Internet sta cambiando il nostro modo di pensare?

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Questa mattina rileggevo un post che ho tra i bookmark da parecchio tempo dal titolo Is Google Making Us Stupid? dopo averlo ritrovato citato in un articolo del Guardian e anche sul ilPost.

L’articolo parla di Internet e come questo abbia modificato il nostro modo di pensare. L’impatto delle tecnologie, della rete e di internet, i social network e la presenza di Google nella vita di tutti i giorni hanno avuto impatti fortissimi sulla società di oggi, nel modo di relazionarsi e di comunicare. Sono cambiate le abitudini, ed il modo di pensare. Le nostre menti sono state modificate dalla nostra crescente dipendenza dai motori di ricerca, dall’utilizzo dei social network e da tutte le tecnologie digitali.

Nicholas Carr, scrittore americano e autore di The Shallow – What the Internet Is Doing to Our Brains e autore del post Is Google Making Us Stupid?, descrive Internet come modificatore, non solo delle nostre vite e delle nostre abitudini quotidiane, ma anche di evoluzioni fisiche e nel suo libro descrive il processo di alterarazione del nostro cervello e del modo di pensare. Nell’articolo emergono diversi punti di vista e in quello di Carr si legge:

“Over the past few years, I’ve had an uncomfortable sense that someone, or something, has been tinkering with my brain, remapping the neural circuitry, reprogramming the memory. My mind isn’t going – so far as I can tell – but it’s changing. I’m not thinking the way I used to think. I can feel it most strongly when I’m reading. Immersing myself in a book or a lengthy article used to be easy. My mind would get caught up in the narrative or the turns of the argument and I’d spend hours strolling through long stretches of prose. That’s rarely the case anymore. Now my concentration often starts to drift after two or three pages. I get fidgety, lose the thread, begin looking for something else to do. I feel as if I’m always dragging my wayward brain back to the text. The deep reading that used to come naturally has become a struggle.”

Secondo Carr l’esposizione continua a nuovi sistemi digitali, alla rete e alle nuove tecnologie ha un impatto sui processi cognitivi e sull’evoluzione della mente con effetti che vanno da una concentrazione discontinua, all’esigenza di attività parallele (multitasking), fino al modo di memorizzare informazioni: non abbiamo più bisogno di “registrare”, annotare o imparare perché sappiamo che esistono sistemi (google per esempio) che ci permettono di recuperare informazioni in real time. Il web ed Internet sono diventate delle protesi della memoria collettiva.

Di fronte a queste affermazioni è facile farsi prendere dal panico e dalle preoccupazioni e pensare subito la fatidica frase “era meglio prima” . Non è così, secondo me. In fondo se ci pensate il timore dell’evoluzione tecnologica, e faccio riferimento anche a Platone, ha sempre accompagnato l’uomo in ogni fase evolutiva, dalla scrittura, alla stampa alla fotografia, dal fax al telefono fino a radio e televisione.

Non c’è dubbio che la tecnologia sia un attivatore di rivoluzioni e cambiamenti, ed è evidente che la società sia stata rimodellata dalla tecnologia e dall’evoluzione della comunicazione. Basta guardare l’impatto che la stampa ed i mezzi di diffusione hanno avuto sul nostro mondo. E’ interessante leggere nel post del Guardian come fino ad oggi l’attenzione sia stata focalizzata proprio sulla società e molto meno sulle modifiche all’uomo. Carr sostiene che la neuroscienza moderna, che ha rivelato la “plasticità” del cervello umano, ha dimostrato che le nostre pratiche abituali e la routine nelle attività di tutti i giorni possono realmente cambiare e modellare anche le nostre strutture neuronali. Il cervello degli analfabeti, per esempio, è strutturalmente diverso da quello di persone che sanno leggere. Quindi, se la stampa e la relativa esigenza di imparare a leggere ha e ha avuto impatto sullo sviluppo del cervello umano, allora è anche logico supporre che la nostra dipendenza dalla tecnologia, dalla rete e da Internet abbia lo stesso effetto.

Non tutti i neuroscienziati sono però d’accordo con questa tesi: molti ritengono che l’uso di Internet abbia migliorato l’intelligenza umana, altri invece ritengono che le tecnologie si siano sviluppate proprio per supportare la capacità umana di metabolizzare sempre più informazioni e poter gestire al meglio il carico di sovraccarico di informazioni: Google per esempio non sarebbe un problema, ma l’inizio di una soluzione.

