Adaptive Intelligence Thinking System (AITS): un nuovo paradigma per il decision-making nell’era dell’intelligenza ibrida

Viviamo in un momento storico in cui il pensiero umano non può più prescindere dalla collaborazione con l’intelligenza artificiale. Dal lavoro di sperimentazione su diversi progetti e clienti ho dato vita all’Adaptive Intelligence Thinking System (AITS), un modello che rappresenta la naturale evoluzione del celebre metodo dei “Six Thinking Hats” di Edward de Bono, aggiornato e potenziato per affrontare la complessità del mondo contemporaneo.

Come nasce il modello AITS

Il modello AITS nasce dalla mia personale esperienza ultraventennale nel settore digitale e innovativo, dalla pratica continua nel supportare aziende e startup, e dall’osservazione diretta di come i metodi tradizionali, anche i più robusti come quello di de Bono, stiano mostrando limiti di fronte alle sfide del nostro tempo: accelerazione tecnologica, sovraccarico informativo, e decisioni sempre più interconnesse e multidimensionali.

AITS è stato progettato partendo dalla struttura concettuale dei “Six Thinking Hats” e integrandovi il potere dell’intelligenza artificiale per rendere il processo decisionale più adattivo, dinamico e sistemico.

A cosa serve AITS

Il sistema AITS non serve solo a prendere decisioni migliori, ma a sviluppare una cultura del pensiero critico e strategico. È utile in contesti aziendali complessi, nella gestione della trasformazione digitale, nell’innovazione di prodotto, nel crisis management, e in tutti gli ambiti in cui è necessaria una visione sistemica e inclusiva.

Con AITS, organizzazioni e professionisti possono affrontare decisioni strategiche con una modalità più robusta, chiara e inclusiva, ottenendo risultati più efficaci e sostenibili.

Il significato di Adaptive Intelligence Thinking System

  • Adaptive: indica la capacità del sistema di adattarsi dinamicamente al contesto, alle informazioni emergenti e al feedback continuo.
  • Intelligence: rappresenta l’integrazione dell’intelligenza umana con quella artificiale, creando un ecosistema cognitivo ibrido.
  • Thinking System: è un sistema strutturato di pensiero, basato su agenti cognitivi specifici che operano in sinergia, ciascuno con una funzione dedicata.

I pillar del modello AITS

Il modello poggia su tre pilastri fondamentali:

  1. Intelligenza Ibrida: l’interazione tra umani e AI è strutturata in modo che entrambi apportino il massimo valore possibile, combinando intuito e creatività umana con potenza analitica e predittiva della tecnologia.
  2. Adattività dinamica: la struttura di AITS permette la massima flessibilità, adattandosi in tempo reale ai feedback e ai cambiamenti, con modalità operative sequenziali, parallele o emergenti secondo la necessità.
  3. Etica integrata: l’approccio etico non è opzionale, ma strutturale: ogni decisione viene valutata sotto il profilo etico e della responsabilità, evitando rischi reputazionali e morali.

La value proposition di AITS

AITS offre un vantaggio competitivo significativo in un contesto dominato dalla complessità e dalla velocità decisionale:

  • Decisioni più robuste e veloci: grazie all’uso di intelligenza artificiale e al metodo parallelo-distribuito, si ottengono decisioni più rapide e basate su un numero maggiore di dati e scenari possibili.
  • Trasparenza e accountability: ogni fase decisionale è tracciata, auditabile e spiegabile, garantendo trasparenza interna ed esterna.
  • Cultura del pensiero potenziata: il metodo stimola una cultura organizzativa orientata all’apprendimento continuo, all’innovazione e alla responsabilità etica.

Come si usa, i nuovi cappelli e ambiti di applicazione già testati

AITS si utilizza attivando, in modo strutturato e flessibile, i suoi otto agenti cognitivi, che sostituiscono e ampliano i tradizionali cappelli di de Bono: Analitico, Emotivo-Intuitivo, Critico-Validatore, Ottimizzatore, Creativo-Generativo, Etico-Governance, Predittivo-Strategico e Meta-Orchestratore. Ciascun agente può essere umano, artificiale o ibrido, a seconda delle esigenze e del contesto.

Ho già applicato con successo AITS in diversi contesti: dalla pianificazione strategica aziendale alla gestione della trasformazione digitale in grandi organizzazioni, dall’innovazione di prodotto in aziende tech al crisis management in situazioni di emergenza. I risultati ottenuti confermano che l’AITS non è solo teoricamente robusto, ma anche altamente efficace nella pratica reale. Ne sto proseguendo studio e implementazione e nei prossimi giorni ne rilascerò ulteriori contenuti.

