili e aprendo nuove possibilità per comprendere e migliorare costantemente il nostro modo di lavorare.

Governance adattiva: abbracciare il cambiamento come regola

In un contesto complesso e dinamico, i modelli tradizionali di governance gerarchici o rigidi diventano rapidamente obsoleti. È necessario adottare modelli di governance adattiva, dove l’autonomia decisionale distribuita (e qui si potrebbero aprire mille altri temi sul principio di DAO, e decentralizzazione, ma ne scrivo più avanti) e la revisione continua delle scelte diventino la norma. Questo approccio richiede una profonda trasformazione mentale: accettare l’errore come fonte di apprendimento, e concepire l’adattamento non come eccezione, ma come naturale evoluzione dei processi decisionali. L’AI, inserita in questo quadro, può amplificare le capacità umane di monitoraggio, revisione e adattamento, garantendo coerenza e trasparenza nelle scelte aziendali.

Un nuovo driver di efficienza : progettazione semantica e architettura della conoscenza

Costruire intenzionalmente un’architettura semantica interna non è solo questione di chiarezza informativa: è un potente moltiplicatore di efficienza, comprensione e valore. In un’organizzazione che mira ad un cambiamento di questo genere, la conoscenza non è frammentata in silos, ma connessa attraverso significati comuni che orientano decisioni e azioni quotidiane. Questa architettura semantica diventa un “navigatore aziendale”, guidando persone e sistemi intelligenti verso informazioni contestuali e precise, riducendo sprechi cognitivi e aumentando significativamente la qualità del lavoro svolto.

MCP e integrazione contestuale: l’AI come alleato di senso

Il Model Context Protocol rappresenta un punto di svolta nella relazione tra AI e organizzazioni, consentendo un’integrazione profonda, contestuale e coerente tra sistemi intelligenti e fonti aziendali. Utilizzando MCP, le organizzazioni non solo riducono drasticamente i rischi di informazioni inaccurate o incomplete, ma potenziano enormemente la capacità dell’AI di contribuire a decisioni e processi con una profondità e precisione mai raggiunte prima. MCP diventa così uno standard non solo tecnologico, ma strategico, capace di collegare efficacemente intelligenza artificiale e contesto aziendale.

Strumenti visuali e canvas come supporto alla progettazione riflessiva

Strumenti visuali e canvas, come il Portfolio Map Canvas sviluppato proprio da Boundaryless, diventano centrali per progettare e supportare il disegno di organizzazioni riflessive. Questi strumenti non sono semplici artefatti visivi, ma veri e propri spazi interattivi di co-design e riflessione collettiva, e aggiungerei metodo. Utilizzati regolarmente, permettono di visualizzare rapidamente incoerenze e opportunità nascoste, migliorando significativamente l’allineamento strategico e operativo. Integrarli nella vita quotidiana aziendale, attraverso rituali organizzativi strutturati e strumenti digitali collaborativi, permette di mantenere viva e attiva la capacità di riflessione organizzativa, evitando che restino esercizi isolati o occasionali.

Guardare se stessi, per superare i limiti 

Questi spunti vogliono essere un punto di partenza per stimolare una conversazione più ampia: la vera sfida, oggi, non è solo innovare o digitalizzare, ma creare organizzazioni capaci di guardarsi continuamente allo specchio, comprendere in profondità se stesse e usare questa consapevolezza per evolvere intenzionalmente. In un’epoca segnata dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale e dalla crescente complessità, credo sia fondamentale costruire nuovi paradigmi organizzativi basati sulla condivisione semantica, sulla riflessione continua e sull’apprendimento integrato.

Questo approccio non riguarda più solo pochi innovatori o visionari, ma diventerà sempre più essenziale per ogni organizzazione che voglia prosperare e creare valore duraturo. Sono convinto che sia necessario iniziare a ripensare continuamente il modo in cui lavoriamo, il modo in cui interpretiamo il contesto, e come trasformiamo questa comprensione in azioni concrete e sostenibili nel tempo.

Forse perché di tempo appunto, ne abbiamo sempre meno per riflettere.

Model Context Protocol (MCP): potenzialità, rischi e uso responsabile

Un paio di giorni di fa ho scritto un post riguardo la mia visione del Model Context Protocol (MCP), il nuovo standard aperto per integrare modelli linguistici (LLM) con tool e sorgenti dati esterne. In un paio di giorni, forse colpa anche dell’algoritmo di Linkedin, MCP è rapidamente diventato il tema de facto del mio stream in modo permanente. Da articoli per collegare chatbot e agenti AI con servizi di terze parti fino ad articoli con visioni più estreme della mia, soprattutto in temi di sicurezza ed opportunità come il bel post di approfondimento dal titolo Everything Wrong with MCP di Shrivu Shankar che ho intercettato grazie ad una interazione di Paola Bonomo.

