Apple, iPhone 6 e l’NFC: Se l’educazione del mercato la fanno gli altri

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Ieri è stato presentato, durante il keynote APPLE, il nuovo iPhone 6 con tecnologia NFC. Anche se per molti questo dettaglio è passato in sordina ed in tanti si son concentrati sul design, sulla dimensione, sul prezzo, ed altri dettagli estetico-religiosi, io ritengo che la vera novità (e non parlo di innovazione), che segnerà un nuovo ulteriore cambiamento nel mercato delle APP, dei pagamenti e della progettazione di nuove esperienze di interazione, è proprio qui: la presenza NFC e l’Apple Pay.

Questo può realmente esser l’inizio ed il motivo di una nuova fase di progettazione di nuovi servizi.

In un vecchio post del 2010 dal titolo “NFC: l’ingresso di Apple può fare la differenza” avevo scritto ed ipotizzato, al tempo dell’uscita dell’iPhone5, l’ingresso di Apple nel mondo del contactless. Ovviamente in quella versione di dispositivo l’integrazione non avvenne e sbagliai di fatto la previsione.

Rileggendo a posteriori le mie riflessioni penso di aver centrato quasi tutto (e solo il tempo mi dirà se veramente avevo ragione o meno) e sbagliato solo una cosa: il timing della previsione sull’uscita di NFC.

Nel 2011, prima Juniper Research, poi Gartner avevano decretato, con una serie di report ed analisi, il flop dell’NFC nel medio breve termine ed avevano evidenziato come il ciclo dell’hype sul tema NFC, dopo l’uscita anche di dispositivi Samsung e altri, fosse in totale discesa.

Nel 2013 in effetti, sempre da un report Gartner, emergeva che l’NFC era stato utilizzato in poco meno del 2% del totale delle transazioni. Le nuove previsioni rimandavano al 2015/2017 l’esplosione dei pagamenti contactless.

I motivi di tale “flop”, confermati anche da clienti e banche con le quali mi son trovato a lavorare, e che avevo in parte evidenziato anche nel mio precedente post, erano i seguenti:

  1. Il consumatore doveva esser in possesso di uno dispositivo NFC-enabled, ma la diffusione dei dispositivi era in quel momento molto bassa;
  2. Il punto vendita doveva esser fornito di un terminale NFC, ma se pensiamo ad esempio quanto ci è voluto solo per la sostituzione dei pos da banda magnetica a chip, potete immaginare da soli l’impatto e la criticità della nuova sostituzione;
  3. Il rivenditore doveva esser in possesso di un sistema di back-end in grado per elaborare la transazione e / o abbonarsi a qualcun altro servizio, per esempio un fornitore di servizi finanziari.
  4. Il processo di interazione, sopratutto in una prima fase educativa dell’utente, deve esser più semplice possibile più che mai se si vuole modificare una abitudine dell’utente. La verità è che i sistemi di pagamento nuovi non son stati riprogettati per una nuova interazione ed una nuova esperienza.
  5. Il costo della transazione, al fine di stimolare l’utilizzo da parte dell’utente, dovrebbe essere ragionevolmente migliore sia per il consumatore che per il rivenditore;
  6. Il servizio deve integrare completamente nel processo l’esperienza di pagamento così da evitare fasi morte o possibilità che l’utente scelga un altra modalità per se stesso “più semplice”. Pensate al pagamento del caffè al Bar: che bisogno c’è di dover fare la fila alla cassa se potrei effettuare la transazione al momento della consegna del caffè?
  7. Il consumatore doveva essere presente sul posto per utilizzare lo smartphone (ma qualsiasi acquisto da mobile invece prevedeva una transazione a distanza via SMS, Web mobile o app). Doveva quindi esser colmata una carenza culturale in termini di interazione e nuova modalità di pagamento.

Apple aveva ragione nella gestione del time to market, per l’ennesima volta. Partire per primi non sempre è la cosa migliore, soprattutto in mercati in cui c’è da cambiare completamente la cultura, le infrastrutture, i processi di interazione e spingere all’adozione di un nuovo dispositivo.

In fondo per Apple inserire un pezzettino di ferro con tecnologia NFC dentro i propri dispositivi, poteva mai esser un problema di produzione? A mio avviso, assolutamente no.