A chi serve il modello AITS

AITS è pensato per:

  • Manager e decision-maker: che devono guidare organizzazioni attraverso scenari complessi e dinamici, gestendo innovazione e trasformazioni profonde.
  • Professionisti e consulenti: che operano in settori dove la velocità e la qualità delle decisioni sono cruciali (innovazione, finanza, tech, salute, policy).
  • Formatori ed educatori: per insegnare metodi decisionali avanzati e sviluppare competenze di pensiero critico, etico e strategico nelle nuove generazioni.
  • Startupper e innovatori: per validare idee e strategie di business in modo strutturato, integrando intelligenza artificiale e analisi dei dati fin dall’inizio.

Questo modello rappresenta a mio avviso un nuovo paradigma nel decision-making: non soltanto un’evoluzione di un metodo esistente, ma come nuova modalità di interazione uomo macchina nei processi di bransttorming, creativi e progettuali.

Adaptive Intelligence Thinking System è un metodo originale e innovativo, sviluppato da Fabio Lalli, frutto della mia esperienza e ricerca personale e professionale come evoluzione del modello Six Things Hat di Edward De Bono. Il contenuto e la struttura sono protetti da copyright e proprietà intellettuale.

AI-Enhanced Thinking Hats: un framework evolutivo per l’era degli agenti intelligenti

Quando Edward de Bono introdusse il modello dei “Six Thinking Hats” negli anni ’80, fornì al mondo un modo brillante per organizzare e semplificare il pensiero collettivo. Era una proposta rivoluzionaria per l’epoca: incanalare l’energia mentale in sei direzioni distinte, ciascuna rappresentata da un cappello colorato, per aiutare gruppi e individui a pensare meglio, più chiaramente, più efficacemente. Per anni ne sono stato un gran fautore.

Eppure, adesso, siamo chiamati a fare un passo ulteriore sul modello. Non perché quel modello sia sbagliato, ma perché il mondo è cambiato e sta cambiando, soprattutto in un contesto dove il pensiero è plasmato e si confronta con strumenti di AI.

E sta cambiando in profondità, nei ritmi, nelle interconnessioni, negli strumenti e soprattutto nei problemi che affrontiamo. E con esso, cambia anche il nostro modo di pensare. O, per meglio dire, dovremmo cambiare il nostro modo di pensare per essere all’altezza delle sfide contemporanee.

Le crepe nell’eleganza di un modello iconico

C’è qualcosa di estremamente rassicurante nella struttura dei sei cappelli. Una sequenza, una logica, una disciplina. Ma questa stessa struttura, così chiara e ben definita, rischia di diventare una gabbia quando si prova ad applicarla ai contesti ipercomplessi di oggi. Le emozioni influenzano l’analisi, la creatività nasce nel mezzo di una riflessione critica, e le intuizioni arrivano mentre si valutano i dati. I compartimenti stagni non reggono di fronte alla fluidità del pensiero contemporaneo.

Il modello di de Bono è figlio di un tempo in cui le riunioni erano lineari, le informazioni stabili, le decisioni locali. Ma oggi i dati cambiano in tempo reale, le decisioni hanno impatti globali, i problemi sono sistemici. E tutto questo accade in una danza continua tra esseri umani e macchine intelligenti.

L’integrazione uomo-macchina

La presenza dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali non è più un orizzonte teorico. È già qui, operativa, distribuita, silenziosa. Assistenti generativi, analisi predittive, sistemi autonomi: ci aiutano, ci sfidano, ci costringono a rivedere le nostre categorie mentali. Pensare con l’AI non è come pensare da soli. Non è nemmeno come pensare con altre persone. È un nuovo ecosistema cognitivo, che richiede nuove forme, nuovi ruoli, nuove regole.

Un esempio di questa trasformazione è l’esperimento Entourage AI, condotto da Allie K. Miller e Reid Hoffman. Una vera e propria “orchestra di GPT“, dove più intelligenze artificiali collaborano per generare idee, riflessioni, decisioni. Nessun cappello. Nessuna sequenza. Solo sinfonia.

Adaptive Intelligence Thinking System

In questo contesto, e dopo aver visto tempo fa l’esperimento del coordinamento di più AI, e aver testato sul campo metodologie diverse di prompting, brainstorming con AI, ho buttato giù questo concetto dell’AITS – Adaptive Intelligence Thinking System. Non un semplice aggiornamento tecnologico del modello di de Bono, ma una sua evoluzione concettuale. Una riconcettualizzazione radicale di cosa significhi pensare in modo strutturato nell’era dell’AI.

AITS non si limita a “indossare” nuovi cappelli. Introduce un’idea diversa: quella di agenti cognitivi che lavorano insieme. Otto, per la precisione. Alcuni evolvono i cappelli originali di De Bono. Altri li superano, giustamente, incorporando dimensioni nuove, indispensabili oggi: etica, predizione, orchestrazione, creatività potenziata.