Insieme all’entusiasmo – ovvio – per il tema è evidente che, come per tutto, stanno emergendo ora analisi che evidenziano vulnerabilità, limiti strutturali e problemi di user experience, che in parte avevo citato anche nel mio primo post di approfondimento.

In questo post , viste le discussioni che ho letto e sulle quali mi sto confrontando in diversi ambiti, provo ad andare un po’ oltre precedente: andrò più a fondo sulle potenzialità di MCP in termini di standardizzazione e interoperabilità, ma anche le criticità legate a sicurezza, prompt injection, esperienza utente e i limiti nell’uso di LLM con molti strumenti attivi. Ho aggiunto alla fine uno spunto sul trade-off tra facilità d’uso e controllo, proponendo principi per un uso più sicuro e responsabile di MCP sia per sviluppatori che per utenti finali.

MCP come standard di integrazione

Il Model Context Protocol nasce come ho già scritto con l’obiettivo di standardizzare il modo in cui le applicazioni forniscono contesto e funzionalità ai modelli AI. La documentazione ufficiale lo paragona a una porta USB-C per le applicazioni AI: così come USB-C offre un modo unificato per collegare dispositivi diversi, MCP definisce un modo uniforme per connettere agenti AI a servizi e strumenti eterogenei. In pratica, MCP permette a sviluppatori terzi di creare “plugin” o MCP server contenenti strumenti (funzioni) e risorse che un assistente AI può invocare in chat.

Questa standardizzazione comporta enormi vantaggi di interoperabilità. I fornitori di assistenti (es. piattaforme come Claude, ChatGPT, Cursor, ecc.) possono concentrarsi sul migliorare l’interfaccia utente e le capacità conversazionali, sapendo che esiste un linguaggio comune per estendere le funzionalità. Dall’altro lato, gli sviluppatori di terze parti possono costruire servizi integrativi in modo assistant-agnostic, plug-and-play su qualsiasi piattaforma compatibile con MCP.

Esempio: immaginiamo di poter dire al nostro assistente AI: “Trova il mio paper di ricerca su Google Drive, controlla se mancano citazioni usando un motore di ricerca accademico, poi imposta la luce del soggiorno sul verde quando hai finito.” In uno scenario tradizionale, integrare manualmente questi servizi (cloud storage, ricerca web, IoT) richiederebbe molto codice ad-hoc. Con MCP, basta collegare tre server MCP di terze parti (uno per Google Drive, uno per il motore di ricerca, uno per la lampadina smart): l’assistente orchestrerà da solo le operazioni tra i vari strumenti in maniera sequenziale. Questo abilita funzionalità complesse e workflow end-to-end autonomi prima impensabili: l’LLM non solo elabora testo, ma può agire – cercare informazioni, richiamare dati privati, eseguire comandi – il tutto tramite un canale standardizzato.

Le potenzialità di MCP , senza dubbio, risiedono nella flessibilità (Bring-Your-Own-Tools: ognuno può aggiungere gli strumenti che preferisce), nella scalabilità dell’ecosistema (una volta creato un tool MCP, può essere riusato ovunque) e in un accesso al contesto più ricco per gli LLM (possono attingere a dati e servizi esterni in tempo reale invece di essere limitati al prompt statico). Questa promessa di un “AI app store universale” ha giustamente attirato attenzione e adozione rapida.

Ma, come in tuti in grandi cambiamenti, anche questo introduce anche nuove sfide da non sottovalutare.

Rischi di sicurezza e trust: cosa può andare storto?

Aprire le porte dell’LLM a strumenti esterni comporta inevitabilmente dei rischi di sicurezza. Diversi ricercatori hanno già dimostrato che l’attuale design di MCP può esporre gli utenti a una varietà di exploit. In particolare, è stato mostrato come persino modelli linguistici di punta possano essere indotti con opportuni prompt malevoli a utilizzare i tool MCP in modi imprevisti, compromettendo il sistema dell’utente ( qui un esempio interessante e ben descritto MCP Safety Audit: LLMs with the Model Context Protocol Allow Major Security Exploits).

