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Viddy, l’instagram dei video, apre le API: Developer e Brand, siete pronti?

Si chiama Viddy, è una applicazione iPhone – per adesso – che permette agli utenti di condividere filmati e video da 15 secondi. Fin da quando è nata è stata battezzata l’Instagram dei video o anche il Twitter dei microfilmati. L’applicazione, malgrado abbia tra i concorrenti applicazioni del calibro di SocialCam (disponibile tra l’altro sia per iPhone che per Android), nel giro di un anno ha raggiunto circa 40 milioni di utenti. A differenza di altre applicazioni ed altre startup l’ideatore in questo caso non è un ragazzetto giovane e smanettone, ma un imprenditore della Silicon Valley Brett O’Brien già noto per il progetto xDrive e PluggedIn.

Viddy, come Instagram, mette a disposizione degli utenti un set di filtri per abbellire i video e renderli più emozionali e completi. I video possono durare al massimo 15 secondi. Ad ogni filtro nell’app è associato un loop o una breve brano musicale, che può attivato o disattivato dall’utentedi volta in volta. Le clip preparate e abbellite dagli strumenti messi a disposizione dall’utente possono esser poi condivise sui social network (Facebook, Twitter, YouTube e Tumblr), o via e-mail o Sms. Ovviamente come tutte le piattaforme social che si rispettino, e Instagram su questo ha definito delle “linee guida” che ormai troviamo ovunque, è possibile commentare i contenuti e segnalare la propria preferenza attraverso il tasto, ormai noto, del like.

Non mi dilungo sulla descrizione dell’app, di cui potete trovate in rete già molti post tra cui quello di Silvio e quello di Federico, e vorrei focalizzarmi su una notizia di oggi che, secondo me, potrebbe far diventare questa applicazione il prossimo obiettivo per gli sviluppatori e brand: Viddy apre le API e con un post sul proprio blog dal titolo “Rule the Beach: Hack Your Way into Viddy“, di cui vi riporto uno stralcio

During August and September we’ll work with you, and our developers, on adoption of the apps you build, as well as promotion to our 40 Million+ Viddy Community. On Friday, September 28th Team Viddy will pick our favorite API partner, and fly you (or your team of up to 4 people) to Venice Beach for an interview at Viddy. The cash prize of $10,000 will be awarded at Viddy HQ.

In Viddy invitano gli sviluppatori e la community a creare nuove app per una competizione da 10K dollari e la permanenza nell’HQ di Viddy in Silicon Valley. Coders in ascolto, che fate, vi perdete questa occasione?

Viddy secondo me si è mossa molto bene dal punto di vista della gestione e dello sviluppo del progetto, un po’ come fece anche Instagram nel momento della sua crescita. Il fatto di non aver puntato direttamente al multi device le ha permesso di crescere e non morire di “Scalabilità Precoce” (come successo a Picplz per non aver trovato investitori avendo costi alti di infrastruttura e nessun modello di business), e arrivare a prendere due investimenti da 36 milioni di dollari tra febbraio e aprile 2012 (un anno preciso dalla nascita del 2011).

Inoltre Viddy, proprio per la modalità con cui sta facendo crescere la propria user base (coinvolgimento personaggi famosi, brand) e creando al momento giusto “l’evento” per coders, penso riesca a scatenare la sviluppo di un ecosistema di applicazioni intorno al prodotto tale da crescere più velocemente di altri.

A mio avviso gli sviluppatori che hanno in mente di sviluppare qualche prodotto in questa direzione, dovrebbero farci una pensata: in questo momento, visto che il video è e sarà un mercato su cui sviluppare prodotti per i prossimi anni, ha molto spazio e dovrebbe esser presidiato. Ricordiamoci comunque che sviluppare prodotti legati alle API di altri comunque ci mette nelle condizioni di esser “vincolati” e non autosufficienti. Più che mai se pensate che Viddy è nel mirino di Facebook già da un po’.

I brand infine dovranno iniziare a pensare di utilizzare il video e/o pillole di video per comunicare e presentare i propri prodotti, i concept e l’azienda, così come oggi hanno iniziato a fare con Instagram in modo continuo, avvicinando l’utente anche dal punto di vista emozionale.

Io un paio di idee per partecipare già le ho, forse mi serve il tempo… ma se qualcuno volesse unirsi, ben disponibile 🙂

UPDATE 01/08/2012
Mi hanno appena abilitato le API di Viddy: il primo problema per un eventuale applicazione che cresce velocemente, sapete qual’è? Il rate limit! 2 chiamate massime al secondo, 5000 chiamate massime al giorno! Considerate che Instagram (che già di suo è particolarmente limitato) ne ha 5000 l’ora [Guarda lo screenshoot http://cl.ly/IRj9]

UPDATE 07/08/2012
Ho appena rilasciato un primo test di applicazione di mashup tra le API di Viddy e di Dropbox: ho realizzato un sistema che permette agli utenti, attraverso la doppia autenticazione Viddy e DropBox di effettuare il Backup dei video di Viddy in formato mp4 direttamente su DropBox. In pochi minuti (a seconda della velocità della vostra connessione) avrete i video direttamente sul vostro pc. L’applicazione Viddy Backup la trovate qui http://dev.fabiolalli.com/viddy/

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Son passati solo 1600 anni, eppure tutto sembra uguale.