Io trovo che Internet abbia cambiato il modo di pensare, il modo di relazionarsi e anche il modo di sviluppare nuove forme di comunicazione. Ha stimolato e reso possibile l’utilizzo di alcune caratteristiche del cervello che probabilmente non erano mai state utilizzate completamente.

Internet ha modificato e sta ancora modificando il nostro modo di pensare.

Voi come la vedete?

Chiudi i Social e scaccia la crisi?

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Leggevo un articolo su MyMarketing.net relativo alla chiusura dei siti di Social Network (come Twitter e Facebook) in alcune aziende australiane. Il blocco dei siti sarebbe un tentativo per rendere i propri dipendenti più produttivi in un momento difficile per l’economia. Della serie “Chiudi il social e scaccia la crisi…” .

Vi riporto uno stralcio dell’articolo e un pò di numeri:

…i dati diffusi da Telstra e dagli specialisti nella sicurezza di Internet MessageLabs evidenziano un netto aumento (di circa quattro volte) dei datori di lavoro che hanno bloccato l’accesso ai social network ad aprile 2009 rispetto a giugno 2008. Circa 6.000 tentativi di accesso vengono infatti bloccati ogni giorno, rispetto ai 2.000 al giorno di 10 mesi fa. “Se un dipendente passa un’ora al giorno su Facebook, può arrivare a costare all’azienda migliaia di dollari in tempo perso nel corso di un anno”, ha detto il direttore esecutivo di Telstra, Brian Harcourt. “Chattare o navigare su siti di social network durante l’orario di lavoro potrebbe non essere il modo migliore per aumentare la produttività delle piccole imprese che stanno lottando per resistere alle condizioni attuali dell’economia”, ha detto in una nota.
Secondo un rapporto sulle tendenze dell’utilizzo di internet nelle piccole e medie imprese australiane, il numero totale di Url “bloccati” dalle organizzazioni è cresciuto del 193% da gennaio, e per la maggior parte dei casi si tratta di siti di social network. Le compagnie più grandi, inclusa Telstra, hanno introdotto linee guida per lo staff sull’utilizzo consentito di internet, si legge nella nota. I social network stanno vedendo un’espansione incredibile, infatti gli ultimi dati diffusi da Nielsen online hanno mostrato che i minuti passati su questi siti web sono quasi raddoppiati negli Usa nell’ultimo anno.

La cosa che mi stupisce è che dall’altra parte della terra succede l’inverso. In un post di qualche giorno fa ho riportato uno studio recente dell’Università di Melbourne che avrebbe invece dimostrato che chi utilizza Internet per ragioni personali al lavoro è più produttivo di circa il 9% rispetto agli altri. Ho letto inoltre una recente ricerca di Deloitte, ripresa dalla newsletter quotidiana di eMarketer, che afferma che quasi un terzo dei manager aziendali statunitensi (il 30%, precisamente) ha iniziato ad utilizzare le attività di social networking come strumento strategico per le loro attività di comunicazione integrata. Il grafico qui di seguito ne riporta un pò di numeri:

uso aziendale dei social network

Quindi, per combattere la crisi è necessario chiudere la comunicazione dei dipendenti?

Riflettevo sulla politica da adottare in azienda: è meglio una politica repressiva o una politica aperta all’utilizzo degli strumenti di comunicazione? Ho sempre pensato che uno degli aspetti più importanti da tenere in considerazione in caso di politica repressiva (e quindi blocco dei siti e delle chat) sia proprio il clima che ne consegue. Usare metodi troppo repressivi, come per l’appunto inibire Skype/MSN, chiudere gli accessi a social network o reti esterne, mettere i propri dipendenti sotto una campana di vetro controllata 24 ore su 24, ha il solo effetto di farli vivere in un clima di terrore: se l’azienda spera di ricevere dalle proprie risorse idee creative e costruttive che possano dare un vantaggio competitivo in questo momento di crisi, secondo me, questo è il primo modo per azzerarle completamente.

Dall’altra parte però una politica di non controllo genera di solito una continua disattenzione e la perdita di vista degli obiettivi aziendali. Appurato quindi che inibire l’accesso ai social network e ai servizi 2.0 non sia è una soluzione appropriata perché crea scontento fra i dipendenti, quale potrebbe essere l’idea? Secondo me l’introduzione di soluzioni enterprise 2.0 può essere una strada da prendere in considerazione e che, oltre ad aiutare l’azienda a rinnovarsi, permetterebbe di incanalare l’attenzione della propria forza lavoro usando gli stessi strumenti che l’utente utilizza a scopo personale.

Chi secondo voi è l’eretico: chi dice che non servono strumenti di social o chi ne fa strumento di comunicazione integrata? E perchè?