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Per fare davvero grandi cose, bisogna fare davvero piccole cose e farle crescere.

Stavo leggendo il post dal titolo “Planning to launch a startup? Launch your kindergarten startup first” e mi sono soffermato su questo passaggio che trovo semplicemente fondamentale:

Paul Graham promotes the view that it’s a bad idea to begin with big ambitions, because the bigger they are, the longer they are going to take to realize, and the longer you are projecting into the future, then the more likely you are going to be wrong. “The way to do really big things,” he says, “is to do really small things, and grow them bigger.”

Quello che dice Graham è secondo me da prendere come un consiglio, molto importante, che può sembrare banale e allo stesso tempo molto ambizioso, ma è quasi sempre difficile da applicare, seppur applicabile a tutto nella vita. Ogni volta che si insegue un sogno, una idea, un progetto, si ha in mente qualcosa da realizzare o semplicemente si vorrebbe un cambiamento, ci si ritrova a pensare in grande e voler far subito passi da gigante, velocemente, bruciando il tempo e saltando le fasi evolutive intermedie.

Secondo la mia personale esperienza, il fallimento di tutto quello che si ricerca arriva proprio nel momento in cui si cerca di accorciare i tempi e voler fare passi troppo lunghi. L’errore più grande è tentare di fare passi enormi prima di aver imparato a camminare.

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Ci si dimentica che la riuscita di un progetto avviene anche grazie alle metodologie acquisite in precedenza e alle esperienze fatte attraverso un apprendimento incrementale. L’idea dell’arricchimento veloce, dello sviluppo rapido e l’arroganza o l’ambizione eccessiva, mettono nella condizione di trascurare alcuni passaggi importanti fino a perdere di vista l’idea della progressione naturale e fanno pensare che i piccoli fallimenti siano una sconfitta irrimediabile da evitare velocemente.

Bisogna imparare che il fallimento non è  un’alibi per giustificare uno o più errori di percorso, non è una favola che si racconta perchè va di moda e non è un dito dietro il quale nascondersi senza riconoscere i propri errori. Il fallimento è spesso una necessità e attraverso un fallimento si può raggiungere un possibile futuro successo.

Il modo più sicuro per ottenere qualcosa di grande è quello di creare una dinamica di crescita incrementale attraverso la quale, per ogni piccolo successo, si può pensare al prossimo obiettivo. Per fare davvero grandi cose, bisogna fare davvero piccole cose e farle crescere gradualmente fino al successo.

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Startup: moda, hype, eventi e bla bla bla. Dipende.

A me se c’è una cosa che stupisce è la quantità di thread e thread di discussioni in giro per la rete che discutono di cosa sia una startup o meno, se gli eventi servono o no, se le startup più o meno salveranno l’Italia, quante startup sopravviveranno tra 5 anni o se vale più l’idea o l’esecuzione. Non penso che il problema sia la discussione in se e per se che potrebbe esser anche costruttiva, ma il modo in cui viene sviluppata, il tono, il contenuto e spesso pulpito. Posso capire il confronto con l’obiettivo di farsi una idea, approfondire o condividere la propria opinione. Posso capire se il dubbio o la voglia della ricerca del modello perfetto di una startup ce l’abbia un Blank, un Ries, un McClure, un Dixon e gente che ne ha fatte e viste parecchie. Posso capire la discussione se un evento è utile o meno, e sarebbe interessante se si parlasse del format, del contenuto, dei talk, ma non in generale se serve o meno o se è una perdita di tempo tanto per parlare.

Tanto la risposta a tutto questo è sempre dipende. Non c’è una regola.

Ogni volta, come se non bastasse quanto già scritto e trito e ritrito da altri, vedo fiumi di discussioni che si alluppano finendo in flame, aspre affermazioni e dialoghi che finisco a parolacce e conclusioni che portano la conversazione al più classico dei classici Guelfi o del Ghibellini. Come se la soluzione a queste discussioni definisse in modo globale e definitivo una legge o una formula sulla quale costruire altri business, poter poi dire “ecco l’avevo detto“, “guarda quel pirla che progetto“, “ma è la copia di quello che già esiste” o peggio ancora “era così semplice” o chissà cosa altro.

Invece di rispondere o cercare di rispondere a questi “dubbi amletici”, toglietemi un dubbio: ma perchè non fate qualcosa e provate a portarla al raggiungimento del vostro obiettivo e poi tirate fuori metriche, numeri, risultati, fatturato e dite… “ecco come – secondo me – si fa impresa“? Oppure perchè non prendete progetti che funzionano (o che non vanno) e ne analizzate il modello, il sistema, il contesto, le modalità in cui si è evoluto e cosa gli ha permesso di arrivare al successo / fallimento e capire come fare meglio? O ancora, perchè non prendete un mercato, lo studiate fino alla morte e studiate cosa serve, cosa si può fare, cosa potrebbe cambiare le regole ed innovarlo e poi provate a farlo?

Le discussioni del nulla, la moda, la non moda, la fuffa, la non fuffa, onestamente le trovo poco costruttive e anche poco sensate. E’ come voler cercare la spiegazione, a priori di tutto o pensare di avere la palla di cristallo. Le risposte poi, sono spesso grigie, non per forza bianche o nere.

