Magnifica Humanitas: Leone XIV e il bivio dell’IA

Al centro di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, ci sono due immagini bibliche contrapposte. Una รจ la torre di Babele, costruita per toccare il cielo e per farsi un nome, fatta crollare nella confusione delle lingue. L’altra sono le mura di Gerusalemme che Neemia ricostruisce dopo l’esilio, pezzo per pezzo, affidando a ciascuna famiglia un tratto. Babele come progetto di potere, uniformitร , autosufficienza. Gerusalemme come opera lenta e distribuita, fondata su responsabilitร  condivisa.

Quando oggi ho letto questa coppia di immagini, nelle prime pagine di Magnifica Humanitas, mi sono accorto che la stessa polaritร  l’avevo descritta in modo diverso quando ho scritto il mio libro Pelle Digitale ormai qualche mese fa, ma con altri nomi.

Babele per me si chiama “megastruttura accidentale”, riprendendo Bratton. Gerusalemme l’ho chiamata “umanesimo aumentato”. Stesso concetto, lessico diverso, e la cosa mi ha stupito non poco: c’รจ poco da stare sereni e pensare che sia un caso se una visione tecnologica converge con una visione teologica e spirituale. รˆ un segnale, probabilmente, che il tempo del dibattito puramente tecnico รจ finito o sicuramente ormai superato.

Cosa dice Magnifica Humanitas

Leone XIV non scrive contro la tecnica e a mio avviso nemmeno contro l’AI. La inserisce dentro un quadro di responsabilitร  che le tecnologie da sole non possono darsi. L’impalcatura di tutto il testo si regge su cinque punti.

Il primo รจ la denuncia del paradigma tecnocratico, giร  al centro di Laudato si’, qui aggiornato all’IA con un’accentuazione nuova. Al paragrafo 95 il Papa scrive che il controllo di piattaforme, dati e capacitร  di calcolo non appartiene piรน agli Stati ma a grandi attori economici e tecnologici “che, di fatto, fissano le condizioni di accesso”. Lo dice un Papa, ma potrebbe averlo scritto Shoshana Zuboff, sociologa ed economista americana, professoressa dell’Harvard Business School che รจ diventata un riferimento centrale del dibattito critico sul digitale per via di un libro del 2019, The Age of Surveillance Capitalism (in italiano Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press), considerato uno dei testi piรน influenti dell’ultimo decennio su economia digitale e potere delle piattaforme.

Il secondo punto รจ un’antropologia del limite contro transumanesimo e postumanesimo. I sistemi di IA, scrive al paragrafo 99, “imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana” ma non hanno esperienza nรฉ corpo, non hanno coscienza morale. Non capiscono ciรฒ che producono. La distinzione fra imitare e capire diventa il fulcro di un’intera argomentazione che oppone la pienezza umana, fatta di limite e relazione, alla promessa di un potenziamento illimitato.

Il terzo punto รจ la fenomenologia delle nuove schiavitรน digitali. Ghost worker che etichettano dati per pochi centesimi, adolescenti che lavorano nelle miniere di terre rare, reti criminali che usano profilazione e pagamenti anonimi per la tratta, neocolonialismo dei dati sanitari estratti dal Sud globale sotto l’etichetta della ricerca. Su tutto questo, ai paragrafi 173-178, c’รจ un passaggio in cui il Papa chiede sinceramente perdono a nome della Chiesa per il ritardo storico sulla condanna della schiavitรน, e usa quel precedente come monito a queste nuove forme di schiavitรน.

Il quarto punto salda epistemologia e democrazia. Senza ricerca condivisa della veritร  dei fatti, la vita democratica si svuota. Hannah Arendt viene citata direttamente: il suddito ideale dei totalitarismi รจ chi non distingue piรน fra fatto e finzione. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova in questa un moltiplicatore.

Il quinto punto รจ il disarmo dell’IA. Rifiuto delle armi autonome letali, critica all’idea che il giudizio morale possa essere ridotto a calcolo, controllo umano effettivo come condizione non negoziabile. Qui dentro c’รจ il paragrafo 107, uno dei piรน affilati, complessi e delicati del testo, che secondo me dovrebbe leggerlo chiunque sviluppa modelli: non basta moralizzare la macchina, allinearla a valori umani, se non si discute chi decide quei valori. La domanda dell’alignment, scrive Leone XIV, non รจ un tema tecnico ma politico.

Sette nodi dove mi ritrovo in quello che scrivo spesso

Il primo nodo รจ il paradigma tecnocratico. In Pelle Digitale apro descrivendo Apple, Google e Amazon come “signori della gabbia dorata”, architetti di ecosistemi che catturano l’esperienza e la monetizzano. L’enciclica al paragrafo 95 arriva alla stessa diagnosi da un lessico apparentemente opposto. Io descrivo un meccanismo, fatto di estrazione di dati, monetizzazione, lock-in degli utenti. Il Papa nomina un peccato: idolatria del profitto, dominio sull’altro, pretesa di autosufficienza. Linguaggi differenti che vengono da tradizioni che da secoli non si parlano, e che improvvisamente convergono sulla stessa fotografia: pochi attori privati che decidono per tutti, con strumenti opachi e responsabilitร  diluite.

Poi c’รจ l’ambiente. Io lo chiamo “pelle digitale” e “sistema nervoso invisibile” e intendo lo strato che avvolge persone, oggetti e cittร . Leone XIV al paragrafo 76 parla esplicitamente di “ecosistema digitale” che, come l’ambiente naturale, puรฒ essere custodito o sfruttato, condiviso o monopolizzato. La metafora ambientale, applicata al digitale, รจ uguale.

