Accedere ai dati è nel DNA di Facebook. Usarli, bene (o anche no) pure.

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Prima Cambridge Analytica, poi Yandex, Netflix, Spotify e tutti quelli che verranno ancora.

Eppure, c’è ancora chi si stupisce di tutto questo e tira fuori parole come etica, principi, norme e grida allo scandalo, ma poi continua, io compreso, nell’utilizzo costante della piattaforma. Ma lo scandalo, ammesso che di questo si possa parlare considerando che ci stupiamo ma non agiamo, non è relativo al modo in cui i dati escono da Facebook, ma al perché escono e che, a mio avviso, è la parte più importante da comprendere.

Partiamo dai fondamentali: in cosa crede Facebook?

Facebook si basa su due due principi fondanti. Il primo principio è “se più persone usano Facebook per più motivi per più ore del giorno, quelle persone saranno delle persone migliori“. Zuckerberg crede veramente che Facebook avvantaggi l’umanità e che dovremmo usare di più la piattaforma, non di meno. Ciò che è buono per Facebook è buono per il mondo e viceversa. Costruire una community globale è la soluzione al miglioramento dell’umanità.

Il secondo principio è che Zuckerberg crede profondamente che la registrazione dei nostri interessi, delle nostre opinioni, dei desideri e le interazioni con gli altri dovrebbero essere condivisi il più ampiamente possibile in modo che aziende come Facebook (e non solo) possano migliorare la nostra vita per noi. La privacy, secondo Zuckerberg, ci rende poco autentici. Dopotutto, Facebook sa cosa è meglio per noi.

Questi due principi guidano tutto ciò che fa Facebook in termini di sviluppo, di acquisizioni e di azioni di lobbing, ma soprattutto tutto queste rende Facebook apparentemente una piattaforma benevola e anzi alcune azioni e alcuni incentivi all’interazione, somministrati con estrema sofisticazione rendono il concetto di privacy un principio vecchio e retrogrado.

E su cosa si basa la sostenibilità economica Facebook?

Facebook ha chiuso il primo trimestre del 2018 con ricavi per 11,97 miliardi di dollari, in aumento del 49% rispetto allo stesso periodo del 2016, superando ancora una volta le attese degli analisti. L’utile netto è passato da 2,06 miliardi a 4,99 miliardi, mettendo a segno così una crescita del 63%. I ricavi pubblicitari crescono del 50%. Il 91% del giro d’affari pubblicitario della piattaforma arriva dal mobile. In sintesi Facebook vive di ricavi pubblicitari e adv.

Alla base di tutto ci sono le informazioni e i dati.

E quindi i dati acquisiti in modo diretto (condivisi dagli utenti) e indiretto (da dispositivi e GPS, da accordi e integrazioni, e altre app e siti che utilizzano il Social Connect o vari script integrati) che rendono gli algoritmi sempre più efficaci ed efficienti ed il business di conseguenza crescente. I dati (ed il tempo speso dagli utenti sulla piattaforma) sono la linfa del modello Facebook. Accedere ai dati è nel DNA di Facebook, senza ombra di dubbio, per fini diversi, è evidente.

E come utilizza i dati Facebook?

Facebook usa i dati nel modo più sofisticato che ha, rendendoli parte integrante dell’intelligenza dei suoi algoritmi, così da migliorare la relazione tra le persone (primo principio), per migliorare la vita degli utenti (secondo principio) e monetizzare (terzo principio non esplicitato, ma evidente e normale considerando che si tratta di una azienda, tra l’altro quotata in borsa).

Tutto il modello di monetizzazione dei dati, erogati tramite API, e forniti in pasto all’ecosistema degli sviluppatori ed aziende, era iniziato nel 2009 circa con le prime pubblicazioni dell’Open Graph. Già nel 2011 però questo modello aveva generato una sanzione da parte della Federal Trade Commission degli Stati Uniti. In un accordo firmato con la commissione, Facebook si impegnava a non condividere i dati degli utenti all’esterno dell’azienda senza il permesso esplicito degli utenti.