Gli otto agenti: dalla linearità alla sinergia cognitiva

  • C’è l’Agente Analitico, che raccoglie e analizza i dati come faceva il Cappello Bianco, ma lo fa con l’aiuto del machine learning, dell’addestramento e dell’utilizzo dei dati e della conoscenza a disposizione del contesto, identificando pattern nascosti e validando l’accuratezza delle fonti.
  • C’è l’Agente Emotivo-Intuitivo, che evolve il tradizionale ruolo di raccogliere emozioni umane. Oggi può già analizzare su larga scala i segnali emotivi presenti nei contenuti digitali, rilevare pattern comportamentali nei team e, in alcuni contesti, integrare segnali biometrici provenienti da dispositivi wearable o analizzare video comportamenti. Sebbene la visione di un quadro emozionale unificato sia ancora in fase evolutiva, questo agente rappresenta un primo passo concreto verso una comprensione più profonda e data-driven dello stato emotivo esterno, del contesto e collettivo. La sua funzione principale, oggi, è quella di amplificare l’intuizione umana con segnali oggettivi, aiutando i decision-maker a cogliere cambiamenti sottili nel clima emotivo di un’organizzazione o di un ecosistema sociale.
  • C’è l’Agente Critico-Validatore, un raffinato simulatore di scenari negativi, che valuta rischi e punti deboli con una logica predittiva e non solo precauzionale.
  • C’è l’Agente Ottimizzatore, che trasforma l’ottimismo del Cappello Giallo in una funzione di calcolo che esplora alternative e trova configurazioni vantaggiose tra vincoli e obiettivi.
  • Ma poi ci sono gli agenti nuovi. Quelli che non potevano esistere senza l’AI.
  • L’Agente Creativo-Generativo, che combina intuizione umana e generazione automatica per esplorare mondi alternativi, concetti inediti, linguaggi nuovi.
  • L’Agente Etico-Governance, che vigila sull’impatto delle decisioni. Non solo legale. Ma sociale, ambientale, culturale. Con la capacità di applicare framework etici e simulare reazioni future.
  • L’Agente Predittivo-Strategico, che guarda avanti, esplora scenari, identifica trend deboli, predispone strategie resilienti.
  • E infine, il vero direttore d’orchestra: l’Agente Meta-Orchestratore. Non è un supervisore, è un sistema di orchestrazione intelligente. Coordina gli altri agenti, riconfigura i processi, apprende, migliora, ottimizza.

Pensare, oggi, richiede flessibilità

Il cuore di AITS non è la sequenza, ma la configurazione dinamica. Il sistema può operare in modalità classica, se serve. Ma può anche attivare agenti in parallelo, cambiare strategia in corsa, lavorare con contributi asincroni tra esseri umani e intelligenze artificiali. È un sistema vivo, adattivo, che apprende dall’esperienza e calibra le sue modalità operative in tempo reale:

  • Sequenziale Classica: mantenendo la compatibilità con il modello tradizionale per situazioni che richiedono un approccio strutturato e lineare.
  • Parallela Distribuita: permettendo a più agenti di operare simultaneamente su aspetti diversi del problema, con sincronizzazione gestita dall’Agente Meta-Orchestratore.
  • Adattiva Emergente: dove la configurazione degli agenti evolve dinamicamente basandosi sui risultati intermedi e sui feedback del sistema.
  • Ibrida Uomo-AI: integrando seamlessly contributi umani e AI, con handoff intelligenti tra modalità cognitive diverse.

Non più solo struttura, ma apprendimento

AITS è pensato per imparare. Gli agenti comunicano tra loro, condividono pattern, aggiustano parametri, chiedono aiuto a supervisori umani quando serve. Ogni processo decisionale diventa occasione di miglioramento del sistema. Ogni risultato è un feedback. Ogni errore, un’opportunità di evoluzione:

  • Feedback Loop Interno: ogni agente monitora la qualità dei propri output e si adatta basandosi sui risultati ottenuti.
  • Cross-Agent Learning: gli agenti condividono insights e pattern identificati, creando un apprendimento collettivo che migliora l’intero sistema.
  • Human-in-the-Loop Validation: punti di controllo umano strategicamente posizionati per validare direzioni critiche e mantenere l’allineamento con obiettivi e valori umani.
  • Continuous Calibration: aggiustamento automatico dei parametri operativi basato su metriche di performance e feedback degli utenti.

Negli ambiti dove sto approfondendo e implementando i primi modelli, questo approccio consente di affrontare decisioni strategiche con una profondità di analisi e una qualità veloce ed efficace. Nell’innovazione prodotto, quello che sto vedendo è che riesce a velocizzare e potenziare ogni fase: dall’ideazione alla validazione.

