Infografiche, tra moda e utilità

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Questa mattina ho letto il post relativo alle infografiche sul blog di Paolo Ratto, che leggo ormai da qualche giorno. Bei post, sintetici e precisi.

Riprendo il discorso relativo alle infografiche per poi rispondere alle domande che si pone Paolo: “Cosa ne pensate dell’utilizzo delle infografiche? Le ritenete utili per la comprensione di un fenomeno, o superflue? Le utilizzate nelle vostre pubblicazioni?

Bene, prima di tutto inquadriamo l’argomento: cosa sono le Infografiche. Wikipedia definisce le infografiche in questo modo:

(…) graphic visual representations of information, data or knowledge. These graphics present complex information quickly and clearly, such as in signs, maps, journalism, technical writing, and education. With an information graphic, computer scientists, mathematicians, and statisticians develop and communicate concepts using a single symbol to process information ()

Un infografica non è altro che una rappresentazione di dati ed informazioni in formato grafico, con un layout che privilegia l’estetica per far risaltare alcune informazioni importanti. Le infografiche non sono un tema così moderno come si potrebbe pensare, anzi tutt’altro. Le prime infografiche sono riconducibili alla preistoria, poi successivamente alle prime cartografie e agli sviluppi successivi della toponomastica, dell’astronomia e dell’astrologia.

Oggi le infografiche sono il pane quotidiano degli Information Designers e l’utilizzo è diffusissimo dal web ai giornali, dalle riviste e pubblicazioni di statistica a libri di testo, fino al frequente utilizzo da parte di matematici, informatici e persone del marketing. La comunicatività di queste rappresentazioni, la semplicità di distribuzione e il design semplifica notevolmente i processi di comunicazione di informazioni astratte o meno.

La disponibilità dei dati in rete ha dato inoltre vita ad una nuova forma di comunicazione:  l’infografica animata. I dati messi a disposizioni da testate giornalistiche, siti specializzati, società di ricerche di mercato, ha portato molti grafici e designer dell’informazione a pubblicare in rete una mole crescente di grafici animati integrando attraverso l’utilizzo di standard come l’HTML5 o il Flash, da così vita a grafici interattivi e consultabili.

Nel blog Information is beautiful di David McCandless, architetto dell’informazione che raccoglie esempi interessanti di utilizzo della componente visiva per migliorare la comprensione e la memorizzazione dei messaggi, emerge in modo evidente  l’utilità e l’importanza delle immagini ed il valore delle infografiche per raccontare un fenomeno in maniera molto sintetica e mirata, che io condivido pienamente. L’utente che si trova davanti ad una serie di numeri e dati graficamente coordinati ed impostati, secondo me è  favorito nella lettura, nella comprensione e nella memorizzazione e soprattutto viene stimolato all’approfondimento.

Però, c’è un però e un grosso Mah!

Qualche giorno fa ho scritto un tweet “Continuo a non capire l’utilità della condivisione di infografiche non commentate. I numeri vanno letti e commentati, no? #infographic“.

Sì, a cosa servono? Perchè stanno proliferando in questo modo, a volte, inutilmente?

Le infografiche, a mio avviso, stanno diventando una moda, purtroppo: la moda di chi condivide l’infografica più bella e più fashion, quella più cool e quella che parla del tema più caldo in quel momento, solo per esser retwittato. Poi c’è chi addirittura le mette così, as is, sul proprio blog, senza commentarle, come per dire “Toh, guarda che numeri e che stile! Ma mi raccomando, …commentateli da solo…

Quindi, rispondendo a Paolo, con il quale mi trovo d’accordo sull’utilità e sul tipo di utilizzo delle infografiche, posso dire che trovo completamente inutile chi condivide dati aggregati e informazioni senza dirci cosa ne pensa e perchè, ma solo per il gusto di fare un pò di traffico e perchè no, fare attività di marketing per il proprio (personal) brand. Dopotutto, se ho bisogno di un quadro da commentare, magari me ne vado al museo, no?

Secondo me le infografiche sono sicuramente uno strumento efficace e con un forte impatto sulla comunicazione, sono un integrazione ad un contenuto e una modalità diversa di vedere i dati, ma soprattutto sono utili e generano dibattito, se commentate e approfondite.

La politica che vorrei

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Oggi ho ricevuto una mail da un amico che mi ha invitato a leggere la lettera aperta che ha scritto al partito, con lo scopo di discuterne, criticarla, magari integrarla e condividerla in rete. Di solito non mi piace scrivere di politica, fantapolitica, destra o sinistra. Ci sono argomenti che secondo me, malgrado siano borderline tra politica e cultura è giusto condividere e affrontare. Indipendentemente dallo schieramento politico.

Leggere il post mi ha fatto riflettere su alcuni temi, e sulla politica che vorrei.

Un sistema senza trasparenza non può costruire fiducia perché favorisce i furbi e costringe gli onesti in uno stato di illegalità latente; la trasparenza, al contrario, promuove la responsabilità e il merito. Nell’epoca della cultura digitale essere trasparenti significa adottare il modello dell’open government.

Lo Stato del ventunesimo secolo deve puntare alla co-produzione dei servizi pubblici, riconoscendo che i cittadini hanno competenze da mettere in campo e rappresentano delle risorse da coinvolgere. Gli individui, le famiglie, i vicinati, le comunità locali rappresentano il sistema operativo sul quale funzionano i servizi assicurati dalle pubbliche amministrazioni. Quando queste ultime operano in contrasto con i primi i risultati sono performance scadenti, un basso livello di fiducia, una scarsa volontà di partecipazione. Il riferimento al computer non è casuale perché il tipo di tecnologia che viene sviluppata e che si diffonde in una società ne plasma in modo decisivo la struttura materiale e la politica non può continuare a ignorare la cultura digitale, che sottolinea valori come la responsabilità, la collaborazione, l’innovazione e la libertà.

Nella politica attuale i cittadini hanno veramente poca influenza sulle decisioni prese nel loro nome dai rappresentanti eletti durante il lungo periodo del mandato.

Oggi, secondo me, è necessario creare dei canali di comunicazione e dei luoghi di aggregazione aggregazione, virtuali e reali, in cui il cittadino possa partecipare attivamente alle scelte, cancellando quel confine e quella distanza che si crea tra l’elettore e l’eletto: luoghi di deliberazione pubblica che, oltre al valore dato dalla condivisione della conoscenza e delle esperienze, diano la possibilità ai partecipanti di accrescere il proprio senso civico e il proprio senso di responsabilità verso ciò che è collettivo.

La partecipazione genera un maggior coinvolgimento, un maggior grado di informazione e trasparenza, la fiducia nelle informazioni condivise, un senso di responsabilità e lo sviluppo di momenti di riflessione partecipativa. Essere “costretti” a confrontarsi in pubblico, attenua tramite il pudore la ricerca dell’interesse personale, a vantaggio di comportamenti finalizzati al bene generale.

La politica che vorrei è fatta dei valori condivisi dal popolo della rete e che si trovano nei principi della Cultura Digitale: trasparenza, etica, fiducia, responsabilità, partecipazione e coinvolgimento.