La città c’è, esiste, è vera e vivibile. Ci sono voluti anni, non è ancora completa e forse non lo sarà mai, ma la sua architettura e la sua modernità sono maestose. Mancano alcune strutture che ne migliorerebbero la vivibilità e darebbero la possibilità di ospitare altre persone, ma soprattutto tali strutture permetterebbero di raggiungere persone più distanti.

Chi ne viene a conoscenza ne rimane affascinato: architettura, maestosità, immensità e organizzazione. Sembra non avere confini, sembra infinita. Tutto è perfetto. Si rimane colpiti dalla velocità con la quale le persone si spostano, la vivono, si aggregano, si nascondono e ne raccontano agli altri. Chiunque entra, fin da subito si sente parte di un grande progetto. Un progetto grandissimo, quasi un impero.

Chi entra nella città contribuisce nel suo piccolo, creandone parti più o meno importanti per la sua architettura, per la sua continuità, per il suo valore, per la sua diffusione, per il suo commercio e per il suo contenuto in modo consapevole o inconsapevole, diretto o indiretto.

Il valore della città cresce di giorno in giorno, molti ne parlano, anche fuori dalle quattro mura. Le persone che la vivono e la frequentano sono sempre di più. E’ una città viva le cui regole scritte e non scritte definiscono in modo più o meno esplicito dinamiche e comportamenti. Alcuni decidono di uscire, qualcuno viola le regole e viene espulso dagli altri, qualcuno non si sente a suo agio ma prova ad adattarsi. E’ normale, è una società che si sta sviluppando. C’è chi vestito di bianco frequenta luoghi d’elitè, partecipa a comizi di piazza o in sale private, c’è chi nel suo piccolo parla a gruppi di persone che si fermano a guardare e chi invece frequenta mercati, luoghi di aggregazione pubblici e vive la città da cittadino qualsiasi. Chi più chi meno vive questa nuova società.

La società cresce. Crescendo aumentano i problemi e le criticità e alcuni equilibri si vanno modellando. La società prova a strutturarsi, si organizza e cerca di impostare delle regole. Non ci sono ancora città così grandi e più passa il tempo più questa società conquista sempre spazio e visibilità, non sempre in modo pacifico, e allo stesso tempo si indebolisce e si frammenta.

All’orizzonte una nuvola sembra avvicinarsi. Non è una sola nuvola, sono molte nuvole. Sono nuvole di polveri sempre più vicine generate da masse di popolazioni etnicamente diverse che si dirigono a grande velocità verso la città. Un frastuono: lingue diverse , culture diverse. Forse è il caso di respingerli, di rifiutarli? Sono diversi nell’approccio, sembrano non preparati per una città del genere, per una cultura di questo tipo. Qualcuno li definisce barbari ma forse è più un termine per poter definire sé stessi, prendendolo come punto di paragone, in quanto “anormale” rispetto agli standard fino ad oggi e per poter definire così un concetto di normalità.

Vogliono entrare nella città e da qualche parte a tutti gli effetti sono già entrati . Stanno influenzando la cultura e le dinamiche pre esistenti, stanno portando il loro nuovo contributo, le loro abitudini, più o meno buone che siano, stanno modificando l’organizzazione e mettendo in dubbio comportamenti tenuti fino ad oggi. Molto più velocemente di quello che si possa immaginare.

Dimenticavo.

Non vi stavo raccontando un po’ di storia, e non volevo parlare del seducente splendore della grandezza romana e della caduta dell’impero Romano a seguito dell’invasione barbarica, ma della rete e del cambiamento in atto, della massificazione e dell’accesso agli strumenti della rete da parte di un numero di persone sempre più alto.

C’è un forte parallelismo storico, non trovate? Il bello del pragmatismo romano. Tra un conflitto ed un altro, barbari e romani si confrontavano quotidianamente, attraverso alleanze e commercio, incentivando un processo di acculturazione ed ibridazione di culture. Cambiamento che ha poi portato al crollo dell’Impero, ma alla costruzione di una nuova società.

Ho riflettuto molto su questo tema e da un po’ di tempo osservo alcuni gruppi e i comportamenti di della rete. Non nascondo di avere una certa preoccupazione nei riguardi di alcune dinamiche esplosive, ma ritengo, seppur necessario mantenere un livello di educazione ed etica alto, che non dobbiamo pensare di civilizzare “nuove popolazioni” o preoccuparci di esser invasi “barbaricamente”.