Non c’è dubbio che approcci di questo tipo, in un loop Human-AI-AI, si possano vedere amplificazioni e potenzialità delle capacità cognitive. Ma non è magia. Richiede infrastrutture, competenze, attenzione e pazienza nella fase di addestramento e implementazioni. E può, inoltre, introdurre rischi: dipendenza dall’AI, bias nei dati, problemi di privacy. Serve consapevolezza, etica, progettualità.

AITS non vuole esseer un altro strumento. È un approccio al modo di pensare. Non sostituisce l’uomo. Lo potenzia, lo accompagna, lo costringe a fare un salto. Dai cappelli ai sistemi. Dalla linearità alla complessità. Dalla razionalità alla sinergia cognitiva. Il concetto di pensare sta cambiando a mio avviso. E forse, la direzione è esattamente quella di  esseri umani e intelligenze artificiali, in un unico ecosistema di intelligenza aumentata.

 

Oltre i confini dell’immaginazione: il pensiero creativo supportato da AI

Questa mattina mentre navigavo nel feed leggendo diversi contenuti e facendo un po’ della mia curation mattutina, mi sono imbattuto in un esperimento condotto da Allie K. Miller e Reid Hoffman riguardo al tema Creatività e AI. In pochi minuti di videoil loro confronto offre spunti illuminanti su come si possa sfruttare l’AI per potenziare il nostro pensiero creativo.

In un modo non molto diverso da un lavoro di sperimentazione che ho fatto con un cliente recentemente durante il quale abbiamo simulato i sei cappelli di Edward de Bono, attraverso l’addestramento di un GPT, la loro conversazione ha visto l’impiego di diversi GPT personalizzati, ed una sequenza di domande e quesiti per analizzare un tema.

Il punto focale su cui riflettere non è quale AI utilizzano e come, ma l’importanza della co-creazione uomo-macchina in un futuro ormai presente.

L’orchestra GPT: una sinfonia di prospettive

Miller e Hoffman hanno creato un “Entourage AI”, un ensemble di GPT ciascuno con un ruolo specifico:

  1. Lo Scriba: per sintetizzare e documentare
  2. Il Ricercatore: per fornire dati e contesto
  3. Lo Scettico: per sollevare dubbi e sfide
  4. L’Acceleratore: per spingere le idee oltre i limiti
  5. Lo Storico: per offrire prospettive storiche
  6. Il Gemello Digitale: per emulare il pensiero umano

Questa diversità di “voci” IA, che ricorda appunto i sei cappelli di De Bono, permette di esplorare problemi da angolazioni multiple, ampliando l’orizzonte creativo. Come osserva Hoffman: “È come suonare un’orchestra GPT per aiutarci a compiere i nostri compiti meglio.”

La metafora musicale nell’era dell’IA

La metafora dell’orchestra non è casuale. Hoffman sottolinea: “Le persone pensano spesso di interagire con una sola cosa, ma l’idea di avere un entourage, un ensemble, un set di cose diverse… e ti ritrovi che improvvisamente stai creando musica molto più interessante.” Questa visione si allinea perfettamente con la teoria dei sei cappelli del pensiero di Edward de Bono, dimostrando come diverse modalità di pensiero, diverse competenze e discipline, diverse angolazioni e punti di vista – ora amplificate dall’IA – possano coesistere e collaborare.

Lateralità del pensiero e IA: danzare con l’inaspettato

L’interazione con diverse intelligenze artificiali, come dimostrato dall’esempio del “Cheshire Cat GPT” nell’esperimento di Allie K. Miller e Reid Hoffman, rivela come l’IA possa “danzare con l’inaspettato“. Questo modello ha risposto mescolando temi di creatività con metafore musicali, creando connessioni sorprendenti che ampliano il nostro orizzonte creativo. La capacità dell’IA di combinare elementi in modi non convenzionali evidenzia il suo potenziale nel promuovere il pensiero laterale, un approccio che esplora nuove angolazioni e sfide preconcetti, portando a scoperte innovative e inaspettate.

L’IA come strumento di fact-checking e validazione

Hoffman evidenzia un punto cruciale: “Una delle frequenti idee sbagliate sui GPT è che l’unica cosa che si ottiene indietro è la suddivisione dei dati inseriti, invece della sintesi e di cose effettivamente nuove.” Questo sottolinea l’importanza di utilizzare l’IA non solo per la generazione di idee, ma anche per la loro validazione e contestualizzazione. Utilizzando l’IA come strumento di fact-checking, possiamo verificare l’accuratezza delle informazioni e identificare eventuali bias o errori nei dati di partenza. L’IA può contestualizzare le informazioni fornite, integrandole con dati aggiornati e pertinenti, creando una base più solida per prendere decisioni informate, soprattutto se il check viene effettuato con diverse AI. Questo processo di validazione è essenziale per evitare che si diffondano informazioni fuorvianti o inesatte, garantendo che le decisioni siano basate su una sintesi accurata e rilevante dei dati disponibili. L’uso dell’IA in questo modo non solo migliora la qualità delle informazioni, ma rafforza anche la nostra capacità di pensiero critico, permettendoci di discernere meglio tra ciò che è vero e ciò che non lo è.

