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© HRISTO RUSEV / NURPHOTO - Cigno nero

L’alibi del Virus

La parte peggiore del momento Covid-19 sembra esser passata. Sembra.

Che sia stato un momento complesso non c’è dubbio e che lo possa esser ancora anche.

Nessuno o in pochi, pochissimi, avevano intuito si trattasse di una pandemia dagli effetti e dalla magnitudo del genere, una magnitudo che avrebbe bloccato tutto. Non c’è dubbio che questa situazione abbia impatto su imprese, mercati e persone, e forse ci saranno impatti che vedremo a breve, impatti che avranno a che fare con ridimensionamenti se non chiusure.

C’è chi ha pensato fin da subito che tutto questo potesse esser la causa del fallimento della propria azienda. Seppure non si sapesse ancora dove saremmo andati a finire (e forse tutt’ora non lo sappiamo).

Il virus è quindi (o può esser) la causa del fallimento di alcune aziende?

Non sono del tutto d’accordo su questo pensiero e questa domanda, anzi. Non c’è dubbio che ci siano aziende ed industrie che non possono fare nulla, vedi turismo, o anche professioni ed altre tipologie di attività coinvolte direttamente e chi si sono viste interrompere le proprie relazioni magari per il tema proprio del distanziamento sociale. Non c’è dubbio che ci siano aziende o ambiti che non hanno sufficienti supporti economici per recuperare e gestire la crisi. È complesso, e non c’è dubbio. E non c’è dubbio anche che ci sia una parte del mercato infimo, scorretto ed inadeguato che probabilmente, nascondendosi dietro la scusa della crisi, metterà in difficoltà altre aziende, scaricando le sue inefficienze, le cattive gestioni ed i suoi rischi sugli altri, mettendo appunto in ginocchio altre aziende con mancati pagamenti e altre scelte fatte solo per scaricare responsabilità.

Ma non c’è dubbio comunque che anche in questo caso non è il virus la causa diretta del fallimento.

E non lo sarà.

Non lo sarà per le aziende che hanno guardato un po’ più lontano. Lo sarà invece per le altre, per quelle che non lo hanno fatto e che non hanno gestito processi di creatività, innovazione, differenziazione e sviluppato un ecosistema in grado di bilanciare il rischio e garantire la sopravvivenza di fronte a casi eventualmente eccezionali.

E saranno alcuni fattori in particolare ad uccidere le aziende.

Sarà la mancanza di capacità di adattamento di un modello obsoleto e rigido, portato avanti alla stregua, che porterà le aziende a non riuscire a far fronte al cambiamento repentino che andrà affrontato.

Saranno la mancanza di visione, l’arroganza e la saccenza che non permetteranno alle aziende di comprendere per tempo la nuova normalità, le nuove abitudini e le nuove esigenze, tanto da rimanere arroccate su modelli non più adeguati.

Saranno la paura e la staticità dei processi creativi e di immaginazione e l’attesa che qualcosa cambi, che non permetteranno di affrontare la complessità e la dinamicità del mercato, generando un gap ed una arretratezza tale da far rimanere indietro le aziende, fino a non avere più il tempo di recuperare il ritardo.

Sarà l’abbandono di coloro che lasceranno solo l’imprenditore nel momento del bisogno che quando poteva non ha costruito un rapporto di fiducia e non ha pensato di costruire un legame, ben oltre il rapporto meramente economico e basato sul ribasso costante del valore.

Ecco. Il virus, probabilmente, è un alibi.

Non sarà lui ad uccidere l’azienda: probabilmente quell’azienda, che non ha gestito con lungimiranza la capacità di adattamento, era già malata o non del tutto sostenibile, prima che lui arrivasse. Questo virus sta solo mostrando le debolezze e accelerando un processo di selezione naturale.

Facciamo in modo che il Virus non sia un alibi.

Mettiamoci al lavoro. Entriamo nell’ottica di non fermarci al primo cambiamento. Affrontiamo questo contesto e questa complessità, comprensibile, senza nasconderci dietro un dito, dietro le scuse o gli alibi, comprendendo che ogni crisi può nascondere opportunità, se non anche solo quella di accelerare un cambiamento laddove non avevamo pensato di farlo.

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L’empatia, la solidarietà e l’emozione al tempo del Virus

C’è una pandemia in corso che sta bloccando il mondo da quella che sembrava la normalità. C’è un quarantena che ci tiene lontani fisicamente dalle persone a cui vogliamo bene. C’è un momento di stop forzato per molte aziende che sta generando danni incalcolabili e forse per alcuni irrecuperabili. C’è una crisi strutturale che sta mettendo sotto la lente di ingrandimento il modo in cui abbiamo progettato i servizi pubblici e gestito tanti investimenti. C’è una pressione psicologica che comincia a farsi sentire e che rende tutto molto più difficile.

È tutto complesso, sicuramente, ma c’è – anche – un lato positivo da guardare.

