Se è vero che la rete non dimentica, le emozioni viaggeranno nel tempo

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Quando sarai grande Chiara, vorrei trovarmi a parlare con te, nel silenzio di una qualsiasi sera e poterti raccontare di noi e riuscire a farti sentire nel cuore quello che provo per te, in questo istante.

Sei piccola, e riesco a tenerti abbracciata vicino al petto, con un solo braccio. Tu dormi adesso. Io sono sveglio, vicino a te. Vorrei metterti nel tuo letto a dormire, ma non riesco a smettere di guardarti. Siamo faccia a faccia. Il tuo respiro lo sento sfiorarmi la pelle. La tua manina stretta sul mio orecchio che sembra non volermi lasciare andare e l’odore della tua pelle, sono come un droga per me, dalla quale non riesco a staccarmi e farne a meno.

Vorrei raccontarti mille cose. Mi piacerebbe dirti, con la stessa energia che sento oggi, della felicità che tu e Mattia mi avete dato e raccontarti tutti i desideri che esprimo in ogni momento per voi e che vorrei si avverassero, giorno dopo giorno. E vorrei insegnarti a sognare sempre più in grande di quello che si possa pensare, per poi un giorno vederti gioire quando vedrai i sogni prendere forma. Proprio come è successo a me, per te e tuo fratello.

Avrei un numero inquantificabile di emozioni da descriverti e raccontarti, e tante nate grazie proprio a voi due. Certe emozioni spesso passano velocemente. Svaniscono ed è difficile recuperarle e trasmetterle. A volte succede per caso: magari un’immagine, un suono o un dettaglio ci permette di riviverle, ma rimangono una cosa personale, vaga e spesso temporanea e fugace.

Probabilmente non basterebbe il tempo e lo spazio per scrivere tutto, ma questa sera sento di scriverti queste cose, perché se è vero che la rete non dimentica, e se è vero che la rete è e sarà una estensione della nostra memoria, allora queste emozioni troveranno il modo di viaggiare nel tempo. E vorrei che rimanessero così, intatte, per sempre, accessibili in ogni momento, in modo da poterle sentire, quando rileggerete queste poche righe, nello stesso modo in cui le provo io ora.

Papà.

Management 2.0

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Qualche giorno fa sono stato contattato da una rivista per scambiare due chiacchiere sul tema del Management 2.0. Visto che l’articolo che verrà pubblicato su imprenditori.it è stato mixato con altri interventi (tra i quali quello di Alessandro), vi riporto le domande che mi erano state poste e le risposte integrali.

Da cosa deve partire un’azienda che voglia passare a un modello di management 2.0?
Oggi, a mio avviso, per affrontare una azienda che vuole affrontare un cambiamento di questo tipo ed arrivare ad un management 2.0 deve necessariamente intraprendere un nuovo percorso di gestione e governo. Prima di pensare quindi ad un management 2.0 è fondamentale che l’azienda acquisisca la consapevolezza dell’importanza di una “organizzazione 2.0″ basata su:

  • visione etica, non solo scritta su un pezzo di carta o su una sito, ma applicata con coerenza anche nell’operatività;
  • velocità e flessibilità nel cambiamento continuo sia dal punto di vista dei ruoli che delle modalità operative. Modalità che richiedono una forte adattabilità dei sistemi informativi nei tempi di risposta che, oggi come oggi, devono esser sempre più rapidi e reattivi rispetto alle esigenze del business e ai cambiamenti del mercato, per supportare processi organizzativi in rapido cambiamento e spesso destrutturati;
  • collaborazione e capacità di stimolare una relazione e una partecipazione delle persone indipendentemente dagli schemi organizzativi e dalle gerarchie;
  • cultura della cocreazione e capacità di attrarre e coinvolgere nei processi di ri-definizione e creazione di prodotti e servizi attori esterni come clienti, partner e fornitori;
  • apertura al dialogo e trasparenza e spinta alla socialità nella comunicazione e nei rapporti sia on line che offline;
  • accessibilità alle informazioni e agli strumenti indipendentemente dalla localizzazione fisica e dagli orari di lavoro per i dipendenti ed i collaboratori;