Tra i possibili attacchi documentati troviamo:

  • Esecuzione di codice malevolo (Malicious Code Execution): il modello potrebbe essere persuaso a eseguire codice arbitrario sul sistema locale tramite un tool di file system o terminale, ad esempio inserendo backdoor o comandi distruttivi nei file dell’utente. Un esperimento ha mostrato che un LLM (Claude) connesso a un server MCP di filesystem a volte riesce addirittura a scrivere nel file di configurazione dell’utente un comando per ottenere un accesso remoto ogni volta che si apre il terminale (nell’esempio condiviso sopra c’è proprio questo) . In altri casi fortunatamente il modello ha riconosciuto il tentativo e rifiutato l’azione, ma basta una formulazione leggermente diversa perché esegua istruzioni pericolose senza allertare adeguatamente l’utente. Questo evidenzia quanto siano fragili le attuali difese basate solo sulle policy interne del modello.
  • Accesso remoto non autorizzato (Remote Access Control): simile al caso sopra, un attaccante potrebbe ottenere il pieno controllo remoto della macchina vittima inducendo l’LLM a eseguire comandi di networking (es. avviare un server, modificare firewall, rubare chiavi API, ecc.). In uno scenario multi-utente (es. uffici condivisi), un aggressore potrebbe direttamente interagire con l’assistente di qualcun altro e sfruttare MCP per piantare accessi persistenti.
  • Furto di credenziali o dati sensibili: se il modello ha accesso a file di configurazione o variabili d’ambiente tramite MCP, un prompt malevolo può istruirlo a leggere e inviare all’esterno informazioni riservate (token, password, documenti privati). Ad esempio, un tool apparentemente innocuo potrebbe richiedere di “passare il contenuto di /etc/passwd per una verifica di sicurezza”, inducendo l’LLM a consegnare informazioni di sistema riservate a un servizio esterno.

Un elemento preoccupante è che questi attacchi possono avvenire senza che l’utente se ne accorga immediatamente. MCP parte dal presupposto che i tool di terze parti siano affidabili e li integra profondamente nel flusso dell’assistente. Di fatto, i tool MCP vengono spesso inseriti nel prompt di sistema (le istruzioni di controllo interne all’LLM) anziché come input utente, conferendo loro un livello di fiducia più alto. Ciò significa che un tool compromesso o costruito con intenti malevoli può facilmente aggirare le protezioni e influenzare il comportamento dell’assistente, anche più di quanto potrebbe un normale input utente malizioso (prompt injection classico). Si parla infatti di prompt injection di terze o quarte parti: un server MCP può deliberatamente fornire output formattati in modo da manipolare l’LLM o altri server a cascata. Un esempio ancore potrebbe esser un server che potrebbe riuscire a cambiare dinamicamente nome e descrizione di un tool dopo che l’utente ha già autorizzato il suo utilizzo (rug pull attack), sfruttando il fatto che l’LLM continuerà a usarlo credendo sia affidabile.

Inoltre, con MCP un aggressore potrebbe concatenare servizi per aumentare l’efficacia dell’attacco. Immaginiamo un database aziendale esposto via MCP: un malintenzionato potrebbe inserire nel campo di testo di un record una stringa contenente un comando o una falsa eccezione che suggerisce una determinata azione (ad es. “Errore: mancano alcune righe, eseguire UPDATE ... per correggere”). Se l’assistente AI di un developer andrà a leggere quel record tramite il tool MCP, potrebbe eseguire il comando suggerito credendo sia parte del flusso logico, causando potenzialmente un Remote Code Execution o modifiche indesiderate al database. Tutto ciò pur non disponendo di un tool esplicito di esecuzione codice, ma sfruttando la capacità dell’LLM di interpretare e seguire istruzioni testuali provenienti dai dati esterni.

Un altro rischio è la fuga involontaria di dati (data leakage). Anche senza attori malevoli, l’autonomia conferita agli agenti può portare l’assistente a divulgare informazioni sensibili a servizi di terze parti. Ad esempio, un utente potrebbe collegare il proprio Google Drive e un servizio di web publishing via MCP per farsi aiutare a redigere un post sul blog. Se l’LLM, nel tentativo di essere utile, decide di leggere referti medici privati dal Drive per arricchire il post, potrebbe inviarne estratti a un servizio esterno (es. un correttore grammaticale online) senza un’esplicita intenzione dell’utente. In mancanza di controlli granulari, l’AI può mescolare dati pubblici e privati violando le aspettative di privacy dell’utente.

In parole povere l’ MCP amplia la superficie d’attacco dei sistemi basati su LLM. Ogni tool aggiunto è un potenziale vettore di exploit se non viene validato e autorizzato con attenzione. Purtroppo, allo stato attuale MCP non prevede meccanismi standard di sandbox o gestione permessi: se l’utente abilita un tool che cancella file, il modello potrebbe teoricamente usarlo senza ulteriore conferma. Questo impone molta fiducia sia nell’LLM (che dovrebbe capire da solo quando non eseguire istruzioni pericolose) sia nei fornitori terzi dei tool. Come osservato da molti, combinare LLM con dati e azioni reali è “intrinsecamente rischioso e amplifica rischi esistenti o ne crea di nuovi”.