Vi invito a leggere anche il post di Nicola.

Internet sta cambiando il nostro modo di pensare?

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Questa mattina rileggevo un post che ho tra i bookmark da parecchio tempo dal titolo Is Google Making Us Stupid? dopo averlo ritrovato citato in un articolo del Guardian e anche sul ilPost.

L’articolo parla di Internet e come questo abbia modificato il nostro modo di pensare. L’impatto delle tecnologie, della rete e di internet, i social network e la presenza di Google nella vita di tutti i giorni hanno avuto impatti fortissimi sulla società di oggi, nel modo di relazionarsi e di comunicare. Sono cambiate le abitudini, ed il modo di pensare. Le nostre menti sono state modificate dalla nostra crescente dipendenza dai motori di ricerca, dall’utilizzo dei social network e da tutte le tecnologie digitali.

Nicholas Carr, scrittore americano e autore di The Shallow – What the Internet Is Doing to Our Brains e autore del post Is Google Making Us Stupid?, descrive Internet come modificatore, non solo delle nostre vite e delle nostre abitudini quotidiane, ma anche di evoluzioni fisiche e nel suo libro descrive il processo di alterarazione del nostro cervello e del modo di pensare. Nell’articolo emergono diversi punti di vista e in quello di Carr si legge:

“Over the past few years, I’ve had an uncomfortable sense that someone, or something, has been tinkering with my brain, remapping the neural circuitry, reprogramming the memory. My mind isn’t going – so far as I can tell – but it’s changing. I’m not thinking the way I used to think. I can feel it most strongly when I’m reading. Immersing myself in a book or a lengthy article used to be easy. My mind would get caught up in the narrative or the turns of the argument and I’d spend hours strolling through long stretches of prose. That’s rarely the case anymore. Now my concentration often starts to drift after two or three pages. I get fidgety, lose the thread, begin looking for something else to do. I feel as if I’m always dragging my wayward brain back to the text. The deep reading that used to come naturally has become a struggle.”

Secondo Carr l’esposizione continua a nuovi sistemi digitali, alla rete e alle nuove tecnologie ha un impatto sui processi cognitivi e sull’evoluzione della mente con effetti che vanno da una concentrazione discontinua, all’esigenza di attività parallele (multitasking), fino al modo di memorizzare informazioni: non abbiamo più bisogno di “registrare”, annotare o imparare perché sappiamo che esistono sistemi (google per esempio) che ci permettono di recuperare informazioni in real time. Il web ed Internet sono diventate delle protesi della memoria collettiva.

Di fronte a queste affermazioni è facile farsi prendere dal panico e dalle preoccupazioni e pensare subito la fatidica frase “era meglio prima” . Non è così, secondo me. In fondo se ci pensate il timore dell’evoluzione tecnologica, e faccio riferimento anche a Platone, ha sempre accompagnato l’uomo in ogni fase evolutiva, dalla scrittura, alla stampa alla fotografia, dal fax al telefono fino a radio e televisione.

Non c’è dubbio che la tecnologia sia un attivatore di rivoluzioni e cambiamenti, ed è evidente che la società sia stata rimodellata dalla tecnologia e dall’evoluzione della comunicazione. Basta guardare l’impatto che la stampa ed i mezzi di diffusione hanno avuto sul nostro mondo. E’ interessante leggere nel post del Guardian come fino ad oggi l’attenzione sia stata focalizzata proprio sulla società e molto meno sulle modifiche all’uomo. Carr sostiene che la neuroscienza moderna, che ha rivelato la “plasticità” del cervello umano, ha dimostrato che le nostre pratiche abituali e la routine nelle attività di tutti i giorni possono realmente cambiare e modellare anche le nostre strutture neuronali. Il cervello degli analfabeti, per esempio, è strutturalmente diverso da quello di persone che sanno leggere. Quindi, se la stampa e la relativa esigenza di imparare a leggere ha e ha avuto impatto sullo sviluppo del cervello umano, allora è anche logico supporre che la nostra dipendenza dalla tecnologia, dalla rete e da Internet abbia lo stesso effetto.

Non tutti i neuroscienziati sono però d’accordo con questa tesi: molti ritengono che l’uso di Internet abbia migliorato l’intelligenza umana, altri invece ritengono che le tecnologie si siano sviluppate proprio per supportare la capacità umana di metabolizzare sempre più informazioni e poter gestire al meglio il carico di sovraccarico di informazioni: Google per esempio non sarebbe un problema, ma l’inizio di una soluzione.

Io trovo che Internet abbia cambiato il modo di pensare, il modo di relazionarsi e anche il modo di sviluppare nuove forme di comunicazione. Ha stimolato e reso possibile l’utilizzo di alcune caratteristiche del cervello che probabilmente non erano mai state utilizzate completamente.

Internet ha modificato e sta ancora modificando il nostro modo di pensare.

Voi come la vedete?

Generatori e scanner di QR Code

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Come ho spiegato in altri post, e per chi ancora non ne avesse ben chiaro l’utilizzo, il QR Code (Quick Response Code) è un codice bidimensionale che può essere letto dalle fotocamere degli smartphone e contiene tendenzialmente testo, foto, video, musica o URL. Sempre più persone arrivano sul mio sito cercando informazioni e molti mi chiedono quali siano i migliori generatori di codice QR e i migliori scanner di barcode. Ho deciso di scriverne un post di riepilogo.

Da una veloce ricerca su Google utilizzando la parola chiave “generatore di codice QR” abbiamo in linea di massima tutto quello che ci serve. Il numero di risultati è talmente alto che difficilmente non è possibile trovare un apps che fa al caso nostro. Io ho preso in considerazione Kaywa, zXing, Qurify, Stickybits, PlugIn per WordPress e la mia semplice app browser.

Kaywa è un generatore di codice QR: è uno dei sistemi più semplici per generare un qrcode contenente una URL (indirizzo web), un testo, un numero di telefono o anche un SMS. E’ sufficiente selezionare la vostra preferenza, immettere il contenuto, specificare le dimensioni e cliccare su “Generate”. Il codice verrà generato e potrete così utilizzarlo altrove, anche utilizzando il codice HTML da incorporare in un sito o in un blog. Questo sistema è forse il più completo perchè permette di accedere anche ad un pannello di statistiche e analisi dei dati (pagamento).

zXing è un generatore completo che permette di creare però anche barcode contenenti informazioni geolocalizzate, eventi per calendari e informazioni per hotspot wifi.

Qurify è un applicazione semplicissima per creare Barcode personalizzati

Stickybits è un applicazione leggermente diversa, ma il servizio rende anche semplice la possibilità di creare adesivi contenenti codici.

QR Code Widget è un plugin per WordPress che vi permette di creare dei vostri barcode personalizzati.

Barcode Generator è una semplice applicazione per web che vi permette di creare un Barcode contenente un Link da inserire nel vostro Blog o sito internet. La comodità è che i parametri per generare il QRCode potete passarli semplicemente attraverso l’html generato e quindi è possibile generare al volo diversi QRCode personalizzati. Io utilizzo questa apps per generare dinamicamente i QR Code del mio blog con una URL per ogni singolo post direttamente da WordPress.