C’è da imparare, sicuramente, da tutto questo: Apple non fa educazione del mercato. Apple aspetta che la facciano gli altri, aspetta che una esigenza inizi a diffondersi, che una tecnologia raggiunga un livello di quasi maturità. Poi, quando il mercato è pronto, Apple arriva e lo prende. Come ha sempre fatto. Sembrerà arrogante come approccio, ma è come se facesse “giocare” gli altri con la tecnologia per poi arrivare, migliorare l’esperienza ed entrare su un mercato di massa.

Ed i casi di questo tipo non sono pochi:

  • Napster + Mp3 + Walkman > iPod e Itunes
  • iPod + Telefonini > iPhone
  • Tablet + Sim dati > iPad
  • Cloud + APP > MacStore
  • QrCode + SmartPhone > Passbook
  • Proximity + BLE > iBeacon
  • Wearable > iWatch, Beats 

Ma anche iHealth, iHome, CarPlay su cui si sta già muovendo. E potrei continuare.

L’educazione del mercato, soprattutto per chi si occupa di innovazione, è la parte più onerosa.

Fare educazione significa investire per far conoscere, per far utilizzare e per portare quella innovazione ad ogni utente. Fare educazione costa dal punto di vista della tecnologia: una tecnologia non di massa ha prezzi meno accessibili. Fare educazione costa dal punto di vista della progettazione: immaginate l’interazione, l’ergonomia ed il design da dover far evolvere in funzione dell’utente, della sua cultura e dei nuovi processi. Fare educazione costa dal punto di vista della comunicazione: far conoscere il proprio prodotto vuol dire investire molto.

Se l’educazione del mercato la fanno gli altri, l’opportunità più grande è nel saper migliorare l’esperienza utente e portare il prodotto alla massa, investendo capitali per arrivare a tutti quelli che già sanno di cosa si parla e riuscire ad attivare sugli altri un esigenza indotta.

E per Apple questo passaggio è più semplice: ha un ecosistema hardware-software proprietario e una potenza economica enorme.

In questo nuovo prodotto c’è molto di più di quello che sembra.

C’è un nuovo potenziale composto di mattoncini già messi sotto al naso dell’utente da tempo e altri mattoncini nuovi che vogliono modificare il mondo dei pagamenti: riconoscimento di impronta digitale + Apple Pay + NFC.

Ora siamo alla fine del 2014, ed il 2015 anno del boom NFC, come da previsione anche di analisti, è dietro l’angolo. Ed Apple è arrivata giusto in tempo, non entrando in punta di piedi.

Le formule magiche non esistono – BIT2013

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Volevo scrivere un post relativo al BIT2013, evento che si è svolto a Milano la settimana scorsa, al quale ho partecipato per il secondo anno consecutivo (la prima volta presentai “Social Che?“) in qualità di relatore con un panel, anche questa volta, fuori dalle righe dal titolo “Harry Potter non aveva lo smartphone“.

Mentre organizzavo un po’ di appunti, questa mattina mi sono trovato a leggere una discussione in Facebook nata da una riflessione di Roberta Milano condivisa via twitter qualche giorno fa: “La sensazione forte è che la #Bit2013 non riesca ad adattarsi ai tempi ormai cambiati.

In effetti in parte condivido questo pensiero: le fiere, generalizzo appositamente, non riescono ad adattarsi ai tempi che stanno cambiando. Però la mia domanda è: ma sono solo le fiere?

Io ho partecipato appunto come relatore e l’ho vista con un occhio diverso da addetto ai lavori (non lavoro esplicitamente in ambito turismo), ne tanto meno ero un espositore o un visitatore curioso. Come qualcuno ha già scritto in rete, come ho detto alla stessa organizzazione e come ho accennato anche durante il mio panel, in effetti un eccesso di carta e una carenza totale di nuove tecnologie in sperimentazione si è notata. Arrivare e non trovare “qualcosa di tecnologico ad aspettarmi”, dover ricorrere al biglietto per tracciare i varchi e gli accessi o ancora vedere tonnellate di volantini per dare informazioni su date, riferimenti e contatti, è assolutamente deprimente soprattutto per chi come me della tecnologia e delle integrazioni ne fa il proprio mestiere ed il proprio verbo.

Certo una cosa va detta però: il QR code è ormai sdoganato… ne ho visti appiccicati ovunque, si ma soprattutto per utilizzi inutili!

Secondo me una fiera oltre ad esser aggregatore di esperienze ed organizzatore di una manifestazione, dovrebbe avere anche il compito di mostrare qualcosa di nuovo, d’avanguardia e dovrebbe esser la prima a farlo in qualità di punto di riferimento di una manifestazione di settore.