C’è’ hype intorno alle startup? Sembra di si. Le startup sono una moda? Si, probabilmente si, ma c’è qualcosa che non sia cresciuto diventando moda? C’è chi ci lucra? Probabilmente si, come in tutti i sistemi c’è chi fa business su chi fa business che fa business su chi fa business. Ci sono startup che muoiono? Si come è normale che sia, come succede in generale nell’economia, nella natura e nella società. Ci sono startup che hanno successo? Beh forse poche ancora, ma come è normale che sia, infondo se tutte avessero successo, il successo cosa sarebbe? C’è chi scommette gettoni come se fosse il casinò? Si, e quindi? Bisogna starci attenti. C’è chi sta facendo cose losche dietro le quinte? Bene, se sapete denunciate, se non sapete non create rumore solo perchè fare dietrologia è sport nazionale. Ci sono progetti che funzionano? Raccontateli e dategli visibilità per far vedere cosa significa fare impresa perchè i risultati portano ottimismo e l’ottimismo è una marcia in più. In generale.

Il resto è noia. Noia. Noia. E tanta frustrazione.

Startup, impresa, progetto chiamatelo come volete (io lo chiamo ormai da mesi “Cosa“, così è anche facile da spiegare “Ho fatto una cosa che funziona“) non è altro che un percorso che porterà una idea/opportunità a realizzarsi o meno, a fallire o avere successo, o a cambiare fino a diventare altro. E nel frattempo questo percorso insegnerà a chi l’ha fatto qualcosa, che diventerà bagaglio culturale per i prossimi passi.

Suggerimento personalissimo: volete sapere se ci sono progetti che funzionano o se realmente le startup son fuffa o meno? Non leggete solo i giornali, muovete il sedere, andate nei posti dove ci sono e si stanno sviluppando ed incontrate le persone che stanno facendo un certo percorso. Non fatevi travolgere dal loro entusiasmo: rimanete insensibili, gelidi, distaccati ma ascoltate, ascoltate con attenzione e valutate con le vostre orecchie. Loro vi racconteranno la loro idea, le loro difficoltà ed il loro percorso. Nulla di più semplice, ma quanto di più efficacie per toccare con mano, farsi una idea e poter parlare poi di cose che si son viste con i propri occhi e non con articoli, lettere e testi di altri.

E’ così bello fare, disfare, prendersi le proprie responsabilità e continuare a sognare che – secondo me – fermarsi al puntiglio di una definizione e di un concetto, senza nemmeno mettersi in gioco o vedere chi si mette in gioco, è veramente una grossa perdita di opportunità di crescita personale.

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Una cosa di cui non si parla, non è mai esistita: tra storytelling, inchiesta e denuncia

Perchè lo storytelling di cose che funzionano deve esser visto sempre contrapposto ad un giornalismo di inchiesta e di denuncia?

Eppure dovrebbe esser così semplice da capire. Uno – lo storytelling – racconta le cose positive e che prendono forma, le narra le rende leggibili e fruibili da tutti, spesso con un linguaggio più semplice e comprensibile. L’altro – il giornalismo di inchiesta e denuncia – parla di quello che non va, di truffe ed illeciti e rende visibile dinamiche che spesso sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno racconta.

In questo periodo mi è capitato spesso di parlare di questo tema con più persone e confrontarmi anche su Facebook e ho notato che quando si parla di questi due approcci, nella più tipica delle reazioni italiane Guelfi contro Ghibellini, ci si sofferma a discutere esclusivamente sul tema dell’ottimismo e del pessimismo, della destra o della sinistra o dell’esser realisti o no, perdendo sempre di vista  una cosa che invece è fondamentale: tutti e due hanno l’obiettivo comune di modificare uno status e raccontare qualcosa che comunque non sarebbe visibile a tutti.

Come dice anche Alessandra nel suo commento al mio post su facebook:

Se non avessimo belle storie da raccontare, ma solo brutture da denunciare, la reazione più normale sarebbe perdere la speranza e provare ad arrangiarsi. Io sono felice quando trovo qualcosa che funziona, gente che lavora bene, progetti di cui vale la pena di parlare, e credo che raccontarli sia forse ancor più necessario.

Sono completamente d’accordo: le belle storie, coinvolgono e predispongono le persone in ottica costruttiva e positiva. Negli ultimi anni purtroppo siamo stati bombardati da notizie negative, arrivismo e situazioni politico-sociali pessime. Molte persone hanno perso la speranza e si è innescato un meccanismo di disinteresse verso cosa pubblica ed un disamoramento da tutto ciò che è comune. Praticamente l’esposizione continua alle “zozzate” alle quali siamo stati sottoposti per tanto tempo, ha generato un sovraschema mentale ed una distorsione nel pensiero di tutti, tanto da portarci, soprattutto in Italia, ad avere pregiudizio verso tutto.

E così se qualcuno racconta una bella notizia, una esperienza o condivide un episodio parlandone con entusiasmo ed ottimismo, viene preso per un incitatore, uno che manda al massacro gli altri, che manipola la conversazione e viene etichettato come ottuso sognatore che non vede dove sono i problemi. Ma succede anche il contrario, quando qualcuno denuncia un fatto e condivide una opinione: dietrologismo, politica ed interessi personali sono le risposte più frequenti.

Mi sembra di intuire che siamo in un momento in cui non siamo in grado di analizzare con distacco quello che viene condiviso e ci troviamo a prender posizione prima ancora di capire, con pregiudizio. In qualsiasi caso.

Dobbiamo riprender e recuperare coscienza e lucidità.

