Consolidamento e fiducia: obiettivo 2013. #daje

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Come ogni fine anno mi trovo a scrivere due righe di riflessioni, retrospettiva e prospettive per l’anno in arrivo.

Negli ultimi anni mi sono sempre dato degli obiettivi cercando sempre di sovradimensionarli un po’: sono dell’idea che gli obiettivi che uno si assegna, debbano sempre esser sia misurabili che raggiungibili, ma soprattutto debbano esser sempre leggermente più alti di quello che si è in grado di fare. E’ uno stimolo a fare di più, a guardare più lontano e spingere i propri limiti. Bisogna avere fiducia in quello che si fa e che si sa fare. 

Alla fine del 2011 mi ero dato come obiettivo personale quello di uscire dalla zona di comfort. Non avevo fatto mille programmi spaziali come gli anni precedenti: mi ero dato “semplicemente” come obiettivo una scelta di vita, un cambiamento che, volente o nolente, ha impatto su tutto. Famiglia compresa.

Così è stato, obiettivo raggiunto in pieno.

Ho lasciato l’azienda per cui lavoravo. Ho interrotto quel percorso di carriera aziendale che stavo costruendo da 12 anni e che mi ha permesso di crescere professionalmente. Un percorso che mi ha dato un bagaglio di esperienza che non avrei potuto comprare o trovare da nessuna parte e che non posso rinnegare sia stato assolutamente fondamentale per tutto: relazioni, visione di mercati diversi, tecnologie e progetti completamente differenti e sempre stimolanti. Ho lasciato tutti quei benefits e quelle piccole-grandi garanzie che mi ero forse guadagnato e costruito negli anni e ho fatto il reset di tutto. Forse il più grande che abbia fatto ultimamente. L’ho fatto contrariamente a chi diceva che il momento storico economico non era opportuno e a chi mi diceva “sei un padre di famiglia non puoi prendere questo rischio“. Ma io credo fermamente nella scelta che ho fatto e credo che il momento sia stato quello giusto.

Il giorno in cui riconsegni badge, telefono, pc, macchina e tutto il resto, è un po’ come quando lo sceriffo riconsegna stelletta, pistola e distintivo. Esci dall’ufficio e devi ricominciare da zero, ma contestualmente, nel momento in cui valichi quella porta – in uscita – ti sale una adrenalina che spacca, ti sale al cervello la scintilla che accende tutto e dal quel momento sei pronto a spaccare il mondo.

Obiettivo raggiunto dicevo, ma non solo per la scelta in se e per se di lasciare tutto e partire, ma anche e soprattutto per i primi risultati raggiunti in pochi mesi e per quello che stiamo costruendo con persone eccezionali come mio fratello MirkoLorenzo e Cristiano e tutti quelli con cui condividiamo idee ed esperienze.

IQUII è partita, è piccola. Per adesso. Ma è snella, agile e si muove velocemente. E nel mercato in cui ci troviamo questa velocità è necessaria. Per adesso abbiamo piantato le basi e abbiamo semitato. Il 2012 è stato di avvio, di “startup” come va di moda dire adesso: ora nel 2013 ci aspetta la fase forse più dura, quella del consolidamento e della crescita. E dobbiamo crescere e fortificare quanto fatto, perchè vogliamo esser una azienda. Solida.

Ed ecco qui quindi il mio obiettivo di quest’anno: consolidare quanto fatto in questi anni e quanto strutturato negli ultimi mesi. Ma non solo. Il secondo obiettivo, parte del primo se vogliamo, è fiducia. Si, continuare ad avere fiducia e far si che il cambiamento che vogliamo arrivi.

Ci vuole una buona overdose di ottimismo, ma quello non mi manca e se posso, condivido anche questo.

Mi auguro che il 2013 sia di consolidamento e crescita anche per tutti quei progetti che son partiti nel 2012 e che seguo più o meno direttamente come Mangatar, wpXtreme, Flocker, SportSquare, Bisquits, Bookzinger, Reputeka e Intervistato ma anche  Followgram ed Indigeni Digitali. A tutti i loro fondatori e team un augurio special ed un in bocca al lupo enorme.