Esperienza utente: assenza di conferme e costi nascosti

Oltre ai rischi di exploit deliberati, MCP presenta criticità sul piano UX (user experience) e di controllo da parte dell’utente. L’idea di fondo di MCP è fornire un’esperienza fluida, dove l’assistente AI può chiamare strumenti esterni in autonomia per aiutare l’utente a raggiungere un obiettivo.

Ma così tanta autonomia, non è forse troppa autonomia?

Attualmente, il protocollo lascia molte decisioni critiche all’assistente, senza livelli di avvertimento o conferma differenziati.

Una prima criticità è che MCP non definisce livelli di rischio per gli strumenti che il modello può utilizzare. Tutti i tool, dal più innocuo al più potente, vengono esposti all’LLM sullo stesso piano. Immaginiamo una chat assistita da vari plugin: leggi_diario_personale(), prenota_volo(), elimina_file(). Alcune azioni sono banali o facilmente reversibili, altre costose o irreversibili e pericolose, ma il modello potrebbe non avere piena consapevolezza di questa differenza. Spetta all’applicazione che implementa MCP chiedere conferma all’utente, ma non esiste uno standard obbligatorio: un particolare client potrebbe limitarsi a elencare i tool disponibili e lasciare che l’utente abiliti tutto in blocco.

È facile inoltre che l’utente sviluppi col tempo la pessima abitudine di confermare automaticamente (modality YOLO scherza qualcuno) tutte le azioni proposte, se la maggior parte delle volte sono innocue routine. Così, il giorno in cui l’LLM decide di usare elimina_file("foto_vacanze") o di “aiutare” prenotando e pagando un volo senza dettagli corretti, il danno è fatto in un click distratto. La mancanza di indicatori di rischio o di gravità per i tool è dunque un problema: l’utente non riceve un segnale chiaro quando l’agente sta per fare qualcosa di potenzialmente pericoloso o costoso.

Un secondo problema di UX legato a MCP è l’assenza di conferme visive e preview per azioni sensibili. Poiché il protocollo per design fa transitare i risultati dei tool come semplice testo non strutturato (o blob binari per immagini/audio), l’interfaccia dell’assistente spesso mostra solo la risposta finale dell’LLM e pochi dettagli sull’azione compiuta. Questo va bene per notifiche o dati testuali, ma diventa inadeguato in casi come: prenotare un taxi o un volo, pubblicare un post sui social, inviare un’email importante. L’utente avrebbe bisogno di verificare dettagli cruciali – ad esempio confermare che l’AI ha scelto l’indirizzo giusto per il taxi, o vedere un’anteprima formattata di un post prima di renderlo pubblico. Con l’attuale MCP queste garanzie “visuali” non sono integrate: il modello potrebbe dirci di aver fatto X, ma non c’è un meccanismo standard per fornirci un link di conferma, una finestra di dialogo, o un risultato parziale strutturato. Tutto dipende dall’implementazione del singolo tool e dall’interfaccia dell’applicazione host. Questo può portare a errori difficili da intercettare prima che sia troppo tardi, specie se l’agente opera autonomamente in background.

Un terzo aspetto spesso trascurato è quello dei costi nascosti. A differenza di protocolli tradizionali dove i dati scambiati sono relativamente piccoli e a costo trascurabile, nell’universo LLM il “contesto” ha un costo computazionale ed economico significativo. MCP, ampliando il contesto con risultati di tool, può generare risposte voluminose. Un output di qualche centinaio di kilobyte può costare diversi centesimi di dollaro in termini di utilizzo del modello, e 1 MB di testo generato può arrivare a costare circa 1 dollaro per richiesta. Quel testo potrebbe venire incluso in ogni successivo prompt durante la conversazione, sommando più addebiti. Ciò significa che se un tool MCP restituisce un risultato molto lungo (es. il contenuto di un lungo documento, o una lista di dati estesa), l’utente potrebbe bruciare il proprio budget rapidamente senza accorgersene, finché non arriva la fattura o finché il servizio non inizia a rallentare. Sono già emerse lamentele da parte di utenti e sviluppatori di agenti AI riguardo a costi imprevedibili dovuti a integrazioni MCP token-inefficienti. Attualmente, sta al singolo sviluppatore di tool limitare prudentemente la quantità di dati restituiti (magari tagliando risultati o implementando paginazione), ma il protocollo in sé non impone limiti di lunghezza. Un miglioramento proposto è di fissare un massimale sul risultato o quantomeno rendere visibile e configurabile la quantità di contesto aggiunto da ogni tool, così da responsabilizzare chi sviluppa MCP server a essere efficiente.