E’ per questo che, oltre ad evidenziare quello che non va con un approccio comunque costruttivo, ritengo utile lo storytelling, la narrazione positiva, la condivisione ed il racconto di percorsi, progetti ed imprenditori. Siamo un paese che non valorizza quello che ha e quello che costruisce. Lo storytelling può, come succedeva anche negli anni ’60 negli USA con lo Storytelling Renaissance, portare ad una evoluzione culturale attraverso interviste, registrazioni ed eventi specifici di storie e riuscire a creare occasioni di sperimentazione, confronto e apprendimento di esperienze.

Storytelling, giornalismo di inchiesta e denuncia sono parte integrante e necessaria di un processo di cambiamento e accrescimento culturale che permette di creare coscienza e consapevolezza: se ci si limita ad uno o l’altro, come successo negli ultimi anni in Italia, succede che le cose positive non emergono e quelle negative rimangono nell’ombra e prendono piede.

In fondo, viviamo nell’era dell’informazione ed una cosa di cui non si parla, positiva o negativa che sia, potrebbe non esser mai esistita.

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Quando i “cervelli in fuga” arrivano dalla Silicon Valley in Italia.

Capita che un pomeriggio di Luglio mentre sei lì che invii email, incontri le startup e fai qualche riunione, arriva un ragazzo che vuole informazioni per stabilirsi a lavorare nel tuo spazio di coworking. Istintivamente appena lo vedo gli dico “Ciao e benvenuto!”, come succede con la maggior parte dei nuovi arrivati. Lui risponde “Hi!”. Capisci ovviamente che non è italiano ed inizio a scambiarci due chiacchiere. Parla 4 lingue tra cui anche l’Italiano, abbastanza bene.

Viene da San Francisco, ha studiato in una delle più note università americane, è advisor di alcuni progetti, scrive per una testata hitech molto nota, si ritiene un innovatore e starà due anni in Italia. Alla domanda “Cosa ci fai qui?” risponde brillantemente:

Mi sono preso due anni sabbatici, voglio pensare al mio futuro e nel frattempo voglio fare startup in Italia perché penso sia il miglior posto al mondo dove poterlo fare. Se penso a SF, la mia città, ha 150 di storia, ma se guardo all’Italia, ai suoi 2000 anni di storia, invenzioni ed arte non posso non trovare un luogo migliore di ispirazione. Avete dato vita alla Dolcevita, poi alla moda e al Design. Qui potete fare un nuovo Risorgimento Digitale e forse sta arrivando il momento. L’Italia ha clima, cibo, storia, arte, vita mondana, l’Italian Style e molto da valorizzare, e poi –  secondo lui – è più o meno grande quanto la California: cambia poco, ha delle città bellissime che possono connettere anche più persone ed il talento non manca. Ma non solo: siete stati tra i più grandi innovatori in molti campi nella storia, forse vi state dimenticando solo di saperlo fare.

La chiacchierata prosegue fino alla sua esperienza fatta in questo periodo in Italia e mi racconta il suo punto di vista sulle difficoltà di uno startupper americano che vuole aprire una società qui da noi: l’ambasciata non da un supporto così specifico, non ci sono uffici in grado di rispondere con documentazione in inglese, non è facile trovare commercialisti o notai che parlino in inglese e conoscano le dinamiche legate a visti e società estere. E per interfacciarsi con la maggior parte degli sportelli degli uffici, i ragazzi sono costretti a ricorrere a traduzioni da inglese a italiano e da italiano a inglese.

…mi immagino solo cosa possa succedere al significato di un documento del Comune tradotto da Google Translate (!).

La cosa più bella di questa chiacchierata? L’entusiasmo con il quale mi fa capire che, proprio per questi problemi riscontrati, dal suo punto di vista c’è spazio per fare tante cose qui, e mi spiega che lui ed altri ragazzi americani vogliono creare un punto informazione e supporto per americani in Italia: un servizio di sostegno e semplificazione per lo sviluppo di startup americane che vogliono venire in Italia ed avviare il loro business qui, supportandoli in tutto dall’avvocato, al notaio, al commercialista, alla casa, ai permessi.

Parlare e confrarsi con lui è divertente e affascinante e nelle sue parole sento un messaggio positivo in cui credo molto anch’io e che fondamentalmente è sintetizzabile in tre parole: fare, opportunità e ottimismo. Mi domando perché se ci credono gli altri, non possiamo farlo noi per primi. L’Italia ha delle caratteristiche che la rendono unica al mondo: è possibile non riuscire a valorizzarle e renderle il punto di partenza per attrarre talenti e persone che possano portare valore e contaminazioni nuove?

L’idea che l’Italia abbia dimenticato che sa fare innovazione mi manda in fibrillazione tanto quanto il pessimismo cosmico e l’indifferenza verso il cambiamento e più che mai mi suona come una nota stonata nella testa quando è ribadita da chi ci guarda fuori. Ho intenzione di supportare  l’iniziativa che questi ragazzi vogliono portare avanti, anche grazie alla rete di ID, alla mia rete personale e far in modo che un giorno, se proprio di fuga di cervelli ci troveremo a parlare, lo faremo pensando a quelli che vanno via da altri paese per venire in Italia.

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Uber, quando una innovazione disruptive genera fastidio a chi non innova

Circa tre giorni fa ho iniziato ad utilizzare UBER un servizio alternativo al taxi “bianco”, un servizio di auto con conducente su richiesta, attualmente presente su Roma e Milano. Ne sono talmente entusiasta che dopo averlo provato la prima volta ho scritto questo commento su Facebook e che vi riporto integralmente.