Nel 2015 circa per la precisione, Facebook aveva chiuso alcune funzionalità delle API che permettevano agli sviluppatori di applicazioni e ad altre società di pubblicità e tecnologia di estrarre i dati degli utenti da Facebook. Dati che venivano utilizzati da società terze appunto per recuperare informazioni, migliorare la profilazione della propria base utenti e ottimizzare le campagne di comunicazione e la sofisticazione dei propri servizi.

Malgrado l’accordo con la Federal Trade Commission degli Stati Uniti, e secondo le notizie uscite su varie testate a livello mondiale, tuttavia la cessione dei dati e l’accesso agli stessi è andato avanti, tanto da arrivare a scandali importanti come il rilascio di 87 milioni di profili alla società di consulenza politica, Cambridge Analytica, nel 2015, e altri dati fuoriusciti fino al 2017 che includono aziende globali come il motore di ricerca russo Yandex, il produttore cinese di telefoni Huawei, Yahoo, Microsoft, Amazon, Netflix, Spotify, Sony, il New York Times ai quali venivano ceduti dati.

Perché quindi Facebook dovrebbe cedere i dati a terzi se è il suo vero valore?

La risposta è semplice: l’interdipendenza rafforza l’azienda. Se Facebook non è l’unica azienda sotto la lente di ingrandimento relativamente alle modalità di utilizzo dei dati, allora i regolatori e le entità preposte alla definizione di normative hanno meno probabilità di indirizzare solo Facebook.

Inoltre, se diventa chiaro che molteplici industrie dipendono dallo sfruttamento dei dati personali di milioni (se non miliardi) di persone, il potere politico concentrato delle società organizzate del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) e del NATU (Netflix, AirBNB, Tesla, Uber) e benestanti supera il potere distribuito delle persone disorganizzate.

A causa del potere concentrato su Facebook e dei suoi “partner di fiducia”, vedo particolarmente improbabile che vedremo una regolamentazione efficace in qualsiasi continente e applicabile in modo da tutelare l’utente finale. Poiché gli unici concorrenti validi per la nostra attenzione, Instagram e WhatsApp, sono comunque di proprietà di Facebook, c’è poca possibilità che le forze di mercato influenzino Facebook. E poiché molti degli oltre 2 miliardi di utenti in tutto il mondo sono profondamente dipendenti da Facebook, e lo utilizzano per gestire le loro relazioni e “conoscere il mondo”, diventa anche improbabile che si possa ipotizzare un significativo esodo degli utenti dalla piattaforma social ormai ritenuta il “sistema operativo della vita di quasi tutti“.

E noi che facciamo?

Proseguiamo, dritti, perfettamente abituati a tutto. E mentre fingiamo di preoccuparci della nostra privacy e per la dispersione dei nostri dati (solo superficialmente e per un tempo brevissimo), e rimaniamo scioccati se qualcuno ci dice che molti sistemi ci “ascoltano“, continuiamo nella routine e nell’abitudine della condivisione di momenti privati e personali, continuando ad alimentare il nostro famoso amico algoritmo.

E Facebook, nella sua giusta operatività orientata sempre ai suoi obiettivi di crescita, continua ad esser al sicuro, Zuckerberg non ha bisogno di abbandonare i suoi principi fondamentali mentre i suoi algoritmi continuano a influenzare il modo in cui miliardi di persone fanno scelte ogni giorno e molti di noi che lavorano nel digitale e sono i primi “pusher” di Facebook difficilmente dirotteranno i propri clienti altrove, perché in fondo, una alternativa non c’è ed in molti casi non ci sono idee per farne a meno.

La consapevolezza di ognuno di noi è l’unica soluzione e sapere a cosa andiamo incontro è l’unica strada, considerando che uscirne sarà sempre più difficile: lì dentro comincia ad esserci parte di una nostra memoria, facilmente navigabile, fruibile e disponibile, come in nessun altro luogo. E Facebook lo sa bene.