Il terzo nodo รจ l’opacitร  algoritmica. Nel capitolo 7 del libro io racconto i bias, facendo degli esempi in particolare cito COMPAS sulla recidiva e il caso del recruiting di Amazon, e arrivo a parlare di “teocrazia digitale” per descrivere algoritmi-divinitร  che decidono senza dover dare spiegazioni. L’enciclica, ai paragrafi 102-107, costruisce la stessa argomentazione con parole piรน “sobrie”: black box, accountability, catena di responsabilitร  non delegabile alla macchina. Il Papa non usa “teocrazia”. Ma il problema che descrive รจ esattamente quello a mio avviso.

Quarto nodo: i ghost worker. Nel libro dedico una pagina alla materia che si nasconde dietro l’immaterialitร  apparente del cloud e al lavoro umano che c’รจ dietro. Una catena globale di corpi e luoghi che regge la leggerezza apparente di una risposta generata in due secondi. Il paragrafo 173 di Magnifica Humanitas entra in questa anatomia con una forza che pochi documenti pubblici hanno. Leone XIV scrive che ogni risposta dell’IA proviene da “una lunga catena di mediazioni” che include risorse naturali, infrastrutture energetiche e persone. Nomina la fatica invisibile di chi etichetta dati e modera contenuti per compensi minimi, “spesso giovani donne”. Aggiunge l’estrazione delle terre rare, dove “adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose”. E chiude con la frase che spacca la sezione: “corpi segnati, mutilati, consumati perchรฉ il flusso del calcolo non si interrompa”.

Quando un Papa nomina i corpi mutilati dentro un’enciclica sull’intelligenza artificiale, sta facendo un’operazione che nessun rapporto o paper accademico puรฒ fare: mette la materia umana al centro morale del dibattito, e non ai suoi margini. La conseguenza al paragrafo 174 รจ esplicita e a mio avviso centrale: una tecnologia che promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignitร  della persona.

C’รจ poi tutto il tema della mente estesa, attenzione catturata, forme di dipendenza che ne derivano. Nel capitolo 4 io ho scritto della cognizione distribuita di Andy Clark, e nel capitolo 6 sull’economia dell’attenzione progettata per catturarci. L’enciclica ai paragrafi 100 e 170 parla di “delega” cognitiva e di modelli imprenditoriali che “prosperano sulla debolezza umana”. Qui c’รจ uno scarto interpretativo che vale la pena tenere aperto: Clark vede nell’estensione un guadagno, il Papa la legge come rischio. E a mio avviso tutte e due sono vere.

Sesto, c’รจ il tema dello human-in-the-loop, che ho dichiarato pilastro del capitolo finale del libro. L’enciclica, parlando di IA militare al paragrafo 200, usa la stessa nozione con parole quasi sovrapponibili: la forza letale non puรฒ essere delegata a processi automatizzati, deve restare sotto “un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile”.

Settimo, il piรน delicato a mio avviso. L’alignment come questione politica. Nel libro parlo di ethics by design e cito Stuart Russell sull’allineamento ai valori umani. Il Papa al paragrafo 107 fa un passo che la letteratura tecnica raramente fa: chiede chi decide quei valori. Se l’allineamento รจ una scelta morale, รจ una scelta che non puรฒ essere appannaggio di pochi laboratori. รˆ un punto della discussione che sposta tutta la conversazione sull’IA dall’ingegneria alla politica, e lo fa con una precisione che dovrebbe far riflettere chi lavora su questi temi.

Dove Magnifica Humanitas va ben oltre le riflessioni comuni

Il primo punto รจ la questione delle armi autonome. Io ne parlo in modo leggero nel capitolo sull’agency degli agenti, ma non la centro. Leone XIV le mette al cuore di un intero capitolo, riconosce che la riabilitazione contemporanea della guerra come strumento di politica internazionale รจ uno dei segni piรน gravi del tempo, e collega il riarmo all’IA in modo che dieci anni fa sarebbe stato impensabile. Ha ragione e condivido pienamente, gli scenari ibridi e gli attacchi cyber stanno cambiando la grammatica dei conflitti, e non si puรฒ parlare di etica dell’IA senza arrivare a parlare di questo.

Il secondo รจ il neocolonialismo dei dati sanitari. Nel libro descrivo l’asimmetria della medicina basata su dati, ma resto sul piano dell’individuo. L’enciclica al paragrafo 178 lo allarga ai popoli: chi possiede oggi i dati sanitari di intere popolazioni, raccolti sotto il segno della ricerca, “possiede in realtร  una leva strutturale sul futuro”. รˆ una lettura geopolitica dell’estrazione dei dati che a gennaio, quando ho pubblicato il libro, per quanto ne fossi consapevole non ho pensato di affrontare.

Il terzo, e forse il piรน importante, รจ la memoria storica. Il Papa usa il ritardo con cui la Chiesa ha condannato la schiavitรน come monito sul presente: se non vogliamo chiedere perdono in futuro per non aver visto le nuove asimmetrie di oggi, dobbiamo nominarle adesso. รˆ una valutazione che solo un’istituzione con quel tempo lungo puรฒ fare. La riflessione laica contemporanea, la mia compresa, ha una memoria corta. Senza memoria lunga, certe asimmetrie restano fuori dal campo visivo.

