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Più Places per tutti: benvenuto Maptivism!

No no, non è un invito a manifestare in piazza, faccio riferimento a tutta questa geolocalizzazione che per moda, utilità o semplicemente cazzeggio è e sarà intorno a noi!

Facebook questa notte ha presentato Facebook Places, il servizio di geolocalizzazione che tutti aspettavano. A primo impatto, la cosa che mi ha fatto un pò ridere (e non solo a me)  è il logo: Facebook, un pò come fa Google nei loghi speciali, ha nascosto (nemmeno tanto) il numero 4, richiamando il Four di Foursquare, tra le vie che compongono la mappa sulla quale è depositato il Marker. Il servizio, attualmente utilizzabile solo dagli Stati Uniti ma nel frattempo Mashable ne ha pubblicato una guida descrittiva piuttosto completa.

Come avevo anticipato nel mio post, Places permetterà di effettuare lo status update localizzato inserendo il luogo in cui ci si trova, e  darà la possibilità di “taggare” gli amici in un determinato posto, facendo apparire, come già succede con i tag attuali, l’informazione sullo stream di chi è stato citato.

Riguardo alla privacy, così come già pensavo nel precedente post e come giustamente ha riportato anche De Biase oggi, le difficoltà non saranno poche e anche questa volta le regole preimpostate da Facebook sono discutibili: è necessario dichiarare la propria adesione per consentire alle applicazioni di usare la localizzazione, mentre di default gli amici potranno vedere la nostra posizione. E’ comunque possibile applicare policy più restrittive per se non vogliamo condividere le informazioni geolocalizzate alle applicazioni degli amici. Anzi ricordatevi di farlo.

Leggendo altri post e tweet in giro per la rete, sembra che l’uscita metta a rischio le attività degli altri player (Gowalla, Fursquare, Brightkite…). Come avevo accennato sempre ieri nel post relativo all’uscita di Facebook Places, stanotte sul palco dell’evento di Facebook erano presenti i responsabili di Foursquare e Gowalla, e questo secondo me dimostra quanto ho scritto: Facebook, come Twitter, non si metterà in concorrenza diretta, ma sarà un aggregatore di queste informazioni, facendo diventare gli altri sistemi, una sorta di partner. Al momento dell’uscita, come dice anche Vincos nel suo post, il rapporto con Facebook è solo unidirezionale, solo i check-in dei due pionieri alimenteranno lo stream di Facebook (cosa che veniva già fatta con il cross posting, in modo un pò più destrutturato).

Il problema che evidenziavo in qualche post fa, relativo alla convergenza dei social network, mi fa sempre più pensare, come dice anche Catepol, al “lavoro” che ognuno di noi dovrà svolgere nell’aggiornare e utilizzare tutti questi sistemi: quanti giardini dovremo coltivare? E soprattutto, quanto è utile sparpagliare le info in giro per vari sistemi e non averle aggregate in un solo punto?

Ora che 500 milioni di persone potranno geolocalizzare e geolocalizzarsi, e soprattutto dopo che il sistema verrà esteso oltre i confini statunitensi, secondo me sarà necessario intraprendere di nuovo non tanto il discorso della privacy (secondo me problema mai esistito) quanto il problema della netiquette e del corretto utilizzo di questi sistemi.

L’arrivo di facebook nel mondo della geolocalizzazione e dei location based services sarà una ulteriore e definitiva spinta di questi sistemi nella vita quotidiana di tutti, e darà il via alla trasformazione di questi sistemi in commodity. Non saranno più piattaforme ad uso solo degli early adopter , che oggi checckano ogni punto o mappano (da veri maptivist) tutto quello che ritengono necessario, ma saranno alla portata di tutti. Mi auguro che la diffusione degli LBS, possa dare il via alla crescita di sistemi socialmente utili come la mappatura di problematiche sociali e ambientali, monumenti, terremoti, manifestazioni, eventi sportivi, traffico e incidenti.

Benvenuto Maptivism, ora si che possiamo iniziare.

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Social Location Based Services, arriva Facebook

Il 2010 è l’anno dei social location based services: Foursquare, Gowalla, Google Latitude, Loopt, Brightkite, MyTown e tanti altri servizi geolocalizzati che ogni giorno escono fuori.

Infografica di Techcrunch

Negli ultimi mesi abbiamo visto una rapida crescita di questi servizi, in particolare Foursquare, che rispetto agli altri sistemi ha dato il via alla moda del CheckIn abbinato al Social Game.

Leggendo Woork Up ho trovato alcuni dati interessanti su RJmetrics: attualmente il mercato degli lbs principalmente si divide tra Foursquare e Gowalla. Il primo, Foursquare, sembra essere avanti di parecchio rispetto al concorrente con oltre 2,5 milioni di utenti attivi e con una crescita media giornaliera di 19.000 utenti al giorno (dati dell’ultimo mese), mentre Gowalla ha poco più di 390.000 utenti attivi (praticamente circa il 16% degli utenti totali di Foursquare), con un incremento medio giornaliero di 1.800 nuovi utenti.

Secondo Google Trend, Foursquare genera oltre 5,5 milioni di visitatori unici al mese con una crescita del 350% da gennaio ad agosto 2010 mentre Gowalla genera 830.000 visitatori / mese con un aumento del 15% considerando lo stesso periodo dell ‘anno. Per quanto riguarda gli altri concorrenti, relativamente a Google Latitude, non ci sono dati ufficiali se non una dichiarazione che riferisce circa 3 milioni di utenti attivi con un incremento del 30% al mese (circa 30.000 utenti al giorno). Se la crescita di Latitude fosse rimasta costante, vorrebbe dire che negli ultimi tre mesi il servizio di Google dovrebbe aver raggiunto 5,7 milioni di utenti attivi. Un numero decisamente importante rispetto a Foursquare e Gowalla.

Tra i vari servizi, c’è anche Loopt, un altro popolare (non in Italia) servizio location-based di mappatura sociale ha raggiunto oltre 4 milioni di utenti con 240.000 visitatori unici al mese, mentre Brightkite ha  superato 2 milioni di utenti e MyTown ha una userbase di 2,8 milioni di persone.

Poco tempo fa è stato il turno di Twitter con Places. E’ stato uno scossone per il mercato degli LBS? Non mi sembra. Twitter è entrato nel mondo dei Location Based Services integrandosi trasversalmente con Gowalla e Foursquare attivando così la possibilità di geolocalizzare ogni Tweet. A mio parere questa è stata una mossa strategicamente corretta poichè ha permesso a Twitter di entrare nell’onda del next big thing e allo stesso tempo gli ha permesso di mantenere il suo DNA di Microblogging senza entrare in competizione con gli altri sistemi ed evitandosi a monte il problema della corsa alla leadership degli lbs, che volendo avrebbe benissimo potuto intraprendere, visto il numero di utenti attivi (100 milioni di utenti circa).

E se entra Facebook? In questi giorni entrerà anche Facebook (…magari copiando twitter lo chiamerà Facebook Places), nel mondo della geolocalizzazione diventando così competitor anche di Foursquare, al quale poco tempo prima aveva offerto circa 120 milioni di dollari per acquistarlo. Ho letto molti post relativi all’ingresso di Facebook, tra cui anche quello del IlPost e tutti più o meno vedono questa mossa come pericolosa per il futuro di Foursquare.

Secondo me nel breve tempo non succederà nulla o per lo meno non ci saranno grossi cambiamenti. Facebook uscirà con delle funzionalità di georeferenziazione delle informazioni e permetterà agli utenti di localizzare foto, status update e visualizzare la posizione degli amici. Malgrado i suoi oltre 500 milioni di utenti, secondo me non riuscirà a scardinare, superare o sovrastare il modello di Social Game e Social Guide sviluppato da Foursquare. Anzi, a mio avviso Foursquare potrebbe crescere di più, accelerata dalla spinta che la stessa Facebook darà al mercato della geolocalizzazione.

Le motivazioni secondo me, sono più di una. La prima è riconducibile principalmente al discorso privacy e riservatezza: oggi in Foursquare posso “partecipare” con un Nick o con la visibilità del solo nome e potenzialmente potrei giocare senza farlo sapere a tutti. Attivando il servizio di localizzazione su Facebook questa scelta potrebbe esser più difficoltosa se non impossibile (come lo è su Latitude), visto che tutto il sistema dialoga per Nome e Cognome e la gestione della privacy non sarebbe così semplice.