Questa è una fase di transizione necessaria ed un ennesimo, fisiologico, cambiamento che permetterà alla rete di svilupparsi, ampliarsi ed entrare nella vita di tutti, tanto da infrangere completamente quella sottile percezione che on line e off line siano due cose distinte.

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Quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

Per chi non lo sapesse – ma non ci credo nemmeno un po’ – Instagram (e non solo loro) da questa mattina è completamente KO.

Colpa di Amazon, si dice.

Da quello che ho letto, tanti instagrammers hanno scoperto il problema di Instagram verso la mezza mattinata di oggi, quando, ripresi dalla serata del venerdì o ancora impegnati nella vita familiare del sabato mattina, dopo aver impugnato lo smartphone per scattare qualche foto, hanno trovato un messaggio che diceva che il servizio non era disponibile. Tutti hanno cominciato a twittare che qualcosa non andava, che non era possibile caricare foto e così, tra il turbamento, lo shock, l’ansia da scatto frenetico mancato e la sindrome da InstagrammersSenzaInstagram, si è diffusa la notizia del problema.

World wide, Instagram è down. E la colpa è di Amazon.

A me non è andata esattamente così. O meglio, lo shock l’ho avuto anche io, ma per colpa delle API. Quelle di Followgram.

Praticamente le notifiche del problema di Instagram le ho iniziate a ricevere dalle ore 5.30 di questa mattina, mentre dormivo: prima ricevo un DM su Twitter da un brasiliano che mi dice di avere problemi ad autenticarsi. Poi dalle ore 5.45 circa, iniziano ad arrivare in sequenza segnalazioni e mentions sull’account di Followgram da parte di utenti che segnalano malfunzionamenti sul sito e lamentano di non poter accedere.

E così, ancora cotto di sonno, mi alzo, controllo la posta, poi uservoice, guardo twitter e trovo una quantità industriale di segnalazioni relative al malfunzionamento di Followgram. Tra un tweet ed un altro, leggo che si tratta di un problema di Amazon che ha colpito anche altri siti (Pinterest, Netflix and Heroku). Faccio due verifiche, il server è su, il Db anche, il dominio si vede… e Amazon?!? Ma dai, è perfetto e non ha problemi. Siamo up e running: Amazon fino ad ora non ci ha mai tradito, è sempre su, e poi noi siamo tranquilli, abbiamo anche una VPS dove manteniamo un clone per sicurezza, perchè ci piace dormire tranquilli, non su Amazon.

Ma allora che problema c’è? In effetti, Amazon è giù. Ma non il nostro che si trova in un’altra area: è giù quello che sta in Virginia, dove è passata una mega tempesta che ha spento tutto. E si, Instagram è proprio lì. “Solo lì”.

Peccato che se noi siamo su, e loro sono giù, anche noi siamo giù. O meglio, un pò meno giù di loro (magra consolazione), ma allo stesso tempo incasinati perchè strettamente legati alle loro API: non cresciamo, non eroghiamo il servizio, non acquisiamo nuovi utenti, non fatturiamo.

Ed ecco qui la riflessione: quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

C’è qualcosa che non va perchè se hai un modello di business o un servizio basato su altri (nel nostro caso tramite API di Instagram), sei praticamente come un apetta lavoratrice legata all’Ape regina. Se quella non funziona (o peggio ancora muore), tu sei nei casini. E non pochi.

C’è qualcosa che non va, soprattutto, perchè, come giustamente ha detto anche Alessio nel suo post, la Cloud sembra perfetta ma non lo è ancora e non ci si può ancora fidare al 100%. Ed il problema, secondo me, non è solo un problema tecnologico, ma di strategia, perchè ogni azienda, ogni applicazione, ogni progetto ha una sua struttura, un suo dna, un suo funzionamento e i suoi tempi di batch, allineamento, backup e gestione dei dati e nessuna infrastruttura potrà mai, singolarmente, sostituire in modo standard ogni singolo modello.

La dimostrazione l’abbiamo avuta oggi con Amazon e Instagram: un’applicazione comprata per milioni di dollari che non è raggiungibile per quasi 20h consecutive perchè il suo carrier è andato giù per una tempesta. Praticamente Amazon è stato il Single Point of Failure di Instagram.

All’inizio del post ho detto, non a caso, “Colpa di amazon, si dice”. Il si dice fa riferimento al fatto che tutti stanno guardando al problema di Amazon, ma nessuno (o quasi nessuno, leggete il post di Ingrid Lunden su techcrunch) sta pensando al fatto che Instagram, ribadisco, progetto pagato milioni di dollari, non abbia un piano di Disaster Recovery e Business Continuity tale da garantire il funzionamento anche a fronte di una tempesta e non abbia saputo garantire ai suoi utenti e al suo ecosistema di API e applicazioni, un ripristino immediato o in tempi ragionevoli.

Credo che questo tema, la business continuity, sia un tema caldo da affrontare su molti progetti di startup che sottovalutano ampiamente il concetto di continuità operativa.