E poi c’รจ il nodo del lavoro

C’รจ un punto su cui Leone XIV passa, e su cui non ho una posizione netta. รˆ il capitolo sul lavoro, paragrafi 148-169, praticamente la parte piรน operativa di tutta l’enciclica a mio avviso e quella che parla piรน direttamente al mondo dell’impresa e della trasformazione digitale.

Il Papa cita san Benedetto e l’ora et labora, parla del lavoro come cammino di maturitร  e realizzazione. Al paragrafo 148 “lavoro” significa opera e contributo, fatica che ha senso, attivitร  con cui prolunghiamo in qualche modo l’opera del Creatore. Ma giร  al paragrafo 149 la parola scivola sull’occupazione retribuita che produce sostentamento.

Un’ambiguitร  antica, che la Dottrina Sociale trascina dalla Rerum Novarum del 1891 in poi, e che oggi pesa, perchรฉ tiene insieme due cose che dovremo scindere con intelligenza.

Lo scenario che mi interessa, e che discuto da tempo con un amico parroco con cui non sono d’accordo, รจ quello in cui l’automazione derivante da AI e Robot libera davvero l’umanitร  dalla necessitร  di lavorare per sussistere. รˆ uno scenario plausibile, forse il piรน radicale (e ottimista per certi versi). In quel mondo un reddito universale di base diventa obbligo strutturale prima ancora che scelta politica: senza, l’IA produce solo concentrazione di ricchezza e povertร  di massa. E se la base materiale รจ garantita, si apre uno spazio per un altro tipo di lavoro, fondato su contributo e non su scambio. Il lavoro dei monaci copisti che hanno salvato la civiltร  occidentale tra il VI e il XII secolo. Il lavoro delle madri che crescono i figli. Il lavoro dei volontari che reggono le associazioni, dei contributori di codice open source, dei ricercatori che pubblicano senza ricavarne nulla. Nessuna di queste attivitร  รจ retribuita. Tutte sono lavoro nel senso pieno benedettino del termine.

Il mio amico Don Michele la pensa diversamente. Non esiste dignitร  senza lavoro, mi ripete ogni volta che ne parliamo, e lo dice con una fermezza esperienziale prima che ideologica. Vede ogni giorno cosa succede alle persone che il lavoro lo perdono o non lo trovano. Vede come si perde il senso di sรฉ. Per lui il lavoro รจ un dato antropologico, non un dettaglio economico: รจ la forma stessa attraverso cui l’essere umano matura e si riconosce. Ed รจ qui che la sua tradizione e la mia visione del futuro si incontrano in modo costruttivo, perchรฉ ha ragione anche lui, su un pezzo del problema che spesso chi ragiona di reddito universale rimuove.

L’essere umano matura attraverso il fare che ha conseguenze. Senza un’opera che lo metta in rapporto con la realtร , con i limiti dei materiali, con il giudizio degli altri, con la propria fatica, la dignitร  diventa un’astrazione interiore che non regge. La tradizione cristiana lo sa da Genesi in poi, l’uomo รจ collaboratore della creazione e non spettatore. E sociologicamente succede esattamente quello che il mio amico vede sul campo: nelle comunitร  dove l’occupazione collassa senza essere sostituita da altre forme di contributo riconosciuto, le persone non fioriscono, si rovinano, entrano in forme diverse di collisione sociale. Le ricerche sulle zone deindustrializzate americane, sui quartieri operai italiani dopo le chiusure delle fabbriche, lo confermano. Se le persone non si sentono utili, tutto collassa.

Magnifica Humanitas apre un varco proprio su questo nodo. Al paragrafo 154 Leone XIV scrive che una societร  che garantisse occupazione solo a una minoranza esporrebbe molti a “inattivitร  forzata, assenza di responsabilitร , mancanza di impegni e stimoli quotidiani, con esiti di impoverimento umano e culturale in contrasto con l’elevato livello di sviluppo tecnico”. Lo chiama “paradosso di progresso materiale e regressione antropologica”. E conclude che รจ necessario “ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perchรฉ l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale”. Il Papa non sta dicendo che senza occupazione retribuita non c’รจ dignitร . Sta dicendo che la nozione novecentesca di lavoro, quella che lega stipendio e dignitร  in un nodo unico, sta diventando inadeguata e va sciolta con cura.

Il “lavoro” come lo intendiamo oggi, un’attivitร  salariata separata dalla vita domestica, misurata in ore, scambiata sul mercato del lavoro, รจ un’invenzione industriale di duecento anni.

Prima c’erano contadini e artigiani, monaci e madri di famiglia, scribi e copisti. Tutte figure che producevano valore senza essere “occupate” nel senso novecentesco. Hannah Arendt nella Condizione umana distingue tre cose. Labor, la fatica per sopravvivere. Work, la creazione di opere durevoli. Action, l’azione che lascia traccia nel mondo umano. Solo il primo รจ lavoro nel senso economico stretto. Gli altri due sono ciรฒ che intendo quando parlo di un lavoro non remunerato fatto di passione e contributo.

Da Arendt in poi sappiamo che la dignitร  del lavoro stipendiato novecentesco era un fascio di tre cose tenute insieme. Un fare che incontra resistenza reale: i materiali e il tempo, la fatica, il giudizio degli altri. Senza questo l’identitร  si squaglia. Un riconoscimento sociale del valore di quel fare. Senza questo l’attivitร  diventa hobby privato e non sostiene la dignitร  pubblica. Una base materiale di sussistenza che permetta di farlo senza disperazione. Senza questa, ogni discorso su “passione e ambizione” รจ privilegio per ricchi. Il salario industriale offriva i tre insieme, e questo ne ha fatto il modello dominante per due secoli. L’errore di chi parla solo di reddito universale, il mio compreso quando alleggerisco troppo il discorso, รจ pensare che la sola base materiale basti. L’errore opposto, di chi difende una visione ottocentesca del lavoro, รจ pensare che solo il lavoro retribuito possa fornire le altre due.