Gli utenti di Facebook inoltre utilizzano il sistema principalmente per un uso “casalingo”, di gossip, per impicciarsi degli affari degli altri, per rimanere in contatto con amici: mi aspetto che l’utilizzo maggiore della localizzazione in Facebook sia per vedere dove sono gli amici e dove hanno scattato una foto, e non per guadagnare punti, censire Tips, commenti e feedback e mappare nuovi luoghi. Secondo me Facebook non sarà un competitor, ma un altro partner degli altri sistemi di lbs e questo permetterà a Foursquare e agli altri di crescere sull’onda della diffusione dei servizi geolocalizzati e della mania del checkin.

Secondo me è più facile che prendano piede applicazioni terze che interagiscono con i dati georeferenziati di Facebook che funzionalità proprietarie: magari piattaforme di Augmented Reality + Social. Allora, forse in questo caso, sarebbe a rischio Foursquare.

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Google Me come è messo nella corsa al social network?

Proprio in questi giorni ho scritto un post relativo alla strana convergenza dei Social Network e all’equilibrio a cui si sta arrivando dal punto di vista delle funzionalità delle piattaforme di Social. Appiattimento causato da un lato, positivo, dal completamento dei servizi all’utente da parte di tutti i big e dall’altro, negativo, dall’effetto moda/emulazione di sistemi concorrenti. Nel post infatti ho scritto che tutti copiano qualcosa e Google copia un pò tutti.

A seguito dei commenti lasciati sul post, ho iniziato a riflettere sulla politica di Google ed in particolare sul possibile servizio Google Me (se così si chiamerà…?) e le sue funzionalità.

Google Me sarebbe ipoteticamente il guanto di sfida ufficiale a Facebook nell’ambito dei Social Network, ma lanciare un nuovo servizio adesso, viste le cattive acque in cui naviga Google in questo momento, sarebbe poco propizio: i vari problemi derivanti dalla Privacy e dalla gestione dei dati, la battaglia contro Oracle per il discorso Java/Android, l’accordo con Verizon ed il discorso della Net Neutrality, la chiusura ed il flop di Google Wave, l’abbandono del Nexus One e via dicendo.

Anche se Google sta già lavorando per questo sviluppo ( focus group sui social network ), probabilmente dovremo aspettare ancora un pò prima di vedere e poter utilizzare un social marchiato google.

Comunque, così per farmi un idea, ho tirato giù un paio di riflessioni su come potrebbe esser il Social Network di Google e quali potenzialità e sviluppi potrebbe avere.

La prima idea è che Google possa puntare ai profili degli utenti e trasformare la piattaforma Google Profile nel sistema di base di autenticazione, personalizzazione del profilo e gestione della privacy (quello che in Facebook è il Profilo). Per quanto riguarda la messaggistica, la posta e gli eventi, non c’è dubbio che il sistema potrebbe esser Gmail per i messaggi, Google Buzz per tutto quello che riguarda lifestream e attività, Google Contacts per la rubrica e Google Calendar per tutto quello che riguarda eventi, compleanni e scadenze.

Le funzionalità social verrebbero importate da Orkut e questo permetterebbe la gestione dell’amicizia e il following. La struttura delle relazioni e delle amicizie sarebbe basata su Google Social Graph e la piattaforma potrebbe esser sviluppata sullo standard Open Social. Le discussioni di gruppo potrebbero esser gestite da Google Groups, e Blogger verrebbe integrato per dare la possibilità di fare blogging all’interno della piattaforma stessa. Google Documents integrerebbe la parte collaborativa e di gestione documentale che oggi non è presente su nessun altro Social Network, mentre Knol verrebbe utilizzato dagli utenti come sistema di knowledge base in stile Wikipedia.

Picasa e Youtube potrebbero esser integrate rispettivamente per la gestione delle foto e dei video. La chat verrebbe implementata su Google Talk, con tanto di possibilità di video chiamata. Per la geolocalizzazione potrebbe esser utilizzato Google Latitude, che fino ad oggi non è mai stato sfruttato a pieno (e ha già 3 milioni di utenti attivi), e Google Maps per la visualizzazione e gestione dei dati su mappa.

Ci sarebbe poi la funzionalità di Advertising che potrebbe esser demandata ad AdSense e AdWords. In questo caso Google potrebbe addirittura implementare una cosa in più: dare la possibilità all’utente di dedicare degli spazi AdSense all’interno del proprio profilo e far sfruttare la propria visibilità per guadagnare, come quello che oggi avviene sui blog con l’inserimento delle inserzioni AdSense. L’analisi del traffico e l’Insight verrebbe gestito attraverso Google Analitycs, ovviamente.

Google Alert e Google SMS potrebbero esser utilizzati come sistema di notifica e avviso di eventuali aggiornamenti. Per quanto riguarda la sezione del marketplace e della piattaforma di pagamento, Google secondo me parte da un buon punto: CheckOut per quanto riguarda il pagamento e Google Site per gestire un proprio micro sito web per l’ecommerce.

Per quanto riguarda infine lo sviluppo e l’integrazione verso il mondo esterno ed i blog, Google potrebbe tranquillamente continuare a pubblicare le API così come sono oggi e potenziare il sistema Google Connect per gli sviluppatori, in concorrenza a Facebook Connect. Gli sviluppi di terzi (widget e porzioni di apps) continuerebbero a funzionare nella stessa modalità delle Widget di iGoogle, come alternativa alle Facebook Apps.

Visto l’utilizzo intenso dei Social Network che oggi facciamo e visto che presto tutti cominceremo a farlo anche durante la giornata nelle attività quotidiane, e se Google integrasse anche Google Health nella sua piattaforma? Potreste richiedere le ricette al medico, verificare l’elenco delle medicine comprate, ricordarvi quando avete delle visite e verificare lo stato di salute di un vostro parente che vi ha condiviso le informazioni.

Insomma con un integrazione di questo tipo, con tutti i servizi già sviluppati e quelli che si potrebbero sviluppare ed aggiungere Google potrebbe raggiungere (e forse superare), secondo me, Facebook nella corsa al Social Network. Dal punto di vista dei numeri Facebook ha già oltre 500 milioni di utenti, mentre Google dovrebbe raggruppare gli utenti di servizi diversi (anche se tutti registrati con account Google) per poter raggiungere lo stesso numero. Da una parte inoltre Google potrebbe aver interesse a sviluppare una piattaforma integrata perchè gli servirebbe per scalzare Facebook. Da un altro punto di vista invece potrebbe non avere senso perchè, dopo tutto, Google è già un enorme social network.

E voi che ne pensate?

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La strana convergenza dei Social Network

In questi giorni mi sono soffermato ad osservare la crescita dei social network più importanti, gli sviluppi degli ultimi tempi, gli utenti e le funzionalità rilasciate o in rilascio. Ho notato alcune cose che mi hanno fatto riflettere. La cosa che più mi ha colpito sono le poche novità: nessuno ha rilasciato funzionalità veramente innovative e differenti dagli altri.

Twitter , cavalcando l’ondata della geolocalizzazione, ha aggiunto recentemente la possibilità di localizare i tweet prendendo spunto da Foursquare (e ovviamente anche da altri LBS) e ha lanciato il servizio Places. Poi ha rilasciato la funzionalità Who to follow che suggerisce ad un utente quali account potrebbe conoscere permettendo un aumento dei legami e della socializzazione, copiando la funzionalità da Facebook. Sempre seguendo Facebook e scavalcando Tweetmeme ha comunicato il lancio del pulsante ufficiale per il retweet. Alcuni rumors dicono che potrebbe integrare l’anteprima delle immagini e dei video nello stream copiando da Friendfeed e Facebook.

Facebook ha aggiunto l’anteprima dei profili al passaggio del mouse su una foto copiando la funzionalità da Twitter, che a sua volta l’aveva copiata precedentemente da Friendfeed, se non erro. A breve inserirà anche la geolocalizzazione nello stream nelle attività e la possibilità di condividere foto e localizzarle prendendo spunto da Foursquare e rincorrendo Twitter. Facebook ha acquisito Friendfeed per poterne ereditare il realtime dello stream e fare così concorrenza a Twitter.