Alla fine, la cosa positiva di oggi è che, non sapendo stare fermo ad aspettare, mi son messo a lavorare su altro.

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“Stop alle conferenze, torniamo a lavorare”. Dipende.

Ho ricevuto questa mattina la pillola puntuale di Startup Wikli di Marco dal titolo “Stop alle conferenze, torniamo a lavorare“. Il titolo mi ha fatto subito pensare ad una riflessione che recentemente condividevo con degli amici: “C’è un proliferare pazzesco di eventi e di investitori: tutti ci si stanno fiondando, anche chi di Startup e Digitale non ne ha mai parlato“.

E’ vero e non c’è dubbio che ci sia una moda in corso: si parla di startup ovunque, molte aziende si stanno catapultando nella creazione di conferenze, eventi, party, feste, corsi, competizioni e molte altre si stanno improvvisando angels o simil investitori (modello Las vegas… punto sul 15, non esce da 9 giri!) e via dicendo, tanto da generare una coltre di fumo nell’ecosistema startup italiano nel mezzo della quale bisogna stare attenti a selezionare le cose buone da quelle cattive. Non è facile districarsi.

Come al solito i post di Wikli mi fanno partire qualche riflessione. Partiamo da qui:

Un’esplosione di impegni da far invidia ai politici italiani, abituati a partecipare a qualsiasi evento senza avere mai il tempo di dedicarsi alle vere cose da fare.  Gli startupper del 2012 sono come i parlamentari? Tante chiacchiere e poca sostanza?

Non credo, o spero non sia così. Penso che il problema di fondo sia nella gestione del tempo semplicemente. C’è tanta euforia e voglia di fare in questo momento e questo porta a voler vedere e conoscere ogni nuova cosa. Non si è costretti a partecipare ad ogni evento, e se uno partecipa, immagino, abbia fatto le sue valutazioni: investimento, marketing, test della propria idea, necessità/voglia di conoscere persone, tempo disponibile, vicinanza dell’evento? Tra l’altro c’è da considerare che se uno startupper non partecipa e non impara a selezionare, come fa a capire cosa è realmente da considerare utile e cosa no? Se non si fa esperienza, anche in questo ambito – networking da conferenza -, si rischia di lasciarsi catturare dal primo canto delle sirene e farsi rapire da quello che sa cantare più forte. Sicuramente, ribadisco, bisogna gestire bene il proprio tempo, proprio perchè ne abbiamo sempre poco a disposizione ed il digitale, in particolare, ne divora molto.

A giudicare dai pochi eventi a cui ho partecipato negli ultimi mesi direi proprio di sì. I volti che si trovano sono sempre i soliti e la dinamica è la stessa di qualche anno fa, quando le “blogstar” erano al centro dell’attenzione e si parlavano addosso online e offline senza grandi risultati.

Senza voler generalizzare troppo, quello che mi sembra di capire è che il mondo dei giovani imprenditori del digitale si sia spaccato in due gruppi: uno in cui si trovano quelli che lavorano sodo al proprio prodotto e che non hanno tempo per seguire tutto questo brusio di fondo; e l’altro in cui l’obiettivo primario non è lo sviluppo della propria azienda, quanto il numero di eventi a cui si è partecipato.

Non parlo ovviamente di serate goliardiche o aperitivi dove incontrarsi e scambiare quattro chiacchiere. Quel tipo di appuntamenti è secondo me importante sia per tirare un po’ il fiato ma soprattutto per conoscere altre persone che magari ci possono dare una mano o con cui si può costruire qualcosa. Mi riferisco invece alle intere giornate perse alle conferenze dove i soliti 30 continuano a ripetere le stesse cose. 

Io ultimamente per via di Indigeni Digitali ho girato parecchi eventi e devo dire che in ogni evento, forse perchè ho avuto la fortuna di andare in più città e sempre diverse, ho trovato sempre una percentuale di “volti” già visti, ma ho anche apprezzato molto la presenza di persone nuove con idee ed esperienze che non conoscevo (non ultimo lo startup week di Torino, dove ho conosciuto un mucchio di idee e tecnici competenti). Credo sia normale, partecipando ad eventi “più istituzionali” come le startup competition organizzate dai player più grandi in Italia e localizzate principalmente su Roma, Milano o altri snodi importanti (vedi Catania), le facce siano sempre le stesse. L’Italia dopo tutto è un buco di nazione, le distanze non sono abissali e siamo ancora pochi che credono, investono, sviluppano e partecipano a questo tipo di iniziative e l’ecosistema delle startup in Italia è fatto di quattro gatti, ancora.

Sono d’accordo sul lavorare. Sono d’accordo sul concentrarsi sul prodotto. Ma sono anche convinto che quel “brusio” spesso nasconde suggerimenti e contatti utili e se non ascoltato completamente può esser un occasione persa. Se uno ha tempo di partecipare lo fa, se è preso dal progetto e ha bisogno di rimanere focalizzato non deve andare. Quindi “Stop alle conferenze, torniamo a lavorare“? Dipende.