C’รจ poi un nodo geografico che l’enciclica nomina al paragrafo 153 e che vale la pena ripetere. La transizione non procederร  in modo omogeneo. Le societร  ricche si automatizzano caoticamente e producono disoccupazione. Vaste regioni del Sud globale restano intrappolate in quelle che Leone XIV chiama “economie ibride” dove lavoro umano sottopagato e tecnologie parziali convivono senza mai trasformarsi davvero. Diventano serbatoi di manodopera precaria e focolai di migrazioni forzate. Il discorso sul futuro del lavoro va sempre tenuto a due velocitร , perchรฉ chi parla di reddito universale spesso parla da Paesi ricchi e dimentica che intere economie del pianeta non hanno mai conosciuto il salario industriale come modello.

Siamo all’inizio di una transizione in cui dobbiamo inventare istituzioni che riconoscano come lavoro il fare non retribuito. Se non lo facciamo, la sostituzione algoritmica del lavoro stipendiato sarร  una catastrofe antropologica, e su questo l’enciclica ha ragione a essere allarmata. Se lo facciamo, puรฒ essere lo spostamento di senso del lavoro piรน grande dai tempi della riforma benedettina. La domanda concreta, quella che resta aperta, รจ questa: quali istituzioni possono oggi riconoscere come dignitร  il lavoro non remunerato? La parrocchia ne รจ una storica. L’associazione di volontariato un’altra. La famiglia estesa un’altra ancora. Sono tutte istituzioni in crisi, ognuna per ragioni sue. Servono forme nuove, e quelle vecchie vanno rigenerate. Su questo l’enciclica รจ ambigua secondo me, e credo che il prossimo passo della Dottrina Sociale dovrร  essere piรน esplicito di quanto Leone XIV osi oggi in questa enciclica.

Cosa cambia, se cambia qualcosa

Chi sviluppa e finanzia IA, chi la regola, non puรฒ piรน dichiararsi “tecnico” come schermo. Il paragrafo 209 dell’enciclica chiama in causa scienziati e imprenditori, investitori e autoritร  accademiche, politici. Quando ci si limita a guardare al proprio settore, scrive Leone XIV, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro. Mi ci ritrovo perfettamente, perchรฉ รจ la stessa argomentazione che faccio nel manifesto finale del libro: il fallimento etico รจ un fallimento progettuale.

La responsabilitร  progettuale, che chiamo ethics by design, l’enciclica la riformula come responsabilitร  condivisa fra istituzioni capaci di regolare, imprese che riconoscono nel lavoro e nella dignitร  un criterio di successo, corpi intermedi che ricostruiscono fiducia.

C’รจ un altro elemento operativo che vale la pena segnalare, perchรฉ passa sottotraccia ma c’รจ e non รจ sottovalutabile. Magnifica Humanitas al paragrafo 159 chiede esplicitamente di superare il Prodotto Interno Lordo come metrica unica dello sviluppo. Servono, scrive Leone XIV, parametri complementari capaci di misurare dignitร  del lavoro, prosperitร  condivisa, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia ambientale. Per chi lavora in impresa e si confronta ogni trimestre con KPI finanziari, รจ un invito a chiedersi quali metriche stiamo davvero usando per misurare il successo dei progetti tecnologici che lanciamo.

Lo stesso vale per il paragrafo 163, dove il Papa elenca quattro criteri operativi che diventano una check-list utile per chi progetta sistemi di IA che incidono su persone. Trasparenza e responsabilitร  nelle decisioni algoritmiche che riguardano accesso al credito e al lavoro, ai servizi essenziali. Inclusione e accesso ai benefici dell’innovazione, perchรฉ la tecnologia non allarghi il divario fra chi ha e chi non ha. Misure di equitร  che correggano gli squilibri creati dalla concentrazione di ricchezza e potere. Cooperazione internazionale, perchรฉ molte decisioni economiche superano i confini degli Stati. Sono cose verificabili, piรน che principi generici. E sono il vero terreno comune fra una riflessione laica sulla tecnologia e la Dottrina Sociale aggiornata.

Nessuno di noi che lavora su queste materie ha gli strumenti per agire da solo. La convergenza fra tradizioni distanti, su questo, รจ un dono che vale la pena prendere sul serio.

Neemia ricostruรฌ le mura di Gerusalemme con famiglie diverse, ognuna su un tratto. Nessuna ricostruรฌ l’intera cinta da sola. A chi progetta tecnologia oggi tocca il tratto in cui passa la decisione su cosa deleghiamo, cosa controlliamo, cosa restiamo capaci di giudicare. Il prossimo noi, come scrivevo a chiusura del manifesto di Pelle Digitale, inizia da lรฌ.


Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, 15 maggio 2026.

Il 57% di McKinsey รจ il numero sbagliato per fare scelte aziendali

Il 25 novembre 2025 il McKinsey Global Institute ha pubblicato uno dei report piรน discussi dell’ultimo semestre, Agents, Robots, and Us: Skill Partnerships in the Age of AI. La cifra che รจ girata su tutti i media internazionali รจ una: il 57% delle ore lavorative negli Stati Uniti รจ tecnicamente automatizzabile oggi, senza attendere ulteriori breakthrough. Il 44% via agenti AI, il 13% via robotica. Una percentuale cosรฌ alta che, raccontata male, suona come un annuncio di disoccupazione di massa.