Ode ai dettagli

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Chi vuole fare grandi cose deve pensare profondamente ai dettagli“. Diceva Paul Valéry.
 
Solo chi fa domande sui dettagli ha provato l’emozione di cosa significhi ricercarli, curarli, vederli materializzati e sentirli apprezzati, malgrado la ruvidezza, la disattenzione crescente e l’incapacità di osservare il contesto in cui viviamo e che sempre più spesso non percepisce l’esistenza, il senso ed il valore delle piccole cose.
 
Ma nei dettagli c’è la vera bellezza e la vera grandezza.
 
Ed è li che si nasconde, in modo profondo, la follia, la genialità, l’arte, la cura, il cuore, la capacità di pensare oltre, di ricercare il bello e l’eccellenza e riuscire a fare la differenza rispetto a quella normale mediocrità che sta appiattendo tutto, dai piccoli gesti, ai semplici pensieri fino alle minuziose azioni capaci di far emozionare.
 
I dettagli, pensiamo più spesso ai dettagli.
E non perdiamoli di vista.

Lettera aperta all’algoritmo di Facebook

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Questa sera, per l’ennesima volta, è successo. È successo quello che da molti viene smentito, soprattutto da chi per ruolo deve farlo, ma che, sempre più spesso, comincia ad esser sotto gli occhi molti.

Sono tornato a casa, e dopo cena, mi sono rimesso a lavorare. Il vicino di casa, come da qualche mese a questa parte, ha iniziato a suonare il piano forte. Si esercita, fino alle 21.30 circa. Non è alle prime armi, ed è piacevole da sentire di sottofondo, tanto che a mia figlia piace e si mette vicino nello studio ad ascoltarlo. Questa sera, mi ha chiesto: “Come si chiama questo strumento?“. “È un piano forte amore, papà non lo sa suonare, ma se vuoi lo studiamo insieme“. Tempo qualche minuto e Chiara si è addormentata ed io ho continuato a scrivere un documento da consegnare.

Ho aperto Facebook, una volta completato il lavoro, per dare un occhio allo stream social e rispondere a qualche amico. Ed ecco qui cosa mi sono trovato davanti proposto tra un post e l’altro.

E da qui, caro amico algoritmo di Facebook, ho deciso di scriverti due righe, una lettera aperta come si dice spesso, così, a futura memoria. Per ricordarci i tempi in cui eri già presente nella nostra vita, fuori dal browser o dall’app mobile e stavi crescendo vicino a noi, giorno dopo giorno, nutrendoti di informazioni in modo silenzioso, manifestandoti con qualche segnale più o meno timido.

Buona lettura, tanto poi un giorno lo so, che in modo intelligente e probabilmente dialogando, ne riparleremo.

 

Caro algoritmo di Facebook

ci siamo conosciuti qualche anno fa, quando forse nessuno sapeva nemmeno ci fossi. In questi anni, soprattutto negli ultimi due / tre hai cominciato a manifestare la tua capacità e la tua sensibilità alle mie necessità, mostrandomi sempre più contenuti di mio interesse, prendendoti anche cura di filtrarmi cose che in qualche modo potevano infastidirmi o non trattenermi qui, vicino a te.

Lo facevi e lo hai sempre fatto in modo discreto, anche molto sensato e devo dire da parte mia apprezzato. Ti ricordi quella volta che cercavo le lamette da barba online e tu, diligentemente, mi hai ricordato, tra un post di cazzeggio e l’altro, che avevo bisogno di acquistarle?

O anche ti ricordi quella volta che parlando con Massi, amico di vecchia data incontrato casualmente, appena aggiunto in rubrica, tu, giustamente, mi hai segnalato che anche lui era su Facebook e mi ha suggerito di connetterlo per rimanere informato su di lui?