Fino a poco tempo fa ci lamentavamo che nessuno sapeva nulla di startup, che erano presenti pochi eventi e che non c’erano investitori. Ora ci sono o per lo meno cominciano ad esserci e come in tutte le cose che fanno tendenza e moda, tutti ci si catapultano e nascono le copie, i marchi contraffatti, gli speculatori, i fuffologi, gli esperti, i formatori e chi ci sguazza per autoreferenzialità. Ci sta. Bisogna esser intelligenti, svegli, audaci e saper selezionare il rumore.

Il resto si autodistruggerà per mancata sostanza.

Ora torno al mio prodotto.

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Photo Sharing + Social Discovery = Photo Discovery

Il mondo della fotografia negli ultimi due anni ha subito una esponenziale evoluzione grazie allo sviluppo del photosharing, raggiungendo numeri importanti per numero di foto condivise, frequenza e qualità degli scatti. Evoluzione dovuta sicuramente al numero di smartphone sul mercato e alla diffusione della connettività da mobile ma anche, a mio avviso, all’esplosione di sistemi e piattaforma social come Instagram che, come ho detto più volte, ha generato una rivoluzione nel mondo della fotografia pari di quella degli Mp3 nell’ambito musicale.

Le persone hanno “imparato” a scattare foto da smartphone e non più da macchina fotografica seppur piccola e compatta, hanno migliorato i loro scatti attraverso l’applicazione di filtri che hanno reso le foto più belle ed emozionali, hanno imparato piccole-nuove tecniche di scatto seguendo altri utenti, hanno condiviso luoghi, momenti ed emozioni. Questa rivoluzione ha definitivamente generato una divisione netta tra il fotografo professionista, che scatta con strumenti professionali e molta tecnica, ed il fotografo amatoriale che scatta in mobilità, con strumenti alla portata di – quasi – tutti e con molta meno esperienza e professionalità.

Proprio come è successo tra l’ascoltatore di musica di qualità, e l’utilizzatore di Mp3. Meno tecnica, meno qualità, meno esperienza, strumenti meno sofisticati, ma alta frequenza di scatto, disponibilità dei contenuti on line, condivisione e socializzazione.

Socializzazione, questa è stata la chiave e l’ulteriore evoluzione del Photo sharing è nella direzione Social: persone e brand che attraverso le foto comunicano, condividono emozioni ed esperienze. E grazie ad affinità di scatti, luoghi e contenuti si incontrano e si conoscono.

Photo Sharing + Social Discovery = Photo Discovery.

Le foto possono questo e molto di più.

Instagram l’ha capito, Facebook lo sta rilasciandoFollowgram lo sta facendo già da qualche mese. 😉

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Dalla cultura della polarizzazione alla cultura della rete

La dimostrazione che in Italia siamo anni luce distanti dal concetto di fare rete é nella continua nascita e creazione di “poli” di eccellenza, “poli” di innovazione e qualsiasi altra definizione (o entità giuridica) di aggregazione unica e centrale, polarizzante e che ambisce ad avere un ruolo di dominio, superiorità e governo rispetto alle altre esistenti.

La polarizzazione, secondo me, non solo frammenta la rete e rende più difficile la cooperazione, ma diminuisce  il numero di combinazioni di relazione, aumenta i costi di gestione e soprattutto diminuisce l’influenza/conoscenza derivante dallo scambio continuo di più entità in una rete.

In questi giorni sto finendo di leggere “The Rainforest: The Secret to Building the Next Silicon Valley“. Ho trovato molto attinente a questa mia riflessione il capitolo 6 “How to build a Rainforest“, nel quale si parla della forza della decentralizzazione e del passaggio da Traditional “First DerivativeApproach al Rainforest “Third Derivative” Approach.  Hwang e Horowitt, autori del libro,  spiegano, matematicamente parlando, la differenza tra un modello in cui è presente una entità centrale e un modello a grafo. In particolare ho apprezzato il passaggio in cui viene spiegata l’importanza di un modello rispetto all’altro:

Innovation is chaotic, serendipitus, and uncontrollable, so processes that are linear and controlled are rarely self-sustaining. In contrast, what we strive for in a Rainforest is a system that yields immense impact, is low-cost, and generates internal sustainability. The only possible way to achieve these goals is to build a community of innovators where transaction costs have been reduced through the creation of trust, social norms, connectivity, and diversity. This model is based on what we call the “Third Derivative”. In a perfect world, the total potential relationships in such a system might look like this, what mathematicians call a complete graph

Every party can mix, mingle, and potentially transact with every other party. Such a perfectly efficient network would help people access the right expertise, customers, partners, and capital without the rigid and limited role of a central agency.

In Italia, dobbiamo modificare l’approccio dell’io alla base di qualsiasi ragionamento, e passare al concetto del noi. Dobbiamo iniziare a parlare di nodi di una rete più ampia, di connettori locali di persone e competenze, di hub a supporto e beneficio del sistema Italia.