Quali sono le soluzioni irrinunciabili da realizzare all’interno di un’azienda perché questa arrivi a essere gestita con modalità di leadership condivisa e con un passaggio più fluido delle informazioni da un settore a un altro?
Per costruire un modello di impresa 2.0, che trasformi l’azienda in una social organization, è necessaria l’applicazione di un nuovo paradigma che metta al centro le persone e le informazioni, che permetta a tutti di poter contribuire attraverso la condivisione di esperienze personali e professionali e permetta soprattutto di accedere alle informazioni in modo semplice, così da creare una conoscenza condivisa e una valorizzazione del merito, delle competenze, del talento e della creatività. Un modello di impresa che ambisce ad una leadership condivisa e che permetta una fruizione di informazioni in modo fluido e trasparente, deve svilupparsi su alcuni fattori chiave quali cultura, strategia, leadership, community management, contenuti, governance, strumenti, metriche, hr, learning comunicazione interna ed esterna e corporate responsibility. Per ottenere risultati, diventa necessario rivedere politiche e strumenti di comunicazione, di formazione, di change management, di relazione con gli stakeholder interni ed esterni. Lo sviluppo di strumenti di collaborazione, piattaforme di Enterprise2.0 e community management e possibili articolazioni del community management diventa, così, prioritario. Possiamo riepilogare alcune soluzioni, aggregandole per 3 aree:

  • Soluzioni interne all’organizzazione: le community fungono da hub e generano interazione, relazione, comunicazione e formazione all’ interno dell’azienda. Gli strumenti ideali sono quindi Intranet 2.0, Social network aziendali, Corporate blog, piattaforme di Social Learning, Collaboration tools
  • Soluzioni per la comunicazione all’esterno dell’organizzazione: con lo sviluppo del marketing conversazionale e di relazione verso tutti gli stakeholder esterni all’azienda, è necessario impiantare strumenti di Social media monitoring, Brand Community, Social Innovation, CRM 2.0
  • Soluzioni strettamente legate ai processi di innovazione: in questo caso non ci sono a mio avviso strumenti specifici, ma iniziative che utilizzando gli strumenti e le soluzioni descritte nei punti precedenti, stimolino e facilitino all’ interno delle community – luogo principale della condivisione delle conoscenze e dell’innovazione partecipata – lo sviluppo e la creazione di nuove idee e nuovi progetti.

Quale percorso fa, solitamente, una persona che entri in un’azienda dove si applica il management 2.0? Come viene “allenata” ad adattarsi a una organizzazione aziendale diversa dagli standard?
Secondo la mia esperienza, una persona che entra all’interno di una azienda che sta sviluppando un management 2.0 e ha con una radicata cultura organizzativa basata sulla partecipazione, trasparenza e trasversalità, ha molti meno problemi di integrazione ed acquisizione di informazione rispetto ad altre aziende diversamente organizzate. L’allenamento e l’adattamento saranno molto più semplici poichè l’approccio 2.0 facilità il passaggio delle informazioni e rende le persone che entrano a far parte dell’organizzazione più responsabili e con un alto livello di accountability, maggiormente coinvolte dal punto di vista emotivo e professionale e con un forte senso di appartenenza. La diversità percepita al momento dell’ingresso, rispetto agli standard – se così possiamo definirli – di altre aziende , verrà modificata in poco tempo. Quella “diversità” percepita non sarà più quella dell’azienda con un management 2.0, ma del resto delle aziende che verranno viste come poco innovative, meno coinvolgenti e con un ambiente meno gratificante.

Son passati solo 1600 anni, eppure tutto sembra uguale.

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La città c’è, esiste, è vera e vivibile. Ci sono voluti anni, non è ancora completa e forse non lo sarà mai, ma la sua architettura e la sua modernità sono maestose. Mancano alcune strutture che ne migliorerebbero la vivibilità e darebbero la possibilità di ospitare altre persone, ma soprattutto tali strutture permetterebbero di raggiungere persone più distanti.

Chi ne viene a conoscenza ne rimane affascinato: architettura, maestosità, immensità e organizzazione. Sembra non avere confini, sembra infinita. Tutto è perfetto. Si rimane colpiti dalla velocità con la quale le persone si spostano, la vivono, si aggregano, si nascondono e ne raccontano agli altri. Chiunque entra, fin da subito si sente parte di un grande progetto. Un progetto grandissimo, quasi un impero.