Oppure, senti senti, quando per lavoro sono andato all’evento dello Sport, e tu, con la giusta cura di un mentore professionale, mi hai suggerito i due contatti che avrei potuto conoscere perché presenti nello stesso luogo?

Così come quella volta, che immagino tu ti possa ricordare, in cui io mandai un messaggio vocale a mia moglie per invitarla a cena tramite Whatapps e tu, con una precisione incredibile ed una tempestività che nemmeno Jarvis con Tony Stark, mi hai suggerito di prenotare una cena al giapponese?

Incredibile, che tempi. Sempre così preciso, accorto, vicino e poco invasivo.

Ma questa sera, caro amico, un po’ mi hai dato fastidio. Mi hai suggerito un’app per imparare il piano forte, senza avertelo chiesto o senza aver manifestato questa esigenza così precisa. Hai provato ad anticipare qualcosa andando oltre. Ma non tanto per aver provato a fare questa cosa così premurosa, ma perché io non ho cercato da nessuna parte questa cosa e non l’ha fatto nessun altro dentro casa, da nessun dispositivo. E tu però hai pensato bene di ascoltarlo, in un dialogo, intimo, tra papà e figlia, in un momento in cui non pensavo che tu ci fossi.

Non posso pensare di chiederti di bussare, e tanto meno entrare in punta di piedi, ma almeno, mi piacerebbe poterti chiedere di non manifestarti quando non c’è bisogno. Certo, tu hai cercato di anticipare una esigenza, come hai sempre fatto, ed in fondo, non ci sei andato nemmeno troppo lontano: un’app, per pianoforte, per imparare giocando. Santa pazienza che precisione!

Quando è apparso stavo per cliccare e ho sentito la tua presenza e la tua raccomandazione e non ti nascondo di aver provato una sensazione piacevole, tanto da farmi esclamare “Che grande figlio di XXXX ma guarda quanto è forte” Certe volte penso che sei in grado di conoscermi più tu che mia moglie, incredibile, e se tu fossi un account su Facebook mi verrebbe voglia di chiederti l’amicizia, come faccio con i miei vecchi compagni di infanzia.

Però poi, mi ritorna in mente quella frase che mia madre mi diceva quando ero piccolo: “non dare retta agli sconosciuti” e così mi raffreddo un po’ e penso che, in fondo, per quanto tu conosca me, io conosco poco te. Come posso dare l’amicizia ad uno che non ho mai visto dal vivo?

Chiaro, tu alla fine stai facendo quello per cui sei nato, stare vicino alle persone, coccolarle, sei in grado di filtrare, analizzare, utilizzare i dati e anticipare le esigenze, ed in tutto questo io ne sono consapevole, perché ti concedo di farlo, giorno dopo giorno. In fondo sono stato io a darti questa confidenza. Ed in parte, se ci penso, ne sono anche contento, perché sento di fare meno sforzo, di avere più tempo, di avere più opportunità ed avere soprattutto sempre pronta una risposta di fronte ad ogni mia voglia ed esigenza.

Ma oggi, entrando così velocemente in un momento intimo, mi hai fatto capire che tutto questo concederti spazio e dati, anche quando non ne sono consapevole del tutto, mi sta rendendo influenzabile e forse più debole. Non più forte come penso ed in questo momento non mi sento tranquillo. Anzi. 

Ti riconosco la capacità di capire e le tue abilità tecnologicamente avanzate sono stupefacenti: io sono un tecno-addicted che ama sperimentare costantemente, sono un early adopter di tutto ciò che è innovativo, all’avanguardia e sono sempre predisposto a lasciare alcuni dati per avere dei benefici.

Sai, ho sempre pensato che l’intelligenza artificiale potesse avere un white side ed un dark side. Son uno di quelli che negli ultimi anni ha suggerito alle nuove generazioni di studiare filosofia così che un domani possano insegnare agli algoritmi come te un po’ di sana umanità e sensibilità così da evitare che la tua perfezione, la tua innata capacità di non ripetere errori, che il tuo orientamento all’obiettivo e la tua incapacità di perdere tempo, possa avere qualche tratto umano e non finire per diventare solo un freddo automa pronto a tutto.