I Love UBER !

D’ora in avanti mai più senza. Credo sia l’essenza della disintermediazione nel rapporto con l’autista, e l’efficienza del servizio Uber su tutto il resto. Questo è il valore che la rete e la tecnologia possono portare.

Immaginate la scena: cerco un taxi, e mi dico, proviamo Uber. Faccio la prenotazione cliccando per errore (colpa di Mirko). Nell’app non trovo come annullare la richiesta, ma ho la possibilità di chiamare l’autista (si, chiamare al cell o anche mandarei un sms diretto). Ci parli, gli spieghi l’errore e ti organizzi per l’appuntamento 10 minuti dopo. Esco è puntuale, e la tariffa non è partita, parte quando ti muovi. Arrivo a destinazione, ti fa vedere l’importo sul dispositivo, lui clicca per conferma ed un nano secondo dopo ricevo la ricevuta via email con pagamento effettuato con carta di credito.

Ora, vedere i vantaggi lato utente è facile per tutti, ve li ho raccontati. Ma parlando con l’autista (chiacchierata piacevolissima durante il viaggio) mi son fatto raccontare i benefici lato business ed il suo punto di vista: secondo la sua esperienza (di un mese) il passaggio ad Uber è stato un modo per ottimizzare, organizzare, migliorare il servizio all’utente finale e perchè no, avere lui stesso un servizio migliore.

Sapete qual’è il problema, l’unico problema, per l’autista? Il rapporto con gli altri taxi (quelli bianchi per capirci): si incazzano, lo guardano strano, agli eventi gli manifestano contro, fanno lobbing, minacciano e via dicendo.

Ecco, questo è quello che molte aziende ed imprenditori non capiscono e dovrebbero capire: innovare, per esser competitivi e mantenersi stretto il proprio orticello, è fondamentale. Altrimenti muori.

Il difetto di Uber? Coprono ancora poco il territorio (ma son nati da 2 mesi e mi auguro crescano velocemente): questa mattina a Roma, per esempio, alle 6 ho dovuto prendere un – fantastico – Sammarcanda.

Oggi, dopo aver provato altre 4 volte in meno di 48h il servizio, l’ho preso di nuovo e parlando con il conducente ho scoperto che molti altri autisti Uber, oltre lui stesso (mi ha mostrato referto e denuncia), sono stati picchiati e minacciati.

Questo comportamento è emblematico del nostro paese: combattiamo l’innovazione con la forza, invece che con sana competizione ed altra innovazione.

La lobby dei tassisti non ha capito che non ha futuro se continua a rimanere ancorata ad un modello morto: devono cambiare mentalità, innovare, migliorare l’offerta ed avvicinarsi all’utente con un approccio più trasparente, chiaro e di qualità.

PS: se volete utilizzare il servizio Uber e volete 10Euro di sevizio gratis, utilizzate questo codice link o questo codice ubergram all’interno dell’app che potete scaricare qui

Buon viaggio e Uber On 😉

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L’essenza del networking

Un guerriero della luce condivide con gli altri tutto ciò che conosce del cammino. Chi aiuta, viene sempre aiutato, e ha bisogno di insegnare ciò che ha appreso. Perciò egli si siede intorno al fuoco e racconta com’è andata la giornata di lotta. Un amico gli sussurra: “Perchè parlare tanto apertamente della tua strategia? Non vedi che, comportandoti così. Corri il rischio di dover dividere le tue conquiste con altri?” Il guerriero si limita a sorridere, e non risponde. Sa che, se giungerà alla fine del viaggio in un paradiso vuoto, la sua lotta non avrà avuto alcun valore.

Credo sia l’essenza del networking e del fare rete.

Tratto dal “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coelho.

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Essere, raccontarsi e condividere

Essere in rete è mostrarsi, raccontarsi e condividere informazioni reali, senza falsi nomi, finti profili o personalità diverse dalla realtà, trasportando se stessi ed il proprio essere in modo integro, coerente e sincero.

La rete non è solo uno strumento di comunicazione in cui si può esser diversi dalla vita reale. La rete è molto di più, è un prolungamento della vita reale in termini di memoria, relazioni, informazioni ed azioni.

Ma essere in rete non è semplice e secondo Callie Schweitzer, nel post “You are what you share” su Medium:

The internet is supposed to be a place where everyone can be themselves and find like-minded people. But what we’re seeing right now is a faux intimacy. We think we know people so much better because of the internet, and the information it puts at our fingertips, but we really know them less. We know only what they put out there about themselves. 

Praticamente, quando viviamo la rete  e condividiamo noi stessi non siamo completamente onesti e trasparenti e, spesso, la condivisione si trasforma in costruzione di un io diverso, alla ricerca di un’audience sempre maggiore. Anche Andrea Contino sottolinea che

…ci troviamo a dare un’immagine di noi stessi più vicina al socialmente condivisibile che alla realtà delle cose…

Lo spunto è interessante e la discussione che ne può scaturire è assolutamente attuale e allo stesso tempo difficile da affrontare, considerando che, secondo me, c’è ancora una forte mancanza di conoscenza delle potenzialità della rete e poca consapevolezza, al momento, della condivisione in rete da parte di molti.