Siamo noi, gli Italiani che reagiscono, che nei momenti peggiori, quando c’è di tirare fuori il lato migliore del nostro DNA, lo sappiamo fare, meglio di chiunque altro. E allora vedi che la vicinanza, la solidarietà, il genio creativo, le competenze distribuite si mettono insieme contro quello che oggi è un nemico comune e cominciano ad accadere cose.

All’appello per la costruzione di una task force di 300 medici volontari ne rispondono più di 1500. All’appello per 500 infermieri volontari, ne hanno risposto circa 8000. E poi  un medico e 2 ingegneri bresciani trasformano le maschere da sub in respiratori e ne distribuiscono il modello open per permettere a tutti di contribuire. Alcune aziende rivedono il proprio processo produttivo e cominciano a produrre altro: Armani e Calzedonia producono camici monouso, la Ferrari avvia la produzione dei respiratori, Bulgari e Ramazzotti imbottigliano disinfettante, Gucci, Prada, Lamborghini mettono rapidamente su fabbricazione di mascherine, la Beretta ingegnerizza e costruisce le valvole per le maschere modificate. Ma non solo. Una marea di aziende, professionisti ed imprenditori dedicano parte della loro forza lavoro a progettare e sviluppare software, progetti di comunicazione a supporto della collettività, dalle app per il Covid, a tante risposte alla call di Agid per l’innovazione tecnologica alla lotta al Coronavirus. Dagli imprenditopri che dedicano il tempo alle scuole, alle imprese, alle associazioni e alle persone per comprendere cosa succederà dopo. Senza dimenticare la rete di donazioni attivata da brand, aziende e privati che continua a crescere.

Io non so voi, ma di fronte a tanta complessità, questa empatia, questa solidarietà, questa capacità di mettersi in gioco e affrontare qualcosa di più grande, mi emoziona e mi fa pensare che dopo questo momento, ci sarà un effetto elastico per far ripartire un nuovo risorgimento italiano.

 

Il Covid-19, la crisi e l’effetto elastico in ripartenza per l’Italia

Ho letto (e lo penso anche io) che per colpa del Covid-19 l’Italia, e non solo, farà un balzo di anni indietro, economicamente parlando.

Ho letto (e lo penso anche io) che grazie al Covid-19 l’Italia stia facendo un balzo in avanti di 10 anni culturalmente parlando, rispetto soprattutto all’adozione del digitale, e non solo.

Che ci saranno problemi di medio-breve periodo non c’è dubbio, e gli effetti non saranno banali.

Ma non ho letto nessuna ipotesi sul fatto che questa contrazione da una parte e maggiore consapevolezza dall’altra possa generare invece un effetto elastico che ci permetterà ripartire con più sprint e di colmare un gap enorme con maggiore velocità.

Guardare ad un lato positivo del problema da gestire, è utopico?

#IntervalloLungo. 10 min di spunti per affrontare la Nuova Normalità dopo il Covid-19

C’è una cosa che in molti non stanno capendo ed è la dimensione del problema che stiamo affrontando. Non solo noi, in Italia, ma in tutto il mondo.

Non si tratta solo di un tema di impatto economico, di una crisi finanziaria mai vista e gestita prima d’ora, di modelli che verranno messi in discussione completamente o di un nemico che non è facilmente visibile e contro il quale schierarsi o meno, prendendo una posizione. Il problema, di dimensioni enormi, è quella Nuova Normalità alla quale dovremmo abituarci, e che modellerà completamente comunicazione, abitudini, stili di vita, dinamiche sociali e comportamentali, oltre, non ultima, le relazioni umane. Questa pausa forzata ci deve permettere di riflettere su quanto abbiamo fatto, guardare le cose da un punto di vista diverso e immaginare e reinterpretare quello che verrà.

Nasce così #IntervalloLungo, un format di confronto che vuole condividere spunti per il futuro, analizzare, elaborare e indicare possibili direzioni per affrontare le perdite che molte industrie stanno affrontando, bilanciare le strategie, rivedere alcuni modelli ed interpretare la Nuova Normalità che ci indirizziamo a vivere.

L’idea nata dalla metafora sportiva dell’intervallo che separa le due parti di una partita di pallacanestro vuole affrontare il tema di come ripensare i modelli di business, i modelli comportamentali, e le nuove opportunità, analizzando metaforicamente il primo tempo appena vissuto, l’impatto dell’epidemia e gli effetti della “pausa forzata”, e gettare uno sguardo alle dinamiche che verranno.

L’intervallo lungo dura 10 minuti: è il momento in cui le squadre di basket vanno nello spogliatoio. Divide la partita in due parti, frazioni di gioco diverse l’una dall’altra, esattamente come sta succedendo ora: stiamo vivendo il nostro Intervallo Lungo, una pausa che può aiutarci a riflettere e analizzare un primo tempo appena passato sia a costruire la strategia e gli schemi di gioco per la seconda parte che dovremo affrontare.

Nel Basket l’Intervallo Lungo è un tempo sacro, inviolabile, dal quale nascono soluzioni ed entusiasmo per vincere. Giocatori e coach si riuniscono nello spogliatoio e cercano insieme di apprendere dagli errori commessi, per volgere a loro favore il resto della partita.