Auguri a tutti, e spaccate il 2013. #daje

L’evoluzione dei makers ed il ritorno alla fisicità

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Ho sempre amato le costruzioni fin da piccolo e ho sempre avuto una innata curiosità nel capire cosa ci fosse dentro ad ogni cosa.

Mi sono sempre “classificato”, così come immagino capiti a molti – se non tutti – quelli della mia generazione (o giù di li), un piccolo costruttore/distruttore: smontavo pc, assemblavo pezzi, provavo a costruire piccoli impianti elettronici, modificavo la forcella del Ciao con quella del Si e volevo personalizzare ogni cosa.

Anche quando presi il mio primo cellulare Nokia, per quanto fosse costato, lo smontai per capire come funziova: via batteria, antenna e pezzi vari e poi esperimenti per interfacciarlo con il pc attraverso la porta COM per mandare sms con comandi DOS e AT. Fantastico.

Allo stesso tempo, riguardandomi con occhio più critico a posteriori, ero probabilmente un consumatore vorace di contenuti prodotti da altri: tv, giornaletti, fumetti, giochi per amiga, giochi per il Commodore e così via.

Eravamo Makers, ma di prodotti fisici e consumer di contenuti.

Per noi era importate l’oggetto, il contenuto veniva dopo: ci interessava la fisicità dell’oggetto, le sue componenti e la sua composizione.

Ormai son passati un po’ di anni. Vivo la rete ogni giorno e forse mentre scrivo mi rendo conto che ormai è una cosa ovvia, ma oggi quando guardo mio figlio di due anni interagire con il tablet, giocare con le applicazioni, cliccare per produrre le sue immagini ed i suoi suoni, rimango sbalordito. Senza saperlo sta già condividendo i suoi contenuti con me, con sua madre e con i miei amici. I telecomandi, gli interruttori, le luci e tutto ciò che è touchable non ha segreti e non ha bisogno di esser spiegato. E’ tutto naturale.

Non penso di esser lontano secoli dalle generazioni attuali, ma vedo che i comportamenti, la tecnologia, la rete e tutto quello che hanno oggi, ha fatto un percorso secolare in pochi anni. Non c’è più bisogno di sbattersi per sintonizzare la testina del lettore dei nastri del commodore o di allungare una antenna per far prendere meglio il baracchino, o provare una barra di memoria diversa perché quella di prima è incompatibile. No, non devo overcloccare il processore, cambiare il carburatore, abbassare la testata o mettere qualcosa di più potente: è così, funziona e si deve solo utilizzare.

La curiosità è cambiata, l’attenzione si è spostata. C’è una assenza di interesse – quasi totale – sul come funziona l’oggetto fisico in se e per se, perché è normale, oggi, che faccia quello per cui è stato prodotto. L’attenzione non è sul come funziona, ma sul risultato, sul tempo e sulla qualità… sul contenuto. Prendete per esempio gli smartphone, un iPhone: un solo tasto, nessuna batteria da cambiare, nessuna antenna: è fisiologico che l’attenzione si sposti dall’oggetto al contenuto perchè in fondo non c’è modo e necessità di fare altro.

Tutto si è completamente invertito. C’è stato un capovolgimento totale tra l’essere Makers ieri e oggi. Un cambio di paradigma importante.

Oggi il makers produce contenuti ed è un consumatore di tecnologia.

Non esistono più i makers di una volta qualcuno direbbe. Vero da una parte, ma non sarà solo tutto contenuto. No, c’è bisogno di concretizzare, di dare vita a qualcosa di fisico e di tornare a produrre fisicamente: le stampanti 3D sono dietro l’angolo e le tecnologie sono mature per questo. La differenza rispetto a prima sarà sostanziale perchè non saranno solo assemblaggi come facevamo una volta: costruiremo e daremo vita ad oggetti ed idee che abbiamo prima realizzato virtualmente.

Buona creazione, makers!

 

I social network, il cocco, le bibite e la paura di esser tagliati fuori

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Immaginiamo una spiaggia lunghissima di qualche chilometro: spazi enormi, tantissime persone presenti.