Anche Luca De Biase, riprendendo il post di Andrea pone delle domande che fanno riflettere:

…quanto sono autentiche le persone che si presentano online? Quanto i loro racconti autobiografici sono coerenti, integri, sinceri? Quanto sono frenate e inibite nel caso debbano affrontare temi che coinvolgono il loro vero nome?…

Probabilmente ci vorrà tempo per rispondere a queste domande, capire se la rete può avere dinamiche diverse dalla vita reale o meno, cosa sia veramente la coerenza in rete e se la “necessaria mediazione” accennata da Andrea, sia veramente necessaria.

Io sono dell’idea che raccontare se stessi, realmente, per quello che siamo, le nostre preferenze e cosa pensiamo sia parte integrante di un cambiamento di cultura, di trasparenza e partecipazione, ancora alla fase iniziale, ma unica strada per un futuro prossimo.

Ringrazio Andrea, Luca e Pier Luca che, nei loro post e con le loro riflessioni, hanno stimolato ancora una volta un dibattito importante e difficile come questo. Consiglio la lettura e gli approfondimenti segnalati.

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Networking is

Quando ti confronti con le persone e spendi il tuo tempo condividendo idee, spunti, suggerimenti, conoscenza e la tua rete di contatti, senza aspettarti o pretendere nulla in cambio, impari molto più di quello che pensi di dare e prendi consapevolezza di quanto sia potente un sano networking.

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When you compare yourself with other people and spend your time in sharing ideas, experiences, knowledge and your network, without expecting anything in return, you are learning a lot more than you think to give and taking awareness of how powerful a healthy networking is

 

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Le formule magiche non esistono – BIT2013

Volevo scrivere un post relativo al BIT2013, evento che si è svolto a Milano la settimana scorsa, al quale ho partecipato per il secondo anno consecutivo (la prima volta presentai “Social Che?“) in qualità di relatore con un panel, anche questa volta, fuori dalle righe dal titolo “Harry Potter non aveva lo smartphone“.

Mentre organizzavo un po’ di appunti, questa mattina mi sono trovato a leggere una discussione in Facebook nata da una riflessione di Roberta Milano condivisa via twitter qualche giorno fa: “La sensazione forte è che la #Bit2013 non riesca ad adattarsi ai tempi ormai cambiati.

In effetti in parte condivido questo pensiero: le fiere, generalizzo appositamente, non riescono ad adattarsi ai tempi che stanno cambiando. Però la mia domanda è: ma sono solo le fiere?

Io ho partecipato appunto come relatore e l’ho vista con un occhio diverso da addetto ai lavori (non lavoro esplicitamente in ambito turismo), ne tanto meno ero un espositore o un visitatore curioso. Come qualcuno ha già scritto in rete, come ho detto alla stessa organizzazione e come ho accennato anche durante il mio panel, in effetti un eccesso di carta e una carenza totale di nuove tecnologie in sperimentazione si è notata. Arrivare e non trovare “qualcosa di tecnologico ad aspettarmi”, dover ricorrere al biglietto per tracciare i varchi e gli accessi o ancora vedere tonnellate di volantini per dare informazioni su date, riferimenti e contatti, è assolutamente deprimente soprattutto per chi come me della tecnologia e delle integrazioni ne fa il proprio mestiere ed il proprio verbo.

Certo una cosa va detta però: il QR code è ormai sdoganato… ne ho visti appiccicati ovunque, si ma soprattutto per utilizzi inutili!

Secondo me una fiera oltre ad esser aggregatore di esperienze ed organizzatore di una manifestazione, dovrebbe avere anche il compito di mostrare qualcosa di nuovo, d’avanguardia e dovrebbe esser la prima a farlo in qualità di punto di riferimento di una manifestazione di settore.

Ma il problema se proprio vogliamo scendere in verticale sul problema, non è solo qui.

Chi espone dovrebbe esser portatore di novità ed innovazione anch’esso: dopo tutto una fiera è fatta principalmente da espositori e da aziende che si mettono in mostra. E se queste si mettono in mostra con flyer, bigliettini, pupazzetti e sistemi vecchi come i dinosauri, l’effetto per il visitatore non può esser che di vecchiume o comunque di qualcosa che avanza molto lentamente e che non evolve.

Ma anche qui c’è un altro problema e non è limitato solo ad espositori e organizzazione: il visitatore.

Io ho tenuto un panel dal nome “Harry Potter non aveva lo smartphone” durante il quale, a differenza di quello che mi era stato chiesto, non ho parlato di mobile, numeri, mercato, della rava e della fava, ma ho parlato di nuove tecnologie e ho cercato di stimolare idee e attenzione su qualcosa di innovativo e non sui temi ormai noti a tutti. Non ho parlato di Facebook, Twitter o del perchè esser in rete o su Mobile. Il mio obiettivo era portare una serie di nozioni, indicazioni e segnalazioni basate sul concetto che non esistono le pozioni magiche alla Harry Potter, ma esistono le tecnologie – apparentemente futuristiche – alla Startrek. Che non ci si può fermare al “faccio la pagina su Facebook e avrò mille-mila fan” e nemmeno al “ho aggiunto il QR code alla mia insegna, adesso arriveranno sul sito milioni di utenti“.

La formula magiche non funzionano e chi le propina è una sorta di Harry Potter, simpatico si, ma inefficace. Esiste la ricerca, l’innovazione, esistono tecnologie da adottare, contestualizzare ed integrare all’interno di progetti di comunicazione e strategie di marketing. 

Le persone non conoscono ancora queste cose. Veramente, aimè lo dico.

Sapete quale è stato l’effetto in una sala piena di gente, durante il mio panel, quando ho chiesto chi utilizzasse l’NFC, l’RFID o altre tecnologie affini? Si è alzata una sola mano su circa 250/300 persone.