Solo così possiamo generare un cambiamento vero.

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Minimum Viable Post

Non so se capita anche a voi, ma ultimamente per me è difficilissimo riuscire a scrivere con una certa costanza sul mio blog. E non è mancanza di spunti o idee.

Sarà il nuovo impegno lavorativo, saranno i progetti o semplicemente la frammentazione di tweet, post e commenti che continuamente lascio sui social,  ma mi sembra quasi impossibile scrivere, ma allo stesso tempo non vorrei trascurare il mio blog. Ci sono volte in cui mi appunto un link o un pensiero, così da svilupparlo successivamente, ma puntualmente mi passa l’attimo, l’ispirazione e mi rimane appeso in bozza.

Oggi, mentre ero al mare, tra uno scambio di email con un paio di amici che mi hanno stuzzicato, ho pensato di provare a trasformare i miei post in short post: più brevi, sintetici – alternati a post più lunghi di approfondimento –  con riflessioni su temi correnti o che mi passano sotto il naso.

Li chiamerò MVP, ma non “Minimum Viable Product” – lo so che l’avete pensato! – ma “Minimum Viable Post” 🙂

E così ho deciso: comincio subito. Buona lettura.

 

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Nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità

Si parla di crisi finanziaria, problemi economici e possibili bolle, ma in Italia c’è un sistema che si muove e che sta cominciando a vivere una piccola rivoluzione. E’ la rivoluzione innescata dall’ecosistema delle Startup in Italia, quella che più volte ho chiamato l’Italian Startup Revolution. Prima Coderloop, Mashape, Spreaker. Poi Mopapp, musiXmatch, Cibando, Docebo e altre. Oggi Jobrapido e Glancee.

E adesso avanti le prossime: nei momenti di crisi e difficoltà, nascono le vere opportunità.

In the middle of difficulty lies opportunity - Albert Einstein

In the middle of difficulty lies opportunity – Albert Einstein

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Il tuo prodotto non ha una community, la tua community è parte del tuo prodotto

Ieri sera, tra una lettura e un’altra sono capitato su un post di SocialFresh dal titolo “Your Product Does Not Have A Community, Your Community Is Part of Your Product” e così oggi con Woork aka Antonio Lupetti abbiamo deciso di commentarlo un pò, partendo con un video post  di sperimentazione dal titolo “Tech Juice“.

[update 06/05/2012] Vi riporto il testo del video, se non avete voglia di vederlo:

Parlando dell’importanza del social, del community management e del coinvolgimento degli utenti on line, mi ritrovo spesso a dover spiegare che gli utenti non sono un problema marginale da gestire, ma una parte importante e fondamentale del ciclo di vita del prodotto.

In genere non costituiscono un elemento di disturbo o esterno al marketing, fanno parte del ciclo di sviluppo e crescita del prodotto: lo seguono, si connettono, partecipano all’evoluzione, tanto da diventarne ambasciatori, evangelist e in alcuni casi una community .

In pratica l’utente che acquista un prodotto passa da una semplice relazione di scambio di valore fisico (pago per aver il prodotto) a qualcosa di più: si sente parte integrante del prodotto e partecipa per migliorarlo, per suggerire evoluzioni e miglioramenti.

Avere un gruppo di persone che “sposano” il prodotto e la filosofia che c’è dietro diventa quindi fondamentale per poter fare domande, chiedere e dare aiuto e costruire relazioni reali, migliorando così l’esperienza d’uso e creare un legame emotivo che è difficile da sostituire. Il contributo più importante che si può raccogliere da una community deriva dalle conversazioni degli utenti. Il modo migliore per imparare che cosa il prodotto deve fare per rendere il cliente soddisfatto, è quello di recepire le opinioni degli utenti.

E’ così possibile comprendere i trend, le preferenze e i gusti, fino ad arrivare ad un alto livello di personalizzazione.

Per quanto riguarda la relazione tra gli utenti, la connessione all’interno del ecosistema del prodotto può esser stimolata, ma prima di muoversi ed agire è fondamentale osservare dove le relazioni si sviluppano spontaneamente. Prendete per esempio il caso Apple o Instagram e la community degli instagramers che si è creata intorno. Se si riesce ad instaurare una connessione emozionale positiva, verrà da se, praticamente con un comportamento naturale, l’effettivo aumento dell’attivismo degli utenti nei confronti del prodotto.

Quando le persone fanno parte di una community, vogliono essere considerate come una parte integrante del prodotto, ed per questo che vanno sottovalutate.

Il senso di appartenenza, che da un lato come detto è molto positivo, può velocemente trasformarsi in un problema : un utente ascoltato è disposto a “marchiarsi” del brand, ma se non viene ascoltato malgrado il suo attivismo, può trasformarsi nel peggiore dei “nemici”. Può influenzare negativamente gli altri utenti e generare un allontanamento dal brand.