Leggere cosรฌ quel numero, secondo me, รจ il modo peggiore di usare quel report. Il 57% misura il potenziale tecnico in laboratorio, non lo scenario reale di adozione. Usarlo per fare scelte aziendali porta nella direzione opposta a quella utile. Ho letto il report intero in questi giorni e provo a dare la mia lettura, da chi lavora in azienda con le aziende, non da chi commenta da fuori.

Il 40% รจ il dato da cui partire

Il 57% รจ il limite superiore in laboratorio. Risponde alla domanda: se prendiamo gli strumenti AI e robotici che giร  esistono, quante ore di lavoro umano potrebbero in teoria essere svolte dalle macchine? La risposta รจ oltre la metร . Ma McKinsey stesso sottolinea che questa cifra non si tradurrร  in posti persi nella stessa proporzione, per tre ragioni che il report spiega bene.

  • Tempo di adozione: l’adozione richiederร  anni, in molti casi decenni, perchรฉ le aziende devono ridisegnare i flussi prima di poter automatizzare.
  • Mix di attivitร  dentro ogni ruolo: la maggior parte dei lavori contiene un mix di attivitร , e raramente un singolo lavoro รจ automatizzabile al 100%.
  • Gap fra laboratorio e produzione: molte attivitร  che oggi sembrano automatizzabili in laboratorio non lo sono in produzione, per ragioni di affidabilitร , responsabilitร  legale, accettabilitร  sociale o semplice costo del bilanciamento errore-supervisione.

Il numero che secondo me andrebbe letto in parallelo รจ un altro che si nasconde nel report: circa il 40% dei lavori cade nelle categorie a piรน alta automatizzabilitร , principalmente attivitร  amministrative, legali junior, programmazione di routine. Quel 40% non sparisce, ma cambierร  natura entro l’orizzonte 2030, e cambierร  bruscamente per chi non si attrezza per tempo. Questo dovrebbe essere il dato da cui partono le riunioni di leadership team in questi mesi, non il 57% da titolo apocalittico.

Persone, agenti software, robot fisici: il framework di McKinsey

Il contributo piรน interessante del report รจ il framework dei sette archetipi di lavoro che McKinsey costruisce mappando 800 occupazioni rispetto a tre dimensioni: quanto รจ people-centric, quanto รจ agent-centric (cioรจ automatizzabile da AI software), quanto รจ robot-centric (cioรจ automatizzabile da hardware). Ne emergono profili misti che rispecchiano quello che si vede nei contesti reali. Un radiologo รจ people-centric per la responsabilitร  clinica e agent-centric per l’analisi delle immagini, e la combinazione delle due dimensioni in un’unica figura professionale รจ un nodo organizzativo nuovo da governare.

La parola chiave del framework รจ partnership. McKinsey parla di collaborazione fra persone, agenti software e robot fisici, ciascuno con la propria competenza, orchestrati in workflow ridisegnati. La parte piรน scomoda del messaggio รจ che il framework funziona solo se l’organizzazione fa il lavoro di ridisegno. Se prendi un workflow esistente, ci ficchi dentro un agente AI sopra al processo che hai sempre fatto, non ottieni il 57%, ottieni nel migliore dei casi un risparmio del 10-15% e una serie di frustrazioni operative.

Per chi compra AI in azienda, questo punto vale piรน di mille slide. Il valore non sta nel tool, sta nel ridisegno del processo intorno al tool. Senza ridisegno, il ROI delle implementazioni AI rimane sotto le attese e i progetti finiscono nel limbo dei pilot perpetui.

Tre competenze umane che si fanno scarse

Una parte del report che mi ha colpito riguarda le competenze umane che diventano piรน rare, e quindi piรน richieste, man mano che l’AI assorbe i compiti standardizzati. McKinsey mappa migliaia di skill estratte dagli annunci di lavoro e individua tre cluster che resistono e crescono.

Il primo รจ quello delle skill relazionali avanzate: gestione del conflitto, negoziazione, coaching, costruzione del consenso in gruppi diversi. Sono attivitร  che richiedono lettura del contesto sociale, contestualizzazione, judgement etico, e che le macchine fanno male anche quando sanno parlare bene.

Il secondo รจ quello del problem framing: la capacitร  di formulare la domanda giusta da porre all’AI, di distinguere un buon prompt da uno mediocre, di interpretare un output e capire quando merita fiducia e quando no. รˆ una skill che ha piรน a che fare con il pensiero critico che con la tecnica, e curiosamente รจ una skill che il sistema scolastico italiano non ha mai sviluppato in modo sistematico.

Il terzo รจ quello dell’orchestrazione: tenere insieme processi multi-step in cui interagiscono persone diverse, agenti diversi, sistemi diversi. Project manager evoluti che capiscono dove inserire un agente nel flusso e dove tenere fermo l’umano. Sono profili che fino a un anno fa non esistevano e che adesso le aziende si contendono.

Tre skill scarse, prezzi che si muovono. รˆ quasi un piccolo manuale di come riallocare il budget HR per il prossimo triennio.

Tre conversazioni che i board italiani dovrebbero aprire entro fine anno

In Italia il dibattito sull’AI nel lavoro รจ ancora dominato da due narrative simmetriche e sbagliate. La prima dice che l’AI ci ruberร  i posti e che bisogna proteggerli con qualche regolazione. La seconda dice che l’AI รจ un super-strumento neutro, basta adottarlo per essere piรน competitivi. Il report di McKinsey mostra che entrambe queste narrative perdono il punto.