Dal punto di vista degli scanner di codici QR è tutto molto più semplice. Le applicazioni in grado di leggere i codici sono disponibili per la maggior parte degli smartphone. Basta cercare una applicazione all’interno del App Store utilizzando le parole chiave “lettore di codici a barre“, o “lettore di codici QR“, e troverete diverse applicazioni tra cui scegliere (gratuite o a pagamento). Su iPhone, è possibile scegliere tra QR APP, QR Reader per IphoneQuickMarkOptiscan. Su Android io utilizzo Barcode Scanner il più popolare dei lettore di codici QR per il Googlefonino. Per quanto riguarda Blackberry ho utilizzato invece Scanlife Barcode Reader.

Tutto chiaro? Ovviamente se utilizzate altre apps che non ho citato, fatemi sapere!

Pagare con un tweet: il sistema di pagamento sociale

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Oggi casualmente mi sono imbattuto in un tweet, che mi ha portato al download di un PDF, un ebook gratuito.

Ho pagato questo ebook con un Tweet. Si qualcuno mi ha venduto un contenuto per un semplice tweet. Li per li sono rimasto indifferente, poi dopo averci ragionato un pò e aver letto il sito Pay with a Tweet – A social payment system, ho pensato che è un idea veramente geniale.

Oggi il valore del passaparola delle persone è spesso superiore al valore del denaro stesso che si ottiene dalla vendita di un prodotto/servizio.

Pagare con un Tweet è una modalità di pagamento sociale: le persone pagano con il valore della propria rete sociale e semplicemente ogni volta che qualcuno paga con un tweet, non fa altro che condividere e comunicare a tutti i propri follower, contatti o lettori informazioni sul prodotto che ha comprato. Eccezionale, quando semplice.

I campi di applicazione sono moltissimi. In linea di massima tutti coloro che oggi producono contenuti e che allo stesso tempo vogliono creare del buzz in rete per se stessi, per il loro personal brand, o per un prodotto o un servizio. Da chi fa musica e vuole vendere un mix o un brano per pubblicizzare per esempio, attraverso il Tweet, il prossimo spettacolo.

Il sito PayWithAtweet in effetti si rivolge a moltissime persone:

  • Giornalisti ed editori che vogliono vendere un proprio articolo per promuovere la rivista, giornale o promuovere un servizio a pagamento
  • Autori di libri che con un Tweet vogliono stimolare le vendite
  • Aziende e Brands che vogliono far girare il marchio creando Tweet virali
  • Creativi o programmatori che vogliono aumentare il grado di popolarità del proprio sito, facendo scaricare immagini, foto, loghi o porzioni di codice gratuitamente
  • Studenti, professionisti che vogliono condividere la propria tesi di laurea, uno studio, o una prosentazione (slideshare o le infografiche di oggi) per aumentare la tua popolarità nel proprio campo
  • Sviluppatori di applicazioni per Ipad, iphone e Android che vogliono rilasciare la propria applicazione gratuitamente ma vogliono pubblicizzare la versione a pagamento

La condivisione può avvenire attraverso diversi sistemi, da Twitter a Facebook. Insomma, sembra sia nata la valuta per chi vuole produrre e condividere gratuitamente contenuti in rete, scambiando tutto per un Tweet.

Nel frattempo molti di voi comincieranno a vedere Tweet tipo: “This Book helps you to move into the Digital era of awesomeness. Download it for free: http://www.ohmygodwhathappened.com“. Perfetto, è quello che ho scaricato anche io 😉

UPDATE

Aggiungo una simpatica citazione di un tweet di Giuseppe Lanzi, della serie:

“Chi siete? Da dove venite? Si ma quanti siete? Un twittino!

Enjoy, e buono sharing!

Come disabilitare e gestire la privacy con Facebook Places

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Facebook Places è un sistema di geolocalizzazione, come tutti gli altri. A differenza degli altri è legato strettamente ad una marea di informazioni personali (come lo è anche Google con Latitude). In rete molti hanno già sparato un miliardo di sentenze su Privacy e riservatezza, ma secondo me, il problema è sempre lo stesso: se volete la vostra privacy, dovete gestirla e non lasciarla in balia dei sistemi. Quindi, informatevi e leggete, senza farvi prendere dal panico, dalla paura, o dal terrorismo psicologico fatto dagli altri media.

Qui, scatta subito la domanda: Come gestisco la mia privacy adesso che tutti possono sapere dove sono e cosa faccio?

Prima di tutto come dice giustamente anche Felter ci sono alcune cose da sapere del servizio Places:

  • quando inviate la vostra posizione su Places, se non avete configurato il vostro account, il messaggio apparirà sullo streaming (bacheca) di tutti i vostri contatti.
  • se non avete gestito correttamente le impostazioni del vostro account, così come avviene per le altre informazioni in facebook, tutti gli utenti nelle vicinanze (anche non vostri amici) sapranno dove sei in quel momento, e avranno accesso alle informazioni della tua posizione.
  • come succede nei tag durante la pubblicazione di foto o status update, anche nella geolocalizzazione i tuoi contatti possono collegarti ad una loro geolocalizzazione e risulterà come se ti fossi geolocalizzato tu.

Detto questo è importante gestire al meglio le proprie impostazioni, secondo quanto vogliamo sapere. Facendo riferimento ad un post su Lifehacker, vi riporto i passaggi da seguire per impostare le impostazioni in facebook:

  • Accedere in Facebook
  • Entrare nelle impostazioni dell’Account e andare in impostazioni sulla privacy
  • Selezionare Personalizza e poi Impostazioni Personalizzate
  • Accedere alla voce Luoghi in cui mi registro e selezionare il livello di sicurezza che vogliamo impostare
  • Selezionare o Deselezionare la voce successiva relativa all’inclusione nell’elenco delle persone in prossimità

Tendenzialmente questo è tutto. Per il resto vi consiglio di leggere le policy di privacy e la pagina dedicata alla spiegazione del funzionamento di Places.

Comunque, ricordatevi che non è il male Places: è solo necessario gestire con cura la propria privacy e comportarsi bene, secondo il galateo di Internet (netiquette).

[UPDATE – Altri link utili del 19/08/2010]

[UPDATE – Altri link utili del 20/08/2010]


    Più Places per tutti: benvenuto Maptivism!

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    No no, non è un invito a manifestare in piazza, faccio riferimento a tutta questa geolocalizzazione che per moda, utilità o semplicemente cazzeggio è e sarà intorno a noi!

    Facebook questa notte ha presentato Facebook Places, il servizio di geolocalizzazione che tutti aspettavano. A primo impatto, la cosa che mi ha fatto un pò ridere (e non solo a me)  è il logo: Facebook, un pò come fa Google nei loghi speciali, ha nascosto (nemmeno tanto) il numero 4, richiamando il Four di Foursquare, tra le vie che compongono la mappa sulla quale è depositato il Marker. Il servizio, attualmente utilizzabile solo dagli Stati Uniti ma nel frattempo Mashable ne ha pubblicato una guida descrittiva piuttosto completa.