Sviluppare quindi una comunità di utenti intorno ad un prodotto, non è solo una mera attività di marketing, ma rappresenta la costruzione di una relazione più ampia rivolta al miglioramento del prodotto stesso.

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La crescita esplosiva di Instagram #infografica

Chi segue il mio blog sa quanto io sia innamorato e addicted di Instagram, e quanto, da quando hanno rilasciato le API del loro servizio, mi sia focalizzato sul suo studio, sullo sviluppo di Followgram con Lorenzo e su tutto l’ecosistema che si è creato intorno a questa applicazione.

Instagram è a mio avviso un progetto di startup perfetto: i numeri riportati in questa infografica ne sono la conferma.

 Instagram Nation: The Smartphone Photographer’s App of Choice
Courtesy of: Online Colleges

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Location Based Services: non è solo una questione di Lat e Lng

Le nuove tecnologie sono diventate un fenomeno di massa che coinvolge la maggior parte della popolazione. Mobile, Smartphone e Social sono parole che tutti cominciamo a conoscere: a Novembre del 2011 circa il 70% della popolazione italiana era connessa ad internet e di questi circa 93% è anche presente sui Social Network. Nel 2011 la penetrazione degli smartphone in Italia supera il 30% e raggiunge i 25 milioni di dispositivi con una crescita di circa il 52% rispetto al 2010. Dei possessori di smartphone la percentuale che utilizza servizi di geolocalizzazione ( LBS – Location Based Services ) è assolutamente crescente.

La geolocalizzazione, ossia l’identificazione della posizione geografica nel mondo reale di un dato oggetto, è presente nella vita quotidiana ed il concetto di CheckIn, l’azione che permette ad un utente la condivisione di un istante, è sempre più integrata nei servizi utilizzabili da Mobile. Se si vogliono analizzare i motivi di crescita dei sistemi di geolocalizzazione, a mio avviso i tre fattori determinanti sono stati tecnologia, dati e mercato delle app. In particolare:

  1. l’aumento della precisione dei dispositivi è passata nel giro di pochi anni da 100/5000 metri a 5/20 metri ed il tempo di allineamento della rilevazione è passato da 10 secondi a 1 secondo, generando un abbattimento dei costi e la possibilità di informazioni praticamente in realtime;
  2. l’adozione e lo sviluppo delle tecnologie preinstallate negli smartphone  ha reso le funzionalità di geolocalizzazione disponibili a tutti;
  3. la disponibilità della connettività da mobile ha permesso a più persone di iniziare ad interaggire maggiormente con piattaforme, social e applicazioni;
  4. l’ecosistema delle app, gli store e le API hanno generato e accelerato lo sviluppo di applicazioni per i dispositivi, la possibilità di integrare dati e generare opportunità di business.

La domanda e anche la risposta al “perchè la posizione e gli LBS oggi stanno diventando diventando così importante“, diventa quasi banale: la geolocalizzazione, vista dal lato business risponde a domande importanti e che permettono di conoscere ed analizzare i propri utenti, non solo dal punto di vista analitico, ma soprattutto comportamentale.

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di confrontarmi con varie startup che stanno implementando sistemi di geolocalizzazione, e mi sono accorto che l’attenzione è soprattutto focalizzata sugli effetti “social” derivanti dalla condivisione di una posizione e molto meno sull’importanza analitica e strategica dello studio di quel dato. Durante il corso che ho tenuto in Digital Accademia e durante il Master di MakeItSo, ho approfondito questo tema analizzando il valore del “CheckIn” per le aziende e per il business, cercando di andare oltre l’effetto della diffusione e della condivisione sociale.

Prima di tutto ho individuato le varie componenti del checkIn e la tipologia di opportunità che queste nascondono in se, oltre alla semplice latitudine e longitudine:

LBS oltre le semplici coordinate
LBS oltre le semplici coordinate

Sono stati poi individuati i modelli su cui basare la propria piattaforma di Location based Service:

Modelli possibili per gli LBS

Modelli possibili per gli LBS

Ed infine, ho mostrato tutte le fasi che danno valore al dato, sia per l’utente, sia per la piattaforma, sia per le aziende partner o per la stessa azienda, in chiave strategica:

LBS: il modello per la creazione di valore

LBS: il modello per la creazione di valore

Nelle slide che seguono trovate la presentazione integrale: ogni commento o integrazione è ben accetta.

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Paper by FiftyThree: un app semplice come il suo modello di business

Mi è capitato solo una volta fino ad ora di innamorarmi di un’applicazione in modo così forte da scriverne dei post: era novembre del 2010 e scrissi il mio primo post su Instagram, “un’applicazione che genera dipendenza emotiva“. Beh, a distanza di un anno e poco, più posso dire, in linea di massima, di aver avuto una buona intuizione.

Instagram ha superato il billione di foto caricate, oltre 30 milioni di utenti e dopo l’uscita della versione per Android, sta facendo parlare di se per la valutazione che ha ricevuto per il suo round b.