Integrazione con strumenti di automazione: dall’idea all’azione

Miller menziona come il suo team utilizzi già l’IA “quasi come uno strumento di analisi delle lacune“. Questo passaggio suggerisce un futuro (ormai attuale) in cui l’automazione e l’IA lavoreranno in tandem per non solo generare idee, ma anche per testarle e refinarle in tempo reale. Utilizzando l’IA per identificare le aree di miglioramento o le carenze in un progetto, possiamo ottenere una visione chiara e dettagliata delle opportunità di ottimizzazione. Una volta individuate queste lacune, gli strumenti di automazione possono essere impiegati per implementare rapidamente soluzioni, monitorare i risultati e apportare ulteriori perfezionamenti. Questa sinergia tra AI e automazione permette un ciclo continuo di innovazione e miglioramento, dove le idee non solo nascono, ma vengono continuamente validate e migliorate. Il risultato è un processo decisionale più agile e informato, in grado di rispondere rapidamente ai cambiamenti e alle nuove informazioni. In un mondo in cui la velocità e l’efficienza sono cruciali, questa integrazione promette di trasformare radicalmente il modo in cui concepiamo, sviluppiamo e implementiamo le nostre idee, portando a un livello di produttività e innovazione senza precedenti.

Nuove frontiere: comunicazione interspecifica e coscienza

Un aspetto affascinante emerso dalla conversazione è il potenziale dell’IA di fungere da ponte tra specie. Hoffman menziona il suo coinvolgimento nel “Earth Species Project“, che mira a utilizzare l’IA per decodificare e potenzialmente comunicare con altre specie animali. Questo progetto ambizioso cerca di sfruttare le capacità avanzate dell’IA per analizzare e interpretare i modelli di comunicazione animale, con l’obiettivo di comprendere e, eventualmente, dialogare con essi. Se riuscissimo a decodificare il linguaggio dei delfini, delle balene o degli uccelli, potremmo ottenere una comprensione senza precedenti dei loro comportamenti, delle loro emozioni e delle loro interazioni sociali.

L’idea di Miller, che scherzosamente suggerisce di avere un “amico aquila” che esplori e riporti informazioni, illustra in modo creativo le possibilità che si aprono con tale tecnologia. Immaginiamo un mondo in cui possiamo chiedere ai nostri amici animali di raccogliere dati ambientali, avvertirci di pericoli imminenti o semplicemente condividere con noi le loro prospettive uniche sulla vita. Questo non solo rivoluzionerebbe il campo della biologia e dell’etologia, ma avrebbe anche implicazioni profonde per la conservazione e la protezione delle specie.

La comunicazione interspecifica potrebbe offrirci nuove intuizioni sulla coscienza e sull’intelligenza animale, sfidando e ampliando le nostre concezioni attuali. Potremmo scoprire che molte specie possiedono forme di consapevolezza e pensiero complesso che non avevamo mai immaginato. In sintesi, l’uso dell’IA per facilitare la comunicazione tra specie rappresenta una delle frontiere più entusiasmanti e promettenti della ricerca tecnologica e scientifica, aprendo scenari di interazione e comprensione del tutto nuovi e affascinanti.

Preparare le future generazioni

Miller propone un’idea provocatoria ma potenzialmente rivoluzionaria: “L’IA dovrebbe essere richiesta in classe per compiti o lavori specifici, e ci dovrebbero essere alcuni compiti o lavori in cui l’IA non è permessa.” Questo approccio duale permetterebbe agli studenti di sviluppare sia competenze tradizionali che la capacità di lavorare efficacemente con l’IA.

Competenze essenziali per un futuro guidato dall’IA

Hoffman sintetizza le competenze chiave per il futuro: “Avrai bisogno di creatività, curiosità, pensiero critico, consapevolezza del contesto e giudizio.” Queste abilità umane, combinate con la potenza dell’IA, formeranno la base per l’innovazione futura.

Verso una nuova era di co-creazione

L’esperimento di Miller e Hoffman offre uno spunto su un futuro in cui l’IA non sostituisce il pensiero umano, ma lo amplifica in modi prima inimmaginabili. Come osserva Miller, “Nel futuro potremmo averne 10.000 [IA] a cui possiamo fare appello, alcune delle quali stanno compiendo azioni, alcune stanno facendo battute e meme, alcune stanno mediando una lite che potrebbe scoppiare.