Ma il problema se proprio vogliamo scendere in verticale sul problema, non è solo qui.

Chi espone dovrebbe esser portatore di novità ed innovazione anch’esso: dopo tutto una fiera è fatta principalmente da espositori e da aziende che si mettono in mostra. E se queste si mettono in mostra con flyer, bigliettini, pupazzetti e sistemi vecchi come i dinosauri, l’effetto per il visitatore non può esser che di vecchiume o comunque di qualcosa che avanza molto lentamente e che non evolve.

Ma anche qui c’è un altro problema e non è limitato solo ad espositori e organizzazione: il visitatore.

Io ho tenuto un panel dal nome “Harry Potter non aveva lo smartphone” durante il quale, a differenza di quello che mi era stato chiesto, non ho parlato di mobile, numeri, mercato, della rava e della fava, ma ho parlato di nuove tecnologie e ho cercato di stimolare idee e attenzione su qualcosa di innovativo e non sui temi ormai noti a tutti. Non ho parlato di Facebook, Twitter o del perchè esser in rete o su Mobile. Il mio obiettivo era portare una serie di nozioni, indicazioni e segnalazioni basate sul concetto che non esistono le pozioni magiche alla Harry Potter, ma esistono le tecnologie – apparentemente futuristiche – alla Startrek. Che non ci si può fermare al “faccio la pagina su Facebook e avrò mille-mila fan” e nemmeno al “ho aggiunto il QR code alla mia insegna, adesso arriveranno sul sito milioni di utenti“.

La formula magiche non funzionano e chi le propina è una sorta di Harry Potter, simpatico si, ma inefficace. Esiste la ricerca, l’innovazione, esistono tecnologie da adottare, contestualizzare ed integrare all’interno di progetti di comunicazione e strategie di marketing. 

Le persone non conoscono ancora queste cose. Veramente, aimè lo dico.

Sapete quale è stato l’effetto in una sala piena di gente, durante il mio panel, quando ho chiesto chi utilizzasse l’NFC, l’RFID o altre tecnologie affini? Si è alzata una sola mano su circa 250/300 persone.

Preso dallo sconforto ho rifatto la domanda: Chi conosce le tecnologie RFID o NFC?” Si sono alzate 10 mani.

Ecco, questo è il punto. Non tutti sanno cosa siano questi acronomi e molti non sanno nemmeno che esistano. Un tizio mi ha domandato a fine panel se veramente è sicuro e si può pagare con il cellulare. Volevo morì.

Quelli che di queste cose “geek/nerd/tech” ne masticano tutti i giorni, siamo noi, quelli che si informano e che le vivono in prima persona. Ma non tutti hanno questo livello di conoscenza, proprio come succedeva con i social qualche anno fa. Noi siamo quelli che si lamentano che la fiera sia poco tech/innovativa, ma dobbiamo renderci conto che la maggior parte di quelli che partecipano, per quanto la mia sala non per forza possa esser un campione significativo, è un indicatore culturale su determinati temi.

Questi eventi devono portare case history, storie e devono “digitalizzarsi” (per quanto io odi questo termine) affinchè siano promotori e trasmettano nuove idee e nuovi spunti. Anche io pensavo, fino a poco tempo fa, che il problema fossero le fiere (intese come logica e tipo di evento) e li ritenevo degli appuntamenti morti. Ma non è così. Le fiere ancora servono, ma devono evolvere a 360 gradi: l’organizzazione deve farsi promotrice anche di nuove soluzioni e tecnologie, gli espositori devono portare innovazione (che oggi non fanno – quindi come fanno a portarla in fiera? O_o) e che bisogna portare ai visitatori delle storie, dei casi applicati per far capire anche il valore di quanto fatto e non solo la marketta.

Tutti dovrebbero comunque capire che le formule magiche non esistono, esistono solo le eccezioni (cit).

NFC: l’ingresso di Apple può fare la differenza

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Da un po’ di tempo sto approfondendo molto le tematiche legate all’NFC (Near-Field Communication), ai pagamenti di prossimità e alle varie implementazioni possibili grazie a questa tecnologia.

Per iniziare i miei primi test ed i primi sviluppi mi sono preso un Samsung (uno dei vari smartphone attualmente disponibili sul mercato e pronti per l’NFC) e mi sono fatto arrivare dalla Cina degli oggetti per completare il cerchio (braccialetti, adesivi e portachiavi con NFC). I primi esperimenti sono stati veramente divertenti e le applicazioni possibili sono veramente tante, sia in ambito payments che sia in ambito marketing più in generale.