Foursquare, nell’ambito dei location based services, rincorso da Facebook e da Twitter ed in continua competizione con Gowalla dal canto suo non poteva rimaner fermo. Prima ha dato maggior visibilità ai Tips trasformandoli in una sorta di status update alla Twitter, poi ha modificato la scheda utente dando maggior visibilità ai badge e alle informazioni condivise dall’utente. Poi ha aggiunto la possibilità di visualizzare i Tips per data o popolarità (i’ve done this!) prendendo spunto dal Like di Facebook.

Google ha provato a copiare Twitter con Jaiku, poi ha lasciato perdere per passare ad Orkut e poi dare vita a Buzz cercando di sviluppare qualcosa di simile a Facebook e a Twitter. Poi ha avviato Latitude, che non essendo integrato con altri sistemi non ha preso piede. Mi aspetto che prima o poi permetterà di vedere i buzz, le foto di Picasa e gli amici posizionati su mappa.

Insomma, Twitter copia da Foursquare. Foursquare copia da Facebook. Facebook copia Twitter. Google copia un pò da tutti. Tutti copiano da tutti. Ma è normale?

Secondo me si, ovviamente una mia opinione, ma questa rincorsa allo sviluppo delle funzionalità degli altri e questa sempre maggiore similarità fra i vari servizi, mi fa pensare che stiamo arrivando ad una fase di stabilità e tutta l’euforia legata alla novità dei social network, della geolocalizzazione e del mobile potrebbe leggermente affievolirsi.

Se il 2009/2010 infatti è stato l’anno dell’esplosione dei sistemi di Social Network, del mobile e dei sistemi di geolocalizzazione, secondo me, il periodo che stiamo per affrontare, e che va dalla fine del 2010 e forse per gran parte del 2011 sarà caratterizzato da una maggiore omogeneizzazione di alcuni servizi, vedremo meno novità funzionali, probabilmente molte integrazioni e perchè no parecchie acquisizioni (?). Le novità rallenteranno e saranno poche le aziende che rilasceranno qualcosa di veramente nuovo. Sarà invece una fase di consolidamento, secondo me molto importante, perchè il mercato avrà modo di recepire l’ondata delle novità dell’ultimo anno. Le aziende, metabolizzate le potenzialità degli ultimi tempi, cominceranno ad investire in sviluppo, integrazioni e marketing e saranno l’acceleratore che porterà questi sistemi alla portata di tutti. Gli utenti avranno modo di utilizzare tutti queste tecnologie e sistemi nella vita di tutti i giorni e sempre di più troveremo la geolocalizzazione e funzionalità sociali nella routine giornaliera.

In fondo, facendo un rapido riepilogo, con i sistemi attuali possiamo stringere amicizia, aggiornarci rapidamente, micro-messaggiare, condividere foto e video, esprimere pareri e dare feedback con like, retweet e commenti, geolocalizzare informazioni e vedere dove sono i nostri amici, comprare on line e trovare ogni tipo di informazione. Cosa altro vogliamo in questo momento da un social network?

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Creare la Cultura della Creatività e dell’Innovazione

Recentemente su PRNewsWire e su Harward Business Reviews, ho letto di uno studio effettuato da IBM. Sono stati intervistati circa 1.500 amministratori delegati di aziende di 60 paesi diversi, individuando, nel risultato finale, la creatività come fattore più importante per il successo di un azienda. E’ interessante leggere che circa l’80% dei CEO intervistati ritiene che in un mercato complesso e veloce come quello attuale,  è assolutamente necessario trovare nuovi modi di pensare e strade alternative ai modelli comuni. E’ anche interessante notare che più del 60% ha affermato che la propria azienda non ha ancora fatto nulla per affrontare efficacemente questa complessità crescente. Mmm.

La domanda che mi sono posto leggendo questo studio, anche dopo aver parlato con qualche azienda italiana, è: “Ma in Italia, ci sono amministratori delegati e dirigenti realmente disposti ad intervenire sulla propria azienda per promuovere la cultura della creatività e dell’innovazione?” E soprattutto “Cosa deve fare un imprenditore per dare il via a questa ri-evoluzione?”

Secondo la mia esperienza in Italia ci sono veramente pochi imprenditori con questa cultura e quelli che ci sono, non è facile trovarli. La maggior parte degli imprenditori è ancora influenzata da modelli economici e organizzativi, secondo me, obsoleti o comunque non più adeguati.

Per quanto riguarda invece la seconda domanda, la Cultura della Creatività e dell’innovazione, secondo me, può esser attivata in sei piccole, grandi, mosse.

1. Rispondere alle esigenze delle persone. Il primo passo da fare è mettere in discussione il modo in cui ci si aspetta che le persone lavorino. Per stimolare la creatività è necessario generare un ambiente sano, vicino alle abitudini e alle esigenze delle persone sia dal punto di vista fisico, che emozionale, mentale e spirtuale. Le persone devono esser soddisfatte del proprio posto di lavoro e non devono viverlo con insoddisfazione, poichè questo stato d’animo genera un minor impegno di energia. L’azienda potrebbe iniziare chiedendo al proprio dipendente di cosa ha bisogno per lavorare meglio e svolgere al massimo il proprio lavoro, e allo stesso tempo responsabilizzare le persone con obiettivi ben specifici.

2. Insegnare la creatività. La creatività, come spesso ha scritto anche Edward De Bono nei suoi libri relativi al pensiero laterale, non è innata ma può esser sviluppata attraverso esercizi ed allenamento. I 4 principi fondamentali del pensiero creativo che devono esser trasmessi sono i seguenti: rinviare il giudizio durante fase di generazione di idee, generare il maggior numero di idee possibile, prendere nota delle idee e sviluppare e migliorare le idee. La creatività va stimolata ed insegnata.

3. Coltivare la passione ed il talento. Il modo più veloce per uccidere la creatività è mettere le persone in ruoli che non stimolano la loro immaginazione. Le persone incoraggiate a seguire la loro passione ed abbinarla al lavoro,  sviluppa una maggiore disciplina, una profonda conoscenza delle proprie attività, e una maggiore resistenza di fronte agli insuccessi. L’azienda deve riuscire a mettere le persone nel posto più adeguato e vicino al talento e alla personale predisposizione.

4. Motivare e generare senso di appartenenza. E’ vero, il denaro è necessario ed è alla fine dei conti quello che tutti guardano. Non c’è dubbio. Le persone però si sentono meglio quando sanno di dare un contributo personale anche al di là dei soldi. Per sentirsi davvero motivate, le persone devono credere a quello che stanno facendo e devono sentirsi partecipi. Se l’azienda riesce a definire una missione irresistibile che trascende l’interesse personale, si genera una tale energia tale che sono garantite le migliori prestazioni, e anche il pensiero creativo riesce a superare gli ostacoli e generare nuove soluzioni.

5. Dare tempo. Il pensiero creativo richiede necessariamente di un momento di dedicato, ininterrotto e senza pressione. Non si devono esigere risposte immediate e soluzioni istantanee. Oggi tutte le aziende vivono con un solo ideale: “more, bigger, faster“. Sicuramente il tempo è denaro, ed è sicuramente sempre poco, ma per generare creatività ed innovazione è necessario tempo. Ovviamente non infinito, ma sicuramente dedicato.

6. Stimolare il cambiamento. La maggior parte delle soluzioni, secondo le teoria del pensiero creativo, vengono fuori dopo la fase detta dell’incubazione ed è definita con il termine di Illuminazione. L’illuminazione non sempre è immediata, e molto spesso è necessario distogliere l’attenzione dal problema affinché, il cervello a livello inconscio lavori sul problema e fornisca una risposta. Le aziende devono esser in grado di stimolare questa fase di illuminazione, dando alle persone la disponibilità di momenti di pausa, caffè, relax e aggregazione extra lavorativa.

Sono sicuro che in primo approccio questo post sembrerà strano, ma è proprio lì, l’alternativa.

E voi conoscete realtà simili o casi in cui l’azienda porta avanti una Cultura della Creatività? Cosa ne pensate?