Chi entra nella città contribuisce nel suo piccolo, creandone parti più o meno importanti per la sua architettura, per la sua continuità, per il suo valore, per la sua diffusione, per il suo commercio e per il suo contenuto in modo consapevole o inconsapevole, diretto o indiretto.

Il valore della città cresce di giorno in giorno, molti ne parlano, anche fuori dalle quattro mura. Le persone che la vivono e la frequentano sono sempre di più. E’ una città viva le cui regole scritte e non scritte definiscono in modo più o meno esplicito dinamiche e comportamenti. Alcuni decidono di uscire, qualcuno viola le regole e viene espulso dagli altri, qualcuno non si sente a suo agio ma prova ad adattarsi. E’ normale, è una società che si sta sviluppando. C’è chi vestito di bianco frequenta luoghi d’elitè, partecipa a comizi di piazza o in sale private, c’è chi nel suo piccolo parla a gruppi di persone che si fermano a guardare e chi invece frequenta mercati, luoghi di aggregazione pubblici e vive la città da cittadino qualsiasi. Chi più chi meno vive questa nuova società.

La società cresce. Crescendo aumentano i problemi e le criticità e alcuni equilibri si vanno modellando. La società prova a strutturarsi, si organizza e cerca di impostare delle regole. Non ci sono ancora città così grandi e più passa il tempo più questa società conquista sempre spazio e visibilità, non sempre in modo pacifico, e allo stesso tempo si indebolisce e si frammenta.

All’orizzonte una nuvola sembra avvicinarsi. Non è una sola nuvola, sono molte nuvole. Sono nuvole di polveri sempre più vicine generate da masse di popolazioni etnicamente diverse che si dirigono a grande velocità verso la città. Un frastuono: lingue diverse , culture diverse. Forse è il caso di respingerli, di rifiutarli? Sono diversi nell’approccio, sembrano non preparati per una città del genere, per una cultura di questo tipo. Qualcuno li definisce barbari ma forse è più un termine per poter definire sé stessi, prendendolo come punto di paragone, in quanto “anormale” rispetto agli standard fino ad oggi e per poter definire così un concetto di normalità.

Vogliono entrare nella città e da qualche parte a tutti gli effetti sono già entrati . Stanno influenzando la cultura e le dinamiche pre esistenti, stanno portando il loro nuovo contributo, le loro abitudini, più o meno buone che siano, stanno modificando l’organizzazione e mettendo in dubbio comportamenti tenuti fino ad oggi. Molto più velocemente di quello che si possa immaginare.

Dimenticavo.

Non vi stavo raccontando un po’ di storia, e non volevo parlare del seducente splendore della grandezza romana e della caduta dell’impero Romano a seguito dell’invasione barbarica, ma della rete e del cambiamento in atto, della massificazione e dell’accesso agli strumenti della rete da parte di un numero di persone sempre più alto.

C’è un forte parallelismo storico, non trovate? Il bello del pragmatismo romano. Tra un conflitto ed un altro, barbari e romani si confrontavano quotidianamente, attraverso alleanze e commercio, incentivando un processo di acculturazione ed ibridazione di culture. Cambiamento che ha poi portato al crollo dell’Impero, ma alla costruzione di una nuova società.

Ho riflettuto molto su questo tema e da un po’ di tempo osservo alcuni gruppi e i comportamenti di della rete. Non nascondo di avere una certa preoccupazione nei riguardi di alcune dinamiche esplosive, ma ritengo, seppur necessario mantenere un livello di educazione ed etica alto, che non dobbiamo pensare di civilizzare “nuove popolazioni” o preoccuparci di esser invasi “barbaricamente”.

Questa è una fase di transizione necessaria ed un ennesimo, fisiologico, cambiamento che permetterà alla rete di svilupparsi, ampliarsi ed entrare nella vita di tutti, tanto da infrangere completamente quella sottile percezione che on line e off line siano due cose distinte.

Internet sta cambiando il nostro modo di pensare?

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Questa mattina rileggevo un post che ho tra i bookmark da parecchio tempo dal titolo Is Google Making Us Stupid? dopo averlo ritrovato citato in un articolo del Guardian e anche sul ilPost.