La preoccupazione che più mi passa nella testa in questo momento è che la tua capacità di capire, ascoltare e interpretare possa diventare uno strumento in grado di cambiarmi.

In fondo, non c’è molta differenza tra prevedere un comportamento e quindi proporre qualcosa, e influenzare una azione. Non trovi? Se avessi comprato quell’app, mi avresti aiutato o mi avresti instradato? E dove sarebbe rimasta la componente creativa, quella fatta del dover cercare una soluzione, magari non digitale al problema?

L’uomo ha sempre scelto, nel bene e nel male. Sicuramente influenzato da mille fattori di contesto, sempre esistiti. Ma ha potuto scegliere, sapendo di sbagliare e quindi imparare. Ha potuto ideare cose nuove avendo il dono della disattenzione, della distrazione e potendosi anche affidare all’intuito, forse uno degli “strumenti” migliori di cui alcuni uomini siano mai stati dotati.

L’imperfezione umana è quella caratteristica che in alcuni momenti è stata la causa di un cambiamento. Tu invece, come ti ho già detto, sei efficiente, metodico, inarrestabile ed impeccabile. Forse sei ancora giovane e immagino che tu possa fare molto molto di più di quello che fai oggi.

Sono convinto che nel tempo, grazie alla mia amicizia ed imparando non solo da me, farai anche altre amicizie, non solo con gli umani ovviamente. Già ti immagino a giocare sotto casa con Alexa, Siri e Cortana, tra un “Ehi” e un “Si” mentre vi scambiate pareri su noi umani, un po’ come facevo io sotto casa con le figurine della Panini.

E la convinzione che tu possa fare ancora di più di quello che hai fatto stasera però un po’ mi inquieta, perché che io ti debba ringraziare per il tuo incessante aiuto anche quando penso di non averne bisogno mi è chiaro, ma non ho capito in che modo tu ringrazierai me e come, quando grazie ai miei dati avrai compiuto la tua maturità e sarai pronto a girare per il mondo.

Ne riparliamo tra qualche anno, quando avrai imparato a leggermi anche fuori da casa tua, e ci ritroveremo al bar a parlare di questo periodo.

PS: ma non è che questa sera ti ha detto qualcosa Alexa che è di la in soggiorno, e tu non c’entri niente? Ah, dimenticavo, altrimenti rimani in piedi, “Alexa, buona notte”.

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Nota: il post non ha obiettivo di affermare e confermare che Facebook ascolti (o anche si, dal mio personalissimo punto di vista), non è stato fatto nessun test mirato e strutturato da “laboratorio” e non è una osservazione scentifica (cosi che tutti i rompi coXXXXni possano stare sereni). L’unico scopo è quello di far riflettere sull’estremizzazione tecnologica e sulla consapevolezza della cessione dei dati e le potenzialità (e le criticità) di sistemi verso i quali siamo esposti.

Perché comprare quando puoi copiare?

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Il grande mangia il piccolo“, si è sempre detto. Ed è successo molte volte nel passato. Anche con una mia iniziativa.

Chi mena per primo, mena due volte“, si diceva, anche, nei migliori bar di Caracas, e a Roma. Si faceva riferimento al “First Mover” colui che, muovendosi prima degli altri, riusciva a prendere un vantaggio competitivo importante: tempo di ingresso sul mercato, brand loyalty e leadership tecnologica, diritto di opzione su risorse scarse, rafforzamento derivante dallo switching cost dell’utente e soprattutto il vantaggio dei rendimenti crescenti.

Poi c’era il concetto del “Make or Buy“, parte del processo decisionale strategico. “Fare o comprare?“, questo era il dilemma. E non avevi alternativa: o costruivi quello che ti serviva o compravi un servizio terzo. 

Poi, nel digitale, più che mai, tutto è cambiato.