Dal punto di vista UX MCP eccelle in comodità, ma pecca in controlli e trasparenza verso l’utente. Non fornisce per default né una graduatoria di pericolosità dei tool, né un sistema strutturato di conferme per azioni critiche, né indicatori chiari dell’impatto in termini di costi/risorse. Questo lascia spazio a errori umani (conferme affrettate, fiducia eccessiva nell’agente) e a situazioni in cui l’utente perde il controllo fine di ciò che sta accadendo. Le implementazioni dovranno colmare queste lacune con soluzioni personalizzate, ma idealmente lo standard stesso potrebbe evolvere per includere best practice di sicurezza ed esperienza utente più robuste.

Limiti strutturali: LLM con troppi tool, interpretazione ed efficienza

Un altro tema emerso nelle analisi recenti è che MCP, pur estendendo le capacità degli LLM, non elimina i limiti intrinseci dei modelli – anzi, in certi casi li amplifica. Collegare “più strumenti possibile” potrebbe sembrare una buona idea per massimizzare la versatilità di un assistente AI, ma all’atto pratico ci sono dei trade-off di performance e affidabilità.

Innanzitutto, gli LLM attuali mostrano un calo di affidabilità man mano che cresce il contesto e la complessità delle istruzioni da seguire. Ogni tool MCP aggiunto porta con sé descrizioni, parametri e possibili azioni che l’AI deve tenere a mente. Se da un lato più strumenti significano più opportunità, dall’altro rappresentano più carico cognitivo per il modello. In effetti, è stato osservato che aumentando il numero di tool e di dati connessi, le prestazioni dell’assistente possono degradare sensibilmente, mentre il costo per ogni singola richiesta aumenta (più informazioni da elaborare in input/output). In scenari reali, potrebbe diventare necessario far scegliere all’utente quali integrazioni attivare di volta in volta, invece di tenerle tutte sempre attive, per evitare di appesantire inutilmente ogni risposta.

Va considerato poi che utilizzare correttamente degli strumenti tramite linguaggio naturale è di per sé un compito non banale per gli LLM. Pochi dataset di addestramento contenevano esempi di agenti che chiamano API o funzioni esterne, quindi la capacità di tool use spesso non è innata ma deriva da fine-tuning o prompt engineering. Benchmark specializzati mostrano che anche modelli avanzati hanno un basso successo percentuale nel portare a termine correttamente task multi-step con strumenti. Ad esempio, su un set di compiti come prenotare un volo seguendo policy specifiche, uno dei migliori modelli disponibili nel 2025 riusciva a completare autonomamente solo circa il 16% delle operazioni previste. Ciò implica che all’aumentare della complessità delle azioni richieste (soprattutto se coinvolgono più strumenti in sequenza), l’agente potrebbe fallire o doversi arrendere, restituendo risultati parziali o errati.

Un ulteriore limite è la comprensione contestuale dell’AI rispetto a ciò che i tool offrono. MCP presuppone che gli strumenti siano progettati per essere generici e assistant-agnostic, ma nella realtà ogni assistente o utente potrebbe avere esigenze diverse. Ad esempio, un server MCP per Google Drive potrebbe fornire funzioni come list_file(nome), read_file(file_id), delete_file(file_id). Un utente inesperto potrebbe pensare che collegando questo server al suo ChatGPT, potrà semplicemente chiedere: “Trova il file FAQ che ho scritto ieri per il cliente X”. In assenza di un vero motore di ricerca indicizzato nei contenuti, l’LLM proverà magari a chiamare list_file con vari nomi, fallendo se il file non ha “FAQ” nel titolo.

L’utente rimane deluso perché si aspettava un comportamento più “intelligente”, mentre avrebbe bisogno che il tool stesso implementi una ricerca full-text o query semantiche — funzionalità non previste senza un’architettura aggiuntiva. Analogamente, richieste come “Quante volte appare la parola ‘AI’ nei documenti che ho scritto?” mettono in crisi l’assistente: potrebbe dover aprire decine di file (read_file) e contare, finendo il contesto disponibile dopo alcuni risultati e dando magari un numero incompleto. Operazioni di aggregazione o di join di dati attraverso più fonti (es. “incrocia l’ultimo report vendite con i profili LinkedIn dei candidati”) sono ancora più proibitive: il modello non ha una memoria persistente su cui fare calcoli o confronti complessi oltre i limiti del prompt. Questi esempi illustrano come collegare un dato strumento non garantisce automaticamente che l’AI sappia svolgere qualsiasi compito correlato – se il compito richiede logica o capacità oltre quelle offerte esplicitamente dai tool, l’LLM tenterà soluzioni sub-ottimali o dichiarerà di non poterlo fare.