Ultimamente sia su Facebook che su Twitter mi sono trovato a scambiare opinioni sulle possibilità, sulle evoluzioni e sulle criticità che ci sono oggi per far sì che questo tipo di tecnologia entri realmente nella vita di tutti i giorni delle persone. Le criticità per lo sviluppo dell’NFC che sono sempre emerse sono praticamente riassumibili in 3 punti:

  1. Diffusione dei sistemi di pagamento POS con tecnologia contactless nei punti vendita
  2. Diffusione dei dispositivi mobili con NFC
  3. Cultura e predisposizione delle persone

Il primo punto è legato strettamente ai commercianti e agli esercenti, nonchè alle banche che dovrebbero sostituire gli attuali POS con altri adatti e predisposti per NFC. Finchè il mercato però non sarà ricettivo, dubito che le banche o gli esercenti facciano pressione per accelerare la sostituzione e facciano un investimento importante per la sostituzione di tutti i POS, come hanno già fatto per il passaggio delle carte da banda magnetica a chip.

Il secondo punto dipende dalla diffusione sul mercato di dispositivi smartphone con tale tecnologia e quindi dai produttori e dal loro investimento. Attualmente Samsung si è mossa molto bene soprattutto con il Samsung Galaxy S3 le cui vendite sono state altissime.

Il terzo punto è quello paradossalmente più complesso perchè prevede sia un cambio di approccio (si passa dall’utilizzo della carta e del contante all’utilizzo del telefono) sia di adozione (gli utenti devono cambiare il loro dispositivo e imparare ad utilizzare applicazioni e tecnologia). E come in ogni cambiamento che si rispetti, ci sarà chi vedrà solo il lato negativo in questa tecnologia.

In Italia, come in molti altri paesi del mondo (a parte quelli un pelino più avanti come la Cina per esempio…) ci sono progetti in via di sviluppo e test: da noi le banche, ad esempio Intesa San Paolo in collaborazione con Mastercard e Samsung nel progetto Move and Pay – che se non erro ha iniziato per prima – , hanno avviato dei progetti di ricerca, sviluppo ed integrazione nei sistemi di pagamento e hanno iniziato a sviluppare progetti e soluzioni NFC. Ma non solo le banche si stanno muovendo, cominciano ad esserci molti progetti e startup che muovono i primi passi in questa direzione.

Alcuni report e alcuni dati on line riportano che l’NFC avrà il suo vero sviluppo in Italia a partire dal 2015. Ma siamo veramente così lontani? In effetti non è facile superare le tre barriere di cui ho accennato, fatto salvo una iniezione nel mercato.

La notizia dell’integrazione dell’NFC nel prossimo iPhone, confermata da alcune caratteristiche dell’iOS beta uscito da poco, mi fa però ben pensare. Ed ecco il motivo del titolo di questo post.

A mio avviso il lancio del nuovo iPhone5 e la modalità con la quale la Apple spinge i cambiamenti di mercato, può generare un’accelerazione tale da aumentare la diffusione dei dispositivi e portare la tencologia alla conoscenza degli utenti finali anche attraverso lo sviluppo di applicazioni dell’ecosistema dei developer.

Ma non solo: l’arrivo di Apple renderebbe l’NFC non più una tecnologia di cui parlare e di cui si è sentito dire, ma in una tecnologia concreta, a portata di mano. I negozianti, vedendo gli utenti con dispositivi abilitati,  avranno una motivazione in più per spingere al cambiamento dei sistemi di pagamento nei loro punto vendita.

A mio avviso, Apple è l’unico brand in grado di poter modificare lo stato di “lentezza” di crescita ed accelerare l’adozione dell’NFC per i pagamenti. Così come fece con i tablet e con i pagamenti da mobile (iTunes, App, Libri…).

Apple ha centinaia di milioni di utenti che già oggi hanno un conto con Apple e che utilizzano la carta di credito memorizzata sul telefono per acquistare beni: il potere degli utenti abituati all’acquisto da mobile, abbinato alla spinta della vendita dell’iPhone 5 potrebbe fare veramente la differenza.

L’NFC potrebbe così avere la possibilità di raggiungere una massa critica, tutto in un colpo, e Apple si troverebbe in una posizione incredibilmente forte nel mercato competitivo e crescente dei pagamenti da mobile.