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Sliding Doors

Vi racconto la mia giornata completamente twittata e condivisa in rete oggi.

Tutto inizia con il suono della sveglia delle 5.00.

Oggi riunione a Parigi, un pò di shopping, toccata e fuga e poi rientro a Roma. La giornata inizia prestissimo: la sveglia alle 5 del mattino sembra il bigbang. Preparazione rapida e via, taxi e direzione Fiumicino. Alle 6.00 checkIn in aeroporto e alle 7.00 partenza per Paris. L’arrivo all’aeroporto di Parigi Charles De Gaulles è previsto per le 9.10, il volo è tranquillo e l’atterraggio puntuale. Dopo una lunga e piacevole riunione con il cliente, saluto tutti e me ne scappo di corsa, approfittando dalla giornata splendida parigina per fare due passi. Faccio uno spuntino alle 13 da Lina’s , poi una veloce una passeggiata verso le 14 al Louvre ed infine partenza per tornare a Roma con il volo delle 15.30. Arriverò a Fiumicino per le 17.40, con il giusto tempo di passare da casa, fare una doccia ed andare a cena con un paio di amici alle 20.

Aspetta aspetta, rewind: torniamo al momento in cui mi è suonata la sveglia, e vi racconto la giornata, vissuta in parallelo.

Accc!! Mi ero dimenticato di disattivare la sveglia. Di solito non riprendo sonno e così mi sono messo scrivere due righe sul mio blog in attesa dell’inizio della giornata. Alle 5.30 trovo in rete un amico che vive negli States e dopo una breve discussione mi domanda: “Ti fidi delle informazioni in internet?”. Sono rimasto un pò spiazzato dalla domanda ma poi parlando del più e del meno mi è venuta in mente un idea per un esperimento e mi sono messo subito al lavoro dalle 6.00 alle 7 circa. Alle 9 sono uscito di casa per fare un paio di commissioni personali e poi sono andato in ufficio. La mattinata è trascorsa tranquillamente. Alle 13 sono sceso a mangiare una cosa rapida sotto l’ufficio e dalle 14 alle 15.00 ho fatto una riunione. Alle 20 cena in serata mi vedrò con due miei amici.

A quale dei due racconti credereste? Praticamente alle 5 del mattino ho dato inizio al mio sliding doors, che si è poi ricongiunto alle ore 20 per cena.

Bene, questo è stato il mio piccolo esperimento: simulare lo sliding doors, vivere per una giornata intera una dimensione parallela, virtuale e far credere a tutti che la mia giornata si sia svolta realmente così, utilizzando gli strumenti di comunicazione che, tutti, abbiamo a disposizione e dei quali ci fidiamo, a volte, troppo.

L’esperimento è iniziato con qualche ricerca veloce: voli di aerei, distanze e percorsi, orari ed indirizzi e qualche dettaglio. Poi ho creato una timeline sulla quale ho messo un piano dei tweet (schedulati così da evitarmi di doverli fare manualmente), l’elenco dei checkin per simulare e comunicare la mia posizione ed i miei spostamenti, qualche info di dettaglio da tweettare per far sembrare più vera la giornata.

Nessuna collaborazione, un solo complice: mia moglie. Lei sapeva tutto questa mattina ovviamente, ma solo per evitare una bomba atomica! Vi immaginate la sua faccia, se avesse letto su Facebook che stavo a Parigi e non le avevo detto nulla!?

Durante la giornata ho dovuto fare molta attenzione ad alcuni aspetti: dal telefono spento durante la fase dei voli aerei, la disattivazione della localizzazione automatica di Android su Latidude, le risposte via email. Ho dovuto gestire i commenti su facebook, twittare senza geolocalizzazione, evitare CheckIn (veri) ed interagire sugli altri social in momenti ed orari opportuni per evitare che tutto l’esperimento fallisse a causa di qualche contraddizione. Non volevo che nessuno sapesse che si trattava di un esperimento, anche se a qualcuno il dubbio è venuto… Ho inviato su Twitter qualche frase con contenuti mirati e testi che comunicavano il mio coinvolgimento (la fretta, le osservazioni sul contesto e qualche, finto, dettaglio). Ho condiviso tutto anche su Facebook, FriendFeed e FourSquare.

Ora, aldilà dell’aspetto ludico e divertente nel vedere i commenti delle persone, i like e le risposte su Twitter, vorrei fare qualche considerazione sull’esperimento e tirarne fuori qualcosa di riflessione.

Prima di tutto la privacy. Secondo me l’esperimento dimostra che la privacy può essere gestita gestendola e i dati personali possono esser comunicati e condivisi come vogliamo, dipende principalmente da noi e da quello che decidiamo di far sapere, come e quando. La crescita dei social network, la diffusione di strumenti di condivisione, l’utilizzo della rete in modo scriteriato di molti utenti e la mancanza del rispetto della netiquette ci deve comunque far prendere in considerazione la possibilità che qualcuno possa “condividere” in rete, senza autorizzazione e a nostra insaputa, informazioni su di noi. Immaginate il tweet di un amico che dice di averci visto in via tal dei tali o la condivisione di una foto che ci ritrae in un determinato momento, senza che nessuno ci abbia richiesto l’autorizzazione. Con questo non sto dicendo di mentire in rete, anzi, ma di gestire la propria privacy ed esser consapevoli di quello che stiamo mettendo on line.

Ci sono molti post che parlano di problematiche relative alla privacy e ai social network, ma io sono dell’idea che tutto è riconducibile maggiormente a quello che vogliamo condividere. Vi segnalo un paio di post in particolare: uno di Luca Perugini che parla di Galateo ai tempi di FourSquare, e le slide di Catepol al VesuvioCamp2010 nelle quali accenna alla Regola della nonna e di come dovrebbero comportarsi gli utenti all’interno dei social network. Secondo me sono considerazioni semplici, ma da tenere bene a mente.

La seconda è la fiducia verso Internet crescente. Quando poco fa ho detto a qualche persona che è stato tutto un gioco, e che sono sempre stato a Roma, la domanda che mi ha più colpito è stata: “Ma l’hai scritto su Facebook, pensavo fosse vero!”. Agghiacciante. Una volta questa cosa si diceva della televisione e dei telegiornali, oggi, si dice di Internet (già?!). Da un lato mi sembra un bene, vuol dire che l’attenzione si sta spostando verso la rete, dall’altra lo ritengo un problema: se adesso lo dice Internet, Deus Ex machina, a prescindere è vero?

C’è poi il discorso degli strumenti che abbiamo a disposizione. In questi giorni in rete si è parlato molto di FourSquare, dei suoi punti di forza e delle sue debolezze, delle funzionalità e dell’utilità dei sistemi di geolocalizzazione. Si è discusso in particolar modo della possibilità di fare checkIn su delle location senza esser realmente sul posto. Personalmente non condivido l’utilizzo di 4SQ in questo modo, poichè, anche se è un gioco ed il sistema attualmente lo permette, mi domando che senso abbia dire di esser in un posto e poi esser altrove. A questo punto la domanda già girata in rete è stata: esiste un modo corretto di utilizzare gli strumenti della rete?

Sono d’accordo con chi dice che, proprio perchè si tratta di strumenti, ognuno è libero di utilizzarli come meglio crede: io aggiungerei alla frase “con senso di responsabilità, attenzione e consapevolezza“. Si attenzione e consapevolezza perchè “quando parliamo in rete” – citando Gianluca Diegoli al #4sqconf – ” è come se il mondo fosse in CC“, ed ogni cosa detta rimane e sarà visibile anche a distanza di tempo.

Per quanto riguarda Foursquare nello specifico, mi auguro che inibisca quanto prima la possibilità di effettuare CheckIn fuori area. Ne guadagnerebbe il social game e anche l’attendibilità dei Poi generati dall’utente.

A l’utilizzo degli strumenti della rete infine mi aggancio per porre attenzione sulla responsabilità degli utenti nei confronti di internet. La rete è in costante crescita da quando è nata e sta diventando un enorme contenitore di dati. Tutti i giorni utilizziamo Internet per cercare, informarci e condividere. Tutti possiamo beneficiare di un sistema democratico, gratuito e globale. Alimentare il sistema con informazioni errate o non classificate è dal mio punto di vista irresponsabile. Se non ci preoccupiamo oggi di strutturare le informazioni, ci troveremo ben presto nel marasma di dati destrutturati ed inutili. Possiamo impegnarci nella ricerca, nella progettazione di sistemi di analisi di dati basati su reti neurali, ambire ad un web semantico, discutere sugli opendata e quant’altro ma prima o poi ci troveremo a lavorare quantità enormi di dati spazzatura.