C’è poi una questione di compatibilità variabile tra modelli e formati di strumenti. MCP definisce l’interfaccia, ma piccoli dettagli (come la descrizione testuale dei tool, gli schemi di risposta attesi, l’uso di markdown o XML nei prompt) possono influire sul rendimento a seconda del modello usato. Ad esempio, si è notato che Claude (Anthropic) interpreta meglio descrizioni di tool strutturate in un certo modo, mentre GPT-4 preferisce altri formati. Quindi un set di tool potrebbe funzionare benissimo con un assistente e meno con un altro, confondendo l’utente che tende a dare la colpa all’applicazione (“Quest’app non è capace di fare X”) quando in realtà è una combinazione di design del tool e idiosincrasie del modello AI.

Riassumendo, MCP ha un grandissimo potenziale ma non è una bacchetta magica e come sempre “per i grandi poteri ricevuti, ci vuole una grande responsabilità” : rimane vincolato ai limiti attuali degli LLM in termini di capacità di ragionamento, contesto e azione. Aggiungere più fonti dati e più funzioni può dare l’illusione di un “super assistente” onnisciente, ma in pratica rischia di peggiorare l’efficacia (assistente più lento, più costoso e talvolta confuso) se non progettato con criterio. Serve equilibrio nel numero di integrazioni attive contemporaneamente e consapevolezza che l’AI potrebbe non sfruttarle appieno come farebbe un umano senza un lavoro ulteriore di ottimizzazione. Questi limiti strutturali suggeriscono che, accanto all’entusiasmo, è necessaria prudenza e responsabilità: ogni nuova integrazione va testata e compresa a fondo per evitare di sovraccaricare o disorientare il modello.

Trade-off tra facilità d’uso e controllo/verificabilità

Un tema trasversale a quanto discusso sopra è il delicato bilanciamento tra comodità e controllo. MCP nasce per rendere facile ed immediato estendere le capacità di un modello – in altre parole, massimizzare la facilità d’uso sia per chi sviluppa (standard unico, integrazioni plug-in) sia per l’utente finale (chiedi in linguaggio naturale e l’AI fa tutto). Tuttavia, questa facilità intrinseca porta con sé una perdita di visibilità e governabilità sulle azioni dell’agente AI.

Da un lato dello spettro abbiamo la “completa autonomia”: l’utente collega molti tool e permette all’agente di agire senza dover confermare ogni passo. L’esperienza è fluida e quasi “magica” – pochi input in linguaggio naturale producono output complessi e multi-step. Ma come abbiamo visto, ciò può portare a comportamenti indesiderati o rischiosi non verificati, e rende difficile ricostruire a posteriori cosa sia andato storto ( scarsa verificabilità). Se qualcosa va storto – ad esempio dati sensibili inviati ad un servizio esterno, o un file cancellato – l’utente o l’amministratore si trovano a dover interpretare i log della conversazione e delle chiamate API per capire quale prompt o quale tool abbia causato l’evento. Non c’è una traccia strutturata facilmente consultabile di tutte le azioni autorizzate, a meno che l’applicazione host non la implementi manualmente.

Dall’altro lato c’è la “massimo controllo/manualità”: l’utente mantiene il potere decisionale su ogni chiamata di tool (conferme frequenti, step intermedi mostrati, scelta esplicita di quali integrazioni usare per ciascun task). Questo approccio minimizza i rischi, ma sacrifica molta della comodità. L’agente diventa meno autonomo e più un sistema di suggerimento, dove l’utente deve comunque fare da supervisore costante. Inoltre, troppe interruzioni e richieste di conferma possono peggiorare l’esperienza d’uso, frustrando l’utente o inducendolo ad aggirare le protezioni pur di non essere disturbato di continuo.

Verificabilità e controllo più granulari spesso significano aggiungere complessità all’ecosistema MCP. Ad esempio, si potrebbe voler un registro dettagliato di tutte le operazioni compiute tramite MCP (chi le ha scatenate, con quali parametri, risultati, timestamp) per poter effettuare audit di sicurezza. Realizzare ciò richiede estensioni al framework o log robusti lato client/server, e magari strumenti di analisi dedicati. Allo stesso modo, introdurre livelli di permission per i tool (lettura/scrittura, accesso limitato a certe risorse, ecc.) rende il sistema più sicuro ma anche più macchinoso da configurare rispetto alla semplice plug-and-play attuale.

È evidente che c’è un trade-off: facilità d’uso vs. complessità di controllo. MCP nella sua forma base ha scelto di ottimizzare la prima a scapito della seconda. Sta ora alla comunità e ai progettisti decidere come riequilibrare la bilancia. Nel prossimo e ultimo punto, discuteremo alcune possibili soluzioni e linee guida per mitigare i rischi senza rinunciare ai benefici di MCP.

Blockchain, una soluzione strutturale?