Io sarò il “coach”, ed avrò l’onore e la fortuna di avere un roaster di rilievo: potrò confrontarmi con degli “atleti”, i professionisti di diverse industrie, i primi in campo chiamati ad attuare il cambiamento e a contribuire con le loro idee e innovazioni alla comprensione della Nuova Normalità.

#IntervalloLungo

Nel roaster ci saranno top player di diverse industrie, dello sport istituzionale, della comunicazione, ma anche del retail, del finance, dell’entertainment ed altri settori.

Le date ed i nomi definitivi verranno pubblicati a breve su www.intervallolungo.com ma posso già anticiparvi Paolo Iabichino, Massimiliano Montefusco, Stefano Quintarelli, Domenico Romano, Umberto Gandini, Luca Carbonelli e molti altri amici.

Il primo intervallo, in diretta da facebook, e visibile dal sito, sarà live mercoledì 25 marzo alle 10 e il primo ospite sarà Paolo Iabichino aka Iabicus, comunicatore, creativo, pubblicitario, scrittore e genio del nostro tempo.

Ne parlerò sui miei canali social:

La nuova normalità: tornare all’essenziale

Stiamo vivendo immersi in uno scenario che nessuno poteva aspettarsi di vivere in modo così repentino, un’emergenza sanitaria senza precedenti che sta mettendo tutti a durissima prova. L’obbligo di chiusura totale delle attività aperte al pubblico, il dover rimanere relegati in casa ed il limitare l’uscita con sole poche casistiche mette tutti in una condizione mai provata prima.

Per fermare il virus che ha colpito tutti, in tutti i sensi, sarà necessario modificare radicalmente quasi quello che fino ad oggi abbiamo fatto di normale: il modo di lavorare, il modo in cui ci alleniamo, come facciamo acquisti, la gestione delle relazioni, la cura della nostra salute, la formazione e l’educazione dei nostri ragazzi, e le modalità con cui continueremo a prenderci cura dei nostri familiari.

La pandemia globale da COVID-19 che stiamo affrontando e che coinvolge tutto e tutti, dalle nostre famiglie alle nostre aziende, ai nostri ragazzi, dal mercato all’economia globale, in meno di quanto possiamo immaginare modificherà le attitudini dell’essere umano e delle imprese e darà il via, senza dubbio, ad un cambiamento radicale.

Una “nuova normalità” alla quale dovremmo abituarci e che dovremo interpretare.

Il distanziamento sociale che stiamo vivendo è qui per rimanere, per molto più di qualche settimana. Dobbiamo entrare nell’ordine delle idee che rovescerà il nostro modo di vivere, in qualche modo, per sempre.

Vogliamo tutti che le cose tornino alla normalità rapidamente. Ma ciò che la maggior parte di noi probabilmente non ha ancora realizzato – e lo farà presto – è che le cose non torneranno alla normalità dopo alcune settimane o anche pochi mesi. Alcune cose, probabilmente, non lo faranno mai.

Scherzando ho definito questo momento “il meteorite” a cui tutti inneggiamo quando vorremmo che succedesse qualcosa di così catastrofico da cambiare tutto. Ecco, il “meteorite” questa volta non è visibile, ma c’è stato e, volenti o nolenti, ha impattato su tutto.

Dovremo capire come ripensare – sicuramente nel breve termine – la comunicazione, rivedere alcune abitudini, determinati stili di vita, e alcune dinamiche sociali e comportamentali, oltre, non ultimo, dovremo comprendere bene l’impatto sulle relazioni umane. Tutto da interpretare, probabilmente, in una logica meno capitalistico-speculativa, meno basata sull’impulso, ma più sostenibile, più centrata sul bisogno di base della persona. Il superfluo, per un po’ di tempo, potrebbe avere meno peso nella quotidianità.

Una nuova essenzialità andrà progettata.

La consapevolezza delle persone e sulla logo percezione cambierà, e le esigenze ed i bisogni torneranno alla base:

  • più attenzione ai bisogni primari e sociali quali quelli fiosiologici, sicurezza e appartenenza
  • maggiore sensibilità alla spesa e agli investimenti superficiali verso investimenti sostanziali ed essenziali
  • ricerca di socialità ma con una maggiore attenzione alle dinamiche di interazione
  • ritorno ad un maggior equilibrio fisico digitale, in cui il fisico è la base fondante dell’esperienza ed il digitale l’abilitatore e facilitatore della fruizione

Per fronteggiare questo cambiamento sarà necessario riprendere in mano tematiche forse troppo superficialmente abbandonate o sfiorate prima di questo momento, in particolare:

  • una maggior accelerazione dei percorsi formativi e lo sviluppo di competenze più verticali e meno approssimative
  • una maggiore responsabilità sociale, da parte di tutti ed un maggior senso di collettività
  • una più veloce modalità di sviluppo delle tematiche di digitalizzazione, sia infrastrutturali che culturali
  • una più forte umanizzazione dei servizi, delle relazioni, delle politiche sociali

La Nuova Normalità non sarà solo un modo di dire, ma dovrà diventare un pensiero comune, quanto prima.