Preso dallo sconforto ho rifatto la domanda: Chi conosce le tecnologie RFID o NFC?” Si sono alzate 10 mani.

Ecco, questo è il punto. Non tutti sanno cosa siano questi acronomi e molti non sanno nemmeno che esistano. Un tizio mi ha domandato a fine panel se veramente è sicuro e si può pagare con il cellulare. Volevo morì.

Quelli che di queste cose “geek/nerd/tech” ne masticano tutti i giorni, siamo noi, quelli che si informano e che le vivono in prima persona. Ma non tutti hanno questo livello di conoscenza, proprio come succedeva con i social qualche anno fa. Noi siamo quelli che si lamentano che la fiera sia poco tech/innovativa, ma dobbiamo renderci conto che la maggior parte di quelli che partecipano, per quanto la mia sala non per forza possa esser un campione significativo, è un indicatore culturale su determinati temi.

Questi eventi devono portare case history, storie e devono “digitalizzarsi” (per quanto io odi questo termine) affinchè siano promotori e trasmettano nuove idee e nuovi spunti. Anche io pensavo, fino a poco tempo fa, che il problema fossero le fiere (intese come logica e tipo di evento) e li ritenevo degli appuntamenti morti. Ma non è così. Le fiere ancora servono, ma devono evolvere a 360 gradi: l’organizzazione deve farsi promotrice anche di nuove soluzioni e tecnologie, gli espositori devono portare innovazione (che oggi non fanno – quindi come fanno a portarla in fiera? O_o) e che bisogna portare ai visitatori delle storie, dei casi applicati per far capire anche il valore di quanto fatto e non solo la marketta.

Tutti dovrebbero comunque capire che le formule magiche non esistono, esistono solo le eccezioni (cit).

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Consolidamento e fiducia: obiettivo 2013. #daje

Come ogni fine anno mi trovo a scrivere due righe di riflessioni, retrospettiva e prospettive per l’anno in arrivo.

Negli ultimi anni mi sono sempre dato degli obiettivi cercando sempre di sovradimensionarli un po’: sono dell’idea che gli obiettivi che uno si assegna, debbano sempre esser sia misurabili che raggiungibili, ma soprattutto debbano esser sempre leggermente più alti di quello che si è in grado di fare. E’ uno stimolo a fare di più, a guardare più lontano e spingere i propri limiti. Bisogna avere fiducia in quello che si fa e che si sa fare. 

Alla fine del 2011 mi ero dato come obiettivo personale quello di uscire dalla zona di comfort. Non avevo fatto mille programmi spaziali come gli anni precedenti: mi ero dato “semplicemente” come obiettivo una scelta di vita, un cambiamento che, volente o nolente, ha impatto su tutto. Famiglia compresa.

Così è stato, obiettivo raggiunto in pieno.

Ho lasciato l’azienda per cui lavoravo. Ho interrotto quel percorso di carriera aziendale che stavo costruendo da 12 anni e che mi ha permesso di crescere professionalmente. Un percorso che mi ha dato un bagaglio di esperienza che non avrei potuto comprare o trovare da nessuna parte e che non posso rinnegare sia stato assolutamente fondamentale per tutto: relazioni, visione di mercati diversi, tecnologie e progetti completamente differenti e sempre stimolanti. Ho lasciato tutti quei benefits e quelle piccole-grandi garanzie che mi ero forse guadagnato e costruito negli anni e ho fatto il reset di tutto. Forse il più grande che abbia fatto ultimamente. L’ho fatto contrariamente a chi diceva che il momento storico economico non era opportuno e a chi mi diceva “sei un padre di famiglia non puoi prendere questo rischio“. Ma io credo fermamente nella scelta che ho fatto e credo che il momento sia stato quello giusto.

Il giorno in cui riconsegni badge, telefono, pc, macchina e tutto il resto, è un po’ come quando lo sceriffo riconsegna stelletta, pistola e distintivo. Esci dall’ufficio e devi ricominciare da zero, ma contestualmente, nel momento in cui valichi quella porta – in uscita – ti sale una adrenalina che spacca, ti sale al cervello la scintilla che accende tutto e dal quel momento sei pronto a spaccare il mondo.

Obiettivo raggiunto dicevo, ma non solo per la scelta in se e per se di lasciare tutto e partire, ma anche e soprattutto per i primi risultati raggiunti in pochi mesi e per quello che stiamo costruendo con persone eccezionali come mio fratello MirkoLorenzo e Cristiano e tutti quelli con cui condividiamo idee ed esperienze.

IQUII è partita, è piccola. Per adesso. Ma è snella, agile e si muove velocemente. E nel mercato in cui ci troviamo questa velocità è necessaria. Per adesso abbiamo piantato le basi e abbiamo semitato. Il 2012 è stato di avvio, di “startup” come va di moda dire adesso: ora nel 2013 ci aspetta la fase forse più dura, quella del consolidamento e della crescita. E dobbiamo crescere e fortificare quanto fatto, perchè vogliamo esser una azienda. Solida.

Ed ecco qui quindi il mio obiettivo di quest’anno: consolidare quanto fatto in questi anni e quanto strutturato negli ultimi mesi. Ma non solo. Il secondo obiettivo, parte del primo se vogliamo, è fiducia. Si, continuare ad avere fiducia e far si che il cambiamento che vogliamo arrivi.