Le aziende che vinceranno il prossimo decennio non saranno quelle che adottano l’AI prima, ma quelle che ridisegnano i propri processi intorno alla collaborazione fra persone, agenti software e robot fisici. Per farlo serve qualcosa che in Italia abbiamo strutturalmente poco, ovvero capacitร  di trasformazione organizzativa profonda. Non capacitร  di acquistare tool, ne abbiamo a sufficienza. Capacitร  di rimettere mano a chi fa cosa, di toccare le abitudini consolidate, di accettare che metร  del valore di un’implementazione AI si gioca prima ancora di accenderla, nella riprogettazione del flusso che le sta intorno.

Per chi guida un’azienda strutturata, oggi, ci sono tre conversazioni che meritano di essere portate al tavolo del board nei prossimi tre mesi.

La prima: quali nostri workflow contengono il maggior numero di ore standardizzabili, e quali no? Una mappa di alto livello del 57% dentro la nostra realtร  specifica.

La seconda: chi sono i nostri orchestratori naturali? Persone che hanno giร  la capacitร  di tenere insieme processi multi-attore, che capiscono dove servono le competenze relazionali e dove serve la disciplina tecnica. Le aziende che riescono a identificarli e a metterli nei posti giusti partiranno con un vantaggio enorme.

La terza: dove possiamo permetterci di pilotare un workflow completamente ridisegnato, e non solo automatizzato a strati? Dove ci possiamo permettere il rischio di romperlo e ricostruirlo, su uno scope contenuto, per imparare come si fa prima di doverlo fare su scala?

Sono tre domande che non hanno bisogno di numeri da 57% per essere utili. Hanno bisogno di tempo dedicato dalla leadership, e di sufficiente coraggio per dare risposte concrete entro fine anno. Da imprenditore vedo molte aziende ferme alla prima delle tre, alcune che hanno provato la seconda, pochissime che hanno avuto il coraggio della terza. รˆ lรฌ, secondo me, che si decide la parte interessante del prossimo ciclo competitivo italiano. Non nei budget AI, che ormai tutti hanno. Nelle scelte organizzative dietro a quei budget.


Articolo di riferimento: McKinsey Global Institute, Agents, Robots, and Us: Skill Partnerships in the Age of AI, 25 novembre 2025.

I social network in azienda, questione di cultura. Di tutti.

Nei giorni scorsi un’azienda amica ha deciso di chiudere tutti i Social Network (Twitter, Facebook, Linkedin e molti altri),ย nonchรฉย filtrare moltissime parole chiave. Questa scelta, anche se da una parte mi sembra assurda visto che si tratta di una societร  che ha il web nel dna, non รจ del tutto contestabile nel momento in cui si osservano i dati di traffico rilevati daย un monitoraggio della rete: il 75% del traffico della rete รจ derivante da Facebook! In effetti qualche riflessione in piรน credo sia il caso di farla.

Prima di tutto va detto che la modalitร  di utilizzo di facebook รจ diversa tra persona e persona, soprattutto tra addicted e non. Per capirci meglio, gli “adetti ai lavori” sono quelli che utilizzano facebook come strumento di comunicazione o per svago (moderato) e, a mio avviso, sono quelli che paradossalmente generano meno traffico poichรจ effettuano connessioni spot, quando possono rispondono alle notifiche via email, utilizzano iphone o altri device e soprattutto utilizzano altri plugIn o sistemi di cross posting per aggiornare il proprio stato.ย Di contro ci sono quelli che non sono addetti ai lavori e che utilizzano prevalentemente facebook per socialcazzeggio eย sono i piรน dannosi (dal punto di vista del traffico!): effettuano connessioni frequenti o addirittura lasciano il browser aperto in polling (per i non addetti: facebook effettua continui aggiornamenti dei dati della vostra pagina, anche se non รจ stato fatto il refresh, grazie a chiamate ajax/jquery), rispondono a tutti i sondaggi e giocano con le mille applicazioni che ogni giorno vengono rilasciate dagli sviluppatori e dalle aziende.

Bisogna perรฒ anche dire che il traffico verso facebook non รจ soltanto generato direttamenteย dall’utilizzo di facebook stesso, ma anche dalla navigazione su tutti quei siti che hanno embeddato (per i non addetti ai lavori, si intende inserito, incluso) il facebook-connect all’interno del proprio sito per permettere l’autenticazione o per la pubblicazione del widget dei fan. Molti blog e siti istituzionali di aziende ormai infatti hanno questo tipo di informazioni incluse per motivi di visibilitร  e marketing. Ovviamente non sto dicendo che il traffico รจ generato principalmente da questo, ma sicuramente dal punto di vista dei dati e delle connessioni verso il social network un numero importante di chiamate viene da qui.

Ora se da una parte c’รจ un aspetto “tecnico” di valutazione del traffico, dall’altra c’รจ un aspetto da valutare relativo alla cultura dell’ “informatico iperconnesso“, al tipo di utilizzo della rete e alla modalitร  di lavoro. I nuovi informatici sono abituati ad usare la rete ed i social network nella loro vita privata e trovano naturale poter usare gli stessi strumenti per gestire le relazioni professionali, la ricerca di informazioni di lavoro e per trovare soluzioni e risolvere problemi. Non avere a disposizione certi strumenti rende frustrante il lavoro e allo stesso tempo, secondo me, diminuisce le performance lavorative.