L’articolo parla di Internet e come questo abbia modificato il nostro modo di pensare. L’impatto delle tecnologie, della rete e di internet, i social network e la presenza di Google nella vita di tutti i giorni hanno avuto impatti fortissimi sulla società di oggi, nel modo di relazionarsi e di comunicare. Sono cambiate le abitudini, ed il modo di pensare. Le nostre menti sono state modificate dalla nostra crescente dipendenza dai motori di ricerca, dall’utilizzo dei social network e da tutte le tecnologie digitali.

Nicholas Carr, scrittore americano e autore di The Shallow – What the Internet Is Doing to Our Brains e autore del post Is Google Making Us Stupid?, descrive Internet come modificatore, non solo delle nostre vite e delle nostre abitudini quotidiane, ma anche di evoluzioni fisiche e nel suo libro descrive il processo di alterarazione del nostro cervello e del modo di pensare. Nell’articolo emergono diversi punti di vista e in quello di Carr si legge:

“Over the past few years, I’ve had an uncomfortable sense that someone, or something, has been tinkering with my brain, remapping the neural circuitry, reprogramming the memory. My mind isn’t going – so far as I can tell – but it’s changing. I’m not thinking the way I used to think. I can feel it most strongly when I’m reading. Immersing myself in a book or a lengthy article used to be easy. My mind would get caught up in the narrative or the turns of the argument and I’d spend hours strolling through long stretches of prose. That’s rarely the case anymore. Now my concentration often starts to drift after two or three pages. I get fidgety, lose the thread, begin looking for something else to do. I feel as if I’m always dragging my wayward brain back to the text. The deep reading that used to come naturally has become a struggle.”

Secondo Carr l’esposizione continua a nuovi sistemi digitali, alla rete e alle nuove tecnologie ha un impatto sui processi cognitivi e sull’evoluzione della mente con effetti che vanno da una concentrazione discontinua, all’esigenza di attività parallele (multitasking), fino al modo di memorizzare informazioni: non abbiamo più bisogno di “registrare”, annotare o imparare perché sappiamo che esistono sistemi (google per esempio) che ci permettono di recuperare informazioni in real time. Il web ed Internet sono diventate delle protesi della memoria collettiva.

Di fronte a queste affermazioni è facile farsi prendere dal panico e dalle preoccupazioni e pensare subito la fatidica frase “era meglio prima” . Non è così, secondo me. In fondo se ci pensate il timore dell’evoluzione tecnologica, e faccio riferimento anche a Platone, ha sempre accompagnato l’uomo in ogni fase evolutiva, dalla scrittura, alla stampa alla fotografia, dal fax al telefono fino a radio e televisione.

Non c’è dubbio che la tecnologia sia un attivatore di rivoluzioni e cambiamenti, ed è evidente che la società sia stata rimodellata dalla tecnologia e dall’evoluzione della comunicazione. Basta guardare l’impatto che la stampa ed i mezzi di diffusione hanno avuto sul nostro mondo. E’ interessante leggere nel post del Guardian come fino ad oggi l’attenzione sia stata focalizzata proprio sulla società e molto meno sulle modifiche all’uomo. Carr sostiene che la neuroscienza moderna, che ha rivelato la “plasticità” del cervello umano, ha dimostrato che le nostre pratiche abituali e la routine nelle attività di tutti i giorni possono realmente cambiare e modellare anche le nostre strutture neuronali. Il cervello degli analfabeti, per esempio, è strutturalmente diverso da quello di persone che sanno leggere. Quindi, se la stampa e la relativa esigenza di imparare a leggere ha e ha avuto impatto sullo sviluppo del cervello umano, allora è anche logico supporre che la nostra dipendenza dalla tecnologia, dalla rete e da Internet abbia lo stesso effetto.

Non tutti i neuroscienziati sono però d’accordo con questa tesi: molti ritengono che l’uso di Internet abbia migliorato l’intelligenza umana, altri invece ritengono che le tecnologie si siano sviluppate proprio per supportare la capacità umana di metabolizzare sempre più informazioni e poter gestire al meglio il carico di sovraccarico di informazioni: Google per esempio non sarebbe un problema, ma l’inizio di una soluzione.

Io trovo che Internet abbia cambiato il modo di pensare, il modo di relazionarsi e anche il modo di sviluppare nuove forme di comunicazione. Ha stimolato e reso possibile l’utilizzo di alcune caratteristiche del cervello che probabilmente non erano mai state utilizzate completamente.

Internet ha modificato e sta ancora modificando il nostro modo di pensare.

Voi come la vedete?