A sinistra un venditore di cocco inizia il suo percorso verso destra. Alla parte opposta, a destra, un venditore di noccioline, snack e bibite inizia il percorso verso sinistra. Nessuno dei due e a conoscenza dell’altro, ma entrambi hanno qualcosa in comune: la voglia di fare business. Partono alla conquista della spiaggia, sanno che non sarà semplice conquistare tutto.

Cocco bello, cocco…” strilla il venditore di cocco mentre cammina a passo spedito in spiaggia, tra gli ombrelloni, con il suo secchio pieno del suo prodotto. Il suo modo di attirare l’attenzione è efficace e caratterizzante: la sua voce, la sua cantilena ed il suo accento si riconosce a distanza. Accontenta molti utenti con il suo prodotto, il suo modo di fare la relazione diretta con le persone, anche se ne perde alcuni che non amano il cocco. Ma lui è determinato e focalizzato: vuole vendere il suo cocco, il migliore cocco in circolazione e lo fa con un prezzo alto per molti, ma non ha concorrenti su quella parte di spiaggia e può permetterselo.

Noccioline, snack… bibite fresche!” ed un gingle musicale di sottofondo accompagna invece il secondo venditore mentre fa il suo percorso. Lui è più lento, percorre meno velocemente la spiaggia perchè è appesantito da un carretto più impegnativo che gli permette però di mantenere le bibite – più pesanti – fresche. Il suo servizio è più completo, ma richiede un maggior sforzo da parte sua e gli utenti devono avvicinarsi al carretto che cammina solo sulla sabbia bagnata.

Tutti e due lavorano, hanno i loro clienti e procedono verso il centro.

Poco dopo la metà del percorso si incontrano. Non ci sono accavallamenti apparentemente e non sembrano tenersi in considerazione.

Continuando il percorso cominciano ad accorgersi di qualcosa di strano. Più avanzano e cresce la distanza dal punto di partenza, più diventa difficile vendere i propri prodotti. Chi ha le noccioline non vuole il cocco e ha già speso dei soldi. Ma succede anche il contrario: chi ha il cocco non vuole noccioline, ma il cocco mette sete e compra l’acqua.

Qui ha inizio la convergenza: il venditore di noccioline, snack e bibite inizia ad insediare il territorio ed il clienti dell’altro venditore. Il venditore di cocco, preoccupato del suo mercato e pensando di colmare un’esigenza dei suoi utenti, dalla mattina successiva inizierà a vendere anche le bibite. Per farlo si doterà di un carretto, più grande di quello del suo concorrente, che non gli permetterà più di esser più veloce e snello in spiaggia come prima. A sua volta il venditore di noccioline, vedendo un agguerrito avversario muoversi in una certa direzione, si doterà anche lui di cocco, di chupa chups e altri piccoli prodotti.

Fine della storia.

Non c’è una vera e propria morale in questo racconto, ma questa storia secondo me sintetizza bene quello che sta succedendo con i social network e la loro convergenza evolutivaGoogle vuole fare Facebook, Facebook vuole fare Foursquare, Instagram fa Twitter, ma Twitter vuole esser anche Instagram…

Da qui una riflessione personale: in tutti e due i casi i venditori perderanno di vista le loro caratteristiche principali, il loro core business iniziale e la centricità su quegli utenti che avevano all’inizio con un prodotto mirato ed un servizio studiato ad hoc. Tutti e due faranno un po’ tutto sperando di cannibalizzare il più possibile l’altro, aggiungendo servizi e prodotti che “funzionano” per il concorrente, senza verificare l’effettiva esigenza, la migliore esperienza e senza concentrarsi su quello che veramente sanno fare bene.

Stefano Bernardi, che ringrazio, citando un mio tweet mi ha segnalato l’effetto FOMO – Fear of Missing Out  ossia la paura di rimanere tagliati fuori. Questo genera una convergenza fisiologica e va a discapito dell’innovazione e della qualità del servizio all’utente.

E’ già successo, sta succedendo di nuovo con Twitter, Facebook, Instagram e succederà ancora: è fisiologico e tutto questo ha pro e contro. Da una parte genera un appiattimento delle piattaforme, dall’altra genera spazi verticali per nuove imprese e nuovi servizi maggiormente focalizzati sulla propria competenza e sul proprio valore.