Infine c’รจ da tenere in considerazione la visione dell’azienda nei confronti del problema produttivitร  dei propri dipendenti. Un azienda che punta ad avere il massimo dai propri collaboratori e che non principalmente di web o soprattutto che non ha la cultura dell’importanza della rete per gli sviluppatori, vede l’utilizzo di Facebook o sistemi similari come una enorme perdita di tempo e nel caso della band come uno spreco di risorse . Di fronte ad un numero cosรฌ alto (75% del traffico!) in effetti รจ difficile non comprendere una politica di chiusura di tutto e soprattutto รจ difficile non farsi venire in mente la fatidica domanda “Ma gli serve veramente facebook ai programmatori?“. Secondo me, non serve, ma chiudere totalmente comunque รจ un problema e non รจ una politica che io personalmente attuerei: il divieto di usare i social network durante il lavoro lo ritengo un boomerang per lโ€™azienda.

In questi giorni ho letto un post, che mi รจ piaciuto molto, diย Josh Bernoff, analista di Forrester Research e co-autore diย Groundswell, nel quale viene chiarito il concetto di โ€œlavoratore iperconnessoโ€, definito in modo specifico nel concetto di HERO:ย Highly Empowered and Resourceful Operative, ossia quelย collaboratore che utilizza le risorse della rete e di internet ed รจ incoraggiato ad usare la rete a vantaggio dellโ€™azienda. Secondo l’ideaย degli autori di Groundswell, il management di un azienda non deve piรน controllare, limitare e applicare procedure rigide, ma, al contrario, deve creare un contesto in cui chi lavora รจ in grado, grazie alla tecnologia, di mantenere un rapporto vivo con clienti e consumatori, anchโ€™essi sempre piรน empowered, trovando soluzioni innovative e facendo viaggiare lโ€™azienda alla stessa velocitร  del suo mercato.

Riguardo alle politiche e policy attuabili in azienda, la chiusura drastica di tutto, come ho giร  detto, secondo me non รจ vincente. Principalmente sensibilizzerei le persone sull’importanza o meno dell’utilizzo dei social in determinati contesti o in determinati momenti della giornata, e se proprio la situazione non cambiasse, applicherei delle restrizioni in termini di banda e/o di tempo a disposizione per utente, garantendo magari quel 20% massimo da dedicare a svago e recupero tra un attivitร  e l’altra.

Personalmente utilizzo Facebook per rimanere prevalentementeย in contatto ed essere aggiornato sui rapporti con le persone e con gli amici, sapere cosa fanno e magari avere qualche bella notizia. Utilizzo Meemi,ย Twitter e Friendfeed per approfondimenti di temi specifici e condividere notizie ed informazioni, mentre utilizzo Linkedin per tenermi aggiornato sul percorso professionale di amici ed ex colleghi o trovare altre opportunitร  e contatti.

Concludendo ritengo che l’utilizzo dei social network in azienda sia un problema di cultura, di tutti: l’azienda deve aprire all’utilizzo dei social e capirne l’importanza, e i dipendenti devono apprenderne le potenzialitร  ed i limiti e moderarne l’utilizzo.

E voi, come utilizzate i social network? Ops, … magari non riuscite a navigare perchรจ avete tutto chiuso. ๐Ÿ˜‰

Scegliere di fare l’imprenditore con proprie idee di business

In questi giorni mi son trovato a parlare con un amico del dilemma “Posto di lavoro da dipendente o fare lโ€™imprenditore ?“. In effetti non รจ un argomento banale e ognuno vede la cosa, ovviamente, da un punto di vista diverso, unico. Certo porsi la domanda vuol dire avere giร  fatto un passo: chi si pone la domanda (imho) รจ una di quelle persone che sentono un fuoco, particolare, ardere dentro. Quel fuoco che fa continuamente pensare a come sarebbe la propria azienda, alle proprie idee, al modo in cui si potrebbe migliorare qualcosa di esistente o perchรฉ no inventare qualcosa di nuovo. Se non si ha questo fuoco difficilmente ci si pone questo tipo di domanda.

Lasciare un posto di lavoro รจ come dire lasciare la routine e la noia per la fantasia, lโ€™imprevedibilitร  e, perchรฉ no, il denaro e il successo. Allora, perchรฉ non provare? Ognuno di noi ha in mente la sua azienda ideale, un progetto che puรฒ essere supportato e pianificato, ma spesso la mancanza di coraggio e la non predisposizione al rischio, personale e/o di chi ci sta vicino, ci induce a temporeggiare, aspettare e ripensare fino ad arrivare al cedimentoย e lasciar spegnere quella fiamma e far passare il momento.

La scelta non รจ facile e prima di lanciarsi in una scelta credo sia essenziale conoscere se stessi, avere ben chiari i propri limiti, le proprie potenzialitร , sapere quanto siamo disposti a rischiare e avere focalizzato i propri obiettivi. E’ importante esser consapevoli dei rischi, ma anche dei benefici ai quali si va incontro. Bisogna avere le idee piรน chiare possibile e questo ovviamente non รจ facile. Mi vengono in mente alcuni punti fondamentali da tenere considerare prima di di partire con un progetto:

  • รจ necessario scegliere i mercati in modo mirato
  • รจ fondamentale conoscere i potenziali clienti
  • รจ impossibile procedere se non si conoscono i propri competitor
  • รจ importante saper posizionare la propria idea
  • รจ assurdo non sapere i vantaggi della propria idea rispetto alle altre
  • bisogna saper presentare, con enfasi ed entusiasmo, il proprio progetto

Per alcuni tipi di progetti รจ importante riuscire a trovare fin da subito finanziatori, imprenditori e aziende che credano nell’idea e nel progetto al fine di dare lo sprint iniziale che, senza capitali, stenterebbe a decollare o lo farebbe molto lentamente. In Italia รจ un problema molto sentito dalle piccole e medie imprese.