Vabbè, era un momento di elucubrazioni mentali… Voi come la vedete?

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A settembre QR Code e CheckIn a scuola?

Ieri al mare ascoltavo due signore vicine di ombrellone discutere di alcune problematiche relative agli studenti: non studiano, non si presentano alle lezioni, portano il cellulare in classe, non si portano i libri a scuola e via dicendo. Ascoltandole mi sono venute in mente alcune possibili applicazioni legate proprio ai problemi che loro evidenziavano. Secondo me la tecnologia potrebbe in parte risolvere o comunque stimolare gli studenti. Mi spiego.

Immaginiamo per esempio una dispensa didattica per gli studenti contenente un QR Code su alcuni capitoli, su eventuali argomenti da approfondire o alla fine di ogni capitolo. Le applicazioni sarebbero molteplici: lo studente semplicemente leggendo il barcode QR dal proprio cellulare potrebbe andare velocemente ad un sito di approfondimento contenente video, foto, audio e altri testi. Potrebbe interagire direttamente con il professore o con un tutor e porre domande su argomentazioni specifiche, o anche leggendo un QR code potrebbe esser dirottato su una pagina di esercizi per la verifica di fine capitolo.

Il professore potrebbe condividere rapidamente contenuti e link senza dover dettare indirizzi lunghissimi o inviare materiale, avrebbe la possibilità di visualizzare le statistiche di lettura, l’avanzamento degli studi degli studenti in base agli esercizi svolti e gli approfondimenti letti e potrebbe raggiungere un livello di interazione maggiore di quello che c’è oggi. Banalmente non sarebbe altro che l’utilizzo e l’evoluzione dei sistemi attualmente utilizzati da alcune Università con FAD anche alle scuole medie e superiori.

Se a tutto questo questo fosse legata un ambientazione in formato social network (strumento sicuramente utilizzato dagli studenti) si potrebbe pensare per esempio alla condivisione dei punteggi (magari postando su Facebook o su Twitter il valore raggiunto) e stimolando lo studio sotto forma di gaming in un contesto più familiare e attuale. Chissà magari il Secchione potrebbe diventare una nuova tendenza!

Infine pensavo all’utilizzo del CheckIn come forma di registrazione della presenza a scuola, ma non appena ho finito la riflessione, ho pensato a quante parolacce mi potrei prendere e mi hanno iniziato a fischiare subito le orecchie…

Chissà, magari in futuro non troppo lontano, veramente lo studente farà checkin a scuola, leggerà con il cellulare i QR code, prenderà appunti su ipad e leggerà libri nell’eBook.

Fantascienza, cosa ne pensate?

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Risquare – battle of the check-in

Foursquare sta crescendo ed i numeri parlano da soli. Techcrunch ha pubblicato un articolo nel quale mostra la crescita degli utenti e della mole di dati condivisi: nel giro di pochi mesi ha superato il milione di utenti e ogni giorni vengono effettuati oltre 2 milioni di check-in.

Anche io dò il mio piccolo contributo con una media di 10 check-in giornalieri. Qualcuno mi ha domandato perché mi impegno tanto a fare check-in ed a che serve. Il motivo per il quale una persona fa check-in, secondo me, è fondamentalmente divertimento (il gusto di guadagnare badge e mayorship) ed egocentrismo, sì egocentrismo 2.0, quella voglia di farsi vedere e farsi riconoscere.

Tutte le mattine qualcuno effettua una fermata dove qualche giorno prima, o anche poche ore prima, l’abbiamo fatta noi e questo mette a “rischio” la nostra conquista. Si innesca così quella voglia (esigenza?) di timbrare il posto dove siamo stati. Un modo per segnare il territorio, un pò come fanno gli animali… Cit. @nicolamattina

Da un pò di tempo, per esempio, sono diventato Mayor della Stazione Termini, una Venue ambitissima, una location che conta circa 500 check-in unici ed oltre 650 totali, e ogni mattina, ogni momento della giornata c’è qualcuno che vuole conquistarla. La battaglia va avanti cosi ogni giorno a suon di check-in e tweet di sfida.

La sfida, ecco cosa c’è di bello in foursquare. E così, da appassionato del gioco del Risiko, è nata l’idea di RiSquare.com.

Risquare.com è un gaming basato completamente su Foursquare e si sviluppa sullo stesso concetto del Risiko: conquistare una serie di venue, definite all’interno di un obiettivo assegnato ad inizio partita. Ogni partita è composta da più giocatori, possibilmente nella stessa area geografica per rendere più accattivante e difficile le conquiste delle venue. I giocatori possono essere invitati dagli stessi che hanno avviato una partita. L’invito consiste nel richiedere ad un determinato utente di confermare la propria partecipazione attraverso l’autenticazione con il proprio account di foursquare su risquare.com.

Ogni partita si conclude quando uno dei concorrenti completa il proprio obiettivo e ne comunica al sistema il raggiungimento, effettuando l’ultimo check-in sul sito risquare.com. Le partite hanno anche un tempo limite entro cui termiare la partita. Quando scade il tempo viene valutato dal sistema lo stato in cui ci si trova e viene assegnata la vittoria al concorrente che ha conquistato e completato la percentuale più alta di venue del proprio obiettivo.

Gli obiettivi, assegnati in automatico dal sistema, nella versione iniziale saranno uguali per tutti gli utenti, così da creare una competizione alla pari. Gli obiettivi potranno esser composti nei seguenti modi:

  • conquistare una categoria specifica di venue (esempio: conquista un ristorante ed un hotel a tua scelta)
  • conquistare un locale specifico (esempio: conquista il ristorante della Sora Lella)
  • effettuare un numero di check-in in posti specifici (esempio: effettua due check-in in due piazza diverse)
  • censire nuove venue ed invitare utenti a fare un check-in

Il concetto di conquista di una venue equivale al concetto di conquista della mayorship. Ovviamente al momento dell’inizio della partita verranno memorizzate le mayorship già in possesso di ogni singolo utente e queste non avranno validità ai fini del raggiungimento dell’obiettivo durante una partita.

Il sistema/gioco può svilupparsi anche in chiave di business e permettere cosi anche l’assegnazione di premi agli utenti, aggiungendo agli obiettivi assegnati eventuali venue sponsorizzate (esempio: conquistare la sede di “Intimissimi”).

Ovviamente, per evitare che gli utenti effettuino il check-in fuori dalla location senza nemmeno entrare nel locale si potrebbe pensare al check-in integrato con un sistema di qr-code (codice bidimensionali leggibili dalla maggior parte dei cellulari e degli smartphone con fotocamera) posizionato alla cassa o magari direttamente sullo scontrino in fase di acquisto (così che possa esser certificato un acquisto).

Le partite vinte darebbero all’utente punteggi nella classifica globale di risquare.com e questo potrebbe generare anche incontri incrociati tra giocatori in diverse zone del mondo.

Lo sviluppo di questo sistema risulta essere molto semplice poiché la maggior parte delle funzioni sono demandate a Foursquare: mayorship, check-in, registrazione utenti ma sopratutto non è necessario sviluppare nessun client per mobile, sfruttando completamente quelli esistenti (blackberry, iPhone, android) e tutte le Api messe a disposizione da 4SQ stesso.

Lo stato attuale del progetto è il seguente:

  • domini e nome registrati
  • marchio e idea definita
  • layout grafico completato
  • sviluppo applicativo al 30%

Cosa sto cercando? Mi piacerebbe che fosse un prodotto di Indigeni Digitali, un progetto a cui contribuissero tutti quelli che hanno disponibilità di qualche ora. Sarebbe il primo progetto di Gaming completamente Open e sviluppato dalla tribù di Indigeni, ognuno per la propria competenza.

Che ne pensate?