In questo nuovo shift, in cui la convergenza tecnologica di cui parlo anche nel libro Spatial Shift, integra fisico, digitale e virtuale, viviamo una ulteriore integrazione: quella dell’uomo e della macchina. La creatività umana viene potenziata, permettendoci di esplorare territori dell’innovazione prima inaccessibili. Il futuro della creatività è una danza armoniosa tra l’intuizione umana e l’analisi dell’IA, una partnership che promette di ridefinire i limiti di ciò che possiamo immaginare e realizzare.

Come ci ricorda il “Cheshire Cat GPT”: “Preparate i nostri giovani per un futuro intrecciato con l’IA concentrandovi su queste abilità curiose: creatività per danzare con l’inaspettato, pensiero critico per mettere in discussione il noto e consapevolezza del contesto per giudicare il momento. È una sinfonia di abilità, un equilibrio giocoso tra uomo e macchina.

Ci stiamo addentrando in questa nuova era di co-creazione con l’IA, una fase in cui diventa fondamentale per sviluppare le competenze necessarie per orchestrare efficacemente questi strumenti. L’abilità di dialogare con diverse “personalità” IA, di sintetizzare le loro intuizioni e di integrarle nel nostro processo creativo diventerà una competenza chiave per i professionisti del futuro e ci permetterà di andare oltre i confini della nostra immaginazione.

Six Thinking Hats, approccio alternativo al brainstorming

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere ed applicare in alcuni contesti la tecnica del Six Thinking Hats (qui uno dei libri che ho letto sul tema). Ne sono rimasto affascinato e mi ero ripromesso di scriverne un post di condivisione, soprattutto dopo aver scritto il post relativo alla Creazione di Cultura della Creatività e dell’Innovazione.

La tecnica del Six Thinking Hats è stata creata da Edward de Bono, lo stesso del Pensiero Laterale e nasce agli inizi degli anni ’80. De Bono inventò il suo sistema per condurre, in modo efficace, le riunioni con successo, mandando in pensione l’antiquato ed inefficiente “brainstorming”. Il sistema Six Thinking Hats, nella sua semplicità ed intuitività, è un potente metodo per migliorare la comunicazione, aumentare la produttività di un team, promuovere la creatività, e velocizzare il processo decisionale di un gruppo. La tecnica di Six Thinking Hats è un modello che viene utilizzato per esplorare prospettive differenti verso una situazione, un problema o una sfida complessa. Secondo De Bono, vedere le cose in vari modi è spesso una buona idea, utile sia nella formazione della strategia che nei processi decisionali complessi.

La STH o tecnica dei Sei Cappelli consiste nell’indossare metaforicamente un cappello colorato che identifica un pensiero, un ruolo, praticamente l’immedesimazione di se stessi in una prospettiva particolare, diversa da quella naturale. Per esempio, in una discussione si può decidere di fare appositamente “l’avvocato del diavolo“, anche se solamente per generare discussioni, ma con lo scopo di sfidare deliberatamente un’idea, essendo critici e cercando di capire cosa c’è di sbagliato.

Ciascuno dei Cappelli è identificato appunto con il nome di un colore che, mnemonicamente, descrive la prospettiva che dovrà esser adottata quando si verrà investiti di tale ruolo. Per esempio, se facciamo il ruolo del critico distruttivo, quello appunto dell’avvocato del diavolo, porteremo il Cappello di Pensiero Nero. Ogni cappello ha quindi un ruolo e un tipo di approccio:

  • Cappello Bianco (Osservatore). Carta bianca; Neutro; focalizzato sulle informazioni disponibili, i FATTI obiettivi, quello che è necessario, come può essere ottenuto
  • Cappello Rosso (Ego, Altro). Fuoco, calore; EMOZIONI, SENSAZIONI, intuizione, presentimenti; visioni attuali senza spiegazioni, giustificazioni
  • Cappello Nero (Ego, Altro). Giudice severo che indossa un abito nero; giudiziale; critico; perchè qualcosa è sbagliata; Visione LOGICA NEGATIVA
  • Cappello Giallo (Ego, Altro). Solare; ottimismo; Visione LOGICA POSITIVA; cerca i benefici, quello che c’è di buono.
  • Cappello Verde (Ego, Altro). Vegetazione; Piensiero CREATIVO; possibilità ed ipotesi; nuove idee
  • Cappello Blu (Osservatore). Cielo; freddo; visione generale; CONTROLLO del PROCESSO, delle FASI, degli ALTRI CAPPELLI; presidente, organizzatore; pensa al modo migliore di pensare (meta-analisi)

Ovviamente ogni cappello è indicativo sia degli stati che delle strutture mentali e della prospettiva da cui si dovrà osservare la dinamica della discussione. De Bono nella sua spiegazione precisa che “Le emozioni sono una parte essenziale della nostra abilità di pensare e non una cosa extra che confonde i nostri pensieri, (1985, p27). Uno stile di pensiero (o cappello) non è insitamente “migliore di un altro. Un team equilibrato riconosce la funzione necessaria di tutti i cappelli affinchè il team stesso possa considerare tutti gli aspetti di qualunque questione si debba affrontare.