Per affrontare strutturalmente (ma che non risolverebbero a mio avviso tutti i problemi) i rischi di sicurezza e i limiti di verificabilità evidenziati finora, una soluzione potenziale potrebbe arrivare dalla blockchain e dall’uso di un sistema di identità decentralizzata (DID). La blockchain offre naturalmente risposte alle criticità che MCP manifesta:

  • Autenticazione robusta e decentralizzata: ogni utente e tool MCP potrebbe disporre di un’identità registrata su blockchain tramite DID (Decentralized Identifier), che garantisce l’origine e l’integrità delle richieste senza affidarsi a un’unica autorità centralizzata.

  • Audit e tracciabilità immutabile: le operazioni effettuate tramite MCP verrebbero registrate su blockchain creando un log immodificabile, utile per audit, debugging e risoluzione di controversie.

  • Autorizzazioni granulari tramite smart contract: le regole sui permessi e sulle operazioni consentite ai tool MCP potrebbero essere gestite da smart contract trasparenti e verificabili, eliminando il rischio di esecuzioni incontrollate o dannose.

Come potrebbe funzionare un sistema MCP basato su blockchain?

Un’implementazione pratica potrebbe basarsi su:

  • Identità decentralizzata (DID): gli utenti e gli sviluppatori registrano le loro identità utilizzando un sistema decentralizzato (es. Ethereum Name Service, Solana DID), firmando digitalmente ogni richiesta MCP con una chiave privata.

  • Smart contract di autorizzazione: i permessi per ciascun tool MCP vengono definiti esplicitamente in smart contract che limitano automaticamente le azioni eseguibili. Le azioni ad alto rischio potrebbero richiedere una firma esplicita aggiuntiva dell’utente.

  • Registrazione delle operazioni: ogni chiamata agli strumenti MCP genererebbe eventi registrati permanentemente, facilitando controlli retroattivi e audit automatici.

Perché tale soluzione sia sostenibile nel tempo e facilmente adottabile, è fondamentale definire ulteriori requisiti:

  • Standardizzazione: scegliere blockchain ad alta interoperabilità (ad esempio Ethereum, Solana, o altre chain compatibili) e definire chiaramente gli standard DID utilizzabili.

  • Privacy e riservatezza: adottare tecniche avanzate (zero-knowledge proofs) per garantire la riservatezza di dati sensibili, evitando di renderli pubblicamente visibili sulla blockchain.

  • Usabilità e gestione chiavi: semplificare il recupero degli account smarriti e implementare meccanismi di backup sicuri per la gestione delle chiavi private, evitando complessità eccessiva per gli utenti non tecnici.

  • Governance decentralizzata: prevedere modalità per aggiornamenti dello standard MCP e dei relativi smart contract tramite governance decentralizzata (es. DAO), per garantire evoluzione e sicurezza nel tempo.

L’integrazione della blockchain in MCP rappresenterebbe a mio avviso un ulteriore passo importante verso quella convergenza di cui parlo da un po’ e vero la creazione di uno standard realmente maturo, sicuro e scalabile. La capacità di autenticare richieste, autorizzare operazioni e tracciare eventi in modo decentralizzato potrebbe trasformare MCP da semplice protocollo di integrazione a piattaforma completa e (più) sicura per l’automazione avanzata con LLM.

Verso un uso responsabile e sicuro di MCP: proposte e principi

Nonostante le criticità evidenziate, il Model Context Protocol rimane dal mio punto di vista un’innovazione importante e utile, oltre che un cambio radicale di modelli ed ecosistemi inteeri. La chiave sta nell’adottarlo in modo responsabile, implementando misure di sicurezza e di design che ne mitigano i difetti. Di seguito provo a buttare giu  alcune proposte e principi – rivolti sia a sviluppatori di tool/applicazioni, sia a utenti avanzati – per migliorare la progettazione della sicurezza e l’affidabilità di MCP senza perdere i vantaggi della standardizzazione:

  • Classificazione del rischio dei tool e conferme contestuali: Gli strumenti MCP andrebbero categorizzati per livello di rischio (basso, medio, alto) in base alle azioni che compiono. Ad esempio, leggere dati pubblici può essere low risk, modificare dati sensibili high risk. L’interfaccia utente dovrebbe poi modulare le conferme di conseguenza: niente conferma per azioni sicure di routine, conferma obbligatoria (con chiaro avviso) per operazioni distruttive o finanziariamente impegnative. In mancanza di uno standard ufficiale, alcune implementazioni iniziano a muoversi in questa direzione introducendo livelli di esecuzione: ad esempio, eseguire direttamente le azioni a basso rischio, ma richiedere un permesso esplicito per quelle medie e addirittura isolare in sandbox (es. in un container Docker) quelle ad alto rischio ().
  • Sandboxing e scope limitato: Per i tool più potenti (come quelli che eseguono codice o modificano file), è consigliabile limitarne il campo d’azione. Ciò può avvenire tramite sandboxing (esecuzione in un ambiente chiuso che impedisca danni al sistema host) o definendo scope ristretti – ad esempio un tool delete_file() potrebbe essere vincolato a operare solo in una directory predefinita, impedendo cancellazioni arbitrarie in tutto il file system. Idealmente, MCP potrebbe supportare in futuro una sorta di policy di autorizzazione dichiarativa, in cui l’utente concede a un tool solo certi permessi (lettura sola, accesso solo a un certo dataset, ecc.). Nel frattempo, sta ai singoli server MCP implementare tali controlli internamente.
  • Verifica e fiducia nei server MCP di terze parti: Prima di collegare un qualsiasi MCP server esterno al proprio assistente, occorre valutarne l’affidabilità. Preferire tool open source il cui codice è ispezionabile, oppure servizi di provider noti con solide politiche di sicurezza. Evitare di usare plugin da fonti sconosciute o poco trasparenti, specialmente se richiedono accesso a dati sensibili. Gli sviluppatori della piattaforma potrebbero creare un registry pubblico di server MCP verificati o con recensioni, facilitando agli utenti la scelta di integrazioni sicure.
  • Trasparenza delle azioni dell’agente: L’applicazione host (es. l’interfaccia chat) dovrebbe fornire strumenti per monitorare e loggare le azioni che l’LLM compie tramite MCP. Ciò può includere un pannello di attività in tempo reale (“L’assistente sta chiamando lo strumento X con questi parametri…”), e log dettagliati consultabili successivamente. Questo aiuta sia a tranquillizzare l’utente durante operazioni lunghe o complesse (sapendo cosa sta succedendo dietro le quinte), sia a effettuare audit in caso di comportamenti sospetti o malfunzionamenti. Alcune implementazioni visualizzano già il “chain of thought” o i passi compiuti dall’agente: estenderlo con dettagli specifici dei tool MCP usati sarebbe un’ottima pratica.
  • Limitare l’autonomia in contesti critici: Per task particolarmente delicati – ad esempio operazioni finanziarie, modifiche di sistema, invio di mail a larga diffusione – è saggio mantenere l’umano nel loop. Ciò significa progettare l’agent affinché si fermi prima di un punto di non ritorno e chieda conferma finale all’utente, magari mostrando un riepilogo di cosa intende fare. Questo principio si riallaccia ai livelli di rischio: nessun modello AI dovrebbe effettuare transazioni bancarie o cancellazioni massicce senza un “OK” umano, anche se in generale gli si concede autonomia su altre cose.
  • Educazione dell’utente e best practice d’uso: L’utente finale va reso consapevole che uno strumento come MCP non è infallibile e richiede uso accorto. I provider di assistenti dovrebbero educare tramite documentazione e tutorial sui rischi possibili (es. evidenziando il pericolo di prompt injection attraverso esempi) e sulle funzionalità di sicurezza messe a disposizione. Un utente informato sarà più propenso a configurare correttamente i permessi, a scegliere con giudizio quali integrazioni attivare e a riconoscere eventuali segnali di comportamento anomalo dell’agente.

L’MCP rappresenta un passo significativo verso ecosistemi AI modulari e integrati, analoghi a un sistema operativo per agenti intelligenti. Le sue promesse di standardizzazione e versatilità sono reali, ma altrettanto vere sono le sfide emerse e che emergeranno in termini di sicurezza e UX. La buona notizia è che, come tutti i grandi progetti di cambiamento, vedono una partecipazione di diverse comunità che stanno già affrontando questi temi e approfondendo tecnicamente molti aspetti: dall’analisi delle vulnerabilità (esempio riportato in questo articolo MCP Safety Audit: LLMs with the Model Context Protocol Allow Major Security Exploits) alla creazione di sistemi di validazione di sicurezza automatici per server MCP, fino al dibattito su come migliorare il protocollo stesso (Everything Wrong with MCP – by Shrivu Shankar).

È probabile che vedremo evolvere sia lo standard MCP (con estensioni per gestione permessi, formati di risposta più strutturati, ecc.), sia le implementazioni lato applicazione (assistenti che guideranno meglio l’utente, magari con interfacce più ricche e controlli). Fino ad allora, il principio guida dev’essere la cautela consapevole: adottare MCP con entusiasmo, ma progettare sempre con una ”mentalità di sicurezza” e usare l’autonomia dell’AI entro limiti che possiamo gestire.

Come spesso accade nella tecnologia, la chiave è trovare il giusto equilibrio tra innovazione e controllo: sfruttare l’automazione offerta da MCP senza mai rinunciare del tutto alla supervisione umana e a misure preventive. In questo modo potremo godere dei benefici dell’AI aumentata dai tool, minimizzando al contempo i rischi per sistemi e persone.