Ci vuole una buona overdose di ottimismo, ma quello non mi manca e se posso, condivido anche questo.

Mi auguro che il 2013 sia di consolidamento e crescita anche per tutti quei progetti che son partiti nel 2012 e che seguo più o meno direttamente come Mangatar, wpXtreme, Flocker, SportSquare, Bisquits, Bookzinger, Reputeka e Intervistato ma anche  Followgram ed Indigeni Digitali. A tutti i loro fondatori e team un augurio special ed un in bocca al lupo enorme.

Auguri a tutti, e spaccate il 2013. #daje

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L’evoluzione dei makers ed il ritorno alla fisicità

Ho sempre amato le costruzioni fin da piccolo e ho sempre avuto una innata curiosità nel capire cosa ci fosse dentro ad ogni cosa.

Mi sono sempre “classificato”, così come immagino capiti a molti – se non tutti – quelli della mia generazione (o giù di li), un piccolo costruttore/distruttore: smontavo pc, assemblavo pezzi, provavo a costruire piccoli impianti elettronici, modificavo la forcella del Ciao con quella del Si e volevo personalizzare ogni cosa.

Anche quando presi il mio primo cellulare Nokia, per quanto fosse costato, lo smontai per capire come funziova: via batteria, antenna e pezzi vari e poi esperimenti per interfacciarlo con il pc attraverso la porta COM per mandare sms con comandi DOS e AT. Fantastico.

Allo stesso tempo, riguardandomi con occhio più critico a posteriori, ero probabilmente un consumatore vorace di contenuti prodotti da altri: tv, giornaletti, fumetti, giochi per amiga, giochi per il Commodore e così via.

Eravamo Makers, ma di prodotti fisici e consumer di contenuti.

Per noi era importate l’oggetto, il contenuto veniva dopo: ci interessava la fisicità dell’oggetto, le sue componenti e la sua composizione.

Ormai son passati un po’ di anni. Vivo la rete ogni giorno e forse mentre scrivo mi rendo conto che ormai è una cosa ovvia, ma oggi quando guardo mio figlio di due anni interagire con il tablet, giocare con le applicazioni, cliccare per produrre le sue immagini ed i suoi suoni, rimango sbalordito. Senza saperlo sta già condividendo i suoi contenuti con me, con sua madre e con i miei amici. I telecomandi, gli interruttori, le luci e tutto ciò che è touchable non ha segreti e non ha bisogno di esser spiegato. E’ tutto naturale.

Non penso di esser lontano secoli dalle generazioni attuali, ma vedo che i comportamenti, la tecnologia, la rete e tutto quello che hanno oggi, ha fatto un percorso secolare in pochi anni. Non c’è più bisogno di sbattersi per sintonizzare la testina del lettore dei nastri del commodore o di allungare una antenna per far prendere meglio il baracchino, o provare una barra di memoria diversa perché quella di prima è incompatibile. No, non devo overcloccare il processore, cambiare il carburatore, abbassare la testata o mettere qualcosa di più potente: è così, funziona e si deve solo utilizzare.

La curiosità è cambiata, l’attenzione si è spostata. C’è una assenza di interesse – quasi totale – sul come funziona l’oggetto fisico in se e per se, perché è normale, oggi, che faccia quello per cui è stato prodotto. L’attenzione non è sul come funziona, ma sul risultato, sul tempo e sulla qualità… sul contenuto. Prendete per esempio gli smartphone, un iPhone: un solo tasto, nessuna batteria da cambiare, nessuna antenna: è fisiologico che l’attenzione si sposti dall’oggetto al contenuto perchè in fondo non c’è modo e necessità di fare altro.

Tutto si è completamente invertito. C’è stato un capovolgimento totale tra l’essere Makers ieri e oggi. Un cambio di paradigma importante.

Oggi il makers produce contenuti ed è un consumatore di tecnologia.

Non esistono più i makers di una volta qualcuno direbbe. Vero da una parte, ma non sarà solo tutto contenuto. No, c’è bisogno di concretizzare, di dare vita a qualcosa di fisico e di tornare a produrre fisicamente: le stampanti 3D sono dietro l’angolo e le tecnologie sono mature per questo. La differenza rispetto a prima sarà sostanziale perchè non saranno solo assemblaggi come facevamo una volta: costruiremo e daremo vita ad oggetti ed idee che abbiamo prima realizzato virtualmente.

Buona creazione, makers!

 

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I social network, il cocco, le bibite e la paura di esser tagliati fuori

Immaginiamo una spiaggia lunghissima di qualche chilometro: spazi enormi, tantissime persone presenti.

A sinistra un venditore di cocco inizia il suo percorso verso destra. Alla parte opposta, a destra, un venditore di noccioline, snack e bibite inizia il percorso verso sinistra. Nessuno dei due e a conoscenza dell’altro, ma entrambi hanno qualcosa in comune: la voglia di fare business. Partono alla conquista della spiaggia, sanno che non sarà semplice conquistare tutto.

Cocco bello, cocco…” strilla il venditore di cocco mentre cammina a passo spedito in spiaggia, tra gli ombrelloni, con il suo secchio pieno del suo prodotto. Il suo modo di attirare l’attenzione è efficace e caratterizzante: la sua voce, la sua cantilena ed il suo accento si riconosce a distanza. Accontenta molti utenti con il suo prodotto, il suo modo di fare la relazione diretta con le persone, anche se ne perde alcuni che non amano il cocco. Ma lui è determinato e focalizzato: vuole vendere il suo cocco, il migliore cocco in circolazione e lo fa con un prezzo alto per molti, ma non ha concorrenti su quella parte di spiaggia e può permetterselo.