I benefici principali dell’applicazione del metodo dei Six Thinking Hats, posso esser riassunti come segue:

  • Permette alle persone di parlare senza rischi e impedisce la Spirale di Silenzio
  • Crea la consapevolezza che esistono prospettive multiple della stessa problematica
  • Richiede uno sforzo creativo ed innovativo
  • Diminuisce le fasi dei mugugni degli oppositori e dei bastian contrari, nei momenti di disaccordo
  • Incoraggia i presenti a vedere tutti i lati positivi, ed i vantaggi, di quanto si sta discutendo
  • Focalizza i pensieri, fa risparmiare tempo, grazie alla diminuzione delle classiche dispersioni che nascono nelle contrapposizioni per partito preso
  • Migliora la comunicazione ed il processo decisionale
  • Rende maggiormente efficaci le riunioni con decisioni operative prese, quasi sempre, senza contrasti o lacerazioni

Nella maggior parte delle riunioni, sarà capitato a tutti, le persone sedute al tavolo tendono a sentirsi come costrette ad adottare costantemente una specifica prospettiva (ottimista, pessimista, obiettiva, ecc.). Questo comportamento limita i modi ed il grado di ogni individuo, e quindi la potenzialità del gruppo di esaminare una problematica. Attraverso l’utilizzo del Six Thinking Hats, ogni individuo non è limitato ad una singola prospettiva nel suo concetto, ma deve sforzarsi ad approcciare il problema in modo diverso.

I cappelli, come specificato nelle varie letterature riguardo a questo argomento, sono categorie del comportamento del pensiero e non categorie di persone, che è ben diverso. Lo scopo dei cappelli è quello di dirigere il pensiero verso un certo tipo di visione e approccio, non di classificare il pensiero o il pensatore. Indossando un cappello invece di un altro, ci si imbatte inaspettatamente in un gran numero di nuove idee, diverse, non focalizzate sul primo e naturale punto di vista. Indossare un cappello, sempre metaforicamente, significa deliberatamente adottare una prospettiva che non è necessariamente la nostra.

È fondamentale che tutti i membri del gruppo, presenti alla discussione e partecipanti attivi di questa modalità, ne siano consapevoli. Un membro del gruppo che si identifica chiaramente nel colore del cappello che sta portando, mentre fa una dichiarazione, dovrebbe riuscire a separare l’ego dalla performance e questo è un passaggio importante. Ciascun partecipante coinvolto è in grado di contribuire all’esplorazione e alla discussione del problema, a seconda del cappello indossato in quel momento, senza che il suo ego venga in alcun modo intaccato o coinvolto. In pratica il sistema SHT è stato sviluppato per incoraggiare le persone nello sviluppo della prestazione piuttosto che nella difesa dell’ego e far si che tutti siano in grado di poter contribuire sotto qualsiasi cappello, anche se con punti di vista completamente opposti.

Durante una riunione o un workshop è possibile utilizzare la tecnica dei sei cappelli con una certa sequenza strutturata secondo la natura della questione. Qui di seguito vi riporto un tipico approccio con il metodo del Six Thinking Hats:

  • Punto 1: Presentare i fatti del caso (Cappello Bianco)
  • Punto 2: Generare idee su come il caso potrebbe essere affrontato (Cappello Verde)
  • Punto 3: Valutare i meriti delle idee – elencare i benefici (Cappello Giallo), elencare gli svantaggi (Cappello Nero)
  • Punto 4: Scervellarsi sulle possibili alternative (Cappello Rosso)
  • Punto 5: Ricapitolare e sospendere la seduta (Cappello Blu)

Il concetto fondante della teoria del Six Thinking Hats è quindi la constatazione che il cervello umano lavora in modo diverso in funzione del tipo di prestazione che gli viene richiesta.

Qui alcuni libri interessanti:

Creare la Cultura della Creatività e dell’Innovazione

Recentemente su PRNewsWire e su Harward Business Reviews, ho letto di uno studio effettuato da IBM. Sono stati intervistati circa 1.500 amministratori delegati di aziende di 60 paesi diversi, individuando, nel risultato finale, la creatività come fattore più importante per il successo di un azienda. E’ interessante leggere che circa l’80% dei CEO intervistati ritiene che in un mercato complesso e veloce come quello attuale,  è assolutamente necessario trovare nuovi modi di pensare e strade alternative ai modelli comuni. E’ anche interessante notare che più del 60% ha affermato che la propria azienda non ha ancora fatto nulla per affrontare efficacemente questa complessità crescente. Mmm.