    Come avevo anticipato nel mio post, Places permetterà di effettuare lo status update localizzato inserendo il luogo in cui ci si trova, e  darà la possibilità di “taggare” gli amici in un determinato posto, facendo apparire, come già succede con i tag attuali, l’informazione sullo stream di chi è stato citato.

    Riguardo alla privacy, così come già pensavo nel precedente post e come giustamente ha riportato anche De Biase oggi, le difficoltà non saranno poche e anche questa volta le regole preimpostate da Facebook sono discutibili: è necessario dichiarare la propria adesione per consentire alle applicazioni di usare la localizzazione, mentre di default gli amici potranno vedere la nostra posizione. E’ comunque possibile applicare policy più restrittive per se non vogliamo condividere le informazioni geolocalizzate alle applicazioni degli amici. Anzi ricordatevi di farlo.

    Leggendo altri post e tweet in giro per la rete, sembra che l’uscita metta a rischio le attività degli altri player (Gowalla, Fursquare, Brightkite…). Come avevo accennato sempre ieri nel post relativo all’uscita di Facebook Places, stanotte sul palco dell’evento di Facebook erano presenti i responsabili di Foursquare e Gowalla, e questo secondo me dimostra quanto ho scritto: Facebook, come Twitter, non si metterà in concorrenza diretta, ma sarà un aggregatore di queste informazioni, facendo diventare gli altri sistemi, una sorta di partner. Al momento dell’uscita, come dice anche Vincos nel suo post, il rapporto con Facebook è solo unidirezionale, solo i check-in dei due pionieri alimenteranno lo stream di Facebook (cosa che veniva già fatta con il cross posting, in modo un pò più destrutturato).

    Il problema che evidenziavo in qualche post fa, relativo alla convergenza dei social network, mi fa sempre più pensare, come dice anche Catepol, al “lavoro” che ognuno di noi dovrà svolgere nell’aggiornare e utilizzare tutti questi sistemi: quanti giardini dovremo coltivare? E soprattutto, quanto è utile sparpagliare le info in giro per vari sistemi e non averle aggregate in un solo punto?

    Ora che 500 milioni di persone potranno geolocalizzare e geolocalizzarsi, e soprattutto dopo che il sistema verrà esteso oltre i confini statunitensi, secondo me sarà necessario intraprendere di nuovo non tanto il discorso della privacy (secondo me problema mai esistito) quanto il problema della netiquette e del corretto utilizzo di questi sistemi.

    L’arrivo di facebook nel mondo della geolocalizzazione e dei location based services sarà una ulteriore e definitiva spinta di questi sistemi nella vita quotidiana di tutti, e darà il via alla trasformazione di questi sistemi in commodity. Non saranno più piattaforme ad uso solo degli early adopter , che oggi checckano ogni punto o mappano (da veri maptivist) tutto quello che ritengono necessario, ma saranno alla portata di tutti. Mi auguro che la diffusione degli LBS, possa dare il via alla crescita di sistemi socialmente utili come la mappatura di problematiche sociali e ambientali, monumenti, terremoti, manifestazioni, eventi sportivi, traffico e incidenti.

    Benvenuto Maptivism, ora si che possiamo iniziare.

    Social Location Based Services, arriva Facebook

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    Il 2010 è l’anno dei social location based services: Foursquare, Gowalla, Google Latitude, Loopt, Brightkite, MyTown e tanti altri servizi geolocalizzati che ogni giorno escono fuori.

    Infografica di Techcrunch

    Negli ultimi mesi abbiamo visto una rapida crescita di questi servizi, in particolare Foursquare, che rispetto agli altri sistemi ha dato il via alla moda del CheckIn abbinato al Social Game.

    Leggendo Woork Up ho trovato alcuni dati interessanti su RJmetrics: attualmente il mercato degli lbs principalmente si divide tra Foursquare e Gowalla. Il primo, Foursquare, sembra essere avanti di parecchio rispetto al concorrente con oltre 2,5 milioni di utenti attivi e con una crescita media giornaliera di 19.000 utenti al giorno (dati dell’ultimo mese), mentre Gowalla ha poco più di 390.000 utenti attivi (praticamente circa il 16% degli utenti totali di Foursquare), con un incremento medio giornaliero di 1.800 nuovi utenti.

    Secondo Google Trend, Foursquare genera oltre 5,5 milioni di visitatori unici al mese con una crescita del 350% da gennaio ad agosto 2010 mentre Gowalla genera 830.000 visitatori / mese con un aumento del 15% considerando lo stesso periodo dell ‘anno. Per quanto riguarda gli altri concorrenti, relativamente a Google Latitude, non ci sono dati ufficiali se non una dichiarazione che riferisce circa 3 milioni di utenti attivi con un incremento del 30% al mese (circa 30.000 utenti al giorno). Se la crescita di Latitude fosse rimasta costante, vorrebbe dire che negli ultimi tre mesi il servizio di Google dovrebbe aver raggiunto 5,7 milioni di utenti attivi. Un numero decisamente importante rispetto a Foursquare e Gowalla.

    Tra i vari servizi, c’è anche Loopt, un altro popolare (non in Italia) servizio location-based di mappatura sociale ha raggiunto oltre 4 milioni di utenti con 240.000 visitatori unici al mese, mentre Brightkite ha  superato 2 milioni di utenti e MyTown ha una userbase di 2,8 milioni di persone.

    Poco tempo fa è stato il turno di Twitter con Places. E’ stato uno scossone per il mercato degli LBS? Non mi sembra. Twitter è entrato nel mondo dei Location Based Services integrandosi trasversalmente con Gowalla e Foursquare attivando così la possibilità di geolocalizzare ogni Tweet. A mio parere questa è stata una mossa strategicamente corretta poichè ha permesso a Twitter di entrare nell’onda del next big thing e allo stesso tempo gli ha permesso di mantenere il suo DNA di Microblogging senza entrare in competizione con gli altri sistemi ed evitandosi a monte il problema della corsa alla leadership degli lbs, che volendo avrebbe benissimo potuto intraprendere, visto il numero di utenti attivi (100 milioni di utenti circa).

    E se entra Facebook? In questi giorni entrerà anche Facebook (…magari copiando twitter lo chiamerà Facebook Places), nel mondo della geolocalizzazione diventando così competitor anche di Foursquare, al quale poco tempo prima aveva offerto circa 120 milioni di dollari per acquistarlo. Ho letto molti post relativi all’ingresso di Facebook, tra cui anche quello del IlPost e tutti più o meno vedono questa mossa come pericolosa per il futuro di Foursquare.

    Secondo me nel breve tempo non succederà nulla o per lo meno non ci saranno grossi cambiamenti. Facebook uscirà con delle funzionalità di georeferenziazione delle informazioni e permetterà agli utenti di localizzare foto, status update e visualizzare la posizione degli amici. Malgrado i suoi oltre 500 milioni di utenti, secondo me non riuscirà a scardinare, superare o sovrastare il modello di Social Game e Social Guide sviluppato da Foursquare. Anzi, a mio avviso Foursquare potrebbe crescere di più, accelerata dalla spinta che la stessa Facebook darà al mercato della geolocalizzazione.