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La conferenza dei Sindaci di Foursquare, vista da fuori

Ieri si è svolta a Bologna la prima conferenza dei sindaci di Foursquare e da quello che si legge sui blog (Andrea Contino, Luca Conti, Luca Della Dora, MiniMarketing, DelyMyth ) e dai molti tweet con hashtag #4sqconf, è stato un grande successo. Secondo Luca Conti le ragioni sono state numerose a partire dai tempi dedicati all’organizzazione (poco più di due mesi), la location informale e molto bella, il numero limitato di partecipanti  ed il giusto equilibrio di contenuti e networking, nonchè le idee creative sia nell’organizzazione che portate dai partecipanti.

Io non sono riuscito ad andare, mi è dispiaciuto moltissimo, ma ero di ritorno da una conferenza presso la Confartigianato di Sondrio incentrata sull’Innovazione per le imprese di artigiane. Ho seguito però attivamente i Tweet e le informazioni condivise in rete da tutti i Sindaci partecipanti e devo dire che comunque è stato interessante. Da quello che ho potuto leggere, i 30 minuti trascorsi in video conference tramite skype con Dennis Crowley collegato dagli Stati Uniti, sono stati piacevoli ed interessanti, ed i numeri che ha presentato sono assolutamente motivo di forte attenzione: 2 milioni di utenti registrati, 25.000 nuovi iscritti al giorno, 27 dipendenti, 15 milioni di finanziamento di venture capital usato per rimanere indipendenti (se necessario) per i prossimi 2 anni, 60% utenti USA, 40% resto del mondo, 20% Europa, 25.000 offerte speciali legati a locali in attesa di accettazione, lavoro svolto da 2 stagisti e un dipendente (numeri presi dal sito di Pandemia). Dennis Crowley ha accennato anche ad alcune novità relative all’utente e al mondo business.

Oggi ho cominciato a leggere con molto interesse  le prime presentazioni condivise in rete, su slideshare:

  1. Gianluca Diegoli – Foursquare: alcuni motivi di dubbio sul futuro, di un indubitabile caso di successo
  2. Luca Conti – Foursquare e location privacy
  3. Edoardo Piccolotto – Gowalla ed il processo di Branding

Prendendo al balzo l’ultima slide di Luca, nella quale ci incentiva alla discussione, devo dire che il tema privacy è veramente un tema caldo ed il suggerimento che esce dalle sue slide, relativamente all’utilizzo consapevole di Foursquare (così come di tutti i sistemi social) lo trovo perfettamente in linea con il mio punto di vista. Lo scambio di Tweet tra me e  Luca Perugini, a seguito di una citazione di @gluca, durante il suo intervento, è assolutamente significativo: “Quando si comunica su Social Media, il mondo è in CC. Solo pochi però ne hanno la consapevolezza”.

Sempre riguardo alla privacy condivido anche il suggerimento di Luca di limitare la condivisione su Facebook e Twitter. Secondo me Fousquare in questo caso funge da sistema di cross posting e ci permette di aggiornare lo status con un informazione aggiuntiva, la geolocalizzazione (che oggi per esempio Facebook non ci permette). E’ corretto consigliare un utilizzo strutturato e controllato, così come avviene anche con altri strumenti, tipo HelloTXT, che permettono l’aggiornamento massivo dello status update con un solo click. Il tema privacy è talmente soggettivo, che oltre a dare qualche linea guida è difficile dire se è giusto condividere un informazione: ognuno è responsabile della propria privacy e delle proprie informazioni condivise in rete.

Ho invece riletto le slide di Gianluca più volte, cercando di capire se i suoi 14 punti sono una provocazione, fatta per generare discussione o se realmente ha ragione nel dubitare di Foursquare. Personalmente, così come è successo anche a Luca Della Dora, ci sono alcuni punti che mi hanno fatto riflettere e che condivido ed altri che invece non condivido affatto. Ovviamente ci tengo a sottolineare che non avendo ascoltato l’intervento, la mia opinione è basata esclusivamente sulle slide. Analizzandoli uno per uno queste sono le mie opinioni:

  • 14° motivo – Brightkite, Latitude, Dopplr, Tripit… Se fossi in Foursquare sarei superstizioso.
    Non credo succeda lo stessa cosa. 4SQ ha un modello più strutturato e maggiormente integrabile in diverse direzioni: dal Social Gaming al Social Guide. Gli altri sistemi non avevano un modello premiante (come i badge) che attira e mette in competizione le persone.
  • 13° motivo – Quello che succede in Foursquare rimane (quasi tutto) in Foursquare. No API, no Google.
    Non ho capito il concetto di no API. Forse Gianluca intende che son poche quelle messe a disposizione: in questo caso si ha ragione, in effetti sono poco dettagliate, ma secondo me la scelta di Foursquare è voluta. Non esporre tutte le API o alcune informazioni di valore è forse una protezione del proprio patrimonio di dati. Se le API esponessero tutte le informazioni, chiunque potrebbe implementare sistemi per Importare / Esportare le venue ed i CheckIn da un sistema all’altro (cosa che in parte è già fattibile).
  • 12° motivo – Quanti siamo veramente? 2 milioni : 500 milioni = x : 16 milioni. In Italia 60.000?
    Beh il calcolo è corretto, ma è pur vero che nel numero di iscritti presi in considerazione (immagino) di Facebook, non ci son più solo gli early adopter, ma anche gli altri utenti (mia madre per esempio). In Italia invece, secondo me, Foursquare è ancora nella fase di utilizzo esclusivo di utenti precoci.
  • 11° motivo – […] on places that have tons of tips it’s hard to find the ones that really are going to make your experience magical.
    Condivido. Infatti ritengo corretto che 4SQ implementi la funzione di Like sui Tips, proprio per dar valore ai suggerimenti degli utenti. C’è anche da dire che se Foursquare implementa anche il like è come se volesse andare verso Facebook, come ho detto in un mio post, il Like di Facebook è già un sistema di CheckIn.
  • 10° motivo – […] lots of locations don’t have any tips, even ones that have Foursquare users checking in.
    Gli utenti sono pigri. Sono convinto però che a breve verremo sommersi di Tips, non scritti dagli utenti al momento del checkIn, alimentati da siti di guide turistiche, tramite API
  • 9° motivo – Perde il confronto con Around Me in utilità e usabilità immediata
    Secondo me sono due cose diverse, sia in termini di funzionalità che di utilità. In Around Me decidi dove andare (la funzione core è il search), in Foursquare confermi che sei arrivato (la funzione core è il checkIn).
  • 8° motivo – Il sindaco, in un sistema democratico, dovrebbe essere il più votato, non il più presente
    Condivido il concetto di Gianluca, ma non applicato a Foursquare. Un sistema basato sul voto degli altri utenti, non avrebbe fatto esplodere Foursquare come invece sta succedendo. Il CheckIn è un azione che vede coinvolto un solo utente, mentre il voto più utenti ne vede coinvolti di più. Inoltre, se due utenti fossero in competizione per la stessa venue, darebbero mai il voto al concorrente?
  • 7° motivo – I miei amici sono degli incompetenti nella maggior parte dei locali (statisticamente)
  • 6° motivo – Il check-in è la recensione della gente pigra
    Condivido pienamente questa osservazione, ed è per questo che ritengo il Like di Facebook un sistema di CheckIn.
  • 5° motivo – Funziona bene, il gioco. Ma solo finchè siamo pochi e non ci sono troppi soldi in ballo.
    Non sono completamente d’accordo, secondo me continuerà a funzionare allo stesso modo. Piuttosto la crescita del numero di persone genera venue duplicate e venue inutili (tipo questa vicino Stazione Termini)
  • 4° motivo – 4sq sarà assediato. Yelp, specialisti in recensioni, Google Maps, Twitter/Facebook, Tripadvisor…
    Come ho scritto anche al motivo 10, lo penso anche io. Credo che su 4SQ verranno pubblicate recensioni di guide per turisti.
  • 3° motivo – I sindaci devono essere “pagati” dai gestori? Quanto vale un sindaco “incentivato”?
    Il concetto di Sindaco pagato ed incentivato secondo me non ha senso, sopratutto se la Mayorship si prende con il check-In. Per cosa dovrebbe esser pagato un Sindaco? Per scrivere Tips o per esser presente. Immaginiamoci la scena: Britney Spears diventa Mayor di Starbucks e comincia a scrivere Tips. Se Britney non va a prendersi il caffè continuamente per fare CheckIn, e gli utenti che vanno non la trovano mai, secondo me ci rimetterebbe sia Starbucks che Foursquare in termini di immagine, perchè sarebbe evidente la marketta.
  • 2° motivo – E perché i gestori dovrebbero pagare i sindaci se poi gli utenti non si fidano di loro?
    Secondo me infatti i Sindaci non devono esser pagati, ma devono esser stimolati con premi e consumazioni. Deve esser stimolata la rincorsa alla Mayorship e sfruttare la relazione con i follower di ciascuno dei potenziali Mayor, che siano solo 20 o anche un milione.
  • 1° motivo – Dov’è l’ascolto e la conversazione?
    Nei Tips e nei like sui Tips, e secondo me sarà più efficace di molti altri sistemi poichè è immediata. Dopo tutto, l’utente è pigro

Ho inoltre letto con interesse i tweet di cronfronto tra Gowalla e Foursquare e le  slide di Edoardo Piccolotto, che alla conferenza di Foursquare ha parlato del processo di branding di Gowalla. Un mito! Spero di vedere presto il video del suo intervento.