La domanda che mi sono posto leggendo questo studio, anche dopo aver parlato con qualche azienda italiana, è: “Ma in Italia, ci sono amministratori delegati e dirigenti realmente disposti ad intervenire sulla propria azienda per promuovere la cultura della creatività e dell’innovazione?” E soprattutto “Cosa deve fare un imprenditore per dare il via a questa ri-evoluzione?”

Secondo la mia esperienza in Italia ci sono veramente pochi imprenditori con questa cultura e quelli che ci sono, non è facile trovarli. La maggior parte degli imprenditori è ancora influenzata da modelli economici e organizzativi, secondo me, obsoleti o comunque non più adeguati.

Per quanto riguarda invece la seconda domanda, la Cultura della Creatività e dell’innovazione, secondo me, può esser attivata in sei piccole, grandi, mosse.

1. Rispondere alle esigenze delle persone. Il primo passo da fare è mettere in discussione il modo in cui ci si aspetta che le persone lavorino. Per stimolare la creatività è necessario generare un ambiente sano, vicino alle abitudini e alle esigenze delle persone sia dal punto di vista fisico, che emozionale, mentale e spirtuale. Le persone devono esser soddisfatte del proprio posto di lavoro e non devono viverlo con insoddisfazione, poichè questo stato d’animo genera un minor impegno di energia. L’azienda potrebbe iniziare chiedendo al proprio dipendente di cosa ha bisogno per lavorare meglio e svolgere al massimo il proprio lavoro, e allo stesso tempo responsabilizzare le persone con obiettivi ben specifici.

2. Insegnare la creatività. La creatività, come spesso ha scritto anche Edward De Bono nei suoi libri relativi al pensiero laterale, non è innata ma può esser sviluppata attraverso esercizi ed allenamento. I 4 principi fondamentali del pensiero creativo che devono esser trasmessi sono i seguenti: rinviare il giudizio durante fase di generazione di idee, generare il maggior numero di idee possibile, prendere nota delle idee e sviluppare e migliorare le idee. La creatività va stimolata ed insegnata.

3. Coltivare la passione ed il talento. Il modo più veloce per uccidere la creatività è mettere le persone in ruoli che non stimolano la loro immaginazione. Le persone incoraggiate a seguire la loro passione ed abbinarla al lavoro,  sviluppa una maggiore disciplina, una profonda conoscenza delle proprie attività, e una maggiore resistenza di fronte agli insuccessi. L’azienda deve riuscire a mettere le persone nel posto più adeguato e vicino al talento e alla personale predisposizione.

4. Motivare e generare senso di appartenenza. E’ vero, il denaro è necessario ed è alla fine dei conti quello che tutti guardano. Non c’è dubbio. Le persone però si sentono meglio quando sanno di dare un contributo personale anche al di là dei soldi. Per sentirsi davvero motivate, le persone devono credere a quello che stanno facendo e devono sentirsi partecipi. Se l’azienda riesce a definire una missione irresistibile che trascende l’interesse personale, si genera una tale energia tale che sono garantite le migliori prestazioni, e anche il pensiero creativo riesce a superare gli ostacoli e generare nuove soluzioni.

5. Dare tempo. Il pensiero creativo richiede necessariamente di un momento di dedicato, ininterrotto e senza pressione. Non si devono esigere risposte immediate e soluzioni istantanee. Oggi tutte le aziende vivono con un solo ideale: “more, bigger, faster“. Sicuramente il tempo è denaro, ed è sicuramente sempre poco, ma per generare creatività ed innovazione è necessario tempo. Ovviamente non infinito, ma sicuramente dedicato.

6. Stimolare il cambiamento. La maggior parte delle soluzioni, secondo le teoria del pensiero creativo, vengono fuori dopo la fase detta dell’incubazione ed è definita con il termine di Illuminazione. L’illuminazione non sempre è immediata, e molto spesso è necessario distogliere l’attenzione dal problema affinché, il cervello a livello inconscio lavori sul problema e fornisca una risposta. Le aziende devono esser in grado di stimolare questa fase di illuminazione, dando alle persone la disponibilità di momenti di pausa, caffè, relax e aggregazione extra lavorativa.

Sono sicuro che in primo approccio questo post sembrerà strano, ma è proprio lì, l’alternativa.

E voi conoscete realtà simili o casi in cui l’azienda porta avanti una Cultura della Creatività? Cosa ne pensate?