    Le motivazioni secondo me, sono più di una. La prima è riconducibile principalmente al discorso privacy e riservatezza: oggi in Foursquare posso “partecipare” con un Nick o con la visibilità del solo nome e potenzialmente potrei giocare senza farlo sapere a tutti. Attivando il servizio di localizzazione su Facebook questa scelta potrebbe esser più difficoltosa se non impossibile (come lo è su Latitude), visto che tutto il sistema dialoga per Nome e Cognome e la gestione della privacy non sarebbe così semplice.

    Gli utenti di Facebook inoltre utilizzano il sistema principalmente per un uso “casalingo”, di gossip, per impicciarsi degli affari degli altri, per rimanere in contatto con amici: mi aspetto che l’utilizzo maggiore della localizzazione in Facebook sia per vedere dove sono gli amici e dove hanno scattato una foto, e non per guadagnare punti, censire Tips, commenti e feedback e mappare nuovi luoghi. Secondo me Facebook non sarà un competitor, ma un altro partner degli altri sistemi di lbs e questo permetterà a Foursquare e agli altri di crescere sull’onda della diffusione dei servizi geolocalizzati e della mania del checkin.

    Secondo me è più facile che prendano piede applicazioni terze che interagiscono con i dati georeferenziati di Facebook che funzionalità proprietarie: magari piattaforme di Augmented Reality + Social. Allora, forse in questo caso, sarebbe a rischio Foursquare.

    Google Me come è messo nella corsa al social network?

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    Proprio in questi giorni ho scritto un post relativo alla strana convergenza dei Social Network e all’equilibrio a cui si sta arrivando dal punto di vista delle funzionalità delle piattaforme di Social. Appiattimento causato da un lato, positivo, dal completamento dei servizi all’utente da parte di tutti i big e dall’altro, negativo, dall’effetto moda/emulazione di sistemi concorrenti. Nel post infatti ho scritto che tutti copiano qualcosa e Google copia un pò tutti.

    A seguito dei commenti lasciati sul post, ho iniziato a riflettere sulla politica di Google ed in particolare sul possibile servizio Google Me (se così si chiamerà…?) e le sue funzionalità.

    Google Me sarebbe ipoteticamente il guanto di sfida ufficiale a Facebook nell’ambito dei Social Network, ma lanciare un nuovo servizio adesso, viste le cattive acque in cui naviga Google in questo momento, sarebbe poco propizio: i vari problemi derivanti dalla Privacy e dalla gestione dei dati, la battaglia contro Oracle per il discorso Java/Android, l’accordo con Verizon ed il discorso della Net Neutrality, la chiusura ed il flop di Google Wave, l’abbandono del Nexus One e via dicendo.

    Anche se Google sta già lavorando per questo sviluppo ( focus group sui social network ), probabilmente dovremo aspettare ancora un pò prima di vedere e poter utilizzare un social marchiato google.

    Comunque, così per farmi un idea, ho tirato giù un paio di riflessioni su come potrebbe esser il Social Network di Google e quali potenzialità e sviluppi potrebbe avere.

    La prima idea è che Google possa puntare ai profili degli utenti e trasformare la piattaforma Google Profile nel sistema di base di autenticazione, personalizzazione del profilo e gestione della privacy (quello che in Facebook è il Profilo). Per quanto riguarda la messaggistica, la posta e gli eventi, non c’è dubbio che il sistema potrebbe esser Gmail per i messaggi, Google Buzz per tutto quello che riguarda lifestream e attività, Google Contacts per la rubrica e Google Calendar per tutto quello che riguarda eventi, compleanni e scadenze.

    Le funzionalità social verrebbero importate da Orkut e questo permetterebbe la gestione dell’amicizia e il following. La struttura delle relazioni e delle amicizie sarebbe basata su Google Social Graph e la piattaforma potrebbe esser sviluppata sullo standard Open Social. Le discussioni di gruppo potrebbero esser gestite da Google Groups, e Blogger verrebbe integrato per dare la possibilità di fare blogging all’interno della piattaforma stessa. Google Documents integrerebbe la parte collaborativa e di gestione documentale che oggi non è presente su nessun altro Social Network, mentre Knol verrebbe utilizzato dagli utenti come sistema di knowledge base in stile Wikipedia.

    Picasa e Youtube potrebbero esser integrate rispettivamente per la gestione delle foto e dei video. La chat verrebbe implementata su Google Talk, con tanto di possibilità di video chiamata. Per la geolocalizzazione potrebbe esser utilizzato Google Latitude, che fino ad oggi non è mai stato sfruttato a pieno (e ha già 3 milioni di utenti attivi), e Google Maps per la visualizzazione e gestione dei dati su mappa.

    Ci sarebbe poi la funzionalità di Advertising che potrebbe esser demandata ad AdSense e AdWords. In questo caso Google potrebbe addirittura implementare una cosa in più: dare la possibilità all’utente di dedicare degli spazi AdSense all’interno del proprio profilo e far sfruttare la propria visibilità per guadagnare, come quello che oggi avviene sui blog con l’inserimento delle inserzioni AdSense. L’analisi del traffico e l’Insight verrebbe gestito attraverso Google Analitycs, ovviamente.

    Google Alert e Google SMS potrebbero esser utilizzati come sistema di notifica e avviso di eventuali aggiornamenti. Per quanto riguarda la sezione del marketplace e della piattaforma di pagamento, Google secondo me parte da un buon punto: CheckOut per quanto riguarda il pagamento e Google Site per gestire un proprio micro sito web per l’ecommerce.

    Per quanto riguarda infine lo sviluppo e l’integrazione verso il mondo esterno ed i blog, Google potrebbe tranquillamente continuare a pubblicare le API così come sono oggi e potenziare il sistema Google Connect per gli sviluppatori, in concorrenza a Facebook Connect. Gli sviluppi di terzi (widget e porzioni di apps) continuerebbero a funzionare nella stessa modalità delle Widget di iGoogle, come alternativa alle Facebook Apps.

    Visto l’utilizzo intenso dei Social Network che oggi facciamo e visto che presto tutti cominceremo a farlo anche durante la giornata nelle attività quotidiane, e se Google integrasse anche Google Health nella sua piattaforma? Potreste richiedere le ricette al medico, verificare l’elenco delle medicine comprate, ricordarvi quando avete delle visite e verificare lo stato di salute di un vostro parente che vi ha condiviso le informazioni.

    Insomma con un integrazione di questo tipo, con tutti i servizi già sviluppati e quelli che si potrebbero sviluppare ed aggiungere Google potrebbe raggiungere (e forse superare), secondo me, Facebook nella corsa al Social Network. Dal punto di vista dei numeri Facebook ha già oltre 500 milioni di utenti, mentre Google dovrebbe raggruppare gli utenti di servizi diversi (anche se tutti registrati con account Google) per poter raggiungere lo stesso numero. Da una parte inoltre Google potrebbe aver interesse a sviluppare una piattaforma integrata perchè gli servirebbe per scalzare Facebook. Da un altro punto di vista invece potrebbe non avere senso perchè, dopo tutto, Google è già un enorme social network.