Anche concetti come questi, sono quasi da rivedere, oggi.

Chi detiene grossi volumi di utenti, le loro informazioni ed è in grado di influenzarne lo spostamento ed il comportamento, ha un grosso potere aggiuntivo. Un potere che permette di rischiare meno (costo), ma fare meglio (qualità) e fare prima (tempo crescita). Un potere che permette di lasciare agli altri la possibilità di provare ad innovare, osservarne la validazione di un possibile nuovo modello, per poi muoversi e decidere: “comprare o copiare“? 

E come avrete letto ultimamente questo nuovo dilemma è sempre più frequente.

L’annuncio di Lasso, fatto ormai poco tempo fa, ha visto Facebook tornare alla sua strategia “se non puoi comprarlo, copialo“. Questa volta la strategia è stata applicata all’ex Musical.ly – ora TikTok (dopo l’acquisizione) – l’app popolare tra adolescenti che permette di sincronizzare il video registrato con routine di ballo a brevi porzioni di brani preferiti, dal valore stimato di oltre 1 miliardo di dollari.

Al momento dell’acquisizione, Musical.ly contava circa 60 milioni di utenti mensili attivi attirando l’attenzione di Facebook che, per via dal della sua popolarità con un pubblico più giovane e vedendone crescere la popolarità a livello mondiale, come già fatto in altre circostanze, ha deciso di lanciare una copia creata in un hackathon interno, dopo aver raggiunto un accordo con le etichette sui diritti delle canzoni.

La cultura dello sviluppo di Facebook e le risorse illimitate consentono di copiare praticamente qualsiasi modello. Questo è il punto.

Lasso è praticamente una ripetizione operativa di quello che è successo con Snapchat nel novembre 2013, dopo che Facebook fatta la proposta di acquisizione, ricevette un rifiuto: il team di Mark ha creato quattro versioni di Snapchat prima di lanciare Stories su Instagram, che alla fine è riuscito a detronizzare Snapchat in termini di popolarità creando un pubblico più vasto. Da allora, Snapchat ha mantenuto la fedeltà del pubblico più giovane negli Stati Uniti, ma Instagram Stories ha performato molto di più in termini di numero totale di utenti, attirando gli utenti più anziani che non erano particolarmente a proprio agio con Snapchat, ed è ora più del doppio in termini dimensionali.

La strategia evidenzia la “paranoia borderline” di Facebook riguardo l’ambiente altamente volatile dei social network, dove è essenziale muoversi rapidamente per acquisire o copiare qualsiasi cosa che rischia di causare un’interruzione nelle tendenze di utilizzo e allo stesso tempo possa invece diventare uno strumento ulteriore di rafforzamento dell’attenzione dell’utente e del tempo speso nel proprio “ecosistema”.

Il forte calo della popolarità di Facebook nei segmenti più giovani sta spingendo la società di Menlo Park a trovare o creare servizi per attrarre nuovi utenti: ovviamente è troppo presto per sapere se la strategia funzionerà con Lasso o se dovrà tentare più volte finché non troverà la formula giusta, ma di certo non è un caso un certo tipo di approccio al mercato.

Quindi è giusto ragionare così: perché comprare quando puoi copiarlo?

I vantaggi che una volta il “First mover” aveva, oggi non li ha praticamente più, soprattutto se non ha una forte barriera di ingresso o una protezione importante dell’innovazione che sta introducendo nel mercato: chi parte secondo, soprattutto se a partire è uno dei player del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon o Microsoft), del  BATX (Baidu, Alibaba, Tencent et Xiaomi) o anche del NATU (Netflix, AirBNB, Tesla, Uber), ha il vantaggio di poter capire come integrare un nuovo servizio, una possibile innovazione o una funzionalità di tendenza, su una base utenti forte e consolidata, spostando in poco tempo una % utenti sufficienti per validare il modello, aumentare il tempo di permanenza, e l’attenzione, distruggendo in un nulla il mercato di un player che quel mercato lo ha aperto.