Noccioline, snack… bibite fresche!” ed un gingle musicale di sottofondo accompagna invece il secondo venditore mentre fa il suo percorso. Lui è più lento, percorre meno velocemente la spiaggia perchè è appesantito da un carretto più impegnativo che gli permette però di mantenere le bibite – più pesanti – fresche. Il suo servizio è più completo, ma richiede un maggior sforzo da parte sua e gli utenti devono avvicinarsi al carretto che cammina solo sulla sabbia bagnata.

Tutti e due lavorano, hanno i loro clienti e procedono verso il centro.

Poco dopo la metà del percorso si incontrano. Non ci sono accavallamenti apparentemente e non sembrano tenersi in considerazione.

Continuando il percorso cominciano ad accorgersi di qualcosa di strano. Più avanzano e cresce la distanza dal punto di partenza, più diventa difficile vendere i propri prodotti. Chi ha le noccioline non vuole il cocco e ha già speso dei soldi. Ma succede anche il contrario: chi ha il cocco non vuole noccioline, ma il cocco mette sete e compra l’acqua.

Qui ha inizio la convergenza: il venditore di noccioline, snack e bibite inizia ad insediare il territorio ed il clienti dell’altro venditore. Il venditore di cocco, preoccupato del suo mercato e pensando di colmare un’esigenza dei suoi utenti, dalla mattina successiva inizierà a vendere anche le bibite. Per farlo si doterà di un carretto, più grande di quello del suo concorrente, che non gli permetterà più di esser più veloce e snello in spiaggia come prima. A sua volta il venditore di noccioline, vedendo un agguerrito avversario muoversi in una certa direzione, si doterà anche lui di cocco, di chupa chups e altri piccoli prodotti.

Fine della storia.

Non c’è una vera e propria morale in questo racconto, ma questa storia secondo me sintetizza bene quello che sta succedendo con i social network e la loro convergenza evolutivaGoogle vuole fare Facebook, Facebook vuole fare Foursquare, Instagram fa Twitter, ma Twitter vuole esser anche Instagram…

Da qui una riflessione personale: in tutti e due i casi i venditori perderanno di vista le loro caratteristiche principali, il loro core business iniziale e la centricità su quegli utenti che avevano all’inizio con un prodotto mirato ed un servizio studiato ad hoc. Tutti e due faranno un po’ tutto sperando di cannibalizzare il più possibile l’altro, aggiungendo servizi e prodotti che “funzionano” per il concorrente, senza verificare l’effettiva esigenza, la migliore esperienza e senza concentrarsi su quello che veramente sanno fare bene.

Stefano Bernardi, che ringrazio, citando un mio tweet mi ha segnalato l’effetto FOMO – Fear of Missing Out  ossia la paura di rimanere tagliati fuori. Questo genera una convergenza fisiologica e va a discapito dell’innovazione e della qualità del servizio all’utente.

E’ già successo, sta succedendo di nuovo con Twitter, Facebook, Instagram e succederà ancora: è fisiologico e tutto questo ha pro e contro. Da una parte genera un appiattimento delle piattaforme, dall’altra genera spazi verticali per nuove imprese e nuovi servizi maggiormente focalizzati sulla propria competenza e sul proprio valore.

 

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La fotografia è morta? No, è cambiata ed evoluta

In questi mesi si è parlato spesso di PhotoSharing, PhotoDiscovery, fotografia e fotografi, professionisti o amatori, iphonografia e molto altro.

Molti hanno scritto che la fotografia, quella tradizionale sia morta. Ma in fondo, per qualcuno, ad ogni novità ed evoluzione muore sempre qualcosa.

Qualcuno ha scritto che la fotografia digitale, ma sopratutto la iPhonografia abbia ucciso la vera fotografia: quantità smisurate di foto, qualità sempre più basse, meno dettagli, meno tecnicismi, meno arte. Altri invece hanno scritto che questo nuovo modo di fare fotografia sia fondamentalmente una esigenza dettata dal tempo, sempre meno a disposizione, dalla voglia di condivisione ma soprattutto sia un cambiamento fisiologico dettato dall’evoluzione e dalla diffusione degli smartphone. L’esplosione mobile ha evidentemente cambiato molte cose, forse sulla fotografia in particolar modo.

Secondo me, non è morto nulla, è semplicemente evoluta la fotografia e cambiata la modalità di fruizione, il tempo a disposizione delle persone, e le esigenze nonchè le modalità di costruire una propria memoria di emozioni.

Come ho scritto più volte, quello che è successo con Instagram è un po’ come quello che è successo con gli MP3 e la musica.

Instagram, ma in generale il PhotoSharing, ha reso di massa la fotografia intesa come istantanea di un momento e di nicchia la fotografia tecnica, fatta di tecnicismi. Ma la fotografia, in se e per se, è rimasta quella che è sempre stata nel suo valore e nel suo contenuto.

La fotografia è ancora arte, sentimenti e momenti della vita, ma ha guadagnato con questa evoluzione l’aggiunta di meta informazioni che la rendono più completa. Una foto non racconta più una emozione ma una storia fatta di date, luoghi, interazioni e relazioni con persone che in quel momento erano nello stesso posto.

Mobile Photography [Infographic]
Grazie ad Overgram per questa infografica.

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