    E voi che ne pensate?

    La strana convergenza dei Social Network

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    In questi giorni mi sono soffermato ad osservare la crescita dei social network più importanti, gli sviluppi degli ultimi tempi, gli utenti e le funzionalità rilasciate o in rilascio. Ho notato alcune cose che mi hanno fatto riflettere. La cosa che più mi ha colpito sono le poche novità: nessuno ha rilasciato funzionalità veramente innovative e differenti dagli altri.

    Twitter , cavalcando l’ondata della geolocalizzazione, ha aggiunto recentemente la possibilità di localizare i tweet prendendo spunto da Foursquare (e ovviamente anche da altri LBS) e ha lanciato il servizio Places. Poi ha rilasciato la funzionalità Who to follow che suggerisce ad un utente quali account potrebbe conoscere permettendo un aumento dei legami e della socializzazione, copiando la funzionalità da Facebook. Sempre seguendo Facebook e scavalcando Tweetmeme ha comunicato il lancio del pulsante ufficiale per il retweet. Alcuni rumors dicono che potrebbe integrare l’anteprima delle immagini e dei video nello stream copiando da Friendfeed e Facebook.

    Facebook ha aggiunto l’anteprima dei profili al passaggio del mouse su una foto copiando la funzionalità da Twitter, che a sua volta l’aveva copiata precedentemente da Friendfeed, se non erro. A breve inserirà anche la geolocalizzazione nello stream nelle attività e la possibilità di condividere foto e localizzarle prendendo spunto da Foursquare e rincorrendo Twitter. Facebook ha acquisito Friendfeed per poterne ereditare il realtime dello stream e fare così concorrenza a Twitter.

    Foursquare, nell’ambito dei location based services, rincorso da Facebook e da Twitter ed in continua competizione con Gowalla dal canto suo non poteva rimaner fermo. Prima ha dato maggior visibilità ai Tips trasformandoli in una sorta di status update alla Twitter, poi ha modificato la scheda utente dando maggior visibilità ai badge e alle informazioni condivise dall’utente. Poi ha aggiunto la possibilità di visualizzare i Tips per data o popolarità (i’ve done this!) prendendo spunto dal Like di Facebook.

    Google ha provato a copiare Twitter con Jaiku, poi ha lasciato perdere per passare ad Orkut e poi dare vita a Buzz cercando di sviluppare qualcosa di simile a Facebook e a Twitter. Poi ha avviato Latitude, che non essendo integrato con altri sistemi non ha preso piede. Mi aspetto che prima o poi permetterà di vedere i buzz, le foto di Picasa e gli amici posizionati su mappa.

    Insomma, Twitter copia da Foursquare. Foursquare copia da Facebook. Facebook copia Twitter. Google copia un pò da tutti. Tutti copiano da tutti. Ma è normale?

    Secondo me si, ovviamente una mia opinione, ma questa rincorsa allo sviluppo delle funzionalità degli altri e questa sempre maggiore similarità fra i vari servizi, mi fa pensare che stiamo arrivando ad una fase di stabilità e tutta l’euforia legata alla novità dei social network, della geolocalizzazione e del mobile potrebbe leggermente affievolirsi.

    Se il 2009/2010 infatti è stato l’anno dell’esplosione dei sistemi di Social Network, del mobile e dei sistemi di geolocalizzazione, secondo me, il periodo che stiamo per affrontare, e che va dalla fine del 2010 e forse per gran parte del 2011 sarà caratterizzato da una maggiore omogeneizzazione di alcuni servizi, vedremo meno novità funzionali, probabilmente molte integrazioni e perchè no parecchie acquisizioni (?). Le novità rallenteranno e saranno poche le aziende che rilasceranno qualcosa di veramente nuovo. Sarà invece una fase di consolidamento, secondo me molto importante, perchè il mercato avrà modo di recepire l’ondata delle novità dell’ultimo anno. Le aziende, metabolizzate le potenzialità degli ultimi tempi, cominceranno ad investire in sviluppo, integrazioni e marketing e saranno l’acceleratore che porterà questi sistemi alla portata di tutti. Gli utenti avranno modo di utilizzare tutti queste tecnologie e sistemi nella vita di tutti i giorni e sempre di più troveremo la geolocalizzazione e funzionalità sociali nella routine giornaliera.

    In fondo, facendo un rapido riepilogo, con i sistemi attuali possiamo stringere amicizia, aggiornarci rapidamente, micro-messaggiare, condividere foto e video, esprimere pareri e dare feedback con like, retweet e commenti, geolocalizzare informazioni e vedere dove sono i nostri amici, comprare on line e trovare ogni tipo di informazione. Cosa altro vogliamo in questo momento da un social network?

    Creare la Cultura della Creatività e dell’Innovazione

    Posted Leave a commentPosted in DIGITAL CULTURE

    Recentemente su PRNewsWire e su Harward Business Reviews, ho letto di uno studio effettuato da IBM. Sono stati intervistati circa 1.500 amministratori delegati di aziende di 60 paesi diversi, individuando, nel risultato finale, la creatività come fattore più importante per il successo di un azienda. E’ interessante leggere che circa l’80% dei CEO intervistati ritiene che in un mercato complesso e veloce come quello attuale,  è assolutamente necessario trovare nuovi modi di pensare e strade alternative ai modelli comuni. E’ anche interessante notare che più del 60% ha affermato che la propria azienda non ha ancora fatto nulla per affrontare efficacemente questa complessità crescente. Mmm.

    La domanda che mi sono posto leggendo questo studio, anche dopo aver parlato con qualche azienda italiana, è: “Ma in Italia, ci sono amministratori delegati e dirigenti realmente disposti ad intervenire sulla propria azienda per promuovere la cultura della creatività e dell’innovazione?” E soprattutto “Cosa deve fare un imprenditore per dare il via a questa ri-evoluzione?”

    Secondo la mia esperienza in Italia ci sono veramente pochi imprenditori con questa cultura e quelli che ci sono, non è facile trovarli. La maggior parte degli imprenditori è ancora influenzata da modelli economici e organizzativi, secondo me, obsoleti o comunque non più adeguati.

    Per quanto riguarda invece la seconda domanda, la Cultura della Creatività e dell’innovazione, secondo me, può esser attivata in sei piccole, grandi, mosse.

    1. Rispondere alle esigenze delle persone. Il primo passo da fare è mettere in discussione il modo in cui ci si aspetta che le persone lavorino. Per stimolare la creatività è necessario generare un ambiente sano, vicino alle abitudini e alle esigenze delle persone sia dal punto di vista fisico, che emozionale, mentale e spirtuale. Le persone devono esser soddisfatte del proprio posto di lavoro e non devono viverlo con insoddisfazione, poichè questo stato d’animo genera un minor impegno di energia. L’azienda potrebbe iniziare chiedendo al proprio dipendente di cosa ha bisogno per lavorare meglio e svolgere al massimo il proprio lavoro, e allo stesso tempo responsabilizzare le persone con obiettivi ben specifici.