L’idea che mi son fatto io relativamente a Gowalla e Foursquare, è che il sistema premiante di Foursquare è più immediato di quello di Gowalla. Il concetto di Mayorship è diretto e la coroncina stimola molto di più gli utenti. Gowalla ha invece molti pregi: il layout grafico è molto più curato, le Pins presenti sono moltissime (sponsor, eventi, edizioni limitate), l’applicazione per iPad è funzionale (anche se migliorabile), il sistema di scambio delle Pins ed i commenti sui checkIn rende il sistema interattivo e più social.

Chiudo ringraziando tutte le persone che hanno participato all’evento e hanno condiviso i loro tweet permettendoci di leggere ed esser più o meno presenti.

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Foursquare vuole diventare Twitter e viceversa?

Poco fa, come ho scritto in un mio tweet e come riportato anche su tech crunch, sono andate on line alcune modifiche alle pagine web ed ad alcune funzioni di Foursquare. Il mio primo pensiero è tornato ad una riflessione che facevo qualche giorno fa: ma se Twitter si mette a fare i CheckIn (Places), Foursquare come cambierà?

Secondo me, anche se il concetto del CheckIn attualmente sta generando un entusiamo incredibile ed intorno ad esso stanno crescendo migliaia di applicazioni, ritengo che non possa, da solo, continuare a far crescere e differenziare FourSquare rispetto alle altre applicazioni presenti sul mercato. Le modifiche apportate oggi al sito, e che a breve, secondo me, vedremo enfatizzate anche sui dispositivi mobile, dimostrano che Foursquare sta cambiando o accelerando in una certa direzione: social guide e social gaming .

Tips e Mayorship passano in una posizione di primo piano sulle pagine di dettaglio delle venue:

Prima di tutto è stato messo in bella mostra il sindaco (Mayor) ed il numero di CheckIns effettuati e che hanno assegnato la mayorship. Questa modifica stimola l’utente alla competizione perchè rende più trasparente il punteggio da raggiungere per aggiudicarsi il titolo locale e spodestare il detendore della corona.

Subito sopra è presente un dettaglio della venue, con il numero dei CheckIn effettuati totali, il numero unico degli utenti che hanno effettuato almeno una fermata e il numero dei CheckIns dell’utente collegato. Informazioni che associate al badge posizionato subito sopra in modo decisamente evidente, invitano il proprietario della venue ad accedere alla sezione Business.

La parte che invece secondo me è molto importante è relativa ai Tips e ai Todo. Foursquare ha reso possibile l’inserimento dei commenti e dei consigli direttamente sulla scheda, con la stessa logica dello status update. I Tips, già estremamente importanti della logica di Foursquare, diventeranno così più frequenti e daranno più informazioni all’utente che visita una venue e al gestore di un locale. Per quanto riguarda i ToDo è possibile contrassegnare suggerimenti in modo da ricordarsi le cose da fare in un secondo momento.

Quello che manca nella scheda della venue, è uno stream relativo alle persone che hanno effettuato il CheckIn nella giornata, tutti gli utenti che sono passati da quella location, magari con una classifica di quelli che frequentano di più la location e si contendono la mayorship e perchè no, un bel QR Code.

Ma se Twitter vuole fare anche un pò Foursquare, e Foursquare vuole fare un pò Twitter simulando lo status update per location, non è che tanto tanto, stanno iniziando una convergenza per far confluire uno dentro l’altro?

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Il Like di Facebook è il CheckIn del web, ed il traffico è social

Di solito non mi piace dire l’avevo detto, ma questa volta, visto il modo simpatico in cui ho scoperto che un’altra delle mie mille elucubrazioni visionarie ha preso forma, lo dico: l’avevo detto! Giuliano, uno dei veri Indigeni Digitali con i quali mi trovo ogni tanto a parlare, ha twittato pochi minuti fa un messaggio nel quale dice “Il #checkin migra sulle pagine web e l’analisi del traffico dei siti web diventa #social http://ow.ly/27LxN @fabiolalli l’aveva previsto“. In effetti il concetto descritto e l’applicazione sviluppata è praticamente la stessa che avevo pensato anche io qualche tempo fa.

Oggi gli utenti stanno impazzendo per i servizi di geolocalizzazione e l’effetto rete, contaminante per definizione, sta facendo crescere ogni giorno il numero di informazioni condivise, i check-in effettuati e i badge assegnati. Il check.in, come ho spiegato in altri post, è fondamentalmente quell’azione che l’utente compie nel momento in cui decide di condividere con gli altri determinate informazioni (una foto, un video, un parere su un locale) o semplicemente il momento in cui si trova in un determinato indirizzo. Fare un check-in significa praticamente rispondere alle 4 domande Chi?, Dove?, Cosa? e Quando? con la sola azione di un click.

Vi siete mai domandati dove ultimamente avete fatto questa azione, anche se non così esplicita? Si, proprio quella, cliccando il LIKE Button su Facebook o sui vari siti internet che hanno integrato i social plugins. Se ci pensate nel momento in cui cliccate il tasto Mi piace, a tutti gli effetti avete risposto alle stesse domande e avete dato molte informazioni:

  • Alla domanda Chi? avete risposto con Nome e Cognome
  • Alla domanda Cosa? avete risposto con una capillarità incredibile selezionando il singolo post
  • Alla domanda Quando? avete risposto dando un istante preciso
  • Alla domanda Dove? avete risposto indicativamente con le stesse informazioni di un checkIn, anche se con un livello di dettaglio leggermente inferiore. Ma neanche tanto se pensate all’analisi del traffico che viene fatto da Google Analytics…

Ma ora se vi impegnate ancora di più e ci pensate ancora un pò, vi accorgerete che il checkIn lo fanno tutti gli utenti di internet praticamente da sempre, solo che, invece di farlo con un click sul tasto CheckIn o un su un tasto Like, lo fanno subdolamente al caricamento delle pagine navigate e tutte le informazioni vengono rilevate dai sistemi di analisi del traffico.

E quindi dove sta la cosa nuova? Sta nel fatto che tutte le informazioni in questo caso diventano più social con tutti i vantaggi del caso, sia in termini di propagazione dell’informazione (effetto LIKE , condivisione verso amici e verso lo stream di altri social) sia in termini di analisi dei dati (informazioni geolocalizzate, profilate ed estremamente dettagliate).

L’ulteriore valore che secondo me andrebbe poi sviluppato ed associato al concetto di checkIn è la risposta alla 5a domanda: Perchè?

Secondo me, banalmente, basterebbe ri-attivare sui siti internet una cosa che è sempre esistita sul web: un sistema, come il like di facebook, ma che permetta all’utente però di esprimere un valore. Praticamente il classico dei più classici tasti rating, magari a cinque stelline. Si svilupperebbe così anche un informazione qualitativa,  integrata ad informazioni e dati tendenzialmente quantitativi. Pensate se FourSquare modificasse il suo tasto checkIn in 7 tastini e ciascuno di questi avesse un valore. Per ogni checkIn potremmo esprimere per esempio un valore numerico che potrebbe esser contestualizzato e analizzato.