Qualche giorno fa mi è successo di nuovo: mi sono innamorato di un’altra applicazione. Questa volta si chiama Paper di FiftyThree.

Si tratta di una applicazione elegante e minimale e nella sua semplicità e sensibilità diventa perfetta per chi vuole scarabocchiare a mano libera o con pennino su un ipad e vuole divertirsi con gli acquerelli o pennarelli. L’applicazione permette di creare dei taccuini, personalizzarli, disegnarne il contenuto con diversi tipi di punte e colori, e poi condividere il risultato finale, per adesso, su Facebook, Twitter e Tumblr. L’applicazione è gratuita ed il suo modello di business è basato sulla vendita dei pennini aggiuntivi che attualmente possono esser comprati in-App alla cifra di 1,59€ singolarmente o 5.99€ per l’intero pacchetto.

Sullo store di Apple non esiste ovviamente solo questa applicazione per disegnare, ma questa devo ammettere che mi ha colpito in particolar modo. Perchè? Prima di tutto per il design: un’ interfaccia molto pulita, chiara e con pochi fronzoli, funzioni minime ed una interazione efficace. Secondo, mi ha colpito il semplice modello di business, applicato in modo efficacissimo: ti regalano l’app con la miglior “punta”, ti fanno vedere che funziona bene, ti fanno vedere le altre punte e ti incentivano a completare tutto il set con un pricing vantaggioso rispetto all’acquisto singolo, direttamente in-app. Senza perder tempo, sull’emotività e l’impulsività di acquisto.

Per quanto sia molto ben curata, facilmente utilizzabile e con un livello di comunicazione puntualissimo (buttate un occhio al loro sito), l’applicazione secondo me può ancora crescere, sia dal punto di vista delle funzionalità, sia dell’aspetto social, sia dal punto di vista delle possibilità di integrazione con altre piattaforme. Pensavo per esempio alla possibilità di poter fare direttamente il backup su dropbox o altro storage in cloud, o esportare i disegni in PDF o ancora salvare in formati grafici diversi da poter utilizzare in presentazioni o direttamente programmi di fotoritocco.

Poco fa ho proposto, sul sito del loro supporto, l’attivazione delle API per gli sviluppatori : a mio avviso l’attivazione di un’area utenti dove poter caricare i lavori sviluppati e contestualmente l’apertura delle API agli sviluppatori, darebbe una forte spinta alla crescita all’app, aumenterebbe gli utenti e l’utilizzo per utente, renderebbe l’app ancora più social e con un potenziale di crescita enorme.

Secondo me, con una scelta de genere si potrebbe sviluppare lo stesso ecosistema di applicazioni che è nato intorno ad Instagram, e Paper potrebbe diventare l’ “instagram” dei disegni ed una startup perfetta 😉

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Il manifesto del Customer Development

Stavo leggendo il post di Steve Blank pubblicato poco fa: il manifesto del Customer Development.

Praticamente riepiloga in 17 punti i passaggi fondamentali del libro “The Startup Owners Manual” scritto dallo stesso Blank e Bob Dorf (di cui ho fatto l’ordine su Amazon da qualche giorno e che non ho ancora letto).

Ve li condivido qui di seguito:

A Startup Is a Temporary Organization Designed to Search for A Repeatable and Scalable Business Model

  1. There Are No Facts Inside Your Building, So Get Outside
  2. Pair Customer Development with Agile Development
  3. Failure is an Integral Part of the Search for the Business Model
  4. If You’re Afraid to Fail You’re Destined to Do So
  5. Iterations and Pivots are Driven by Insight
  6. Validate Your Hypotheses with Experiments
  7. Success Begins with Buy-In from Investors and Co-Founders
  8. No Business Plan Survives First Contact with Customers
  9. Not All Startups Are Alike
  10. Startup Metrics are Different from Existing Companies
  11. Agree on Market Type – It Changes Everything
  12. Fast, Fearless Decision-Making, Cycle Time, Speed and Tempo
  13. If it’s not About Passion, You’re Dead the Day You Opened your Doors
  14. Startup Titles and Functions Are Very Different from a Company’s
  15. Preserve Cash While Searching. After It’s Found, Spend
  16. Communicate and Share Learning
  17. Startups Demand Comfort with Chaos and Uncertainty

Ci sono quattro passaggi su cui mi trovo particolarmente d’accordo:

  • Il fallimento è parte integrante della ricerca del modello di business
  • Se hai paura di fallire sei destinato a fallire
  • Nessun Business Plan sopravvive al primo incontro con i clienti (che ho citato anche nelle slide del talk che feci sul Business Model Canvas)
  • Comunica e condivi quanto stai imparando

Blank, nella sua pagina dice che tantissime persone avevano questo riepilogo, tanto che ne hanno creato il manifesto del Customer Development Manifesto su poster acquistabile.

E ora stampalo ed attaccalo al muro. 😉

via Steve Blank

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