    2. Insegnare la creatività. La creatività, come spesso ha scritto anche Edward De Bono nei suoi libri relativi al pensiero laterale, non è innata ma può esser sviluppata attraverso esercizi ed allenamento. I 4 principi fondamentali del pensiero creativo che devono esser trasmessi sono i seguenti: rinviare il giudizio durante fase di generazione di idee, generare il maggior numero di idee possibile, prendere nota delle idee e sviluppare e migliorare le idee. La creatività va stimolata ed insegnata.

    3. Coltivare la passione ed il talento. Il modo più veloce per uccidere la creatività è mettere le persone in ruoli che non stimolano la loro immaginazione. Le persone incoraggiate a seguire la loro passione ed abbinarla al lavoro,  sviluppa una maggiore disciplina, una profonda conoscenza delle proprie attività, e una maggiore resistenza di fronte agli insuccessi. L’azienda deve riuscire a mettere le persone nel posto più adeguato e vicino al talento e alla personale predisposizione.

    4. Motivare e generare senso di appartenenza. E’ vero, il denaro è necessario ed è alla fine dei conti quello che tutti guardano. Non c’è dubbio. Le persone però si sentono meglio quando sanno di dare un contributo personale anche al di là dei soldi. Per sentirsi davvero motivate, le persone devono credere a quello che stanno facendo e devono sentirsi partecipi. Se l’azienda riesce a definire una missione irresistibile che trascende l’interesse personale, si genera una tale energia tale che sono garantite le migliori prestazioni, e anche il pensiero creativo riesce a superare gli ostacoli e generare nuove soluzioni.

    5. Dare tempo. Il pensiero creativo richiede necessariamente di un momento di dedicato, ininterrotto e senza pressione. Non si devono esigere risposte immediate e soluzioni istantanee. Oggi tutte le aziende vivono con un solo ideale: “more, bigger, faster“. Sicuramente il tempo è denaro, ed è sicuramente sempre poco, ma per generare creatività ed innovazione è necessario tempo. Ovviamente non infinito, ma sicuramente dedicato.

    6. Stimolare il cambiamento. La maggior parte delle soluzioni, secondo le teoria del pensiero creativo, vengono fuori dopo la fase detta dell’incubazione ed è definita con il termine di Illuminazione. L’illuminazione non sempre è immediata, e molto spesso è necessario distogliere l’attenzione dal problema affinché, il cervello a livello inconscio lavori sul problema e fornisca una risposta. Le aziende devono esser in grado di stimolare questa fase di illuminazione, dando alle persone la disponibilità di momenti di pausa, caffè, relax e aggregazione extra lavorativa.

    Sono sicuro che in primo approccio questo post sembrerà strano, ma è proprio lì, l’alternativa.

    E voi conoscete realtà simili o casi in cui l’azienda porta avanti una Cultura della Creatività? Cosa ne pensate?

    Sliding Doors

    Posted Leave a commentPosted in ESPERIMENTI E FOLLIE

    Vi racconto la mia giornata completamente twittata e condivisa in rete oggi.

    Tutto inizia con il suono della sveglia delle 5.00.

    Oggi riunione a Parigi, un pò di shopping, toccata e fuga e poi rientro a Roma. La giornata inizia prestissimo: la sveglia alle 5 del mattino sembra il bigbang. Preparazione rapida e via, taxi e direzione Fiumicino. Alle 6.00 checkIn in aeroporto e alle 7.00 partenza per Paris. L’arrivo all’aeroporto di Parigi Charles De Gaulles è previsto per le 9.10, il volo è tranquillo e l’atterraggio puntuale. Dopo una lunga e piacevole riunione con il cliente, saluto tutti e me ne scappo di corsa, approfittando dalla giornata splendida parigina per fare due passi. Faccio uno spuntino alle 13 da Lina’s , poi una veloce una passeggiata verso le 14 al Louvre ed infine partenza per tornare a Roma con il volo delle 15.30. Arriverò a Fiumicino per le 17.40, con il giusto tempo di passare da casa, fare una doccia ed andare a cena con un paio di amici alle 20.

    Aspetta aspetta, rewind: torniamo al momento in cui mi è suonata la sveglia, e vi racconto la giornata, vissuta in parallelo.

    Accc!! Mi ero dimenticato di disattivare la sveglia. Di solito non riprendo sonno e così mi sono messo scrivere due righe sul mio blog in attesa dell’inizio della giornata. Alle 5.30 trovo in rete un amico che vive negli States e dopo una breve discussione mi domanda: “Ti fidi delle informazioni in internet?”. Sono rimasto un pò spiazzato dalla domanda ma poi parlando del più e del meno mi è venuta in mente un idea per un esperimento e mi sono messo subito al lavoro dalle 6.00 alle 7 circa. Alle 9 sono uscito di casa per fare un paio di commissioni personali e poi sono andato in ufficio. La mattinata è trascorsa tranquillamente. Alle 13 sono sceso a mangiare una cosa rapida sotto l’ufficio e dalle 14 alle 15.00 ho fatto una riunione. Alle 20 cena in serata mi vedrò con due miei amici.

    A quale dei due racconti credereste? Praticamente alle 5 del mattino ho dato inizio al mio sliding doors, che si è poi ricongiunto alle ore 20 per cena.

    Bene, questo è stato il mio piccolo esperimento: simulare lo sliding doors, vivere per una giornata intera una dimensione parallela, virtuale e far credere a tutti che la mia giornata si sia svolta realmente così, utilizzando gli strumenti di comunicazione che, tutti, abbiamo a disposizione e dei quali ci fidiamo, a volte, troppo.

    L’esperimento è iniziato con qualche ricerca veloce: voli di aerei, distanze e percorsi, orari ed indirizzi e qualche dettaglio. Poi ho creato una timeline sulla quale ho messo un piano dei tweet (schedulati così da evitarmi di doverli fare manualmente), l’elenco dei checkin per simulare e comunicare la mia posizione ed i miei spostamenti, qualche info di dettaglio da tweettare per far sembrare più vera la giornata.

    Nessuna collaborazione, un solo complice: mia moglie. Lei sapeva tutto questa mattina ovviamente, ma solo per evitare una bomba atomica! Vi immaginate la sua faccia, se avesse letto su Facebook che stavo a Parigi e non le avevo detto nulla!?

    Durante la giornata ho dovuto fare molta attenzione ad alcuni aspetti: dal telefono spento durante la fase dei voli aerei, la disattivazione della localizzazione automatica di Android su Latidude, le risposte via email. Ho dovuto gestire i commenti su facebook, twittare senza geolocalizzazione, evitare CheckIn (veri) ed interagire sugli altri social in momenti ed orari opportuni per evitare che tutto l’esperimento fallisse a causa di qualche contraddizione. Non volevo che nessuno sapesse che si trattava di un esperimento, anche se a qualcuno il dubbio è venuto… Ho inviato su Twitter qualche frase con contenuti mirati e testi che comunicavano il mio coinvolgimento (la fretta, le osservazioni sul contesto e qualche, finto, dettaglio). Ho condiviso tutto anche su Facebook, FriendFeed e FourSquare.