Se poi volessimo rendere preciso anche il Dove?

Utilizzando un QR Code, leggibile dalla fotocamera di un cellulare o di uno smartphone, e sfruttando i sistemi GPS integrati, potremmo avere dei dati geolocalizzati in modo più preciso al posto della localizzazione effettuata tramite IP.

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Se l’IT va in cloud e diventa un servizio

Negli ultimi tempi ho avuto modo di analizzare ed approfondire tematiche relative al concetto di SaaS (Sofware as a Service) e mi sono convinto di una cosa: i tempi sono maturi per il passaggio definitivo, di alcune realtà, al completo utilizzo del software in cloud e outsourcing. Secondo me a partire dalla metà del 2010 e per i prossimi due anni, vedremo crescere il mercato del SaaS in modo considerevole, ben oltre il software tradizionale. Anzi, vedremo un radicale abbandono delle applicazioni tradizionali client, anche su sistemi Mobile.

Della modalità SaaS se ne parla da tempo e spesso, sotto forme e nomi diversi, da servizi in ASP fino al software on demand. Anche se piccole sfaccettature e diverse caratteristiche rendevano differenti queste modalità, il concetto di fondo era sempre lo stesso: si trattava comunque di software non residente su sistemi aziendali, ma su server terzi, e fruibile via web.

Il limite più grande che ha fermato la crescita di questa modalità in questi anni è secondo me riconducibile fondamentalmente a 2 fattori:

  1. La continuità del servizio: le infrastrutture non garantivano la possibilità di fruire di servizi presso terzi. I principi di business continuity , ridondanza ed alta affidabilità, fino a poco tempo fa, non erano alla portata di tutti, mentre oggi vengono affrontati con molta più attenzione dalle aziende, e da fornitori di servizi;
  2. La sicurezza delle informazioni: la scarsa conoscenza dei marchi non rendeva facile la scelta delle aziende. “Depositare” i propri dati presso terzi non era (e non lo è anche oggi) una decisione semplice.

Oggi queste problematiche sono state tendenzialmente superate e le aziende sono molto più predisposte: da una parte le tecnologie permettono di essere sempre always-on, i fornitori sono in grado di fornire servizi in continuità con livelli di efficienza elevata, i dati possono esser cifrati con sistemi sofisticati, i produttori di software in accordo con gli ISV hanno iniziato a proporre soluzioni in partnership o co-branding, guadagnando in credibilità e fiducia.

Negli ultimi anni alcune software house e alcuni produttori di software hanno iniziato a mettere a disposizione soluzioni di ERP, strumenti di Business Intelligence e CRM completamente utilizzabili e fruibili via web. Il target individuato e maggiormente attento a questo tipo di soluzioni è stato quello delle PMI che, non avendo internamente alta competenza tecnica, avendo budget ridotti e non avendo l’IT come Core Business, hanno potuto ridurre gli investimenti in Information Technology affidandosi a servizi completamente in outsourcing, in cloud.

In Italia siamo ancora indietro da questo punto di vista e mentre noi stiamo a guardare e aspettiamo, nel resto del mondo è invece molto interessante vedere come il mercato del cloud computing stia evolvendo: oltre alle soluzioni SaaS si parla anche di Platform-as-a-Service (PaaS) e Infrastructure-as-a-Service (IaaS). Il Platform-as-a-Service, per esempio, ha una logica simile al SaaS, ma in questo caso non viene utilizzato in remoto un singolo programma, ma una piattaforma software che può essere costituita da diversi servizi, programmi o librerie.

Se il trend – come immagino – sarà crescente, assisteremo ad un cambiamento radicale della fruizione dei servizi IT, avremo sempre più servizi ed applicazioni utilizzabili on line, vedremo sempre più diminuire il numero delle macchine e dei server, e i data center (sempre più virtualizzati e distribuiti) non saranno quelli di oggi.

Questo significa che le aziende che non hanno nell’IT il proprio Core Business, potranno esternalizzare sempre di più servizi, infrastrutture e applicativi andando sempre più verso il concetto di It-as-a-Service . Le responsabilità relative alla continuità del business e alla sicurezza saranno demandate al fornitore e gli investimenti dell’azienda potranno focalizzarsi sull’innovazione della propria attività.

Della serie, ad ognuno il proprio mestiere.

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MashupDrink, un modello alternativo

Ho letto poco fa un post di Nicola Mattina relativo ai format applicati attualmente negli eventi: un post semplice e sintetico nel quale ha sintetizzato i format di moda, la loro modalità di esecuzione e la tipologia di utenti ai quali si rivolge.

In questi ultimi tempi mi sono occupato degli Indigeni Digitali e nei primi raduni ho testato modalità diverse di conduzione dell’evento. Ritengo che ogni format debba essere contestualizzato e calato sull’evento prendendo in considerazione due tipi di fattori: il primo è il pubblico ed il secondo è il tempo a disposizione.

Nel primo evento degli indigeni abbiamo utilizzato la modalità dell’aperitivo, semplice networking due chiacchiere ed un bicchiere di vino. Questa modalità va bene se l’incontro ha il solo fine di far conoscenza, rompere il ghiaccio e scambiare due chiacchiere in relax, senza troppo impegno, sia organizzativo sia del partecipante. Il contro e’ dato dal fatto che si creino gruppi di persone che già si conoscono lasciando poco spazio ad interazioni con terzi, non essendoci un momento condiviso.

Nel secondo evento abbiamo provato l’ignite, format che a me piace moltissimo, ma che, per la questione del target, genera la curiosità della platea che segue le presentazioni, ma lascia poco spazio alla discussione tra un intervento e l’altro. In questo caso, l’indigeno (che vuole e ricerca il confronto) si è “scaldato” dopo aver sentito alcune affermazioni, ma non riesce ad interagire e si fredda, non dando così seguito alla discussione, vero risultato del confronto.

Ho pensato al barcamp come format di un altro evento, ma il tempo a disposizione, secondo me, per un incontro che fondamentalmente avviene in serata, è troppo poco. Andrebbe bene in un evento, magari un IndigeniCamp, svolto di sabato, all’insegna di discussioni tecniche per argomenti [vi do un anteprima: lo stiamo ipotizzando per novembre2010] .

In alternativa si potrebbe utilizzare l’elevator pitch, tempi rapidi di presentazione e sessione di domande e risposte. Potrebbe andare bene, se non fosse che questo format è tendenzialmente legato al concetto di presentazione di un idea ai venture capitalist, cosa che ne nostro aperitivo invece non avviene. Non si tratta di presentazione ma di discussione.

Il format che vorrei raggiungere io si sviluppa fondamentalmente in tre fasi, non prendendo in considerazione la registrazione, il networking di ingresso, e due chiacchiere di apertura: assegnazione dei gruppi di discussione per argomenti, brain-storming e presentazione del risultato. L’assegnazione dei gruppi potrebbe esser fatta prima dell’evento attraverso il sito e gli argomenti potrebbero esser definiti da un investitore, uno sponsor o una azienda in cerca di un progetto di innovazione. Il brain-storming si svilupperebbe per 2 ore e verrebbe condotto da un facilitatore e dallo stesso “sponsor dell’argomento” e la presentazione verrebbe fatta in chiusura dallo stesso sponsor o da una persona eletta dal gruppo. Dopo di che networking e saluti, e se durante la serata è nata qualche idea, si spera che decollerà!

L’idea che mi son fatto e’ quella del mashup, un evento durante il quale persone con competenze diverse si confrontano a livello tecnico, marketing e processi per innovare e tirar fuori un ipotesi di progetto durante un momento di relax e discussione informale. Un mashup appunto di conoscenze ed esperienze, basato sul confronto, l’ascolto, la condivisione e la passione per l’innovazione. Una sorta di crowdsourcing fatto offline, intorno ad un tavolo.

E’ ovvio che questo tipo di esperienza vada affinata, ma l’idea di far confrontare teste, cervelli, culture e passione, mi coinvolge e mi fa pensare che si possano generare opportunità e innovazione. Tanta innovazione.

Perfetto, è deciso, lo chiamerò mashupdrink e sarà il modello di un tipo di raduno degli indigeni digitali.

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