Negli ultimi anni, finalmente, cominciano ad esistere piazze ed eventi importanti per provare a far conoscere la propria idea. Recentemente ho assistito, via web, ad alcuni Working Capital di Telecom: ย un modo molto interessante di dare spazio alle idee, all’innovazione e far conoscere i progetti e le aziende. Ovviamente il suggerimento che ho dato al mio amico รจ stato proprio in questa direzione: preparare un progetto, presentarlo e far vedere di cosa si tratta. Anche se non si avranno risposte immediate, ritengo che saranno utili i feedback, gli spunti e i punti di debolezza che ne usciranno fuori. Questo sarร  un buon punto di partenza per affinare ancora di piรน il progetto nel quale si crede e partire.

Ma la crisi c’รจ stata o no?

Da un po’ di tempo cerco e leggo articoli relativi alla crisi. Si parla spesso del suo stato evolutivo, degli impatti e gli effetti che ha avuto ma i pareri, indipendentemente dalla visione politica, dalla professione e dal mercato in cui si opera, sono molto contrastanti: se da un parte ci sono gli ottimisti che ritengono che siamo alla fine della crisi e che il peggio l’abbiamo superato, dall’altra parte c’รจ chi dice che la crisi, quella vera, deve ancora arrivare. Ma quindi, la crisi c’รจ stata o no?

Guardandomi intorno e tirando un po’ le somme sull’ultimo anno lavorativo, non sono convinto di poter dire di aver vissuto la crisi con la C maiuscola. Ho notato, e lo vedo ancora, un forte immobilismo, un freno alla ricerca e una riduzione degli investimenti in nuovi progetti, ma non perchรฉ i soldi non ci sono, ma solo per la paura e la preoccupazione di qualcosa che sarebbe dovuto arrivare. Dal momento che questo stato di preoccupazione lo ritengo indotto da un terrorismo psicologico fatto a livello mediatico, mi domando: ma cos’รจ che sbloccherร  questo blocco mentale?

Lo svago online rende piรน produttivo il lavoro?

La libertร  di navigare online e di utilizzare Facebook, YouTube, Twitter e gli altri social network aumenta la produttivitร  negli uffici. Non sembra avere dubbi in proposito Brent Coker, ricercatore alla University of Melbourne (Australia) ed esperto in marketing e amministrazione. Secondo una recente ricerca del professore, la possibilitร  di compiere “Workplace Internet Leisure Browsing” (WILB), ovvero navigare liberamente per svago sul proprio posto di lavoro, aiuterebbe gli impiegati ad aumentare il loro livello medio di produttivitร , con evidenti benefici per l’ufficio in cui lavorano.

ยซLe persone che utilizzano Internet per divertimento al lavoro – entro un ragionevole limite pari al 20% del tempo totale che trascorrono in ufficio – sono piรน produttive di circa il 9% rispetto a coloro che non lo fannoยป racconta l’autore della ricerca, per poi aggiungere: ยซLe aziende spendono milioni per adottare software in grado di impedire ai loro impiegati di visualizzare i video su YouTube, utilizzare i social network come Facebook o fare dello shopping online, presumendo che tali attivitร  possano portare alla perdita di milioni a causa della produttivitร  perduta, ma non รจ sempre cosรฌยป.

La ricerca del prof. Coker รจ stata svolta su un campione di 300 impiegati, evidenziando come circa il 70% delle persone utilizzi regolarmente la connessione alla Rete per il WILB. Le azioni svolte online sono le piรน disparate e variano a seconda delle attitudini e degli interessi dei singoli lavoratori, tuttavia si rivelano predominanti le attivitร  come la ricerca di informazioni su specifici prodotti e la lettura delle ultime notizie sui siti web di informazione. L’utilizzo della connessione in ufficio per giocare ai videogame online si colloca al quinto posto tra le attivitร  maggiormente svolte, mentre la visione dei video su YouTube รจ appena settima.

Secondo Coker, il Web costituisce un valido sistema per ritrovare la concentrazione dopo un certo periodo di tempo impiegato per svolgere una mansione lavorativa: ยซLe persone hanno bisogno di svagarsi per un po’ per recuperare la concentrazione. Basta pensare a quando si era a scuola e si seguiva una lezione: dopo una ventina di minuti la concentrazione scemava, eppure dopo un breve intervallo era possibile recuperare la concentrazione. Sul proprio posto di lavoro avviene il medesimo fenomeno. Brevi intervalli poco invasivi, come una rapida navigazione online, consentono alla mente di riposare, portando a un livello medio di concentrazione piรน alto durante la giornata lavorativa e dunque a una maggiore produttivitร ยป.

Basta, perรฒ, una pausa piรน lunga del dovuto per sortire un effetto esattamente contrario. In Australia, paese in cui รจ stata condotta la ricerca di Coker, si stima che il 14% degli utenti soffra di una sostanziale dipendenza da Internet e ne faccia dunque un uso sregolato e nei momenti piรน disparati della giornata. Per questo gruppo di persone il WILB potrebbe rivelarsi deleterio e nuocere al livello medio di produttivitร  sul posto di lavoro.

Articolo via WebNews