    Ora, aldilà dell’aspetto ludico e divertente nel vedere i commenti delle persone, i like e le risposte su Twitter, vorrei fare qualche considerazione sull’esperimento e tirarne fuori qualcosa di riflessione.

    Prima di tutto la privacy. Secondo me l’esperimento dimostra che la privacy può essere gestita gestendola e i dati personali possono esser comunicati e condivisi come vogliamo, dipende principalmente da noi e da quello che decidiamo di far sapere, come e quando. La crescita dei social network, la diffusione di strumenti di condivisione, l’utilizzo della rete in modo scriteriato di molti utenti e la mancanza del rispetto della netiquette ci deve comunque far prendere in considerazione la possibilità che qualcuno possa “condividere” in rete, senza autorizzazione e a nostra insaputa, informazioni su di noi. Immaginate il tweet di un amico che dice di averci visto in via tal dei tali o la condivisione di una foto che ci ritrae in un determinato momento, senza che nessuno ci abbia richiesto l’autorizzazione. Con questo non sto dicendo di mentire in rete, anzi, ma di gestire la propria privacy ed esser consapevoli di quello che stiamo mettendo on line.

    Ci sono molti post che parlano di problematiche relative alla privacy e ai social network, ma io sono dell’idea che tutto è riconducibile maggiormente a quello che vogliamo condividere. Vi segnalo un paio di post in particolare: uno di Luca Perugini che parla di Galateo ai tempi di FourSquare, e le slide di Catepol al VesuvioCamp2010 nelle quali accenna alla Regola della nonna e di come dovrebbero comportarsi gli utenti all’interno dei social network. Secondo me sono considerazioni semplici, ma da tenere bene a mente.

    La seconda è la fiducia verso Internet crescente. Quando poco fa ho detto a qualche persona che è stato tutto un gioco, e che sono sempre stato a Roma, la domanda che mi ha più colpito è stata: “Ma l’hai scritto su Facebook, pensavo fosse vero!”. Agghiacciante. Una volta questa cosa si diceva della televisione e dei telegiornali, oggi, si dice di Internet (già?!). Da un lato mi sembra un bene, vuol dire che l’attenzione si sta spostando verso la rete, dall’altra lo ritengo un problema: se adesso lo dice Internet, Deus Ex machina, a prescindere è vero?

    C’è poi il discorso degli strumenti che abbiamo a disposizione. In questi giorni in rete si è parlato molto di FourSquare, dei suoi punti di forza e delle sue debolezze, delle funzionalità e dell’utilità dei sistemi di geolocalizzazione. Si è discusso in particolar modo della possibilità di fare checkIn su delle location senza esser realmente sul posto. Personalmente non condivido l’utilizzo di 4SQ in questo modo, poichè, anche se è un gioco ed il sistema attualmente lo permette, mi domando che senso abbia dire di esser in un posto e poi esser altrove. A questo punto la domanda già girata in rete è stata: esiste un modo corretto di utilizzare gli strumenti della rete?

    Sono d’accordo con chi dice che, proprio perchè si tratta di strumenti, ognuno è libero di utilizzarli come meglio crede: io aggiungerei alla frase “con senso di responsabilità, attenzione e consapevolezza“. Si attenzione e consapevolezza perchè “quando parliamo in rete” – citando Gianluca Diegoli al #4sqconf – ” è come se il mondo fosse in CC“, ed ogni cosa detta rimane e sarà visibile anche a distanza di tempo.

    Per quanto riguarda Foursquare nello specifico, mi auguro che inibisca quanto prima la possibilità di effettuare CheckIn fuori area. Ne guadagnerebbe il social game e anche l’attendibilità dei Poi generati dall’utente.

    A l’utilizzo degli strumenti della rete infine mi aggancio per porre attenzione sulla responsabilità degli utenti nei confronti di internet. La rete è in costante crescita da quando è nata e sta diventando un enorme contenitore di dati. Tutti i giorni utilizziamo Internet per cercare, informarci e condividere. Tutti possiamo beneficiare di un sistema democratico, gratuito e globale. Alimentare il sistema con informazioni errate o non classificate è dal mio punto di vista irresponsabile. Se non ci preoccupiamo oggi di strutturare le informazioni, ci troveremo ben presto nel marasma di dati destrutturati ed inutili. Possiamo impegnarci nella ricerca, nella progettazione di sistemi di analisi di dati basati su reti neurali, ambire ad un web semantico, discutere sugli opendata e quant’altro ma prima o poi ci troveremo a lavorare quantità enormi di dati spazzatura.

    Vabbè, era un momento di elucubrazioni mentali… Voi come la vedete?

    A settembre QR Code e CheckIn a scuola?

    Posted Leave a commentPosted in PENSIERI SPARSI

    Ieri al mare ascoltavo due signore vicine di ombrellone discutere di alcune problematiche relative agli studenti: non studiano, non si presentano alle lezioni, portano il cellulare in classe, non si portano i libri a scuola e via dicendo. Ascoltandole mi sono venute in mente alcune possibili applicazioni legate proprio ai problemi che loro evidenziavano. Secondo me la tecnologia potrebbe in parte risolvere o comunque stimolare gli studenti. Mi spiego.

    Immaginiamo per esempio una dispensa didattica per gli studenti contenente un QR Code su alcuni capitoli, su eventuali argomenti da approfondire o alla fine di ogni capitolo. Le applicazioni sarebbero molteplici: lo studente semplicemente leggendo il barcode QR dal proprio cellulare potrebbe andare velocemente ad un sito di approfondimento contenente video, foto, audio e altri testi. Potrebbe interagire direttamente con il professore o con un tutor e porre domande su argomentazioni specifiche, o anche leggendo un QR code potrebbe esser dirottato su una pagina di esercizi per la verifica di fine capitolo.

    Il professore potrebbe condividere rapidamente contenuti e link senza dover dettare indirizzi lunghissimi o inviare materiale, avrebbe la possibilità di visualizzare le statistiche di lettura, l’avanzamento degli studi degli studenti in base agli esercizi svolti e gli approfondimenti letti e potrebbe raggiungere un livello di interazione maggiore di quello che c’è oggi. Banalmente non sarebbe altro che l’utilizzo e l’evoluzione dei sistemi attualmente utilizzati da alcune Università con FAD anche alle scuole medie e superiori.

    Se a tutto questo questo fosse legata un ambientazione in formato social network (strumento sicuramente utilizzato dagli studenti) si potrebbe pensare per esempio alla condivisione dei punteggi (magari postando su Facebook o su Twitter il valore raggiunto) e stimolando lo studio sotto forma di gaming in un contesto più familiare e attuale. Chissà magari il Secchione potrebbe diventare una nuova tendenza!

    Infine pensavo all’utilizzo del CheckIn come forma di registrazione della presenza a scuola, ma non appena ho finito la riflessione, ho pensato a quante parolacce mi potrei prendere e mi hanno iniziato a fischiare subito le orecchie…

    Chissà, magari in futuro non troppo lontano, veramente lo studente farà checkin a scuola, leggerà con il cellulare i QR code, prenderà appunti su ipad e leggerà libri nell’eBook.

    Fantascienza, cosa ne pensate?